http://www.huffingtonpost.it/2014/03/24/lista-tsipras-spinelli-possibile-iniziare-rapporto_n_5022402.html?utm_hp_ref=italy
Barbara Spinelli, candidata e garante della Lista Tsipras, ha dichiarato all'Huffington Post: «La vittoria di Le Pen è una brutta notizia, ma non è una sorpresa: è noto che l'estrema destra populista sta avanzando. Il Fronte Nazionale vuole meno Europa, noi invece vogliamo più Europa, per questo non abbiamo nulla a che vedere con Le Pen. Abbiamo linee totalmente opposte. Possiamo invece iniziare un rapporto con Grillo in Europa come peraltro lui ha lasciato intendere negli ultimi giorni. Il Movimento 5 Stelle potrebbe rivelarsi molto meno antieuropeista di quello che sembri». Di fatto è la proposta di una alleanza o di un rapporto preferenziale. Una proposta che non condivido, perchè azzardata e generica. 

La previsione per cui il M5S potrebbe rivelarsi meno antieuropeista di quello che sembra si basa solo sul rifiuto dell'alleanza con il Front National di Marine le Pen. A cui peraltro Grillo dedica parole più gentili e civili di quelle che solitamente rivolge (o fa rivolgere) alle sue avversarie politiche italiane: «Marine Le Pen è una bella signora di grande successo. Nessuno la odia. Ha però un'appartenza politica diversa dal M5S e per questo non sono possibili accordi. Rien d'autre. Adieu». Ma finora Grillo ha rifiutato alleanze con chiunque e ha voluto distinguersi e contrapporsi a qualsiasi altra forza politica, facendo del suo isolamento, del suo essere solo contro tutti, un dato identitario. E tuttavia, a Marine Le Pen non si contrappone, dichiara solo di voler evitare accordi con lei. Senza però escludere alleanze su singoli temi con la destra e i populisti.

La speranza che il M5S si riveli in futuro meno antieuropeista di quello che sembra significa che nel presente lo sembra ancora abbastanza. Il primo punto del suo programma è il referendum sulla permanenza dell'euro. Nel programma vi sono anche richieste condivisibili come l'abolizione del fiscal compact, l'emissione di eurobond. Però, se la UE rifiuterà queste richieste è obbligatorio uscire dall'euro, non c'è scelta, il M5S farà un referendum per ritornare alla lira. E' evidente come su singoli punti ci possa essere confronto, intesa e collaborazione tanto con il M5S quanto con il Partito socialista europeo, ma ha poco senso sbilanciarsi in una dichiarazione di preferenza nei confronti di un movimento la cui impostazione politica generale è ambigua o persino contraria a quella della Lista Tsipras, per la quale la lotta per una Europa diversa non può avere subordinate nazionaliste. O peggio, tardo secessioniste. Solo pochi giorni fa, l'ipotesi grillina di dividere domani l'Italia - se ci apparisse per quello che è diventata, un'arlecchinata di popoli, di lingue, di tradizioni che non ha più alcuna ragione di stare insieme - ha ben predisposto alla collaborazione anche Matteo Salvini, il nuovo segretario della Lega Nord.

Poco importa che le sparate del comico siano strumentali e vogliano solo approfittare della crisi della destra. Se l'unità nazionale può essere buttata nel frullatore della contesa politica solo strumentalmente vuol dire che non è importante. Come non sono importanti il sessismo, il razzismo, il fascismo. Dall'uso delle invettive sessiste per punire virtualmente le avversarie, alla contrarietà alla concessione della cittadinanza, alla criminalizzazione dei migranti (i Kabobo d'Italia) e dei rom, alle aperture a Casapound. L'intesa su alcuni temi di politica economica e finanziaria, per quanto importante, non può mettere in secondo piano l'incompatibilità con l'uso e l'abuso di istinti e umori misogini e xenofobi, con la sistematica violenza verbale rivolta contro persone e istituzioni, anche se si tratta di condotte che riscuotono consenso nell'opinione pubblica. La civiltà non può dipendere dai sondaggi.

Dai sondaggi possono dipendere valutazioni di opportunità. E c'è da dubitare che l'apertura di una piccola forza politica, in lotta per superare la soglia di sbarramento, nei confronti di un movimento saldamente sopra il 20% possa far guardagnare punti alla prima, specie se, come probabile, non è ricambiata. Il messaggio che dice di voler collaborare con Grillo confermerà i grillini nelle loro posizioni. Invece potrà orientare alcuni potenziali simpatizzanti di Tsipras a votare direttamente per il M5S come voto utile oppure a preferire il PD come male minore.

Marco Travaglio è un lettore di Alessandro Manzoni. O dei discorsi dell deputato leghista Gianluca Buonanno. Che nell’agosto 2013, in occasione del dibattito in aula sul decreto contro il femminicidio, paragonò la presidente della camera a Donna Prassede: personaggio dei Promessi Sposi, moglie bigotta e petulante di Don Ferrante. Nel marzo 2014, il vicedirettore del Fatto Quotidiano giunge allo stesso pensiero. Prende spunto e compone un articolo da maestro, che sorpassa in discesa l’allievo Andrea Scanzi. Fin dall’incipit, lei è Madonna Boldrini, Papessa della Camera

A supporto del paragone, il Travaglio ricostruire e attribuisce, tuttavia calca un filo la mano in forzature e caricature. Insomma, racconta un po' di balle. 

