Christian Raimo, a fine anno, ha scritto Il femminicidio e il sessismo benevolo, un nuovo articolo sulla violenza di genere. Il testo integrale potete leggerlo su Europa Quotidiano. L'articolo è stato apprezzato e divulgato su alcune bacheche femministe, ma commentato negativamente dal Ricciocorno. Un precedente articolo, titolato in modo irresponsabile Anch'io potrei uccidere una donna è stato commentato su questo blog.

Sintetizzo in corsivo quanto ho capito di quel che ho letto. Per poi scrivere qualche appunto, preceduto in grassetto da affermazioni o argomenti esposti dal saggista. L'articolo, pur con spunti interessanti, è molto lungo, ha uno sviluppo tortuoso, alcuni passaggi incomprensibili, una vasta, persino esagerata, indicazione bibliografica, a volte di supporto a volte di ostacolo alla lettura, specie nella terza parte.

Sintesi dell'articolo. La violenza di genere è diventato un argomento convenzionale, con un messaggio semplificato: le donne vittime devono denunciare gli uomini violenti per sostituirli con gli uomini buoni. Un messaggio classista rivolto alle donne benestanti e istruite che hanno i mezzi per riconoscere la violenza e per rompere la relazione. La violenza di genere è stigmatizzata e criminalizzata. Non si affronta la questione culturale, non si problematizza la violenza. Il nuovo femminismo è soltanto rivendicativo. Si è ristretto alla mera questione femminiile, si occupa solo di femminicidi, maternità, crisi familiari. Disconosce il suo metodo in cambio dell'attenzione che riceve per le sue battaglie. L'immagine maschile suggerita dal nuovo femminismo è duplice e falsa (buoni vs violenti). Gli uomini sono assenti, o denunciano il sessismo, ma non partono mai da sè, non raccontano la loro personale tensione verso la violenza di genere. Il maschilismo è una delle risposte automatiche alla crisi, una rimascolinizzazione risentita, desidera il confronto, ma lo esprime solo come sfogo e risentimento. I padri separati sono come i forconi. Gli uomini non hanno modelli maschili adatti ad un mondo che cambia, non sono capaci di dare sostegno, hanno meno intelligenza emotiva, non sanno affrontare la fine di una storia. Il maschilismo è espressione della fragilità maschile. Il maschilismo si esprime anche in modo benevolo, idealizza la subalternità femminile, pensa che le donne desiderino il proprio ruolo subordinato, e le donne lo accettano. Quando non funziona più, il sessismo benevolo diventa ostile. Un refrain abituale è quello di considerare l’oggettificazione femminile una specie di premessa automatica alla violenza. La violenza globalmente è diminuita, l'allarmismo non è una buona interpretazione, ma il conflitto si è trasferito dal pubblico al privato e non trova più parole e simboli per elaborarsi. La politica soffia sul fuoco e così ha fatto anche con il femminicidio.

La violenza di genere è diventata un argomento mainstream. E' vero che nel 2012 si è contato il numero delle donne uccise. Si è iniziato ad adottare il termine Femminicidio, per significare che quelle donne venivano uccise, perchè cercavano di sottrarsi ad un rapporto proprietario. Si sono scritti alcuni libri inchiesta. Si sono pronunciati in prima pagina alcuni editorialisti ed esperti. Ma al contempo ha fatto subito seguito un movimento contrario di pubblicisti, che metteva in discussione la validità della parola femminicidio, contestava i dati, per dire in sostanza che si era in presenza di un fenomeno fisiologico neppure in aumento, strumentalizzato dalle femministe per ottenere più potere. Alla controffensiva hanno partecipato anche alcune femministe, contestando di volta in volta, il brand, il marketing, il vittimismo, il moralismo, la repressione, etc. Il messaggio contro la violenza è stato quindi presto affiancato da un messaggio contro l'antiviolenza. Mentre il vero discorso tradizionale, convenzionale sulla violenza è rimasto quello della cronaca nera, che racconta di un uomo mite, che ad un certo punto impazzisce, commette un atto di follia, in reazione a qualcosa che lo ha umiliato o fatto arrabbiare, mentre lui era già in un mare di guai o proprio mentre le cose gli stavano andando bene. E' il discorso del delitto passionale, del raptus, della gelosia. Il saggio di Raimo si distingue da certi editoriali progressisti, ma non da questi articoli di cronaca.

