Leggo questo e questo. Ammetto che sono allibita. Seguo Femminismo a sud da un po' di tempo e con molto interesse. Alcune cose loro le ho postate qui, diverse sulla mia pagina Fb. Questo a prescindere dal fatto che non sia sempre d'accordo con loro (es. prostituzione). Perfino in 'sto benedetto intoccabile blog sono incappata poichè linkato ripetutamente dalla loro pagina Fb. Ed infatti il mio primo commento a caldo (certo polemico ma sicuramente non scorretto) di credo un paio di righe, l'ho fatto lì. Mi è stato cancellato senza dire una parola. Non mi è successo neanche in una accesa discussione con la terribile Terragni. E ho scritto "a caldo" non a caso. Perchè se anche una non mette le proprie viscere sul tavolo, 'ste viscere ce le ha. Un proprio vissuto magari denso, che se anche non viene offerto come argomento è il fondamento dei propri argomenti (condivisibili o meno). Avere scelto di commentare lì dove il blog era linkato ripetutamente, non è un caso. Il dialogo, lo scambio, lo volevo con chi fa politica. A me interessava il punto di vista di chi seguo da tempo con interesse, pur nella diversità di idee, perchè mi facesse comprendere ciò che a me risultava incomprensibile: il senso di questi post, di questi contenuti, per comprenderne la direzione che a me pare allontanare dall'obiettivo. A me.

Poi c'è stato questo scambio qui da noi, dove semplicemente si sono esposte le nostre perplessità e i nostri giudizi partendo da quei testi, di cui per la verità non è stata fatta l'analisi logica che in effetti meriterebbero. Quella analisi logica che di solito facciamo di altri testi, quella che normalmente fa Femminismo a sud su tutto ciò che crede (articoli di giornale e blog) senza per questo autoassegnarsi il titolo di ronda virtuale. Con il dettaglio, va precisato, che quando scriviamo qui (e anche su Fb per quanto mi riguarda) scriviamo a titolo personale. Ognuno conta uno. Non siamo un collettivo e non ci definiamo "Femminismo sarcazzocosa". Quando scrivo, scrivo io. Non è "un femminismo" che scrive.

I miei pensieri, le mie considerazioni, i miei giudizi, sono miei. E con questo cerco di parlare anche rispetto alle obiezioni in cui è saltato fuori questo presunto scontro tra ortodossia e non so bene cosa. Se io faccio un ragionamento, per esempio sulla prostituzione, non è che sto parlando a nome di qualcuno. Parlo a nome mio. Se porto avanti le mie argomentazioni, immagino siano quelle che il mio interlocutore debba smontare in una dinamica di confronto. Il punto non è qual è il ragionamento più femminista ma quello che funziona di più rispetto al principio che si intende affermare. E' per questo, peraltro, che trovo particolarmente interessante e formativo per me questo tipo di confronto con chi mi pare di condividere proprio gli stessi principi. E' per questo che mi interessava il punto di vista di FaS rispetto alle mie grosse perplessità sui link da loro postati. Ieri ho letto ancora un tentativo di discussione sulla loro pagina fb, chiuso etichettando il tutto come mancanza di rispetto e disturbo (più o meno) con annesse scuse di chi aveva osato fare delle semplici domande, per nulla urlate, in una normalissima (ed aggiungo auspicabile) dinamica di confronto su temi politici. Insomma l'evviva della dialettica interna e dell'ascolto.

Ecco, questi 27 post, di cui diversi in favore dei contenuti espressi in quel blog, e quasi tutti che riportano link e testi dell'intoccabile blog, alla faccia della censura. Qualche commento (per quello che mi riguarda uno: non me ne faccio cancellare due. Perchè parlare con chi non vuole neanche sentire?) cancellato e censurato (a proposito di autoritarismo e controllo) sulla loro pagina Fb. E sempre lì ancora un tentativo di confronto perentoriamente interronto e chiuso con le scuse di chi è stato additato come irrispettoso, praticamente un disturbatore. Questo diviene "un branco di gente che dice di difendere i diritti delle donne che tallonano una donna per farle correggere “registro” del suo blog". Queste sono le "ronde virtuali". No, questa è mania di persecuzione. In una parola, sono cagate. Aggiungo inaspettate. ma poco importa la mia sorpresa. 'Sta polemichetta, che mi pare abbia assunto proporzioni imbarazzanti, la liquido come cagata.

A riprova che di cagata si tratta:

