Se i cavalieri e le macchie di Ciccone non erano il tema ma lo erano questa donna e i suoi diritti allora non credi che la discussione sia stata impostata male?
(Stefano Ciccone sul Ricciocorno schiattoso 23 giugno 2014 alle 12:07)

Si, Stefano, ritengo che questa discussione sia stata impostata malissimo.
Infatti tutto parte da un tuo comunicato omissivo e ambiguo:

Recentemente su questa pagina sono stati pubblicati alcuni commenti, dal contenuto accusatorio, che alludono ad una vicenda a nostro avviso troppo complicata e dolorosa per essere discussa a colpi di post su un social network.
Alcuni di noi si sono da tempo attivati per incontrare e ascoltare le persone coinvolte, cercando di fare chiarezza sull’accaduto e aprendo spazi di riflessione. Intendiamo continuare ad occuparci di questa vicenda, ma con modalità rispettose della sensibilità e dignità di chi vi è coinvolto; perciò d’ora in avanti non pubblicheremo ulteriori commenti che la riguardino.
(Stefano Ciccone sulla bacheca di MP il 19 aprile 2014 alle 8:56)

In cui parli di una vicenda complicata e dolorosa, di cui intendete occuparvi in uno spazio diverso da fb.
Io che ti leggo, non so assolutamente di cosa parli. Cosa è una vicenda “complicata e dolorosa”?
E come da subito rileva il Ricciocorno in maniera chiarissima: "Quali sono le accuse mosse, e contro chi?"
Quali accuse? Violenza psicologica.
A chi? Un membro di Maschile Plurale.
Ci sono voluti gli interventi di Lizzi per capire di cosa stavi parlando: l’accusa di presunta violenza psicologica a carico di un membro dell’associazione MP.

E tu da subito parli di “conflitti sofferenze e proiezioni nelle relazioni”. Basta leggere tutti i tuoi interventi per notare che stai già dando una tua versione della vicenda, fino a esplicitarla chiaramente:

In questo lavoro e in questo confronto che abbiamo fatto io, personalmente e a nome di nessuno, mi sono fatto la mia opinione e questa opinione è che non si tratti né di violenza né di calunnia.
(Stefano Ciccone sul Ricciocorno schiattoso 8 maggio 2014 alle 21:11)

Da subito, Stefano, il punto quindi non sono le macchie di Ciccone ma se, ancora una volta, come sempre accade, la denuncia (anche non penale!) di una violenza subita da parte di una donna la espone a una ulteriore violenza, agita anche attraverso il racconto pubblico che si sceglie di farne o non farne.
Che questo avvenga da parte di chi si occupa proprio di violenza contro le donne è solo un’aggravante.
Se non fossi stato più impegnato a dire, dire e dire ma ti fossi posto davvero in una posizione un po’ meno ego-centrata e di sincero ascolto, avresti messo subito a fuoco la questione posta dai tuoi diversi interlocutori.

Siamo partiti da qui:

In questo lavoro e in questo confronto che abbiamo fatto io, personalmente e a nome di nessuno, mi sono fatto la mia opinione e questa opinione è che non si tratti né di violenza né di calunnia.
(Stefano Ciccone sul Ricciocorno schiattoso 8 maggio 2014 alle 21:11)

Passando per:

L’altro rimprovero è di non citare la violenza se non in un riferimento generale alle relazioni tra i sessi. Anche in questo caso credo sia corretto non fare riferimento alla violenza se non si è verificato, o si ritiene di averlo fatto, che questa violenza ci sia stata. Non mi pare utile confondere conflitti e violenza, vissuti di sofferenza e violenza, indisponibilità al confronto, incomprensione reciproca, ottusità, ostilità, rivalsa, rancore, delusione con violenza.
(Stefano Ciccone sul Ricciocorno schiattoso 8 maggio 2014 alle 21:11)

Quindi la nostra scelta non è di “non dare un nome alle cose” ma di dargli il nome che riteniamo corretto, e di confrontarci su questo con chi è coinvolta/o senza esprimere giudizi sommari.
(Stefano Ciccone sul Ricciocorno schiattoso 8 maggio 2014 alle 21:11)

Posso, cioè non considerare violenta la dinamica tra due persone ma non per questo condannare come calunniatrice la donna che la chiama così.
(Stefano Ciccone sul Ricciocorno schiattoso 8 maggio 2014 alle 21:11)

Per arrivare a:

Io ho detto che non posso io a sapere cosa c’è stato (…) Quello che ho provato a dire e che provo a ripetere è che io non posso dire se c’è stata o no violenza.
(Stefano Ciccone sulla bacheca di MP 12 giugno 2014 alle 12:12)

E questo per me è un buon primo passo in un percorso di verità, per il quale vale la pena proporre e ri-proporre, anche correndo il rischio di tediare chi legge.

Ma se nel confronto ti ostini a ribadire inaccettabili esternazioni, aggiungendo ogni volta dettagli non dirimenti ma che vanno nella direzione della conferma della tua opinione personale secondo cui non c’è stata violenza, io mi trovo costretta a ribadire e ribadire, anche se tedierò il mondo intero.

Se alla questione del rischio di aspetti collusivi continui a rispondere dicendo che ve la siete posta senza però risolverla, per esempio come suggeriva Loredana Galano, inviando ad altri la riflessione personale con “lui”, a me non rimane che ri-proportela n-volte: il dato di fatto è che avete preso atto del rischio e avete deciso di conviverci. Punto.

Se tu racconti di un percorso con la donna all’insegna dell’ascolto, della cura e della sensibilità e a domanda rispondi di non sapere nulla del coinvolgimento di un centro, tanto che “lei” ritiene di smentirti in proposito attraverso il Ricciocorno, tua interlocutrice, devo chiedermi e chiederti se sei proprio sicuro che l’ascolto prestato sia stato reale.

Se “lei” ti ha detto del suo percorso con un centro antiviolenza e tu non ne conosci gli esiti perché a lei non chiedi nulla ma rimani in attesa di verifiche terze da parte di “donne della città”, verifiche secondo te utili, io non posso che restituirti l’immagine che ne deriva: qualcosa si deve essere seriamente inceppato in questo percorso e confronto con la donna. Due domande me le farei. Non mi limiterei alla difesa ad oltranza della profondità del percorso di verifica intrapreso e di quanto bravo sono ad ascoltare e mettermi in discussione.

Te lo dico, io sto facendo una fatica titanica a confrontarmi con te. E decisamente non mi sento ascoltata. Certamente sarà reciproco, non lo metto in dubbio ma mai oserei definire ‘sta roba un confronto basato sull’ascolto, la sensibilità e la cura.

Almeno un’ultima cosa mi preme puntualizzare, mi scrivi:

Devo dire che non mi pare di aver percepito una corrispondente disponibilità all’ascolto, ma non ne faccio un rimprovero. Se si vuole essere onesti si può notare che in questa discussione è stata caricata una (legittima) diffidenza verso maschile plurale, un fastidio per un impegno maschile sulla violenza a cui /(legittimamente) non si crede fino in fondo, la convinzione (di nuovo legittima) che gli uomini in quanto “oppressori” non possano genuinamente essere parte di un impegno contro la violenza. Non sarebbe stato più corretto discutere di questo e non “usare” una vicenda personale di cui (a tutt’oggi) i protagonisti non ci hanno detto ancora nulla e parliamo per sentito dire?
(Stefano Ciccone sulla bacheca di MP 23 giugno 2014 alle 12:07)

Questa cosa, per esempio, non credo sia esattamente dimostrazione di ascolto.
Nei miei interventi non ho mai sostenuto che gli uomini, in quanto oppressori, non possano genuinamente essere parte di un impegno contro la violenza. Visto che ti interessa, sappi che sono convinta che gli uomini non solo possano ma debbano essere parte di un impegno contro la violenza e non ho nessun fastidio per l’impegno maschile sulla violenza. Nessuno. Ne ho molto quando non lo vedo.
Che sia stata mossa da diffidenza nei confronti di MP è una illazione tua, che respingo.
Quindi no, non sarebbe stato “più corretto” parlare di questo, mentre è scorretto che tu mi dica che ho usato una vicenda personale per parlare di altro. Vicenda che peraltro non sono stata io a rendere pubblica.
E non si tratta di una vicenda di cui parliamo per sentito dire. Ne sto parlando con te che sostieni che con MP l’hai verificata, analizzata, sviscerata insieme alle due persone coinvolte.
Sto invece discutendo di come questa vicenda viene pubblicamente raccontata da te che, diversamente da me, ne parli perché la conosci. Anzi, ne parli proprio con l’autorevolezza di chi la conosce.

