Andrea Scanzi, giornalista del Fatto Quotidiano, concede a SEL di essere opposizione a fronte delle rimostranze dei cinque stelle, che rivendicano l'esclusiva e a cui comunque riconosce il primato, senza appunti o disappunti.

SEL invece qualche appunto se lo merita, poichè al nostro magnanimo giornalista non piace «l'approccio qua e là retorico, un po’ troppo equilibrista e più ancora veterocomunista, come attestano le supercazzole enfatiche di Vendola o gli afflati “femministaioli” militanti (cit Gaber) di Laura Boldrini»

Il femminismo a Scanzi sta antipatico. Lo cita volentieri a sproposito. Populismo femminista è volere una presidente della repubblica donna. Orgasmi delle para femministe quelli per le lacrime di Santa Fornero

In occasione del concertone del primo maggio si distingue per una vigorosa difesa di Fabri Fibra: canta lo stupro, ma è antimoralista e la nobiltà alla lunga è noiosa. Un argomento difensivo immediatamente eccitante. Senza farsi mancare il tono insolente nei confronti dei centri antiviolenza che avevano contestato la partecipazione del cantante. Femministe con cipiglio ottuso che piaiono dedicarsi unicamente alle facezie.

Invece nessun appunto sulla violenza verbale e le varie sparate razzistoidi e fascistodi del M5S: l'apertura a CasaPound, l'apprezzamento del fascismo delle origini, le ambiguità sul 25 aprile, gli insulti al parlamento con tanto di effige mussoliniana, la negazione dello ius soli, i kabobo d'Italia, per criminalizzare gli stranieri di pelle nera, in concorrenza con la Lega.

Niente. A dare fastidio sono gli afflati femministaioli.

Non segnalo qui una incoerenza, bensì una coerenza. L'avversione al femminismo e la tollerenza del razzismo si accompagnano molto bene.

P.s. Aggiornamento (25.09.2013). Laura Boldrini ad un convegno su "Donne e Media" dice basta allo stereotipo degli spot pubblicitari che rappresentano le donne solo in ruoli e funzioni subordinate, tipo la mamma che serve a tavola papà e figli comodamente seduti e (sorpresa!) Andrea Scanzi non lo digerisce. Insulta Laura Boldrini su FB. E lo ribadisce su Twitter. Fa lo "spiritoso" che si vanta di essere servito dalla sua compagna. Ovviamente criticato, torna ad esporre i suoi sentimenti contro l'ira funesta della "femministaiole militanti" (cit). Un concentrato di ericajongismo d'accatto e veterofemminismo-de-sinistra.



Commenti su Facebook

Difficile credere che un'alleanza tra PD e PDL sia fatta per integrare gli immigrati ed estendere i diritti di cittadinanza. Possibile invece che il tema dell'immigrazione sia utile al PD per coprirsi a sinistra. Era già questa l'intenzione del governo Monti poi spazzata via dalle bordate di Grillo contro lo jus soli e dalle invasioni di partorienti paventate dall'allora ministra dell'interno Anna Maria Cancellieri. Copione replicato sotto il governo Letta con il presidente del Senato Pietro Grasso nella parte di Cancellieri e Grillo nella parte di Grillo. Primo atto di delegittimazione della ministra all'integrazione.

Con una variante. Appunto: Cecile Kyenge. Prima ministra nera nella storia della repubblica. Nominata come fiore (dei diritti) all'occhiello del governo. Divenuta ben presto il bersaglio di una violenta e crescente sequenza di insulti e minacce di stampo razzista, da parte di fascisti e leghisti, fino ai vertici istituzionali nella persona del vicepresidente del senato Roberto Calderoli. Una campagna rivelatrice dell'arretratezza e dell'inciviltà di una parte del Paese.

Campagna fronteggiata da alcune reazioni forti nel mondo politico istituzionale: Laura Boldrini, Enrico Letta e Nichi Vendola. E da tante reazioni blande, volte a stigmatizzare gli insulti, facendo molta attenzione a non qualificarne la matrice xenofoba e razzista. Reazioni contente di attestarsi sull'abilità della ministra di incassare i colpi e di reagire in modo misurato e talvolta persino ironico.

Infine, sussurra e silenzi da parte dei protagonisti della politica, quelli considerati più importanti ed autorevoli. Il presidente della repubblica Giorgio Napolitano ha fatto cenno all'imbarbarimento del linguaggio nel dibattito politico, dopo che Calderoli ha paragonato Cecilie Kyenge ad un orango durante un comizio. Beppe Grillo ha ricordato chi è Calderoli: colui che andò in televisione a esibire una maglietta con l'immagine di una vignetta contro Maometto, provocando undici morti in Libia. Colui che seminava sterco di porco sui terreni dove dovevano sorgere le moschee. Grillo è sensibile all'islamofobia. Ma non alla xenofobia. Per Cecile Kyenge non ha speso una parola di solidarietà. La ministra potrebbe somigliare anche ad uno dei tanti Kabobo d'Italia. Titolo di un post, competitivo con gli argomenti leghisti. 

Berlusconi, Alfano, Monti, Casini, D'Alema, Veltroni, Bersani, Franceschini, Renzi, spesso presenzialisti e loquaci, in queste circostanze sono stati molto discreti, per non dire assenti. Forse hanno dichiarato qualcosa. A me è sfuggito.

Il PDL ha comunque ritenuto di salvare il vicepresidente del senato, opponendosi alle sue dimissioni e il PD non ne ha fatto un dramma. Intanto, la Lega ha convocato a Torino, per settembre, una manifestazione contro gli immigrati.

Una deputata del M5S, Serenella Fucsia ha ritenuto di essere leggera, ma anche seria. Da animalista attribuisce una accezione positiva a tutti gli animali. L'orango è anche bello. Forse Calderoli voleva fare un complimento. Lei per autoironia si autodefinisce papera. Una blogger di Panorama, Annalisa Chirico, ha sdrammatizzato allo stesso modo: a lei succede di essere paragonata ad una cavalla e di riderci su. Secondo una commentatrice, riderebbe di meno se fosse paragonata ad una vacca. Il Giornale della famiglia Berlusconi - uno dei due principali azionisti del governo - ha pubblicato una delicata vignetta in cui la Kyenge dichiara di non aver bisogno di essere stuprata perchè dispone della scorta. Sempre sul Giornale un intellettuale di punta, Marcello Veneziani, ha scritto che la Kyenge non si può toccare perchè è nera. Il direttore Alessandro Sallusti ha ricordato che Berlusconi è stato paragonato ad un caimano. Che un paragone voglia prendere di mira il comportamento di una persona, mentre un altro voglia colpire l'appartenenza ad un intero popolo, per il direttore non conta. Sul Corriere della Sera, Giovanni Sartori ha scritto che Cecile Kyenge non è competente in materia di integrazione, perchè è un medico oculista. Avvocando tale competenza a sè stesso, forse in quanto esperto di sistemi elettorali.

Dunque, non siamo in presenza di una minoranza di stolti (Mara Carfagna) isolata da un popolo accogliente e antirazzista. Siamo in presenza di una divisione nazionale. Due Italie. Di cui una, quella favorevole all'accoglienza, si dimostra troppo tranquilla. Pensa di avere il corso storico dalla sua parte.

L'Italia sarà un paese multietnico. In parte lo è già. Il razzismo non può cambiare questa realtà. Può però incidere sulla qualità della convivenza. Si può essere multietnici su basi di pari diritti e pari dignità o in uno stato di sostanziale apartheid. Il razzismo non ha il potere di respingere ed espellere gli immigrati. Ma può negare loro i diritti. O rallentarne di molto l'estensione.

