Matrix, Tiberio Timperi, puntata sui padri separati, rilancio dei ritornelli: ex mariti indigenti penalizzati dalle leggi, false accuse di molestie da parte delle ex mogli.

L'accusa di muovere false accuse di violenze (che il Timperi ha definito un "classico") a scopo "estorsivo" nel contenzioso di separazione è in genere sostentuta da parte delle associazioni dei padri separati e dall'arcipelago dei vari gruppi misogini e maschilisti. Però non ricordo di aver mai letto dati e argomenti convincenti a sostegno. Questa è una delle testimonianze che viene fatta valere più spesso a favore della tesi delle false denunce. Su Metaforum, citata qui e qui. Però tutto l'argomento verte sul fatto che un certo numero di denunce viene poi ritirato. Cosa che in verità succede anche al di fuori dei contenziosi di separazione. Tante volte le denunce per violenze domestiche sono ritirate. Ma questo non significa che gli abusi non siano stati commessi. D'altra parte quante sono le corrispondenti querele per calunnia e diffamazione?  Secondo me, solo sulla base di congetture, supposizioni e casi particolari è profondamente sbagliato e ingiusto accreditare l'idea che le accuse di violenza siano tendenzialmente false, o siano in aumento quelle false, a fronte di un fenomeno sommerso di violenza domestica che rimane quasi sempre impunita.

I problemi economici di alcuni padri separati sono dati da condizioni oggettive: 1) i figli vanno mantenuti; 2) c'è la crisi. Non si tratta di colpe delle ex mogli, delle donne, del femminismo, elette a causa di tutti i mali. Se peggiorano le condizioni economiche dell'ex marito, non si modificano in automatico i suoi obblighi di mantenimento, ma in automatico, neppure diminuiscono i bisogni dei figli. Nè aumenta la capacità delle madri di farvi fronte. Anche per i genitori non separati ci sono sfratti, licenziamenti, malattie, aumento dei prezzi, dei mutui. Senza nessun automatico adeguamento del potere d'acquisto o di una riduzione degli obblighi.. Tuttavia, due cose sono sicure: 1) In prevalenza dopo la separazione peggiora la condizione economica delle madri separate, più che quella dei padri; 2) Due terzi dei padri separati non pagano gli alimenti che devono. Il 12,7% delle persone che si rivolgono alla Caritas sono separate o divorziate. Di queste il 66,5% sono donne.


Riferimenti:

Condizioni di vita delle persone separate, divorziate e coniugate dopo un divorzio (Istat).pdf

In una certa logica aziendale aspettare un bambino equivale ad essere malati o infortunati. E' vergognoso, ma fa già schifo l'idea che una persona possa essere licenziata o non retribuita perchè ha avuto un infortunio o una malattia. In un paese con una mentalità del genere, l'articolo 18 deve essere un tabù.
Poco importa che qui lo statuto dei lavoratori non c'entri direttamente, trattandosi di lavoro parasubordinato. Senza articolo 18 diventa possibile di fatto licenziare senza giusta causa, anche nel lavoro subordinato, donne in maternità o lavoratori malati e infortunati. Sono situazioni nel mirino dappertutto. L'articolo 18 è un caposaldo della civiltà del lavoro. E' una questione di cultura. Se lo si elimina, sarà più semplice penalizzare tutti i lavoratori, anche da parte di amministrazioni e istituzioni pubbliche come la Rai.
Ovvio che il datore non licenzia una lavoratrice con la motivazione ufficiale che è in maternità. Troverà un pretesto. Senza l'articolo 18, se lei fa causa dovrà sostenere le spese legali e dimostrare di essere stata discriminata.

Non passa per l'articolo 18 la precarietà dei contratti atipici. Tuttavia, coloro che hanno introdotto i contratti atipici sono gli stessi che oggi vogliono abolire l'articolo 18. Per l’abolizione dell’articolo 18 passa però la precarietà di quelli che sono (o saranno regolari). Senza l'articolo 18 i datori potranno licenziare i lavoratori dipendenti a tempo indeterminato come e quando vogliono, mal che gli vada pagando un semplice indennizzo. I licenziamenti saranno più facili e le donne saranno le prime ad essere licenziate.
Più in generale, attraverso l’articolo 18 passa l’idea di quale sia il rapporto di lavoro normale: quello stabile o quello precario. E’ una questione simbolica, ma non solo.
L’obbligo del reintegro è teorico. In pratica, il più delle volte, il lavoratore ingiustamente licenziato patteggia un indennizzo. La possibilità del reintegro serve a patteggiare un indennizzo più alto. Come già ricordato, con l’articolo 18 le spese legali e l’onere della prova sono a carico dell’azienda. Con il solo divieto di licenziamento discriminatorio sarebbero invece a carico del lavoratore.
E’ falso che i lavoratori dipendenti a tempo determinato siano incondizionatamente sicuri del posto fisso. Chi vuole licenziare per una ragione valida, può farlo legalmente e correttamente.
- Vi sono i licenziamenti collettivi (minimo cinque lavoratori) in caso di crisi economica o per esigenze relative a ristrutturazioni produttive e organizzative.
- Vi è il licenziamento per giustificato motivo, relativo ad inadempienze contrattuali o allo scarso rendimento del lavoratore.
- Vi è il licenziamento per giusta causa, relativo a fatti e situazioni esterne al rapporto di lavoro, che possono minare il rapporto di fiducia tra datore e prestatore di lavoro.
E’ falso che l’articolo 18 tuteli solo una minoranza di lavoratori. I lavoratori a tempo indeterminato sono l’87%. Su un totale di 17 milioni di lavoratori dipendenti, nelle aziende sopra i venti dipendenti, sono occupati circa 12 milioni e mezzo di lavoratori (dati Istat 2010). La maggioranza dei lavoratori dipendenti è tutelata dall’articolo 18. Nel 2003 si è tentato un referendum che estendesse questa tutela a tutti i lavoratori.
Risulta chiaro nel rapporto tra uomini e donne, che parità di diritti e opportunità, significa dare più diritti e più opportunità alla parte che ne ha di meno. Nel rapporto tra diverse categorie e condizioni di lavoro viene invece curiosamente applicato il criterio opposto.