Reazioni e risposte ovvie diventano comunicati alla nazione. Boldrini giudica sessista l'imitazione di Maria Elena Boschi, interpretata da Virginia Raffaele, trasmessa a Ballarò. Lo fa perchè Lucia Annunziata le ha chiesto cosa ne pensa. Glielo ha chiesto perchè su quella imitazione c'è stata polemica per quattro giorni. Basti scansionare sull'argomento Twitter e Facebook della passata settimana. Io stesso ci ho fatto almeno due discussioni e un post. Che una volta chiuso e pubblicato, ho integrato con il commento di Laura Boldrini. Al vicedirettore non piace che ad ogni aprir di bocca dell’autorità in Italia si scateni dibattito. Quindi, vi prende parte. Dopo che tutto è successo prima che l'autorità aprisse bocca. 

Madonna, Papessa e Donna Prassede però non bastano. Così Boldrini è anche la signorina Rottermeier, la rigida, inflessibile, antipatica governante di Heidi. Il Travaglio evita  «signorina». Il politically correct mette un po' in soggezione anche lui. Dunque, Rottermeier di Montecitorio. Ella avrebbe ammonito le giovani italiane contro la tentazione di sfilare a Miss Italia. In realtà, la presidente si limitò ad apprezzare la decisione della Rai di non mandare più in onda la manifestazione annuale di Salsomaggiore. Disse: una scelta di civiltà. Il concorso di bellezza esiste in tutti i paesi occidentali, ma in nessuno è trasmesso dalla TV di stato. Tanti  maschietti italiani ci sono rimasti male. Così come ci rimasero male quando la presidente della camera, intervenendo ad un convegno su donne e media, non redarguì proprio nessuno, solo disse in generale basta alla stereotipo pubblicitario della mamma che serve a tavola. Basta con lo stereotipo, cioè sia solo una tra le tante possibili rappresentazioni. Una ovvietà che scatenò il finimondo.

Forse per scrollarsi di dosso la fama di giustizialista, il vicedirettore rinfaccia alla presidente della camera anche il perseguimento di un reato da parte della polizia postale. Egli rammenta che fu postato sul web un suo fotomontaggio in deshabillé e fare battutacce – sessiste, ça va sans dire – sul suo esimio conto (come se capitasse solo a lei). Fu invece postata la foto di una donna nuda, reale, molto somigliante, una foto tratta da una spiaggia di nudisti, con la didascalia «Il troiaio continua». Una donna nuda non può che essere una troia. Il fatto che ad ogni donna capiti di sentirselo dire, sarebbe appunto il sessismo. Il vicedirettore pare ci veda invece l'uguaglianza e la democrazia. A subire un danno fu anche e forse soprattutto quella persona in carne e ossa, così spalmata sul web, esposta al riconoscimento di parenti, amici, vicini, colleghi. Ma non importa. Per una volta, manettari e libertari convergono: tutto è lecito quando si tratta di dileggiare ed insultare la presidente della camera.

Un'altra lieve mistificazione - anche questa divulgata dal leghista Buonanno - è scrivere che Laura Boldrini avrebbe fatto ristampare intere risme di carta intestata per sostituire la sconveniente dicitura “Il presidente della Camera” con la più decorosa “La presidente della Camera”. Interessante che la differenza tra la prima e la seconda dicitura per il vicedirettore stia nel decoro. Forse egli trova sconveniente che il maschile debba scendere dal piedistallo dell’universale. In ogni caso, la presidente ha più volte precisato che prima di stampare la carta con la dicitura nuova, sarebbe andata ad esaurimento quella con la dicitura vecchia.

C’è da domandarsi se anche quando scrive di cronaca giudiziaria il Travaglio sia così tanto impreciso.

La Madonna, la Papessa, Donna Prassede, Rottermeier è anche una occhiuta vestale della religione del politicamente corretto. Quella religione che al Travaglio ha fatto omettere fin qui il «signorina» davanti a Rottermeier. Ad ogni modo, egli scioglierà le briglie poco più avanti con un colpo di scena: maestrina dalla penna rossa! Dai Promessi sposi al libro Cuore. Succede quando le note politiche sono scritte da letterati e uomini di cultura. Ma un passo alla volta. Dice il nostro moralizzatore legalitario (per altre faccende), che la vestale è intoccabile in quanto buona (pensate se fosse stata toccabile), tralasciando l’ampia letteratura esistente sulla cattiveria dei buoni. Di cui faranno parte pure gli articoli di Ferrara su Travaglio.

Il vicedirettore dice che Boldrini è una santa come volontaria nel terzo mondo, ma non dice cosa è come candidata eletta parlamentare e poi presidente della camera. La religione di cui sopra inibisce di nuovo la sua prosa. Sappiamo che nella cultura in cui agisce e si muove il Travaglio le definizioni di donna sono principalmente due. E che il suo amico Grillo, mediante la pancia dei suoi fans, si dedica spesso a dar voce alla seconda. Tanto se lo sentono dire tutte. La colloca nel listino personale di Vendola, come fosse una sconosciuta qualunque e non la candidata eccezionale di SEL. Eletta da nessuno, poiché le liste sono bloccate. Come fosse la sua personale condizione e non quella di tutto il parlamento. Sui due presidenti delle camere, impossibile evitare di rimarcare che lei è una donna che non ride mai, lui è un uomo che ride sempre. Totale inversione nella divisione dei ruoli sessuali.