Da ciò che vedo parrebbe essere una crociata quella di smontare le donne che hanno subito violenza e che la raccontano senza farsi editare il testo da lui o dal suo entourage di amiche. Forse per l’abitudine a “difendere” donne mute, evidentemente, perché quelle parlanti e autodeterminate invece che ascoltarle si sente l’esigenza di aggiustarle e censurarle. E deve prendersi tanto sul serio se ritiene per davvero di poter farmi stare zitta con questo piglio paternalista e autoritario. Perché se sono sopravvissuta ad un uomo che mi ha quasi uccisa, ad ogni violenza, a tutto quello che ho passato, pensa davvero costui che io non possa sopravvivere a un agente virtuale in servizio a tutela del buon nome e della onorabilità dei tutori? Ma poi, giusto per dire, si rende conto costui che non è per nulla “femminista” armarsi contro una donna che racconta della violenza che ha subito motivato dalla discussione con una serie di fanciulle sedicenti offese che lo fanno sentire il salvatore delle vittime della perfida narratrice? Chiedo: com’è che costoro hanno delegato a LUI il compito di aggiustatore della blogger non ortodossa? (L'agente virtuale a tutela della onorabilità dei tutori)
A proposito di autoritarismo, controllo, violenza, censura, retorica antifemminista, si pretenderebbe che non si esprimesse nessun parere, nessun dissenso. E se non ci si mette in riga rispetto a questo diktat, dopo deliranti accuse di immaginarie ronde (che hanno la sola colpa di esprimere dissenso!) immancabili arrivano le offese e, come sempre, donne che esprimono un ragionamento sono ridotte a "entourage di amiche" (che brutto vizietto ripescare in questo becero repertorio). E, come sempre, si esaurisce il tutto a una squallida diatriba al femminile di un primato delle une sulle altre. Le fanciulle contro le amazzoni, le donne mute contro le straparlanti. L'interlocutore maschile invece è paternalista a precindere. si finge solidale per essere gratificato. E da chi? Da qualche fanciulla, ovviamente. Tranne gli uomini del collettivo FaS, naturalmente. Ribadisco: cagate. sempre più imbarazzanti.

E ribadisco il mio stupore nel vedere che questo livello e registro di discussione sia difeso (altro che vittimizzazione della vittima!) proprio da Femminismo a sud. Mi stupisce davvero molto. Ma del resto, che l'impostazione di quel blog fosse questa, si coglieva già in alcuni post, in cui c'è spesso un giudizio feroce sulle donne. Giudizi che vanno ben al di là della semplice esperienza personale.  (TK)

Tratto da: www.metaforum.it
Vedi anche: «Finchè morte non vi separi» un blog imprudente


N.B. Il blog «Finché morte non vi separi» non è più accessibile. I suoi post sono stati trasferiti sul blog «Al di là del buco». Questo era l'indice originario. Tra i post trasferiti, mancano però quelli con i quali l'autrice rispondeva alle critiche ricevute da questo blog e da altre fonti, i quali avevano per titolo: Chi ha paura del confrontoL'agente virtuale a tutela della onorabilità dei tutoriRonde virtuali: not in my name!Ma non era dal personale al politico?  (23.03.2013)

(ML) - E' nato un nuovo blog. Si chiama  «Finchè morte non vi separi». Si sottotitola «Contro la violenza nelle relazioni». E' scritto in forma di racconto. Attribuisce connivenza alla vittima ed esprime empatia per il violento. Entrambi complici e solidali, accerchiati e oppressi da un mondo di paternalistici salvatori. Il blog è divulgato su Facebook da Femminismo a Sud (due link per post) e da una rete di pagine collaterali. Ma i contenuti di questo blog sono conciliabili con il femminismo e soprattutto con la lotta alla violenza e al femminicidio? - (ML)

(TK) - Non mi piace dove va a parare: alla fine è sempre colpa delle donne. Non capisco la necessita' in questo momento di mettere in discussione ancora le donne. Un momento in cui, come sempre, gli uomini stentano a farsi carico di loro responsabilita'. Una morta ammazzata circa ogni due, tre giorni dovrebbe scuotere le vostre coscienze. Invece, come è come non è, sono sempre le nostre a contorcersi.

Cosa sarebbero le "idiozie"? Un occhio pesto, una coltellata? Se non ricordo male, uno degli assassini di quest'anno si giustificò dicendo di avere fatto una "cretinata".

Trovo che mettere sullo stesso piano la vittima e l'aggressore sia un errore grave. Come sempre accade nel caso di violenza sulle donne, si finisce per puntare il dito sulle responsabilita' di lei, attenuando la gravita' di ciò che è solo un ignobile reato.


Affrontare il coinvolgimento femminile nelle dinamiche tra generi nella cultura patriarcale, di cui tutti/e siamo intrisi, richiede maggiore attenzione, delicatezza e forse preparazione. Trovo che questo sia davvero un modo grossolano per farlo, direi dannoso. Se a leggere quel blog è una donna in difficolta' che non sa ancora cosa fare, magari si convince a non chiedere aiuto. Per cosa chiedere aiuto? Per essere giudicata e strumentalizzata e ancora vittimizzata poichè messa sotto tutela? Del resto chi sostiene di volerla aiutare lo fa solo per compassione e a condizione che corrisponda al modello di vittima che si è deciso, ancora una volta, di imporle. Al solo scopo poi di utilizzarla per una causa altra, che non riguarda lei, visto che la lotta alla violenza sulle donne non riguarda lei ma eserciti di donne che odiano gli uomini. E se si convincesse che allora non è così sbagliato stare lì? Che è il luogo dove può essere davvero se stessa? Che come la conosce il suo carnefice (che comunque certo non ha tutte le colpe) nessuno mai? Che poi sara' mica un mostro, è una vittima esattamente come lei! Magari non sarebbe male convincerlo a stringere una santa alleanza... parliamone, tra uno schiaffone e l'altro.

Fino a questo momento sappiamo solo che:

  • Chi la pestava non è certo un mostro. E le permetteva di recuperare la sua umanita'.
  • Lei era in qualche modo corresponsabile: è chiaro che prima le piaceva e poi si è stancata. perchè così è. E non c'è asimmetria nei rapporti, se c'è coercizione ha collaborato.
  • Lei era stata carnefice in altre relazioni.
  • Gli unici veri stronzi sono i paternalisti che volevano salvarla da se stessa e dal mostro. 
Di percorsi indipendenti e strumenti di autodifesa indipendenti nessuna traccia.