Un messaggio semplificato: le donne vittime che devono lasciare gli uomini violenti per sostituirli con uomini buoni. Per dire questo, il saggista sembra aver associato in particolare due campagne come fossero d'accordo, quella dell'Unità e quella di Noino.org. La prima divulgata dall'Unità, ma realizzata nel 2010 da un gruppo di donne - Anna Paola Concia, Alessandra Bocchetti, Eliana Frosali, è a disposizione di tutti. Si intitola Riconosci la violenza e, a detta delle autrici, vuole proprio evitare di rappresentare la donna come vittima, ma indicare che le donne possono reagire. La seconda - Uomini contro la violenza sulle donne - è fatta da un gruppo di uomini e non si rivolge alle donne per proporre un catalogo di principi azzurri, ma si rivolge agli uomini per sollecitarli a non commettere violenza e a impegnarsi contro la violenza. Non so come i due messaggi possano infastidire. Ogni messaggio da solo è limitato, ma tra gli altri ci possono stare anche questi. E' il linguaggio della pubblicità, non può che essere un linguaggio semplificato. Nessuno spot, nessun manifesto è un trattato di filosofia. Uomini e donne possiamo rappresentarli come vogliamo, ma se li associamo alla violenza di genere, l'associazione sovradetermina qualsiasi rappresentazione, perchè sappiamo che gli uni sono carnefici e le altre sono vittime. Infatti, lo stesso Raimo è riuscito a vedere donne vittime proprio nei manifesti che non volevano rappresentare le donne come vittime. E ha fatto bene, perchè ha visto la verità.

Un messaggio classista: le donne che possono vedere riconosciuti i propri diritti sono quelle che se lo possono permettere. Viene da domandarsi cosa c'entri. Come se allora fosse meglio, fosse più egualitario, che nessuna donna vedesse riconosciuti i propri diritti. Parità di botte maschili per le proletarie e per le borghesi. Libere tutte o nessuna. L'osservazione può valere per qualsiasi diritto. I diritti non sono poteri. Il diritto di movimento è diverso per chi ha i mezzi per viaggiare in aereo e mantenersi negli hotel e per chi possiede solo una bicicletta e a stento paga l'affitto. La libertà di stampa è diversa per chi può fondare giornali e per chi non può neppure comprarli, per chi sa scrivere libri e per chi è analfabeta. Si può continuare con un elenco infinito di esempi. E' una critica da rivolgere al liberalismo, non al femminismo. Il tema riguarda la lotta alle diseguaglianze sociali. La lotta alle discriminazioni sessiste, razziste, religiose, non preclude la lotta al classismo. E' insensato usare una contro l'altra, se non allo scopo di delegittimare la questione di genere. Nell'arcipelago mascolinista esiste uno specifico gruppo, gli Uomini beta, deputato ad usare l'argomento di classe contro l'argomento di genere. Altri argomenti potrebbero essere usati per il medesimo scopo. Dire che le bianche sono avvantaggiate rispetto alle nere, le italiane rispetto alle straniere, le settentrionali rispetto alle meridionali, le lavoratrici rispetto alle casalinghe, le cittadine rispetto alle provinciali. Ciò nonostante la violenza maschile è trasversale alle classi, alle razze, alle culture, alle latitudini e alle longitudini. Dunque, giustizia è (già) fatta.

Un messaggio che stigmatizza e criminalizza la violenza di genere. Stigmatizzare e criminalizzare. Due verbi con alone negativo. Stigmatizzare vuol dire imprimere un marchio di negatività a qualcosa che di suo potrebbe anche non essere negativo. Si stigmatizzano modi di essere, di pensare o di agire, in fondo legittimi, la cui valutazione del danno a se stessi o a terzi è soltanto soggettiva. Criminalizzare vuol dire considerare criminoso qualcosa che potrebbe non esserlo. I dizionari riportano come esempio la criminalizzazione delle manifestazioni, del dissenso, della protesta, del consumo di droga. Stigma e criminalizzazione possono riguardare anche comportamenti effettivamente delinquenziali, ma dovuti a cause sociali, come la rivolta nelle banlieue francesi, la violenza negli stadi, la microcriminalità nei quartieri degradati attribuita spesso a zingari e immigrati. Comportamenti i cui autori possono essere visti come colpevoli, ma soprattutto come vittime sociali. Il povero che ruba la mela. Di solito, stigma e criminalizzazione vedono favorevoli i conservatori e contrari i progressisti. Per come si esprime e ragiona, pare che la violenza di genere secondo Raimo non sia biasimevole e criminale in sè. O che egli veda i suoi autori più come vittime della società, come degli sfortunati, che non come colpevoli responsabili delle proprie azioni.