La maestrina dalla penna rossa - eccoci arrivati, riprendendo con le imprecisioni - porta a spasso il suo monumento di rappresentante della società civile, con scorte, auto blu e voli di stato, tipo quello che l’ha portata in Sudafrica ai funerali di Mandela. Tipo? L’unico, insieme ad un volo nel capoluogo pugliese per la Fiera di Bari in sostituzione del presidente della repubblica. Le polemiche che ne seguirono furono immancabilmente bollate di “sessismo” e morte lì. Colpirono la presidente e il suo compagno, ma non il presidente del consiglio e sua moglie. Mai un presidente fu contestato per essere accompagnato dal coniuge. Le polemiche durarono giorni, non sono morte lì, hanno strascichi ancora oggi, come dimostra lo stesso Travaglio con il suo testo. Sessista è anche chi fa timidamente notare che una presidente della Camera messa lì da un partito clandestino dovrebbe astenersi dal trattare il maggior movimento di opposizione come un branco di baluba da rieducare, dallo zittire chi dice “il Pd è peggio del Pdl” con un bizzarro “non offenda”, dal levare la parola a chi osi nominare Napolitano invano, dal dare di “potenziale stupratore” a “chi partecipa al blog di Grillo”, dal ghigliottinare l’ostruzionismo per agevolare regali miliardari alle banche. Siamo al vero tasto dolente, per il nostro giornalista simpatizzante grillino. Il modo in cui la presidente tratta il M5S, quando dà del boia a Napolitano, quando si arrampica sui tetti, quando occupa le commissioni, cioè quando usa il parlamento come fosse una piazza. Da notare il disprezzo assoluto per le minoranze. L'esponente di un piccolo partito, se anche riveste una carica istituzionale, dovrebbe cedere il passo alle prepotenze e alle insolenze dei rappresentanti di un partito più grande del suo.

Poichè al vicedirettore non piace il punto di vista della presidente della camera, neanche quando si difende dai «zuzzerelloni» che scrivono sul blog di Grillo di volerle fare rompere il culo da un capo villaggio rom - disse ai rom e ai sinti di essere orgogliosi della loro identità, «patrimonio da tutelare e far conoscere», ai razzisti non è piaciuto - si rivolge a lei come farebbe ogni uomo «non sessista» nei confronti di una donna che parla più di quanto lui reputi opportuno. Le dice di stare zitta. E lo fa nel modo più dolce possibile, suggerendole di ghigliottinarsi la lingua. Quindi attacca, parlando a nome di tutti, senza bisogno di essere eletto da qualcuno: vorremmo soltanto essere lasciati in pace, a vivere e a ridere come ci pare, magari a goderci quel po’ di satira che ancora è consentito in tv, senza vederle alzare ogni due per tre il ditino ammonitorio e la voce monocorde da navigatore satellitare inceppato non appena l’opposizione si oppone. Se qualcuno l’avesse mai eletta, siamo certi che non l’avrebbe fatto perché lei gli insegnasse a vivere: eventualmente perché difendesse la Costituzione da assalti tipo la controriforma del 138 (che la vide insolitamente silente) e il potere legislativo dalle infinite interferenze del Quirinale e dai continui decreti del governo con fiducia incorporata (che la vedono stranamente afona). La presidente, non ha un dito, ma un ditino. Il limitante politically correct, questa gabbia mentale dell’espressione umana, non permette a Travaglio di fare considerazioni sulle tette e sul culo. Neanche sulla bocca sta bene. Ma almeno la voce! Come si fa a criticare una donna senza dire qualcosa almeno sulla sua voce! Anche l’allievo Scanzi ha scritto parole fondamentali su questo dato imprescindibile. La presidente avrebbe una voce molto più assonante e musicale, se permettesse ai cinque stelle di fare quello che vogliono e se facesse pure lei opposizione al governo e alla maggioranza. Tornerebbe santa e sarebbe pure imparziale.

Esaurito il repertorio delle definizioni, si torna a Donna Prassede. Il Travaglio recita alcuni passi dei Promessi Sposi. Per chiarire la sua confusione circa quel che ha rilievo privato e quel che ha rilievo pubblico, quando si parla di una donna. Ma come concludere un articolo inutile, offensivo e insultante, senza che la conclusione appiaia più debole di tutto il testo? Evocando la morte! La peste si portò via anche lei, ma la cosa fu così liquidata dal Manzoni: “Di donna Prassede, quando si dice ch’era morta, è detto tutto”. Amen.

Dato, lo spessore culturale del testo, l'articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano di oggi, è stato in giornata riprodotto sul sito di Micromega, la rivista di filosofia politica di Flores D'Arcais. Ho letto sull'Huffington Post che il direttore della rivista ha lasciato il gruppo dei garanti della lista Tsipras, per un dissenso sulle candidature. Pare che parte della rivista abbia spinto anche per candidature di peso (Travaglio e Scanzi).

Rispetto molte di queste persone, per l'opposizione che negli anni hanno fatto al berlusconismo ed anche per come hanno sempre criticato il centrosinistra. Ora però, vedo quest'area dimostrare di avere una difficoltà notevole nel misurarsi in modo civile con l'avversario politico quando è un'avversaria. Credo sia un ostacolo grande. Troppo grande per poter convivere.


L'Italicum, la nuova proposta di legge elettorale, dispone l'uguaglianza uomo-donna nella composizione delle liste, ma nell'anomala alternanza di due candidate e due candidati. Così alla parità tra i candidati non potrà corrispondere la parità tra gli eletti, perché prevedibilmente nei collegi i primi due eletti, a volte gli unici due, saranno uomini. Perciò, esiste una petizione, una proposta bipartisan di modifica della legge elettorale, e una lettera aperta al premier e ai segretari di partito, per la introduzione della seemplice alternanza un una donna, un uomo sia nelle liste bloccate, sia nelle teste di lista.

