Qui ho scritto che l’eReader, in particolare il Kindle di Amazon, può presentare molti vantaggi rispetto alla carta stampata. Vantaggi di risparmio, quantità e archiviazione. Poi, qui ho scritto che il Kobo presenta alcuni vantaggi sul Kindle: legge il formato quasi universale .epub, non dipende dalla libreria Amazon, e i libri con esso comprati sono effettivamente comprati e non soltanti noleggiati in modo revocabile a discrezione del noleggiatore.

Ora aggiungo un’alternativa. Dato che gli eReader hanno un prezzo che varia dagli 80 ai 130 euro, a secondo del tipo e della marca e dato che essenzialmente gli eReader leggono soltanto libri elettronici, chi vuol spendere questo prezzo può considerare anche la possibilità di acquistare un mini-tablet o mini-ipad. Gli stessi Kindle e Kobo ne producono uno dai 160 ai 200 euro. E’ possibile trovarne anche intorno ai 100 euro. Uno l’ho trovato sul portale di Miglior Tablet. E’ il Mediacom Smart Pad. Con questo catalogo. L’unico che ho provato è il 706i. Si trova tra i 70 e i 90 euro. Il rapporto qualità/prezzo sembra buono. Per trovare altri prodotti basta cercare tablet confronta prezzi su Google, o cercare su un negozio online. 

Quale sia il rapporto con gli altri mini-ipad di marche più blasonate (Apple, Samsung, Sony, Google Nexus), è certamente superiore agli eReader. Unico punto di relativo svantaggio potrebbe essere la retroilluminazione tipica dei monitor, anche se ormai di aggressività molto ridotta. Tuttavia, permette di leggere qualsiasi cosa in qualsiasi formato. Oltre libri, riviste, giornali e qualsiasi documenti di testo, direttamente gli stessi siti, qualsiasi pubblicazione online. Leggere e scrivere, guardare video, ascoltare musica, fare foto, consultare la posta e i vari social-network.

In sintesi, a parità di prezzo, il mini-tablet o mini-ipad mi sembra vantaggioso rispetto all’eReader. Ma per saperne di più consultate e chiedete nei forum di supporto, per esempio nel forum di Android (sistema operativo per dispositivi mobili).

I giornali hanno titolato «Infibulazione: genitori assolti». Gli articoli raccontano di una sentenza rovesciata in appello, la prima ad applicare la legge contro l'infibulazione. Ma si è davvero trattato di infibulazione? Secondo i legali della famiglia no.

«Da parte nostra - precisano gli avvocati Lombardo e Lorenzetto - abbiamo sempre sostenuto che non si è trattato di infibulazione e che, invece, era stata praticata solo una piccola incisione che, come accertato dai nostri consulenti, non pregiudicherà lo sviluppo sessuale con la crescita». Secondo i legali, dunque, «non ci fu una mutilazione, una menomazione o un atto violento», bensì - al contrario «un’incisione minimale», di pochi millimetri, praticata agli organi genitali femminili. Una tradizione di lunga data, capillarmente diffusa in alcune zone della Nigeria e, in particolare, tra la tribù dei Bini. (Corsera)

La legge italiana vieta l'infibulazione.

L'infibulazione (dal latino fibula, spilla) è una mutilazione genitale femminile. Consiste nell'asportazione del clitoride (escissione), delle piccole labbra, di parte delle grandi labbra vaginali con cauterizzazione, cui segue la cucitura della vulva, lasciando aperto solo un foro per permettere la fuoriuscita dell'urina e del sangue mestruale(Wikipedia)

O qualsiasi pratica cagioni effetti dello stesso tipo:

Con la legge 9 gennaio 2006, n. 7, il Parlamento italiano ha provveduto a tutelare la donna dalle pratiche di mutilazione genitale femminile, in attuazione degli articoli 2, 3 e 32 della Costituzione e di quanto sancito dalla Dichiarazione e dal Programma di azione adottati a Pechino il 15 settembre 1995 nella quarta Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulle donne. Al codice penale è aggiunto l'articolo 583-bis che punisce con la reclusione da quattro a dodici anni chi, senza esigenze terapeutiche, cagiona una mutilazione degli organi genitali femminili. Per mutilazione il legislatore intende, oltre alla infibulazione, anche la clitoridectomia, l'escissione o comunque (norma di chiusura) qualsiasi pratica che cagioni effetti dello stesso tipo. (Wikipedia)

La «incisione minimale» oggetto della sentenza potrebbe non rientrare in questi casi, se non ha gli stessi effetti, se non ha alcun effetto negativo sullo sviluppo sessuale della bambina. Sembra essere stato questo l'orientamento del giudice.

Si può essere favorevoli ad una interpretazione estensiva del divieto, che riguardi qualsiasi tipo di intervento non necessario sugli organi genitali delle bambine. E dei bambini. Una legge così fatta però finirebbe per dover vietare anche la circoncisione, come si è proposto di fare in Germania.