Il nuovo femminismo rivendicativo. Deludente, deprimente, inutile, penoso, regressivo. E' un soggetto vago. Sembra comprendere le femministe, un po' tutte, i media e le istituzioni che ne recepiscono le istanze. Un soggetto che si occupa solo di femminicidi, maternità, relazioni, crisi familiari. In effetti, questioni marginali dal punto di vista della politica maschile, affari di donne. Il nuovo femminismo si restringe nella mera (accezione negativa di pura) questione femminile. Eppure la questione femminile è la disparità tra i sessi, la subordinazione della donna all'uomo, è il motivo per cui esiste il femminismo. Che dovrebbe essere apprezzabile in sè, invece che apprezzabile solo fuori di sé in quanto nutre altre culture e da esse si nutre. Per essere meglio depresso il nuovo femminismo è paragonato a quello degli anni '70. Un confronto perdente per qualsiasi corrente e cultura politica progressista.

L'immagine duplice e falsa degli uomini. Trasmessa dalle campagne antiviolenza e dal nuovo femminismo. Perchè esiste una casistica più ampia. Non solo violenti vs buoni e protettivi. Gli uomini che tacciono o quelli che condannano il maschilismo dovrebbero partire da sé e raccontare la propria personale tensione alla violenza di genere: È possibile - si domanda Raimo - che non ci sia mai un intellettuale maschio che racconti non dico la sua abitudine a andare a prostitute o quella volta che fu vicino a stuprare una donna, ma semplicemente riesca a confessare le sue telefonate ossessive, gli appostamenti sotto casa, le mail ricattatorie? Possibile che non ci siano maschi che riescano a mostrare queste fragilità, questa violenza implosa? Dovessi raccontare io, mi verrebbe in mente di essere stato talvolta geloso, invadente, limitante, ma nella stessa misura in cui mi è capitato di subire questi stessi comportamenti. In tal modo parliamo solo dell'imperfezione che è di tutti, non della violenza di genere. Stabilita una norma tutti esprimiamo una certa tensione a violarla. Partendo da sè, tutti potremmo raccontare di quella volta che abbiamo rubato o avuto la tentazione di rubare, di quella volta che abbiamo mentito, di quella volta che abbiamo marinato la scuola, ci siamo presentati tardi al lavoro, abbiamo fatto una telefonata privata da un ufficio pubblico, abbiamo violato il codice della strada, abbiamo buttato la carta per terra o avuto la tentazione di farlo, ci siamo messi le dita nel naso, abbiamo fumato in presenza d'altri sapendo di dar loro fastidio, abbiamo mancato un appuntamento, non mantenuto una promessa, siamo passati con indifferenza davanti ad un mendicante, abbiamo alzato la voce, insultato, prevaricato. Tutti - uomini e donne - abbiamo il nostro curriculum di cattivi pensieri e di cattive azioni, che comprende anche i rapporti con l'altro sesso, ma non è sufficiente per parlare di violenza di genere. Che non è un atto di maleducazione, volgarità o aggressività, ma una violazione dei diritti umani. La violenza di genere diventa tale quando la scorrettezza esce dai limiti della reciprocità e diventa sproporzionata, causa danni di natura fisica, sessuale, psicologica o economica o minaccia di causarli, diventa l'espressione di un rapporto di potere fondato sul genere. Alla fine, nella rappresentazione di Raimo l'immagine duplice e falsa degli uomini - buoni e cattivi - è sostituita dall'immagine di una moltitudine di mine vaganti sofferenti.