Riferimenti:

Ma davvero il presidente tedesco si é dimesso in 7 minuti mentre i nostri parlamentari non se ne vanno nemmeno dopo 20 anni, come titola Il Fatto quotidiano? Ed è vero che la Merkel ha fatto una figura di Merkel (titolo di Libero) e che ora tutto il mondo sa che anche i tedeschi hanno… le mani lunghe? E che dire, invece, dell’inguaribile esterofilia di Repubblica che, tramite la boriosa firma di Barbara Spinelli, evoca l’esempio tedesco?
Pochi giornalisti italiani si sono presi la briga di come sono andate davvero le cose. Le dimissioni di Wulff non sono affatto una sorpresa, non sono giunte in 7 minuti e non fanno che ribadire un malcostume ricorrente tra i politici tedeschi.
Wulff è stato colto con… le mani nella marmellata un paio di mesi fa e ha fatto di tutto per restare al proprio posto. Non ha rubato, ha fatto il furbetto, come alcuni politici italiani e come era già accaduto in passato in Germania ad altri ministri di destra e di sinistra.
La verà novità è che a costringerlo alle dimissioni è stata la stampa tedesca, tutta la stampa tedesca, di destra e di sinistra che, superando le divisioni ideologiche, ha imbastito una campagna per constringerlo ad andarsene. Questa era la storia, straordinaria, che andava raccontata sui nostri giornali e debitamente commentata.
Ma siccome i giornalisti italiani non sanno il tedesco e non sono abbastanza umili da astenersi dal commentare fatti che non conoscono fino in fondo, si sono lasciati andare a considerazioni improbabili, dimostrando ancora una volta la propria inguaribile esterofilia, intrisa di un provincialismo autolesionista che li porta a mitizzare quel che accade fuori confine e a denigrare la propria identità e quel poco che resta di orgoglio nazionale.
Dimostrando, ancora una volta, perchè sia così facile colonizzare il nostro Paese.
O sbaglio?

MARCELLO FOA
fonte

Ma nel senso che osannare la stampa tedesca in contrapposizione a quella italiana (provinciale, autolesionista e poco umile) è esterofilia che mina l'orgoglio nazionale residuo?


Riferimenti:
Christian Wulff ha dato le dimissioni: la Germania dice addio al presidente (Liquida, 20.02.2012)

Accusa classica da parte conservatrice contro la sinistra, la socialdemocrazia in Europa e i liberals in America, è quella di essere troppo spendaccioni. Di far correre la spesa pubblica facendo crescere le tasse o il debito o entrambi a danno complessivo dell'economia. Accusa che ha finito per persuadere gran parte della stessa sinistra. Così per un trentennio è stata praticata la politica inversa: risanamento dei conti pubblici, taglio della spesa, riduzione delle tasse. Oggi, lo stato complessivo dell'economia occidentale è paragonabile alla Grande Depressione degli anni Trenta. Anch'essa capolinea di un lungo ciclo liberista.

L'egemonia liberista sulla sinistra è stata tale da generare persino inversioni di ruoli, per esempio in Italia dove i governi più spendaccioni sono stati quelli di centrodestra, come ha spiegato Oscar Giannino e come si può leggere in questa scheda di Linkiesta. Lo ammise pure Renato Brunetta: i governi Berlusconi del 2001-2006 hanno aumentato la spesa corrente, ma non la spesa sociale: all'aumento della spesa non è corrisposto un aumento delle prestazioni e della qualità dei servizi. Lo stesso centrosinistra in periodo pre-elettorale ha allargato i cordoni della borsa, vedi Amato nel 2000-2001, nonostante dalla crisi del 1992 sia tra gli interpreti della sinistra rigorista.

Come si comporterebbe la sinistra di ispirazione comunista o alternativa? Nell'immaginario consueto spenderebbe molto di più di liberals e socialdemocratici, mandando definitivamente in bancarotta lo stato. In effetti, ci sono cose per le quali questa sinistra vuole spendere di più: salari, pensioni, sanità, istruzione pubblica. Ma ci sono anche cose per le quali questa sinistra vuole spendere meno: esercito, grandi opere, megastipendi, detassazioni e finanziamenti indiscriminati. E poi lotta all'evasione e alla corruzione. Patrimoniale. Chi lo dice che il saldo alla fine non sarebbe positivo?

Esiste la contromanovra finanziaria di Sbilanciamoci che rispetta il pareggio di bilancio.

Siamo ancora dentro la grande distrazione berlusconiana. Lo si vede da come giudichiamo l'attuale governo e il suo presidente. Non ci importa chi e come lo ha designato. Potrebbe essere stato per nomina regia o per volontà divina. Non ci importa cosa fa. Potrebbe chiudere l'Inps o abolire i sindacati. Una sola cosa conta: che non sia Berlusconi. Non gli si chiede nulla di più o di meno, per essere il nostro presidente. E' un liberista che ci ricatta con gli imperativi dei mercati finanziari e degli investitori stranieri? Pazienza, dato che alla sinistra possiamo ascrivere i gulag, non c'è di che lamentarsi.
Il PD rinuncia ad essere una alternativa al liberismo e la sinistra più coerente è a pezzi. In questo momento si può facilmente prevedere una vittoria di Monti anche nelle urne, populisti permettendo. Ma se è così, perchè evitare di farsi legittimare dal voto, perchè mantenersi questo tallone d'Achille? Tanto più che Monti non è un parlamentarista. Al Parlamento europeo, a chi gli contestava la mancanza di una legittimità democratica, Monti non ha negato. Ha solo detto di non essersi mai voluto candidare, di avere accettato (con piacere) il suo incarico, perchè gli è stato chiesto di assumerlo. Non ha ritenuto di ricordare che l'Italia è una repubblica parlamentare, che eletto dal popolo è il parlamento e che spetta al parlamento scegliere i governi. Non lo ha ricordato, perchè egli stesso, da buon liberista, si riconoscere nella centralità dell'esecutivo. Come che sia il diritto alla previsione, anche facile, non può surrogare il diritto di voto. La sinistra può perdere per governare ma avere abbastanza consenso per tornare in parlamento. In Grecia, la sinistra radicale è data al 43,5%. La Grecia va al voto anticipato.