Nel nostro paese, fin dai tempi della legislazione di centrosinistra (legge Turco-Napolitano) abbiamo centri di identificazione, che consistono in strutture paracarcerarie per immigrati irregolari, finalizzate all'identificazione e all'espulsione. Strutture più volte messe sotto accusa dalle associazioni per i diritti umani. Abbiamo un'assurda legge capestro, la Bossi-Fini, la quale pretende che gli immigrati entrino in Italia già con un contratto di lavoro in tasca. E che rientrino nel loro paese per regolarizzarsi ancora, qualora perdano il lavoro e ne trovino un altro. Nel mezzo sono irregolari. Potenziali reclusi nei CIE. Abbiamo un accordo con la Libia affinchè i migranti possano essere da noi respinti in mare e da loro bloccati e trattenuti alla partenza, infine destinati a campi di detenzione. Abbiamo il reato di clandestinità, che prevede il carcere per chi non ottempera al mandato di via. Una legge inapplicabile. Che però costituisce un principio di criminalizzazione. Mentre sullo sfondo campagne di stampa xenofobe danno periodicamente ampio spazio alla cronaca nera che ha per protagonisti gli stranieri immigrati dall'est o dal sud del mondo. E abbiamo ancora lo Ius sanguinis: i figli degli immigrati, anche se cresciuti e scolarizzati in Italia, non possono ricevere automaticamente la cittadinanza italiana. Tutto questo, mentre il lavoro degli immigrati costituisce un argine ad una rovinosa recessione e al crollo del Welfare.

Rifiutare la violenza verbale ed esigere un linguaggio corretto e rispettoso nei confronti degli stranieri e dei diversi è una elementare questione di civiltà. Va fatto e non si fa abbastanza. Non ci si può però accontentare di convertire il razzismo in ipocrisia. Occorre convertire l'antirazzismo in una concreta politica di accoglienza e di estensione dei diritti, a cominciare dallo smantellamento di una legislazione vessatoria dettata dalla paura e dalla introduzione dello Ius soli. Il governo Letta queste cose in agenda non le ha o le ha solo nominalmente. Perciò le sue dure prese di posizione sono ignorate e i vari big che si contendono la leadership restano in silenzio. Se c'è da agire dal basso, come dice Gad Lerner, c'è agire anche su di loro. Su tutti quelli che nella sinistra al governo hanno paura di una fantomatica invasione di partorienti invece di chi piazza manichini insanguinati e lancia banane.



di Maria Rossi


Tiziana, ragazza siciliana, emigrata come tante al Nord, in possesso di una laurea nel settore turistico che, ormai serve soltanto ad ottenere, sempre che lo si consegua, un lavoro precario da svolgersi spesso in condizioni di supersfruttamento, il 24 luglio è stata costretta adormire in spiaggia perché, licenziata in tronco, ha ricevuto dalla sua datrice di lavoro, un'albergatrice di Riccione, l'ingiunzione di abbandonare alle due di notte la stanza presso la quale alloggiava. La sua colpa? Aver rifiutato di sottoscrivere il modulo di dimissioni volontarie che la sua datrice di lavoro pretendeva firmasse, per aver osato richiedere un aumento di salario. Percepiva infatti un salario da fame: 800 euro al mese per un lavoro stagionale che durava 15 ore al giorno e includeva oltre all'attività di animatrice quella di baby sitter del figlio dei padroni dell'hotel. Due giorni prima Tiziana si era rivolta all'associazione Rumori Sinistri per avviare un percorso di emersione dal lavoro sfruttato cui era sottoposta. Per non essere cacciata dalla struttura alberghiera di notte, la ragazza aveva richiesto l'intervento dei Carabinieri che si sono limitati però a verbalizzare l'accaduto, senza impedire lo sfratto.

Il 22 giugno la struttura alberghiera presso la quale era impiegata aveva ricevuto due visite ispettive, le prima da parte della Guardia di Finanza e la seconda da parte dell’Ispettorato del Lavoro che aveva rilevato la presenza di ben 11 lavoratori irregolari su 14. Il locale era stato costretto quindi ad assumere i dipendenti, inclusa Tiziana, ma aveva adottato un escamotage: era stato imposto un contratto che prevedeva 15 ore di lavoro alla settimana, le stesse che la ragazza svolgeva in una sola giornata. Insomma il lavoro "nero" era stato trasformato in lavoro "grigio".

Le traversie di Tiziana possono essere assunte a paradigma della condizione attuale dei lavoratori e soprattutto delle lavoratrici italiane.

In primo luogo possiamo rilevare come l'emigrazione dal Mezzogiorno alCentro-Nord costituisca ancora oggi una caratteristica peculiare delmercato del lavoro italiano ed abbia interessato tra il 2001 e il 2011 1,3 milioni di persone, tra le quali anche 172 mila laureati, come Tiziana, appunto. Questa tendenza sembra essersi consolidata nel 2012, pur in presenza della recessione. La nuova fase migratoria e' caratterizzata dal crescente coinvolgimento della componente giovanile più scolarizzata. Nel 2000 i laureati meridionali che emigravano erano il 10,7% del totale di quanti si trasferivano al Centro-Nord; nel 2011 sono saliti al 25,0%, un quarto del totale. Tra il 2000 e il 2010, poi, sono emigrati all'estero 180.000 meridionali, tra i quali 20.000 laureati.

L'aver conseguito il diploma di laurea non garantisce l'accesso al lavoro e anche quando si viene assunti lo si è spesso con un contratto di lavoro a tempo determinato o irregolare. Nel 2008 il tasso di disoccupazione a un anno dalla laurea era del 14,9 %, mentre nel 2012 aveva già raggiungo il 23,4 %. Soltanto il 55% dei laureati aveva trovato un impiego (nel 2008 il valore corrispondente era pari al 60%), che nel 55,5% dei casi era precario e nel 10% irregolare.

Marcateappaiono le diseguaglianze di genere che si manifestano sia intermini di divario occupazionale che di differenze retributive. Tra i laureati specialistici biennali, ad un anno dal conseguimento del titolo, hanno già un impiego 63 uomini e solo 55,5 donne su 100. Le donne risultano penalizzate non solo perché presentano un tasso di occupazione decisamente più basso, ma anche perché si dichiarano più frequentemente alla ricerca di un lavoro: 32% contro il 24% rilevato per gli uomini. Ad un anno dalla laurea gli uomini, malgrado le percentuali siano comunque molto basse, possono contare più delle colleghe su un contratto di lavoro a tempo indeterminato (le quote sono rispettivamente 39 % e 30%) e fruiscono di una retribuzione che risulta superiore del 32% a quella delle donne (1.220 euro contro 924 euro mensili netti).

A cinque anni dalla laurea le differenze di genere si confermano significative: svolgono un'attività extradomestica 83 donne e 89 uomini su cento. La stabilità del lavoro risulta essere una prerogativa prevalentemente maschile: infatti, l’80% degli occupati è impiegato con un contratto a tempo indeterminato contro il 66% delle occupate. Tra uno e cinque anni dal conseguimento del titolo, le differenze di genere in relazione alla retribuzione, lungi dal ridursi, aumentano ulteriormente: il divario cresce fino a raggiungere il 30% (1.646 contro 1.266 euro).

Le differenze di genere raggiungono i 17 punti tra quanti hanno figli. Il tasso di occupazione è pari all’89% tra gli uomini, ma soltanto al 72% tra le madri laureate.