Ti seguo perfettamente quando dici che denunciare il contesto maschilista in cui il gesto individuale si inserisce non riduce la responsabilità del singolo ma permette di non fermarsi alla condanna del singolo gesto.
Ma se passando dalla teoria alla pratica, questo impianto teorico si inceppa, non ti seguo più. La teoria non mi basta.
Nella richiesta di chiarimenti sul modo di MP di gestire questa vicenda, che è sembrato quantomeno incline a una facile rimozione, se il tuo interlocutore è uomo, riesci a leggere solo la necessità di emettere giudizi rassicuranti e tranquillizzanti che confermano l’estraneità alla violenza. Fino ad arrivare a dire che non ti interessa esprimere un giudizio di condanna dell’uno o dell’altro, riducendo la condanna della violenza a una gara tra maschietti a chi è più buono e, in concreto, ridimensionando l’importanza della condanna del singolo gesto.
Se invece la tua interlocutrice è donna nella richiesta di chiarimenti riesci a leggere solo le aspettative deluse in un cavaliere senza macchia o un principe azzurro, figure dell’immaginario patriarcale a cui attribuisci quindi la denuncia e la condanna del singolo gesto. Aspettative deluse a cui naturalmente, da uomo liberato, non ti interessa corrispondere. Riesci così in un colpo solo a essere sminuente nei confronti di un femminile che ti richiama al tuo impegno contro la violenza e, ancora, a ridimensionare l’importanza della condanna del gesto singolo.

Una bella confusione. E ne avevamo proprio bisogno!

Da n-post, che hai chiamato polemichetta su fb, sto tentando inutilmente di dirti che invece ti deve interessare. Soprattutto se a oggi non sei in grado di sapere se c’è stata violenza o conflitto. E soprattutto se dal racconto che hai fatto deduco che qualche errore è stato commesso. Certamente nella relazione con la donna.
Se mi dici che non siete arrivati a nulla e che sostanzialmente siete in attesa che lei di sua spontanea volontà (lei che ti smentisce attraverso un tuo interlocutore) o il centro o verifiche terze vi illuminino di immenso, in effetti quello che mi arriva è che non ti interessa abbastanza. A te e MP.
E quindi, si, per correttezza devo dire che adesso, alla luce di questo confronto con te, sono molto perplessa sull’impegno di MP. Sicuramente in questa vicenda. Adesso si.


Riferimenti:
Primi interventi di Stefano Ciccone sulla bacheca di Maschile Plurale (19 aprile 2014)
Violenza di genere: lettera aperta a Maschile Plurale (Il Ricciocorno Schiattoso)
Risposta a Maschile Plurale: i centri antiviolenza rispettano la privacy (Il Ricciocorno Schiattoso)
Un'occasione per riflettere sulla violenza fuori e dentro di noi (Maschile Plurale)
Differenza di sguardo tra «Maschile Plurale» e centro antiviolenza - Un caso di rivittimizzazione? (Tk)
Repliche di Stefano Ciccone sulla bacheca di Maschile Plurale
Pubblica denuncia (Il Ricciocorno Schiattoso)
«Maschile Plurale» ambigua e confusa sulla violenza. Inaccettabili le opinioni rivittimizzanti
Repliche di Stefano Ciccone sulla bacheca di MP (16 giugno 2014)
«Maschile Plurale» tra rimozione e rivittimizzazione
MP più interessato a difendersi che ad ascoltare





Stefano, continui a chiedere cosa avreste dovuto fare: sostituirvi all’unica persona titolata a fare una eventuale denuncia? Sostituirvi a soggetti (centri antiviolenza e forze dell’ordine) che hanno un ruolo specifico?
Davvero mi stupisce, mi stupisce assai, che siamo ancora fermi a questo.

Ci riprovo, cercando di essere sintetica. I punti essenziali non meritano di perdersi in mezzo a tanto dire.

- Una donna sostiene di avere subito violenza psicologica da un vostro associato, decide di non denunciare legalmente ma sceglie di non stare in silenzio e di parlarne a voi di MP.
Da quel momento la vicenda vi riguarda.
E ti rimando, come ho già fatto, alle domande poste da Loredana Galano, secondo me ancora aperte:

In base alla relazione di amicizie e stima si sono presi in considerazione gli aspetti collusivi? si è valutata l’ipotesi che, essendo l’uomo coinvolto appartenente all’associazione forse la “riflessione” personale sarebbe stata meglio inviarla ad altri? Si è intrapresa anche una “riflessione” con la donna?
(Loredana Galano sulla bacheca di MP 5 giugno 2014 alle 20.54)

- Ritengo che nel racconto pubblico di una presunta violenza le opinioni personali, dichiaratamente non suffragate da fatti e che negano ci sia stata violenza, siano assolutamente inaccettabili: si tratta di insinuazioni potenzialmente rivittimizzanti.

- Ritengo che MP avesse il dovere di seguire il percorso intrapreso dalla donna che a voi si era rivolta, proprio perché è stata lei a scegliere di rivolgersi a voi e di mettervi a conoscenza del coinvolgimento del centro. E perché è vicenda che vi riguarda da vicinissimo. Siete coinvolti.
Non siete stati chiamati a dirimerla ma a occuparvene. Non siete stati chiamati a scavalcare la donna o assumerne il ruolo di tutore ma a riconoscerla come soggetto, chiedendole di seguire l’esito del percorso da lei intrapreso e da lei stessa a voi rivelato, al fine di confrontarvi con il centro antiviolenza e scongiurare ogni pericolo di possibile rimozione.

Io ho detto che non posso scavalcarla e contattare il centro e che il centro non ci ha contattati e che non è emersa dal suo percorso nel centro una denuncia pubblica. Descrivi questo come un attorcigliamento.
(Stefano Ciccone sul Ricciocorno 19 giugno 2014 alle 17.10)

In verità descrivo questo come un lavarsene le mani.
Che dal suo percorso non sia emersa una denuncia pubblica, come ben sappiamo, non è dirimente di nulla. È invece un’altra esternazione allusiva che va nella direzione della negazione e che certamente fa parte di quelle che contribuiscono a creare un clima che inibisce la scelta della denuncia.
Che tutto ciò arrivi da un ambiente sensibile a queste tematiche, ritengo possa avere un effetto devastante.

Tutte queste preoccupazioni non vi hanno invece impedito di scavalcarla, accettando di parlare di lei con soggetti che non hanno alcuno specifico ruolo (amici, colleghi, ex e non meglio identificate “donne della città”) e scegliendo di fare pubblici cenni allusivi relativi a questi confronti, ancora una volta con esternazioni che hanno il sapore dell’insinuazione e del chiacchiericcio: valutazioni tra loro diverse avute da amici e colleghi e nessuna verifica terza andata a buon fine.

Non c’è nulla in ciò che ho detto che possa essere equivocato come una richiesta di sostituirvi all’unica persona titolata a una eventuale denuncia o di sostituirvi a soggetti (centri antiviolenza e forze dell’ordine) che hanno un ruolo specifico. Né tantomeno una richiesta di nomi e cognomi. Nulla. Altrimenti indicami esattamente dove, e mi correggerò.
Spero vivamente che con il tuo prossimo intervento non si debba ricominciare sempre da queste argomentazioni.

Mi colpisce la conclusione del tuo ultimo post. Mi colpisce davvero che tu l’abbia scritta.:

Vedi poi un clima omertoso e di ossequio per “Stefano Ciccone dall’esperienza ventennale e la prestigiosa MP.” Io credo che la pratica politica, la vita delle persone abbiano un valore e che i giudizi si costruiscano anche sulla relazione concreta con le persone. Devo dire che mi fa piacere vedere la fiducia (non cieca e incondizionata) nella mia storia e nel mio impegno. Ma, ripeto, non ci tengo ad essere l’uomo buono e non faccio questo per l’approvazione di qualcun altro. Lo faccio per me e perché lo considero un percorso di libertà, di conflitto con un sistema di potere, di rottura con una complicità con un ordine oppressivo. Puoi ironizzare, se vuoi, su questo. Ma questa è la mia vita.
(Stefano Ciccone sul Ricciocorno 19 giugno 2014 alle 17.10)

No, Stefano, la mia non è affatto ironia. Proprio perchè so bene che i giudizi si costruiscono sulla relazione con le persone e sulla fiducia.
In realtà stiamo parlando proprio di questo: è esattamente ciò che molto lucidamente è stato subito messo a fuoco da Loredana Galano.
Per tutta questa discussione ho fatto continuamente lo sforzo di dimenticare che sei Stefano Ciccone di MP. Ho cercato di leggerti e formarmi un’opinione nonostante tu sia Ciccone di MP.

Perchè Stefano, il punto è anche questo:

“Lui” è uno di MP, amico di Ciccone di MP.
Ciccone di MP si è interessato alla vicenda come membro di MP ( “un’associazione che da anni conduce una riflessione sulle molteplici forme di violenza maschile – dalle più eclatanti alle più sottili, da quelle fisiche a quelle psicologiche – che attraversano le relazioni tra i sessi e che ci devono interrogare quotidianamente e personalmente.” ) ma “in primo luogo sulla base di relazioni di amicizia e stima” .

“Lei” invece è solo “lei”:
- La donna che secondo Ciccone di MP non ha subito violenza ma ha un vissuto di sofferenza.
- La donna di cui perfino amici, ex e colleghi danno valutazioni diverse. E ce lo dice Ciccone di MP.
- La donna che sostiene di avere intrapreso un percorso in un centro antiviolenza su cui però nessuna verifica terza è andata a buon fine. E ce lo dice Ciccone di MP.
- La donna che si è rivolta a un centro antiviolenza ma del cui percorso non si sa nulla se non che non ha portato a una denuncia pubblica. E ce lo dice Ciccone di MP.