Ricordo una delle parole d’ordine di Bettino Craxi: “democrazia governante”. Il segretario del Psi era perciò definito decisionista. Non perchè volesse decidere, ma perchè intendeva l’elmento della decisione a scapito della partecipazione e della rappresentanza. E’ stato il difetto di tutte le idee di riforma elettoral, istituzionali, volte a realizzare un governo stabile ed efficiente. Così dopo anni di semplicazioni maggioritarie, uninominali, alternanze, presidenzialismi e premierati di fatto, scopriamo di aver originato una democrazia improduttiva, peggiore di quella del pentapartito e della prima repubblica. E ci affidiamo ad una nuova semplificazione: quella dei tecnici. In verità, non per la prima volta. Abbiamo già avuto Ciampi e Dini. Lo stesso Prodi non era propriamente un politico. Nè i cosiddetti tecnici sono propriamente tali. Si tratta di personalità che passano da un ruolo all’altro. Una volta al governo si appoggiano comunque su maggioranze parlamentari, quindi su coalizioni di partiti. Monti è sostenuto da Pdl, Pd e Terzo Polo (Berlusconi, Bersani e Casini). Difficilmente può decidere qualcosa contro gli interessi di questi tre, in particolare del primo, il più “interessato”. Piuttosto li esonera dal compito di assumersi direttamente e visibilmente la responsabilità di scelte “impopolari”. Tipo il sacrificio sulle pensioni. Tutti a prendersela con Fornero. Si ignora quale rapporto esista tra il sacrificio sulle pensioni e il risanamento del debito (il debito lo ha fatto l’Inps?) e questo non è sano. Altro argomento incomprensibile - già molto caro ai precedenti governi Berlusconi e alla Confindustria di D’Amato - è l’articolo 18, con relativa sequenza di battute incredibili: dalla monotonia del posto fisso ai giovani mammoni che vogliono trovare lavoro solo vicino a mamma e papà. Il debito, lo spread, lo ha fatto lo statuto dei lavoratori, lo hanno fatto questi giovani? Sono questi i problemi sul tappeto?

Da vent’anni siamo ancorati ad una questione. Come tenere in ordine i conti pubblici, entro i vincoli di Maastricht e dei successivi trattati europei. Con l’alternanza tra un centrosinistra un po’ più rigorista e un centrodestra un po’ più spendaccione. Nel quadro della medesima politica neoliberista. Che non ha mai prodotto sviluppo, che non ha mai redistribuito il reddito, che non ha mai creato occupazione se non precaria. E alla fine non ha risolto neanche il problema del debito, non solo e non tanto perchè si è speso di più, ma soprattutto perchè si è prodotto di meno. E con la crisi adesso ci troviamo in recessione. Ci siamo tolti la distrazione degli scandali giudiziari e sessuali del cavaliere, ma nella politica economica non siamo passati ad altro. Siamo in continuità con la politica neoliberista di sempre, meno soft, un po’ più hard. La Germania ci paga il debito e ci dice cosa dobbiamo fare e con quali uomini di governo, accelerando sulla riduzione dello stato sociale e dei diritti del lavoro.

Stare dentro una spirale di risanamento/depressione aderente al ciclo recessivo, con la speranza che poi si avvi (non si capisce come) un nuovo ciclo espansivo, può essere una idea (l’idea attualmente praticata). Ma esistono almeno altre due idee. Quella di far pagare il debito a quella parte della società, il 10%, che detiene il 44% della ricchezza nazionale, una tassa patrimoniale sopra gli 800 milioni euro come proposto dalla Cgil. E quella di rinegoziare il debito, non falcidiare salari, pensioni, consumi per trasferire ulteriore ricchezza agli speculatori. Oppure ancora, una combinazione di queste ultime due. Chi lo decide? Gli elettori. Ci si presenta con un programma di risanamento, gli elettori scelgono, quel programma sarà attuato. Se sono convinti della linea Monti, PD, PDL, e Terzo Polo possono presentarsi insieme e fare del senatore a vita il proprio candidato. La democrazia (deliberante, ok) non è un treno che passa, è un intero sistema ferroviario, entro cui si deve poter scegliere su quale treno salire.


Riferimenti:
Bertinotti: Con governo Monti annichilita la democrazia. Sindacati subalterni (Facebook)

Leggo dall'editoriale di Galapagos sul Manifesto, che nel 2009 il debito pubblico della Grecia era il 120% del Pil e dopo due anni di cure da cavallo è diventato il 180% del Pil. L'austerità non ha risanato i conti, ha depresso l'economia, quindi il Pil, costringendo la Grecia a indebitarsi ulteriormente e a decidere ulteriori sacrifici. Una spirale perversa fino alla bancarotta (default). L'Italia in recessione (Pil -0.7% ultimo trimestre 2011, più 55 miliardi di debito per il solo mese di dicembre) è sulla stessa strada?

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Perchè non possiamo fare come l’Islanda? Un paese molto più grande come l’Argentina lo ha fatto.

Se io faccio un debito, poi devo restituirlo. Perciò, evito di farne. Ma qualcuno può decidere di farne al posto mio, senza che io possa oppormi. La mia banca o il mio governo. E se le cose vanno male, le conseguenze ricadono su di me. Se la banca fallisce, magari devo salvarla come contribuente. Se lo stato si avvicina alla bancarotta, devo rimetterci salario, servizi sociali o pagare più tasse. Perchè, insieme con tanti altri che sono stati indebitati a loro insaputa, dovrei accettare questo sistema?

Può succedere che io sia obbligato dal bisogno a fare un debito. E mi rivolga alla banca, a istituti finanziari, a privati. E che il credito mi venga concesso con tassi di interesse esosi. Se anche riesco a ripagare il debito, devo continuare ad indebitarmi per pagare gli interessi. E’ immorale ribellarsi agli strozzini?

In Italia, una grande quantità di risorse è assorbita dall’evasione fiscale, dalla corruzione politica, dalla criminalità organizzata. Inoltre, il 45% della ricchezza nazionale è posseduto dal 10% delle famiglie. Pagando il prezzo del debito, di fatto, non continuo a finanziare ruberie e diseguaglianze?

So che la Cgil ha proposto una tassa straordinaria dell’1% sui redditi superiori agli 800 mila euro l’anno. Riguarderebbe il 5% della popolazione e raccoglierebbe 18 miliardi in un anno, quasi l’equivalente dell’intera manovra annuale. Ma, l’argomento, non è neanche discusso.

Perchè è meglio dissanguare l’economia nazionale, i redditi dei ceti medio e medio bassi, per pagare un debito che non finisce mai?

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In una intervista Loretta Napoleoni propone: "L'Italia faccia come l'Islanda, scelga il 'default pilotato' ed esca dall'euro".

La sua soluzione non sarà semplice e lei stessa dice che è impraticabile a causa dell’opposizione francese, ma rischia di dover prima o poi diventare obbligata, se anche le manovre di risanamento si riveleranno inutili. Potrà diminuire il debito, ma se diminuisce anche il PIL, o crescono i tassi di interesse, il rapporto debito/PIL resta invariato o può persino peggiorare. Qual’è allora la soluzione semplice?

Tagliare pensioni, sanità, enti locali? Ma non sono soluzioni semplici per chi ne deve pagare le conseguenze. Inoltre cosa è questa soluzione se non un prelevare soldi da lavoratori, pensionati, malati, per darli ai creditori banchieri. Il meccanismo del debito e del suo continuo risanamento funziona come una permanente redistribuzione alla rovescia.