Queste critiche sono recepite come censura. Ma qui gli unici ad azzittire sono quelli che hanno censurato i commenti negativi su Facebook, nella pagina di Femminismo a Sud. Di autoritario ho visto solo questo. Commentare ciò che si legge ed eventualmente criticarlo, con testi alla mano, non è zittire. Ronde, brutta zoccola, zozza, sentenza di tribunale integralista... naturalmente tutto ciò partendo dal presupposto che tutti 'sti stronzi il problema non lo conoscono e soprattutto non l'hanno vissuto. Per principio. Alla faccia degli integralismi. Ogni commento negativo è ascritto a una non ben definita ortodossia corrente

Il blog è giovane, esiste solo da qualche giorno, certo. Si parte dal personale, bene. Per passare al politico. E quale sarebbe 'sto politico? Lo scopriremo immagino. Fino a questo momento sembrerebbe che il vero punto, il vero problema sia l'ortodossia corrente (argh). Quella che della donna che subisce violenza (fino a finire in un letto di ospedale o al cimitero) vuole fare una vittima... così... perchè così la domina.

Vorrei che mi si indicasse un modo che non equivalga a una scomunica (ma da che?) per poter dire liberamente che quelle cose che leggo non mi piacciono e non mi piacciono unicamente per il significato che hanno rispetto a un problema grave come la violenza sulle donne. Valutazione, la mia, che nasce da mie esperienze direttissime che mi raccontano della difficolta' a riconoscere di essere vittima (perchè è durissimo da ingoiare!) e da quella ancora più grande di chiedere aiuto, per paura di essere giudicate e non comprese.

L'idea che il proprio carnefice sia un killer allevato o assoldato, certamente una vittima, un debole sopraffatto da una cultura che è altro da lui, più di chi sta nel letto dell'ospedale che ha invece le sue complicita' e responsabilita' da riconoscere e "vittima" le sta stretto, non è una grande scoperta, una incredibile verita' svelata da questo svisceramento. Questo è un comune sentire di chi si prende le botte. E che magari non ha la stessa botta di culo di sopravvivere a un'aggressione o la botta di culo che lui non lo fara' più, con lei o con la prossima. E per la verita' un po' anche un comune sentire di chi le da'.

Questo meccanismo va scardinato, non rivendicato. Questo è quello che la mia personalissima esperienza diretta mi porta a dire. Posso dirlo? Dico che ci vuole almeno prudenza nel trattare questo argomento e trovo che molte delle cose scritte non siano prudenti. Chi scrive e pubblica deve essere responsabile degli effetti di ciò che scrive, anche se vanno al di la' di ciò che si era prefissato? Credo che un po' si. Che almeno li prenda in considerazione. Ridurre le obiezioni e le critiche a uno scontro tra ortodossia e dissidenza, lo trovo inutilmente vittimizzante.

Domanda semplice: la violenza è una questione privata o una questione pubblica? A leggerla si direbbe privatissima. Il suo blog potrebbe tranquillamente rititolarsi: "Tra moglie e marito non mettere il dito". Questa è, secondo la mia personalissima esperienza, una delle imprudenze più gravi e pericolose di quel blog. - (TK)


Vedi anche:
Un blog intoccabile - Fanciulle contro Amazzoni (?)



N.B. Il blog «Finché morte non vi separi» non è più accessibile. I suoi post sono stati trasferiti sul blog «Al di là del buco». Questo era l'indice originario. Tra i post trasferiti, mancano però quelli con i quali l'autrice rispondeva alle critiche ricevute da questo blog e da altre fonti, i quali avevano per titolo: Chi ha paura del confronto, L'agente virtuale a tutela della onorabilità dei tutoriRonde virtuali: not in my name!, Ma non era dal personale al politico?  (23.03.2013)

Ignoriamo se la rottamazione del vecchio gruppo dirigente del PD sia davvero condivisa dalla maggioranza degli elettori del centrosinistra, ma è indubbio che il successo della campagna di Matteo Renzi esprima una crisi di legittimità di quel gruppo dirigente. In particolare di Massimo D'Alema. E pure di Walter Veltroni. La percezione della loro inadeguatezza è di vecchia data. Per molti anni, sono state ripetute come un tormentone due frasi di Nanni Moretti: «D'Alema, dì qualcosa di sinistra!» (1996); «Con questi dirigenti non vinceremo mai» (2001). Moderati e perdenti. Con la prima che spiega la seconda.

Eppure questi dirigenti hanno vinto due elezioni politiche (1996 e 2006) e molte elezioni amministrative. Per la prima volta hanno portato la sinistra al governo. Oggi il loro partito è dato dai sondaggi come il primo partito. Ciò nonostante, questi dirigenti sono poco amati e rispettati. Forse è una sensazione relativa al fatto che lo erano troppo i loro predecessori, dirigenti sacrali di un partito chiesa, che agli occhi delle masse comunque rappresentavano qualcosa in più di singole carriere politiche: l'antifascismo, la resistenza, la classe operaia, la costruzione della democrazia e del progresso sociale nel paese. Il paese e il partito crescevano insieme.