Partire da sé. Dubito che gli uomini debbano partire da sé come hanno fatto le femministe. Per le donne aveva ed ha un senso. Partire da sé, per definire se stesse e il rapporto con gli altri, per definire il mondo dal proprio autonomo punto di vista, emancipato dal punto di vista maschile imposto come neutro e universale. Se le donne partono da sé, disconfermano quel punto di vista neutro e universale. Se gli uomini partono da sé, invece lo riconfermano. Empatizzano con se stessi, sollecitano l'empatia degli altri uomini e delle donne. Si giustificano. Si concentrano sulla propria sofferenza, si percepiscono come vittime, come bisognosi di aiuto, e chiedono agli altri, soprattutto alle altre di prendersi cura di loro. Le donne partono da sè per mettersi in relazione con gli altri. Gli uomini partono da sè, per fare un giro nei propri paraggi e tornare presto al punto di partenza. Raimo prima deplora implicitamente la stigmatizzazione e la criminalizzazione della violenza di genere, poi racconta la propria personale tensione alla violenza di genere, infine dichiara di non avere modelli alternativi e di non potersi riprogrammare. Lui rimane così. Ha solo dichiarato di esser fatto così. Si è pubblicamene seduto su di sè. Ed ha invitato gli altri uomini a fare altrettanto come una chiamta di correo. Quel che gli uomini potrebbero cominciare a vedere partendo da sè, non è tanto quanto sono personalmente simili ai bruti, ma quanto vantaggio essi ricavano - buoni o cattivi che siano - dal lavoro sporco dei bruti. Un vantaggio per cui l'antiviolenza dà più fastidio della violenza, la condanna è più semplicistica dell'indulgenza, la confusione è complessità, e la soluzione migliore si colloca, lontano da sè, nell'orizzonte educativo delle future generazioni.

Il maschilismo di ritorno. C'è da chiedersi quando se n'era andato. E' possibile che con la crisi, il maschilismo, come gli altri razzismi, assuma una forma più esplicita e aggressiva, ma non è la crisi ad originare la supremazia maschile, la cultura che vuole giustificarla, nè la violenza che ne è espressione e funzione. Il primo e unico rapporto Istat relativo alla violenza sulle donne è del 2006 e riguarda gli anni precedenti, dunque ben prima della crisi. Rappresentare la violenza e il maschilismo come reazione, è parte di questa cultura. Lo sfogo, il risentimento, il desiderio di confronto, credo abbiano destinatari diversi. I forconi sono un fenomeno attuale, nazionale, sono ceto medio proletarizzato, possono rivolgere sfogo e risentimento contro chi sta sotto, alla ricerca di un capro espiatorio, ma hanno chi sta sopra nella gerarchia sociale, ed è forse verso gli strati superiori che esprimono desiderio di confronto. I padri separati esistono da più di vent'anni, sono un movimento internazionale. Nella gerarchia dei generi, non hanno sopra nessuno. Reagiscono alle nuove leggi sul diritto di famiglia, alla raggiunta parità del coniuge, per ristabilire il proprio controllo, o al limite, per evitare di dover pagare l'assegno di mantenimento, poichè dal loro punto di vista, il contratto sessuoeconomico è stato rotto. Avranno certo un desiderio di confronto con le autorità, vorranno potersi esprimere sui media, improbabile vogliano confrontarsi con le donne, perchè questo presuppone il riconoscimento della parità.