I fautori più convinti del risanamento del debito, per interessi di classe o per facilità di soluzione, non si concentrano sull’evasione fiscale, sulla concentrazione delle ricchezze, sulle risorse assorbite da corruzione e criminalità organizzata. Si concentrano sullo stato sociale. Sui redditi, sulle pensioni. Che però sono anche una leva dello sviluppo. Anche lo stato sociale è reddito redistribuito. E come si concilia la riduzione dello stato sociale con l’emancipazione dal Welfare privato e familistico e la possibilità per le donne di andare a lavorare?

All’inizio degli anni ‘80 il debito pubblico era al 60% del PIL e fino al 1990 era sotto il 100%. Poi, oltre la spesa pubblica - e va bene tagliare gli sprechi - hanno inciso i tassi di interesse, l’evasione e l’economia sommersa.

Infine, mi sfugge la razionalità e la necessità di un sistema in cui ogni stato è creditore e debitore, e si deve dannare per farsi pagare il debito e per ripagarlo a sua volta. Tra governo, imprese e famiglie, la Francia arriva ad un debito del 175% sul PIL. L'Italia al 220%

Senza il debito non potremmo fare investimenti? Ma anche il risanamento del debito sottrae risorse agli investimenti.


Riferimenti:

L'ex presidente dell'ordine dei giornalisti, Lorenzo Del Boca, saggista e studioso del Risorgimento esibisce nella bacheca di Facebook il gran bel culo di una donna piegata davanti ad un forno, con la didascalia "Il pranzo è quasi pronto". Cuoca, cameriera e sexy, per servire e sollazzare, come piace ai maschi. Che infatti, si sono affrettati a sghignazzare compiaciuti nei commenti e poi a stigmatizzare le proteste con la solita accusa di "moralismo", che fa pandan con quella della mancanza di "senso dell'umorismo". E poi l'armamentario più vestusto del lessico sessista: donnette, invidiose e isteriche. In pratica, un'autocerficazione. Se questi signori vogliono essere veramente ironici e trasgressivi, perchè non pubblicano il loro culo, o quello dei loro amici, o di un anonimo del proprio sesso? Così sarebbero veramente trasgressivi e antimoralisti. Nessuno avrebbe nulla da ridire, sarebbe solo uno dei tanti sguardi possibili sugli uomini, mica l'unico, ossessivo, pervasivo, permanente, dilagante. Non farebbe testo per offendere e suscitare proteste. Cosa c'entra che non sono gay? Non c'è nulla di male ad esserlo. E poi chi lo sa. In quel cameratismo maschile che apprezza e difende la condivisione di tette e culi, in quel ribadire la propria maschia identità ad ogni piè sospinto, chi lo sa cosa c'è. Quale che sia la motivazione, sono le conseguenze a preoccupare. A tal proposito condivido il nudo pensiero del presidente della repubblica: «Uno stile di comunicazione che offende le donne nei media, nelle pubblicità, nel dibattito pubblico può offrire un contesto favorevole dove attecchiscono molestie sessuali, verbali e fisiche, se non veri e propri atti di violenza anche da parte di giovanissimi» (Giorgio Napolitano, Donne e Media, 14 aprile 2010). Uno studioso, un saggista, un giornalista, il presidente dei giornalisti, dovrebbe tenerne conto. Perchè il sessismo è una forma di razzismo e merita di essere denunciata come tale, ogni volta che si manifesta.



Riferimenti:

Cosa centra la questione di genere con l'esito delle primarie di Genova?  C'entra con i caratteri e le direttrici che vengono attribuite alla maschilità o alla femminilità. Una persona predisposta alla contrapposizione, al comando è maschia, una persona predisposta al dialogo, all'ascolto è femmina. Non che sia necessario rappresentare le cose in questo modo, finendo così di riprodurre stereotipi e luoghi comuni. Ma dato che la prima cittadina uscente, Marta Vincenzi, si è paragonata niente meno che a Ipazia, mettendo Don Andrea Gallo dalla parte dei fanatici cristiani a sostegno del candidato maschio Mario Doria, si è sentita rispondere - ad esempio da Paola Tavella - che il vero maschio della competizione è stata lei. Insieme con la sua rivale, la senatrice Roberta Pinotti. Entrambe sconfitte. Forse il partito del cemento è un partito maschile, anche se lo guida una donna. A Milano con Moratti hanno perso le donne e con Pisapia hanno vinto gli uomini? Più probabile il contrario. 

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A Genova è stato sconfitto il PD, per la sua politica nazionale? Il problema del PD esiste da vent'anni. Da quando ha smesso di essere un partito del lavoro ed è diventato un partito del ceto medio. Un problema che consiste nel moderatismo come collocazione politica strategica e non solo come tattica relativa a tempi e modi. Finché esistevano le due sinistre (Pds/Ds e Rifondazione) la situazione era ingessata da vincoli di appartenenza. Superate le due sinistre e introdotte le primarie (e forse anche la politica in rete), la situazione si è disarticolata. L'elettorato più militante, se ne ha l'opportunità, tende a scegliere il candidato alternativo. E' una tendenza generale, l'abbiamo già vista in Puglia, a Milano, a Napoli, a Cagliari. Forse l'avremmo vista anche a Torino se si fosse candidato Giorgio Airaudo. Oggi è confermata a Genova. Ciò, non significa non abbia anche ragioni locali, perchè il centrosinistra a livello locale è coerente con quello nazionale, riproduce le stesse dinamiche, gli stessi ruoli. La stessa politica.


Riferimenti:
Genova, alle primarie del centrosinistra l'indipendente Marco Doria spiazza il PD (Liquida, 13.02.2012)



Carlo Giovanardi ha equiparato il bacio tra due donne in pubblico al fare la pipì per strada. Ne è seguito un vespaio di reazioni, dall'indignato al sarcastico. Qualcuno ha proposto di iniziare ad ignorarlo, per non fargli pubblicità. Idea improbabile da mettere in pratica. Giovanardi è una figura pubblica, un rappresentante del popolo, persino un ex ministro della repubblica. Quando un personaggio pubblico, un uomo della politica e delle istituzioni esterna provocazioni demenziali (ammesso non ritenga di esprimersi sul serio, in tutta buona fede), oscurarlo è impossibile. Sarà comunque condiviso da una parte dell'opinione pubblica. Mentre tutti i media lo riterranno una buona occasione di vendita e di intrattenimento. Ci sarà sempre qualcuno a voler reagire. L'indifferenza ha senso se censura le provocazioni, molto meno se censura solo le reazioni al provocatore. Il silenzio può essere interpretato in tutti i modi. Da "chi tace acconsente" a "non è importante". Ma cosa non è importante, Giovanardi o insultare le donne lesbiche, o entrambi? Alla fine, chi tace sta zitto. Allora, è meglio reagire, trovare di volta in volta il modo più appropriato. Non male le tante foto apparse sui profili di Facebook, ritraenti baci saffici. Giovanardi, in modo caricaturale, grottesco, insolente, rappresenta la parte omofoba della società. Molti omofobi magari tacciano per vergogna, si limitano a pensare in quel modo, e di tanto in tanto dicono una parola, una battuta, all'apparenza normale e innocua, in realtà un'offesa latente. Nei loro confronti, la polemica può servire come un vaccino. Un modo per dire loro: "Guardate, se pensate così, se dite così, siete come Giovanardi!"