Pur interessando entrambi i sessi, la disoccupazione e la precarietà appaiono dunque più accentuate tra le donne. Il "Rapporto suidiritti globali" stilato nel 2013  precisa, infatti, come gli oltre 3,3milioni (3.315.580 per la precisione) di precari italiani, che percepiscono in media 836 euro netti al mese, ( e, anche in questo caso, è presente un differenziale retributivo basato sul genere, in quanto la remunerazione dei maschi è pari a 927 euro mensili e quella delle donne a 759 euro) siano concentrati prevalentemente nel settore dell'istruzione e in quello della sanità (514.814 persone), nei servizi pubblici e in quelli sociali (477.299) e nella pubblica amministrazione (Stato, Regioni, enti locali, ecc.) (119.000 lavoratori). Il 34% dei precari italianiè costituito dunque da dipendenti pubblici, che in grande maggioranza,sono donne (71%). La presenza femminile raggiunge i valori più elevati nella Sanità (79,3 per cento) e nell’Istruzione (75,3 per cento) Gli altri settori che registrano una forte presenza di questi lavoratori atipici sono il commercio (436.842 persone), dove è molto elevata la presenza femminile, i servizi alle imprese (414.672) e gli alberghi e i ristoranti (337.379), dove lavorava appunto Tiziana.

Secondo un Rapporto della Federalberghi, nel 2010 dei 982.223 lavoratori dipendenti nel settore del Turismo, 556.238, ossia il 57%, erano donne, mentre nelle aziende alberghiere, su un totale di 193.575 occupati, 102.698 sono donne.

Il 32,5% di queste, per altro, è inquadrata ai livelli inferiori contro il 17,34% degli uomini.

Nel settore turistico, nella riviera romagnola come altrove, lo sfruttamento estremo, fino all'imposizione di condizioni di semischiavitù, costituisce un fenomeno strutturale, particolarmente diffuso nel contesto del lavoro stagionale. Mancate retribuzioni, lavoro sommerso, contratti part time che si trasformano in giornate full sono i casi più comuni segnalati ai sindacati. Vengono erogate retribuzioni di 2, 3 euro all'ora e imposti prolungamenti della giornata lavorativa tali da raggiungere 50 o addirittura 90 ore alla settimana, ovviamente sopprimendo anche ilgiorno di riposo.  Insomma un'enorme estorsione di plusvalore assoluto che evoca il periodo della Prima Rivoluzione industriale. La questione riguarda tutte le strutture ricettive, dalle piccole ai grandi resort.

L'Associazione Rumori Sinistri, che opera a tutela dei lavoratori e promuovecampagne di sensibilizzazione e di denuncia del fenomeno, osserva come da circa dieci anni si assista nel lavoro stagionale alla drastica riduzione dei salari reali e a un allentamento dell'interesse e del controllo sulle condizioni di lavoro, sia da parte del sindacato che da parte della politica. 

La crisi economica ha aggravato ulteriormente la situazione, in quanto non è stata affrontata con il ricorso ad una riqualificazione dei servizi e delle strutture ricettive, ma con la realizzazione di un'ulteriore compressione dei costi, con l'abbattimento dei salari e con la riduzione dei diritti dei lavoratori.

A ciò si aggiunga il fatto che molte aziende scelgono di appaltare i servizi a cooperative o società, in molti casi forme fittizie di associazioni create per sfuggire a una regolamentazione dei contratti. Un altro problema è costituito dalla la direttiva comunitaria Bolkestein sui servizi nel mercato europeo comune: una azienda che presta servizi in Italia, grazie ad essa, può applicare da noi le regole del proprio paese d’origine, assumendo personale da Stati dove il costo dellavoro è molto più basso che in Italia

L'applicazione della direttiva può tradursi nell'erogazione al lavoratore o alla lavoratrice di una paga oraria di soli due euro

Ribellarsi a queste condizioni di lavoro assimilabili alla schiavitù non è affatto semplice e spesso comporta il licenziamento, sovente mascherato dall'imposizione delle dimissioni "volontarie", come è accaduto a Tiziana.

Nel suo caso, occorre poi osservare come le siano state attribuite mansioni non previste dal contratto che rientrano nel lavoro di cura (l'accudimento del figlio dei padroni) e che enfatizzano la sua appartenenza al genere femminile.

Vorrei infine fare un'osservazione banale. Il sesso del padrone non muta il carattere di dominio e di supersfruttamento che connota il modo di produzione capitalista. Ritenere che le donne possano modificare profondamente la struttura del capitalismo, apportandovi specifiche competenze relazionali è mera illusione, come mostra il caso in esame. Considero pertanto sbagliato l'auspicio di integrare le donne nell'attuale sistema e di coinvolgerle nello sfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici e nella gestione del potere economico maschile.

Permettetemi pertanto di concludere l'articolo con una citazione tratta da "Sputiamo su Hegel" di Carla Lonzi:

"Ci siamo accorte che, sul piano della gestione del potere, non occorrono delle capacità, ma una particolare forma di alienazione molto efficace. Il porsi della donna non implica una partecipazione al potere maschile, ma una messa in questione del concetto di potere".



di Maria Rossi


Negli Stati Uniti la Fiat ha fatto realizzare uno spot della 500 Abarth Cabrio nel quale 12 modelle e contorsioniste dai corpi nudi dipinti si dispongono in modo tale da costruire, debitamente "assemblate", una "carrozzeria umana".

Nelle intenzioni degli ideatori e del committente lo spot, che dovrebbe rappresentare un' opera d'arte costituita dalla performance di dodici donne dal corpo snello, perfetto e flessuoso dipinte dal body painter Craig Tracy e riprese dal fotografo R.J. Muna, dovrebbe tradurre in immagine la similitudine dell'auto realizzata come se fosse composta da puri muscoli, vale a dire umanizzata. Il concetto evocato è quello di "auto muscolosa", potente, un'idea che mal si concilia con le caratteristiche tecniche di una 500, ma che pare in grado di catturare l'interesse del pubblico statunitense. Per rappresentare iconograficamente un autoveicolo dotato di possenti muscoli, sarebbe stato, soprattutto, più appropriato, ma altrettanto discutibile, "assemblare" i corpi di 12 uomini, anziché di 12 donne.

L'interpretazione che un gruppo di operaie in cassa integrazione dello stabilimento Fiat di Pomigliano d'Arco offre delle immagini che compongono lo spot è rovesciata rispetto a quella proposta dai realizzatori. Per le lavoratrici la pubblicità della 500 non genera l'umanizzazione di un prodotto, concetto già inquietante, perché dissolve la distinzione tra soggetto e oggetto, ma crea e riproduce per l'ennesima volta la reificazione delle donne. 

"Qualcuno la chiama ‘arte’", osservano, "ma a noi fa rabbrividire il pensiero sottinteso con cui Marchionne intende strumentalizzare i corpi delle donne da lui considerati ‘cose’, semplici pezzi di componentistica da manipolare per ‘fare prodotto’." "Donne usate come sottogruppi da assemblare, corpi negati come i diritti dei lavoratori".

Ritengo valide entrambe le letture dello spot. I padroni conferiscono umanità ai prodotti, nel momento stesso in cui reificano e mercificano gli esseri umani. 

Senza l' "assemblaggio" dei corpi delle 12 modelle la Fiat 500 non esisterebbe (dunque, l'auto è umanizzata). E' altrettanto evidente come le attrici dello spot siano oggettivate, in quanto il loro corpo è dipinto e disposto in modo tale da rappresentare le singole componenti della carrozzeria della vettura. Alcune di loro recano impresso il marchio della Fiat, a sottolineare in modo ancora più plateale il proprio configurarsi come merce. Il loro corpo non gode neppure della considerazione, del rilievo, della compiutezza di un'auto, in quanto ne riproduce soltanto una parte, un pezzo, che acquista senso soltanto dall'integrazione con gli altri.

