Può darsi che la mancata rinuncia di Barbara Spinelli al seggio di Strasburgo sia un male.

Tuttavia, gli argomenti contro la sua mancata rinuncia sono pessimi. Argomenti forse comprensibili nel fronte interno degli attivisti, ma piuttosto oscuri nel fronte più ampio degli elettori simpatizzanti, quelli che non si identificano con un pezzo preciso, hanno solo aderito ad un punto di vista di sinistra contro le politiche dell’austerità europea, contro il ritorno dei nazionalismi, e forse anche ad una occasione di riunificazione e di ricostruzione di una sinistra in Italia. 

Si può avere ragione con argomenti sbagliati. Cerco di capire la ragione. Per adesso, vedo solo gli argomenti sbagliati. Conditi da tanti, troppi insulti, che non possono che suscitare una reazione di solidarietà.

1) Il più gettonato è che Barbara Spinelli con la sua mancata rinuncia sarebbe venuta meno ad una promessa elettorale. Come spesso fanno i politici dopo le elezioni. Un simile argomento presuppone che Spinelli abbia ottenuto voti promettendo qualcosa di vantaggioso o appetibile per gli elettori. Come nel caso di un candidato che prometta di difendere lo Statuto dei lavoratori, ottiene i voti per questo, poi una volta eletto appoggia la manomissione dell’articolo 18. Qui è chiaro che la promessa corrisponde al vantaggio dei lavoratori e il successivo comportamento corrisponde allo svantaggio dei lavoratori. Contraddizione e incoerenza sono palesi. Nel caso di Barbara Spinelli invece non è affatto chiaro perchè mai gli elettori avrebbero dovuto pensare di trarre un vantaggio dalla sua annunciata rinuncia, addirittura decidere di votarla proprio per questo motivo e oggi dopo averla eletta quasi in 80 mila sentirsi defraudati dalla sua investitura invece che dalla sua rinuncia.

Quel che Barbara Spinelli avrebbe promesso poteva essere un vantaggio per i candidati della sua stessa lista, che non ce l’avrebbero fatta ad essere eletti con i loro voti, un vantaggio per SEL e Rifondazione, che non ce l’avrebbero fatta a raggiungere il quorum. Ed ora sono Marco Furfaro e SEL a sentirsi svantaggiati e defraudati. Si può ben capire, ma è una questione che attiene alla logica di partito, i suoi candidati, dirigenti, militanti, simpatizzanti. Diversa è invece la logica dell’elettorato, per cui conta il consenso.

Chi perde in una competizione elettorale (in competizione con gli altri partiti, o con i candidati della sua stessa lista), ha tutte le ragioni per sentirsi deluso. Non ne ha, per sentirsi vittima di un tradimento. Il ripensamento di Barbara Spinelli, giusto o sbagliato sul piano dell’opportunità politica, è inattaccabile sul piano del diritto e della morale, perchè attiene ad una questione che è nella sua piena e totale disponibilità. Come il ripensamento di una ragazza che prima ti dice di si e poi ti dice di no. La reazione di molti compagni di SEL somiglia infatti alla reazione di quei ragazzi delusi, incapaci di accettare un rifiuto, perchè prima lei si era impegnata. Talvolta quei ragazzi reagiscono in modo violento. Prima lei era grandissima, una ventata d’aria fresca, ora è una miserabile voltagabbana, una borghese piccola piccola, priva della facoltà politica. Trovo che insultare, attaccare sul piano morale, personale, denigrare, dileggiare, pretendere la sua rinuncia, come sta succedendo da giorni e in particolare in queste ore nei confronti di Barbara Spinelli, sia una violenza. Una modalità che definisce le identità politiche, molto più dei pasticci e dei ripensamenti.

2) Barbara Spinelli con la sua mancata rinuncia avrebbe rotto un equilibrio. Sarebbe stata una buona tripartizione avere come eletti Curzio Maltese, Marco Furfaro e Eleonora Forenza, perchè voleva dire avere eletti uno della società civile, uno di SEL e una di Rifondazione Comunista. Una parte dei militanti della lista possono ragionare così. Per tanti elettori invece questa tripartizione può avere scarso o nessun significato. Io non aderisco nè a SEL, nè a Rifondazione comunista dal 2009, non mi sono più legato a nessun gruppo, alle elezioni politiche 2013 ho votato RC alla camera e SEL al senato. Non mi sento in alcun modo «società civile». Possono essere significative altre ripartizioni. L’aver eletto due donne e un uomo. Un’anziana, un adulto e una giovane. Uno del nord, una del centro, una del sud. Anche sul piano più strettamente politico si può vedere un equilibrio, fuori dalle appartenenze, perchè Curzio Maltese è tendenzialmente filo-PD, Barbara Spinelli filo-M5S e Eleonora Forenza più autonoma.

La rottura dell'equilibrio tripartito sarebbe la fine del progetto. Perchè se un partito non ottiene il suo seggio, il progetto non vale più. Ergo, il progetto è il seggio. Come spiegare altrimenti? Buon senso vorrebbe che se si forma una lista insieme, qualunque eletto rappresenta tutta la lista e tutta la lista lo riconosce come suo rappresentante. Perchè mai i compagni di SEL non dovrebbero riconoscere come propria rappresentante Eleonora Forenza e viceversa i compagni di Rifondazione perchè non avrebbero dovuto riconoscersi in Marco Furfaro se fosse passato lui? Quali profonde differenze politiche giustificano queste rigide separazioni di appartenenza? Come si può pensare che tutto questo sia comprensibile a chiunque non frequenti assiduamente i direttivi di circolo?

3) Barbara Spinelli andrebbe a Strasburgo solo perchè è la figlia di Altiero Spinelli, poiché Alexis Tsipras ne ha fatto cenno nella sua lettera di sollecitazione. Come se fosse una giovinetta senza una sua biografia, una sua storia. Un argomento che squalfica la stessa scelta della Lista Tsipras di averla come sua garante, candidata e capolista e che ancora una volta disconosce il suo primato elettorale. Io, che sono una persona di media cultura, leggo Barbara Spinelli da molti anni, da quando scriveva sulla Stampa, l’ho sempre considerata una delle più autorevoli editorialiste italiane, non sempre d’accordo con lei specie ai tempi della prima guerra del golfo, più d’accordo sul conflitto mediorientale, solo da pochi anni ho scoperto che è figlia di Altiero Spinelli. Credo che ai più non sia affatto noto e che forse sia abbastanza ignota la stessa figura di Altiero Spinelli.

4) Vi sono argomenti che fanno leva su riflessi condizionati. Uno è un argomento «grillino»: Barbara Spinelli sarebbe attaccata alla poltrona. Come se fosse stata nominata e non eletta. Come se il suo eventuale successore non eletto, al posto suo, andrebbe ad accomodarsi su una panchetta di legno. L’altro è un argomento «renziano»: Barbara Spinelli è vecchia e toglie posto ai giovani. Come se il conflitto generazionale potesse essere una leva per la rinascita della sinistra. Se anche lo fosse il conflitto andrebbe praticato sul serio, prima, non dopo il voto. Matteo Renzi ha vinto le primarie contro il vecchio gruppo dirigente del suo partito, non si è fatto sdoganare da un candidato civetta.

5) Barbara Spinelli ha deciso da sola. Un sequestro proprietario. Una scelta elitaria e individualista. Oppure una piena assunzione di responsabilità rispetto a ciò che è di propria competenza? Poteva optare per il collegio centro, per il collegio sud o per nessuno dei due e lasciare decidere al sorteggio della cassazione. Ha scelto il collegio centro, dove era capolista, dove ha preso più voti, dove è la sua città. Una scelta razionale. In una lettera ai promotori della lista, spiega di aver deciso da sola l'ultimo tratto dopo il fallimento di tutti i negoziati.

Barbara Spinelli è dunque difendibile su tutta la linea? Penso di no. Ha sbagliato a prestarsi inizialmente come finta candidata e a candidarsi in più di una circoscrizione. Fare da specchietto per le allodole al fine di raccogliere voti a favore di chi non ha sufficiente consenso è un imbroglio ai danni degli elettori. Per questo va criticata. Anzi, andava severamente criticata. Oggi, i «delusi» esigono il rispetto di questo imbroglio. Lo fanno parlando senza veli, come se dicessero cose rispettabili.


