Si è detto fin dal principio, sulla vicenda relativa al caso di violenza psicologica che vede coinvolto un membro associato di Maschile Plurale e sul modo in cui l’associazione l’ha gestita, che questioni così delicate non possono essere discusse in rete, devono essere discusse nelle relazioni in presenza. Di persona. Faccia a faccia. Ciò equivale a dire che è sbagliato esista il vento. Se vogliamo avere un po’ d’aria possiamo usare i ventagli o i ventilatori. 

Negli anni cinquanta, qualcuno avrà pensato che la televisione è uno strumento adatto per trasmettere quiz, varietà, partite di calcio, al limite telegiornali, ma inadatto per il dibattito politico. Per quello esistono le istituzioni, le sezioni di partito, i comizi delle piazze. La prima tribuna politica televisiva è infatti solo del 1961. Giusta o sbagliata la valutazione di opportunità, tenere fuori la politica dalla televisione è stato impossibile, nonostante fosse uno strumento di comunicazione verticale. Ancora meno possibile è controllare e limitare il dibattito in rete, uno strumento di comunicazione orizzontale.

La rete ormai esiste, esistono i blog e i social media, quasi chiunque è dotato di una connessione con dispositivo fisso o mobile. Quella virtuale è diventata e sarà sempre più la forma di comunicazione più diffusa ed immediata a grande distanza. Se non si può pretendere che tutti siano sempre connessi e pronti a commentare e rispondere, ancora più stravagante è l’idea che tutti siano disposti ad attraversare mezzo paese per relazionarsi in presenza. Il dibattito in rete mette in contatto centinaia, a volte migliaia di persone. Le relazioni in presenza possono mettere insieme una decina di persone, salvo convegni di particolare successo. In rete, il dibattito è completamente verbalizzato, non ci si vede in faccia, ma ci si può rileggere e per scrivere siamo obbligati a mettere ordine nella nostra testa. In presenza, siamo aiutati dal linguaggio analogico del corpo, che può essere un vantaggio tanto per la comunicazione, quanto per la manipolazione, ma abbiamo poco tempo per pensare e riflettere a quel che vogliamo dire e ogni parola si disperde nell’aria. In presenza, verba volant.

La parola scritta ha una sua forza documentaria. Che può infastidire. Anche prima che esistesse Internet, quando ho scritto manifesti e volantini che criticavano, non entità astratte, ma personalità nel raggio della mia sfera d’influenza, dal preside all’assessore, mi sono sempre sentito dire che no, non è così che si fa.

Quando ho potuto osservare la medesima comunità di persone, ad esempio una federazione di partito, potersi relazionare sia di persona nelle riunioni, sia in rete in una mailing list, ho notato che la relazione virtuale era più conflittuale, ma non solo e non tanto per le dinamiche proprie della relazione virtuale, quanto per il fatto che in rete era possibile introdurre argomenti di discussione che nella routine delle riunioni erano invece evitate o ignorate. Spesso le differenze convivono nella rimozione. Basta non parlarne e si evitano le divisioni. In rete, invece c’è sempre qualcuno che apre un topic e ne parla.

Con ciò, non voglio preferire una forma o l’altra. Dico invece che non ha senso mettere in contrasto una forma con l’altra. Se è possibile, meglio tutte e due: scriversi e parlarsi. Ma per la maggior parte di noi, è possibile solo scriversi. Dunque, negare la possibilità di affrontare un argomento in rete, equivale ad esprimere un proposito di esclusione e di censura. Un proposito ingenuo, perchè l’unica cosa che si può fare è negare qualche spazio, ma in rete da qualche parte comunque si discuterà.

Riguardo la questione così delicata, che sembra voler significare privata, riservata, non sono d’accordo che la violenza lo sia, non in questi termini. La questione della violenza maschile sulle donne è sempre stata quella del suo occultamento, non quella della sua eccessiva esposizione. Un libro di Patrizia Romito, dedicato alle tattiche e alle strategie di occultamento della violenza maschile, si intitola «Un silenzio assordante», non «Mancanza di delicatezza».

Naturalmente, discutere è difficile, tanto in rete, quanto in presenza. C'è sempre la tentazione di scaricare il disaccordo sul modo o sul mezzo con i quali si discute. Il confronto sui contenuti è potenzialmente inquinato dal confronto sui ruoli. Si tratta di imparare a discutere in modo corretto. Si impara con la pratica. Non c’è un luogo, un mezzo da evitare. C’è da alfabetizzarsi, per saper usare nel modo migliore il mezzo più diffuso.


P.S. TK Brambilla, autrice insieme al Ricciocorno degli articoli in merito alla vicenda di MP, ha dichiarato la sua disponibilità ad un incontro pubblico ed ha proposto come luogo la Libreria delle donne di Milano. Non è chiaro se MP sia ancora dell’idea di incontrarci o se abbia lasciato cadere la proposta, in ogni caso dichiaro di essere disponibile anch’io.


Riferimenti:
Primi interventi di Stefano Ciccone sulla bacheca di Maschile Plurale (19 aprile 2014)
Violenza di genere: lettera aperta a Maschile Plurale (Il Ricciocorno Schiattoso)
Risposta a Maschile Plurale: i centri antiviolenza rispettano la privacy (Il Ricciocorno Schiattoso)
Un'occasione per riflettere sulla violenza fuori e dentro di noi (Maschile Plurale)
Differenza di sguardo tra «Maschile Plurale» e centro antiviolenza - Un caso di rivittimizzazione? (Tk)
Repliche di Stefano Ciccone sulla bacheca di Maschile Plurale
Pubblica denuncia (Il Ricciocorno Schiattoso)
«Maschile Plurale» ambigua e confusa sulla violenza. Inaccettabili le opinioni rivittimizzanti
Repliche di Stefano Ciccone sulla bacheca di MP (16 giugno 2014)
«Maschile Plurale» tra rimozione e rivittimizzazione
MP più interessato a difendersi che ad ascoltare
Discussione male impostata da MP, tra collusione e disimpegno
Scambio con Sara Gandini (Bacheca Libreria delle donne di Milano)

«Prostituirsi è uno scambio intrinsecamente morale. È la sublimazione del godimento della propria indipendenza privata». Lo slogan «Siamo tutti puttane» di Annalisa Chirico, giornalista di Panorama, rilancia la morale di Silvio Berlusconi, sotto processo per sfruttamento della prostituzione: morale è far sognare, illudere, morale è evadere le tasse, morale è prostituirsi per fare carriera, morale è comprare e vendere qualsiasi cosa. Una rivendicazione che risolve la doppia morale borghese, assolutizzando il primo termine. I vizi privati sono pubbliche virtù.

La legittimazione delle «puttane» a vendersi per accedere alle risorse e fare carriera, è di fatto il paravento della legittimazione dei «puttanieri» a decidere la selezione, non per il godimento di tutti, ma per il proprio godimento privato e individuale. Le due parti a confronto, sono diseguali nel mercato. La libertà consensuale della prima fa da velo al potere reale della seconda, contro l’interesse pubblico.

Improbabile qualcuno desideri essere curato da un dottore, essere assistito da un avvocato, essere istruito, formato, da un professore, essere informato da un giornalista, che si trovi al suo posto, non per il valore delle sue competenze, ma solo per il valore del suo prezzo. A maggior ragione, se in attività intellettuali, politiche, scientifiche, mediche, il valore del suo prezzo è stato determinato dal suo corpo. Nessuno vorrebbe trovarsi in una sala operatoria sotto i ferri di una chirurga che ha saputo conquistarsi quel posto grazie alla sua capacità di brigare, prima con i suoi docenti, poi con il suo primario.

Esiste un nesso tra la valorizzazione del merito (per quanto il concetto non sia neutro) come criterio di selezione e un principio di selezione professionale aperta a tutti, senza discriminazioni. La prostituzione come modalità di accesso aderisce ad un sistema e lo rinforza. Un sistema di divisione sessuale del lavoro, nel quale alle donne competono le funzioni accessorie e subordinate. Lo slogan che titola il libro, reso al maschile universale (tutti), ignora o finge di ignorare che la prostituzione del corpo è proposta soprattutto dagli uomini, che occupano la maggior parte delle posizioni di potere, alle donne che invece ne sono escluse.