La spiegazione preferita dei vecchi leaders recita all'incirca così: «Sappiamo vincere, ma poi non sappiamo gestire le nostre vittorie, perchè siamo troppi divisi e litigiosi». In genere per colpa dei partiti minori, e soprattutto del «massimalismo» della sinistra antagonista. Perciò la soluzione più predicata e praticata è andata nel senso di confezionare leggi elettorali e strategie delle alleanze il più possibile favorevoli ai partiti maggiori. Tagliare le ali e assorbire i minori, per non ripetere mai più la crisi del '98 provocata da Bertinotti o la crisi del 2008 voluta da Dini e Mastella. Tuttavia, come insegna la lunga vicenda della Democrazia cristiana e come stiamo vedendo nelle primarie in corso, la divisione può riprodursi e manifestarsi in modo abbastanza aspro anche all'interno dello stesso partito.

Una spiegazione meno preferita, ma che tocca la sensibilità di una parte dell'opinione pubblica di sinistra, è il rapporto con Berlusconi. Trattato come un nemico nella retorica, ma come un interlocutore nella pratica politica. L'antiberlusconismo e il patto della crostata. E' una storia vecchia, forse più vecchia della Bicamerale con cui si voleva riformare insieme alla destra niente meno che la Costituzione e forse pure la Giustizia. Una storia che risale almeno al 1985, quando il giovane Veltroni collaborò al decreto Craxi per salvaguardare le tre reti berlusconiane dall'oscuramento dei magistrati, al fine di ottenere la gestione di una nuova rete Rai, Rai3. Vero o falso che sia, lo scambio è comprensibile. Spesso il compromesso è osteggiato dalla base non per ragioni di infantile purezza, ma perchè non è soddisfacente lo scambio o addirittura è del tutto ignoto. Il centrosinistra non ha regolamentato il settore televisivo, non ha fatto la legge sul conflitto d'interessi, non ha cancellato le leggi ad personam. Per ottenere in cambio cosa, non si sa.

Un'altra spiegazione molto avvertita, ad esempio dal pubblico del Fatto Quotidiano e di Michele Santoro, è relativa ai costi della politica e alla questione morale. Una classe politica poco efficiente e che chiede sacrifici ha molta difficoltà a giustificare i suoi stipendi, i suoi vitalizi, i suoi rimborsi spese, i suoi piccoli o grandi privilegi, magari superiori a quelli in uso negli altri paesi europei. L'argomento della casta tocca poco l'elettorato di destra che magari apprezza furbizie e gerarchie, ma fa storcere il naso all'elettorato di sinistra, soprattutto quando vede che al privilegio si aggiunge la corruzione, come accade nelle amministrazioni locali dove il PD è riuscito a collezionare oltre un centinaio di indagati, tra cui Filippo Penati, già presidente della Provincia di Milano e braccio destro del segretario nazionale Pierluigi Bersani. Molti di questi inquisiti sono indicati dalla stampa come «dalemiani». Si potrebbe parlare di singoli mariuoli (come fece Craxi), se non fosse che la reazione del partito (e dei suoi dirigenti) non sembra tendere ad una moralizzazione. Già il centrosinistra con ministro Mastella ebbe la tentazione di decidere una stretta sulle intercettazioni. In un cablo pubblicato da Wikileaks, D'Alema dice all'ambasciatore americano Spogli, che la magistratura è la più grande minaccia per l'Italia. D'Alema smentisce. Ma è inverosimile? In vista delle prossime politiche, il PD rompe proprio con Di Pietro il pm di Mani Pulite. E proprio in questi giorni concorre a fare una legge anticorruzione di pura facciata, che  non reintroduce il falso in bilancio, invece attenua le pene per la concussione e accorcia la prescrizione. Questo, mentre si impone l'austerità in un paese dove la corruzione costa 60 miliardi l'anno.

Qui è possibile trovare una ulteriore spiegazione. Aggravata dalla crisi, ma già anticipata dai fischi di Mirafiori contro i sindacalisti, al tempo dell'ultima Finanziaria del governo Prodi. Il centrosinistra al governo o nella maggioranza parlamentare non migliora le condizioni di vita della sua base sociale. Aumenta l'età pensionabile, l'aumenta di un colpo solo: cinque anni a chi è nato nel 1952, non risolve il problema degli esodati, difende solo parzialmente l'articolo 18, subisce i tagli lineari della spending review, approva il pareggio di bilancio nella Costituzione e poi il fiscal compact. Vorrebbe introdurre un po' di equità a livello nazionale, nel quadro di una politica europea di austerità che continua ad avere come priorità il rispetto dei parametri finanziari a scapito dell'occupazione e dello sviluppo. Già nei suoi precedenti governi, il centrosinistra ha perseguito come suo principale compito, il risanamento finanziario, come avrebbe fatto un buon e onesto governo liberale, senza riuscire a determinare una tutela del lavoro, tanto meno il suo progresso. Nè occupazione, nè redistribuzione del reddito, nè miglioramento del welfare. Al contrario, ha introdotto le prime leggi di precarizzazione del lavoro.

Faro della sinistra italiana è stato per molti anni Tony Blair. A lui viene attribuita una citazione nell'anno in cui vinse le elezioni e divenne primo ministro della Gran Bretagna (1997). All'ingresso di Downing Street, disse all'incirca così: «Alla scadenza del mio mandato, per fare un bilancio del mio lavoro guarderò alle condizioni dei lavoratori. Se saranno migliorate avrò fatto bene, se saranno peggiorate, avrò fatto male». Ecco, forse su questa base, il vecchio gruppo dirigente del PD ha fatto male.

Il presidente degli Stati Uniti può essere eletto soltanto due volte, dal 1951, anche se la consuetudine è valsa dai tempi di Washington e Jefferson. 