Argomenti correlati:
"Due donne si baciano per strada? Come fare pipì in pubblico" (Liquida, 13.02.2012)
Lesbian Kisses - Top 10 Lesbian Movie Kiss / Kisses (YouTube)



Le correzioni e le critiche antisessiste al linguaggio comune sono spesso avvertite come fossero artificiose e irrilevanti, come se si volesse modificare in modo intellettualistico qualcosa che si è formato in modo del tutto naturale. Ma c'è pure gente abituata a dire "negro" e sorride, fa un'alzata di spalle o persino si ribella, se le si suggerisce di dire "nero". Credo sia in fondo la stessa cosa. Cambiare le parole è difficile, e sembra inutile, se non si sa cosa si sta dicendo e perchè. Se si applica il senso critico al linguaggio invece può diventare più semplice. Quando ho compreso che dire "negro" significava disprezzare, non ho più voluto dirlo e oggi mi è diventato innaturale dirlo.

Il linguaggio comunica e trasmette una cultura, una logica e lo fa in modo subliminale. Gramsci diceva che l'egemonia si fa anche con la toponomastica. Allora, ancora di più si fa con l'uso delle parole. Il fatto che dire "Luca, Sara e Paola sono simpatiche" significhi che Luca è una donna, mentre il dire "Luca, Sara e Paola" sono simpatici non significhi che Sara e Paola sono uomini, ha un significato molto preciso: il maschile è l'universale, il femminile una particolare specificazione.

Questo è linguaggio, è cultura, è sistema di rapporti sociali. Nel momento in cui, uno di questi elementi cambia, anche gli altri traballano. Cercare di tener immobile un elmento, significa cercare di preservare tutto il resto. Non è tanto importante applicare alla lettera i suggerimenti di nuovi modi di dire, quanto iniziare a vedere e mettere in discussione i significati delle parole e delle espressioni che usiamo.

Suggerimenti sul modo di parlare arrivano, non per mero intellettualismo, ma perchè ormai i dubbi sul modo di esprimersi esistono realmente. Se possono sembrare artificiosi nuovi modi di esprimersi, iniziano a sembrare inadeguati i modi vecchi. Chi è che non è stato in dubbio tra ministro, ministra, signora ministro? O avvocato, avvocata, avvocatessa? Tante volte nel qualificare un gruppo misto (di persone o di concetti) prevalentemente femminile mi sono trovato in dubbio su come declinare gli aggettivi. Il più delle volte l'ho risolto declinando secondo il "sesso" dell'ultimo citato, magari facendo in modo che fosse "maschio", così la declinazione sembrava più assonante.


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Qualsiasi linguaggio in qualsiasi tempo assume significato nell'ambito di un contesto. Non è mai linguaggio puro. L'associazione con le immagini aggrava la questione. Un secolo fa, una personalità femminile poteva essere solo un nome scritto su un documento, la sua femminilità solo un concetto nella tua mente. Oggi è una immagine che si muove in televisione e su internet. L'incongruenza tra il nome e la cosa è ancora più evidente. E' visibile. Come dice Beppe Severgnini, si vede che ha la gonna a fiori, non può essere il ministro. 

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Ci sono persone che parlano con sicurezza confortate dall'imperativo di una convinzione o da una abitudine, esprimendosi in un ambiente culturalmente omogeneo. Altri, con o senza convinzioni imperative, hanno genuinamente dei dubbi. A me è successo di avere prima il dubbio, poi di iniziare a pensarci su e a maturare anche alcune convinzioni "politicamente corrette".

Esistono da tempo termini come avvocatessa e dottoressa e non come ministra, perchè le donne sono entrate in quelle professioni da più lungo tempo, mentre solo recentemente sono andate al governo. E per la prima volta nell'attuale governo occupano pure ministeri pesanti, così che siamo costretti a citarle o sentirle citare tutti i giorni.

Tuttavia, anche quando le donne iniziarono a entrare in quelle professioni, si pose il problema di come adeguare il nome della professione alla nuova presenza femminile. Anche all'epoca saranno esistite persone che trovavano ridicolo declinare il nome della professione al femminiile, quello stesso nome che oggi ci sembra "normale". O peggio sarà sembrato ridicolo che quella professione fosse esercitata anche da donne.

Da notare che quando il nome di una professione appartiene alla parte bassa o medio bassa della gerarchia sociale, la declinazione al femminile avviene in modo semplice, diretto, immediato, come fosse naturale, senza nessun problema, anche nel caso di attività particolarmente virili. Cosa c'è di più maschio di un operaio? Lavoro duro, pesante, usurante, sporco. Eppure fin da subito la donna in frabbrica è stata chiamata operaia. La A ha soltanto sostituito la O. Lo stesso per impiegato/ impiegata, segretario/ segretaria, bidello/ bidella, maestro/ maestra, panettiere/ panettiera, fruttivendolo/ fruttivendola, verduriere/ verduriera, imbianchino/ imbianchina, spazzino/ spazzina, etc.

Appena si sale nella gerarchia, la declinazione al femminile diventa un problema. Che viene risolto in modo non più immediato e diretto, come se dovesse proprio passare per una digestione. L'avvocato non diventa l'avvocata, ma l'avvocatessa, il dottore la dottoressa, il professore, la professoressa, etc. Non basta la A, ci vuole proprio il suffisso -essa. Che in origine aveva  un significato ironico e dispregiativo e si confondeva con il modo in cui venivano chiamate le mogli dei professionisti. -essa indica la "moglie di". Si tratta di nomi nati nell'ottocento.

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Un'altra possibilità è che le parole che risultano incorreggibili cadano. Professore può essere superato con Insegnante o Docente. Anche Ministro, se non è declinabile al femminile si può archiviare, si troverà una nuova parola: responsabile, delegata/o, commissaria/o, segretaria/o, etc. 