Stiamo parlando esattamente di questo. E trovo incredibile che non ti sia evidente. E trovo che a molti non sia evidente proprio perché sei Ciccone di MP.

Si, ho letto il comunicato di MP e non c’è nulla rispetto a ciò di cui stiamo discutendo, non posso che dedurne che MP non abbia nulla da dire sulle cose che scrivi passando con disinvoltura dall’ “io” al “noi”.
Di ciò che accade qui e adesso, non una parola in quel comunicato.

In conclusione davvero, Stefano, nessuna di queste obiezioni ti fornisce motivo di ripensamento e riflessione sulla modalità scelta per affrontare questa vicenda, che a mio parere non è affatto espressione del percorso politico che rivendichi? Nulla?
Vedo solo un atteggiamento difensivo e, questo si, ha a che fare con l’immagine di Ciccone “uomo buono”.
A proposito di cavalieri e principi azzurri, a cui ho visto fare cenno, vorrei precisare che qui il punto non è l’aspettativa di cavalieri senza macchia, qui si sta chiedendo di non fare danno. Sto denunciando una modalità che, a mio parere, ha esposto questa donna a una rivittimizzazione.

I cavalieri e le macchie di Ciccone non sono l’elemento importante in questa discussione.
Lo è questa donna e i suoi diritti.
I suoi diritti, non l’aspettativa di gesta eroiche di un principe azzurro che corre in suo aiuto.
È doveroso prendere parola per denunciare il trattamento che sta subendo in questo tuo racconto pubblico della possibile violenza da lei subita. Credo che almeno questo le sia dovuto.
Per essere ulteriormente chiara: non mi stupisce che un’associazione di uomini faccia cerchio per garantire a uno di loro il diritto a non essere esposto a scorretti processi virtuali. Mi stupisce e mi duole profondamente che le donne, soprattutto quelle che si occupano in prima linea di violenza, non si siano strette intorno a questa donna per garantirle lo stesso diritto.
È questa la mia aspettativa delusa. È questa la delusione con cui devo fare i conti.

Per quanto mi riguarda sono assolutamente disponibile a incontri pubblici in presenza. Non penso debba essere l’unica modalità per proseguire una discussione ma è certamente un modo per integrarla. Anche se a questo punto ammetto di essere abbastanza perplessa rispetto al senso di un confronto, in cui mi pare tu sia più concentrato a dire che ad ascoltare.
Come luogo propongo la Libreria delle donne di Milano.


Riferimenti:
Primi interventi di Stefano Ciccone sulla bacheca di Maschile Plurale (19 aprile 2014)
Violenza di genere: lettera aperta a Maschile Plurale (Il Ricciocorno Schiattoso)
Risposta a Maschile Plurale: i centri antiviolenza rispettano la privacy (Il Ricciocorno Schiattoso)
Un'occasione per riflettere sulla violenza fuori e dentro di noi (Maschile Plurale)
Differenza di sguardo tra «Maschile Plurale» e centro antiviolenza - Un caso di rivittimizzazione? (Tk)
Repliche di Stefano Ciccone sulla bacheca di Maschile Plurale
Pubblica denuncia (Il Ricciocorno Schiattoso)
«Maschile Plurale» ambigua e confusa sulla violenza. Inaccettabili le opinioni rivittimizzanti
Repliche di Stefano Ciccone sulla bacheca di MP (16 giugno 2014)
«Maschile Plurale» tra rimozione e rivittimizzazione

La violenza contro le donne ci riguarda: prendiamo la parola come uomini
 (Maschile Plurale 2006)




Non conosco la donna coinvolta, non l’ho mai incontrata, non ho mai parlato con lei.
Leggo di questa vicenda e mi sono fatta bastare la tua versione, Stefano Ciccone.
Esiste una donna che sostiene di avere subito violenza psicologica e un uomo che sostiene di essere accusato ingiustamente. Non ci sono versioni “altre”. Non ci sono fatti che chi ti legge conosce e che portano a fare una valutazione altra, né sto esprimendo un giudizio su una vicenda che io non conosco e tu si.
Per essere chiari: mi sto esprimendo su come Stefano Ciccone e MP hanno pubblicamente raccontato la loro gestione della vicenda.

Ti dico cosa vedo io che vi leggo.
Si viene a sapere, con post allusivi, che un membro di MP è stato accusato di violenza psicologica e vi si chiede se questo fatto è vero e come l’avete gestito.
Tu lo confermi e scrivi fiumi di parole, da cui però ti smarchi continuamente. Ma le scrivi. E io le leggo.
Il succo qual è? Dici che questa donna ha scelto di non fare una denuncia pubblica, né ad oggi si è mossa per vie legali. E dici che la sua scelta va rispettata.
D’accordissimo.
Ma questa donna, come tu stesso racconti, non ha fatto la scelta del silenzio: vi è venuta a cercare e si è rivolta a voi. E non vi ha posto un caso generico di violenza ma un caso in cui è coinvolto un vostro membro.
È venuta da voi, Stefano.
E tu, voi, che avete fatto? Ci racconti di confronti, ascolto, cura e sensibilità. Ma sostanzialmente non avete fatto nulla.
Di lei non sai niente.
Hai sostenuto di non sapere del coinvolgimento di un centro.

Non sono in nessun disaccordo con nessun centro antiviolenza e non ho nessuna notizia di un centro antiviolenza che abbia “preso in carico”.
Stefano Ciccone sul Ricciocorno schiattoso 9 maggio 2014 alle 17:16

Alla sua smentita, sostanzialmente hai risposto che sono cose che riguardano solo lei.
E dopo averci detto che hai parlato perfino con amici, ex e colleghi anche di lei (avevi la sua autorizzazione?) dici che per il rispetto della sua privacy non hai neanche tentato di conoscere il percorso da lei intrapreso presso il centro.
Dici di non essere stato contattato da nessun centro.
Il centro doveva contattare te? Davvero, Stefano?
Adesso chiedi cosa avresti dovuto fare, scavalcare lei e contattare il centro? Scavalcarla?!
Ma Stefano, se è lei che è venuta da voi! Maddai, questi sono attorcigliamenti inutili e che mi stupiscono. Bastava semplicemente chiedere a lei del suo percorso e a lei il consenso a parlare in sua presenza con le operatrici. E lo sai. Devo dirtelo io? Dai…
Lo hai fatto? Lei ti ha negato il consenso?
Immagino di no.

Semplicemente non volevate sapere.

Sostanzialmente di lei, che a voi ha fatto la sua denuncia, ve ne siete lavati le mani.
Ma purtroppo non ti sei limitato a questo.
L’hai ripetutamente esposta in maniera grossolana, a una rivittimizzzione, e MP te l’ha silenziosamente lasciato fare, scegliendo di comunicare e ribadire la tua personale opinione: né violenza, né calunnia. Solo un vissuto di sofferenza.
Di lei, naturalmente.
Quella che è venuta da voi e di cui dichiari di non sapere nulla del percorso che ha intrapreso.

In questo lavoro e in questo confronto che abbiamo fatto io, personalmente e a nome di nessuno, mi sono fatto la mia opinione e questa opinione è che non si tratti né di violenza né di calunnia.
Stefano Ciccone sul Ricciocorno schiattoso 8 maggio 2014 alle 21:11

Mentre proseguendo sosterrai:

io rivendico la mia scelta di non eergermi a giudice di situazioni che non conosco e rivendico per maschile plurale un ruolo e una pratica differenti”.
Stefano Ciccone sulla bacheca di MP 16 giugno alle 11.38

In breve per smarcarvi dalla “rimozione”, avete sostenuto di esservi occupati della vicenda, di avere approfondito e verificato come voi da sempre fate e sapete fare (ascolto, cura e sensibilità) e che la violenza non è stata “rimossa”, non c’era. C’erano i vissuti.
Quando vi si è chiesto conto di questo giudizio o opinione, quando vi si è chiesto come ci siete giunti e come si metteva insieme al coinvolgimento di un centro antiviolenza, quando vi si è posto il problema che queste esternazioni correvano il rischio di essere rivittimizzanti, per smarcarvene avete sostenuto che si trattava di mera opinione personale, neanche suffragata da verifica di fatti, e sostanzialmente che non siete in grado di distinguere tra conflitto e violenza quando dalla teoria (dai libri e dalle conferenze) si passa alla concretezza della vita delle persone. Di più, avete sostenuto che questo è compito di polizia e magistratura.
Questa è rimozione.
Hai scritto tanto, Stefano. Tantissimo. Ne hai dette di cose. Spesso una cosa e anche il suo contrario.
Fin dall’inizio di questa discussione hai fatto una sorta di elenco di ciò che non potevate fare quando vi siete trovati a gestire questa vicenda:

Non puoi archiviare la cosa solo perché conosci quell’uomo e ti fidi di lui, non puoi agire burocraticamente e “sospenderlo” salvando la tua coscienza e l’immagine della tua associazione, non puoi dire che si tratta di una vicenda privata che devono risolversi tra loro. Non puoi intervenire tu per dirimere la situazione come fossi polizia, servizi o magistratura. Non puoi emettere come Associazione una sentenza: né di condanna né di assoluzione.
Stefano Ciccone sul Ricciocorno schiattoso 19 giugno 2014 alle 17:10

Io ti ho letto e ho letto MP. E in buona sostanza avete archiviato la cosa come vicenda privata che devono risolversi da soli.
Anzi che lei deve risolversi da sola.
Spetta alle donne denunciare. E quindi sta a lei: o deve fare una denuncia penale o/e può farsi accompagnare da un centro in un percorso di cui non vi interessa nulla e di cui non vi siete scomodati di sapere qualcosa. Sono fatti suoi.