Lo spot traduce in immagini una serie di metafore, trasformandole in identità tra due diverse entità: in primo luogo materializza, rende concretamente esperibile l'idea di donna-oggetto, così frequentemente diffusa nel linguaggio pubblicitario. 

Per esprimere un "apprezzamento" sessista oggettivante nei confronti di una donna dalle forme procaci le si attribuisce (o le si attribuiva) talvolta una «bella carrozzeria», che è appunto il rivestimento esterno di un autoveicolo, ad evidenziare la sua essenza di involucro piacevolmente decorativo. 

Un contenitore che richiama anche l'immagine dell'homme machine di La Mettrie e, in genere, dei materialisti settecenteschi che trasformano il dualismo cartesiano nel monismo dell'essere umano concepito come puro meccanismo. In Descartes, invece, la razionalità era il supplemento d'anima che impediva la completa assimilazione dell'uomo alla macchina, cui sono invece ridotte le donne dello spot. 

Le operaie cassintegrate sostengono, inoltre, che i corpi delle donne in questo spot sono negati così come lo sono i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici negli stabilimenti della Fiat, stabilendo quindi una connessione tra la pubblicità in questione e le condizioni di produzione.

Orbene, questo spot, a mio parere, lascia trasparire i tratti salienti della filosofia dell'azienda. 

Le modelle, così come gli operai e le operaie, sono concepite e trattate come semplici pezzi di un ingranaggio, i cui movimenti e i cui corpi devono essere rigidamente disciplinati per essere finalizzati alla costruzione di autoveicoli. I dipendenti della Fiat sono considerati macchine superproduttive, robot privi di bisogni, di desideri, di esigenze extralavorative, soprattutto dopo gli accordi-diktat imposti ai lavoratori della Chrysler, di cui la casa torinese detiene il 58,5% delle azioni, nel 2009 e a quelli di Pomigliano d'Arco e di Mirafiori nel 2010.

Il contratto stipulato con l'UAW, il sindacato attivo alla Chrysler, prevede, tra l'altro, il congelamento dei salari, la sospensione dell'indennità di carovita, il dimezzamento della retribuzione e l'assenza di diritti per i nuovi assunti, che possono raggiungere il 25% degli occupati, con prevedibile licenziamento di un buon numero di dipendenti a tempo indeterminato. 

Quanto alle condizioni di lavoro, che interessano qui, le pause di riposo vengono ridotte, l'azienda è libera di introdurre regimi di orario alternativi, il lavoro straordinario viene calcolato sulle ore settimanali e non su quelle giornaliere, ciò che ha condotto ad un'intensificazione parossistica dell'estorsione di plusvalore dai dipendenti. Basti pensare che ci sono operai e operaie sfruttati 63 ore alla settimana e occupati sei giorni su sette! E' evidente che ci troviamo di fronte ad una conversione in automi dei lavoratori, espropriati del diritto ad un'esistenza che si esplichi fuori dalla fabbrica.

Analogamente, l'accordo imposto agli operai di Pomigliano d'Arco nel giugno del 2010 prevede la possibilità per l'azienda di richiedere 80 ore aggiuntive di prestazione individuale straordinaria obbligatoria oltre alle 40 già previste dal Contratto Collettivo nazionale dei metalmeccanici del 2008. L'azienda si riserva la possibilità di richiedere alla forza lavoro il recupero delle ore perse a seguito di eventuali inconvenienti non dipendenti dall'operaio «nei 6 mesi successivi oltre che nella mezz'ora di intervallo fra i turni, nel diciottesimo turno o nei giorni di riposo settimanali». L'operaio, in pratica, deve rendersi disponibile alla prestazione sei giorni su sette, con conseguente riduzione della capacità di organizzare i propri tempi di vita non vincolati al ritmo della catena. 

Si introduce così un dispositivo di flessibilità totale che trova un rispecchiamento pubblicitario nella flessuosità dei corpi delle modelle e nel loro contorsionismo. L'esasperata intensificazione dello sfruttamento dei lavoratori rende in effetti necessario compiere acrobazie e salti mortali per poter gestire la propria quotidianità.

L'accordo di Pomigliano, inoltre, contempla l'introduzione di una nuova metrica, denominata Ergo-Uas che, com'è accaduto a Mirafiori, dove tutte le postazioni sono state fatte rientrare nella fascia verde che indica l'assenza o la lievità del rischio di affaticamento, anziché attenuare lo stress psicofisico degli operai, come il nome sembrerebbe indicare, riduce il tempo in cui questi ultimi devono effettuare le operazioni assegnate, aumentando la saturazione e incrementando i ritmi produttivi.

Oltre tutto, l'implementazione di questo nuovo sistema comporta una riduzione delle pause di lavoro del 25%.

La produzione è estesa a 24 ore al giorno con 18 turni settimanali (sabato notte incluso). Il sistema di riposi impone un orario che comprende settimane di 48 ore. La pausa di mezz'ora per la mensa viene collocata a fine turno, ma l'azienda può utilizzarla per comandare il lavoro straordinario.

Il fatto che quest'accordo non venga in pratica applicato per i mancati investimenti Fiat a Pomigliano d'Arco e il conseguente perdurare della cassa integrazione nulla toglie alla sua natura di contratto capestro che stabilisce durissime condizioni di lavoro, più adatte ad una macchina che ad un essere umano.

Un altro caposaldo della filosofia Fiat a Pomigliano è stato quello di incentivare la partecipazione dei lavoratori per incrementarne la produttività e promuoverne l'autocontrollo e la condivisione degli obiettivi aziendali, senza peraltro allentare la pervasività del controllo gerarchico.

Anche le modelle dello spot, naturalmente, (questo è ovvio) e, attraverso di loro, le donne in genere sono sollecitate a cooperare attivamente e disciplinatamente alla propria reificazione.

Mi pare insomma che questa pubblicità, oltre ad essere paradigmatica del sessismo imperante, apra squarci illuminanti su alcuni aspetti essenziali del modo di produzione capitalista.



di Maria Rossi


"Una critica della pornografia sta al femminismo come la sua difesa sta alla supremazia maschile".

E' con questo folgorante aforisma che Catharine A. MacKinnon, nel 1983, inizia il saggio nel quale, adottando una prospettiva femminista, affronta il tema della pornografia non come mera questione morale, bensì come pratica di politica sessuale che espropria le donne del potere di cui, al contempo, investe gli uomini. Essa dà forma concreta, infatti, all'espressione sessuale della supremazia maschile, fondendo l'erotizzazione del dominio e della sottomissione con la costruzione sociale dell'uomo e della donna, rispettivamente come essere che assoggetta, possiede, usa, consuma e come essere subalterno e desideroso di esserlo o come oggetto posseduto, usato, consumato. La pornografia è, pertanto, un'istituzione importante della diseguaglianza di genere.
Non è un'innocua fantasia, una simulazione o una catarsi, ma è costituita da atti espressivi performativi che plasmano e perpetuano la realtà della subordinazione femminile, provocando ripercussioni che si traducono in discriminazioni e violenze nei confronti del gruppo sociale delle donne, come confermato, del resto, anche da recenti studi, citati, ad esempio, da Chiara Volpato nel libro «Piscosociologia del maschilismo».

«Gli uomini - osserva MacKinnon - fanno sesso con l'immagine che hanno di una donna» e la pornografia concorre a plasmare questa effigie, promuovendo «l'esperienza di una sessualità essa stessa oggettivata».