Il limite dei mandati è stato introdotto anche in Italia in alcune delle nuove leggi elettorali. Allo scadere del secondo mandato non è immediatamente rieleggibile il sindaco, dal 2000 e il presidente della regione, dal 2004. Alcuni sindaci, per potersi candidare una terza volta, hanno fatto un mandato da vicesindaco. Come Putin in Russia, per poter essere rieletto presidente ha fatto una legislatura da premier.

Un limite di tre mandati (15 anni) per l’elezione di deputati e senatori è stato introdotto nello statuto del Partito democratico (PD), salvo la possibilità di chiedere una deroga alla Direzione, la quale può concederla al 10% dei parlamentari uscenti non rieleggibili. E’ la regola impugnata da Matteo Renzi per la cosiddetta rottamazione dei dirigenti più anziani.

Il limite dei mandati è una misura di cautela, per evitare che il potere si concentri per troppo tempo nelle mani di una stessa persona. A tal fine può aver senso soprattutto per i presidenti e i sindaci. E’ anche una forzatura al fine di garantire il rinnovamento. Visto in questo modo il limite dei mandati ha solo aspetti positivi. Dava sollievo sapere che un presidente come George W. Bush dopo otto anni avrebbe comunque dovuto ritirarsi, anche se è stato un peccato non avere la soddisfazione di vederlo sconfitto. Meno sollievo dà sapere la stessa cosa per Obama, sperando riesca ad essere rieletto almeno la seconda volta. Forse la presidenza Bush avremmo potuto evitarcela se Bill Clinton avesse potuto ricandidarsi una terza volta nel 2000.

Se il limite dei mandati impone vita breve a potenziali despoti e oligarchi, svolgendo una funzione democratica e di rinnovamento, può essere però anche concepito come un principio di rotazione, di avvicendamento all’interno di una oligarchia, per meglio preservarla, svolgendo così una funzione conservatrice e antidemocratica. Un capo innovatore deve ritirarsi nonostante il consenso, senza aver completato la sua opera, perchè otto anni possono essere pochi per realizzare riforme strutturali. Come pure controriforme. Uno stop and go, per cambiare il meno possibile. Pensiamo a cosa avrebbe voluto dire il limite del doppio mandato per Chavez in Venezuela, limite che fu infatti abolito da un referendum.

Il limite dei mandati si accorda ad un sistema dove gli eletti sono tali per nomina, dove la classe dirigente è selezionata per cooptazione, dove a candidarsi sono gli esponenti dei gruppi dominanti, i ricchi, i bianchi, i maschi. L’idea che la poltica non debba essere una professione, presiede all’idea di una politica aperta solo ai liberi professionisti e agli imprenditori, esperti e telegenici comunicatori, adeguatamente supportati da tecnocrati e burocrati. In un sistema effettivamente democratico, aperto a tutti, dove l’elezione è espressione di consenso attivo e di partecipazione, il limite dei mandati sarebbe probabilmente di intralcio, il sistema saprebbe rigenerarsi da sè, garantendo comunque il giusto tempo ai più innovatori e meritevoli.

In questo senso, non apprezzo la rottamazione e non festeggio la caduta dei vecchi oligarchi a vantaggio dei nuovi, in un meccanismo che riproduce e rinforza una concezione personalistica e oligarchica della politica. Se i D’Alema e i Veltroni devono ritirarsi è bene che siano dimessi dagli elettori, non dai rottamatori. D’Alema ha ragione a mettere l’accento sul consenso, ma ha avuto torto a non sottoporsi alla prova del consenso. Per esempio quando ha delegato a Bersani nel 2009, la candidatura a segretario, invece di candidarsi lui in prima persona. O opponendosi alle primarie per la scelta del premier. Oppure ancora contrastando la reintroduzione delle preferenze nel sistema elettorale. Il limite statutario dei mandati e la rottamazione assumono senso e valore solo con le liste bloccate del porcellum. Perciò, non si tratta di rottamare e di rinnovare, nè di difendersi invocando il galateo e il rispetto per gli anziani (cosa comunque civile), quanto di battersi per instaurare la verifica effettiva del consenso e della partecipazione.

Nelle elezioni amministrative del 1990, il Pci nel suo ultimo anno di vita, in mezzo ai due congressi del trapasso al Pds, preso dalla frenesia del rinnovamento e per adeguare il quadro locale a quello nazionale, volle sostituire molti sindaci e amministratori, quale che fosse la loro situazione. Mettendo insieme rese dei conti e avvicendamenti, alcuni opportuni, altri insensati, come sempre accade quando si procede con l’accetta.

Un rinnovamento del gruppo dirigente si era ormai attuato a livello nazionale. Il segretario generale Alessandro Natta fu sostituito nel 1988, con l’ausilio di un infarto, da Achille Occhetto. Lo stesso Natta era già circondato da una segreteria di quarantenni, dopo il pensionamento della vecchia guardia messo in atto al congresso di Firenze. Non più Renato Zangheri, Adalberto Minucci, Giancarlo Pajetta, Aldo Tortorella, Gerardo Chiaromonte, Giuseppe Chiarante, Alfredo Reichlin. Al loro posto Massimo D’Alema, Walter Veltroni, Fabio Mussi, Antonio Bassolino, Gavino Angius, Piero Fassino, Livia Turco. Fu la rottamazione di quell’epoca. Forse di proporzione e significato ben maggiore di quella che potrebbe essere realizzata oggi, ma avvenne in modo pubblicamente pacifico, apparentemente non traumatico, come fosse consensuale e nel solco di un albero genealogico, anche se i quarantenni berlingueriani di tanto in tanto venivano appellati come «giovani turchi» dalla stampa. E D'Alema ne aveva pure l'aspetto. Tuttavia, militanti e simpatizzanti non manifestavano gioia o disperazione per la caduta dei vecchi e l’ascesa dei giovani. Tutto si teneva insieme. I vecchi erano rispettati per la loro autorevolezza seppure un po’ declinante, l’essere stati il gruppo dirigente di Enrico Beringuer scomparso nel 1984, i giovani erano apprezzati per il loro smalto, le loro battute: gente che finalmente sapeva rispondere a tono a Craxi e Martelli.