Riferimenti:
Barbara Spinelli: «Accetto l'elezione al Parlamento europeo»
Barbara Spinelli a chi deve coerenza?
Prima le persone (Enrico Sitta)
Il file da ricominciare (Alessandro Gilioli)
Marco Furfaro, la risposta a Barbara Spinelli
Non c'è futuro possibile, a sinistra, per questo modo di fare politica (Maso Notarianni)
Paola Bacchiddu Vs Barbara Spinelli: "La sua decisione di andare a Bruxelles è una truffa"
Considero grave e sbagliata la scelta di Barbara Spinelli (Nicola Fratoianni)
Adesso costruiamo la Syriza italiana (Paolo Ferrero)
Lite Tsipras, Barbara Spinelli spiega
Barbara Spinelli lista Tsipras: "Vado in Europa per tutta la sinistra. Le accuse di Sel sono false e ingiuste"
Barbara Spinelli: «Vado in Europa per tutta la sinistra». Intervista a Repubblica.
Enrico Mentana difende Barbara Spinelli: «Ha cambiato idea? E dove sta il dramma?»

Leggo un paradossale post di Alessandro Giglioli. Dove schiera Gandhi, Einstein, Agazzi e Berlinguer, per accusare Barbara Spinelli di mancare alla parola data. Perchè lei starebbe ripensando alla possibilità di assumere l'incarico di europarlamentare. Per cui è stata eletta. Darebbe così prova di incoerenza. Tra il dire e il fare. Motivo della perdita di rappresentanza della sinistra e della mancanza di fiducia nei suoi sedicenti rappresentanti.

Si direbbe che per l'autore del post, coerenza, fiducia, rappresentanza e cambiamento siano meglio realizzati nelle candidature che fanno da specchietto per le allodole. Quelle per cui voti uno e, senza saperlo, eleggi un altro.

La Lista Tsipras ha ottenuto circa un milione e centomila voti. Ha superato il quorum con uno scarto di ottomila voti. Barbara Spinelli era candidata in tre collegi. E' risultata eletta nel collegio Centro con 37 mila voti, e nel collegio Sud con 28 mila voti. Inoltre, nel collegio delle Isole ha raccolto oltre 13 mila voti.

Tutti questi elettori, quasi 80 mila, hanno votato lei per il piacere di non eleggerla? Tutti questi elettori ritrovandosi eletto un altro guardagneranno fiducia, si sentiranno meglio rappresentati, apprezzeranno la coerenza tra il dire e il fare, scoprendo magari solo adesso che da qualche parte esiste una foglia di fico dichiarativa, con cui la candidata annunciava l'intenzione di dimettersi?

Foglia di fico a cui qualcuno nella Lista tiene così tanto da farne un giuramento, il punto di una questione morale. Molto curioso. Come se - a proposito di coerenza - non ci fosse da essere contenti e soddisfatti se Barbara Spinelli, dopo che l'abbiamo candidata capolista in due collegi e votata in decina di migliaia, scegliesse come è suo diritto e dovere di rappresentarci in Europa.

Il ripensamento di Barbara Spinelli, è attribuito nel post dell'Espresso alle pressioni di interessati capataz della lista Tsipras. A quanto riferisce il Manifesto pare che tra i capataz ci sia lo stesso Alexis Tsipras.

Io non sapevo per certo che Barbara Spinelli e Moni Ovadia avessero dichiarato l'intenzione di essere candidati di facciata. Ne ho solo sentito parlare. E non ne ho pensato bene. Lo considero un metodo di dubbia correttezza per guadagnare consenso.

Si può intuire che in gioco vi sia una questione di equilibri politici. Il primo escluso nel collegio Centro è un candidato di SEL (Marco Furfaro 23 mila preferenze) e la prima esclusa nel collegio Sud è una candidata di Rifondazione Comunista (Eleonora Forenza 22 mila preferenze). Mentre al Nord Moni Ovadia lascerà il posto a Curzio Maltese («società civile»). Una petizione perchè Spinelli e Ovadia accettino l'investitura a Strasburgo è attribuita ai verdi.

Ma sono le questioni di equilibrio politico tra i gruppi di una lista a ridare senso alle parole fiducia, rappresentanza e coerenza? E' nel nome di questi equilibri che una discutibile dichiarazione diventa una promessa? Gli equilibri si decidono nel definire le candidature. Gli eletti competono agli elettori. I candidati di SEL e Rifondazione, che saranno bravi, bravissimi, hanno preso molti meno voti della capolista. Questo è il fatto. L'indicazione di preferenza dei cittadini elettori ha la precedenza sulle legittime aspettative di dirigenti, militanti e giornalisti supporter. In primo luogo, è alle elettrici e agli elettori che si deve coerenza.


Riferimenti:

Il comportamento elettorale è influenzato da tanti fattori. Uno di essi è il significato attribuito alle elezioni. 
In Italia, le prossime elezioni europee sono considerate un test per valutare chi è più forte tra Renzi e Grillo e di quanto. Per sondare il gradimento del governo e le sue prospettive di sopravvivenza. Per ricalibrare i rapporti di forza al fine di rinegoziare le incerte riforme istituzionali. 
Per alcuni, le elezioni sono un referendum. Su un leader, sul governo, su un pericolo emergente, su un intero ordinamento economico e sociale. Per altri ancora il voto è l’esito di un calcolo, l’elargizione di un premio ad una singola proposta o ad una singola persona, lo scambio con un favore. 
C’è chi le affronta come fosse un concorso matrimoniale, dove in gioco è la scelta del partner. Scegliere bene chi sposare è molto difficile e impegnativo, tanto che può essere conveniente rimandare in attesa del principe azzurro o della fata turchina, mentre nel frattempo si sceglie di rimanere liberi da responsabilità e compromessi. Eppure gli eletti sono già liberi dal vincolo di mandato, non c’è ragione che proprio gli elettori si sentano vincolati.

Un comportamento elettorale è l’astensione. Da molti anni l’astensionismo cresce, è il primo o il secondo partito. Il partito più eterogeneo. In esso confluiscono i delusi di destra, di centro e di sinistra. Gli informati e i disinformati. I militanti e gli indifferenti. I sofferenti e gli appagati. Ci si astiene per dare un segnale. L’astensione di segnali ne dà una infinità in tutte le direzioni. Negando il voto a tutti, lo si dà un po’ ad ognuno, da Matteo Salvini a Barbara Spinelli, passando per Angelino Alfano, Silvio Berlusconi, Beppe Grillo e Matteo Renzi. L'astensione è priva di influenza diretta sull’esito del voto: le elezioni sono valide con qualsiasi percentuale di votanti e i seggi sono comunque redistribuiti al cento per cento. La delegittimazione che deriva da una elevata astensione è relativa e forse persino opportuna per un moderno sistema post-democratico, nel quale la politica ha da essere il più debole dei poteri forti, retto in modo traballante da un suffragio semipopolare. All’astensionismo manca un precedente storico da vantare a suo favore, una situazione per la quale poter dire di aver cambiato il mondo. A parte l'eccezione di Ponzio Pilato.

Per parte mia, concepisco le elezioni come una opportunità per concorrere ad indicare una direzione e a determinare un contesto. Le prossime elezioni eleggono il parlamento europeo. Il contesto è l’Europa originata dai parametri di Maastricht. Su questa Europa si confrontano tre posizioni.

1) La politica europeista dell’austerità dei partiti liberalconservatori e socialdemocratici, alternati al governo o al governo insieme in grandi coalizioni: pareggio di bilancio, risanamento finanziario, cioè pagamento del debito con tutti gli interessi, controllo dell’inflazione, privatizzazioni, moderazione salariale, flessibilità del mercato del lavoro. In Italia ha portato il governo Monti, retto da PD e PDL ad approvare il fiscal compact, ad introdurre il pareggio di bilancio in Costituzione, a manomettere l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Una politica che, volendo ridurre il debito, riduce anche il PIL. Il rapporto tra i due termini rimane invariato o addirittura peggiora. 

2) La politica antieuropeista degli euroscettici, partiti populisti, che vogliono uscire dall’Europa, rompere con l’Euro e tornare alla vecchia sovranità nazionale, alla vecchia moneta, per rilanciare le esportazioni con la svalutazione e il basso costo del lavoro. Identificano l’euro con la causa della crisi economica e l’Europa con la libertà dei migranti di trasferirsi in massa nel vecchio continente. Una destra nazionalista che soffia sul fuoco della xenofobia e della paura sociale. Il loro leader continentale è Marine Le Pen. In Italia sono la Lega di Matteo Salvini, i Fratelli d’Italia di Giovanna Meloni e, pur con tutti i distinguo e le distanze anche il M5S di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, che mette al primo punto del suo programma il referendum sull’euro. Il loro progetto di fatto è sostituire il liberismo globale con un liberismo locale, più autarchico e protezionista.