La fragilità maschile. Scrive Raimo che è molto più interessante invece di agire sui sintomi, indagare e agire sulle cause della violenza di genere. A seguire il suo ragionamento, sembra che i sintomi della violenza di genere siano i lividi sul corpo delle donne. Le cause invece i lividi sull'anima degli uomini. La fragilità maschile come generatrice del maschilismo, che può esplodere in violenza. Gli uomini meno capaci di dare sostegno, meno preparati dal punto di vista dell'intelligenza emotiva ad affrontare la fine di una storia un abbandono. Gli uomini sofferenti che si ritrovano nei siti dei maestri di seduzione. La tragedia sociale più grave è il fatto che a questi uomini mancano modelli maschili utili, plastici, adatti ad un mondo che cambia. Se le donne che subiscono violenza, non devono essere presentate come vittime, gli uomini che agiscono la violenza invece non hanno bisogno di questa cautela. Come già insegnava una canzone di Enzo Iannacci, anche il vittimismo è un privilegio. Siamo nel pieno della narrazione tradizionale: uomini miti, fragili, che reagiscono ad un abbandono, ad un tradimento, con un raptus (una esplosione di violenza), incapaci di agire in modo adatto e utile, per (cosa?) mantenere la supremazia, il controllo, la proprietà. In effetti, l'alternativa non c'è, l'unica alternativa è rinunciare ad essere padroni della vita altrui, anche nel dispositivo assolutorio dell'uomo fragile che ha bisogno di lei. Mentre lei lo abbandona (delusione privata) e le femministe rivendicano (delusione pubblica). Invece di occuparsi di lui, di curarlo, di prenderlo per mano. Poche righe più avanti nel saggio si spiega che alle donne è attribuità una migliore capacità di intuizione e di attenzione, caratteristica tipica dei subalterni, in quanto hanno bisogno di anticipare i desideri maschili per evitare i conflitti. Dunque, se gli uomini hanno minore intelligenza emotiva dipende dal fatto che non hanno bisogno di anticipare i desideri femminili, di evitare i conflitti, non perchè sono più fragili (psicologizzazione della violenza) ma perchè sono socialmente più forti. Ed anche i conti della violenza ripetutamente raccontata come esplosione non tornano. Gli uomini non diventano violenti in reazione ad un abbandono. Sono abbandonati, perchè sono già violenti. L'esplosione finale, il femminicidio, è l'esito di una lunga scia di botti di petardo, fatta di insulti, denigrazioni, minacce, violenze psicologiche, vessazioni, botte. Otto vittime su dieci hanno denunciato più volte il loro aguzzino e non sono state protette, anche perchè spesso e volentieri gli operatori di polizia e di giustizia hanno interpretato la violenza come difficoltà relazionale. Come disfunzione emotiva. Come in fondo fa Raimo nel suo articolo.

L'opacizzazione della questione di genere. Gli uomini hanno il privilegio di non pensare in termini di genere, anzi cercano di contrastarne la messa a tema. L'articolo di Raimo in fondo fa lo stesso. Vuol distogliere il femminismo dalla questione femminile, vuole spiegare il maschilismo e la violenza come espressione della fragilità maschile, come reazione alla crisi, come parte di un trasferimento del conflitto dal pubblico al privato, come se nel tempo passato la violenza domestica non esistesse o fosse inferiore. Afferma esplicitamente che le caratteristiche fondamentali della violenza di genere sono celate dall'attenzione a quel "di genere". Torna a respirare, come se avesse trattenuto il fiato per lungo tempo, dopo che nel libro di Daniela Danna gli pare che molti esempi contraddicano l'idea che la violenza di genere sia più frequente nelle società dove è più accentuata la differenziazione dei sessi.

L'oggettivazione delle donne e la violenza. Non gli piace il refrain dell'oggettivazione della donna come premessa automatica della violenza. E la proiezione del documentario il Corpo delle donne come antidoto autosufficiente. La "premessa automatica" e "l'antidoto autosufficiente" sono argomenti fantoccio - nessuno ne ha mai parlato in questi termini - per poter contestare meglio l'argomento vero, difficilmente confutabile: che l'oggettivazione della donna sia una condizione favorevole alla violenza.