Nel suo saggio, intitolato "Non è una questione morale", MacKinnon contrappone alla dottrina giuridica statunitense dell'oscenità, che, contrariamente a quel che si crede in Italia, già limitava la pornografia, la critica femminista di quest'ultima, formulando un'analisi che rappresenta un approccio politico elaborato dal punto di vista delle donne, ossia dalla prospettiva della loro subordinazione agli uomini, condizione che mira a superare per ristabilire l'uguaglianza tra i sessi.
Mentre la pornografia è una pratica politica che codifica e cristallizza la sottomissione delle donne, l'oscenità è un concetto morale costruito secondo parametri maschili e quindi la legge che ad esso si ispira concepisce come bene ciò che rinsalda il potere degli uomini e come male ciò che ne contesta l'assolutezza, lo riduce o lo destabilizza. La legge statunitense sull'oscenità, infatti, - sottolinea MacKinnon - sanziona come immorale e illegale ciò che, da un punto di vista femminista, risulta innocuo, come la nudità, l'impudicizia, la licenziosità o, addirittura, ciò che per le donne è giusto, come l'aborto e la propaganda degli anticoncezionali. Al contrario, non ritiene illecite, ad esempio, le rappresentazioni pornografiche di corpi di donna legati, stuprati, ridotti ad oggetti da maltrattare.

«Il femminismo - osserva MacKinnon - [...] si chiede perché la lascivia abbia importanza e l'assenza di potere no o perché le sensibilità siano maggiormente protette dall'offesa di quanto le donne non lo siano dallo sfruttamento».

La dottrina che sottrae tutta la pornografia, intesa in senso femminista, alle restrizioni dello Stato si fonda sulla protezione assicurata dal Primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti alla libertà di espressione, che non si ritiene, però, violata - e questo dato di fatto dovrebbe indurci a riflettere - dall'esistenza di una legge sull'oscenità. La ragione di questa incongruenza è chiara. Il Primo emendamento non tutela la libertà di espressione, quanto piuttosto il diritto degli uomini di imporre alle donne la pornografia anche nel privato, ma, soprattutto, garantisce l'esclusivo dispiegamento delle manifestazioni di pensiero, delle rappresentazioni, delle concezioni dei dominanti, mentre riduce al silenzio le subalterne, soffoca le loro voci, occulta la loro verità.

"Inoltre, secondo la dottrina liberale che informa il Primo emendamento la libertà di parola, pornografia inclusa, contribuisce a scoprire la verità. [...] Ma in una società che discrimina sulla base del genere, la parola del potente impone al mondo il proprio punto di vista, celando la verità di chi non ha potere sotto un velo di disperata remissività. [...] Così, mentre chi difende la pornografia sostiene che la messa a disposizione di tutti i tipi di discorso, compreso quello pornografico, lascia la mente libera di realizzarsi, dal punto di vista delle donne la pornografia è libera di assoggettare la loro mente e, inseparabilmente, il loro corpo, normalizzando un terrore che costringe al silenzio.
Secondo i liberali, la libertà di parola non deve mai essere sacrificata a vantaggio di altri obiettivi sociali. Ma il liberismo non ha mai capito che la libertà di parola degli uomini riduce al silenzio quella delle donne".

Per queste ultime, dunque, non si tratta tanto di evitare l'intervento dello Stato, quanto piuttosto di sollecitare l'adozione di azioni positive che garantiscano loro la libertà di espressione finora negata.
Per MacKinnon il divieto di un certo tipo di pornografia si fonda, quindi, sull'attribuzione alle donne del diritto di manifestare un proprio specifico punto di vista, diverso da quello dei dominanti, e soprattutto, sul rispetto del principio di uguaglianza, seriamente compromesso da questo genere di rappresentazioni, ovverosia sulla restituzione ad esse del potere di cui sono state espropriate, privazione che le ha mantenute sinora in una posizione di subalternità agli uomini.



Il Partito democratico criminalizza la protesta sociale e la chiama guerra allo stato. Giustifica in modo indiscriminato l'uso della forza da parte della polizia. Istiga all'uso della forza. Parla di giuste manganellate. Invoca il pugno duro contro i fermati. Delegittima le accuse di violenza e molestie mosse durante una conferenza stampa da Marta Camposana, una donna visibilmente contusa. Usa il suo essere donna. La delegittima sulla base di nulla, con un banale pregiudizio misogino, invece di chiedere che si indaghi e si accertino i fatti e le responsabilità.

Qualcuno obietterà che sto sbagliando. Non è il PD. E' soltanto il senatore Stefano Esposito. Un personaggio un po' folcloristico, noto per esibire, contro i suoi avversari politici, e i notav in particolare, un tono inutilmente muscolare e provocatorio.

In questi anni, tanta violenza e irresponsabilità verbale è stata ignorata, digerita, giustificata, con il carattere dei personaggi che la esternavano.

Tristi siparietti a cui ci hanno abituato i partiti della destra. Puntuale dopo la sparata: Lo sai come è fatto. Berlusconi è Berlusconi. Bossi e Bossi. Borghezio è Borghezio. Gentilini è Gentilini. Boso è Boso. Calderoli è Calderoli. La Russa è La Russa. Ora il PD può raccontarci che Esposito è Esposito. Secondo me, non può.

Se un partito seleziona dirigenti, elegge rappresentanti nelle istituzioni, si assume la responsabilità dei loro comportamenti e delle loro dichiarazioni. Salvo smentirli. Forse non di singoli episodi. Ma di una lunga e metodica sequenza, si.

Un partito non dovrebbe usare una persona come testa d'ariete o parafulmine per fronteggiare una opposizione. Non dovrebbe sovraesporre nessuno. Nè accettare passivamente sovraesposizioni. Può diventare un gioco pericoloso. Il senatore è stato più volte minacciato. Da innocui cretini, o da delinquenti. Le minacce vanno condannate e perseguite, come se non esistessero le provocazioni. I comportamenti provocatori e irresponsabili vanno rifiutati come se non esistessero le minacce.

Ma forse un partito alla fine usa i mezzi più adeguati ai contenuti che esprime, ai fini che persegue. C'è da costruire una grande opera dai costi iperbolici in tempi di crisi finanziaria, dannosa per l'ambiente, inutile per la domanda di traffico in declino da vent'anni. Che vede l'opposizione di gran parte della popolazione della Val di Susa e di un movimento combattivo come i tanti che abbiamo visto animare le piazze in Europa, in America, nei paesi arabi, in Turchia.

Contenuti indifendibili o sempre meno difendibili, si sdoganano attraverso personaggi al limite. Così come la xenofobia ha bisogno di Borghezio, l'imbroglio della Tav ha bisogno di Esposito. Noi invece abbiamo bisogno di chiedere conto ai loro partiti, di non permettere che possano nascondersi dietro il folclore sovraesposto di alcuni loro rappresentanti.