3) La politica europeista della sinistra europea, che guarda al partito greco Syriza e candida il suo leader alla presidenza della Commissione europea, Alexis Tsipras. Contro l’Europa neoliberista e contro il ritorno ai nazionalismi, per una Europa sociale. Per un new deal europeo, che metta fine all’austerità, cancellando il fiscal compact, eliminando il pareggio di bilancio dalla Costituzione, e rinegoziando tutti i trattati europei, a cominciare dal Trattato di Maastricht, sulla base di parametri sociali e non solo finanziari, in primo luogo relativi alla lotta alla disoccupazione. Per la quale, la sinistra europea propone la riduzione dell’orario di lavoro e politiche espansive, libere dai vincoli di bilancio: il debito dei singoli paesi si ristruttura, mediante un parziale consolidamento (si cancella la parte che non si può con ogni evidenza riscuotere e si dilaziona il pagamento del rimanente). La BCE assume gli stessi poteri della Federal Reserve (la banca centrale USA), diventa prestatore e pagatore, può comprare i titoli di stato dei paesi più in difficoltà, per arginare la speculazione contrastata anche dalla Tobin Tax, favorisce il credito alle banche che garantiscono prestiti alle piccole e medie imprese, mentre i risparmi dei cittadini sono protetti dalla separazione drastica delle banche commerciali dalla banche di investimento. Propone politiche di integrazione e di accoglienza per i migranti, politiche migratorie che rendano possibile il raggiungimento del continente per vie legali, senza mettere a rischio la vita.

Io scelgo di votare la Lista Tsipras per modificare il contesto europeo in questa direzione - parametri sociali, occupazione, lotta alla speculazione, accoglienza.

Credo questo sia il prioritario interesse dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati, dei giovani e dei migranti. E anche delle donne. Dopo, la vicenda che ha visto protagonista Paola Bacchiddu e un corteo di testi e immagini favorevoli ad una emancipazione berlusconiana secondo cui la libertà è la libertà di prostituirsi, ho letto molti commenti di amiche e compagne attiviste, intenzionate a negare il voto alla Lista Tsipras, ritenendola ambigua sui temi delle donne e del femminismo. Sicuramente buona parte del personale politico di questa formazione è impreparato su questi argomenti, come lo è il PD e tutta la sinistra italiana. A destra c’è il maschilismo, a sinistra c’è discussione, impaccio, imbarazzo, ambiguità, incertezza. Ma c’è uno spazio e va occupato. Se la Lista Tsipras supererà la soglia di sbarramento ha buone probabilità di essere eletta Lorella Zanardo, la migliore antitesi di quell’emancipazione berlusconiana che predica al soggetto di farsi oggetto. Se la Lista Tsipras supererà la soglia di sbarramento andrà in Europa a rafforzare la sinistra europea, la terza forza politica del continente, l’opposizione più coerente al liberismo. Cioè a quell’insieme di politiche economiche e sociali, quel sistema di valori, che tende a mercificare ogni aspetto della vita umana. E’ il neoliberismo il contesto nel quale l'emancipazione della donna si traduce in sfruttamento e autosfruttamento. Voto tenendo presente questa foto. Che è la foto del mondo.


La responsabile nazionale della comunicazione per la Lista Tsipras, Paola Bacchiddu, ha postato la propria foto in bikini sulla sua bacheca di Facebook, con il messaggio: «Ciao. È iniziata la campagna elettorale e io uso qualunque mezzo. Votate L'altra Europa con Tsipras».

Alessandro Giglioli spiega oggi la scelta di Paola come un gesto di esasperazione: «in questo Paese e con questo sistema mediatico, l’unico modo per finire sui giornali è mostrare le tette o il culo». Non dice se ha fatto bene o male, lascia decidere ai lettori, chiede solo di tener conto del contesto. «Con una foto delle vacanze, Paola è riuscita a ottenere molto più spazio di quanto aveva conquistato pubblicando centinaia di notizie, analisi, video, infografiche e interviste sull’austerità, sul fiscal compact, sull’aumento della forbice sociale, sul programma della lista Tsipras e sulla e idee di Barbara Spinelli».

Riguardo il contesto, credo che far dipendere lo scarso interesse per la Lista Tsipras, e quindi il suo boccheggiamento nei sondaggi, dall'oscuramento mediatico, sia una operazione un po' pigra. Vi sono state forze politiche emerse nel totale oscuramento mediatico. La Lega dei primi anni '90 o il Prc di Garavini e Cossutta. Il M5S inizialmente si è sviluppato soltanto intorno al blog di Beppe Grillo. Ormai, metà dell'informazione è su Internet, dove ci si può autorappresentare senza passare per filtri redazionali. Come può essere resa virale una foto, può esserlo una proposta politica, se interessante, convincente, credibile, sostenuta da leader e candidati legittimati. E' possibile anche ricevere attenzione dai media tradizionali. In passato, proprio in rappresentanza di questa area politica, Fausto Bertinotti ha per molto tempo ricevuto un discreto riscontro in televisione e sui giornali.

Riguardo il fatto, penso che qualsiasi fatto possa essere valutato secondo almeno tre criteri di giudizio. 1) Normativo: risponde alla domanda se il fatto è legittimo, cioè conforme alla legge, alla regola pubblica o se dovrebbe esserlo; 2) Etico: risponde alla domanda se il fatto è morale, giusto, cioè conforme alla nostra regola interiore. 3) Politico: risponde alla domanda se il fatto è opportuno, cioè conveniente, se porta vantaggi, se è efficace.
Spesso nelle discussioni, questi piani di giudizio si confondono. Si afferma qualcosa su uno e si riceve risposta sull'altro.

Sul piano normativo c’è poco da dire. Paola ha osservato la legge, i regolamenti, la netiquette, non ha violato alcuna regola, ha esercitato il suo diritto di iniziativa. Il suo atto è pienamente legittimo. Una campagna volta a difendere la libertà di una donna di usare il proprio corpo come meglio crede, che pure è stata promossa [1] [2], sfonda una porta aperta, salvo immaginare Paola Bacchiddu come una compagna di lotta di Aliaa Magda el Mahadi, la giovane blogger egiziana che si mostrò nuda sul suo blog, per protestare contro una società che induce o costringe le donne a velarsi. Scrive Cinzia Arruzza:

Presentare l’Italia come un paese in cui ci si scandalizza come delle suorine in un convento appena una tetta trapela sotto la maglietta è semplicemente ridicolo. È ormai da qualche decennio che siamo tutti e tutte bombardati da immagini di tette, culi, labbra, vagine, farfalline, caviglie, cosce, e ogni tanto persino peni, per gentile concessione. La comunicazione è talmente saturata di sesso e sessualità che ormai le parti anatomiche circolano come significanti separati dal corpo a cui teoricamente dovrebbero appartenere, sono mezzi di scambio e comunicazione, contribuiscono a costruire e gestire affetti, e partecipano al generale feticismo delle merci. Quello di cui alcune e alcuni si sono scandalizzati non è l’esposizione di un bel corpo seminudo. L’appello all’autodeterminazione c’entra come i cavoli a merenda. Quello di cui ci si scandalizza casomai è l’ormai evidente divorzio tra mezzo e contenuto.

Che qualcuno possa avere inviato a Paola qualche messaggio irritato, aggressivo, maleducato è deplorevole, purtroppo succede a chiunque si esprima in pubblico, ma è un po’ poco per vedere messa in pericolo la libertà individuale e per imputare un tale pericolo al femminismo, ad una sua presunta componente moralista, o a qualche altra entità collettiva.
Paola non è stata censurata, il suo post è stato ripreso dai siti dei principali quotidiani, in modo benevolo e divertito. Infatti, la foto in bikini è stata usata proprio come mezzo sicuro per bucare una censura di fatto.
Sul piano delle regole, l’unica cosa che eventualmente può essere contestata a Paola Bacchiddu, in quanto «capo comunicazione nazionale della Lista Tsipras», è di aver rappresentato il suo movimento con una iniziativa, nella quale i candidati, i dirigenti, i militanti, i volontari, potrebbero sentirsi non rappresentati o persino sconfessati.

Sul piano etico, si può ritenere che Paola abbia agito bene, perchè ha servito una causa giusta (dare visibilità alla sua Lista), senza fare del male a nessuno. Oppure si può ritenere che abbia agito male, perchè ha puntato a sedurre, ad offrire uno specchietto per le allodole, l’immagine del suo bel corpo, per carpire l'attenzione dell'opinione pubblica, o il un consenso dei suoi potenziali elettori, che poi gli eventuali eurodeputati eletti potrebbero spendere in voti, deliberazioni, scelte politiche, in dissenso con chi ha manifestato consenso solo per un bel fondoschiena.
Nel 1993, alle elezioni comunali di Torino, un candidato del Pds, Stefano Esposito, ebbe una idea: scrivere una lettera a tutti i cittadini elettori di cognome Esposito. L’iniziativa fu criticata. Un espediente di dubbia correttezza il suggerire che l’omonimia possa essere affinità politica, anche se ovvio che l’individuo gestisce il suo cognome come preferisce, anche a scopo di marketing politico.
Spesso, i partiti politici usano espedienti per conquistare consenso. Puntando sulla bellezza dei candidati, sulla loro notorietà conquistata in campi diversi dalla politica, su proposte demagogiche, sulla lotta contro capri espiatori, sull’invettiva e la violenza verbale, per guadagnare un consenso che poi spenderanno in modo del tutto svincolato dalle ragioni per cui l’hanno ottenuto.