Il centrosinistra, la coalizione che probabilmente governerà il paese nella prossima legislatura, a meno che la riforma elettorale non prefiguri il pareggio, propone ai cittadini, mediante elezioni primarie, di scegliere il candidato premier, tra cinque candidati: Pierluigi Bersani, Matteo Renzi, Nichi Vendola, Bruno Tabacci e Laura Puppato. Messi tutti a confronto da SkyTg24.

Per chi si riconosce nel centrosinistra c’è solo il problema di individuare il candidato giusto. Per chi si riconosce nella sinistra diversa dal PD c’è il problema di scegliere se partecipare alle primarie. Il tema ha già spaccato la Federazione della sinistra. Oliviero Diliberto (Pdci) e Cesare Salvi (Partito del lavoro) parteciperanno, appoggiando Nichi Vendola, Paolo Ferrero (Prc) non parteciperà, per lavorare alla costruzione di una lista di sinistra unitaria con Alba, De Magistris e l’Italia dei Valori. Secondo Ferrero, chi vota alle primarie aderisce alla Carta d’intenti del centrosinistra e quindi alle politiche del governo Monti, poichè la Carta prevede l’applicazione dei trattati sottoscritti da Monti e la prosecuzione delle sue politiche.

La citazione della Carta a cui si riferisce il segretario del Prc è la seguente: Le forze della coalizione, in un quadro di lealtà e di civiltà dei rapporti, si dovranno impegnare a (...) assicurare la lealtà istituzionale agli impegni internazionali e ai trattati sottoscritti dal nostro Paese, fino alla verifica operativa e all’eventuale rinegoziazione degli stessi in accordo con gli altri governi.

Tale citazione è interpretabile nel senso che dice Ferrero, ma secondo me non esclude che un premier critico nei confronti di quei trattati, quali potrebbe essere Nichi Vendola o Laura Puppato, ne promuova la rinegoziazione, quando nel prossimo anno sarà già possibile una prima verifica operativa. Se le politiche di austerità riducono il Pil più del debito, aggravando il rapporto debito/Pil, la verifica è negativa. Ed è quanto successo platealmente in Grecia. Inoltre, il centrosinistra dovrà tener fede a tutti gli intenti della Carta, direi tutti compatibili e abbastanza coerenti con una impostazione di sinistra. Se si apriranno contraddizioni tra un intento e l’altro, nella impossibilità di risolverle, bisognerà scegliere.

Con ciò, non penso che dobbiamo sposarci oggi e per il futuro con il centrosinistra. Viene data una opportunità, che non preclude nessun altra strada e che non toglie nulla ad altre proposte: quella di scegliere adesso il candidato, il più a sinistra possibile della coalizione dei democratici e dei progressisti. Non vedo il motivo per non usarla. Poi, a secondo dell’esito delle primarie, della legge elettorale, delle forze in campo, avremo di nuovo la possibilità di scegliere nelle prossime elezioni l’opzione di sinistra più coerente e più efficace.

Alcuni pensano che l’eventuale vittoria di Matteo Renzi (il candidato più a destra) potrebbe costituire un proficuo chiarimento: spaccherebbe il Partito democratico e libererebbe forze da riaggregare a sinistra. E’ un vecchio calcolo mai ben riuscito, già ai tempi di Veltroni e dello scioglimento dei Ds. Si è sempre liberato molto poco, quel partito ha continuato a mantenere la maggioranza della sinistra, il delusi e dissenzienti sono andati a disperdersi nell’astensione o nel nuovo movimento di Beppe Grillo. I democratici e i progressisti guidati da Matteo Renzi o condizionati da una sua forte affermazione, sarebbero più spregiudicati nell’applicare quei trattati e quelle politiche che Ferrero vuole contrastare, mentre un condizionamento di sinistra più forte, permetterebbe, se non di invertire la rotta, almeno di ridurre il danno in attesa di tempi migliori.

Infine, c'è da valorizzare l’opportunità ridurre il potere di cooptazione degli apparati. Le primarie, pur imperfette secondo una nostra idea di partecipazione militante, hanno permesso l’affermazione di molti candidati alternativi nelle elezioni amministrative, da Nichi Vendola governatore della Puglia a Giuliano Pisapia sindaco di Milano, candidati appoggiati dalla stessa Rifondazione comunista. Perchè questa opportunità sia consolidata c’è bisogno di un successo di partecipazione.

Ieri, ho sostenuto la legittimità di Repubblica a rimuovere il post di Piergiorgio Odifreddi che qualificava Israele Dieci volte peggio dei nazisti sul blog Il non senso della vita, da lui curato sul sito del quotidiano ed ho interpretato tale rimozione, non come una censura volta ad occultare un pensiero, ma come una dissociazione volta a non essere corresponsabili di quel pensiero. Questo mio punto di vista è stato commentato negativamente su Agorà di Cloro. Commento rilanciato su Comedonchisciotte, una pubblicazione online dell’arcipelago rosso-bruno, secondo una rassegna di Valerio Evangelisti. Poi anche su Apocalisse laicaOltre la coltre, e Altra informazione.