di Christine Rama


Marta, attivista No Tav, nel corso di una manifestazione del movimento, viene fermata, massacrata di botte, umiliata, insultata, palpeggiata dagli agenti di polizia.
Quando è diretta contro le donne, la repressione delle forze dell'ordine assume spesso specifici connotati sessuali che servono ad enfatizzare il processo di degradazione e di sottomissione della vittima di sesso femminile, rendendo  l'azione ancora più odiosa.
Martedì è stato sgomberato a Milano dalla giunta Pisapia uno spazio occupato: l'ex Cinema Maestoso. A farne le spese una ragazza, che è stata manganellata.
Qualche giorno fa a Palermo Rosy è stata massacrata, dinanzi al figlio di due anni, dall'ex convivente inutilmente denunciato.
A Brescia, infine, un uomo ha assassinato i due figli, percepiti come oggetti di proprietà, per compiere una vendetta nei confronti della ex moglie. Era stato denunciato 10 volte per stalking, senza che queste reiterate querele  producessero qualche concreto effetto.
Il comportamento assunto dagli agenti di polizia è, nei casi riportati, opposto, ma congruente.
Alla spietata repressione del conflitto sociale contro l'ordine economico neoliberista corrisponde l'assoluta inerzia delle forze dell'ordine nei confronti delle denunce presentate dalle donne contro i partner violenti. Alla strenua difesa del sistema capitalista si collega la tutela dell'ordine patriarcale nella sfera domestica, alla rivendicazione del monopolio dello Stato nella definizione e nella gestione della violenza che si dispiega nello spazio pubblico, si intreccia non solo la stigmatizzazione delle pratiche e delle azioni dei militanti, ma anche l'indifferenza, l'accettazione, la benevola acquiescenza all'esercizio della violenza maschile sulle donne nell'ambito privato.
Questi nessi a me risultano evidenti.
La nostra lotta dovrebbe essere finalizzata ad ottenere la rottura di questi legami e il capovolgimento della situazione.  Rivendicare il diritto di manifestare il dissenso all'ordine neoliberista e di agire il conflitto senza subire alcuna forma di repressione dovrebbe essere congiunto alla richiesta che l'integrità fisica e psicologica delle donne venga rigorosamente tutelata contro le aggressioni dei partner, specialmente nel caso in cui esse abbiano sporto querela contro i maltrattanti. E' una pretesa ingenua? Può darsi, ma non lo è di meno l'appello all'autodifesa (gli uomini sono quasi sempre dotati di maggiore forza fisica rispetto alle donne) o a una splendida, ma per ora mitica  e inesistente autorganizzazione delle donne. E' una richiesta poco rivoluzionaria? Certo, ma finché non esisteranno gli auspicati, da alcune compagne dei Centri sociali, spazi femminili autogestiti, a chi potranno mai rivolgersi le donne che hanno subito violenza dai partner? E perché accettare nel frattempo il libero dispiegamento del dominio maschile nell'ambito domestico? Perché non dovrebbe essere sanzionato il comportamento dei maltrattanti? Perché non dovrebbe essere imposto a loro, anziché alle vittime, l'allontanamento dall'abitazione?



di Maria Rossi


In questo articolo mi propongo di fare l'avvocata del diavolo e vi prego di intendere la mia espressione in senso letterale, giacché mi appresto a perorare la causa della Lucifera (per certune) del femminismo: Catharine MacKinnon. Estenderò la mia difesa a una femminista italiana che gode dell'imperitura fama assicuratale da elaborazioni teoriche acutissime, folgoranti, luminose: Carla Lonzi. Non vi paia incongruo o sacrilego l'accostamento tra le due, in quanto quel che mi propongo di fare è di illustrare la posizione sull'aborto di MacKinnon, che, come vedrete, presenta numerose affinità con quella esposta da Carla Lonzi, ma che è stata fortemente contestata e decisamente fraintesa, a mio parere, da sostenitrici della pornografia come Nadine Strossen. Quindi, se a conclusione della mia arringa, vi sentirete ancora autorizzate a sputare (per parafrasare il titolo di un noto testo di Carla Lonzi) su MacKinnon, sappiate che i vostri sputi raggiungeranno anche una delle più illustri rappresentanti del femminismo italiano. Non credo che lo farete.
Per screditare la battaglia di MacKinnon contro la pornografia e contestarne, presumibilmente, il diritto a proclamarsi femminista, Strossen la accosta agli antiabortisti, affermando, tra l'altro, che ella sostiene l'interruzione volontaria di gravidanza, ma lo fa impiegando le argomentazioni tipiche degli avversari. Questa opinione dimostra una totale incomprensione del pensiero espresso da MacKinnon nel corso di due conferenze svoltesi nel 1983 e nel 1985, poi trasfuse in un saggio tradotto in italiano con il titolo «Privacy vs eguaglianza: a partire dal caso Roe vs Wade», raccolto nel volume: «Le donne sono umane?» pubblicato da Laterza nel 2012.
In questo testo l'avvocata e filosofa del diritto statunitense osserva anzitutto che generalmente le donne che scelgono di abortire non desideravano né volevano rimanere incinte. Se si trovano in questo stato è perché sono gli uomini a detenere il controllo della sessualità, a definirne le condizioni, a decidere e ad imporre il momento e il modo in cui deve svolgersi il rapporto, ad attribuire un significato sociale stigmatizzante all'impiego femminile dei contraccettivi, atto interpretato come una dichiarazione permanente e universale (diretta verso tutti) di disponibilità sessuale della donna e, pertanto, anche come negazione alla radice della possibilità di subire uno stupro.

«Se pensate che ciò non sia vero riflettete sui casi di stupro in cui il fatto che una donna avesse il diaframma è stato considerato come segnale che quanto accaduto era un rapporto consensuale e non uno stupro: Perché portavi il diaframma?»

Tali questioni non hanno mai costituito oggetto di riflessione, osserva MacKinnon.
Si comprende quindi perché la battaglia per la libertà riproduttiva non abbia mai contemplato il diritto della donna ad opporre un rifiuto ad un rapporto sessuale non desiderato. (Ricordiamoci che ancora negli anni Settanta e al principio degli anni Ottanta il rapporto sessuale all'interno del matrimonio era configurato come un dovere coniugale). In questo senso il diritto di abortire è stato percepito semplicemente come libertà dalle conseguenze riproduttive di una sessualità definita dagli uomini, incentrata sul rapporto genitale eterosessuale. Per questo esso riflette ed esprime le condizioni di diseguaglianza tra i generi.

«Finché le donne non eserciteranno un controllo sulla propria sessualità, l'aborto agevolerà la disponibilità sessuale delle donne. In altre parole, in condizioni di diseguaglianza di genere, la liberazione sessuale così intesa non libera le donne, bensì l'aggressione sessuale maschile», ossia consente agli uomini di continuare ad imporre alle donne rapporti non desiderati, i quali costituiscono una manifestazione specifica dell'oppressione di genere.
Alla luce di queste considerazioni, MacKinnon commenta quindi la sentenza Roe vs Wade che nel 1973, invocando il diritto alla privacy, ha dichiarato non perseguibile negli USA la scelta di abortire e quella (non citata, et pour cause, da Strossen) Harris vs MacRae che, sempre in nome di questo principio, nel 1981 ha negato l'obbligatorietà del sostegno pubblico all'intervento di interruzione di gravidanza, vanificando in sostanza, per le donne sprovviste di adeguate risorse finanziarie, il diritto previsto dal primo provvedimento giurisprudenziale.
Le critiche di MacKinnon investono il fondamento delle due sentenze: quella dottrina della privacy che presuppone che gli individui nella sfera domestica interagiscono liberamente e consensualmente su un piano di parità nella misura in cui lo Stato non eserciti alcuna ingerenza esterna. Ma la sfera intima è proprio quella in cui si dispiega l'oppressione maschile e si manifesta la diseguaglianza tra uomini e donne ed è proprio per questo che il femminismo ha asserito con forza che il personale è politico. Non è una coincidenza che proprio quegli aspetti dell'esistenza dove maggiore si rivela la soggezione delle donne - il potere sul corpo, le relazioni eterosessuali, la riproduzione, la vita affettiva - rientrino nell'ambito della privacy, concetto giuridico che rende invisibile lo spazio ove avvengono le violenze fisiche e psicologiche, lo stupro coniugale, lo sfruttamento del lavoro femminile. «Il diritto alla privacy è il diritto degli uomini «a essere lasciati in pace» mentre opprimono le donne una per volta». L'autolimitazione dello Stato nella sfera privata, ribadendone l'intangibilità, si traduce nella subordinazione delle esigenze collettive delle donne agli imperativi della supremazia maschile.
Il rifiuto dello Stato di esercitare un'ingerenza nella sfera privata, d'altra parte, legittima anche la negazione, ribadita dalla sentenza Harris vs MacRae, dell'obbligatorietà di concedere un finanziamento pubblico all'interruzione di gravidanza, rendendone materialmente impossibile la pratica alle donne povere, quando la diseguaglianza sociale, per essere efficacemente combattuta, esigerebbe invece un intervento attivo da parte del potere politico.