E’ morale, è opportuno, che una lista di sinistra alternativa faccia altrettanto, faccia lo stesso? Può usare i mezzi degli altri, per affermare contenuti diversi? Diceva Mao: «Se usi il fango per fare una casa, avrai una casa di fango».

Sul piano dell’opportunità, si può pensar bene, perchè l’obiettivo dell’attenzione è stato raggiunto. Oppure si può pensare male, perchè è stata ottenuta un’attenzione fine a se stessa e in buona parte negativa. Il proprio campo è stato diviso. Quella che voleva essere una provocazione contro i media, strada facendo, è presto diventata una provocazione contro le femministe, sostenuta da articoli e commenti misogini, si è dato luogo ad un conflitto tra “post” e “vetero” femministe. Si è riproposta l’immagine della donna oggetto, del corpo femminile ridotto a cosa per vendere cose. Un messaggio incoerente con la candidatura qualificante di Lorella Zanardo.
Ne rimane la sottovalutazione costante delle tematiche femministe. Come non fossero davvero parte di un progetto politico. Come se le donne non fossero considerate davvero elettrici. La foto in bikini si rivolge ai maschi elettori. Sulle tematiche femministe si è di nuovo consentito di buttarla in caciara, tanto è roba da donne e non determinano spostamenti di voti.

Forse uno dei motivi per cui la sinistra alternativa risulta poco interessante, non solo nei media tradizionali, ma anche nei nuovi media, se è ridotta ai minimi termini, se combatte sempre per galleggiare appena sopra la soglia di sbarramento, è anche per questo suo non prendere seriamente in considerazione oltre la metà dell’elettorato.


Sullo stesso argomento puoi leggere:

http://www.huffingtonpost.it/2014/03/24/lista-tsipras-spinelli-possibile-iniziare-rapporto_n_5022402.html?utm_hp_ref=italy
Barbara Spinelli, candidata e garante della Lista Tsipras, ha dichiarato all'Huffington Post: «La vittoria di Le Pen è una brutta notizia, ma non è una sorpresa: è noto che l'estrema destra populista sta avanzando. Il Fronte Nazionale vuole meno Europa, noi invece vogliamo più Europa, per questo non abbiamo nulla a che vedere con Le Pen. Abbiamo linee totalmente opposte. Possiamo invece iniziare un rapporto con Grillo in Europa come peraltro lui ha lasciato intendere negli ultimi giorni. Il Movimento 5 Stelle potrebbe rivelarsi molto meno antieuropeista di quello che sembri». Di fatto è la proposta di una alleanza o di un rapporto preferenziale. Una proposta che non condivido, perchè azzardata e generica. 

La previsione per cui il M5S potrebbe rivelarsi meno antieuropeista di quello che sembra si basa solo sul rifiuto dell'alleanza con il Front National di Marine le Pen. A cui peraltro Grillo dedica parole più gentili e civili di quelle che solitamente rivolge (o fa rivolgere) alle sue avversarie politiche italiane: «Marine Le Pen è una bella signora di grande successo. Nessuno la odia. Ha però un'appartenza politica diversa dal M5S e per questo non sono possibili accordi. Rien d'autre. Adieu». Ma finora Grillo ha rifiutato alleanze con chiunque e ha voluto distinguersi e contrapporsi a qualsiasi altra forza politica, facendo del suo isolamento, del suo essere solo contro tutti, un dato identitario. E tuttavia, a Marine Le Pen non si contrappone, dichiara solo di voler evitare accordi con lei. Senza però escludere alleanze su singoli temi con la destra e i populisti.

La speranza che il M5S si riveli in futuro meno antieuropeista di quello che sembra significa che nel presente lo sembra ancora abbastanza. Il primo punto del suo programma è il referendum sulla permanenza dell'euro. Nel programma vi sono anche richieste condivisibili come l'abolizione del fiscal compact, l'emissione di eurobond. Però, se la UE rifiuterà queste richieste è obbligatorio uscire dall'euro, non c'è scelta, il M5S farà un referendum per ritornare alla lira. E' evidente come su singoli punti ci possa essere confronto, intesa e collaborazione tanto con il M5S quanto con il Partito socialista europeo, ma ha poco senso sbilanciarsi in una dichiarazione di preferenza nei confronti di un movimento la cui impostazione politica generale è ambigua o persino contraria a quella della Lista Tsipras, per la quale la lotta per una Europa diversa non può avere subordinate nazionaliste. O peggio, tardo secessioniste. Solo pochi giorni fa, l'ipotesi grillina di dividere domani l'Italia - se ci apparisse per quello che è diventata, un'arlecchinata di popoli, di lingue, di tradizioni che non ha più alcuna ragione di stare insieme - ha ben predisposto alla collaborazione anche Matteo Salvini, il nuovo segretario della Lega Nord.

Poco importa che le sparate del comico siano strumentali e vogliano solo approfittare della crisi della destra. Se l'unità nazionale può essere buttata nel frullatore della contesa politica solo strumentalmente vuol dire che non è importante. Come non sono importanti il sessismo, il razzismo, il fascismo. Dall'uso delle invettive sessiste per punire virtualmente le avversarie, alla contrarietà alla concessione della cittadinanza, alla criminalizzazione dei migranti (i Kabobo d'Italia) e dei rom, alle aperture a Casapound. L'intesa su alcuni temi di politica economica e finanziaria, per quanto importante, non può mettere in secondo piano l'incompatibilità con l'uso e l'abuso di istinti e umori misogini e xenofobi, con la sistematica violenza verbale rivolta contro persone e istituzioni, anche se si tratta di condotte che riscuotono consenso nell'opinione pubblica. La civiltà non può dipendere dai sondaggi.

Dai sondaggi possono dipendere valutazioni di opportunità. E c'è da dubitare che l'apertura di una piccola forza politica, in lotta per superare la soglia di sbarramento, nei confronti di un movimento saldamente sopra il 20% possa far guardagnare punti alla prima, specie se, come probabile, non è ricambiata. Il messaggio che dice di voler collaborare con Grillo confermerà i grillini nelle loro posizioni. Invece potrà orientare alcuni potenziali simpatizzanti di Tsipras a votare direttamente per il M5S come voto utile oppure a preferire il PD come male minore.

Nella home di Facebook, ho letto una sequenza di status - commenti, invettive, insulti, sfottò - contro la partecipazione alle primarie del PD. Prima, durante e dopo il voto. Per dire in sostanza due cose: è sbagliato contribuire al successo politico del PD; è sbagliato dare soldi al PD (il contributo di due euro richiesto ai non iscritti per poter eleggere il segretario). Sbagliato, perchè il PD è un partito di centro, che sostiene insieme alla destra un governo sottomesso all'austerity dei tecnocrati europei. Ad amplificare la voce contro i tre milioni di elettori democratici ha provveduto Beppe Grillo: La capacità di parte degli italiani di farsi prendere per il culo è inimmaginabile (...) Il pdmenoelle ha incassato insieme agli altri partiti due miliardi e trecento milioni di finanziamenti illegali, bocciati da un referendum. Nel mese di luglio (...) ha goduto di altri 91 milioni di euro di finanziamento insieme ai partiti complici. E ora, ancora, ancora, non e' sazio ancora di elettori masochisti, ancora. Due euro per votare ancora. Per farsi prendere per il culo ancora.

L'esito delle primarie sembra dare ragione ai critici. Il candidato di sinistra, Pippo Civati, ha ottenuto un risultato modesto (14%), anche se superiore a quello incassato nei congressi di circolo (9%). Un risultato simile a quello di Fausto Bertinotti nel 2006 e di Nichi Vendola nel 2012. Sempre all'incirca un sesto dei voti. Mentre ha stravinto il candidato - anche esteticamente - più moderato: Matteo Renzi. Già primo nei congressi di circolo con il 45%, nelle primarie ottiene il 68%. Uno studio dell'Istituto Cattaneo informa che lo scarto più ampio tra i due risultati si è verificato nelle regioni rosse.

Le ragioni della vittoria di Renzi sono spiegate in un post di Nunzia Penelope. Scritto con garbo e ispirato da ottimismo e buon umore, motiva il suo personale consenso. Mi permetto di sintetizzarlo. I contenuti del nuovo leader sono pop: si occupa dei costi della politica invece che dell'evasione fiscale. I suoi modi sono sbrigativi, anche se attento agli interlocutori (peraltro, è difficile liquidare gli altri, ignorandoli). Cambia spesso collaboratori. Di economia non capisce niente, però è bravo e se studia può impararla, diversamente da quanto ha fatto dal 2009. Tuttavia, è il cavallo vincente e piace ai giovani.