Riferimenti:



La corte di cassazione ha detto no al carcere preventivo per gli stupratori di gruppo. I giornali hanno tradotto "no al carcere per lo stupro di gruppo". Ne è seguita una reazione allarmata e indignata. I garantisti hanno avuto buon gioco nel difendere la sentenza dalle esagerazioni giornalistiche. Dopo lo stupro della Caffarella, nel 2009, la ministra Mara Carfagna, promosse la custodia cautelare obbligatoria per il reato di violenza sessuale. Nel 2010, la corte costituzionale bocciò la nuova norma perchè inconstituzionale, in quanto metteva gli imputati di violenza sessuale in una posizione di disparità rispetto agli imputati di altri reati. La cassazione ha ora ritenuto che questo principio sia valido anche per gli imputati degli stupri di gruppo. Di conseguenza, si ritorna a prima del 2009 e non indietro di cinquant'anni, come è stato erroneamente affermato da alcune dichiarazioni di protesta: adesso è di nuovo il giudice di volta in volta ad avere il compito valutare l'opportunità della custodia cautelare per l'imputato, in base alla sua pericolosità sociale: se può fuggire, inquinare le prove, reiterare il reato. La custodia cautelare obbligatoria rimane valida per un unico reato: l'associazione mafiosa. Non perchè il reato mafioso sia più grave di altri, incluso quello sessuale, ma perchè l'imputato mafioso è inserito in una situazione culturale e associativa di tale capillarità da determinarne una sua maggiore pericolosità. In conclusione, con questa sentenza le donne non hanno subito alcuna sconfitta, si è soltanto ripristinata l'autonomia del giudice.

Tuttavia, il non promuovere una nuova norma e l'annullare una norma già esistente, costituiscono due atti di valore diverso, comunicano un messaggio diverso. Anche facendo la tara delle esagerazioni giornalistiche, il messaggio che viene dalla sentenza della cassazione - istituzione già famosa per sentenze molto più infelici - è: meno protezione per le vittime, minore gravità del reato. Se non è nelle intenzioni, è negli effetti. Lo stesso travisamento dei giornali non è solo causa, è parte di questo effetto. Certo, le strategie di comunicazione non possono interferire nel giudizio sulla costituzionalità di una norma, fino al punto di determinarlo. Resta però il dubbio che l'eccezione prevista per i crimini mafiosi possa essere valida anche per i crimini sessuali. Se il criminale mafioso è un pesce che nuota nella sua acqua, il criminale sessuale non è un verme solitario. Prova ne sia che il più odioso dei reati (almeno a parole), la violenza contro le donne e i minori, è anche uno dei meno perseguiti: le vittime spesso non denunciano e i pochi denunciati spesso finiscono assolti o scontano pene irrisorie. A parte i pochi maniaci anonimi, preferibilmente stranieri, che agiscono nei parchi e nei vicoli ciechi, si tratta per lo più di parenti, amici, conoscenti e colleghi, che vivono a contatto con la vittima. La quale è vittima, non solo di singoli atti, ma di una situazione permanente di violenza privata. E di una strutturale disparità di potere. Nel quadro di una indulgente indifferenza ambientale.

Cosa è la violenza contro le donne? E' soltanto una violenza odiosa commessa da singoli deviati, che riguarda solo loro e le loro vittime, o è una violenza sessuata, endemica, la manifestazione di un rapporto di potere, uno dei meccanismi sociali decisivi che costringono le donne a una posizione subordinata agli uomini? Per la Dichiarazione delle Nazioni Unite sull'eliminazione della violenza contro le donne del 1993, è la seconda che ho detto. Giuristi, commentatori, garantisti, se pure non vogliono riconoscere la violenza di genere, possono fare uno sforzo per confrontarsi con il suo significato. Come hanno saputo e voluto fare con la violenza mafiosa, che riguarda infatti chi comanda, chi controlla un territorio, di chi è il potere, di chi è l'autorità. Nei territori privati delle famiglie, degli ambienti di lavoro, cosa vale: i diritti umani e civili di uno stato democratico o l'autorità dei patriarchi? Diversamente essi dimostrano di saper leggere correttamente le sentenze, così come Don Abbondio sapeva parlare latino.

Tra questi, ovviamente, non colloco Barbara Spinelli, che non è la nota editorialista di Repubblica, ma una giovane avvocatessa femminista, curatrice del blog Femminicidio, su cui ha scritto in merito alla sentenza della cassazione un articolo che fa ordine sulla questione e rilancia gli obiettivi del movimento. Solo qualche appunto: 1) Provvedimenti restrittivi e securitari sono assunti a prescindere dalla legge sulla violenza sessuale. Di tanto in tanto prendono un notav e lo mettono in galera, dove ci passa una, due, tre settimane, senza che nessun processo lo abbia giudicato e condannato. Hanno deciso il reato di clandestinità, qualsiasi irregolare può essere privato della libertà, senza che abbia violato il bene di nessuno. Quale che fosse, quale che sia la legge sulla violenza sessuale. 2) Se cogliamo somiglianze tra la cultura dello stupro e la cultura mafiosa e ne deduciamo conseguenze sulle pene e le misure cautelari da infliggere ai rispettivi crimini e criminali, non credo che solo per questo siamo pronti per il fascismo. Anzi, credo siamo ancora più coerentemente antifascisti. 3) Gli obiettivi indicati nell'articolo sono assolutamente condivisibili, tra cui il il rendere i magistrati capaci di riconoscere il disvalore della violenza di genere e dunque in grado di adottare tutte le misure cautelari adeguate a proteggere le donne dalla rivittimizzazione (inclusa la custodia cautelare in carcere degli stupratori). E però, si tratta di una prospettiva lunga che contrasta con le esigenze di una tutela immediata. Questo per dire, in sintesi, che l'obbligo della custodia cautelare adesso è ancora necessario.


Riferimenti:

Beppe Grillo - non nuovo a certe prese di posizione - ha dichiarato che la cittadinanza a chi nasce in Italia, anche se i genitori non ne dispongono, è senza senso. Divide gli italiani in buonisti e xenofobi, distraendoli dai problemi reali. Si è così guadagnato molte critiche, come fosse un leghista, anche all'interno dello stesso Movimento a cinque stelle. Ma pure tante approvazioni: esiste una vasta area xenofoba oltre i padanisti, che non esita ad esprimersi appena un leader "credibile" le dà voce. Grillo si è difeso sostenendo di non essere per nulla contrario alla cittadinanza per gli immigrati, ma - afferma - vanno valutati modi e tempi a livello europeo. Ha inoltre lamentato che il suo movimento, poichè va forte nei sondaggi, è sempre più spesso bersagliato da vignettisti e pennivendoli della Repubblica e dell'Unità, la prima fila di una indistinta macchina della merda. Difensore di Grillo è Bruno Tinti, che lo paragona alla ministra degli interni Anna Maria Cancellieri. Secondo la ministra, lo ius soli non basta. Sì, invece, a una cittadinanza che «derivi da un insieme di fattori. Se un bambino è nato in Italia, i genitori sono stabilmente in Italia e magari ha già fatto parte degli studi qua ed è inserito, allora credo sia giusto». Bruno Tinti spiega il "corretto" pensiero di Grillo: la cittadinanza ai figli degli stranieri non è una priorità in tempi di crisi economica. E con ciò rimprovera i lettori superficiali e distratti, bene o male intenzionati.