Sono le donne, in netta prevalenza, ad essere valorizzate per il loro corpo e ad essere svalutate sul piano intellettuale. Pubblicità e varietà televisivi in cui il nudo femminile è dilangante, non sono l'effetto della libera volontà, del desiderio, di miriadi di giovani veline, ma l'effetto del potere di autori e programmatori di palinsesti in funzione degli inserzionisti. Un mondo di uomini che usa il corpo delle donne e di donne che scelgono di fare buon viso a cattivo gioco o rinunciare. Se libera e vincente è la velina, altrettanto libera e vincente non è l’esperta di economia o di qualsiasi altra cosa. Con le consuete eccezioni che confermano la regola, in televisione gli autorevoli, i competenti, gli esperti continuano ad essere maschi, gli ornamenti, gli sfondi, i break, gli annunci, continuano ad essere femmine. Preferibilmente seminude, sezionate in pezzi di carne, magari in pose degradanti e umilianti. Da una indagine del Censis emerge che il 53% delle donne in televisione non ha voce, il 43% è associata a temi come sesso, moda, spettacolo e bellezza, e solo nel 2% dei casi a impegno sociale e professionalità. «I ruoli femminili nei media sono piuttosto deleteri per l’effetto depauperante che hanno nei confronti delle potenzialità delle donne: le ragazze oggi fanno più fatica, di qualche decennio fa a immedesimarsi in ruoli emancipati ed influenti, soprattutto se non crescono in contesti sociali evoluti, e in Italia molte zone sono ancora culturalmente depresse». [Paola Manfroni, art director]

In politica e nelle attività intellettuali (ad esempio il caso Minetti), la vendita del corpo femminile per poter accedere, non costituisce un pedaggio diverso, ma aggiuntivo. Se anche i colleghi maschi si possono vendere sul piano delle doti intellettuali, della coscienza civile, politica, per poter essere assunti, promossi, candidati, nominati, la donna non salda il suo debito soltanto con il corpo. Anche a lei poi tocca di vendersi con il cervello. Lo scambio sessuale per le donne, non è uno scambio diverso - già questo è comunque discriminatorio - ma uno scambio in più.

Altre sono le battaglie che il femminismo dovrebbe condurre, sostiene Annalisa Chirico. Non contro la strumentalizzazione del corpo delle donne, ma per la procreazione assistita, per l’aborto, per superare il tetto di cristallo nel mondo del lavoro. Tuttavia, lei stessa si dedica alla lotta contro il «femminismo moralista» invece che agli altri temi «più importanti» da lei usati evidentemente solo come diversivo. Come quelli che chiedevano di parlare del Darfur e non della Palestina, salvo poi passare il tempo a difendere Israele. Diversivi che non vogliono aprire altri discorsi, vogliono solo chiudere il discorso nel quale si inseriscono. Diversivi fondati in genere su falsi dilemmi. Il mondo che discrimina le donne sul lavoro e ne limita l’autodeterminazione riproduttiva è lo stesso mondo che ne mercifica e ne strumentalizza i corpi. 

Un diversivo è il tema della libertà. Un tema sul quale non si può dire niente, se dissociato dalla responsabilità e dal contesto in cui agisce, che viene evocato appunto per questo, perchè non si dica niente, per azzittire la critica, per inibire un’altra libertà, quella del giudizio pubblico su atti e comportamenti pubblici. Un diversivo che ritorna spesso sul sessismo, ma che sarebbe inconcepibile su altre rappresentazioni, per esempio sul razzismo. Nel film «Via col vento», i personaggi neri si esprimono in maniera scorretta e sgrammaticata, come a voler esprimere la loro inferiorità culturale. Ciò può essere considerato razzista o realistico, se ne può discutere, ma non sarebbe corretto e pertinente obiettare che gli attori neri si sono prestati liberamente e volontariamente a quel tipo di recitazione, argomento sul quale non c'è nulla da discutere. La libertà individuale di svestirsi o di vestirsi integralmente non può essere discussa di per sè, ma solo nel suo significato in rapporto ad un contesto. Rivendicare l'uso del velo nell'Iran dello Scià o in quello degli Ayatollah cambia il senso della rivendicazione: opposizione o adesione al potere. Allo stesso modo lo cambia rivendicare il nudo nell'Italia democristiana degli anni '50 o nell'Italia del ventennio berlusconiano.

Altri temi importanti sono il diritto di famiglia in materia di separazioni e affido e la violenza sulle donne. Temi su cui Annalisa Chirico è in linea con i padri separati e con i neomaschilisti. «Il diritto familiare è sbilanciato a favore delle donne. Troppo spesso le donne usano i figli come arma di ricatto a vita. C’è una legge sull’affido condiviso che è sistematicamente violata. Per non parlare degli alimenti». «Il femminicidio? Un business fondato su una "emergenza” che tale non è» «l’Italia non è un paese di maschi stupratori e assassini» i femminicidi sono il 30 per cento degli omicidi. I maschi continuano a essere ammazzati assai più delle femmine». Dunque, diversi temi antifemministi che delineano una visione complessiva, coerente con quella berlusconiana. Una visione che adotta la sua neolingua, definisce talebane le femministe, così come spesso l’antisemitismo definisce nazisti gli ebrei. Da segnalare anche un ardito tentativo in difesa di Calderoli, che insultò la ministra dell'integrazione paragonandola ad un orango tango. Chirico sostiene che ognuno somiglia ad un animale e lei stessa si dichiara somigliante ad una cavalla, per sostenere che Cecilie Kyenge, in effetti, somiglia ad un orango.

C’è da chiedersi però quale coerenza vi sia tra questa visione e la visione della Lista Tsipras, dopo che la capo comunicazione del movimento, Paola Bacchiddu, è tornata a far parlare di sè con una nuova foto in cui pubblicizza il libro di Annalisa Chirico insieme con la stessa autrice, dando così un più chiaro significato retrospettivo alla foto precedente, nella quale si mostrava in bikini e dichiarava di essere pronta ad usare ogni mezzo per far votare la sua lista. Immaginiamo la stessa capo comunicazione farsi fotografare insieme con Oscar Giannino, nel mentre pubblicizza un libro a favore della privatizzazione dell’acqua o con Alesina e Giavazzi per pubblicizzare il libro «Il liberismo è di sinistra». Presumo ne risulterebbe un messaggio che sarebbe giudicato incoerente e che indurrebbe i leader del movimento a pronunciarsi senza essere sollecitati, per chiarire la linea del movimento. Perchè sulle questioni che reputano importanti, i partiti aspirano ad avere una linea chiara.

A proposito del post elettorale con la foto in bikini, Barbara Spinelli ha così risposto ad una intervista al Manifesto: «Non è una stra­te­gia della lista. È una mossa pro­vo­ca­to­ria nata all’interno del gruppo comu­ni­ca­zione, dan­nosa per il nostro pro­getto e per molti can­di­dati: per giorni lo sber­leffo ha oscu­rato il pro­gramma. Non so dirle per­ché sia nata; so solo che si tende a tra­sfor­marla in un’offensiva ideo­lo­gica con­tro il fem­mi­ni­smo, e anche con­tro la mia can­di­da­tura. Per quanto mi riguarda, con­si­dero la dia­triba del tutto assurda: non ho mai fatto parte né del movi­mento «Se non ora quando», né di altri movi­menti femministi».

Come è corretto interpretare questa risposta? Barbara Spinelli, pur valutando il danno ricevuto, è neutrale rispetto ad una diatriba, che non dovrebbe coinvolgerla? Dice, come Grillo con l'antifascismo, che il femminismo non è di sua competenza?


Puoi leggere anche:
La comunicazione (con ogni mezzo) della Lista Tsipras
Moralista è il maschilismo
Donne e media in Europa (Censis)
Il fascino discreto del puttanismo (Marina Terragni) - Con citazioni del libro di Chirico
Il corpo deve essere nostro. Nè dello stato nè del mercato (Intervista a Silvia Federici)
Il corpo è mio e non è mio (Ida Dominijanni)
Fantasmi in libertà. Risposta ad Angela Azzaro (Ida Dominijanni)
Libera sarai tu? (Cristina Morini)
A proposito di corpo, libertà, differenza sessuale (Maria Luisa Boccia)
Il corpo non è solo mio (Marina Terragni) 
Il corpo della libertà (Paola Rudan)

La responsabile nazionale della comunicazione per la Lista Tsipras, Paola Bacchiddu, ha postato la propria foto in bikini sulla sua bacheca di Facebook, con il messaggio: «Ciao. È iniziata la campagna elettorale e io uso qualunque mezzo. Votate L'altra Europa con Tsipras».