A questa proposta di modifica sono contrari il M5S e la Lega Nord (che non ha deputate), Forza Italia e il Nuovo Centrodestra. Il Partito democratico sarebbe favorevole, ma per garantire l'approvazione della legge, subordina l'appoggio a qualsiasi proposta di modifica al consenso di Forza Italia. Le donne del partito di Berlusconi sono divise. Le deputate (FI) favorevoli sono Stefania Prestigiacomo, Mara Carfagna, Renata Polverini, Micaela Biancofiore, Gabriella Giammanco, Anna Grazia Calabria. Contrarie invece Maria Grazia Gelmini e Daniela Santanché le quali si dicono d'accordo con Renato Brunetta, secondo cui l'elezione deve dipendere dal merito e non dalle quote. Idem Maurizio Gasparri: A me piace essere sincero e netto: io sono assolutamente contrario alle quote rosa. In politica come in tutte le altre attività della vita, bisogna dimostrare le proprie qualità sul campo.

L'implicazione di un tale principio meritocratico, è che in tutte le elezioni del mondo gli uomini prevalgono nettamente sulle donne, perchè più meritevoli. Secondo l'Unione interparlamentare (IPU), sono donne meno del 19% dei parlamentari del mondo. 42,1 nei paesi nordici; 22,7% nelle Americhe; 21,4% in Europa; 18,8% in Africa; 18,5 in Asia; 9,7% nei paesi arabi.

Se il motivo formale che si oppone alla parità di genere è il merito, il motivo sostanziale è la difesa maschile dello status quo. Una difesa che alterna apertà ostilità e sottile paternalismo. Per gli uomini è più facile, naturale, rassicurante, parlare e agire di politica in un club maschile, dove si conoscono regole esplicite o implicite basate sulla condivisione di genere. Inoltre, proprio a parità di merito, gli uomini sanno di essere favoriti rispetto alle donne, perchè i circoli di potere dove si selezionano le candidature sono prevalentemente maschili e perchè sulle donne continua a pesare la gran parte delle responsabilità familiari e del lavoro domestico. Infatti, quando riescono a superare gli ostacoli iniziali della carriera politica, una volta elette, le donne si rivelano spesso più attive e meritevoli dei loro colleghi maschi, come se ne ricava calcolando la presenza tra i firmatari di legge, tra i relatori di progetti di legge, e dal numero di interventi nel dibattito in aula (Osservatorio civico del parlamento italiano, 2009). Il merito, dunque, non andrebbe contrapposto alle quote rosa – espressione erronea che si continua ad usare sui giornali per definire, dal punto di vista maschile, le quote paritarie – ma alle quote blu di una selezione parziale che continuano a garantire agli uomini una rappresentanza sproporzionata.

Nel dibattito pubblico, alla parità di genere viene spesso opposta la questione sociale. Per esempio, Costanza Miriano scrive che le quote rosa riguardano solo poche donne privilegiate e non i diritti degli ultimi. Lei è circondata da amici e conoscenti che hanno perso il lavoro o che lavorano senza prospettive e sono sottopagati. Per nessuno di loro sono importanti le quote rosa, né le nozze omosessuali. Costanza Miriano ha di certo ragione a vedere il privilegio nell'elite politica e istituzionale, ma il suo è soltanto un diversivo se non ci spiega perchè anche in quella sfera gli uomini devono comunque essere i più privilegiati e in che modo la discriminazione politica delle donne possa costituire un risarcimento per disoccupati e sottopagati. In verità, le donne sono mediamente più disoccupate e più sottopagate degli uomini, più escluse dal mondo del lavoro e questo si riflette nella sottorappresentanza politica femminile. Si riflette e al tempo stesso ne costituisce un rinforzo.

Un diversivo analogo è quello di contrapporre le quote sociali alle quote rosa. Dire che le donne non sono una categoria protetta. Chiedere di smetterla di usare la questione di genere per rimuovere il conflitto di classe.
Contorta la logica per cui il superamento di una discriminazione trasformerebbe la categoria discriminata in una categoria protetta. Le quote di genere non possono rimuovere alcun conflitto, compreso il conflitto di classe. Lo possono invece proprio le quote sociali che significherebbero infatti stabilire per legge l'esistenza esclusiva di liste elettorali e partiti interclassisti.

Esistono donne conservatrici e reazionarie, specie quando si tratta di singole donne poste a capo di strutture maschili, ma tali diversivi sono smentiti dalla realtà, se valutiamo l'impatto complessivo dell'ingresso delle donne ai vertici della politica e delle istituzioni. La parità di genere è una questione di giustizia, perché le donne sono la metà del genere umano, non possono essere solo un quinto, un sesto della politica che governa il genere umano, perché le leggi riguardano tanto gli uomini quanto le donne, e alcune leggi hanno particolare rilevanza per le donne. Dunque, una questione di giustizia, di civiltà, che non richiede contropartite e tornaconti. E tuttavia, proprio dal punto di vista del progresso sociale, la parità comporta vantaggi in tutti i campi.

Come spiega Chiara Volpato, a causa della loro storia, le donne portano in politica una prospettiva valoriale diversa da quella maschile. Mediamente le donne danno maggiore importanza a valori quali l’eguaglianza, la responsabilità sociale, l’accoglienza, la protezione dell’ambiente e sono meno propense ad accettare una struttura sociale gerarchica in cui un gruppo domina su di un altro e in cui le minoranze non vengono rispettate. Le donne sono meno sessiste, hanno minori pregiudizi verso minoranze e immigrati, più favorevoli nei confronti della società multiculturale, appoggiano più degli uomini misure contro la discriminazione.