Bruno Tinti confida troppo nel fatto che Grillo non sia letto con la dovuta attenzione, così per difenderlo meglio sostituisce una parola con un'altra. Grillo ha negato il senso, non la priorità della cittadinanza. Il senso è il motivo, la ragione (o forse il buon senso degli italiani). Invece motivo è evidente che c'è. Si tratta di bambini e ragazzi nati da genitori residenti da lunghi anni in Italia, che sono cresciuti in Italia, hanno frequentato le nostre scuole e che arrivati alla maggiore età rischiano di essere espulsi. In ogni caso restano privi dei diritti politici. Il più autorevole sostenitore della concessione della cittadinanza è il presidente della repubblica Giorgio Napolitano, non proprio un personaggio che ama dividere e contrapporre gli italiani in opposte fazioni di tifosi. Una soluzione europea (quale?) potrà essere auspicabile, ma non è una prospettiva immediata e non può essere usata come scusa per rimandare decisioni che competono alla sovranità nazionale. Competono nel quadro della legislazione ordinaria, nessuno sta sollcitando decreti d'urgenza.

Può aver ragione la ministra Cancellieri a voler valutare i criteri di uno ius soli temperato - anche se l'argomento della paventata invasione delle partorienti mi pare poco serio -  molto meno Beppe Grillo e Bruno Tinti a negare il problema (degli altri) o a volerlo rimandare alle calende greche di una legge europea o di una fuoriuscita dalla crisi. La crisi durerà dieci anni, secondo le previsioni più ottimistiche e non si può immaginare di legiferare solo in materia economica per così lungo tempo, sospendendo ogni altra questione. Si trattasse della sospensione dei nostri diritti civili e politici, non la riterremmo una questione secondaria. Non c'è ragione di considerarla tale solo perchè riguarda i diritti civili e politici di persone con colore della pelle, tratti somatici, sangue, diversi dal nostro. Una tale discriminazione nel modo di pensare e valutare è molto difficile inscriverla in qualcosa di diverso dal razzismo. Anche l'idea che gli italiani si possano dividere tra buonisti e razzisti, ha il suo presupposto nella convinzione che oggetto della divisione siano diritti esclusivi (che per altruismo concediamo, o per egoismo neghiamo) e non di diritti universali, rispetto ai quali è semplicemente in gioco il principio di uguaglianza.


Riferimenti:

Melissa Panarello di tanto in tanto posta nudi di donna o di uomo sulla sua bacheca di Facebook, suscitando apprezzamenti, ma anche critiche e censure. L'eros è l'argomento che fa il suo successo di scrittrice. Ovvio che voglia giocare e provocare con i nudi e la sessualità di uomini e donne. Gioco che lei nobilita con la lotta al moralismo. I nudi maschili li ha introdotti con una battuta: «Per le care amiche che si indignano per un nudo femminile sostenendo che sia offensivo per le donne, che sostengono che i corpi nudi siano corpi oggetto, rispondo: (foto). E dico anche: (foto). E potrei continuare dicendo che: (foto). E se zuckerberg mi blocca di nuovo perché ho mostrato il culo di un uomo e non quello di una donna come accade 10000 di volte al giorno su questo social network, dico: (foto). E se i maschi eterosessuali miei amici si sentono offesi o cominciano a insultarmi infangando il mio santo nome con epiteti d'antica memoria, mi incazzo e dico: (foto)».

Io non mi offendo, semmai manifesto un po' di invidia. Solo c'è qualcosa che non mi torna, nella prima battuta, quella rivolta alle amiche. A ciascuno il suo mestiere: Melissa sa essere brillante, io so essere petulante e quindi colgo una simmetria che non c'è. Cosa offende le donne, il nudo femminile, la donna oggetto? Bastano nudi maschili e uomini oggetto per pareggiare i conti? Faccio un ragionamento per analogia: dico ai genovesi che sono troppo attaccati al denaro e poi dico agli ebrei che sono troppo attaccati al denaro. Ho detto la stessa cosa? Formalmente e testualmente si. Eppure la prima affermazione sembra un luogo comune persino divertente, la seconda una battuta in odor di razzismo. C'è una storia che fa da contesto e da un significato diverso a due frasi uguali.

Credo la storia dia un significato diverso anche al nudo femminile e al nudo maschile, alla donna oggetto e all'uomo oggetto. Il primo è il modo consueto, prevalente di guardare le donne, il secondo è soltanto uno dei tanti sguardi possibili sugli uomini, forse persino eccezionale e un po' paradossale. Se la donna oggetto fosse soltanto una delle tante possibili rappresentazioni femminili, non offenderebbe nessuna (e nessuno). Dopo il lungo ciclo della tv commerciale berlusconiana, tutta tette e culi, e l'apogeo del bunga bunga è difficile fare la lotta al moralismo come se fossimo negli anni '60 o '70. Ancora più difficile ai tempi di Internet, dove siti pornografici di qualsiasi genere sono accessibili da chiunque. O semplicemente Google immagini: nudi maschili e nudi femminili con il filtro regolabile a piacere.

Peppino Caldarola - insieme ad Antonio Polito - è stato condannato per aver diffamato Vauro. Nè dà notizia lo stesso Caldarola con un articolo su Linkiesta. Dice in sintesi Caldarola: Vauro ha rappresentato Fiamma Nirenstein in una vignetta con il naso adunco e la stella di Davide sul petto, connotandola razzialmente, ed io non posso in un articolo satirico interpretare tale vignetta come se le avesse detto "sporca ebrea". Caldarola incassa la solidarietà di Pierluigi Battista, sul Corriere della Sera, che insiste sulla connotazione razziale della vignetta e sottolinea come la sentenza di condanna sia avvenuta alla vigilia della Giornata della Memoria. L'articolo di Battista piace particolarmente a Ugo Volli, che ne predica la diffusione, rincarando la dose sui contenuti. Accuse di antisemitismo e persino di nazismo si sprecano in un insieme delirante riassunto da Filippo Facci su Libero e il Post. Accuse ribadite e rilanciate dalla stessa Fiamma Nirenstein sul suo blog. A così tanta asprezza si unisce la gentilezza di Ritanna Armeni: sul Foglio concede a Vauro il beneficio dell'inconsapevolezza (antisemita) e gli rimprovera con garbo severo la pretesa di voler incassare 25 mila euro di risarcimento. Provvedimento esagerato, a detta di Leonardo Tondelli sull'Unità, sia pure per uno scherzo che non fa ridere e per il quale è già pronta una sottoscrizione delle Comunità Ebraiche in favore di Peppino Caldarola. A tutti risponde Vauro sul Corriere della Sera. Puntualizza che gli è stata attribuita, senza far riferimento ad alcuna vignetta, una espressione virgolettata "sporca ebrea", che lui non ha mai pronunciato nè pensato, che reputa infamante perchè tipica di una subcultura razzista e quindi, attribuita a lui, lesiva della sua dignità professionale e morale.