Alessandro Giglioli spiega oggi la scelta di Paola come un gesto di esasperazione: «in questo Paese e con questo sistema mediatico, l’unico modo per finire sui giornali è mostrare le tette o il culo». Non dice se ha fatto bene o male, lascia decidere ai lettori, chiede solo di tener conto del contesto. «Con una foto delle vacanze, Paola è riuscita a ottenere molto più spazio di quanto aveva conquistato pubblicando centinaia di notizie, analisi, video, infografiche e interviste sull’austerità, sul fiscal compact, sull’aumento della forbice sociale, sul programma della lista Tsipras e sulla e idee di Barbara Spinelli».

Riguardo il contesto, credo che far dipendere lo scarso interesse per la Lista Tsipras, e quindi il suo boccheggiamento nei sondaggi, dall'oscuramento mediatico, sia una operazione un po' pigra. Vi sono state forze politiche emerse nel totale oscuramento mediatico. La Lega dei primi anni '90 o il Prc di Garavini e Cossutta. Il M5S inizialmente si è sviluppato soltanto intorno al blog di Beppe Grillo. Ormai, metà dell'informazione è su Internet, dove ci si può autorappresentare senza passare per filtri redazionali. Come può essere resa virale una foto, può esserlo una proposta politica, se interessante, convincente, credibile, sostenuta da leader e candidati legittimati. E' possibile anche ricevere attenzione dai media tradizionali. In passato, proprio in rappresentanza di questa area politica, Fausto Bertinotti ha per molto tempo ricevuto un discreto riscontro in televisione e sui giornali.

Riguardo il fatto, penso che qualsiasi fatto possa essere valutato secondo almeno tre criteri di giudizio. 1) Normativo: risponde alla domanda se il fatto è legittimo, cioè conforme alla legge, alla regola pubblica o se dovrebbe esserlo; 2) Etico: risponde alla domanda se il fatto è morale, giusto, cioè conforme alla nostra regola interiore. 3) Politico: risponde alla domanda se il fatto è opportuno, cioè conveniente, se porta vantaggi, se è efficace.
Spesso nelle discussioni, questi piani di giudizio si confondono. Si afferma qualcosa su uno e si riceve risposta sull'altro.

Sul piano normativo c’è poco da dire. Paola ha osservato la legge, i regolamenti, la netiquette, non ha violato alcuna regola, ha esercitato il suo diritto di iniziativa. Il suo atto è pienamente legittimo. Una campagna volta a difendere la libertà di una donna di usare il proprio corpo come meglio crede, che pure è stata promossa [1] [2], sfonda una porta aperta, salvo immaginare Paola Bacchiddu come una compagna di lotta di Aliaa Magda el Mahadi, la giovane blogger egiziana che si mostrò nuda sul suo blog, per protestare contro una società che induce o costringe le donne a velarsi. Scrive Cinzia Arruzza:

Presentare l’Italia come un paese in cui ci si scandalizza come delle suorine in un convento appena una tetta trapela sotto la maglietta è semplicemente ridicolo. È ormai da qualche decennio che siamo tutti e tutte bombardati da immagini di tette, culi, labbra, vagine, farfalline, caviglie, cosce, e ogni tanto persino peni, per gentile concessione. La comunicazione è talmente saturata di sesso e sessualità che ormai le parti anatomiche circolano come significanti separati dal corpo a cui teoricamente dovrebbero appartenere, sono mezzi di scambio e comunicazione, contribuiscono a costruire e gestire affetti, e partecipano al generale feticismo delle merci. Quello di cui alcune e alcuni si sono scandalizzati non è l’esposizione di un bel corpo seminudo. L’appello all’autodeterminazione c’entra come i cavoli a merenda. Quello di cui ci si scandalizza casomai è l’ormai evidente divorzio tra mezzo e contenuto.

Che qualcuno possa avere inviato a Paola qualche messaggio irritato, aggressivo, maleducato è deplorevole, purtroppo succede a chiunque si esprima in pubblico, ma è un po’ poco per vedere messa in pericolo la libertà individuale e per imputare un tale pericolo al femminismo, ad una sua presunta componente moralista, o a qualche altra entità collettiva.
Paola non è stata censurata, il suo post è stato ripreso dai siti dei principali quotidiani, in modo benevolo e divertito. Infatti, la foto in bikini è stata usata proprio come mezzo sicuro per bucare una censura di fatto.
Sul piano delle regole, l’unica cosa che eventualmente può essere contestata a Paola Bacchiddu, in quanto «capo comunicazione nazionale della Lista Tsipras», è di aver rappresentato il suo movimento con una iniziativa, nella quale i candidati, i dirigenti, i militanti, i volontari, potrebbero sentirsi non rappresentati o persino sconfessati.

Sul piano etico, si può ritenere che Paola abbia agito bene, perchè ha servito una causa giusta (dare visibilità alla sua Lista), senza fare del male a nessuno. Oppure si può ritenere che abbia agito male, perchè ha puntato a sedurre, ad offrire uno specchietto per le allodole, l’immagine del suo bel corpo, per carpire l'attenzione dell'opinione pubblica, o il un consenso dei suoi potenziali elettori, che poi gli eventuali eurodeputati eletti potrebbero spendere in voti, deliberazioni, scelte politiche, in dissenso con chi ha manifestato consenso solo per un bel fondoschiena.
Nel 1993, alle elezioni comunali di Torino, un candidato del Pds, Stefano Esposito, ebbe una idea: scrivere una lettera a tutti i cittadini elettori di cognome Esposito. L’iniziativa fu criticata. Un espediente di dubbia correttezza il suggerire che l’omonimia possa essere affinità politica, anche se ovvio che l’individuo gestisce il suo cognome come preferisce, anche a scopo di marketing politico.
Spesso, i partiti politici usano espedienti per conquistare consenso. Puntando sulla bellezza dei candidati, sulla loro notorietà conquistata in campi diversi dalla politica, su proposte demagogiche, sulla lotta contro capri espiatori, sull’invettiva e la violenza verbale, per guadagnare un consenso che poi spenderanno in modo del tutto svincolato dalle ragioni per cui l’hanno ottenuto.

E’ morale, è opportuno, che una lista di sinistra alternativa faccia altrettanto, faccia lo stesso? Può usare i mezzi degli altri, per affermare contenuti diversi? Diceva Mao: «Se usi il fango per fare una casa, avrai una casa di fango».

Sul piano dell’opportunità, si può pensar bene, perchè l’obiettivo dell’attenzione è stato raggiunto. Oppure si può pensare male, perchè è stata ottenuta un’attenzione fine a se stessa e in buona parte negativa. Il proprio campo è stato diviso. Quella che voleva essere una provocazione contro i media, strada facendo, è presto diventata una provocazione contro le femministe, sostenuta da articoli e commenti misogini, si è dato luogo ad un conflitto tra “post” e “vetero” femministe. Si è riproposta l’immagine della donna oggetto, del corpo femminile ridotto a cosa per vendere cose. Un messaggio incoerente con la candidatura qualificante di Lorella Zanardo.
Ne rimane la sottovalutazione costante delle tematiche femministe. Come non fossero davvero parte di un progetto politico. Come se le donne non fossero considerate davvero elettrici. La foto in bikini si rivolge ai maschi elettori. Sulle tematiche femministe si è di nuovo consentito di buttarla in caciara, tanto è roba da donne e non determinano spostamenti di voti.

Forse uno dei motivi per cui la sinistra alternativa risulta poco interessante, non solo nei media tradizionali, ma anche nei nuovi media, se è ridotta ai minimi termini, se combatte sempre per galleggiare appena sopra la soglia di sbarramento, è anche per questo suo non prendere seriamente in considerazione oltre la metà dell’elettorato.


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Chiamparino balla con Renzi. Felici, con lo sguardo sorridente, ma basso, come a voler guidare con impacciata attenzione i propri passi di danza. Tra i due pare esserci un filo di tenerezza, di serena intimità. Pare. Purtroppo, è solo l'istantanea di un saluto, quasi abbraccio alla Leopolda, quando tutti e due erano sindaci. Un'istantanea scelta per fare il manifesto elettorale di Chiamparino candidato alla presidenza della Regione Piemonte. Un'immagine insolita per il modo in cui i due uomini si manifestano solidarietà e affetto, quasi fosse un messaggio subliminale antimachista. Per questo mi ispira simpatia. La sensazione di un messaggio molto laico e progressista.