«Essendo il diritto di abortire ricondotto al diritto alla privacy, non è contraddittorio che una donna che ha deciso di abortire non possa chiedere alcun sostegno pubblico, e che questa impossibilità non sia riconosciuta affatto come un ostacolo alla sua decisione».

Carla Lonzi esprime invece le sue convinzioni sull'interruzione volontaria di gravidanza in un testo intitolato «Sessualità femminile e aborto», scritto nel luglio 1971.
Anche lei, come Catharine MacKinnon, è assolutamente favorevole alla libertà di aborto, ma affronta il tema da una particolare angolazione che le consente di illuminare l'intera questione della sessualità, consueta espressione del dominio degli uomini sulle donne, e le permette di porsi interrogativi cruciali.
Le donne - osserva Lonzi - abortiscono perché restano incinte senza desiderarlo, in seguito ad atti di subordinazione e di assoggettamento al modello sessuale prediletto dagli uomini che hanno imposto il loro piacere, che conduce alla riproduzione, e l'hanno codificato come forma "naturale" di sessualità.
Le espressioni di denuncia di questo aspetto del patriarcato sono adamantine e durissime.

«Il concepimento è frutto di una violenza della cultura sessuale maschile sulla donna, che viene poi responsabilizzata di una situazione che invece ha subito. Negandole la libertà di aborto l'uomo trasforma il suo sopruso in una colpa della donna. Concedendole tale libertà l'uomo la solleva della propria condanna attirandola in una nuova solidarietà che rimandi a tempo imprecisatamente lontano il momento in cui essa si chieda se risale alla cultura, cioè al dominio dell'uomo, o all'anatomia, cioè al destino naturale, il fatto che essa rimane incinta». E ancora: «La legalizzazione dell'aborto e anche l'aborto libero serviranno a codificare le voluttà della passività come espressione del sesso femminile [..] La donna suggellerà attraverso uno sdrammatizzato esercizio della sua utilizzazione la cultura sessuale fallocratica».

Carla Lonzi e Catharine MacKinnon non condannano l'aborto, ma si interrogano sul suo significato nel quadro del sistema patriarcale, giungendo ad interpretarlo come la conseguenza di una sessualità imposta dall'uomo, incentrata esclusivamente sull'appagamento del desiderio maschile e riduttivamente procreativa.
Le due femministe, malgrado ciò non risulti immediatamente evidente, concordano anche sul ruolo da assegnare allo Stato in materia. Come è noto, Carla Lonzi propugnava la decriminalizzazione dell'aborto, non la sua regolamentazione attraverso la promulgazione di una specifica normativa, perché quest'ultima soluzione avrebbe comportato l'appropriazione da parte dei legislatori di una battaglia esclusivamente femminile che si era tradotta nella sofferenza di miriadi di donne che avevano dovuto fare ricorso all'aborto clandestino. Questa lotta avrebbe dovuto costituire il primo capitolo di una presa di coscienza che avrebbe condotte le donne ad incrinare seriamente la struttura del dominio maschile.
Anche Catharine MacKinnon è favorevole alla decriminalizzazione e non alla legalizzazione dell'aborto, in quanto quest'ultima soluzione si traduce nell'attribuzione del controllo sulla riproduzione agli uomini: ai mariti, ai medici, ai padri, agli esponenti del governo. Quel che l'avvocata femminista richiede è, invece, un intervento dello Stato a sostegno delle donne dei ceti popolari che non potrebbero interrompere liberamente la gravidanza senza poter fruire dei finanziamenti pubblici. E' interessante constatare come la sostenitrice della pornografia Nadine Strossen, nella sua critica a MacKinnon, occulti o, comunque, non menzioni questo aspetto cruciale della posizione dell'avversaria. Come mai? In compenso, riferendosi alle leggi contro la pornografia, stigmatizza la «donna infantilizzata, bisognosa per questo dello Stato». La sua critica deve essere estesa a qualsiasi tipo di intervento pubblico, anche a quelli a sostegno dell'aborto? Deve essere interpretata, cioè, come una forma generale di antistatalismo, oppure no? E come valuta Strossen il diritto alla privacy: il principio, cui si ispirano le due sentenze commentate da MacKinnon, che vanifica la libertà di abortire? Sarebbe interessante saperlo.
La constatazione critica dell'assenza dell'intervento dello Stato nella sfera domestica è, poi, una diretta conseguenza dell'attenzione che MacKinnon riserva alla violenza perpetrata dagli uomini sulle partner, che, in molti casi, (si pensi allo stupro coniugale), negli anni Ottanta, non era neppure riconosciuta come reato o non era, ad ogni modo, perseguita, perché confinata nell'ambito privato, sfera esclusa, a beneficio degli uomini, dall'applicazione del diritto. Carla Lonzi non affronta invece direttamente il tema della violenza fisica sulle donne e dello stupro, questione che inizierà ad interpellare il femminismo italiano solo dopo il massacro del Circeo avvenuto nel 1975. Ricordo, en passant, che il problema della violenza domestica sulle donne è stato sollevato all'estero soprattutto dalle femministe radicali che hanno anche coniato il termine «femicide» (Diana Russell, impegnata, tra l'altro, contro la pornografia).
L'unica significativa differenza che possiamo riscontrare tra la posizione di Catharine MacKinnon e quella di Carla Lonzi consiste nella soluzione proposta per evitare il ricorso all'aborto. La prima, infatti, si limita ad invocare il diritto delle donne a rifiutare rapporti sessuali non desiderati, mentre la seconda, osservando come in queste ultime l'organo sessuale dispensatore del piacere non coincida con quello che assicura la riproduzione, sollecita lo sviluppo di una sessualità clitoridea polimorfa e quindi, non finalizzata alla procreazione, ma all'appagamento di entrambi i partner.
I testi commentati sono attualissimi, ma vanno interpretati anche alla luce del contesto storico in cui sono stati elaborati.
Negli anni Settanta e al principio degli anni Ottanta il rapporto sessuale si configurava come una manifestazione esplicita di dominio dell'uomo sulla donna, di asservimento alle istanze di godimento maschili che trovavano esplicazione in una sessualità frettolosa, egoista, meramente, coitale e quindi diretta alla riproduzione.

«Non ho il tempo di dire “Dio, che fu?” che lui ha già finito » [Lieta Harrison, La donna sposata. Mille mogli accusano, Milano, Feltrinelli, 1972, p.50.]

Una sessualità, quella maschile, strumentale, incentrata sul concetto di performance e completamente indifferente ai desideri della partner.