Tre precisazioni. 1) Ho riportato la versione di Odifreddi secondo cui il post sarebbe stato rimosso in seguito a pressioni della comunità ebraica. E’ possibile. Ma non ho nessun elemento per confermarlo o per negarlo. Non l’ho negato. Ho solo detto di non conoscere la motivazione ufficiale della censura da parte di Repubblica. Quindi, ho dato la mia interpretazione. 2) Non ho fatto alcun cenno alla eventuale retribuzione di Odifreddi. Ho scritto che, sul piano della legittimità, la censura di Repubblica sarebbe criticabile solo se violasse un contratto. 3) Non penso che Odifreddi sia un odiatore di ebrei. Penso che sia un antireligioso e che in questa sua ostilità alle religioni comprenda anche l’ebraismo. Forse è la stessa condizione di Barbara Cloro. Tuttavia, è un fatto che il paragone tra Israele e il nazismo sia molto in voga tra gli antisemiti. Una ragione in più per evitarlo.

Invece è vero, ho scritto che Forse, al posto del direttore di Repubblica, neppure io avrei voluto essere corresponsabile, perchè in questi incauti paragoni vedo la volontà, o comunque l’effetto, di colpire e offendere gli israeliani in quanto ebrei. Un paragone che suggerisce un’idea: le vittime di ieri sono i carnefici di oggi. Come se tra Primo Levi e Benjamin Netanyahu non vi fosse soluzione di continuità. E che dunque la persecuzione di ieri non era del tutto ingiustificata, con il senno di poi. Quanto meno andrebbe relativizzata. Questo è l’esito contestuale del paragone: aggrava il giudizio su Israele e lo attenua sul nazismo. 

Se entriamo nel merito, vediamo che il paragone di Odifreddi, oltre che inopportuno, è proprio sbagliato. Egli ha messo a confronto il rapporto tra le vittime di “Piombo fuso” (1400 palestinesi contro 15 israeliani), con la politica tedesca del “dieci contro uno” messo in atto con la strage delle Fosse Ardeatine in risposta all’attentato partigiano di Via Rasella e in altre rappresaglie. Ma la politica tedesca del “dieci contro uno” veniva praticata contro ostaggi e prigionieri inermi. E’ come se Israele reagisse agli attentati terroristici o ai lanci di razzi, uccidendo una parte degli undicimila palestinesi detenuti nelle sue carceri. I nazisti non facevano prigionieri, o se li facevano li spedivano nei campi di concentramento a svolgere lavori forzati finché potevano sopravvivere. Su questo piano il paragone non esiste. Se lo si vuole fare esistere solo sulla base dei numeri, cambia il giudizio storico sul molte cose. E’ l’argomento sempre usato da fascisti e revisionisti per sostenere che il comunismo è stato peggio del nazifascismo perchè molto più sanguinario. Si pensi al rapporto numerico tra le vittime nello sterminio dei kulaki o nella rivoluzione culturale cinese. Piergiorgio Odifreddi (e Barbara Cloro) dovrebbero dire sulla base di questo solo argomento che i bolscevichi e i comunisti cinesi furono dieci, cento, mille volte peggio dei nazisti. Si pensi ai numeri finali della nostra guerra di liberazione: 200 mila italiani uccisi contro 260 mila tedeschi. Alla fine, alleati e partigiani, un po’ più sanguinari dei nazisti.

Ciò detto è evidente che Israele nei confronti dei palestinesi pratichi un regime di occupazione brutale, un apartheid di fatto, che le sue reazioni siano sproporzionate, che commetta crimini, bombardando zone densamente popolate, colpendo le infrastrutture civili, eseguendo omicidi mirati con relativi “effetti collaterali”, che imponga un blocco a Gaza, che costitusce una punizione collettiva, che non si assuma la responsabilità di quello che fa, accusando la controparte di essere terrorista, di nascondersi tra i civili, di nutrire un odio fuori contesto, dandone una rappresentazione disumanizzata. Caratteri questi che possono riconoscersi anche negli occupanti tedeschi. Tutt’oggi nella pubblcistica in Germania si accusano i partigiani italiani di avere esposto vigliaccamente la popolazione civile alla rappresaglia tedesca. Ma sono caratteri comuni a tutti i conflitti asimmetrici, dove uno stato, un esercito regolare si misura contro una guerriglia. Ieri e oggi. Asimmetriche sono le guerre coloniali.

Tutto questo non relativizza il nazismo, perchè il nazismo non si qualifica per il primato della quantità di violenza, o per un certo modo di esercitarla, ma per il fatto di averla esercitata contro gruppi umani - gli ebrei, i disabili, gli omosessuali, gli zingari, gli slavi - che non erano nè oppositori, nè concorrenti, ma erano soltanto quel che erano fin dalla nascita, senza alcuna possibilità di arrendersi, convertirsi, fuggire.