Per vincente, si intende colui finalmente in grado di battere in modo netto Berlusconi alle prossime elezioni. E anche Grillo. Una parte dei suoi elettori, lo ha ritenuto inoltre vincente perchè capace di rottamare il famigerato apparato del partito, impersonato dallo spettro di Massimo D'Alema, rappresentato nelle primarie - si dice a torto o a ragione - da Gianni Cuperlo, che pur arrivando secondo ha ottenuto il peggior risultato in confronto alle aspettative, l'unico ad essere votato meno dai simpatizzanti che dagli iscritti, crollando dal 38% dei congressi di circolo al 18% delle primarie.

http://metaforum.over-blog.com/2013/12/primarie-pd-2013-il-terzo-segreto-di-satira.html
Nonostante questo quadro, tornando indietro credo confermerei la mia scelta di votare e di mettere una croce su Civati. Era prevedibilmente perdente, ma non sono indifferenti le dimensioni della sconfitta, nè il fatto di ottenere un risultato migliore o peggiore di quello ricevuto dagli iscritti, al fine di poter esercitare un condizionamento. E sulle dimensioni della sconfitta, le previsioni erano più oscure. Inoltre, mi sembra una buona cosa partecipare al successo, non solo di un partito, ma anche di due strumenti: le primarie, la cui alternativa sono le cooptazioni nei caminetti; i microfinanziamenti, la cui alternativa sono la dipendenza dal finanziamento pubblico, dagli imprenditori e le ruberie. E' vero che il PD non si fa mancare nulla, tuttavia si può sperare che, anche da successi come questo, impari a puntare di più su piccole quote di finanziameno da parte di tanti militanti e simpatizzanti.

Ho contribuito pure ad un successo del Partito Democratico, è vero, nonostante non sia il mio partito e faccia una politica che non mi piace. I dirigenti vecchi e nuovi del PD puntavano su un cambio di governo in Germania, affinchè fosse possibile mettere in discussione le politiche di austerità in Europa. Quel cambiamento non è avvenuto, Angela Merkel ha vinto di nuovo, e l'Italia di centrosinistra non sembra avere nè le capacità, nè le intenzioni di assumere una iniziativa. Abbiamo il pareggio di bilancio in Costituzione e il fiscal compact che ci costringe a reperire 50 miliardi l'anno, per rientrare nel paramentro del 60% di debito in rapporto al PIL entro vent'anni. Un cappio che strozzerà qualsiasi possibilità di crescita o che, anche peggio, provocherà ulteriori recessioni [Cfr. Luciano Gallino, 28.11.2013].

Sono necessari un partito e un leader che mettano in discussione questa politica, ma all'orizzonte non si vedono, salvo affidarsi al populismo di Beppe Grillo. L'insuccesso del PD, in questa fase, è il successo di Grillo. E' lui che ha protestato per la riuscita delle primarie. Ed io non ritengo al momento sia un bene contribuire al successo di un movimento che fa opposizione al parlamento, che usa la violenza verbale, che strizza l'occhio ai fascismi, ai razzismi, ai maschilismi, che cavalca il movimento dei forconi, che incita le forze dell'ordine a insubordinarsi al potere politico.

L'insuccesso delle primarie del PD sarebbe stato un successo di Grillo, perchè alla sinistra del PD non esiste alcun competitore. E' una questione che molti critici da sinistra del PD, eludono. Nonostante quel partito così moderato, che nel corso degli anni ha puntato a temperare il neoliberismo e l'atlantismo, traendo da ogni sconfitta la lezione di doversi moderare ancora di più. Alla sua sinistra avrebbero dovuto aprirsi praterie. Oggi, con l'affermazione di Renzi, dovrebbero aprirsi voragini. Eppure non c'è nulla. La forza più consistente, Sinista, Ecologia e Libertà, viaggia sul 3-4%, proprio grazie al fatto di essere abbarbicata al PD, che gli garantisce una truppa di eletti. Il resto sono solo lumicini tra lo 0,1 e l'1%, compresa la vecchia Rifondazione Comunista, la cui maggioranza interna non riesce neppure ad eleggere il segretario. A stare su queste percentuali c'è anche il Pdci, decimale in più, decimale in meno. Fosse anche un punto. L'altra piccola forza antagonista era Sinistra Critica (0,4-0,6% alle elezioni). Questa estate si è scissa in Sinistra Anticapitalista e Solidarietà Internazionalista. Provo molto affetto e molto rispetto per tutti i compagni e le compagne che militano in queste formazioni. Mi sento con loro. Non so bene in quale formazione. E con i tanti che militano nella Fiom, nei NoTav, che leggono il Manifesto. Tuttavia, è evidente che non siamo una alternativa. Nè da soli, nè messi insieme. Come Syriza in Grecia. O anche solo come la Linke tedesca.

Per tutti questi ultimi vent'anni, il tentativo di condizionare e di ancorare a sinistra il PDS/DS/PD si è risolto in un fallimento. Il tentativo di costruire una alternativa a sinistra e di sinistra si è risolto in un altro fallimento. Due politiche fallimentari. Dunque, entrambe valide. Se si rifiuta la terza via del populismo grillino, non rimane che insistere su quelle due e non vi è motivo che una pregiudichi l'altra.

Emanuele Macaluso è un dirigente storico del PCI. Siciliano. In segreteria dai tempi di Togliatti. Direttore dell'Unità nella prima metà degli anni '80. Tra i principali esponenti della corrente migliorista, insieme con Giorgio Napolitano e Gerardo Chiaromonte. Convinto «riformista» dalla nascita del Pds. 

Ieri ha scritto un articolo sull'Unità, per difendere il Partito democratico dall'accusa di aver tradito le aspettative dei suoi elettori, per non aver votato Stefano Rodotà alla presidenza della repubblica ed essersi alleato con il Pdl per formare il governo.

Secondo Macaluso, i franchi tiratori per Rodotà sarebbero stati 250 ed oggi il centrosinistra non esisterebbe più. Forse la sua valutazione è corretta, ma è come dire che il tradimento ci sarebbe stato lo stesso. Solo sarebbe stato più autolesionista. L'anziano dirigente, da vent'anni ormai consacrato al giornalismo, ricorda che il PCI in passato ha votato candidati altrui, solo in seguito ad un accordo. Votò Gronchi accordandosi con la DC. E poi Saragat, concordando persino la richiesta dei voti comunisti, da parte del PSDI. Non ha ricordato l'elezione di Cossiga, che fu quasi un prendere o lasciare, dopo la sconfitta del PCI alle amministrative e nel referendum sulla scala mobile.

Esempi pertinenti fino a un certo punto. Gronchi, il candidato della DC, era un democristiano. Saragat, il candidato del PSDI, era un socialdemocratico. Certo che per eleggerli con il massimo del consenso, mentre l'Italia si spostava progressivamente verso sinistra, occorreva chiedere i voti al PCI. Stefano Rodotà invece non è un grillino. E' da sempre un uomo della sinistra, prima presidente della Sinistra indipendente, poi del PDS, ed è tuttora più vicino al PD che a qualsiasi altro partito. Certamente autonomo da Beppe Grillo, come dimostrano gli insulti che si è recentemente preso. E' stato candidato dal M5S mentre l'Italia si rivolgeva a questo nuovo movimento, fino a farlo debuttare in parlamento con un terzo dei voti. Un esordio senza precedenti, mai realizzato da nessun partito, nemmeno da Forza Italia. L'accordo poteva realizzarsi direttamente in Parlamento, alla luce del sole. Sarebbe stata surreale una situazione che avesse visto la DC o il PSDI candidare una personalità eterodossa del Pci, mettiamo Umberto Terracini, e vedere il PCI rifiutarlo, perchè non gli sono stati chiesti i voti.

Per Macaluso, il governo con il PDL e con Scelta Civica è un governo di necessità. Perchè senza alternativa. Inimmaginabile l'alleanza con i 5 stelle. Macaluso ricorda l'umiliazione di Bersani nella diretta streaming durante l'incontro con i pentastellati. Grillo, in effetti, ha fatto molto per sembrare indisponibile e per favorire il cosiddetto governissimo. Forse ne sta pagando le conseguenze nei risultati delle elezioni amministrative, dove ha perso quasi due terzi dei voti. E' apparso irresponsabile e inconcludente. Ma non è vero che il PD gli abbia fatto una seria proposta di alleanza per il governo. Gli ha chiesto solo l'appoggio. E si sarebbe accontentato di ottenerlo anche solo da una parte dei parlamentari dei 5 stelle. Lo ha ammesso Marina Sereni: il PD non ha mai perseguito l'accordo con il M5S.