Un political gender gap esiste tra gli elettori statunitensi. In media, gli uomini sono più favorevoli alla pena di morte, alla spesa per armamenti, all’uso privato delle armi, all’uso della forza sia nella politica interna sia nelle relazioni internazionali, e risultano più razzisti e conservatori, tolleranti verso programmi televisivi violenti, mentre le donne sono più propense a stanziare fondi pubblici a favore di programmi educativi, sanitari e di welfare.  

Secondo uno studio condotto su 70 nazioni, i due generi privilegiano valori diversi. Per gli uomini sono prioritari: l’invidualismo, la competitività, la ricerca del successo e del potere, mentre per le donne sono più importanti i valori comunitari, relazionali, universalistici (Schwartz, Rubel 2005).

Così, quando le donne sono presenti in percentuale rilevante nelle istituzioni (più del 30%) cambia l’agenda politica. In Svezia, le parlamentari donne dedicano maggiore attenzione all’eguaglianza di genere e alle politiche sociali (Lena Wangnerud, 2009). Nelle regioni rurali dell’India, all’aumento delle donne nelle municipalità locali corrisponde l’aumento della spesa pubblica per servizi rilevanti per tutti la comunità, infrastrutture e impianti per l’acqua. (Beaman, 2007). Anche in Italia ad una più elevata presenza di donne nelle amministrazioni pubbliche corrisponde un’allocazione delle risorse più orientata verso la spesa sanitaria e i servizi di cura e di istruzione (Banca d’Italia 2012).

Le idee migliori e più innovative nascono in ambienti eterogenei, la presenza delle donne migliora la qualità delle soluzioni proposte. Proprio perchè nuove alla politica, le donne possono favorire scelte più originali. Nello stile di lavoro, le donne introducono uno stile cooperativo, adottano un approccio più democratico e privilegiano la concretezza nella soluzione (IPU 2008).

La presenza femminile innalza lo standard morale. Nei crimini di tipo economico, truffe, frodi informatiche, solo il 22% è commesso da mani femminili. Il barometro annuale sulla corruzione, misurato da Transparency International, indica che le donne si macchiano di questi reati in un numero molto inferiore a quello dei loro colleghi maschi. Più vi sono donne tra gli amministratori pubblici minori sono i livelli di corruzione (Franke 1997). Per uno studio della Banca Mondiale, le donne sono risultate più degne di fiducia e più interessate al bene comune in 150 paesi (Francescato e Mebane, 2011). Gli scandali sessuali in Italia e all’estero coinvolgono quasi esclusivamente politici uomini, a riprova del fatto che lo sfruttamento sessuale non fa parte della cultura femminile. Infine, la presenza di donne candidate ed elette stimola sia la partecipazione politica di altre donne, in particolare delle adolescenti, sia la loro conoscenza di questioni politiche, aumentando la fiducia nelle istituzioni e nella possibilità di incidere sulle pubbliche decisioni (Mansbridge 1999).

Questi studi possono riassumersi in una citazione della presidente socialista del Cile Michelle Bachellet. «Quando una donna fa politica, cambia la donna. Quando tante donne fanno politica, cambia la politica».


Cfr. Chiara Volpato, Psicosociologia del maschilismo, 2013, pagg 110-114

L'Huffington Post ci informa che l'imitazione di Virginia Raffaele trasmessa da Ballarò avrebbe mandato sui nervi l'imitata, la ministra Maria Elena Boschi. La ministra quindi non gradisce la satira. La satira è per definizione contro il potere. Il potente o la potente che non gradisce la satira è per definizione una intollerante, senza il senso dell'umorismo. Per sfuggire a questa facile rappresentazione, la ministra ha smentito via tweet: Virginia Raffaele è una imitatrice straordinaria. A me piace molto. Sull'imitazione di Ballarò ho riso sopra.

Ho visto un paio di volte il video e non l'ho trovato particolarmente divertente. La satira è un bel genere, ma gran parte della satira in circolazione è banale e stereotipata. Come i politici spesso cercano il facile consenso, i comici spesso cercano la risata facile e vanno sul sicuro, cioè sui cliché. Per esempio, Maurizio Crozza quando insiste sulla bassa statura di Renato Brunetta, mostrandocelo sempre affacciato quasi sotto la telecamera. L'imitazione di Virginia Raffaele punta sul cliché della bellona arrivista, oca e svampita, che di fronte alle difficoltà punta tutto sulle sue proprietà seducenti, labbra turgide e sguardi felini. L'introduzione incede sul portamento da oca giuliva, con attenzione alle scarpe e al sedere. Durante l'intervista simula un veloce orgasmo. In conclusione sparisce e compare una gatta. La rappresentazione che se ne vuol dare è appunto quella di una gattamorta, nonostante non corrisponda affatto al suo atteggiamento reale, che è invece quello di una ragazza fresca, quasi acqua e sapone. Però, bella. Una bellezza non discreta, molto femminile. Che lo sguardo maschile non può che trovare ammaliatrice. Nella parodia che ne viene fatta, lo sguardo è maschile, anche se l'imitatrice è donna. Non è strano che una donna sappia interpretare lo sguardo maschile, specie se i suoi autori sono uomini.

La ministra è già stata oggetto di un blitz molesto da parte delle jene, a base di una sequenza di doppi sensi a sfondo sessuale.

Può essere che la ministra Boschi si rivelerà una personalità mediocre e poco autorevole, nel caso sarà giusto criticarla, anche duramente. Ma per adesso, in queste prime offensive del «contropotere» vediamo presa di mira la donna e non la ministra, secondo le consuete modalità con cui si delegittimano a priori le donne di potere, riconducendole al ruolo tradizionale di oggetto sessuale. Certa satira, certa opposizione, sarà antigovernativa, ma non è antisessista.