Il sessismo benevolo. Sin dal titolo, Raimo sembra suggerire che il sessismo benevolo sia quello che, mediante la legge, o le campagne mediatiche, dice di voler proteggere le donne. Per esempio, gli uomini di Noino.org. In tal modo suggerisce una confusione tra tutela privata (dei padri, fratelli, mariti) dedicata alle donne della famiglia, e tutela pubblica (dello stato) dedicata a tutte le cittadine e i cittadini, a cui anche le donne hanno diritto. A leggere Chiara Volpato, più che un sostituto a buon mercato del sessismo ostile, è un suo complemento. Come il bastone e la carota. Un alternarsi di ricompense e punizioni.attraverso il quale i dominatori controllano i dominati. Solo la ricompensa genererebbe un senso di potenza, solo la punizione genererebbe resistenza. Anche le donne lo accettano. Non solo e non proprio. Lo accettano in prevalenza le donne di orientamento conservatore. Soprattutto nei paesi dove è più forte il sessismo ostile. Più è forte la minaccia maschile, più è apprezzata la protezione maschile. Perciò, quale che sia la personale posizione di un uomo rispetto alla violenza (buono, cattivo, intermedio), i proventi per lui arrivano lo stesso. Se il sessismo ostile afferma l'inferiorità della donna, il sessismo benevolo quasi ne afferma la superiorità, specie nei caratteri e nelle attitudini ritenute femminili, più utili alla cura degli uomini: l'intuizione, la sensibilità, il dono, la capacità di accoglienza, l'amore, lo spirito materno, la grazia, la delicatezza, la bellezza. Una idealizzazione ad uso e consumo degli uomini. I quali allo scopo si mostrano tranquillamente inferiori, bisognosi e dipendenti. Lo stesso articolo di Christian Raimo è un esempio di sessismo benevolo alternato al sessismo ostile. E' ostile nei giudizi sprezzanti verso il nuovo femminismo rivendicativo. Bilanciati però dalle citazioni di testi e autrici femministe e dall'elogio del femminismo storico, anche se apprezzato non per se stesso, ma per il fatto di nutrirsi da altri e di nutrire altri. Raimo sembra quasi porsi come allievo di fronte a delle maestre, che ricopre di riconoscimenti. Che suggerisce a tutti di leggere e a cui affida l'educazione del futuro. Però, al momento di tirare le somme della lezione che ha imparato, ripete la vecchia storia del raptus (la violenza che esplode) del maschio fragile, incapace di gestire le sue emozioni, non responsabile, ed anzi si appella alla responsabilità femminile, alla capacità di sostegno, di attenzione, di educazione, in definitiva di cura delle donne. Altrimenti, il femminismo è solo rivendicativo. Meglio un femminismo materno.


Vedi anche:
Maschi che partono da sé e finiscono in una zona grigia
I manifesti che la gente non vuol vedere - del povero uomo

La presidente della camera è intervenuta ad un convegno intitolato «Convenzione di Istanbul e media». La Convenzione di Istanbul è il documento del Consiglio d'Europa per la prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne. La Convenzione ratificata dall’Italia ai sensi della legge 27 giugno 2013, n. 77. Nella Convenzione c'è scritto: «Le Parti adottano le misure necessarie per promuovere i cambiamenti nei comportamenti socio-culturali delle donne e degli uomini, al fine di eliminare pregiudizi, costumi, tradizioni e qualsiasi altra pratica basata sull'idea dell'inferiorità della donna o su modelli stereotipati dei ruoli delle donne e degli uomini». (cfr. Blog No alla violenza sulle donne). Scopo del convegno era capire come i media possono contribuire all'applicazione della Convenzione di Istanbul.

Per l'applicazione della Convenzione, Laura Boldrini ha citato l'importanza di alcune questioni. Che il governo investa risorse finanziarie e materiali. Che gli obiettivi siano fatti vivere dai media. Nell'uso delle parole scelte dal giornalismo. Nel superamento degli stereotipi. Che la cura al linguaggio e l'avversione agli stereotipi sia avvertita come importante anche dagli uomini e la lotta alla violenza cessi di essere la questione di un genere. In una replica in video al dibattito seguito, Boldrini indica la necessità di un piano per l'occupazione femminile, perchè se esiste lo stereotipo della donna casalinga è anche perchè ancora troppe poche donne lavorano.

Del discorso della presidente, i giornali hanno evidenziato in particolare una battuta: «penso alla pubblicità, a certi spot italiani in cui papà e bambini stanno seduti a tavola, mentre la mamma in piedi serve tutti; oppure al corpo femminile usato per promuovere viaggi, yoghurt, computer. Spot così, vi assicuro, in altri Paesi europei ben difficilmente arriverebbero sullo schermo».




Questa battuta, apparentemente ovvia e facilmente condivisibile, ha scatenato una reazione virulenta. Soprattutto da destra e dall'area grillina, ma anche da giornalisti del Fatto o da ex giornalisti del Manifesto e di Liberazione. UAGDC ha titolato: «Tutti vogliono la mamma che serve a tavola. Il sessismo che unisce destra e sinistra». C'è chi ha ironicamente parlato di «Larghe intese sessiste».