Come è noto i giovani dirigenti, sorpresi dal crollo dei regimi dell’est, decisero di archiviare il Partito comunista e l’idea stessa di partito del lavoro, per dare vita ad una nuova formazione politica dall’identità e ragione sociale incerte. Un partito dei ceti medi, genericamente progressista, oscillante tra i partiti socialisti europei, anch’essi in travaglio, e il partito democratico americano. Oscillazione più retorica che pratica. Saranno soprattutto Bill Clinton e Tony Blair i punti di riferimento della sinistra italiana degli anni ‘90, mentre Lionel Jospin, e la sua riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore, animerà solo la resistenza di Fausto Bertinotti (e in parte di Cesare Salvi).

Due dirigenti anziani sopravvissero al pensionamento del vecchio gruppo dirigente del Pci: Armando Cossutta, l’oppositore dello strappo, che ai congressi del partito metteva insieme il 4% e Giorgio Napolitano che, con Emanuele Macaluso, guidava la corrente migliorista. Mentre tutti i suoi defenestratori erano scomparsi dalla scena politica, Armando Cossutta effettivo costruttore di Rifondazione comunista, nel 1998 in contrasto con Bertinotti concorreva a determinare le sorti del governo Prodi e poi del governo D’Alema. Giorgio Napolitano, deputato dal 1953 al 1996, fu presidente della Camera (1992--1994), ministro dell’interno (1996-1998), senatore a vita nel 2005 e presidente della repubblica dal 2006.

Altri si ritirarono dalla politica attiva, ma rimasero in campo nel dibattito politico e culturale della sinistra di alternativa: Pietro Ingrao, Lucio Magri, Luciana Castellina.

Vi sono carriere politiche che finiscono e altre che soltanto si eclissano. Dirigenti giovani e nuovi che non sempre costituiscono un progresso rispetto ai loro predecessori. Morale già insegnata dalla storia degli altri partiti della sinistra, quella che va da Pietro Nenni a Bettino Craxi o da Giuseppe Saragat a Franco Nicolazzi. La regola sembra indicare l’ineluttabilità opposta: quelli che vengono dopo di solito sono peggio.

Sesso è desiderio e piacere. Non è ginnastica e non è tirare giù la leva di una pressa. Cambiare un pannolone è pulire culi. Se cambi un pannolone gratuitamente o a pagamento, sempre culi pulisci. Se fai sesso a pagamento non c'è nè desiderio nè piacere. Essere oggetto o soggetto rispetto al sesso è provare desiderio e provare piacere mentre anche lo si da', in un rapporto di reciprocita'. Farlo senza provare desiderio e piacere è rendersi oggetto del desiderio e del piacere altrui. La libera prostituta decide liberamente di rendersi oggetto. Non di vivere la sua sessualita' da soggetto.

Essere oggetto o soggetto ha a che fare con l'identita'? Si. Ha a che fare con la percezione di sè? Si. Ha a che fare con l'identita' sessuale? Si. Identita' sessuale che certo ha a che fare con quella biologica e quella di genere ma anche quella di ruolo. Ed il ruolo della sessualita' femminile è da sempre, fino ad oggi, nonostante la liberazione sessuale e le lotte femministe, di "servizio".

(...) com'è che esite un fiorente mercato della prostituzione tanto da renderla professione attraente economicamente? Perchè c'è una fortissima domanda. Che significa che c'è domanda? Che c'è un numero elevatissimo di uomini disposti a pagare (anche molto pare) per un "servizio sessuale". cioè per cosa pagano? Per dare piacere e soddisfare il desiderio di una donna? Pagano perchè una donna soddisfi il loro desiderio e il loro piacere. Desiderio e piacere femminile in questa compravendita non sono previsti. Non esistono. Sono rimossi. ancora e ancora.

La prostituzione non è altro che monetizzazione, trarre profitto da un preciso ruolo di genere. L'uomo desidera e prova piacere, la donna è l'oggetto di questo desiderio e di questo piacere. E' talmente ovvio che lo sostiene Pia Covre in diversi documenti (...) sul sito della sua organizzazione: questo mercato esiste poichè esiste questa cultura patriarcale e maschilista. Visto che esiste, traiamone un profitto. e bando alle ipocrisie! 