L'accusa di aver tradito le aspettative degli elettori di sinistra è fondata, anche volendo escludere il ricorso alle elezioni anticipate, che con l'attuale legge elettorale potrebbero riprodurre la situazione attuale, o peggio riconsegnare il paese alla destra. Il PD ha preferito il PDL al M5S. L'attuale capo del governo, Enrico Letta, lo dichiarò già nel corso del 2012: meglio votare Berlusconi che Grillo.

Invece tra il popolo di sinistra, e da parte di SEL, nonostante tutto, nonostante la demagogia, il populismo, le pesanti ambiguità sul razzismo e sul fascismo, è preferibile il M5S. Le stesse pesanti ambiguità riguardano anche la destra, con in più la questione morale e la pressoché totale assenza di istanze di sinistra, nelle politiche del lavoro, della redistribuzione del reddito, sull'ambiente. Ambiguità e persino certezze, per quanto riguarda una parte del suo personale politico. Si pensi ad Isabella Rauti, moglie di Gianni Alemanno, appena delegata da Angelino Alfano al ministero dell'interno per la lotta al femminicidio. Si pensi al fatto che il PD permette che una tale questione sia messa nelle mani di una dichiarata antifemminista. 

Il PDS/DS/PD ha spesso manifestato l'ambizione di costituzionalizzare la destra e  persino la Lega Nord. Adesso aveva l'occasione di costituzionalizzare il M5S. Ma Napolitano, D'Alema, Veltroni, Bersani, di riflesso Macaluso, come pure l'emergente Renzi, sono più rodati nel rapporto con la destra. Questione di codici. Forse è anche più facile aggiustare i propri scandali, per quanto eccezionali, con un alleato già compromesso, che non con un alleato che ostenta una volontà di moralizzazione. Altri dirigenti emergenti, i giovani turchi, cioè i giovani bersaniani (Stefano Fassina, Matteo Orfini, Andrea Orlando), Pippo Civati, Laura Puppato, e il partito di Nichi Vendola, possono e vogliono gestire il rapporto con il M5S.

Dato il suo assetto gerarchico, il tradimento del Pd, era inevitabile, annunciato per tutta la campagna elettorale, con il ripetuto proposito di tornare a governare con Mario Monti. Era iscritto nell'esito delle primarie, che assegnavano il primo e il secondo posto a due alleati contemporanei di Monti e Berlusconi.

Si è costituito il governo di Enrico Letta. Sulla base di un accordo tra PD, PDL e Scelta civica.

Un accordo difficile da digerire per la base elettorale del PD. Che ha votato questo partito con la convinzione di dare il voto più utile per battere Berlusconi. Che esprime la stessa tensione al cambiamento degli elettori del M5S, pur preferendo canalizzarla nella scelta di un partito di più sicura fede costituzionale, o conciliarla con la tradizionale appartenenza al campo democratico e della sinistra.

Così, per fare digerire questo accordo si sono scelti nomi nuovi. Il presidente del consiglio: Enrico Letta invece di Giuliano Amato. Poi i ministri. Esclusi gli esponenti più marcatamente berlusconiani (a parte Alfano) e i mostri sacri del PD. Una presenza qualificata di donne, anche in ministeri pesanti, tuttavia ancora distante dalla democrazia paritaria del 50 per cento. E' stata nominata Cecil Kyenge, al ministero dell'Integrazione, primo ministro di origine africana.

Per favorire ancora meglio la digestione, analisti e commentatori favorevoli al nuovo governo, consolano la base di sinistra con il paragone di precedenti compromessi storici. Già Napolitano, ha evocato l’incontro tra Moro e Berlinguer. Ma è stato troppo facile obiettare che il PD oggi non ha un interlocutore della levatura di Aldo Moro. Allora, provvede Eugenio Scalfari a trovare precedenti importanti con interlocutori di levatura inferiore.

Ricorda Scalfari, la svolta di Salerno del 1944, l’appoggio di Togliatti al governo Badoglio. Poi ancora il Berlinguer della solidarietà nazionale, che nel 1978 votò la fiducia al governo Andreotti, quando Moro fu rapito. Da quel momento in poi fu Giulio Andreotti e non più Aldo Moro, l’interlocutore del PCI. E dunque, se ieri ci si è messi d’accordo con Badoglio e Andreotti, oggi si può fare altrettanto con Berlusconi.

Trovo questi paragoni molto improbabili, e non solo per la diversa levatura morale dei personaggi citati. Badoglio fu si, un monarchico reazionario, compromesso con il regime fascista, ma alla fine fu anche un «traditore» del regime fascista, e in quanto tale poté guidare la transizione ad un regime diverso. Oggi il PD non si accorda con i traditori del berlusconismo. Casini è ridotto ai minimi termini, Fini è escluso dal parlamento. Oggi il PD si accorda proprio con Berlusconi, il capo del più recente ventennio.

La fiducia ad Andreotti, nel 1978, avvenne nel quadro di una emergenza terroristica. Il PCI aveva deciso l’astensione, perchè insoddisfatto dalla scelta dei ministri, ma proprio nel giorno dell’insediamento fu rapito Aldo Moro, quindi votò la fiducia. E tutta la strategia del compromesso storico avveniva nella cornice di un periodo storico determinato dalla guerra fredda, dalla logica dei blocchi, dalla identificazione del PCI con il blocco avversario, quello sovietico, quindi dal fattore K, dalla conventio ad excludendum dei comunisti, alla ricerca di una legittimazione per fare finalmente accedere il primo partito della sinistra italiana all’area di governo, in un sistema bloccato. Tuttavia, il profilo degli interlocutori democristiani, senza Aldo Moro, fu determinante e alla fine il compromesso fallì.

Ma soprattutto, nel 1944 e nel 1978, il PCI non aveva una alternativa. Poteva solo autoescludersi, collocarsi all’opposizione o provocare una paralisi. Oggi, il PD un’alternativa ce l’ha. L’accordo con il Movimento 5 Stelle. Con cui ha eletto i presidenti delle camere, con cui poteva eleggere il presidente della repubblica. Con cui, volendo, poteva tentare anche un serio compromesso di governo, facendo offerte non rifiutabili. E se a Scalfari la levatura di Grillo proprio non piace, può sempre ricordarsi che il PCI già si mise d’accordo con Badoglio e poi con Andreotti.

In molti simpatizzanti progressisti il Movimento 5 Stelle continua a suscitare diffidenza - causa incompetenza, dichiarazioni infelici, linguaggi insultanti, propensione alla logica del tanto peggio tanto meglio - fino al punto da essergli ancora preferito il PD. Io stesso se fossi chiamato ad una scelta secca tra PD e M5S, credo sceglierei il PD. Per storia, per retaggio culturale, per appartenenza. Perchè mi pare che tra le due forze politiche, i temi a me più cari, il diritto del lavoro, il femminismo, l'antirazzismo, siano più di casa tra i democratici. Qualcuno potrebbe storcere il naso e ricordarmi facilmente la concreta prassi di quel partito, anche solo recente, al governo con Monti. Ed avrei difficoltà a ribattere. Non per nulla, ho votato RC e SEL.

Tuttavia, passate le elezioni, i fatti più importanti hanno segnato uno spostamento a sinistra, soprattutto per impulso del M5S, nonostante esso non voglia essere nè di destra, nè di sinistra. Penso al programma degli otto punti di Bersani, insufficienti quanto si vuole, ma impensabili senza il proposito di conquistare l'adesione del partito di Grillo e soprattutto penso all'elezione a presidenti delle due camere di Laura Boldrini e Pietro Grasso, una rappresentante dei profughi e un rappresentante dell'antimafia ai vertici dello stato. L'elezione dei due presidenti sembrava voler prefigurare una maggioranza di governo PD-M5S, ma la stessa impostazione non è stata replicata per la formazione del governo, nel momento in cui l'incarico è stato assunto da Bersani e non da una personalità paragonabile a Boldrini e Grasso. Ed ora pare definitivamente abbandonata per l'elezione del presidente della repubblica.

Il PD propone una rosa composta da Franco Marini, Anna Finocchiaro, Massimo D'Alema, Giuliano Amato, Romano Prodi, forse anche Luciano Violante. A parte Prodi, tutti nomi fatti apposta per ottenere il consenso del PDL e il dissenso del M5S. Anche stavolta hanno fatto meglio i grillini con le quirinarie. Non si sa quanti hanno votato e quante preferenze siano state assegnate. Ma la consultazione di base virtuale ha sfornato una rosa di personalità di tutto rispetto, molto apprezzabili nel loro lavoro, non sempre, almeno apparentemente, idonee alla carica di capo dello stato.