Di lei, che ha scelto di “denunciarla” a te, a voi di MP.
A voi che “la violenza ci riguarda”.

Ma non vi siete limitati a questo.
Lo ribadisco e ribadisco ancora.
Avete emesso una sentenza di cui però non vi assumete la responsabilità e la sdoganate (ma intanto la propinate!) poichè opinione personale per di più non supportata da verifica di fatti (che significa, che non eravate presenti al verificarsi della presunta violenza?!) ma basata solo sull’opera di ascolto che richiede cura e sensibilità.
Insomma solo esternazioni allusive, che ci raccontano di una violenza che non c’è stata e di una donna dal vissuto di sofferenza.

Il chiacchiericcio, come lo chiami tu, che avete interrotto è quello che alludeva a un membro di MP accusato di violenza.
In compenso avete trattato la vicenda con post allusivi in cui si fa del chiacchiericcio su una violenza che non c’è stata e su una donna dal vissuto di sofferenza.

Questo trattamento è inaccettabile e non è questione da lasciare alla sensibilità o al buon cuore di chi può vantare un’esperienza ventennale sulla violenza tra i sessi: è un diritto di questa donna non essere esposta a una possibile rivittimizzazione a suon di opinioni personali per di più rivendicate come “disinformate” poiché non supportate da verifica di fatti.
Io, voi e anche tu, come tu dici, non sappiamo se questa donna ha subito violenza oppure no. Tu quindi non puoi esporla, con la connivenza di MP, a una possibile rivittimizzazione.

Non lo puoi fare. Anche questa è una forma di violenza.

E visto che dici che spetta alle donne denunciare la violenza e a voi il percorso di liberazione, mentre voi chiacchierate per liberarvi, io che sono una donna, denuncio pubblicamente questa inaccettabile cosa.
Nonostante i tuoi “che palle!”, il rischio del ridicolo cui fai cenno se si continua a discutere di questa storia e le preghiere di metterci un punto di Andrea de Giacomo.

Quindi, Stefano, tutto tranne che un processo alle intenzioni. Dei vostri “perché” in questa storia, dei vostri “moventi” non me ne occupo. Forse addirittura non mi interessano. Fatevi le vostre riflessioni collelttive, nel percorso di verità.

Sto apertamente criticando il vostro modo di affrontare questa vicenda, sto denunciando apertamente e pubblicamente il vostro disinteresse nei confronti di questa donna che a voi si è rivolta per denunciarvi una possibile violenza subita da uno di voi. Sto pubblicamente denunciando il trattamento a cui l’avete sotttoposta nel vostro racconto pubblico di una possibile violenza. Sto criticando il vostro mettervela a posto facile, con un io non so, non son poliziotto! che vi permette di far sparire la violenza, mentre contemporaneamente sostenete di non sapere se c’è stata o meno. Sparisce la violenza e sparisce completamente lui, quello che non sapete se ha agito violenza oppure no su quella donna. Di lui fate cenno solo per dire che potrà decidere di querelare per calunnia. Niente altro. Sparisce dalla narrazione protetto dal chiacchiericcio su di lui.
Se a trattare in questo modo un fatto di presunta violenza sulle donne fosse stato un giornalista magari alle prime armi, tante voci si sarebbero levate. Tante decostruzioni minuziose sarebbero piovute, altro che analisi delle virgole!
Ma a parlarne è Stefano Ciccone dall’esperienza ventennale e la prestigiosa MP. E tutte/i tacciono.
Ammetto, questo silenzio mi ha profondamente scossa.


Riferimenti:
Primi interventi di Stefano Ciccone sulla bacheca di Maschile Plurale (19 aprile 2014)
Violenza di genere: lettera aperta a Maschile Plurale (Il Ricciocorno Schiattoso)
Risposta a Maschile Plurale: i centri antiviolenza rispettano la privacy (Il Ricciocorno Schiattoso)
Un'occasione per riflettere sulla violenza fuori e dentro di noi (Maschile Plurale)
Differenza di sguardo tra «Maschile Plurale» e centro antiviolenza - Un caso di rivittimizzazione? (Tk)
Repliche di Stefano Ciccone sulla bacheca di Maschile Plurale
Pubblica denuncia (Il Ricciocorno Schiattoso)
«Maschile Plurale» ambigua e confusa sulla violenza. Inaccettabili le opinioni rivittimizzanti
Repliche di Stefano Ciccone sulla bacheca di MP (16 giugno 2014)

  


di Tk 


In risposta al mio post, in cui affermo che Stefano Ciccone:

sceglie di comunicare, e ribadire più volte, il suo giudizio informato sulla vicenda: non c’è stata violenza ma il “resto”. Ciccone non occulta il caso o nasconde la realtà. Ciccone sceglie di comunicare pubblicamente la sua versione della realtà: non c’è stata violenza

Stefano Ciccone si chiede dove io abbia letto questa affermazione.

L’ho letta qui:

In questo lavoro e in questo confronto che abbiamo fatto io, personalmente e a nome di nessuno, mi sono fatto la mia opinione e questa opinione è che non si tratti né di violenza né di calunnia.
(Stefano Ciccone sul Ricciocorno schiattoso 8 maggio 2014 alle 21:11)

Mi sembra che Ciccone dica che non c’è stata violenza. E concede che non ci sia stata neanche calunnia: quelle di lei non sono false accuse, sono solo il suo vissuto. È una questione di “vissuto”. Di lei, naturalmente. E non è sembrato soltanto a me, ma anche alle commentatrici che hanno partecipato al dibattito con Ciccone. Basta leggere per verificare che il Ricciocorno più volte si dichiara sollevata da questa conclusione e mai Ciccone la corregge in proposito.

Io lo trovo grave.

Ciccone ripeterà per tutto il confronto che bisogna distinguere tra violenza e conflitto e che questa è stata la strada scelta da MP e che

Quindi la nostra scelta non è di “non dare un nome alle cose” ma di dargli il nome che riteniamo corretto, e di confrontarci su questo con chi è coinvolta/o senza esprimere giudizi sommari.
(Stefano Ciccone sul Ricciocorno schiattoso 8 maggio 2014 alle 21:11)

La sua opinione immagino quindi non sia un giudizio sommario. Ma informato.

Questo non è scegliere di non parlare pubblicamente di una vicenda delicata per non esporre nessuno a tribunali virtuali. Questo è scegliere di parlarne a suon di opinioni personali che hanno il sapore di verdetti virtuali, per di più incontestabili poiché ci giungono da chi sostiene che nascano da un serio lavoro di verifica e ascolto. Ribadisco quindi che Ciccone si è assunto una grande responsabilità nell’esprimere questo giudizio. Cosa che io trovo grave. Tanto più che oggi ci dice che lui non sa se c’è stata violenza oppure no.

Io ho detto che non posso io a sapere cosa c’è stato (...) Quello che ho provato a dire e che provo a ripetere è che io non posso dire se c’è stata o no violenza.
(Stefano Ciccone sulla bacheca di MP 12 giugno 2014 alle 12:12)

E ribadisco che, se esiste una donna che ha subito violenza, quel tipo di esternazioni pubbliche ne rappresentano la sua rivittimizzazione.

E non ho letto che MP ne abbia preso le distanze.

Quindi, se esiste una donna che ha subito violenza (e pare che Ciccone e MP non lo sappiano ad oggi) questa sarebbe la sua rivittimizzazione per mano di Ciccone, sotto gli occhi di MP. E visto che nessuno sa se questa donna ha subito violenza oppure no, trovo sconcertante che proprio chi si occupa di violenza contro le donne corra, in una maniera così grossolana, il rischio di rivittimizzarla pubblicamente. Che accada per mano di un’associazione maschile è ancora più sconcertante.