Gli israeliani si comportano molto male con i palestinesi. Perchè vogliono la loro terra. Tuttavia, agiscono in vari modi, a volte con il bastone, a volte con la carota, e agiscono sempre per un motivo. Se i palestinesi si arrendessero, se capitolassero, il conflitto sarebbe risolto. Se i palestinesi migrassero, nessun israeliano cercherebbe di fermarli o di infierire su di loro. Gli ebrei invece qualunque cosa facessero - combattere, arrendersi, capitolare, migrare - dal punto di vista del Terzo Reich non avevano e non dovevano avere scampo. La differenza la fanno le camere a gas e i forni crematori. La differenza la fa l'idea di un capro espiatorio assoluto.

Una madre entra nel campo con due figli piccoli.
Il militare nazista le domanda: "quale dei due vuoi che ti uccidiamo?"
Lei deve scegliere la morte di uno dei due figli, altrimenti verranno uccisi entrambi.

Questa cosa non ha nessun senso, nessuna equiparazione e non può essere relativizzata. Tanté che, da parte di eredi e nostalgici del Terzo Reich, non viene giustificata o rielaborata criticamente in alcun modo. Viene soltanto negata.


Commenti sul Forum di sinistra di Facebook

Nel blog Il non senso della vita, curato da Piergiorgio Odifreddi e pubblicato sul sito di Repubblica, il popolare matematico ha inserito un post dedicato all'ultima impresa militare israeliana contro la Striscia di Gaza, inequivocabile fin dal titolo: Dieci volte peggio dei nazisti. L'argomento del post riguarda il rapporto tra le vittime delle due parti, appunto dieci volte superiore al famigerato dieci a uno dichiarato e praticato dagli occupanti tedeschi durante la seconda guerra mondiale. Dopo 24 ore, il post è stato rimosso dal sito di Repubblica e Odifreddi, di conseguenza, ha deciso di lasciare il blog.

Ignoro come e se sia stata motivata la rimozione del post. Secondo Odifreddi, si è trattato di pressioni della comunità ebraica. Il dibattito in rete si è diviso tra chi approva la censura, perchè rifiuta il paragone tra Israele e il nazismo e chi la condanna, perchè condivide la posizione espressa nel post, o perchè difende comunque il principio della libertà di espressione. A questo proposito, Repubblica viene considerata incoerente rispetto alla sua recente campagna contro la legge bavaglio. In verità, il paragone è poco pertinente. La legge bavaglio era una iniziativa del governo e mirava a impedire a qualsiasi organo di informazione di pubblicare i testi delle intercettazioni o le notizie relative a procedimenti giudiziari in fase istruttoria, minacciando sanzioni contro editori e giornalisti, carcere e multe. Si può escludere invece che Repubblica voglia mettere fuori legge le opinioni di Odifreddi su Israele, vuole solo, presumo, evitare di pubblicarle sui suoi spazi. ben sapendo che potranno trovare ospitalità altrove e che lo stesso professore è in grado di dotarsi dei mezzi per divulgare il suo pensiero, come ne sono in grado persino io in questo momento.

E' sempre brutto vedersi cancellare i post. Ma non è sempre ingiusto, e quasi mai illegittimo. Se Repubblica non vuole che nei suoi media (giornale, sito, riviste) si paragoni Israele al nazismo, ha il diritto di non pubblicare o di censurare chi invece questo paragone lo sostiene. Chi questo paragone lo sostiene, ha il diritto di continuare a sostenerlo su altri mezzi o su mezzi suoi, come anche di disertare definitivamente il media che lo ha censurato. Sul piano della legittimità, l'unica cosa che si può valutare, è se Repubblica ha violato un contratto. Invece una censura può sempre essere valutata sul piano dell'opportunità. Perchè lo hanno fatto? Hanno giudicato il post negativamente, hanno paura di essere giudicati negativamente, hanno ricevuto più proteste che apprezzamenti, etc.? Gli è convenuto farlo? Era meglio confutare? Nel merito, hanno ragione, hanno torto?

Così come esistono almeno due ragioni per pubblicare, ne esistono almeno due per censurare. Ad esempio, linkando l'articolo di Odifreddi, concorro a renderlo pubblico e a divulgarlo, ma il mio scopo non è la divulgazione di quel pensiero, che disapprovo, bensì quello di raccontare un fatto e di documentarlo. Pubblico un articolo a scopo documentario e non a scopo divulgativo, anche se c'è un effetto divulgativo. Allo stesso modo, posso non pubblicare un post, non perchè voglio impedirne la divulgazione, ma solo perchè io non voglio avere nulla a che fare con quel post, non voglio esserne corresponsabile come editore. La censura peraltro è ormai impossibile. Di quel messaggio censurato, in questo blog ne sono linkate due copie. Attraverso i social media è stato riprodotto una infinità di volte. Lo ha ripubblicato Il Fatto Quotidiano - con relativo confronto tra Furio Colombo e Vauro Senesi - e forse altri giornali. 

Credo, al posto del direttore di Repubblica, neppure io avrei voluto essere corresponsabile, perchè in questi incauti paragoni vedo la volontà, o comunque l'effetto, di colpire e offendere gli israeliani in quanto ebrei.