Per il resto, lo slogan scritto dice solo che in Piemonte come in Italia il PD dà il meglio. Cioè, dà Chiamparino e Renzi. L'immagine è di nuovo insolita, ma questa volta lascia perplessi. Sergio Chiamparino, nel bene o nel male, è un uomo con una storia locale molto forte (e molto lunga). E' un «vecchio». Sindacalista della Fiom; segretario della Federazione torinese del PDS, regista dell'operazione Castellani, deputato PDS, poi sindaco di Torino, subentrato in extremis nel 2001 al prematuramente scomparso Sergio Carpanini, rieletto nel 2006 con la più alta percentuale in Italia. Il sindaco delle Olimpiadi invernali e della costruzione del metrò. Presidente della compagnia San Paolo. Un uomo di sinistra molto moderato, tanto e più della nuova leadership del PD, un ultras sostenitore della Tav, senza il folclorismo di uno Stefano Esposito.

Dunque, un candidato del Partito democratico con una forte legittimazione tanto interna quanto esterna, che si avvale di riflesso del consenso di un personaggio di ben poca storia (solo la rottamazione di una parte del gruppo dirigente del PD), sindaco di un altra città, Firenze, ora proiettato a Palazzo Chigi, non dalle vittorie sue, ma dalle sconfitte dei suoi predecessori, carico di aspettative. Il «vecchio» che si fa sponsorizzare dal «giovane» in nome del «meglio». Capisco il senso: «io non sono da rottamare», ma a differenza della prima immagine questa mi ispira poca fiducia e simpatia. La prima è coraggiosa, la seconda no. Nella stessa foto.

La rete è un terreno fertile per l'insulto. E l'insulto paga. Lo sostiene Federico Mello sull'Huffington Post, prendendo spunto dal caso di Maria Novella Oppo. Perchè la rete è un ambiente deumanizzato, in quanto si comunica solo con il testo. E perchè, per farsi notare esistono solo due modi: scrivere qualcosa di utile per le teste; scrivere qualcosa di emotivo per le pance. La seconda via è la più facile. E spiega il successo di Grillo, ma anche di blogger e giornalisti, tipo Andrea Scanzi.

Sembra una spiegazione verosimile - un po' deresponsabilizzante nei confronti di individui e subculture. Ciò vorrebbe dire che grazie alla rete abbiamo molta più violenza verbale. E' probabile però, che grazie alla rete abbiamo molto più di tutto. Ricordo una vignetta in circolazione un anno fa. Mostrava una serie di quadretti divisi in due colonne raffiguranti nella prima quello che facevamo ieri e nella seconda quello che facciamo oggi. Ieri guardavamo un film con la televisione, ascoltavamo musica con la radio o con lo stereo, leggevamo con un libro, giocavamo con le carte, la dama, il flipper, etc. scrivevamo con carta e penna o con la macchina da scrivere. Facevamo sesso con un altra persona. Nella seconda, oggi: facciamo tutto con un computer o con un dispositivo mobile connesso in rete. Compreso, l'insulto. La rete è terreno fertile per tutto e sovradimensiona tutto. Anche il riflettere, ragionare, argomentare, documentare, discutere civilmente. Esistono molti blog e molte pagine assolutamente civili e pensanti, che senza la rete non sarebbero mai state scritte.

L'esplosione della violenza verbale nella comunicazione mediatica ha anticipato la rete di almeno dieci anni. La prima volta accidentalmente, nel 1986, quando Radio Radicale trasmise senza filtro una sequenza non stop di messaggi telefonici, durante la quale si distinsero soprattutto lo scambio di insulti tra settentrionali e meridionali. Poi, alcuni anni dopo, con la caduta del sistema di potere democristiano e l'avvento della Lega Nord e di Forza Italia. Talk-show al posto delle tribune politiche, egemonizzati da personaggi tipo Vittorio Sgarbi con la compiacenza dei conduttori. La rissa come modalità di ripristino del monopolio maschile sul dibattito pubblico. Indubbiamente quelle trasmissioni e quei personaggi hanno avuto successo, perchè sono diventati popolari, ma è stata spesso una popolarità accompagna anche da un a diffusa disistima.

Su Facebook contiamo solo i Mi piace. Non esiste un pulsante che dica Non mi piace. Se esistesse, i click sarebbero altrettanti. E secondo un principio del marketing, un dissenziente (cliente insoddisfatto) vale tre consenzienti (clienti soddisfatti), perchè si mette a fare una pubblicità negativa con un impegno tre volte superiore a quello che vuole fare una pubblicità positiva. Ignoro quanti abbiano sentito il bisogno di scrivere un post per esprimere quanto gli piace Andrea Scanzi. Ne ho letti invece che esprimono il contrario, io stesso ne ho scritto uno a proposito del suo antifemminismo.

Ecco il punto: gli insulti trovano il loro terreno fertile, non tanto nella rete, quanto nella deumanizzazione. Quella prodotta soltanto dalla rete, che cita Mello, è una deumanizzazione individuale, una virtualizzazione dell'altro. Posso illudermi di avere davanti a me, non una persona, ma un avatar. Tuttavia, quello che induce all'insulto è in genere la deumanizzazione di intere categorie di gruppi umani. Chi insulta qualche volta è un maleducato, che diverrebbe educato se solo si esprimesse con garbo. Ma più spesso è una persona che cerca capri espiatori, che disprezza le donne, i neri, gli ebrei, i bassi, i grassi, i vecchi, gli zingari, etc. Uno che quando si esprime con garbo è un razzista occulto. Nella pagina di Grillo, i topic dedicati agli avversari maschili sono relativamente più composti. L'ultimo dedicato a Enrico Letta vede far stancamente capolino di tanto in tanto, qualche faccia di bronzo, faccia di tolla, faccia di merda e coglione. Molto più intensi e violenti sono i topic dedicati a Laura Boldrini, bersagliata da commenti sessisti e pornografici. Di nuovo un po' più stanchi i topic dedicati a Giorgio Napolitano, che però si impennano quando qualcuno decide di colpire il presidente nella sua età avanzata. 64 like concessi a Quando muore questo vecchio di merda. Ad essere terreno fertile sono i vari, tanti razzismi. I razzismi sono i sentieri aperti, blog e social media le autostrade asfaltate.

Il mezzo il suo contributo lo dà, nel momento in cui permette ai bulli, razzisti e misogini, di riconoscersi, percepirsi in tanti, aggregarsi, sostenersi l'uno l'altro, e diventare una riconoscibile massa attraente. C'è da pensarci quindi, prima di difendere una acritica libertà di espressione. Chi gestisce pagine e blog e permette la divulgazione della violenza verbale a sfondo razzista e sessista o addirittura la sollecita, dovrebbe essere chiamato ad assumersene la responsabilità. Il mezzo però dà il suo contributo anche al movimento contrario.

Un’azienda usa la pubblicità per promuovere un principio etico. Oppure, un’azienda usa un principio etico per farsi pubblicità. Due modi di vedere che danno luogo a due giudizi opposti sul rapporto tra la pubblicità commerciale e le campagne di sensibilizzazione.

In realtà le due situazioni possono conciliarsi. Anche dal punto di vista di chi, come me, ha una visione negativa del commercio, del mercato, delle aziende, del capitalismo e preferirebbe un ordinamento economico e sociale di tipo socialista. Poichè, siamo in questo sistema, finchè ci stiamo, vale il principio costituzionale secondo cui «l’iniziativa economica privata è libera ma non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale». Meglio ancora, se tenta di avere una utilità sociale.

Può essere il caso della Yamamay che per vendere mutande si esprime contro la violenza sulle donne. Suscitando un dibattito tra favorevoli (che valorizzano il passo avanti) e contrari (che vedono solo una strumentalizzazione). Preferisco collocarmi tra i favorevoli, pur condividendo alcune critiche.

In primo luogo, è un buon segno che un’azienda ritenga sia meglio usare la lotta alla violenza per vendere, anziché il contrario. Vi sono aziende che ritengono invece sia meglio usare il femminicidio per farsi pubblicità. Elle MacPherson vende lingerie mostrando una donna seminuda distesa sulla moquette. Forse colpita, forse morta. L’allusione è inquientante. Un’allusione usata da Clendy per vendere strofinacci. Altre alludono alle botte. Altre alla violenza sessuale. Oltre alle tantissime che oggettivizzano il corpo delle donne. Lo esibiscono come preda. Ne fanno tanti pezzi di carne. Contribuendo a disinibire l’idea che violenze e molestie siano lecite, o quanto meno comprensibili.