Trovo il ragionamento (di akargo) fumoso e confuso. Prima di tutto, che vuol dire praticare libertà? Ci sono donne che all'interno del sacro vincolo del matrimonio, quindi da donne perbene, scelgono liberamente, di rinunciare alla propria realizzazione personale, di dividere la vita con un uomo che non amano, di subire imposizione di vario genere fino a qualche schiaffo di tanto in tanto. Tutto questo, a volte, lo scelgono proprio, perchè in ultima analisi la contropartita è sufficientemente attraente: posizione sociale e economica, tempo libero, shopping e manicure. E' una libera scelta. L'esercizio di liberta' sta nello scegliere di stare lì. Non condivido ma fatti loro (?). Ognuno scelga per sè. Vogliamo regolamentarla questa cosa?  Vogliamo stabilire per legge che questo tipo di istituzione matrimoniale è plausibile se una donna lo sceglie liberamente? Fino a non molto tempo fa, lo era. 

Ma soprattutto, (si può) sottocrivere questo?


"Dipende da cosa significa quel determinato gesto in un dato specifico contesto. E io non posso conoscere tutti gli specifici contesti. Posso però cercare di fidarmi della capacità delle donne di scegliere. Posso iniziare a fidarmi se qualcuna mi racconta un’esperienza che non collima con la mia. Posso pensare che ci siano più possibilità di quelle previste nel ventaglio dell’eterosistema. E che qualcosa che io non vorrei mai fare rappresenta una possibilità creativa per un’altra. Anche all’interno delle contraddizioni, con le quali è sempre buona pratica confrontarsi."

Non mettere in discussione la libertà individuale, in particolare delle donne, non si può confondere con la messa in discussione del significato di quelle scelte. Che qualcosa sia scelto liberamente non significa che sia una scelta come un'altra. Questo è un relativismo estremo. E in genere non porta nulla di buono.

Regolamentare per legge la conpravendita di sesso, sulla base dell'equiparazione della sessualita' ad un "servizio" (del resto non si può fare diversamente!) è rivendicare la definizione di sessualita' come servizio. Significa che tu quando fai sesso con il tuo uomo, stai prestando un servizio che decidi di erogare gratuitamente, magari perchè gli vuoi bene. Come si pulisce il culo del proprio padre oppure quello di un paziente.  Sto cercando di dire che farsi pagare per fare sesso, finchè rimane una scelta individuale, non mi riguarda ma quando il sesso viene definito per legge come un "servizio", mi riguarda eccome!
perchè stiamo dando, per legge, una definizione di sessualita'. (Tk)

Vedi anche:

A molti uomini è attribuita la caratteristica di essere fissati con le misure. Uomini che chiedono alle donne di dichiarare le proprie misure. Che ci ironizzano sopra con dubbio gusto. Che regalano alle proprie compagnie taglie di seno più grandi. Uomini fissati democraticamente con le proprie stesse misure: spalle, pettorali, bicipiti, tartarughe addominali. Disposti ad una serie di comportamenti sbagliati, o a prendere pericolose scorciatoie.

Svetta in cima alle misurazioni quella maschile per eccellenza. Con relative offerte di soccorso tecnologiche e chirurgiche, per coloro che si sentono inadeguati o molto ambiziosi. E con tanto di «studi scientifici» volti ad accreditare il più penoso dei problemi. Ultimo del genere, quello dello psicologo Stuart Brody, pubblicato dal Journal Sexual of Medicine, già commentato e smontato dal sessuologo Vincenzo Puppo.

Poco misurato sull'argomento, riesco ad avere solo una opinione intuitiva. Un po' conosco me stesso. E sulla base di questa approssimativa conoscenza, credo di poter distinguere due aspetti. Un conto è ritenere che una data forma fisica sia più gradevole visivamente, esteticamente, e magari anche più eccitante. Altra cosa è ritenere che perciò quella data forma fisica possieda il requisito fisico per dare più piacere. Due belle labbra carnose possono far sembrare il bacio più piacevole, ma non è vero che baciano meglio. Sarà banale dirlo, ma vista l'acqua calda che viene scoperta...

Sul piacere e la sessualità femminile, invece può essere utile consultare qualche studio meno recente, fatto non a volo d'uccello. Per esempio, The hite report.

Questo blog oggi compie un anno. Di tutti i blog che ho creato, è il primo che raggiunge questo traguardo temporale. Forse per una sollecitazione amica, forse perchè grazie ai social-network è più facile avere riscontri. O forse perchè ho indovinato la skin giusta.

Come per i blog precedenti, anche questo ha avuto una spinta propulsiva iniziale e poi è andato declinando. Basta consultare l'archivio e contare i post per mese: sopra i venti da ottobre a dicembre 2011, sopra i dieci da gennaio ad aprile 2012, e poi poche unità da maggio ad oggi. Un declino che però stavolta non è stato sufficiente per spegnersi del tutto.

Credo che un blog declini per tre motivi. 1) Perchè nei primi tempi si dice gran parte di quello che si ha da dire. Poi ci si ripete soltanto. 2) Perchè strada facendo qualcuno ti legge e quando ti senti osservato, stai più attento a quello che dici. 3) Perchè è difficile esprimersi per bozze e pensieri immediati, dopo aver pubblicato i primi post strutturati. Come quando cammini con il passo più lungo, dopo un po' la gamba tende a irrigidirsi. Naturalmente, parlo solo per me.