Risposta a Barbara Cloro:
Sulla equiparazione tra Israele e il nazismo

Un governo può avere tra i fondamenti della sua politica il consenso di una parte del suo popolo, che lo acclama nelle piazze o lo elegge nelle urne; ciò però, non dovrebbe far giungere alla conclusione che sia il popolo ad essere responsabile, o quantomeno corresponsabile, della politica del governo.

Una idea di questo tipo ha implicazioni razziste e violente. E' l'idea che crea lo stereotipo del tedesco nazista e che deve aver fatto sembrare plausibile al nostro presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, apostrofare come Kapò, il presidente degli eurodeputati socialisti Martin Schulz, nel luglio 2003. O peggio ancora, è l'idea in base alla quale, nel 1999, in prima serata televisiva, ospite di Michele Santoro, il politologo Edward Luttwak giustificò i bombardamenti americani su Belgrado, sostenendo che il popolo serbo era corresponsabile della politica di Milosevic, avendolo eletto per due volte, e quindi la guerra contro il regime non poteva che essere anche una guerra contro il popolo serbo.

E'' un principio che ricorre spesso nel conflitto arabo-israeliano. Intervistato dal Weltam Sonntag, che chiedeva conto delle conseguenze sui civili, degli attacchi israeliani, nel luglio 2006, Olmert rispose: (...) La popolazione che finora li appoggiava è in fuga, ha perso case e proprietà, è in collera. In ogni modo, hanno sempre odiato Israele. Hanno concesso rifugi e nascondigli agli Hezbollah. Hanno spesso nascosto in casa le rampe dei razzi (...) Gli Hezbollah sono civili e nascosti tra i civili, non sono un esercito regolare. E capita di leggere, su blog e forum, da parte di qualche sostenitore filo-israeliano, che se i palestinesi hanno votato Hamas, si meritano il blocco economico e l'assedio di Gaza, oppure da qualche sostenitore filo-palestinese (magari antisemita), che il popolo israeliano avendo votato Beghin, Shamir, Netanyahu e Sharon, e avendo prestato servizio militare in Tsahal, è responsabile nel suo complesso della politica israeliana nei confronti del loro vicino.

Ma questa responsabilità non può esistere, o almeno non può essere intesa in modo così diretto e intenzionale. In ogni popolo convivono orientamenti diversi, la maggioranza vota in base alle sue informazioni, ai suoi sentimenti, alle sue paure. Che possono cambiare. I cittadini assolvono i propri doveri, secondo le leggi dello stato, prestano servizio militare, così come pagano le tasse, e talvolta lavorano per fabbriche d'armi, o in un indotto che in qualche modo li rende parte di un ingranaggio che non controllano. L'idea che essi, cittadini, civili, in quanto parte di un popolo, siano corresponsabili delle decisioni dei vertici politici e militari, apre la strada al razzismo in tempo di pace, e alle punizioni collettive e indiscriminate in tempo di guerra.

(Metaforum, settembre 2008)

La Polizia Postale Web Site Fans di Facebook, riferendosi alla giornata del 14 novembre, ha scritto che «La polizia non manganella nessuno, ma non è disposta a farsi massacrare da un branco di barbari incivili». La stessa pagina però, in un post successivo, non ha potuto chiudere gli occhi di fronte agli abusi.

Se è sbagliato criminalizzare la polizia, non si può ignorare che nella storia del paese esistono anche pagine come Bolzaneto e l’assalto alla Scuola Diaz. E spesso, un ingiustificato comportamento «sudamericano» nella gestione delle piazze.

Qualsiasi cosa succeda nelle piazze, la polizia ha il dovere di rispettare la legge. Può prevenire, contenere, reprimere eventuali disordini, solo nei modi e nei limiti previsti dalla legge. La polizia non è una banda contrapposta ad un altra. E’ un apparato dello stato - dello stato democratico - ha il monopolio della violenza, per garantire la sicurezza dei cittadini. Che devono poter avere fiducia nella polizia. E’ possibile e necessario avere fiducia nella polizia, se la polizia usa il suo potere. Invece di abusarne. Come è successo mercoledì in alcune piazze europee e italiane durante le manifestazioni indette per lo sciopero europeo dei sindacati contro le politiche di austerità. Politici e amministratori hanno espresso solidarietà per le forze dell’ordine, in riferimento a episodi come quello di Torino, dove ad un poliziotto, un manifestante autonomo ha spaccato il casco. Ma sono rimasti in silenzio di fronte ad episodi come quello di Roma dove un gruppo di poliziotti pesta un manifestante a terra, ormai inerme, manganellandolo sulla faccia o quello più controverso che vede lacrimogeni piovere dalle finestre del ministero della Giustizia. Eppure, per le ragioni dette prima, la violenza da parte della polizia è giuridicamente e moralmente molto più grave della violenza da parte dei manifestanti. Motivo per cui Amnesty International si esprime contro l’uso eccessivo e sproporzionato della forza e una petizione chiede di introdurre un codice identificativo sulle divise dei poliziotti. Quanto detto, non richiede nessuna condizione preliminare. Il rispetto della legalità da parte delle forze dell’ordine deve essere incondizionato.