Tra le tante altre cose, Ciccone scrive:

Siamo d’accordo sul fatto che la violenza va distinta dal resto (conflitti, rancori, incomprensioni, scorrettezze, delusioni, tradimenti, ripicche, ottusità…) che si verifica nelle relazioni e che la violenza va denunciata se si ritiene che si sia verificata.
(Stefano Ciccone sul Ricciocorno Schiattoso 9 maggio 2014 alle 09:20)

Sorvolo la questione della denuncia, direi che sarebbe già importante nominarla (che non è esattamente la stessa cosa) se si ritiene che si sia verificata. Era questa del resto la sostanza della questione posta da subito a MP. E poiché mai viene nominata da Ciccone (se non per dire che la sua opinione è che non si è trattato di violenza) né da MP, se si esclude la rimozione e la reticenza, significa che non si ritiene ci sia stata, visto il lavoro di ascolto e approfondimento svolto. Ma evidentemente è tutto un malinteso. E da questa ultima risposta di Ciccone forse ne capisco anche l’origine. Il lavoro di confronto, approfondimento, che richiede ascolto, sensibilità, cura, capacità di misurarsi con la complessità e la realtà delle singole storie, non è sufficiente per stabilire se una dinamica relazionale è violenta oppure no. Quando Ciccone sostiene di non avere riscontrato violenza, per spiegare il fatto che non la nomini mai, non vuole dire che non c’è stata, vuole dire che mesi di confronto, approfondimento per fare chiarezza e blabla non sono sufficienti per distinguere una dinamica relazionale violenta da una conflittuale. Ciccone ci spiega che MP si occupa di distinguere conflitto e violenza senza dare deleghe agli esperti ma senza sostituirsi a loro. Ci dice che in casi come questo non può approntare un tribunale per accertare la verità. Tira in mezzo polizia, servizi e magistratura.

Ma qui il tema era nominare la violenza quando c’è. Una gara di severità contro la violenza sulle donne? Qui siamo all’incapacità di stabilire cosa è conflitto e cosa è violenza.

Ciccone dice anche:

Come dovremmo confrontare le mie opinioni, quelle di Ricciocorno, quelle di TKBrambilla, di Massimo Lizzi o di chi interviene su facebook se non conosciamo direttamente la storia, le persone coinvolte e nemmeno le loro versioni e i loro racconti? Di cosa parliamo?
(Stefano Ciccone sulla bacheca di MP 12 giugno 2014 alle 12.11)

Di cosa parliamo? Parliamo di come MP affronta un caso di presunta violenza che vede coinvolto un suo membro. Parliamo di come MP si occupa di violenza sulle donne quando dalla teoria si passa alla realtà, per di più a lei assai prossima. E rimando alle domande, a mio avviso ancora inevase, poste da Loredana Galano:

in base alla relazione di amicizie e stima si sono presi in considerazione gli aspetti collusivi? si è valutata l'ipotesi che, essendo l'uomo coinvolto appartenente all'associazione forse la "riflessione" personale sarebbe stata meglio inviarla ad altri? Si è intrapresa anche una "riflessione" con la donna?
(Loredana Galano sulla bacheca di MP 5 giugno 2014 alle 20.54)

E, come minimo, quello che io vedo è che la complessità diviene confusione. Una confusione che può avere conseguenze concrete e gravi. Di questo parliamo.

Mi permetto ancora un paio di puntualizzazioni.

- Nella discussione sul Ricciocorno schiattoso, Ciccone scrive:

Non sono in nessun disaccordo con nessun centro antiviolenza e non ho nessuna notizia di un centro antiviolenza che abbia “preso in carico”
(Stefano Ciccone sul Ricciocorno Schiattoso 9 maggio 2014 alle 17:16)

Eppure apprendiamo dal Ricciocorno che la donna, quella con cui MP ha avuto un confronto “diffuso”, ci tiene a precisare almeno una cosa, in una discussione in cui si racconta di lei:

lei si è rivolta al centro antiviolenza. (...) Alcuni membri dell’Associazione Maschile Plurale sapevano di questo suo percorso, tra questi anche Stefano Ciccone
(Ricciocorno Schiattoso 29 maggio 2014)

Non ho motivo alcuno di dubitare di questa cosa, a meno che Ciccone ci dica che “lei” sta mentendo.

Dal primo post comparso deduco che questa donna ha intrapreso un percorso in un centro antiviolenza almeno da gennaio. Circa sei mesi. Almeno. E lei dice che MP e Ciccone lo sapevano. E visto che i centri non rivelano queste notizie, per di più all’amico del presunto violento, immagino l’abbiano saputo proprio da lei. Ovviamente quando chiedo se hanno provato a contattare le operatrici, intendo attraverso lei. Solo lei può dare il consenso.

Ribadisco che se Ciccone e MP si sono dimenticati di questo dettaglio, non depone bene rispetto alle capacità di ascolto di cui tanto abbiamo letto. A meno che naturalmente non ci dicano che lei stia mentendo. E ribadisco che contattare le operatrici poteva essere utile a fare chiarezza, vista la difficoltà a farla, a meno che non ci dicano che lei ha negato il consenso.

Non ho capito invece cosa intende Ciccone quando scrive:

Un centro antiviolenza, poi, avvia un ascolto di una donna senza preventivamente dare una valutazione sulla sua affidabilità: le fornisce supporto e strumenti
(Stefano Ciccone sulla bacheca di MP 12 giugno 2014 alle 12.12)

Quanti mesi ci mette un centro per fare una valutazione sull'affidabilità della donna?

- Ciccone dice che scrive a titolo personale, dato che, come ovvio, non parla a nome dell’associazione. No, non è ovvio. Ciccone parla come uno che si è impegnato in questa vicenda:

in primo luogo sulla base di relazioni di amicizia e stima, ma anche in quanto parte di un’associazione che da anni conduce una riflessione sulle molteplici forme di violenza maschile - dalle più eclatanti alle più sottili, da quelle fisiche a quelle psicologiche - che attraversano le relazioni tra i sessi e che ci devono interrogare quotidianamente e personalmente
(Maschile Plurale 02 Giugno 2014 01:40)

Riferimenti:
Primi interventi di Stefano Ciccone sulla bacheca di Maschile Plurale (19 aprile 2014)
Violenza di genere: lettera aperta a Maschile Plurale (Il Ricciocorno Schiattoso)
Risposta a Maschile Plurale: i centri antiviolenza rispettano la privacy (Il Ricciocorno Schiattoso)
Un'occasione per riflettere sulla violenza fuori e dentro di noi (Maschile Plurale)
Differenza di sguardo tra «Maschile Plurale» e centro antiviolenza - Un caso di rivittimizzazione? (Tk)
Repliche di Stefano Ciccone sulla bacheca di Maschile Plurale
Pubblica denuncia (Il Ricciocorno Schiattoso)
Repliche di Stefano Ciccone sulla bacheca di MP (16 giugno 2014)



di TK 


Sinceramente sono sconcertata.
MP fa un comunicato per dire che un suo membro è stato accusato di violenza psicologica dalla sua ex compagna. E che alcuni di loro, come amici ma anche come membri dell’associazione, si sono impegnati in un confronto con le parti coinvolte, che richiede cura, ascolto e sensibilità.
E poi MP comunica che vuole organizzare momenti di riflessione su alcune questioni fondamentali. Per esempio, su quali segni ci permettono di distinguere i conflitti di coppia dalla violenza.
Una novità. Un lampo di genio. Esistono i conflitti e esiste la violenza. Come non averci pensato prima?! 
Ma i centri antiviolenza non si occupano di questo? E così gli operatori, gli psicologi e gli avvocati che si occupano di violenza contro le donne?
L’8 maggio Il Ricciocorno schiattoso scrive questo post.
Seguono una serie di scambi con Ciccone.
Prima ne fa una questione di privacy, priva di ogni fondamento poiché nessuno ha chiesto di violarla. E infatti per tutta la discussione non una volta è necessario fare nomi.
Poi sostiene che si tratta di una disputa tra maschietti che si ergono a difensori delle donne e predicatori da pulpito che si vogliono sentire buoni in opposizione ai cattivi uomini violenti.
E poi è anche una questione di luogo: facebook non è quello adatto. 
Ciccone, rispondendo alle obiezioni che vengono poste, spiega che per nominare la violenza occorre prima di tutto verificare che ci sia stata. Occorre distinguerla “dal resto” (conflitti, rancori, incomprensioni, scorrettezze, delusioni, tradimenti, ripicche, ottusità...).
Ci ricorda che bisogna avere il coraggio di misurarsi con la complessità delle relazioni, fatta di “incomprensioni, relazioni di potere, vincoli reciproci, condizionamenti…”, a cui può aggiungersi la violenza oppure no.
Ma sebbene Ciccone dica che non si parlerà pubblicamente della vicenda poiché fb e il web non sono il luogo adatto per farlo, rifiutandone le dinamiche dell’invettiva reciproca, della cultura del sospetto, dello schieramento a prescindere, del giudizio disinformato… sceglie di comunicare, e ribadire più volte, il suo giudizio informato sulla vicenda: non c’è stata violenza ma il “resto”.
Ciccone non occulta il caso o nasconde la realtà. Ciccone sceglie di comunicare pubblicamente la sua versione della realtà: non c’è stata violenza. 
Se avesse ritenuto che ci fosse stata, l’avrebbe denunciata.
Da questo altro post del Ricciocorno apprendiamo che la “lei” ci tiene a precisare che si è rivolta a un centro antiviolenza, che del suo percorso era a conoscenza Ciccone e che il centro che la segue non è mai stato contattato da MP.
Se esiste un centro antiviolenza che la segue, all’approfondita verifica effettuata da MP è sfuggito questo determinante fatto? Male, malissimo.
MP non ha cercato un contatto con le operatrici che seguono il caso? Male, malissimo.
Se esiste un centro antiviolenza che la segue, significa che c’è stata violenza e non si è trattato solo “del resto”.
O quantomeno significa che MP, la più autorevole e nota associazione maschile che si occupa di violenza contro le donne, e i centri antiviolenza fanno una diversa valutazione di ciò che è violenza e ciò che è solo complessità e conflitto.
La riflessione più urgente credo si debba fare su questa differenza di sguardo.
Ma la questione ancora più importante, almeno per me, è che se è vero che esiste una “lei” seguita da un centro antiviolenza poiché vittima di violenza, per mano di Ciccone e quindi di MP, la “lei” ha pubblicamente subito una rivittimizzazione. 
Sotto gli occhi di tutti e nel silenzio di molti/e, forse intimiditi e influenzati dal prestigio a livello nazionale di MP. Cosa che rende ancora più grave la vicenda intera. 
Questa donna, se esiste, si è vista negare pubblicamente il suo stato di vittima. Le è stato pubblicamente negato di avere subito violenza.
Decidere di non affrontare pubblicamente questa vicenda per non esporre nessuno a gogne e giudizi sommari è una rispettabile scelta. 
Prendere parola pubblicamente per comunicare un giudizio preciso, informato, frutto di approfondimento e confronto con le due parti e i loro conoscenti, per stabilire una verità, cioè che non c'è stata violenza, è una cosa ben diversa. 
È una scelta precisa, che ha conseguenze reali e concrete. 
È una scelta che può essere un’ulteriore violenza inflitta a una vittima di violenza. E se così fosse, sarebbe gravissimo. 
Gravissimo.
Credo che Ciccone e MP si siano assunti una grande responsabilità scegliendo di stabilire questa verità pubblicamente.
Se non è certa di sapere riconoscere segni e tratti che permettono di comprendere quando ci si trova davanti a conflitti di coppia invece che a violenza, su cui invoca momenti di riflessione, MP forse dovrebbe tacere.
Io credo che un’associazione maschile (in questo caso per me un’aggravante) che si occupa di violenza contro le donne dovrebbe essere molto cauta quando si muove su un terreno come questo: stabilire pubblicamente se una donna ha subito violenza oppure no.

