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Perchè è in crisi il vecchio gruppo dirigente del PD

Ignoriamo se la rottamazione del vecchio gruppo dirigente del PD sia davvero condivisa dalla maggioranza degli elettori del centrosinistra, ma è indubbio che il successo della campagna di Matteo Renzi esprima una crisi di legittimità di quel gruppo dirigente. In particolare di Massimo D'Alema. E pure di Walter Veltroni. La percezione della loro inadeguatezza è di vecchia data. Per molti anni, sono state ripetute come un tormentone due frasi di Nanni Moretti: «D'Alema, dì qualcosa di sinistra!» (1996); «Con questi dirigenti non vinceremo mai» (2001). Moderati e perdenti. Con la prima che spiega la seconda.

Eppure questi dirigenti hanno vinto due elezioni politiche (1996 e 2006) e molte elezioni amministrative. Per la prima volta hanno portato la sinistra al governo. Oggi il loro partito è dato dai sondaggi come il primo partito. Ciò nonostante, questi dirigenti sono poco amati e rispettati. Forse è una sensazione relativa al fatto che lo erano troppo i loro predecessori, dirigenti sacrali di un partito chiesa, che agli occhi delle masse comunque rappresentavano qualcosa in più di singole carriere politiche: l'antifascismo, la resistenza, la classe operaia, la costruzione della democrazia e del progresso sociale nel paese. Il paese e il partito crescevano insieme.

La spiegazione preferita dei vecchi leaders recita all'incirca così: «Sappiamo vincere, ma poi non sappiamo gestire le nostre vittorie, perchè siamo troppi divisi e litigiosi». In genere per colpa dei partiti minori, e soprattutto del «massimalismo» della sinistra antagonista. Perciò la soluzione più predicata e praticata è andata nel senso di confezionare leggi elettorali e strategie delle alleanze il più possibile favorevoli ai partiti maggiori. Tagliare le ali e assorbire i minori, per non ripetere mai più la crisi del '98 provocata da Bertinotti o la crisi del 2008 voluta da Dini e Mastella. Tuttavia, come insegna la lunga vicenda della Democrazia cristiana e come stiamo vedendo nelle primarie in corso, la divisione può riprodursi e manifestarsi in modo abbastanza aspro anche all'interno dello stesso partito.

Una spiegazione meno preferita, ma che tocca la sensibilità di una parte dell'opinione pubblica di sinistra, è il rapporto con Berlusconi. Trattato come un nemico nella retorica, ma come un interlocutore nella pratica politica. L'antiberlusconismo e il patto della crostata. E' una storia vecchia, forse più vecchia della Bicamerale con cui si voleva riformare insieme alla destra niente meno che la Costituzione e forse pure la Giustizia. Una storia che risale almeno al 1985, quando il giovane Veltroni collaborò al decreto Craxi per salvaguardare le tre reti berlusconiane dall'oscuramento dei magistrati, al fine di ottenere la gestione di una nuova rete Rai, Rai3. Vero o falso che sia, lo scambio è comprensibile. Spesso il compromesso è osteggiato dalla base non per ragioni di infantile purezza, ma perchè non è soddisfacente lo scambio o addirittura è del tutto ignoto. Il centrosinistra non ha regolamentato il settore televisivo, non ha fatto la legge sul conflitto d'interessi, non ha cancellato le leggi ad personam. Per ottenere in cambio cosa, non si sa.

Un'altra spiegazione molto avvertita, ad esempio dal pubblico del Fatto Quotidiano e di Michele Santoro, è relativa ai costi della politica e alla questione morale. Una classe politica poco efficiente e che chiede sacrifici ha molta difficoltà a giustificare i suoi stipendi, i suoi vitalizi, i suoi rimborsi spese, i suoi piccoli o grandi privilegi, magari superiori a quelli in uso negli altri paesi europei. L'argomento della casta tocca poco l'elettorato di destra che magari apprezza furbizie e gerarchie, ma fa storcere il naso all'elettorato di sinistra, soprattutto quando vede che al privilegio si aggiunge la corruzione, come accade nelle amministrazioni locali dove il PD è riuscito a collezionare oltre un centinaio di indagati, tra cui Filippo Penati, già presidente della Provincia di Milano e braccio destro del segretario nazionale Pierluigi Bersani. Molti di questi inquisiti sono indicati dalla stampa come «dalemiani». Si potrebbe parlare di singoli mariuoli (come fece Craxi), se non fosse che la reazione del partito (e dei suoi dirigenti) non sembra tendere ad una moralizzazione. Già il centrosinistra con ministro Mastella ebbe la tentazione di decidere una stretta sulle intercettazioni. In un cablo pubblicato da Wikileaks, D'Alema dice all'ambasciatore americano Spogli, che la magistratura è la più grande minaccia per l'Italia. D'Alema smentisce. Ma è inverosimile? In vista delle prossime politiche, il PD rompe proprio con Di Pietro il pm di Mani Pulite. E proprio in questi giorni concorre a fare una legge anticorruzione di pura facciata, che  non reintroduce il falso in bilancio, invece attenua le pene per la concussione e accorcia la prescrizione. Questo, mentre si impone l'austerità in un paese dove la corruzione costa 60 miliardi l'anno.

Qui è possibile trovare una ulteriore spiegazione. Aggravata dalla crisi, ma già anticipata dai fischi di Mirafiori contro i sindacalisti, al tempo dell'ultima Finanziaria del governo Prodi. Il centrosinistra al governo o nella maggioranza parlamentare non migliora le condizioni di vita della sua base sociale. Aumenta l'età pensionabile, l'aumenta di un colpo solo: cinque anni a chi è nato nel 1952, non risolve il problema degli esodati, difende solo parzialmente l'articolo 18, subisce i tagli lineari della spending review, approva il pareggio di bilancio nella Costituzione e poi il fiscal compact. Vorrebbe introdurre un po' di equità a livello nazionale, nel quadro di una politica europea di austerità che continua ad avere come priorità il rispetto dei parametri finanziari a scapito dell'occupazione e dello sviluppo. Già nei suoi precedenti governi, il centrosinistra ha perseguito come suo principale compito, il risanamento finanziario, come avrebbe fatto un buon e onesto governo liberale, senza riuscire a determinare una tutela del lavoro, tanto meno il suo progresso. Nè occupazione, nè redistribuzione del reddito, nè miglioramento del welfare. Al contrario, ha introdotto le prime leggi di precarizzazione del lavoro.

Faro della sinistra italiana è stato per molti anni Tony Blair. A lui viene attribuita una citazione nell'anno in cui vinse le elezioni e divenne primo ministro della Gran Bretagna (1997). All'ingresso di Downing Street, disse all'incirca così: «Alla scadenza del mio mandato, per fare un bilancio del mio lavoro guarderò alle condizioni dei lavoratori. Se saranno migliorate avrò fatto bene, se saranno peggiorate, avrò fatto male». Ecco, forse su questa base, il vecchio gruppo dirigente del PD ha fatto male.

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