Le forze politiche più vicine al movimento, gli intellettuali, gli scrittori, i giornalisti, gli organi di informazione più sensibili alla lotta per la democrazia e la giustizia sociale, fanno bene a respingere la criminalizzazione del movimento e ogni equiparazione tra la violenza di alcuni manifestanti e quella in divisa, così come fanno bene ad analizzare e comprendere le ragioni di esasperazione sociale di chi si oppone alla violenza dei licenziamenti, dei tagli, della riduzione dei diritti. Al tempo stesso, hanno il compito di formare un orientamento sulle forme di lotta e di organizzazione, che escluda la violenza alle cose e soprattutto alle persone, che promuova pratiche di lotta anche illegali - come lo erano in origine l’obiezione di coscienza, gli scioperi, le occupazioni - tanto quanto siano politicamente efficaci e allarghino la partecipazione al movimento, o quanto meno non la riducano. In questo senso trovo ambiguo quanto scrive Andrea Colombo, mentre condivido le obiezioni di Stefano Ciccone, come anche le analisi di Luigi Manconi. Su ciò che conviene al «potere» riguardo la condotta dei movimenti, basti ricordare i metodi di infiltrazione volti a provocare incidenti e i suggerimenti di Francesco Cossiga a Roberto Maroni quando era ministro dell’Interno.

L’apprezzamento iniziale per gli ebook-reader lo posso confermare. Presentano un bel po’ di vantaggi, anche se non proprio tutti quelli che ho citato qui. Per esempio, causa codici proprietari è difficile poterli condividere con altri, salvo riuscire ad usare i programmi per la rimozione dei DRM, non sempre aggiornati. Altrimenti, continua ad essere più semplice condividere libri di carta. Per il resto la praticità dell’ebook-reader è notevole, specie per gli accumulatori di libri. Più di mille, duemila in un normale appartamento è difficile farceli stare. Con un dispositivo digitale, si archiviano in una piccola memoria e si portano ovunque. Font e grandezza della pagina sono regolabili e leggere è più facile che su molti testi di carta.

Più di un dubbio invece sulla scelta di Kindle. Tecnicamente, facendo il rapporto costi/benefici, il Paperwhite appena uscito sembra essere considerato il numero uno. Ma secondo il sito Wired, il canadese Kobo è il miglior e-reader del 2012. Ecco una comparazione tecnica dei due modelli sovrailluminati. Qui un confronto più generale. Credo che per la maggior parte di noi, i due prodotti siano sostanzialmente equivalenti. Il Kindle però ha due limiti importanti. E’ vincolato alla libreria di Amazon, perchè non legge il formato .epub, solo il formato .azw, mentre il Kobo, pur alleato di Mondadori, è più versatile, legge in .epub e può caricare libri acquistati in qualsiasi libreria online, poichè tutte le principali librerie online vendono in .epub. E’ vero che Amazon via email converte quasi tutti i formati, ma se questi hanno il codice proprietario, non può farlo. Per il medesimo motivo, gli stessi .azw non sono convertibili negli altri formati. Il secondo limite di Kindle è spiegato in un articolo di Paolo Attivissimo. Gli ebook acquistati in realtà sono soltanto noleggiati e il noleggio è revocabile. Se Amazon decide che un suo cliente sta violando le condizioni di servizio, può bloccargli l’account e riprendersi tutti gli ebook dal suo ereader. Dunque, è probabile convenga un’alternativa. In ogni caso, consultare Google o altri motori di ricerca: «kindle vs kobo». O altre marche.

Da molti anni circolano sul web studi e inchieste per dimostrare che le donne sono violente quanto gli uomini e gli uomini vittime quanto le donne. O addirittura di più. Studi su cui si improvvisano analisi a testa in giù, che vagheggiano un mondo ormai capovolto. Quanto fa paura la libertà femminile!

Ecco una "ricerca" appena sfornata su probabile commissione della Federazione nazionale per la bigenitorialità (i padri separati), giusto in tempo per il 25 novembre, Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne. Ce ne danno notizia Affari Italiani che spara il titolo «In Italia quattro milioni di uomini stuprati»; Paese Sera «500 mila uomini vittime di donne» solo a Roma; Panorama «Divorzi e paternità: ecco come la donna italiana violenta l'uomo».

Per le associazioni dei padri separati e per i vari gruppi «mascolinisti», tali ricerche dovrebbero servire per delegittimare la lotta contro la violenza sulle donne. Per i media servono per vendere la classica notizia dell’uomo che morde il cane. Tra le violenze subite dagli uomini, sono classificate anche situazioni in cui lei rifiuta o interrompe rapporti sessuali.

Nel 2006, il Servizio per la lotta alla violenza, Ufficio federale per l’uguaglianza fra donna e uomo di Berna, aveva prodotto un documento che trattava anche della violenza subita dagli uomini e degli studi in merito. Ne riporto un estratto.