Una ricerca negli Stati Uniti dice che le ragazze subiscono le molestie dei propri compagni senza denunciarle, considerandole un fatto sgradevole, ma normale, perchè ne danno per scontata l'esistenza in un contesto maschilista. 

Qualcuno commenta che non bisogna aver paura di reagire, di fronte ad una molestia a volte è sufficiente uno schiaffo. A margine di studi o fatti di cronaca sulle molestie sessuali, questa è un'affermazione frequente, talvolta accompagnata dalla considerazione che le donne possono o devono sapersi difendere da sole. 

A commento di una serie di denunce anonime riguardanti casi di molestie all'Università di Roma, anni fa, il sociologo Franco Ferrarotti disse che si trattava di una tempesta in un bicchier d'acqua, di una esagerazione«Qualche episodio potra' essere successo e non me ne stupisco perche' questo è un aspetto non positivo dell'università' di massa, come dimostrano i casi di alcune università americane. Ma a Roma credo che non si possa parlare di fatti gravi. Insistere sulle molestie subite sarebbe comunque quasi sprezzante proprio per le studentesse, che sono tutte maggiorenni: non credo che si facciano mettere facilmente le mani addosso e se succede basta uno schiaffo per rimettere le cose a posto»Il già noto Luigi Soriga spiega la denuncia da parte di una donna con la sua fragilità: lei è affetta da disagio psicofisico, stati d’ansia, insonnia, mentre un’altra donna (evidentemente più forte) magari avrebbe liquidato l’episodio con uno schiaffone e una valanga di insulti. Le deputate PD apostrofate con insulti sessisti da un onorevole del M5S sono state rimproverate di aver querelato, mentre invece potevano reagire con un sano vaffanculo.

Una donna forse può risolvere così, con gli insulti, con uno schiaffo, però correndo almeno due rischi: quello di fare male al suo molestatore, passando dalla parte del torto, oppure quello di esporsi ad una reazione ancora più violenta.

L'idea che sia normale, adeguato, proporzionato, sistemare le molestie con un insulto o con uno schiaffo ha un presupposto, che nulla c'entra con la valutazione sulla forza delle donne. Che le molestie siano in sostanza un fatto di maleducazione, un corteggiamento maldestro, e non un reato. A nessuno, infatti, verrebbe in mente di dichiarare sufficiente uno schiaffo per mettere a posto un borseggio, un taccheggio, un parcheggio in divieto di sosta. Comportamenti di lieve o relativa gravità, ma chiaramente riconosciuti come violazioni di legge.

In verità, basta credere sia sufficiente rispondere con uno schiaffo, per banalizzare le molestie e contribuire a rinforzare il contesto maschilista che le legittima.

Christian Raimo, a fine anno, ha scritto Il femminicidio e il sessismo benevolo, un nuovo articolo sulla violenza di genere. Il testo integrale potete leggerlo su Europa Quotidiano. L'articolo è stato apprezzato e divulgato su alcune bacheche femministe, ma commentato negativamente dal Ricciocorno. Un precedente articolo, titolato in modo irresponsabile Anch'io potrei uccidere una donna è stato commentato su questo blog.

Sintetizzo in corsivo quanto ho capito di quel che ho letto. Per poi scrivere qualche appunto, preceduto in grassetto da affermazioni o argomenti esposti dal saggista. L'articolo, pur con spunti interessanti, è molto lungo, ha uno sviluppo tortuoso, alcuni passaggi incomprensibili, una vasta, persino esagerata, indicazione bibliografica, a volte di supporto a volte di ostacolo alla lettura, specie nella terza parte.

Sintesi dell'articolo. La violenza di genere è diventato un argomento convenzionale, con un messaggio semplificato: le donne vittime devono denunciare gli uomini violenti per sostituirli con gli uomini buoni. Un messaggio classista rivolto alle donne benestanti e istruite che hanno i mezzi per riconoscere la violenza e per rompere la relazione. La violenza di genere è stigmatizzata e criminalizzata. Non si affronta la questione culturale, non si problematizza la violenza. Il nuovo femminismo è soltanto rivendicativo. Si è ristretto alla mera questione femminiile, si occupa solo di femminicidi, maternità, crisi familiari. Disconosce il suo metodo in cambio dell'attenzione che riceve per le sue battaglie. L'immagine maschile suggerita dal nuovo femminismo è duplice e falsa (buoni vs violenti). Gli uomini sono assenti, o denunciano il sessismo, ma non partono mai da sè, non raccontano la loro personale tensione verso la violenza di genere. Il maschilismo è una delle risposte automatiche alla crisi, una rimascolinizzazione risentita, desidera il confronto, ma lo esprime solo come sfogo e risentimento. I padri separati sono come i forconi. Gli uomini non hanno modelli maschili adatti ad un mondo che cambia, non sono capaci di dare sostegno, hanno meno intelligenza emotiva, non sanno affrontare la fine di una storia. Il maschilismo è espressione della fragilità maschile. Il maschilismo si esprime anche in modo benevolo, idealizza la subalternità femminile, pensa che le donne desiderino il proprio ruolo subordinato, e le donne lo accettano. Quando non funziona più, il sessismo benevolo diventa ostile. Un refrain abituale è quello di considerare l’oggettificazione femminile una specie di premessa automatica alla violenza. La violenza globalmente è diminuita, l'allarmismo non è una buona interpretazione, ma il conflitto si è trasferito dal pubblico al privato e non trova più parole e simboli per elaborarsi. La politica soffia sul fuoco e così ha fatto anche con il femminicidio.

La violenza di genere è diventata un argomento mainstream. E' vero che nel 2012 si è contato il numero delle donne uccise. Si è iniziato ad adottare il termine Femminicidio, per significare che quelle donne venivano uccise, perchè cercavano di sottrarsi ad un rapporto proprietario. Si sono scritti alcuni libri inchiesta. Si sono pronunciati in prima pagina alcuni editorialisti ed esperti. Ma al contempo ha fatto subito seguito un movimento contrario di pubblicisti, che metteva in discussione la validità della parola femminicidio, contestava i dati, per dire in sostanza che si era in presenza di un fenomeno fisiologico neppure in aumento, strumentalizzato dalle femministe per ottenere più potere. Alla controffensiva hanno partecipato anche alcune femministe, contestando di volta in volta, il brand, il marketing, il vittimismo, il moralismo, la repressione, etc. Il messaggio contro la violenza è stato quindi presto affiancato da un messaggio contro l'antiviolenza. Mentre il vero discorso tradizionale, convenzionale sulla violenza è rimasto quello della cronaca nera, che racconta di un uomo mite, che ad un certo punto impazzisce, commette un atto di follia, in reazione a qualcosa che lo ha umiliato o fatto arrabbiare, mentre lui era già in un mare di guai o proprio mentre le cose gli stavano andando bene. E' il discorso del delitto passionale, del raptus, della gelosia. Il saggio di Raimo si distingue da certi editoriali progressisti, ma non da questi articoli di cronaca.