L'imitazione è stata criticata in questo senso anche da Laura Boldrini ospite di Lucia Annunziata. Un punto di vista (ad es. Gilioli) vede alte cariche dello stato attaccare la satira. Io vedo donne che iniziano a difendersi dal maschilismo, anche da quello più ordinario, scontato, quello che si nasconde dietro l'umorismo, sempre accettato da tutti. Fanno bene.

Il giornalista Paolo Barnard ha conquistato in questi giorni una discreta attenzione, per aver postato tweet e articoli violenti contro le donne sul suo profilo twitter e sul suo blog. Cosa che gli è costata l'espulsione dalla trasmissione La Gabbia condotta da Gianluigi Paragone sulla 7. Il comportamento di Barnard ha suscitato una certa indignazione. Ma anche tentativi di difesa o di ridimensionamento. Si è detto che non sta bene. Che il suo è un esperimento sui social-network. Che lo fa per provocare. Che in fondo ce l'ha sia con gli uomini che con le donne. Tutte cose che ha detto lui stesso per giustificarsi.

Ho letto i post e i tweet e non vi ho trovato nulla di originale. Nulla che non si possa leggere su un qualsiasi post, pagina, blog maschilista. Metafore e immaginari sono meramente pornografici. Di quella pornografia maltrattante, ormai prevalente. Il giornalista sarà un rivoluzionario in politica ed economia, ma la sua visione sulle donne, sul rapporto tra i sessi, pare alquanto tradizionale. L'elemento trasgressivo della sua comunicazione punta tutto su violenza e volgarità.

In «Paolo Barnard e Twitter», spiega che il suo comportamento è metaforico. I social-networks sono deragliatori di cervelli di massa; oscenamente dannosi; grottescamente inutili. Lui questo lo ha sempre denunciato. Ora è entrato nei social-networks per impersonare queste tre micidiali caratteristiche, per innalzare la consapevolezza e suscitare una discussione. Ma è rimasto incompreso. Inutile che lui continui, dato che siamo tutti corti di mente. Tuttavia, ha continuato.

In «La verità sulle (infami) donne», racconta per voce di una amica molestata dagli uomini, quanto sono carogne le donne nel mobbing. Segue breve escursus storico sulla miserabile razza delle donne: dalla femminile delazione medievale contro le streghe alle torturatrici di Pol Pot, senza mancare di ricordare la violenza infanticida delle madri contro i bambini. Conclude con una protesta contro la parzialità. Le donne sono al 99% mediocri e dannose, ma per colpa di quel che hanno tra le gambe e del Partito democratico non è possibile apostrofarle come meritano. Come lo meritano il 99% degli uomini di cui però è possibile dire che sono dei porci disumani, senza che nessuno dica nulla. Questo post è costato al giornalista l'esclusione dalla Gabbia di Paragone

Dunque, si spiega e si giustifica in «Paolo Barnard ama le donne, ma ama anche la verità». Qui egli parla delle donne eccezionali che lui ama, cita l'esistenza di due tabù che non si possono toccare: le donne e gli israeliani (che definisce nazisti). Lui li ha toccati entrambi. Ricorda che quel che pensa delle donne, lo pensa anche degli uomini. Argomenti che riprende in «Samantha Comizzoli, la Bignardi e il nano della 7». Il tutto intervallato da tweet nei quali ciò che egli pensa parimenti di uomini e donne si esplicita soprattutto contro le donne.

Quali che siano le sue condizioni e le sue intime convinzioni e motivazioni, il suo caso estremo rappresenta espressioni e contorsioni molto diffuse, che si manifestano anche nei tentativi di difenderlo. Afferma di dichiarare quel che tutti pensano, ma non hanno il coraggio di dire. In verità, molti hanno il coraggio di dirlo, anche se nei ruoli e nelle sedi opportune. La valutazione dei social networks come sede opportuna è ancora motivo di incertezza e di confusione. Molti scrivono, pensando di parlare. Molti si esprimono in pubblico, pensando di conversare in privato. In tanti siti, si pensi al blog o alla fanpage di Beppe Grillo, il coraggio di Paolo Barnard è distribuito a piene mani da tanti commentatori e spesso sollecitato dallo stesso gestore della pagina.

Motivazioni diverse conducono spesso a rivelare gli stessi umori, gli stessi sentimenti, le stesse visioni. L'irregolare Paolo Barnard ha dato voce ad alcune regole molto comuni e molto diffuse.

1) La misoginia è un espediente valido per tutte le cause. Attirare l'attenzione, voler far ridere, provocare, suscitare indignazione, proporre riflessioni, aprire discussioni, esprimere il proprio disagio, malessere, frustrazione, sfogarsi, dimostrare qualcosa ad es. che i social-networks sono orribili, fare esperimenti dadaisti.

2) Ogni causa è una situazione che permette di contestualizzare la misoginia, quindi di espellerla come movente, come dato importante. Ovvero, espellerla del tutto: «Non è misoginia, perché la sua reale motivazione è un altra. Non lo è, lo fa. Pura interpretazione, finzione, quindi inesistenza. Se la ricevente non coglie il punto, è una gallina.

3) La misoginia è assolta, negata, archiviata dall'adorazione per le madonne. L'odio non riguarda le donne, ma solo le puttane. Che purtroppo sono quasi tutte. Ma le madonne, la cui rara presenza ripaga dell'esistenza di tutte le altre, sono amate, onorate, venerate. A riprova del fatto che agisce una valutazione di merito, senza pregiudizio.