Prima eletta, Milena Gabanelli, forse anche grazie alle recenti minacce di querela da parte di Alemanno.  Poi a seguire, Gino Strada, Stefano Rodotà, Gustavo Zagrebelsky, Ferdinando Imposimato, Emma Bonino, Giancarlo Caselli, Romano Prodi, Dario Fo. Unico nome comune alle due rose è quello di Romano Prodi, però piazzato molto indietro nelle preferenze grillini, e poco amato tra i democratici. Il professore non sarebbe utile per un accordo con il PDL, forse insufficiente per un accordo con il M5S. Gabanelli probabilmente declinerà. Su di lei credo abbia ragione Enrico Mentana: «Milena Gabanelli candidata al Quirinale è una bella scelta. Più che alla presidenza della repubblica però la vedrei bene a quella della Rai». Il nome migliore uscito dalle quirinarie è quello di Stefano Rodotà. Un perfetto garante della Costituzione nella migliore repubblica democratica possibile. Un alfiere dei diritti, un conoscitore della rete e delle nuove tecnologie, un uomo di sinistra, vicino al movimento operaio, svincolato dai dogmi liberisti e monetaristi. In un paese normale, una sinistra normale lo eleggerebbe ad occhi chiusi. In Italia viene candidato da un movimento definito populista. In ogni caso, ho firmato la petizione popolare che sostiene la sua candidatura. Tra tutti i nomi «improbabili» sarà il più difficile da respingere.

Guardo con simpatia alla campagna Voglio una donna al Quirinale. Ma i nomi che circolano sono quelli di Emma Bonino, troppo liberista in tempi di crisi globale, e di Anna Finocchiaro, troppo dalemiana in tempi di cambiamento. Entrambe poco significative per il movimento delle donne, salvo fare un balzo indietro fino agli anni '70 e recuperare le lotte per i diritti civili dei radicali. Ma è passato davvero tanto tempo. Non sottovaluto l'importanza del valore simbolico di una donna presidente della repubblica. Però non lo considero determinante. A certe condizioni, è anche controproducente. In Europa abbiamo Angela Merkel a capo della Germania. E' il leader che impedisce di fuoriuscire dalla politica di austerity che avvita l'intero continente nella recessione. In passato, abbiamo avuto Margaret Thatcher a capo della Gran Bretagna, prima promotrice insieme a Ronald Reagan in Occidente del lungo ciclo di egemonia liberista sfociato nella crisi globale di questi anni, una crisi per gravità paragonabile a quella del 1929. Una donna al vertice può simboleggiare un cambiamento, un progresso, ma anche essere soltanto una eccezione, un fiore all'occhiello, una personalità femminile alla guida di una struttura patriarcale, persino consolidata nella sua fondamenta.

La democrazia paritaria ha valore nella composizione delle assemblee elettive, degli organi esecutivi, nella formazione delle liste, per cui è giusto il principio del 50 e 50, ma questo non necessariamente porta a preferire una donna ad un uomo nella valutazione delle candidature individuali ad organi monocratici, quali i sindaci e i presidenti. Infatti, a Milano abbiamo preferito Giuliano Pisapia a Letizia Moratti, mentre nelle primarie genovesi abbiamo preferito Marco Doria a Marta Vincenzi. Allo stesso modo, oggi possiamo preferire per la presidenza della repubblica un uomo, Stefano Rodotà, a qualsiasi candidatura femminile poco convincente.

Questa immagine spiega il risultato della sinistra nelle elezioni politiche 2013. E’ stata usata in campagna elettorale dai militanti di Rivoluzione Civile e dice quasi tutta la verità. 

L'immagine dice che il PD è un partner inaffidabile, per una prospettiva di cambiamento. Il suo cuore batte per la continuità dell’agenda Monti, con qualche ritocco. Si unisce formalmente con SEL, ma in realtà flirta con i centristi con cui ha governato nell’ultimo anno e con cui desidera governare ancora, persino ottenendo una maggioranza autosufficiente. «Se avremo il 51% ci comporteremo come se avessimo il 49%» (Bersani). Non è questione di numeri ma di garanzie sul piano internazionale. Il leader del PD ha più credito negli Stati Uniti, in Germania, in Francia, in Europa, se Monti è suo alleato. Non si può dire esplicitamente in questi termini. Infatti, Bersani parla poco e tiene un profilo basso per tutto il tempo, dalle primarie alle politiche. Unico caso nella storia delle elezioni in cui il partito favorito non occupa il centro della scena della campagna elettorale (Curzio Maltese). Chi vota PD vota per un aggiornamento della politica del governo tecnico. Così molti evitano di votarlo. Ed evitano ancor di più lo stesso Monti, identificato con tagli e tasse, che non migliorano il quadro economico e peggiorano il quadro sociale.

L'immagine dice che Sinistra, ecologia e libertà è un alleato ininfluente. Di facciata. Accolto per coprire il PD a sinistra, in cambio della elezione di un drappello di parlamentari, ma senza la reale possibilità di incidere sulle scelte politiche. SEL partecipando alle primarie ha sottoscritto la carta d’intenti dell’Italia bene comune, la quale prevede il rispetto e l’applicazione dei trattati internazionali, quindi del fiscal compact. 50 mila miliardi di tagli ogni anno per la riduzione del debito, che predetermineranno la politica economica dei prossimi governi per molti anni a venire.

L'immagine dice che la scelta giusta allora è Rivoluzione Civile. Infatti, la foto su Facebook, è diffusa dai militanti e simpatizzanti di Ingroia. Ma se il PD è il partner fedifrago, SEL il partner tradito, Monti l’amante desiderato, in quella foto che posizione occupa l’invisibile Rivoluzione Civile? Quella dello spasimante esplicitamente respinto. Il concorrente di Nichi Vendola, ancora meno fortunato di lui. Che in principio fa la proposta di fidanzamento. Rifiutato, lotta per conquistarsi un ripensamento (nel futuro parlamento i nostri voti potrebbero essere determinanti per la maggioranza di centrosinistra), infine recrimina contro il rifiuto del PD addossandogli la colpa della propria sconfitta.

Il PD subalterno all’austerity europea e all’agenda Monti. SEL e RC subalterne al Partito democratico. La subalternità è la cifra del deludente risultato elettorale della sinistra. Il M5S percepito come unica forza autonoma per il cambiamento.

Conferenza stampa di Rivoluzione Civile oggi a Torino
Ha detto Nichi Vendola: «Le liste di Rivoluzione Civile puzzano di antico perchè le rivoluzioni fatte solo dai maschi sono incivili». Nichi Vendola è un concorrente politico-elettorale di Antonio Ingroia, al quale contende lo stesso bacino di voti. La sua affermazione è abnorme. Dobbiamo considerare incivili la Rivoluzione francese e la Rivoluzione russa? In buona parte è una affermazione strumentale. Però, ha ragione: le liste e l’immagine di Rivoluzione Civile sono prettamente maschili.

Il movimento si qualifica per la questione morale e il rispetto della legalità. Un legalitarismo opposto, non ai ladri di polli, ai tossicodipendenti, agli immigrati, ma ai potenti e alla criminalità organizzata. Si qualifica per la questione sociale, i diritti del lavoro. Il movimento è gran parte dei telespettatori di Servizio Pubblico, dei lettori del Fatto Quotidiano, di Micromega e del Manifesto, estimatori di Michele Santoro e Marco Travaglio (che vota Ingroia alla camera e Grillo al senato, come Flores D'Arcais), magistrati prima impegnati nelle inchieste sul rapporto tra politica e affari, politica e mafia, come Di Pietro, De Magistris e adesso lo stesso Ingroia, ora alleati direttamente in politica con i verdi di sinistra e i comunisti di Paolo Ferrero e Oliviero Diliberto. Con sostenitori, sia pure critici, di tutto rilievo, come Marco Revelli.

Ottimi uomini, o almeno brave persone, sicuramente rispettabili, i più a sinistra che ci sono, ma appunto uomini. E senza essere dotati di una particolare sensibilità sulle questioni di genere. Comunisti, ambientalisti, pacifisti, onesti e moralizzatori. Ma non femministi, a parte qualche dichiarazione formale, quando è sollecitata. Come la risposta di Ingroia a Luisa Betti.

La maschilità del movimento si manifesta nella formazione delle liste. Di una adeguata presenza femminile non si è forse neanche posto il problema, o lo ha rimosso con il semplicismo dell’idea che a contare sono il merito e la competenza e non il genere, come se i meccanismi di selezione fossero neutri e la disparità di genere nella rappresentanza esprimesse una disparità di qualità. Evidentemente, uomini più in gamba delle donne.