La scelta di una pubblicità o di un altra rimanda all’idea di ciò che è ritenuto vincente, accettabile, socialmente compatibile. Qualsiasi persona normale e di buon senso si dichiara contro la violenza. Ma c’è chi la considera intollerabile, come se fosse una cosa fuori dal mondo, e chi la considera tra le cose che capitano, come fosse normale. C’è chi si indigna, chi si incuriosisce, chi si eccita. E’ complicato valutare i valori di un’azienda attraverso la sua pubblicità. Possiamo invece meglio comprendere come attraverso la sua pubblicità, un’azienda percepisce i valori più importanti o i valori emergenti del target a cui si rivolge. Come fosse un termometro. Se un’azienda decide di fare pubblicità contro la violenza, vuol dire che in una parte significativa della società, quel valore si sta affermando come prioritario, come dirimente. Coglie una tendenza che può contribuire a rafforzarla ulteriormente. Questo va valorizzato anche come frutto del lavoro del movimento delle donne.

Il sospetto della strumentalizzazione può essere esteso a qualsiasi prodotto commerciale tratti un tema etico, compresa la lotta alla violenza. Libri, giornali, trasmissioni televisive. Ma anche prodotti non commerciali. Partiti, politici, istituzioni. Persino blog, che magari rivendicano primati su argomenti e notizie, ed esigono di essere citati. E’ la psicologia del concepirsi come prodotto da affermare. Scrittori e giornalisti sono accusati di voler far soldi o di averli fatti e di pensare infine solo al loro successo. Ad un blogger si imputa il desiderio della microfama. Volendo, tutto è riducibile a marketing.

Curiosamente, la posizione di principio anticommerciale, contraria all’oggettivazione della lotta contro la violenza, al farsi brand del femminicidio, viene sostenuta proprio dalle fonti che rivendicano il diritto di mercificare la sessualità, persino come mezzo di emancipazione.

Di ogni soggetto va valutato il contributo che effettivamente dà e può dare, indipendentemente da quello che lui o lei può ricavarne. Comprese le aziende.

Se il motto «nel bene o nel male, purché se ne parli» può valere per tutti i comunicatori, specie per quelli meno capaci, può valere anche per la violenza e per tutti quei fenomeni che, per proliferare, hanno bisogno prima di ogni altra cosa del silenzio. La violenza maschile come la violenza mafiosa prima di ogni altra cosa, non si fonda su una cattiva comunicazione, o su una comunicazione in malafede. Si fonda sull’omertà. Prima di tutto è importante che se ne parli, come si parla di un tema molto importante, fino a diventare una priorità. Poi certo, critica aperta e serrata su come se ne parla. In questo senso Yamamay va tampinata perchè faccia meglio, non perchè non faccia.

Riguardo le critiche mosse, condivido quella che deplora l'uso politicamente scorretto del termine «bastardo» (usato anche per indicare i figli illegittimi o i meticci) e il fatto che il messaggio denunci il violento, senza però dare alcuna indicazione su come aiutarsi o aiutare, a cominciare dall'indicare con evidenza il numero telefonico dei centri antiviolenza e dall'invitare a sostenerli finanziariamente, magari dando il buon esempio come azienda. Da segnalare inoltre l'ultima sbavatura della pagina Facebook dedicata alla campagna pubblicitaria, dove in uno stato si asseconda una idea negativa di femminismo, là dove si dice  «Non siamo contro gli uomini, non siamo femministi, siamo contro la violenza.» Senza rendersi conto che se persino un'azienda ha maturato, o da mostra di aver maturato, questa sensibilità, lo si deve principalmente al femminismo. Che non è un movimento contro gli uomini, ma per la parità dei diritti e delle opportunità. Yamamay ha da imparare a gestire lo spam dei mascolinisti senza fare scivoloni pericolosi.

Sulla rappresentazione dell'occhio nero abbiamo già detto nell'articolo di Cristine Rama sul disprezzo delle vittime. Le donne che subiscono violenza spesso si ritrovano i lividi addosso. Anche intorno agli occhi. Rappresentare quei lividi è rappresentare la verità. Come lo è rappresentare lividi e ferite sanguinanti dovute alle violenze delle manganellate in piazza o rappresentare i volti sfigurati dall'acido. Sarebbe davvero imbarazzante se si dicesse che una faccia sfigurata è un cliché. Dirlo di un occhio pesto invece sembra normale. Il giudizio sull'efficacia di un messaggio dipende dai valori che presiedono il giudizio. Se, per assurdo, le donne fossero orgogliose dei loro lividi come i guerrieri delle proprie ferite e cicatrici, i lividi potrebbero essere mostrati, senza discussione. Se invece si ritiene che le donne debbano vergognarsi dei loro lividi, perchè prova di colpa, di inadeguatezza, di debolezza (come se la debolezza fisica fosse un disvalore) allora il mostrarli sarà ritenuto inefficace, e si cercherà la soluzione nell'occultarli. Le stesse vittime di violenza occultano i segni delle botte. Le stesse campagne antiviolenza dovrebbero fare lo stesso per essere efficaci, ma è una efficacia che si iscrive nella mentalità prevalente, quella per cui sono le vittime a doversi vergognare. L'efficacia del messaggio dovrebbe invece contrastare anche questa mentalità. Non è il cliché dell'occhio nero che va superato, ma il cliché della vergogna per l'occhio nero.

Quello che semmai può essere contestato nelle rappresentazioni della violenza sono le interpretazioni ammiccanti, seducenti, sexy. Quelle pose che sembra comunichino un nesso tra l'essere attraente, provocatorio della preda, e il comportamento del predatore caduto (inevitabilmente?) in tentazione.

Confronta con:

Il confronto tra Loretta Napoleoni e Michele Boldrin a Piazzapulita è stato raccontato da alcuni blog come una «caduta di Napoleoni» che ne sarebbe uscita con le «ossa rotte». Perchè ha compiuto due errori, che le avrebbero fatto fare una brutta figura.

Ho guardato il video del faccia a faccia, mediato da Claudio Formigli, per vedere se è andata così e mi è parso di no. Certo, in televisione Loretta Napoleoni pare più impacciata, con la respirazione in affanno, poco abile nell’incassare il sarcasmo del suo avversario. Michele Boldrin è invece più tranquillo e disinvolto. Loretta Napoleoni espone le sue tesi. Michele Boldrin espone le sue tesi ma le condisce continuamente con battute e provocazioni a scopo di irritare l'interlocutrice. Alla fine le nega anche la qualifica di economista e lei gli dà del cafone. In ambienti in cui l'arroganza e l'aggressività sono stimate, sono sinonimo della capacità di farsi valere, i cafoni possono dare effettivamente l'impressione di essere vincenti, di aver ottenuto ragione. Ma vediamo cosa è successo.