Un messaggio semplificato: le donne vittime che devono lasciare gli uomini violenti per sostituirli con uomini buoni. Per dire questo, il saggista sembra aver associato in particolare due campagne come fossero d'accordo, quella dell'Unità e quella di Noino.org. La prima divulgata dall'Unità, ma realizzata nel 2010 da un gruppo di donne - Anna Paola Concia, Alessandra Bocchetti, Eliana Frosali, è a disposizione di tutti. Si intitola Riconosci la violenza e, a detta delle autrici, vuole proprio evitare di rappresentare la donna come vittima, ma indicare che le donne possono reagire. La seconda - Uomini contro la violenza sulle donne - è fatta da un gruppo di uomini e non si rivolge alle donne per proporre un catalogo di principi azzurri, ma si rivolge agli uomini per sollecitarli a non commettere violenza e a impegnarsi contro la violenza. Non so come i due messaggi possano infastidire. Ogni messaggio da solo è limitato, ma tra gli altri ci possono stare anche questi. E' il linguaggio della pubblicità, non può che essere un linguaggio semplificato. Nessuno spot, nessun manifesto è un trattato di filosofia. Uomini e donne possiamo rappresentarli come vogliamo, ma se li associamo alla violenza di genere, l'associazione sovradetermina qualsiasi rappresentazione, perchè sappiamo che gli uni sono carnefici e le altre sono vittime. Infatti, lo stesso Raimo è riuscito a vedere donne vittime proprio nei manifesti che non volevano rappresentare le donne come vittime. E ha fatto bene, perchè ha visto la verità.

Un messaggio classista: le donne che possono vedere riconosciuti i propri diritti sono quelle che se lo possono permettere. Viene da domandarsi cosa c'entri. Come se allora fosse meglio, fosse più egualitario, che nessuna donna vedesse riconosciuti i propri diritti. Parità di botte maschili per le proletarie e per le borghesi. Libere tutte o nessuna. L'osservazione può valere per qualsiasi diritto. I diritti non sono poteri. Il diritto di movimento è diverso per chi ha i mezzi per viaggiare in aereo e mantenersi negli hotel e per chi possiede solo una bicicletta e a stento paga l'affitto. La libertà di stampa è diversa per chi può fondare giornali e per chi non può neppure comprarli, per chi sa scrivere libri e per chi è analfabeta. Si può continuare con un elenco infinito di esempi. E' una critica da rivolgere al liberalismo, non al femminismo. Il tema riguarda la lotta alle diseguaglianze sociali. La lotta alle discriminazioni sessiste, razziste, religiose, non preclude la lotta al classismo. E' insensato usare una contro l'altra, se non allo scopo di delegittimare la questione di genere. Nell'arcipelago mascolinista esiste uno specifico gruppo, gli Uomini beta, deputato ad usare l'argomento di classe contro l'argomento di genere. Altri argomenti potrebbero essere usati per il medesimo scopo. Dire che le bianche sono avvantaggiate rispetto alle nere, le italiane rispetto alle straniere, le settentrionali rispetto alle meridionali, le lavoratrici rispetto alle casalinghe, le cittadine rispetto alle provinciali. Ciò nonostante la violenza maschile è trasversale alle classi, alle razze, alle culture, alle latitudini e alle longitudini. Dunque, giustizia è (già) fatta.

Un messaggio che stigmatizza e criminalizza la violenza di genere. Stigmatizzare e criminalizzare. Due verbi con alone negativo. Stigmatizzare vuol dire imprimere un marchio di negatività a qualcosa che di suo potrebbe anche non essere negativo. Si stigmatizzano modi di essere, di pensare o di agire, in fondo legittimi, la cui valutazione del danno a se stessi o a terzi è soltanto soggettiva. Criminalizzare vuol dire considerare criminoso qualcosa che potrebbe non esserlo. I dizionari riportano come esempio la criminalizzazione delle manifestazioni, del dissenso, della protesta, del consumo di droga. Stigma e criminalizzazione possono riguardare anche comportamenti effettivamente delinquenziali, ma dovuti a cause sociali, come la rivolta nelle banlieue francesi, la violenza negli stadi, la microcriminalità nei quartieri degradati attribuita spesso a zingari e immigrati. Comportamenti i cui autori possono essere visti come colpevoli, ma soprattutto come vittime sociali. Il povero che ruba la mela. Di solito, stigma e criminalizzazione vedono favorevoli i conservatori e contrari i progressisti. Per come si esprime e ragiona, pare che la violenza di genere secondo Raimo non sia biasimevole e criminale in sè. O che egli veda i suoi autori più come vittime della società, come degli sfortunati, che non come colpevoli responsabili delle proprie azioni.

Il nuovo femminismo rivendicativo. Deludente, deprimente, inutile, penoso, regressivo. E' un soggetto vago. Sembra comprendere le femministe, un po' tutte, i media e le istituzioni che ne recepiscono le istanze. Un soggetto che si occupa solo di femminicidi, maternità, relazioni, crisi familiari. In effetti, questioni marginali dal punto di vista della politica maschile, affari di donne. Il nuovo femminismo si restringe nella mera (accezione negativa di pura) questione femminile. Eppure la questione femminile è la disparità tra i sessi, la subordinazione della donna all'uomo, è il motivo per cui esiste il femminismo. Che dovrebbe essere apprezzabile in sè, invece che apprezzabile solo fuori di sé in quanto nutre altre culture e da esse si nutre. Per essere meglio depresso il nuovo femminismo è paragonato a quello degli anni '70. Un confronto perdente per qualsiasi corrente e cultura politica progressista.

L'immagine duplice e falsa degli uomini. Trasmessa dalle campagne antiviolenza e dal nuovo femminismo. Perchè esiste una casistica più ampia. Non solo violenti vs buoni e protettivi. Gli uomini che tacciono o quelli che condannano il maschilismo dovrebbero partire da sé e raccontare la propria personale tensione alla violenza di genere: È possibile - si domanda Raimo - che non ci sia mai un intellettuale maschio che racconti non dico la sua abitudine a andare a prostitute o quella volta che fu vicino a stuprare una donna, ma semplicemente riesca a confessare le sue telefonate ossessive, gli appostamenti sotto casa, le mail ricattatorie? Possibile che non ci siano maschi che riescano a mostrare queste fragilità, questa violenza implosa? Dovessi raccontare io, mi verrebbe in mente di essere stato talvolta geloso, invadente, limitante, ma nella stessa misura in cui mi è capitato di subire questi stessi comportamenti. In tal modo parliamo solo dell'imperfezione che è di tutti, non della violenza di genere. Stabilita una norma tutti esprimiamo una certa tensione a violarla. Partendo da sè, tutti potremmo raccontare di quella volta che abbiamo rubato o avuto la tentazione di rubare, di quella volta che abbiamo mentito, di quella volta che abbiamo marinato la scuola, ci siamo presentati tardi al lavoro, abbiamo fatto una telefonata privata da un ufficio pubblico, abbiamo violato il codice della strada, abbiamo buttato la carta per terra o avuto la tentazione di farlo, ci siamo messi le dita nel naso, abbiamo fumato in presenza d'altri sapendo di dar loro fastidio, abbiamo mancato un appuntamento, non mantenuto una promessa, siamo passati con indifferenza davanti ad un mendicante, abbiamo alzato la voce, insultato, prevaricato. Tutti - uomini e donne - abbiamo il nostro curriculum di cattivi pensieri e di cattive azioni, che comprende anche i rapporti con l'altro sesso, ma non è sufficiente per parlare di violenza di genere. Che non è un atto di maleducazione, volgarità o aggressività, ma una violazione dei diritti umani. La violenza di genere diventa tale quando la scorrettezza esce dai limiti della reciprocità e diventa sproporzionata, causa danni di natura fisica, sessuale, psicologica o economica o minaccia di causarli, diventa l'espressione di un rapporto di potere fondato sul genere. Alla fine, nella rappresentazione di Raimo l'immagine duplice e falsa degli uomini - buoni e cattivi - è sostituita dall'immagine di una moltitudine di mine vaganti sofferenti.

Partire da sé. Dubito che gli uomini debbano partire da sé come hanno fatto le femministe. Per le donne aveva ed ha un senso. Partire da sé, per definire se stesse e il rapporto con gli altri, per definire il mondo dal proprio autonomo punto di vista, emancipato dal punto di vista maschile imposto come neutro e universale. Se le donne partono da sé, disconfermano quel punto di vista neutro e universale. Se gli uomini partono da sé, invece lo riconfermano. Empatizzano con se stessi, sollecitano l'empatia degli altri uomini e delle donne. Si giustificano. Si concentrano sulla propria sofferenza, si percepiscono come vittime, come bisognosi di aiuto, e chiedono agli altri, soprattutto alle altre di prendersi cura di loro. Le donne partono da sè per mettersi in relazione con gli altri. Gli uomini partono da sè, per fare un giro nei propri paraggi e tornare presto al punto di partenza. Raimo prima deplora implicitamente la stigmatizzazione e la criminalizzazione della violenza di genere, poi racconta la propria personale tensione alla violenza di genere, infine dichiara di non avere modelli alternativi e di non potersi riprogrammare. Lui rimane così. Ha solo dichiarato di esser fatto così. Si è pubblicamene seduto su di sè. Ed ha invitato gli altri uomini a fare altrettanto come una chiamta di correo. Quel che gli uomini potrebbero cominciare a vedere partendo da sè, non è tanto quanto sono personalmente simili ai bruti, ma quanto vantaggio essi ricavano - buoni o cattivi che siano - dal lavoro sporco dei bruti. Un vantaggio per cui l'antiviolenza dà più fastidio della violenza, la condanna è più semplicistica dell'indulgenza, la confusione è complessità, e la soluzione migliore si colloca, lontano da sè, nell'orizzonte educativo delle future generazioni.