Fatta la tara degli strepiti e degli insulti, gli argomenti usati contro l'affermazione della Presidente della Camera sono pochi e confusi.

Un'argomento consiste nella negazione del problema. Nello stesso intervento o in una sequenza di interventi della stessa persona, in uno dei tanti topic di FB, è possibile leggere che: 1) gli stereotipi nella pubblicità non esistono; 2) esistono, ma sono un riflesso della società; 3) esistono, ma non fanno nulla di male, i problemi sono altri. Dunque un intervento inutile. Ma un intervento inutile, sommario, banale dovrebbe passare inosservato. Invece proprio i sostenitori dell'idea che «i problemi sono altri» hanno comunque passato ore e giorni a contrastare con ostinazione la messa in discussione dello stereotipo della mamma che serve a tavola, come se proprio questo fosse un grave problema. Evidentemente lo è per chi, anche inconsapevolmente, ci tiene a conservare i ruoli tradizionali e nel vederli messi in discussione si sente attaccato nella propria identità. E nei suoi piccoli privilegi. Dire che i problemi sono altri, in ultima istanza, significa sostanzialmente dire che i problemi che riguardano le donne sono poco importanti.

La questione invece esiste sia nel senso che la pubblicità è influente nel riprodurre stereotipi sessisti, quindi cultura, sia nel senso che tali stereotipi concorrono nel favorire la discriminazione e la violenza. Le donne, fra impegni dentro e fuori casa, lavorano più degli uomini. Le donne guadagnano significativamente meno degli uomini. Le donne hanno a disposizione una quota molto minore di tempo libero rispetto agli uomini (2 ore e 37 minuti contro 3 ore e 36 minuti). Le donne si occupano delle faccende domestiche per 5 ore e 10 minuti al giorno, mentre gli uomini arrivano appena a 2 ore e 4 minuti. (Contaminazioni.info)

Negli stessi termini usati da Laura Boldrini il problema è spiegato da una esperta di pubblicità e comunicazione come Annamaria Testa(...) “la pubblicità non nasce «nel vuoto». Rispecchia a e amplifica e semplifica gli usi e i costumi e i pregiudizi più diffusi. Si esprime all’interno del più ampio sistema dei media. Trasmette il gusto dei suoi committenti aziendali. Questo non vuol dire che la pubblicità sia innocente: ha responsabilità grandi proprio perché è efficace anche quando diffonde e rafforza modelli di ruolo arcaici, sistemi di disvalori, stereotipi deleteri” (...) cos'è che permette di definire "sessista" una pubblicità? Quali sono i campanelli d'allarme? Il tema è certamente delicato. "E' sessista - spiega Testa - una campagna che usa il corpo femminile come strumento di appeal sessuale per promuovere in modo non pertinente un prodotto (un pannello solare, un cibo, un programma software). Ma è sessista anche usare in maniera intensiva stereotipi che riducono l'identità delle donne all'essere "casalinghe" e basta. E' sessista la comunicazione che non mostra le donne come persone ma solo come automi che curano la casa e seducono". Secondo la nota pubblicitaria, tutto il sistema dei media, pubblicità compresa, contribuisce ad amplificare e a orientare l’immaginario collettivo, sia femminile che maschile. “Il sistema dei media diffonde modelli di ruolo, stili di vita, sistemi di valori e di desideri, e chiunque lavori con il sistema dei media è tenuto ad assumersi la responsabilità dei messaggi che manda in giro. Le immagini e le narrazioni sono potenti, suggestive, si radicano nella memoria. E dunque sì, anche la rappresentazione pubblicitaria che viene fatta delle donne ha il suo peso”.  (Se la pubblicità offende la donna).




Chi afferma con una certa superficialità che Laura Boldrini dovrebbe occuparsi di altro invece che di partecipare a questi convegni, oltre ad ignorare i suoi interventi su altre materie, non tiene conto del fatto che la presidente della camera ha agito sulla base delle decisioni del parlamento che ha ratificato la Convenzione di Istanbul e ne ha rappresentato i contenuti, anche nella battuta «incriminata». 