La prima domanda di Formigli chiede se e come è possibile mantenere i servizi pubblici e abolire l'Imu, cioè mantenere la spesa sociale e rinunciare ad una entrata fiscale così importante. Loretta Napoleoni risponde che è possibile, capovolgendo lo schema di Reagan e Thatcher. Loro dicevano: «Lo stato è il problema, il mercato la soluzione». Il mercato lasciato a se stesso ha portato alla crisi finanziaria. Oggi dobbiamo tornare allo stato sociale. Che è solidarietà. Per esempio, istituendo il reddito di cittadinanza. Che esiste in quasi tutti i paesi europei.
Annunciata da un po' di smorfie e sguardi di sufficienza, qui si introduce la prima interruzione del Boldrin: il reddito di cittadinanza non c'è in quasi tutti i paesi europei e non c'è in Germania, in Spagna, dove Napoleoni non sarebbe stata consulente di Zapatero. Napoleoni ribadisce l'esistenza del reddito di cittadinanza in Spagna. Sul punto specifico invece ha ragione Boldrin. Zapatero fece solo il progetto del reddito di cittadinanza, senza riuscire a legiferarlo. Loretta Napoleoni si confonde con il salario minimo interprofessionale spagnolo innalzato a oltre 600 euro. L'impressione che se ne ricava, e che verrà riportata su articoli e post, è che questo punto se lo aggiudica Boldrin. Ma è solo un'impressione. Perchè lo stesso Boldrin stava negando l'esistenza del reddito di cittadinanza anche in Germania, dove invece esiste: vi è lo Arbeitslosengeld II - Allo Arbeitslosengeld II, in più, sono aggiunte le coperture statali dei costi di affitto e di riscaldamento. Tutto questo per garantire una dignitosa dimora a qualunque cittadino. Dunque, un errore per uno. Inoltre, l'argomentazione principale di Napoleoni non viene inficiata dalle obiezioni di Boldrin: il reddito di cittadinanza esiste praticamente in tutta Europa. Non basta togliere un paese per dire che non è vero. Dunque, è possibile anche in Italia.
Ma con quali risorse abolire l'Imu e istituire il reddito di cittadinanza. Loretta Napoleoni snocciola le cifre di alcune gravi anomalie italiane, che costituiscono pensantissimi costi e che possono essere superate con una rivoluzione sociale, con un ritorno all'etica: 70 miliardi di corruzione, 150 miliardi di evasione fiscale, 150 miliardi di fatturato per la mafia, 23 miliardi di costi per la politica. Oltre 400 miliardi. Il solo fondo salva stati europeo è di 300 miliardi.
Prima di rispondere a sua volta, Boldrin rivendica il secondo posto del suo movimento (Fare per fermare il declino - Oscar Giannino) nei consensi degli artigiani veneti. Formigli lo corregge: solo quarto. Errore condonato nei commenti. Secondo Boldrin i numeri citati da Napoleoni sono «fantasie». Non perchè non esistano, ma perchè è rassegnato a non recuperarli. Per togliere l’Imu bisogna tagliare i costi veri, cioè quelli disponibili. Boldrin usa «vero» e «falso» per dire «disponibile» e «non disponibile». Le cifre da tagliare per lui «vere» sono ben più ridotte: 8 miliardi della casta burocratica e 25 miliardi di sussidi alle imprese (Trenitalia, Rai, Poste). Tagli che forse - ma lui non lo dice - aggiungerebbero un po’ di disoccupazione.
E il reddito di cittadinanza si può fare? Si, per Napoleoni, a condizione che non si conferisca a lavoratori in nero, ma si accompagni ad una attività di volontariato. No, per Boldrin perchè non ci sono i soldi. Però si può abolire la cassa integrazione e istituire il sussidio di disoccupazione per tutti. Cita l’esempio della Spagna e torna a rinfacciare a Napoleoni l’errore precedente sul reddito di cittadinanza. Sussidio di disoccupazione che con il tempo diminuisce e incentiva a cercarsi un nuovo lavoro. Boldrin non fa cifre nè sui soldi nè sui tempi, ma se il riferimento è la Spagna, funzionerebbe così: In Spagna per l'indennità di disoccupazione serve aver lavorato almeno tre anni negli ultimi sei. E' previsto un sussidio di "assistenza" con un minimo di tre mesi di contribuzione. L'indennità di disoccupazione è pari al 70% della base contributiva media negli ultimi sei mesi. La percentuale scende dopo i primi sei mesi al 60%. C'è un tetto massimo per l'indennità di disoccupazione che varia dal 175% al 225%, a seconda del numero dei figli, dell'Iprem (indicatore del reddito minimo), pari per il 2011 a 532,51 euro al mese*.

Altra domanda di Formigli: referendum sull’euro, siete favorevoli?. Risponde Napoleoni. Non si può fare perchè l’euro, come il fondo salva stati, è un trattato internazionale, e la nostra Costituzione esclude i trattati internazionali dalla competenza dei referendum. Se si cambiasse la Costituzione, lei sarebbe favorevole, perchè da dieci anni l’euro ha aggravato la nostra condizione economica, non permettendo più la rivalutazione del marco e la svalutazione della lira. L’euro avrebbe dovuto essere un punto di arrivo di una convergenza economica e fiscale e non, come è stato, un punto di partenza, che dal 1998 ad oggi ha divaricato gli indicatori economici tra aree forti e aree deboli.
Risponde Boldrin. Il referendum sull’euro non si può fare per motivi legali (aggiunge battuta: almeno queste cose che ha detto sono corrette), ma se si potesse fare sarebbe un errore uscire dall’euro, perchè non è vero che è stata una rovina. Grazie all’euro abbiamo tenuto lo spread basso per dieci anni. Non è colpa dell’euro se la giustizia non funziona, se la scuola non funziona, se la produttività è bassa. Competere con la Cina con la svalutazione della lira significa abbassare i salari operai al livello di quelli cinesi, cioè abbassarli del 60-70% (sguardi stralunati di Napoleoni). La competitività si fa migliorando il prodotto, non affamando i salari.
Replica Napoleoni, ricordando la svalutazione del 1992. E qui fa un secondo errore di nozione. Dice che è stata del 40%. I salari non furono affamati e la bilancia dei pagamenti fu messa in ordine, aiutando il risanamento fino al 1996. Boldrin contesta il dato della svalutazione del 40%, ma lo sbaglia anche lui. Dice che è stata solo del 12% (la signora fa confusione). E che non ha comportato nessun effetto (secondo errore). Il risanamento si è fatto solo con le tasse di Ciampi e Prodi.

La sera del 13 settembre, Amato comunicava in diretta tv agli italiani la svalutazione della lira «che a conti fatti – rievoca – si attestò tra il 20 e il 25 per cento. Grazie all'accordo di luglio, tenemmo fermissimo il controllo dei costi interni, il che permise alle imprese di guadagnare 20-25 punti veri di competitività» (Il Sole24Ore 30 aprile 2010). La percentuale del 40% arriva forse dal confronto diretto con il marco. (...) la lira in 3 mesi perse il 40% circa del suo valore antecedente rispetto al marco tedesco (Intermarket & More 30.09.2011), mentre la percentuale del 12% potrebbe riguardare il dato immediato della svalutazione decisa il 13.09.92 o dei giorni immediatamente successivi.

Ultima domanda, sempre sulle proposte di Grillo. Abolire la pignorabilità della prima casa per mancato pagamento del mutuo. E’ possibile. Si, secondo Napoleoni, distinguendo la casa che vale cinque milioni da quella che vale 250 mila euro e ricorda l’Inghilterra del dopo 1992, quando a causa della recessione molti inglesi persero la casa. Siamo di nuovo in una situazione di crisi molto forte, la proposta è giustificata.
Replica Bordin con un’altra battuta sferzante: la gente dice cose incorrette e fa confusione. Abolire la pignorabilità della casa per mancato pagamento del mutuo, significa abolire i mutui con i crediti al consumo, che in mancanza di garanzia, avrebbero tassi molto alti.

Conclusione: su queste cose anche gli economisti litigano tra loro. Boldrin: No, Napoleoni non è una economista. Napoleoni: Boldrin è un cafone. io non sono venuta qui per farmi insultare.


Riferimenti:
Indennità di disoccupazione in Europa
Reddito di cittadinanza in Europa
Lira nello Sme 1979-1992
Un tuffo nella storia: la svalutazione della Lira del 1992
Aggiornamento: Tutte le balle di Boldrin con la Napoleoni
Loretta Napoleoni intervistata da Claudio Messora

Il movimento delle donne, non è l'unico movimento di liberazione, l'unico soggetto discriminato, nei confronti del quale viene ribaltata la realtà. Una militante femminista, recentemente scomparsa (di cui non ricordo il nome) disse che «il maschio in crisi di dominazione si spaccia per dominato». Ciò potrebbe dirsi per qualsiasi dominatore traballante o messo in discussione.  E' la vecchia favola del lupo e dell'agnello.