Se si mettono a confronto le candidature delle varie liste, si nota come le donne conquistino una presenza paritaria nei partiti che hanno effettuato la selezione mediante una qualche forma di consultazione popolare, le primarie per il PD e Sel, le parlamentarie per il M5S. Invece, le donne rimangono nettamente sotto rappresentate nelle liste di Ingroia, Monti (30%) e Berlusconi (20%) dove a decidere è stata la cooptazione dal vertice. A dirla tutta, nelle liste di Ingroia le donne non sono esattamente sotto rappresentate: in alcune regioni, ad esempio le Marche, nella lista del senato, guidata da Sandra Amurri, raggiungono addirittura il 75%. Ma al senato RC non eleggerà nessuno e nelle teste di lista per la camera le donne sono effettivamente poche. Una simulazione de “La Stampa” sulla composizione del prossimo parlamento attribuisce a RC il 16,7 per cento di donne elette contro il 38,2 del PD e il 38,5 di Sel.

Anche nella sintesi del programma del movimento, nell’indicazione delle sue priorità, si esprime una neutralità che rimuove la contraddizione di genere. Lotta al femminicidio e alla violenza, sostegno alla maternità, pari opportunità di accesso al lavoro e alla carriera, ridefinizione dei tempi e degli orari. Solo una riga in un paragrafo: Aborriamo il femminicidio, contrastiamo ogni forma di sessismo e siamo per la democrazia di genere.

Forme di sessismo si esprimono nel linguaggio dello stesso movimento. A Servizio Pubblico, una aggressiva Mara Carfagna si sente opporre almeno due battute, una allusiva, l'altra sminuente, degne di un esponente del suo partito: «Al limite può insegnarmi altro! Ma non la Costituzione» e «Stia calmina» su cui Mila Spicola ha scritto un intero post. Battute subito enfatizzate dai seguaci su Facebook, con volgarità e doppi sensi mirate contro Carfagna, come già era successo contro Daniela Santanché. D’accordo, si tratta di pagine amatoriali e non ufficiali, ma parlano di una subcultura sessista presente nella pancia del movimento, e forse in larga parte della sinistra, che almeno nell’immediato, come mostrano i vari topic dei botta e risposta, delle contestazioni, sembra refrattaria e impermeabile a qualsiasi correzione.

Con ciò, voglio forse dire che destra e sinistra sono ugualmente sessiste? No, a destra il maschilismo è assunto a ideologia e non provoca contraddizioni, se non tra chi sdogana la prostituzione come metodo lecito per far carriera e chi vuole fare retate di prostitute. Voglio dire che Rivoluzione Civile va bocciata a favore del centrosinistra? Neanche questo. Le donne, almeno apparentemente sono un punto a favore del centrosinistra - a cui pure gli incidenti non mancano - ma la politica che concretamente sostiene e propone, l’austerità con un po’ più di equità, penalizza le donne più degli uomini. Senza l’articolo 18, saranno le donne le prime ad essere più facilmente licenziabili, con i tagli lineari della spending review saranno i centri antiviolenza i primi a finire sotto la scure del risanamento. Forse, l’esercito di donne che Bersani dice eleggerà in parlamento, contrasterà tutto questo, forse entrerà in conflitto con l’ambito alleato, il Super Mario, ma è normale dare più fiducia a chi mette questo obiettivo subito nel suo programma. Meglio Grillo, che apre a Casapound? Non direi proprio e non da oggi. Si veda il trattamento riservato a Federica Salsi. Meglio Nichi Vendola? Individualmente sarà meglio, ma non è candidato premier e per quanto sia apprezzabile rischia di diventare la foglia di fico di sinistra di un governo Monti-Bersani. Altrimenti, dovrà andare all’opposizione con Ingroia. Quello che voglio dire è che la prevalente maschilità di Rivoluzione Civile è un grave punto debole, una tara strutturale che va messa a fuoco e bruciata, perchè senza femminismo non c’è rivoluzione e senza donne non c’è un movimento capace di espandersi e di incidere, c'è solo un movimento residuale di resistenza, che oscilla intorno alle soglie di sbarramento.. Tutte le critiche sulla formazione delle liste, sul dualismo tra partiti e società civile, si sarebbero potute evitare in un movimento bisessuato, che già in partenza vuole includere la rappresentanza delle due metà del paese.

Si vota per il secondo turno delle primarie del PD. Anzi, del centrosinistra. Il primo turno è andato bene per livello di partecipazione. Circa tre milioni di elettori. Un dato che forse farà delle primarie un metodo permanente per la selezione dei candidati. L’esito del voto invece è stato meno buono. Ha prevalso, come era nelle prevsioni, il segretario Pierluigi Bersani, cioè il candidato centrista, mancando però l’obiettivo della maggioranza assoluta, che gli avrebbe permesso di vincere al primo turno. Il candidato di destra Matteo Renzi, è andato molto sopra il 30 per cento. Il candidato di sinistra Nichi Vendola molto sotto il 20 per cento. Irrilevanti le percentuali di Laura Puppato e Bruno Tabacci. 

Mi dispiace molto per Laura Puppato. L’unica candidata donna. Questo è un limite tanto serio, quanto dato per scontato e sottovalutato. La principale forza progressista del paese ha schierato cinque candidati alle primarie. Quattro uomini e una donna. Tre uomini realmente in lizza per un risultato di rilievo nazionale. E’ una espressione di arretratezza, tanto più arretrata in quanto vissuta con indifferenza, nonostante i proclami degli stessi candidati per la parità di genere nella composizione del futuro governo.

Nichi Vendola, dopo le elezioni regionali e la sua riconferma a governatore della Puglia (2009) e fino all’avvento del governo Monti (novembre 2011), era considerato il possibile candidato vincente di eventuali primarie del centrosinistra. Invece alla prova della consultazione, ha raccolto solo i suoi voti, come Bertinotti nel 2005 contro Prodi. Un esito così deludente, anche se ormai previsto e annunciato dai sondaggi, è stato spiegato con una collocazione tutta interna al Partito democratico. Con la rinuncia a riaggregare e ricostruire una sinistra autonoma dal Pd.

Con i suoi voti, Vendola può concorrere alla vittoria definitiva di Bersani nel secondo turno e ottenere per sè una posizione di prestigio nei futuri assetti istituzionali. Si parla di una nomina a commissario europeo. Così come Bertinotti ottenne la presidenza della camera. Ruoli importanti, ma non direttamente coinvolti nel governo. Perchè le opportunità di esercitare un effettivo condizionamento sono minime, se non nulle. Di Bersani si elogia la capacità di mediazione. Medierà soprattutto con il candidato di destra (se rimarrà, come dice, nel centrosinistra). Come personalità, Bersani può somigliare ad Hollande. Ma le condizioni in cui si trova ad operare sono sensibilmente diverse. Hollande sconfisse nelle primarie la candidata di sinistra Martine Aubry, mentre lui rappresentava l’opzione moderata. E per formare la sua maggioranza non ha poi dovuto cercare l’alleanza con forze equivalenti all’Udc. Qui in Italia, Bersani contro Renzi è l’opzione di sinistra e nel prossimo parlamento rischia di essere condizionato soltanto da destra, se le sinistre divise rimarranno di nuovo escluse non riuscendo a superare la soglia di sbarramento.

Per quanto il danno sia ormai compiuto, è meglio che al secondo turno Bersani vinca con il miglior risultato possibile. Non è il candidato ideale. E’ un amministratore pragmatico. Uno che pensa di rendere un po’ più equa l’agenda Monti, più graduali le riforme delle pensioni e del lavoro. Con queste sue caratteristiche, è anche un leader che non chiude definitivamente a destra la mutazione genetica del principale partito della sinistra. Come i suoi predecessori, dirigenti del Pds/Ds/Pd, Bersani è un amministratore che pensa di temperare la corrente più forte e se cambia il vento, può cambiare anche lui. In questo Matteo Renzi è diverso: non è moderato per realismo, per senso di responsabilità, o per paura. Al liberismo, all’atlantismo, egli esprime proprio un’adesione valoriale. Per Renzi, la parola «merito» è più bella di «uguaglianza», la Palestina all’Onu è da bocciare, gli F35 sono da comprare, l’età pensionabile è da alzare (anche con gli scaloni), dell’articolo 18 non gliene può fregar di meno, i negozi possono, anzi devono, rimanere aperti il primo maggio, il cimitero dei feti si può concedere al Movimento della vita, la questione meridionale è data dalla mentalità del sud, l'acqua si deve privatizzare e gli inceneritori non fanno venire il cancro. Se Bersani vorrebbe ma non può, Renzi vuole proprio qualcos’altro.

Non predico il meno peggio o il voto utile. Questioni che si porranno il giorno delle elezioni, quando ci sarà da valutare anche la possibilità di scegliere una sinistra alternativa. Oggi non c’è un’alternativa, ci sono solo due candidati alla guida del centrosinistra. Per quanti limiti possa avere, è meglio che il candidato scelto sia una personalità non estranea alla vicenda del movimento operaio.

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