Cosa pensarne? Da una parte o dall'altra non è stato rispettato il diritto di satira? La satira è soltanto una modalità di comunicazione. Comunica contenuti. Contenuti che sono da valutare in sè, non giustificabili dalla modalità con cui si è scelto di trasmetterli. Spesso c'è l'abitudine di considerare la satira un passepartout. Io non sono d'accordo: la satira non giustifica i suoi contenuti. Se una vignetta è antisemita, merita di essere condannata. Se un articolo satirico è diffamatorio, merita di essere condannato. Parlo di condanna come merito di un giudizio, non necessariamente di una sentenza di tribunale.

La vignetta di Vauro è antisemita? Secondo me, no. Aggiungo pure che molti amici di Israele e gli stessi dirigenti di Israele esagerano troppo nell'utilizzare l'accusa di antisemitismo per delegittimare i propri critici e avversari. Le accuse a Vauro, rientrano nel genere. In questo caso, le accuse si fondano su due argomenti: 1) Fiamma Nirenstein è rappresentata con il naso adunco e 2) con la stella di davide sul petto. Dunque, è connotata razzialmente. E' questa, al tempo stesso una esagerazione e un travisamento. Fiamma Nirenstein si qualifica per sua scelta come personaggio pubblico in relazione ad una appartenenza identitaria: è - e vuole essere - una esponente della comunità ebraica che si batte per il sostegno ad Israele. Lei si rapprenta così, a lei ci si riferisce così. Il naso adunco? Vauro ha smentito di aver voluto fare un naso adunco. Nelle caricature i tratti somatici sono sempre alterati. Un naso può venire a punta o rotondo. Fermo restando che Fiamma Nirenstein sta bene così con il suo naso, a mio modesto parere non è rappresentabile nè con un naso a patata, nè con un nasino alla francese. Secondo Leonardo Tondelli, in merito non è possibile avere una parola definitiva. Il simbolo della stella di davide è in relazione ad altri due, i simboli del Pdl e del fascio littorio. L'accostamento rappresenta l'alleanza elettorale nella quale Fiamma Nirenstein ha scelto di collocarsi nella campagna elettorale del 2008, a Roma, in una lista compredente Alessandra Mussolini e Giuseppe Ciarrapico e denuncia il fatto che una tale alleanza è contraddittoria, innaturale, mostruosa. Quindi evidenzia una incompatibilità, non propone una equiparazione. Si può non essere d'accordo, perchè gli ebrei come gli altri possono essere di destra o di sinistra. Ma pure gli altri sono criticati per scelte politico elettorali ritenute contradditorie: gli operai che votano per partiti liberisti, le donne che votano per partiti conservatori e tradizionalisti. Possono essere critiche sbagliate, ma non c'entrano nulla con il razzismo. Si obietta che per un ebreo è difficile convivere con l'antisionismo di sinistra. Tuttavia, proprio nel 2008, il Pd scelse di presentarsi da solo, con i radicali in lista - il partito più filoisraeliano della repubblica - senza la Sinistra Arcobaleno. Si obietta inoltre che i fascisti hanno un peso irrilevante nel Pdl, tale da non autorizzare l'accostamento tra la stella di davide e il fascio littorio. Sarà. Si tratta allora di una rappresentazione esagerata, sproporzionata e si può dir così, senza scomodare l'antisemitismo. Tuttavia - esempio sgradevole - se si aggiunge un piccolo pezzo di escremento ad un ottimo ragù, io eviterei di mangiarlo. Rispetto a certi ingredienti non è questione di proporzioni. Senza contare che nel Pdl vi sono uomini, da La Russa ad Alemanno, che pur non dichiarandosi più fascisti, non sembrano molto emancipati dalla loro cultura d'origine. Per non parlare poi del capo e padrone del Pdl, un tipo che si diverte anche raccontando barzellette come queste senza provocare alcuna mobilitazione antirazzista da parte di Nirenstein, Caldarola, Volli, Battista, Pacifici, Armeni,etc.

"Un ebreo racconta a un suo familiare... Ai tempi dei campi di sterminio un nostro connazionale venne da noi e chiese alla nostra famiglia di nasconderlo, e noi lo accogliemmo. Lo mettemmo in cantina, lo abbiamo curato, però gli abbiamo fatto pagare una diaria... E quanto era, in moneta attuale? Tremila euro... Al mese? No al giorno... Ah, però... Bè, siamo ebrei, e poi ha pagato perché aveva i soldi, quindi lasciami in pace... Scusa un'ultima domanda... tu pensi che glielo dobbiamo dire che Hitler è morto e che la guerra è finita?... Carina eh?" (Silvio Berlusconi, 29 settembre 2010)

L'articolo satirico di Peppino Caldarola è diffamatorio? Sinceramente faccio fatica a ridere delle sue battute. Forse non è scritto davvero per ridere o forse far ridere non è la cosa che riesce meglio all'autore. Vedo che Margherita Granbassi e Beatrice Borromeo sono rappresentate come due deficienti (due oche? Sarà maschilista il Caldarola?). L'articolo è del 23 ottobre 2008 e - nelle giustificazioni successive - vorrebbe riferirsi ad una vignetta del 13 febbraio 2008, ma nel testo non c'è alcun riferimento specifico a quella vignetta. Si dice soltanto: Vauro non accetta di censurare la vignetta che ha fatto tanto ridere Gino Strada, in cui chiama Fiamma Nirenstein «Sporca ebrea». Insulta pure Gino Strada. Quale vignetta non si sa. Il lettore non è chiamato a confrontare l'interpretazione di un fatto con il fatto stesso (nessun fatto è riferito). Quella cosiddetta interpretazione non è tale: posta così diventa la pura e semplice attribuzione di un fatto che non esiste. Ed è una attribuzione diffamatoria, che si inserisce, alimenta, rafforza una campagna di accuse moralmente delegittimanti. Che meriti o no, querela e condanna, l'effetto diffamatorio (e probabilmente anche l'intenzione) è palese.


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