Nell'apartheid sudafricano, i boeri giustificavano il loro sistema segregazionista con l'argomento secondo cui i neri essendo maggioranza avrebbero usato nella democrazia la forza del loro numero, per scacciare i bianchi. Così, la discriminazione dei neri era necessaria per prevenire quella dei bianchi, poichè nella rappresentazione boera erano i neri ad essere ostili ai bianchi. Israele, mentre nega ai palestinesi sia la sovranità indipendente sui loro territori, sia la cittadinanza dello stato occupante, li accusa di voler distruggere lo stato ebraico, e mentre bombarda Gaza rivendica il diritto alla difesa. Nei vecchi film western, i cowboy erano i buoni, i pellerossa i cattivi, quando questo copione è diventato inaccettabile, i pellerossa sono stati rimossi. Gli autoctoni xenofobi dei paesi ricchi accusano gli immigrati provenienti dai paesi poveri di essere dei colonizzatori, di costituire una minaccia per la loro cultura, sicurezza, livello dei redditi e di occupazione, di precederli nell'assegnazione delle case popolari, di sottrarre risorse al loro welfare, nonostante gli immigrati siano sfruttati, sottopagati, contribuiscano in misura importante alla formazione del Pil e all'equilibrio dei bilanci previdenziali, e permettano ad una parte della società occidentale di non svolgere i lavori più umili, pesanti e pericolosi. I leghisti accusano il sud di aver colonizzato e sfruttato il nord, nonostante il meridione sia stato depredato dall'unificazione nazionale condotta dai piemontesi, ridotto a mercato e bacino di manodopera immigrata per il triangolo industriale. Quando il proletariato si è ribellato allo sfruttamento della borghesia, gli è stato attribuito l'odio di classe e classisti sarebbero stati i comunisti e non i liberali. Gli ebrei, il gruppo umano più discriminato della storia, sono stati accusati con il falso dei protocolli dei savi di sion, di voler dominare il mondo. Nel 1933, all'avvento del nazismo al potere, appena un decennio prima della shoah, una incredibile prima pagina del Daily Express titolava: «Gli ebrei dichiarono guerra alla Germania». 

Dunque, per quanto sia farneticante, è tristemente «normale» che a qualcuno salti in mente di contrastare il femminismo raccontando che sono gli uomini ad essere provocati, sottomessi, discriminati e violentati dalle donne.


Vedi anche:

Ho letto un paio di mesi fa il libro di Andrew Keen, "Dilettanti.com", dedicato agli utenti autori dei blog, dei forum, dei social network, di YouTube e Wikipedia, dell'insieme del web 2.0. La tesi del libro è radicalmente negativa e pessimista: queste nuove forme di comunicazione e autopubblicazione affossano economicamente gli istituti della cultura tradizionale: i libri, i giornali, la discografia, il cinema e mettono sullo stesso piano il professionista e il dilettante.

L'esistenza di Wikipedia rende inutile l'esistenza dell'Enciclopedia Britannica, che è il frutto del lavoro rigoroso e dell'opera di selezione di autori prestigiosi e redattori professionisti, messi ora in crisi dalla caduta delle vendite della loro impresa. Rimasta invenduta la Britannica e privi di un reddito adeguato i suoi autori, l'opera di questa enciclopedia è destinata a sparire e sarà definitivamente rimpiazzata da Wikipedia, la cui qualità è inferiore perchè in essa l'esperto e il dilettante sono posti sullo stesso piano: chiunque può scrivere una voce o modificarla e i più competenti sono costretti a defaticanti discussioni con ignoranti e profittatori. Il web 2.0 avrebbe potuto essere una gran cosa se fosse stato utilizzato per portare a tutti la musica di Bach invece viene sfruttato per portare a tutti la musica di improvvisati musicisti, privi di qualsiasi talento o per piratare l'opera altrui. Così alla fine, la dittatura degli esperti sarà rimpiazzata dalla dittatura degli idioti, rappresentati come tante scimmie dotate di macchina da scrivere.

Riassunta in breve (da dilettante) la sostanza del libro è questa. In parte mi convince, anzi credo che ogni navigante con velleità di comunicatore dovrebbe leggerlo per essere avvertito di rischi, limiti e problemi di una promessa di democrazia digitale che potrebbe rivelarsi deludente per molte aspettative. E' vero, nel web siamo tutti uguali e il delirio sta sullo stesso piano della comunità scientifica. Si pensi solo all'immondizia dei vari negazionismi e dei tanti razzismi. Però, in rete possono finalmente avere spazio anche molti personaggi e molte associazioni ingiustamente escluse dai media tradizionali. Uno su tutti: Beppe Grillo in Italia, escluso dalla televisione di stato dal 1986, per una battuta sui socialisti, oggi protagonista del dibattito politico con il suo blog. Oppure la sinistra americana, Noam Chomsky che, grazie ad Internet, diventa l'autore più letto negli Usa sull'11 settembre. Si pensi anche al materiale che giornalisti, autori e politici, anche non discriminati, raccolgono nei loro blog, nelle loro pagine su Facebook o su Twitter e alle comunità virtuali che si organizzano intorno a loro. Si pensi anche alla censura bucata in Cina e in Iran, grazie alla rete.

Insomma, ci sono i "contro", ma ci sono anche i "pro". La crisi dei giornali è preoccupante. Il fatto che il quotidiano più prestigioso del mondo, il New York Times, possa anche solo discutere della sua chiusura mette tristezza. Ma qui, oltre alla rete, oltre alla concorrenza che gli stessi quotidiani fanno a se stessi attraverso i loro siti (cannibalizzandosi, dice Keen), incide la crisi economica e il peso tipico di una transizione, che non sappiamo ancora quali assetti troverà. Può essere la fine dei giornali o l'occasione di una loro grande riforma. Leggere su carta continua ad essere ancora molto comodo, specie per quanto riguarda gli articoli di approfondimento. Potrebbe essere una idea quella di giornali che non ti dicono tanto cosa è successo, quanto ti spiegano come e perchè è successo e cosa succederà. Le news sulla rete e le analisi, gli approfondimenti, le inchieste sulla carta e poi tutto in un archivio digitale consultabile online. Gli articoli in rete sono importanti non tanto per essere letti, quanto per essere conservati e consultati.

Riguardo i dilettanti che uccidono la cultura, mi sento quanto meno corresponsabile. Da anni sto facendo questo: scrivo nelle liste di discussioni, nei forum ed ora pure nei blog. Senza nessuna preparazione, competenza specifica, senza alcun titolo. Mi siedo davanti al computer e pontifico su quel che mi passa per la testa. E qui il mio testo vale quanto quello di Eugenio Scalfari. In verità, non è proprio così: il sito di Repubblica avrà un milione di accessi, io forse una decina. Ed anche tra i blog, i più visitati, quelli della classifica nazionale o mondiale dei primi cento, sono quasi tutti tenuti da autori professionisti che dispongono anche dei mezzi per offrire contenuti interessanti. Io non sarò mai competitivo nè con l'Huffington post, nè con Beppe Grillo, ma neanche con Paolo Attivissimo che pure risiede su Blogger (blogspot).

Milioni e milioni di blogger, e in particolare quelle migliaia che hanno la costanza di non chiudere, possono scrivere e divulgare molte idiozie e con ciò invadere del loro rumore la cultura, come magari sto facendo io in questo istante. Ma tutte queste persone non sono solo materiale di lettura, sono anche materiale di scrittura. In tutta onestà, non potrei dire a chi passa eventualmente di qui, che se mi legge ne saprà di più. Però, sono io che scrivendo ne saprò di più. Per scrivere, penso, metto ordine nella mia testa, mi sorge qualche idea, mi emancipo dalla mancanza di ispirazione e sono pure indotto a leggere meglio, così come chi fa attività fisica, senza nulla togliere all'agonismo sportivo, è indotto a mangiare meglio. Insomma, milioni o anche solo migliaia di persone che si mettono a scrivere sulla pagina bianca del loro monitor, produrranno si poca o tanta cacofonia a danno di chi sa veramente scrivere, come il signor Andrew Keen (che si legge agevolmente e piacevolmente), ma produrranno anche il miglioramento di se stesse, della loro cultura, e con ciò, della cultura.

(9 luglio 2010)

Michele Serra scrive che Twitter gli fa schifo, perchè con il limite dei suoi 140 caratteri induce a pensare in modo semplificato e binario. Il dialogo e il pensiero complesso, la capacità di scrivere, si possono imparare solo altrove. Il medium è il messaggio. A questo suo scritto, segue un coro di critiche, la cui sostanza (per semplificare) è: il medium non è il messaggio, dipende da chi lo usa e come lo usa.