Tematizzazione pubblica della violenza contro gli uomini - Gli uomini in quanto vittime della violenza maschile non sono un tema di dibattito pubblico. In questo contesto, o si parla in termini anonimi (una rissa) o si presenta la violenza concentrandosi sull’attore. Quando negli ultimi anni si è parlato degli uomini in quanto vittime di violenze lo si è fatto puntualizzando che le donne sarebbero altrettanto violente nei confronti dei loro partner quanto lo sono gli uomini nei confronti delle donne. I fautori di questa tesi rimandano a numerosi studi che sono giunti a simili risultati (p. es. Bock 2003).
Un’analisi particolareggiata di questi studi ha però dimostrato che essi sono poco significativi, e ciò per varie ragioni: i gruppi studiati non erano rappresentativi, i tipi di violenze erano analizzati in modo poco differenziato, il loro contesto (p. es. violenza quale risultanza di controllo e oppressione) non era stato considerato (Gloor/Meier 2003). Gli studi non analizzavano inoltre che cosa aveva preceduto l’atto di violenza, se costituiva p. es. una reazione a uno sviluppo in corso da tempo oppure una reazione ad altre violenze. Non erano stati chiesti neppure i motivi, né era stata analizzata la struttura del rapporto interpersonale dentro il quale fu usata violenza.
Persino autori che nelle loro indagini avevano constato un elevato numero di violenze a opera delle donne precisano che vari altri studi dimostrano che: a) se le donne diventano violente nella coppia, lo diventano di regola in seguito a una precedente vittimizzazione, risp. per difendersi da un attacco, e b) in seguito alla loro minore forza fisica questi attacchi sono di regola di minore intensità e comportano minori conseguenze. Gli stessi autori ritengono inoltre che nella nostra società siamo lungi dal punto in cui la violenza delle donne contro i loro partner è anche solo approssimativamente analoga a quella maschile contro le donne. (Wetzels 1995).

Gli uomini che partecipano a questo dibattito parlano solitamente solo dell’esperienza vissuta nell’ambito di una relazione di coppia. Rimuovono le altre violenze subite nel corso della vita. Il dibattito ha così assunto un indirizzo che contrappone donne e uomini colpiti dalla violenza invece di prenderli sul serio in quanto vittime di questo fenomeno.
La prima e, per ora, unica inchiesta rappresentativa sulla violenza domestica effettuata in Svizzera con un campione di 1500 donne che, al momento dell’indagine o fino a poco tempo prima, vivevano nell’ambito di una relazione di coppia mostra che (Gillioz 1997): nel corso della loro vita il 20.7% delle donne intervistate avevano sperimentato violenza fisica e/o sessuale a opera del partner. Oltre la metà aveva subito solamente o anche violenza sessuale. Le forme più frequenti di violenza fisica sono: spingere, afferrare, scrollare, picchiare. Se si considera anche la violenza psicologica, circa il 40% delle donne intervistate avevano subito violenze. Emerge che nell’87% dei casi di violenza fisica è coinvolta anche la violenza psicologica. Per contro, dalla violenza psicologica scaturisce solo nel 17% dei casi anche violenza fisica. Le forme più frequenti di violenza psicologica sono gli insulti e le offese. Studi analoghi condotti in altri paesi (Paesi Bassi, Canada, USA) hanno prodotto cifre due volte maggiori rispetto allo studio svizzero. Gillioz presume che anche in Svizzera le cifre effettive siano più elevate.

Di tanto in tanto il Fatto Quotidiano accusa il Corriere della Sera di essere terzista, cerchiobottista. Su Berlusconi. Sulla questione morale. Sui temi che stanno a cuore al Fatto Quotidiano. Su cui esprime una netta e precisa linea editoriale. Tuttavia, lo stesso Fatto Quotidiano è cerchiobottista su altre questioni. Per ogni giornale ci sono argomenti che sono motivo di battaglia politica. E altri argomenti, che sono motivo di intrattenimento. Argomenti per i quali si dà la parola a uno e poi all’altro, si presentano in modo equanime più posizioni, magari mediate da qualche intervento equidistante. In nome del pluralismo, della libertà di espressione. Dunque, a secondo dell’importanza che si attribuisce all’argomento, si può fare la linea editoriale o si può fare intrattenimento, si può essere ambigui e cerchiobottisti oppure tolleranti e liberali.

In tema di sessismo e di violenza sulle donne - vediamola dal loro punto di vista - il Fatto Quotidiano è tollerante e liberale. E così offre volentieri spazio anche ai maschilisti, tra i suoi blog e tra le sue collaborazioni fisse. Massimo Fini è il più celebre. Vauro recente acquisto, si sta affermando negli ultimi tempi, con le sue ripetute cadute di stile contro la ministra Fornero, ma non solo. Tra i suoi blogger figura Marcello Adriano Mazzola. Uno che senza statistica vuole fermare il genocidio dei padri separati e con la statistica vuole negare il femminicidio. Sul Fatto Quotidiano. Motivo per cui la provocazione negazionista non può essere ignorata. E infatti ha sollevato molte reazioni, vedi link a fondo pagina.