«Era la prima volta che facevo l’amore, io ho 17 anni e lui 22, studente universitario all’avanguardia. Mi si avvicina e mi abbassa il sedile, mi bacia, comincia a spogliarmi, poi si volta, cerca in tasca qualcosa, il preservativo. Se lo mette; mi viene sopra e mi penetra. Non ci riesce, io soffro troppo e smette giustificandosi così: «sembrava facile» […] Raggiunge egualmente l’orgasmo sempre senza tener conto che esisto anche io, che voglio essere portata all’orgasmo e, nella squallidità di quell’atto, almeno provare un po’ di piacere. Poi, sempre con calma terrificante, si toglie il preservativo, apre il finestrino e lo getta. Il mio stato d’animo era simile a quello, mi sentivo come quel pezzo di plastica usato e gettato dopo l’uso (anche se non soddisfacente, l’uso). […] Qualcosa di veramente terribile. Credevo di essere morta, mi sentivo vuota e priva di senso. Inutile come quel preservativo dopo l’uso […] Io sono stanca di essere usata per esaltare la virilità maschile» [Lettera di E.B., «Effe», n.5, maggio 1976].

Il rapporto sessuale era percepito, dunque, dalle donne come una diretta espressione del potere maschile, come una forma di sopraffazione, di violenza, talvolta come uno stupro.

«Viviamo un concetto di sessualità deformata perché sperimentiamo un rapporto sessuale che nella nostra società non è che sopraffazione. […] Rimane la realtà squallida di un rapporto sessuale basato sul principio di prestazione, recitato da due esseri pieni di contraddizioni se non profondamente estranei, e dal quale gioia, serenità, creatività, sono escluse. Da questo rapporto che elude la gioia di ritrovarsi nel gioco sessuale, che inibisce il toccarsi, l’accarezzarsi, il masturbarsi (tutte manifestazioni sessuali definite femminili) noi donne non possiamo che sentirci tradite, violate, stuprate. [Sessualità negata, «Effe», n.9-10, ottobre-novembre 1975]».
«Il suo modo di dichiararsi disponibile all’atto sessuale è l’assalto violento e improvviso. Mette spavento. Il suo ideale di rapporto sessuale è lo stupro» [Elena Gianini Belotti, Prima le donne e i bambini, Rizzoli, Milano, 1983, p.159].
«Noi non riusciamo a scindere il discorso della sessualità dal discorso del rapporto, mentre l’uomo questa scissione la fa, è qui che nasce il discorso della violenza, perché lo stupro altro non è che la sessualità al maschile e cioè la sessualità scissa dal rapporto. Una sessualità che oggettivizza la donna, che la disprezza e le fa violenza». [Sessualità negata, «Effe», n.9-10, ottobre-novembre 1975]

Femministe e militanti politiche erano perfettamente coscienti della configurazione che assumeva il rapporto sessuale, esercizio del potere dell'uomo sulla donna, modalità di espropriazione e di controllo del corpo femminile.

«Per questo l’uomo si è storicamente impadronito del corpo della donna come oggetto di uso erotico e come macchina di riproduzione. Il rapporto sessuale è quindi un rapporto di potere da parte dell’uomo. La negazione della sessualità della donna si accompagna all’affermazione del culto della virilità, del maschio: in questo modo si nega la possibilità di un rapporto umano, e l’uomo si trasforma in controllore, giudice, giustiziere. Per tutto questo il rapporto sessuale è segnato dalla violenza.» [Avanguardia Operaia, Per la liberazione della donna, in La sinistra rivoluzionaria, a cura di Davide Degli Incerti, Savelli, Roma, 1976, p.205].

In una serie di testimonianze, riportate in un documento di due collettivi genovesi, alcune giovani femministe raccontavano esperienze sessuali drammatiche, dolorose, violente. [Collettivo di autocoscienza del martedì e Collettivo femminista genovese, L’uomo è il passato della donna, «Effe», n.9-10, settembre-ottobre 1976].

«Gli uomini mi costringevano a farmi entrare bene in testa che avevo soltanto un corpo, che servivo solo per quello scopo.»

«Mai siamo considerate persone che hanno coscienza della loro sessualità, che hanno dei bisogni e degli autonomi modi di essere.»

«Il mio primo coito: violenza, indifferenza, dolore.»

«I nostri rapporti sessuali continuarono per diverso tempo con tutta la violenza, la tristezza e la solitudine che è possibile immaginare».

Il rapporto sessuale era imposto dall'uomo come dovere e talvolta rappresentava un mezzo per attenuarne la violenza.

«Per anni ho avuto un atteggiamento di scambio, se facevo l’amore col mio uomo lo rendevo meno violento nei miei confronti» [Il corpo politico, in Sessualità, maternità, procreazione, aborto. Documenti di gruppi femministi / testimonianze di donne/ interventi dell’incontro al circolo De Amicis, in «Sottosopra», fascicolo speciale, Milano, 1975]

«Io ho avuto due figli e due aborti, però la sessualità libera non l’ho mai vissuta e molte volte ho finto di partecipare per paura che mio marito, se se ne accorgeva, mi picchiasse. Quando ero più giovane, mi picchiava se mi rifiutavo.» [Fausta Cecchini, Gabriella Lapasini, Mara Valli, Luciana Viviani (a cura di), Sesso amaro, Trentamila donne rispondono su maternità sessualità aborto, Editori Riuniti, Roma, 1977, p.36].

Il rapporto sessuale conduceva molto spesso all'aborto, anche perché in Italia gli uomini erano spesso contrari all'impiegodegli antifecondativi.

«Una mia collega (insegnante) di 35 anni ha fatto 11 aborti perché se usasse gli anticoncezionali il marito non sopporterebbe di stare con lei: gli sembrerebbe di stare con una puttana» .

«Io credo che per l’uomo, se la donna prende la pillola, sia come gli limiti la virilità, o meglio gliene tolga la prova». [Fausta Cecchini, Gabriella Lapasini, Mara Valli, Luciana Viviani (a cura di), Sesso amaro, Trentamila donne rispondono su maternità sessualità aborto, Editori Riuniti, Roma, 1977,p.55]

Al contrario, molti partner erano favorevoli all'aborto, la cui liberalizzazione, osservava Carla Lonzi, «è diventata [..] la condizione mediante la quale il patriarcato pretende di sanare le sue contraddizioni mantenendo inalterati i termini del suo dominio».

«Che la ragazza resti incinta è una disgrazia. Deve abortire, se no che fa? Mica mi posso presentare a casa, da mio padre, che già mi mantiene e dirgli: mi devo sposare, ecco qui, da domani invece di uno devi mantenere tre persone! A parte che quello mi caccia a calci, proprio non glie lo posso chiedere». [Renzo, studente]

«Io la ragazza fissa non ce l’ho. Ne ho una per sera. Chi è, è, io le dico: bella mia, il pericolo che corri lo sai, non ti credere che domani mi incastri con la storia che sei incinta. Tanto io non ti sposo…» [Nando, 21 anni. Testimonianze tratte da Fausta Cecchini, Gabriella Lapasini, Mara Valli, Luciana Viviani (a cura di), Sesso amaro, Trentamila donne rispondono su maternità sessualità aborto, Editori Riuniti, Roma, 1977,pp.49-50]

Come potete constatare dalla lettura di queste testimonianze, non sono soltanto Carla Lonzi e Catharine A. MacKinnon a concepire il rapporto sessuale come una forma di potere e di dominio maschile sulle donne e ad impiegare espressioni crude per definirlo. Direi, anzi, che la loro conoscenza della sessualità etero sia molto più profonda e acuta di quella che mostra di avere Nadine Strossen.
Ribadisco, in conclusione, come Catharine A. MacKinnon sia favorevole all'aborto, alla cui pratica ritiene abbiano diritto di accedere anche le donne dotate di scarse risorse finanziarie. Come Carla Lonzi, inserisce, però, l'interruzione di gravidanza nel quadro di un più complesso e articolato discorso concernente il modo di concepire e di vivere la sessualità come asservimento ai desideri maschili. Sarà per questo che è tanto odiata?

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