4) Par condicio usata come paravento. Il tale di turno ha detto che il parlamento è pieno di troie, che le deputate sono qui solo perché sanno fare sesso, che il 99% delle donne sono esseri immorali, ma... si riferiva anche agli uomini! Peccato, abbia avuto l'idea di usare le donne come riferimento dispregiativo universalmente valido.

5) Vittimismo del dissacratore. La denuncia della misoginia non è altro che la sacralizzazione delle donne. Contro gli uomini si può dire di tutto, contro le donne non si può dire niente. Sono tabù. Un tabù immaginario per la cui denigrazione esistono una infinità di sinonimi e di metafore. Basti girare al femminile tanti nomi maschili

6) Vittimismo del simmetrico. Agli uomini si dice «frocio»! (Cioè che sono poco uomini, quindi un po' donne). Agli uomini si dice «porco».

Vero che per i maschi le denigrazioni non mancano, ma in genere non hanno un effetto discriminatorio, né un effetto limitante, tanté che spesso i maschi si denigrano da soli, anche per trarne vantaggio. Non esiste una riconoscibile categoria di porci, per i quali magari si chiede la regolamentazione e il pagamento delle tasse, che sono tutti i giorni rapiti, ingannati, costretti, oggetto di ingiurie, maltrattamenti, violenze e stupri. Se gli uomini sono porci, sono le donne che devono tenerne conto, altrimenti sono imprudenti e poi hanno poco da lamentarsi. Se le donne sono troie, in primo luogo non dovrebbero esserlo, in secondo luogo gli uomini possono approfittarne, e a non doversi lamentare sono di nuovo quelle di prima. Un insulto è conferimento di libertà, l'altro insulto è limitazione di libertà.

Ovviamente, nessuno dice che Barnard fa bene – al limite qualcuno promuove una petizione per riammetterlo in TV. Forse non lo dice neanche lui di se stesso. Lo si può biasimare in tutti i modi. Tranne in uno: denunciare la sua misoginia, il suo sessismo. Perchè in quello si riflettono ancora in tante e in tanti. E poi esistono spettri ben più importanti. Ad esempio, il politically correct!

La nomina di otto ministre nel nuovo governo Renzi è stata motivo di dibattito generale. Tutti ne hanno parlato. Per apprezzare il progresso. Per dire che non basta. Per dire che è stata una scelta di immagine. Per dire che il genere non conta, contano le persone. Ne ho parlato anch’io. Ho scritto un primo articolo, prendendo spunto da uno status di Alessandro Gilioli e della discussione che ne è seguita, per notare come all'esame di merito e competenza siano sottoposte le ministre e non i ministri. Questo articolo è stato ripubblicato dal sito di Se Non Ora Quando (Snoq) di Torino. Dai commenti ricevuti sulla mia bacheca di FB, sulla pagina del gruppo di Maschile Plurale e da un articolo di Alberto Leiss sul Manifesto, ho tratto spunto per scrivere un secondo articolo, per notare come la diffusa delegittimazione delle ministre nel dibattito si fondi sul fatto che le designate non corrispondono a parametri ideali di tipo ideologico o politico: se non sono donne «come diciamo noi» il superamento della discriminazione non conta nulla. Anche il secondo articolo è stato ripubblicato sul sito di Snoq -Torino.

Nel secondo articolo c'è un passaggio nel quale dico che se il potere è egemonizzato dagli uomini, lo è anche l'opposizione al potere. Dunque, tanto il potere maschile, quanto l'opposizione maschile al potere, possono strumentalizzare le donne. Nel primo caso usando le ministre, nel secondo usando le «femministe» che bocciano le ministre e con loro il governo. Citavo ad esempio la rivista ampiamente maschile Micromega che pubblica contro il governo delle donne un articolo di Eretica/Fikasicula. Una pubblicazione che può essere ritenuta strumentale, tanto quanto la nomina delle ministre bocciate da quell'articolo. In questi giorni, tanti uomini citano le femministe o alcune femministe, anche strumentalmente, per dire che la presenza rosa al governo non è importante o è persino dannosa. Con ciò, non volevo teorizzare che è destino ineluttabile delle donne essere strumentalizzate dall'egemonia maschile, ma proprio il contrario: che alla strumentalizzazione maschile può corrispondere un aumento del potere contrattuale femminile. Nel momento in cui gli uomini hanno bisogno delle donne, le donne hanno una opportunità in più per farsi valere e guadagnare nuovi spazi. Per cui con tutti i limiti presenti, sono un progresso le donne al governo, come sono un progresso le tante donne in più che si esprimono sui giornali e sulle riviste, mediante la rete, anche se non sono sempre le donne che ci piacciono. A me, ad esempio, non piace Eretica/Fikasicula. Mi riferisco alle sue idee. Dal mio punto di vista, lei è antifemminista e misogina. Tuttavia, una misogina è meglio di un misogino, il suo accesso al Fatto Quotidiano e a Micromega, a conti fatti, è comunque positivo, perchè tante donne insieme, non importa come sono individualmente, orienteranno in modo migliore la politica e l'informazione. Così ogni donna in più costituisce un vantaggio. Non perchè le donne siano meglio degli uomini, ma perchè ambienti paritari sono meglio di ambienti monosessuati.