In sintesi l’avvocato Mazzola sostiene questo: in Italia si uccidono meno donne che in altri paesi - solo il 23,9% di vittime è donna, quando ad esempio nella civile Svizzera si ha il 49,1%, in Belgio il 41,5%, a Malta il 75%, oppure guardando ad Est, in Ungheria il 45,3% e in Croazia il 49% - quindi è sbagliato parlare di femminicidio, anzi le donne nel nostro paese sono persino meglio tutelate che altrove. Ma se ne parla perchè un femminismo misandrico vuole criminalizzare gli uomini, come la Lega voleva criminalizzare gli immigrati, in modo che nel diritto di famiglia mariti e padri siano penalizzati, e la libertà maschile egemonizzata e subordinata. Se il paragone con gli immigrati vi sembra esagerato, guardate questo video.

Seguendo la stessa linea di pensiero del Mazzola, si può sostenere che pure in Italia vi sono significative differenze di condizione e che le donne al sud sono meglio tutelate che al nord, dato che in percentuale al sud ne muoiono solo il 29% contro il 47% del nord. Il settentrione quindi è in linea con gli altri paesi citati. Sono il centro e il sud che ci abbassano la media delle vittime (o ci alzano il livello della tutela?)

Come è stato spiegato in molte repliche, il femminicidio non definisce la quantità delle donne che muoiono uccise - quantità comunque in aumento - ma il motivo per cui sono uccise. Il rifiuto da parte di un uomo di essere abbandonato o respinto, la riaffermazione estrema del potere maschile sulla volontà femminile. Quando a Firenze un militante di CasaPound uccise due senegalesi, alcuni commentatori di destra negarono che si trattasse di un delitto razzista. Non perchè erano solo due senegalesi. O perchè in altri paesi si ammazzassero più immigrati. Ma perchè, a loro dire, l’omocida era un pazzo. Un pazzo che comunque nel fare il tiro al bersaglio distingueva il bianco dal nero.

I numeri possono essere un indicatore della gravità del problema. Il femminicidio esiste. Al limite si può sostenere che il fenomeno è in Italia meno grave che in altri paesi. Più precisamente, nell'Italia centromeridionale. O più grave? O diversamente grave? E’ possibile che le donne siano uccise di meno, là dove si sottomettono di più, là dove sono sufficienti due sberle. Per il marito femminicida di Barbara Cicioni, uccisa a calci e pugni all’ottavo mese di gravidanza, secondo le sue stesse deposizioni al processo, gli scappellotti sono stati sufficienti per 18 lunghi anni di matrimonio. Se anche quel giorno avesse saputo colpire un po’ meno forte, la moglie sarebbe potuta rientrare, nei ragionamenti del Mazzola, tra le donne più tutelate del mondo.

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Sul forum ex leghisti e berlusconiani dichiarano di voler votare Grillo. Conferma, nel nostro piccolo, che Grillo attrae soprattutto voti da destra. Per portarli dove, è una incognita. Sui giornali più vicini al centrosinistra si sostiene che ciò è naturale perchè il M5S ha alcune caratteristiche attraenti per l'elettorato di destra: il populismo, il leaderismo, il qualunquismo, una certa ostilità all'immigrazione. Però, è vero che il M5S si caratterizza pure per temi di sinistra: la contrarietà al precariato, alla Tav, l'ambientalismo. La questione morale. E' un movimento prossimo a Di Pietro, al Fatto Quotidiano, a Michele Santoro. Poi si caratterizza per un fatto inedito, l'uso della rete come strumento di aggregazione. Il movimento operaio si aggregava intorno a giornali e case del popolo, la politica americanizzata intorno alla televisione, il M5S, per la prima volta, intorno ad un blog e ai socialnetwork. Questo è più o meno democratico? Al punto da esigere l'inibizione della partecipazione in TV da parte di tutti suoi aderenti, pena l'espulsione. Forse l'attrazione che il Movimento Cinque Stelle esercita sull'elettorato di destra dipende dal fatto che in questo frangente è la destra ad essere in disfacimento. Nel 2008, avrebbe forse potuto esercitare una maggiore attrazione sull'elettorato di sinistra. Il suo blog si è affermato come soggetto politico proprio sull’onda della delusione per il governo Prodi. Fino a pochi anni fa, Grillo era percepito come un comico di sinistra. Suoi collaboratori erano Michele Serra e Stefano Benni. Ho visto un suo spettacolo nel 2007 a Torino e, ricordo, ne rimasi entusiasta. Altro che Rifondazione, mi dicevo, perchè un partito non lo crea lui? Nel 2007.

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La cittadinanza «senza senso» di Beppe Grillo
Caso Salsi: il sessismo è violenza di genere

Il punto G e l’orgasmo vaginale non esistono, ma alcune donne dicono il contrario. Se lo dicono loro avranno ragione. O saranno delle aliene? Pure gli alieni non esistono, almeno non sulla terra, ma c’è chi giura di averli visti, di avere visto Ufo alieni. Tante pubblicazioni ne sostengono l’esistenza, e scienziati, alcuni persino molto autorevoli, li studiano. Molti sondaggi di opinione dicono che a crederci è la maggioranza. Ciò nonostante, nessuna prova scientifica. Proprio come per il punto G.

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