Questo blog dipende molto da quello che scrivo altrove. Su Metaforum, su Facebook. Sono anni che scrivo in rete, dal 1998 credo, esprimendomi in scambi diretti, polemiche, battibecchi e tutto finisce disperso. Poco male per il resto del mondo. Dato però che lo strumento c'è, fa poco male anche se tengo traccia dei miei modesti pensieri. Dice Gloria Steinem che troppo spesso non teniamo conto di ciò che scriviamo. Se lo dice lei che scrive libri, figurarsi uno che scrive su tanti foglietti virtuali sparsi per il web. Così qui capita che io scriva soprattutto estratti da altre conversazioni, a volte adattati a volte no, qualche volta poco comprensibili perchè davvero fuori contesto. Diceva Palmiro Togliatti che la miglior scuola di formazione politica è la redazione del verbale delle riunioni e lui redigeva personalmente i verbali delle riunioni della Direzione. Ecco, condurre un blog può essere in fondo come la redazione di un verbale delle voci che hai in testa, quelle che si formano nel confronto tra sè e gli altri o anche solo nel commento di un articolo di giornale.

In questo senso, il blog non ha una missione, non si propone uno scopo o una causa precisa e neanche di promuovere qualcuno o qualcosa. In questo anno il tema prevalente è stato il sessismo, insieme con la politica. Ma avrebbe potuto essere il razzismo, il pacifismo, il conflitto israelo-palestinese. Un tempo mi sarei appassionato di più ai partiti e ai leader della sinistra. Oggi solo leggere un articolo sulle primarie mi affatica. Il blog è titolato a me stesso, perchè non sono riuscito a individuare un titolo che non fosse pomposo o banale e navigando a vista non ho un tema da riassumere in un nome o una frase. Inoltre è così che si chiama la mia pagina su Facebook.

Correggo quanto postato tempo fa. Dicevo, ogni movimento di liberazione ha avuto un contribuito da esponenti della sua controparte, tranne il femminismo. Abbiamo avuto aristocratici liberali, borghesi socialisti e comunisti, europei anticolonialisti, bianchi antirazzisti, ma nessun celebre maschio femminista e pure fra i meno celebri si trova poco e nulla. 

Penso ancora sia in gran parte vero. Le altre forme di oppressione, sfruttamento discriminazione sono passate attraverso sistemi concentrazionari più facilmente identificabili, il sessismo passa attraverso un sistema molecolare, molto meno riconoscibile, anche nelle sue forme più violente. Ma sia pure a tempo parziale, vi sono stati alcuni uomini che hanno scritto qualcosa contro la discriminazione di metà del genere umano. La servitù delle donne (John Stuart Mill) e Il dominio maschile (Pierre Bourdieu).

Per tornare ai tempi nostri, con ambizioni più pratiche, immediate e circoscritte, ricordo un articolo a metà tra il saggio e il reportage di Cesare Fiumi, Uomini che uccidono le donne, pubblicato sulla rivista Il Mulino 1/2011. In libreria sta per uscire, Se questi sono gli uomini di Riccardo Iacona, una inchiesta sul femminicidio nell’Italia del 2012, dove dall’inizio dell’anno ormai un centinaio di donne sono state fisicamente eliminate dal loro ex partner (ambigua l'immagine del Corsera).

Immancabilmente, il titolo del libro ha provocato il risentimento di alcuni uomini nei quali il tema della violenza contro le donne allerta una sola emergenza: la difesa della immagine maschile. Puntuale il commento del Ricciocorno: All’uomo tanto infastidito dal titolo del libro vorrei chiedere: detesta altrettanto il libro “Se questo è un uomo” di Primo Levi? A volte, di fronte a comportamenti che definiremmo disumani, siamo costretti a mettere in discussione l’idea stessa di umanità. Sul significato dei titoli generalizzanti, si può ascoltare questo video messaggio di Lorenzo Gasparrini.

Un'altro commento infastidito dice: se scrivessi un libro sulla delinquenza degli immigrati intitolandolo "Se questi sono gli immigrati" (...) verrei accusato di generalizzazione e razzismo. In questa analogia gli uomini stanno agli immigrati. Le donne stanno a X (gli autoctoni?). Per capire se una generalizzazione può avere un senso corretto, occorre contestualizzarla in una relazione. Se in alcuni reati gli immigrati hanno un primato in proporzione come autori, lo hanno anche come vittime. Dunque, non esiste una violenza di segno etnico rivolta contro gli autoctoni. Inoltre, le irregolarità commesse dai migranti sono transitorie, avvengono soprattutto durante i primi mesi di permanenza e dipendono spesso da una condizione sociale svantaggiata, non dall'abuso di una posizione dominante. Le generalizzazioni contro gli immigrati sono a supporto di politiche xenofobe, discriminatorie, respingenti, escludenti, non certo mirate a far opera di sensibilizzazione.

In rete esistono almeno due realtà maschili attive contro la violenza sulle donne. Maschile plurale, associazione presieduta da Stefano Ciccone e Noino.org Uomini contro la violenza sulle donne, frutto del bando della fondazione Del Monte e dell'Associazione Orlando.

Quello che penso è che i maschi "evoluti" siano maschi in grado di tenere in riga la bestia che abbiamo dentro, ma che dentro ci sia la bestia nel caso dei maschi sono assolutamente sicuro, tu compreso. 

Se è così, credo funzioni proprio come il rapporto con le bestie. Puoi avere il più imbizzarrito dei cavalli, ti occorrerà domarlo una volta, ma una volta che è domato è domato. Non c'è da fare un rodeo ad ogni cavalcata.

Ci sono padroni che portano a spasso dobermann e pitbull con una disinvoltura e una leggerezza impressionante. Tengono il guinzaglio con leggerezza, basta un loro cenno, un loro gesto perchè il cane risponda. Altri sono in difficoltà con un chihuahua che gli scappa di qua e di là.

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