Eretica ha dato una interpretazione egocentrica negativa a questo pezzo dell'articolo e alla scelta di Snoq di pubblicarlo. Una interpretazione che ha sintetizzato nell'idea che Snoq la stava facendo sculacciare da un paternalista. Che sarei io. Poichè, a suo dire, vorrei stabilire qual è il vero bene delle donne e quali sono le femministe da accreditare come tali, per scomunicare le altre. Se Snoq proprio voleva sculacciarla doveva farlo con parole sue e non affidarsi alle parole di un paternalista. Già solo in questa rappresentazione emerge la misoginia di Eretica. Se un uomo condivide quel che scrive una donna e lo divulga, è lui che accredita lei come «giusta». Se una donna condivide quel che scrive un uomo e lo divulga, lei prende in prestito le sue parole, perchè non sa dirne di proprie, lei si affida a lui. In entrambe le situazioni, la posizione della donna rispetto all'uomo è inferiorizzata.

Eretica ha espresso la sua protesta con due articoli sul suo blog [1] [2]. Con vari rilanci sulla sua fanpage e su altre fanpage ad essa collaterali. E con vari interventi sul profilo Twitter di Snoq. Su Twitter è stata sostenuta dalla vicedirettora degli Altri, Angela Azzaro e da Loredana Lipperini.

Secondo Angela Azzaro, Snoq ha fatto sue le posizioni di un paternalista che stalkerizza le femministe. Seguono insulti a Snoq. Angela Azzaro sembra non rendersi conto che lo stalking è un reato. Ed è un reato anche muovere ad altri false accuse di reato. Si dice calunnia e diffamazione. Oppure, se ne rende conto e non gliene importa. Io mi attengo ad un metodo, che contraddice un precetto popolare. Quello secondo cui si dice il peccato, ma non il peccatore. Penso sia giusto che i miei pochi lettori possano sempre capire di cosa parlo (i peccati) e di chi parlo (i peccatori). Se i peccatori si sentono perciò perseguitati, mi dispiace, ma è un principio di trasparenza. Nel dibattito e nella lotta politica ho sempre fatto così. E ci sono stati periodi in cui sono stato accompagnato sempre dagli stessi avversari, alcuni più spesso di altri. Così in questo ultimo anno ho avuto varie occasioni per polemizzare con Eretica, cioè con un insieme di blog e di fanpage che possono orientare potenzialmente migliaia di persone. Credo di averlo fatto comunque in numero inferiore alle tante occasioni in cui Angela Azzaro ha polemizzato contro Lorella Zanardo, per accusarla di moralismo, o contro la stessa Snoq. Secondo la sua logica, questo farebbe di Angela Azzaro una stalker di femministe. Il ragionamento può valere anche per Eretica. La quale per scomunicare i femminismi che non piacciono a lei - vero tema del suo blog invece della lotta al maschilismo - ha divulgato varie definizioni: femminismo autoritario, carcerario, coloniale, borghese, istituzionale, oltre che il donnismo (fascista e antifemminista), il matriarcato reazionario, etc. I suoi interlocutori mascolinisti sono più sintetici, parlano solo di «nazifemminismo».

Loredana Lipperini, gloriosa ogni giorno, ha scritto che questi sono i miei momenti di gloria e che voglio dare lezioni di femminismo alle donne. Eppure, Loredana Lipperini apprezza gli articoli di Christian Raimo, nei quali si spiega che il femminismo sbaglia ad essere moralista, vittimista, rivendicativo, ad interessarsi solo della ristretta questione femminile, deve assumere una visione più ampia, deve occuparsi anche e soprattutto della sofferenza maschile. Allora, non c'è nulla di male in un uomo che spiega alle donne come deve essere il femminismo. Sono proprio le mie idee a dispiacere. Ma Lipperini non spiega il perchè. Alla sollecitazione di commentare l'articolo e di non bersagliare Snoq, Lipperini dà una risposta da premio Sacharov: «Non commento una persona che attacca chi dissente, nè la frequento». Ora, avendo Eretica ed io opinioni diverse e contrastanti, chi è il dissidente? Siamo in dissenso reciproco.

Sono privo di una visione femminista organica e compiuta. Non sono un teorico. Sono consapevole del fatto che in questo ultimo quarto di secolo le definizioni politiche sono impazzite. Che le persone e i gruppi che se ne appropriano spesso esprimono significati diversi da quelli indicati dai dizionari e dalle enciclopedie, anche per questo preferisco ormai evitare di autodefinirmi e però mi concedo, in modo del tutto intuitivo, di mettere ogni tanto in dubbio le autodefinizioni altrui. Così mi permetto di dubitare del liberalismo di Silvio Berlusconi o del russo Vladimir Zhirinovsky anche se non tengo una cattedra di liberalismo. Dubitavo del socialismo di Craxi e ancora oggi di vari partiti socialdemocratici, anche se non tengo una cattedra di socialdemocrazia o di socialismo. Dubitavo e dubito del comunismo dei partiti dell'est, della Cina, della Corea del Nord, ed oggi di alcuni comunisti nostrani che tifano per Putin, senza con ciò tenere una cattedra di comunismo o di marxismo. Mi si permetta allo stesso modo di dubitare del femminismo di Eretica, di Angela Azzaro, e qualche volta persino di Loredana Lipperini. Mi oriento in modo semplice, vedo come femminismo quel movimento che soprattutto combatte contro le disparità e le discriminazioni, che lotta contro il patriarcato e il maschilismo, che combatte contro la violenza, mentre invece dubito di quel femminismo che combatte soprattutto gli altri femminismi variamente squalificati e che invece della violenza si preoccupa dell'antiviolenza. Fa specie che persone le quali tutti i giorni scrivono che le donne non devono fare le vittime di fronte alle molestie, alla violenza, al femminicidio (parola che a loro non piace), poi si presentino così facilmente come perseguitate ogni volta che ricevono una critica, fosse pure condita da toni polemici un po' accessi. Ecco, di queste femministe io dubito, ma è solo la mia opinione ed io ho il senso della relatività delle mie opinioni.

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