Il maschilismo di ritorno. C'è da chiedersi quando se n'era andato. E' possibile che con la crisi, il maschilismo, come gli altri razzismi, assuma una forma più esplicita e aggressiva, ma non è la crisi ad originare la supremazia maschile, la cultura che vuole giustificarla, nè la violenza che ne è espressione e funzione. Il primo e unico rapporto Istat relativo alla violenza sulle donne è del 2006 e riguarda gli anni precedenti, dunque ben prima della crisi. Rappresentare la violenza e il maschilismo come reazione, è parte di questa cultura. Lo sfogo, il risentimento, il desiderio di confronto, credo abbiano destinatari diversi. I forconi sono un fenomeno attuale, nazionale, sono ceto medio proletarizzato, possono rivolgere sfogo e risentimento contro chi sta sotto, alla ricerca di un capro espiatorio, ma hanno chi sta sopra nella gerarchia sociale, ed è forse verso gli strati superiori che esprimono desiderio di confronto. I padri separati esistono da più di vent'anni, sono un movimento internazionale. Nella gerarchia dei generi, non hanno sopra nessuno. Reagiscono alle nuove leggi sul diritto di famiglia, alla raggiunta parità del coniuge, per ristabilire il proprio controllo, o al limite, per evitare di dover pagare l'assegno di mantenimento, poichè dal loro punto di vista, il contratto sessuoeconomico è stato rotto. Avranno certo un desiderio di confronto con le autorità, vorranno potersi esprimere sui media, improbabile vogliano confrontarsi con le donne, perchè questo presuppone il riconoscimento della parità.

La fragilità maschile. Scrive Raimo che è molto più interessante invece di agire sui sintomi, indagare e agire sulle cause della violenza di genere. A seguire il suo ragionamento, sembra che i sintomi della violenza di genere siano i lividi sul corpo delle donne. Le cause invece i lividi sull'anima degli uomini. La fragilità maschile come generatrice del maschilismo, che può esplodere in violenza. Gli uomini meno capaci di dare sostegno, meno preparati dal punto di vista dell'intelligenza emotiva ad affrontare la fine di una storia un abbandono. Gli uomini sofferenti che si ritrovano nei siti dei maestri di seduzione. La tragedia sociale più grave è il fatto che a questi uomini mancano modelli maschili utili, plastici, adatti ad un mondo che cambia. Se le donne che subiscono violenza, non devono essere presentate come vittime, gli uomini che agiscono la violenza invece non hanno bisogno di questa cautela. Come già insegnava una canzone di Enzo Iannacci, anche il vittimismo è un privilegio. Siamo nel pieno della narrazione tradizionale: uomini miti, fragili, che reagiscono ad un abbandono, ad un tradimento, con un raptus (una esplosione di violenza), incapaci di agire in modo adatto e utile, per (cosa?) mantenere la supremazia, il controllo, la proprietà. In effetti, l'alternativa non c'è, l'unica alternativa è rinunciare ad essere padroni della vita altrui, anche nel dispositivo assolutorio dell'uomo fragile che ha bisogno di lei. Mentre lei lo abbandona (delusione privata) e le femministe rivendicano (delusione pubblica). Invece di occuparsi di lui, di curarlo, di prenderlo per mano. Poche righe più avanti nel saggio si spiega che alle donne è attribuità una migliore capacità di intuizione e di attenzione, caratteristica tipica dei subalterni, in quanto hanno bisogno di anticipare i desideri maschili per evitare i conflitti. Dunque, se gli uomini hanno minore intelligenza emotiva dipende dal fatto che non hanno bisogno di anticipare i desideri femminili, di evitare i conflitti, non perchè sono più fragili (psicologizzazione della violenza) ma perchè sono socialmente più forti. Ed anche i conti della violenza ripetutamente raccontata come esplosione non tornano. Gli uomini non diventano violenti in reazione ad un abbandono. Sono abbandonati, perchè sono già violenti. L'esplosione finale, il femminicidio, è l'esito di una lunga scia di botti di petardo, fatta di insulti, denigrazioni, minacce, violenze psicologiche, vessazioni, botte. Otto vittime su dieci hanno denunciato più volte il loro aguzzino e non sono state protette, anche perchè spesso e volentieri gli operatori di polizia e di giustizia hanno interpretato la violenza come difficoltà relazionale. Come disfunzione emotiva. Come in fondo fa Raimo nel suo articolo.

L'opacizzazione della questione di genere. Gli uomini hanno il privilegio di non pensare in termini di genere, anzi cercano di contrastarne la messa a tema. L'articolo di Raimo in fondo fa lo stesso. Vuol distogliere il femminismo dalla questione femminile, vuole spiegare il maschilismo e la violenza come espressione della fragilità maschile, come reazione alla crisi, come parte di un trasferimento del conflitto dal pubblico al privato, come se nel tempo passato la violenza domestica non esistesse o fosse inferiore. Afferma esplicitamente che le caratteristiche fondamentali della violenza di genere sono celate dall'attenzione a quel "di genere". Torna a respirare, come se avesse trattenuto il fiato per lungo tempo, dopo che nel libro di Daniela Danna gli pare che molti esempi contraddicano l'idea che la violenza di genere sia più frequente nelle società dove è più accentuata la differenziazione dei sessi.

L'oggettivazione delle donne e la violenza. Non gli piace il refrain dell'oggettivazione della donna come premessa automatica della violenza. E la proiezione del documentario il Corpo delle donne come antidoto autosufficiente. La "premessa automatica" e "l'antidoto autosufficiente" sono argomenti fantoccio - nessuno ne ha mai parlato in questi termini - per poter contestare meglio l'argomento vero, difficilmente confutabile: che l'oggettivazione della donna sia una condizione favorevole alla violenza.

Il sessismo benevolo. Sin dal titolo, Raimo sembra suggerire che il sessismo benevolo sia quello che, mediante la legge, o le campagne mediatiche, dice di voler proteggere le donne. Per esempio, gli uomini di Noino.org. In tal modo suggerisce una confusione tra tutela privata (dei padri, fratelli, mariti) dedicata alle donne della famiglia, e tutela pubblica (dello stato) dedicata a tutte le cittadine e i cittadini, a cui anche le donne hanno diritto. A leggere Chiara Volpato, più che un sostituto a buon mercato del sessismo ostile, è un suo complemento. Come il bastone e la carota. Un alternarsi di ricompense e punizioni.attraverso il quale i dominatori controllano i dominati. Solo la ricompensa genererebbe un senso di potenza, solo la punizione genererebbe resistenza. Anche le donne lo accettano. Non solo e non proprio. Lo accettano in prevalenza le donne di orientamento conservatore. Soprattutto nei paesi dove è più forte il sessismo ostile. Più è forte la minaccia maschile, più è apprezzata la protezione maschile. Perciò, quale che sia la personale posizione di un uomo rispetto alla violenza (buono, cattivo, intermedio), i proventi per lui arrivano lo stesso. Se il sessismo ostile afferma l'inferiorità della donna, il sessismo benevolo quasi ne afferma la superiorità, specie nei caratteri e nelle attitudini ritenute femminili, più utili alla cura degli uomini: l'intuizione, la sensibilità, il dono, la capacità di accoglienza, l'amore, lo spirito materno, la grazia, la delicatezza, la bellezza. Una idealizzazione ad uso e consumo degli uomini. I quali allo scopo si mostrano tranquillamente inferiori, bisognosi e dipendenti. Lo stesso articolo di Christian Raimo è un esempio di sessismo benevolo alternato al sessismo ostile. E' ostile nei giudizi sprezzanti verso il nuovo femminismo rivendicativo. Bilanciati però dalle citazioni di testi e autrici femministe e dall'elogio del femminismo storico, anche se apprezzato non per se stesso, ma per il fatto di nutrirsi da altri e di nutrire altri. Raimo sembra quasi porsi come allievo di fronte a delle maestre, che ricopre di riconoscimenti. Che suggerisce a tutti di leggere e a cui affida l'educazione del futuro. Però, al momento di tirare le somme della lezione che ha imparato, ripete la vecchia storia del raptus (la violenza che esplode) del maschio fragile, incapace di gestire le sue emozioni, non responsabile, ed anzi si appella alla responsabilità femminile, alla capacità di sostegno, di attenzione, di educazione, in definitiva di cura delle donne. Altrimenti, il femminismo è solo rivendicativo. Meglio un femminismo materno.


Vedi anche:
Maschi che partono da sé e finiscono in una zona grigia
I manifesti che la gente non vuol vedere - del povero uomo

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