In effetti, 140 caratteri possono incoraggiare ad esprimersi in modo spiccio e lapidario. Tuttavia, permettono di esprimersi anche a chi ha solo pensieri spicci e lapidari e non saprebbe cosa farsene di un bel foglio protocollo. Cominciare ad esprimere pensierini e pensieracci in brevi battute è comunque un primo passo nel mondo della scrittura e della riflessione. Chissà che poi non venga voglia di farne un altro. Comunicare non è sufficiente per ragionare, ma ragioniamo in conseguenza o in funzione di uno scambio comunicativo. Affermare di esistere, distinguere solo il bianco dal nero, reagire con riflessi condizionati, ottenere ragione con l'ultima parola, sono impulsi e modi primitivi, rispetto a cui si può maturare, ma è da lì che si comincia, ed è un bene che tutti abbiano la possibilità di cominciare. 140 caratteri possono anche insegnare a mettere a fuoco la sostanza dei propri pensieri, ad essere sintetici, a comporre aforismi, slogan e titoli efficaci. A valorizzare l'ipertesto. Pure con Twitter si possono esprimere e divulgare pensieri complessi. Basta scriverli su un blog, un forum, una qualsiasi pagina web e linkarli, magari con il link preceduto da un bel titolo, composto dalle parole chiave che permettono di identificare l'argomento. Quale che sia la qualità di questo post, se lo "twitto" mi avanzano ancora 90 caratteri. Twitter funziona anche come motore di ricerca ed è molto utile per trovare le notizie più recenti, immediate. Se Twitter è un medium parziale, è un medium che si integra con altri medium.

Nel replicare alle critiche, Michele Serra ribadisce che Twitter è un medium che conta in sé, nel quale i suoi utenti si identificano, in modo persino più snob e corporativo dei giornalisti. Infatti, l'amaca in cui contesta il linguaggio urlato e sensazionalista dei giornali è accolta dall'approvazione generale, l'amaca in cui contesta il linguaggio semplificato e contrapposto di Twitter riceve solo critiche e proteste. 

Credo che la differente reazione sia dovuta ad un altro aspetto. Noi, persone di mezza età e oltre, siamo tutti cresciuti con i giornali, la radio, la televisione e li diamo per scontati. Il fatto di criticarli anche duramente non ne mette in dubbio l'esistenza. Invece, Twitter, Facebook, Internet con tutte le sue forme di comunicazione, li abbiamo scoperti da poco, stiamo imparando ad usarli e il fatto di vederceli criticare da chi non li usa, da chi è autorevole esponente dei media tradizionali, ci porta a recepire la critica come fosse una delegittimazione, una indicazione a non usare questi mezzi, un pronunciamento per la loro messa al bando. Questi nuovi medium non sono ancora dati per scontati e la censura su Internet e di Internet da parte di regimi e governi è una spada di damocle sospesa in modo permanente sulla testa di milioni di utenti. Lo stesso Michele Serra conclude diversamente le sue due critiche. Dopo aver detto male del sensazionalismo dei giornali, continua a scrivere sul suo giornale. Dopo aver detto male di Twitter, dichiara "Twitter mi fa schifo, per fortuna io non twitto".


Riferimenti:
Michele Serra risponde alla critiche su Twitter



Le correzioni e le critiche antisessiste al linguaggio comune sono spesso avvertite come fossero artificiose e irrilevanti, come se si volesse modificare in modo intellettualistico qualcosa che si è formato in modo del tutto naturale. Ma c'è pure gente abituata a dire "negro" e sorride, fa un'alzata di spalle o persino si ribella, se le si suggerisce di dire "nero". Credo sia in fondo la stessa cosa. Cambiare le parole è difficile, e sembra inutile, se non si sa cosa si sta dicendo e perchè. Se si applica il senso critico al linguaggio invece può diventare più semplice. Quando ho compreso che dire "negro" significava disprezzare, non ho più voluto dirlo e oggi mi è diventato innaturale dirlo.

Il linguaggio comunica e trasmette una cultura, una logica e lo fa in modo subliminale. Gramsci diceva che l'egemonia si fa anche con la toponomastica. Allora, ancora di più si fa con l'uso delle parole. Il fatto che dire "Luca, Sara e Paola sono simpatiche" significhi che Luca è una donna, mentre il dire "Luca, Sara e Paola" sono simpatici non significhi che Sara e Paola sono uomini, ha un significato molto preciso: il maschile è l'universale, il femminile una particolare specificazione.

Questo è linguaggio, è cultura, è sistema di rapporti sociali. Nel momento in cui, uno di questi elementi cambia, anche gli altri traballano. Cercare di tener immobile un elmento, significa cercare di preservare tutto il resto. Non è tanto importante applicare alla lettera i suggerimenti di nuovi modi di dire, quanto iniziare a vedere e mettere in discussione i significati delle parole e delle espressioni che usiamo.

Suggerimenti sul modo di parlare arrivano, non per mero intellettualismo, ma perchè ormai i dubbi sul modo di esprimersi esistono realmente. Se possono sembrare artificiosi nuovi modi di esprimersi, iniziano a sembrare inadeguati i modi vecchi. Chi è che non è stato in dubbio tra ministro, ministra, signora ministro? O avvocato, avvocata, avvocatessa? Tante volte nel qualificare un gruppo misto (di persone o di concetti) prevalentemente femminile mi sono trovato in dubbio su come declinare gli aggettivi. Il più delle volte l'ho risolto declinando secondo il "sesso" dell'ultimo citato, magari facendo in modo che fosse "maschio", così la declinazione sembrava più assonante.


* * *

Qualsiasi linguaggio in qualsiasi tempo assume significato nell'ambito di un contesto. Non è mai linguaggio puro. L'associazione con le immagini aggrava la questione. Un secolo fa, una personalità femminile poteva essere solo un nome scritto su un documento, la sua femminilità solo un concetto nella tua mente. Oggi è una immagine che si muove in televisione e su internet. L'incongruenza tra il nome e la cosa è ancora più evidente. E' visibile. Come dice Beppe Severgnini, si vede che ha la gonna a fiori, non può essere il ministro. 

* * *

Ci sono persone che parlano con sicurezza confortate dall'imperativo di una convinzione o da una abitudine, esprimendosi in un ambiente culturalmente omogeneo. Altri, con o senza convinzioni imperative, hanno genuinamente dei dubbi. A me è successo di avere prima il dubbio, poi di iniziare a pensarci su e a maturare anche alcune convinzioni "politicamente corrette".

Esistono da tempo termini come avvocatessa e dottoressa e non come ministra, perchè le donne sono entrate in quelle professioni da più lungo tempo, mentre solo recentemente sono andate al governo. E per la prima volta nell'attuale governo occupano pure ministeri pesanti, così che siamo costretti a citarle o sentirle citare tutti i giorni.

Tuttavia, anche quando le donne iniziarono a entrare in quelle professioni, si pose il problema di come adeguare il nome della professione alla nuova presenza femminile. Anche all'epoca saranno esistite persone che trovavano ridicolo declinare il nome della professione al femminiile, quello stesso nome che oggi ci sembra "normale". O peggio sarà sembrato ridicolo che quella professione fosse esercitata anche da donne.

Da notare che quando il nome di una professione appartiene alla parte bassa o medio bassa della gerarchia sociale, la declinazione al femminile avviene in modo semplice, diretto, immediato, come fosse naturale, senza nessun problema, anche nel caso di attività particolarmente virili. Cosa c'è di più maschio di un operaio? Lavoro duro, pesante, usurante, sporco. Eppure fin da subito la donna in frabbrica è stata chiamata operaia. La A ha soltanto sostituito la O. Lo stesso per impiegato/ impiegata, segretario/ segretaria, bidello/ bidella, maestro/ maestra, panettiere/ panettiera, fruttivendolo/ fruttivendola, verduriere/ verduriera, imbianchino/ imbianchina, spazzino/ spazzina, etc.

Appena si sale nella gerarchia, la declinazione al femminile diventa un problema. Che viene risolto in modo non più immediato e diretto, come se dovesse proprio passare per una digestione. L'avvocato non diventa l'avvocata, ma l'avvocatessa, il dottore la dottoressa, il professore, la professoressa, etc. Non basta la A, ci vuole proprio il suffisso -essa. Che in origine aveva  un significato ironico e dispregiativo e si confondeva con il modo in cui venivano chiamate le mogli dei professionisti. -essa indica la "moglie di". Si tratta di nomi nati nell'ottocento.

* * *

Un'altra possibilità è che le parole che risultano incorreggibili cadano. Professore può essere superato con Insegnante o Docente. Anche Ministro, se non è declinabile al femminile si può archiviare, si troverà una nuova parola: responsabile, delegata/o, commissaria/o, segretaria/o, etc. 


Riferimenti:

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