Un altro argomento contro la presidente della camera consiste nel ventilare un pericolo di censura. Ma Laura Boldrini nel suo discorso è stata chiara nell'escluderlo. Riferendosi al coinvolgimento dei media si è così espressa: «Un lavoro da fare insieme, nella diversità dei ruoli, senza nessuna forzatura e senza alcuna volontà censoria. La Convenzione lo dice con chiarezza: tra i valori da rispettare ci sono anche l'indipendenza e la libertà di espressione dei media. Quel che si propone, e che oggi qui prende il via, è una riflessione che metta a confronto punti di vista diversi, per capire se e come l'informazione possa aiutare la società italiana a maturare una maggiore consapevolezza dell'insopportabile gravità della violenza contro le donne; e se, per portare questo aiuto alla società, il sistema mediatico non debba anche fermarsi un momento a ragionare sui suoi stessi meccanismi di funzionamento, su certi "riflessi condizionati" della professione giornalistica». E la Convenzione da lei richiamata infatti dice: «Le Parti incoraggiano il settore privato, il settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e i mass media, nel rispetto della loro indipendenza e libertà di espressione, a partecipare all’elaborazione e all’attuazione di politiche e alla definizione di linee guida e di norme di autoregolazione per prevenire la violenza contro le donne e rafforzare il rispetto della loro dignità».

Un terzo argomento accusa la presidente della camera di voler mettere in discussione la libera scelta delle donne. Le quali, si presume da questo punto di vista, desiderino essere servizievoli a casa con il marito e con i figli, in quanto il loro sarebbe un gesto d'amore. In verità, discutere l'univocità della rappresentazione mediatica non toglie nulla alle libere scelte individuali nella vita privata. Nè elimina in assoluto la donna che svolge mansioni domestiche, semplicemente aggiunge altre rappresentazioni. Vale quanto scrive il blog del Ricciorcono: «Io ho presente il piacere che si prova a compiere un atto completamente disinteressato nei confronti di una persona che amo. Sono convinta che anche molti uomini provano il medesimo piacere: diamo visibilità anche a loro. Così forse la smetteremo di fare confusione fra i vari significati della parola “servire” e potremmo godere tutti godere appieno della gioia di rendere felice la nostra famiglia».

L'argomento dell'amorevole scelta femminile della servitù è stato in particolare veicolato dalla lettera diffusa su molte bacheche di FB, titolata «Cara Boldrini, sono una mamma che serve a tavola e ne va fiera». La lettera è stata oggi pubblicata dal blog di Beppe Grillo. Più volte rilanciata dalla pagina FB di Beppe Grillo. Osserva Lorella Zanardo che il post così pubblicato, rispecchia evidentemente la linea del blog. Una linea che ci fa tornare all'immaginario benpensante degli anni Cinquanta. Una mamma che dichiara il piacere di servire il marito e i figli dopo una giornata di lavoro.

La fonte originale della lettera della «mamma che serve a tavola e ne va fiera» è firmata da Silvia Cirocchi. E' il direttore editoriale, ma sarebbe meglio dire la direttora, di Quelsi Quotidiano. Il suo nome compare anche in una scheda biografica di Elio Vito, già deputato e ministro del PDL: Nel 2007 ha sposato nella cappella di Montecitorio, a San Gregorio Nazianzeno, l’avvocato Silvia Cirocchi, nozze celebrate da monsignor Rino Fisichella. Sarebbe stato meglio scrivere avvocata. Dunque, a quanto pare, più che una mamma del popolo, un'avversaria politica di Laura Boldrini. La lettera è parodiata da un post esilarante di Sabrina Ancarola.

Grillo, non contento della sola lettera di una mamma italiana, ha pensato di provare a smentire le affermazioni di Boldrini con un video sugli spot all'estero, che sarebbero come quelli italiani. Mostra 4-5 spot stranieri, dove in verità le mamme si vedono mentre servono i figli, ma non i mariti. Due uomini compaiono a tavola per un istante, ma non sono serviti. Non è dichiarato di che periodo sono gli spot, ne quale sia il paese di provenienza, salvo riconoscere la lingua. Ciò detto, il punto non è la confutazione di un assoluto, fin troppo facile come di ogni assoluto. Quella di Boldrini era chiaramente una iperbole. Voleva dire che in Italia la donna è rappresentata quasi esclusivamente come domestica, all'estero invece è rappresentata un po' in tutti i modi, e quindi certo che tra tutti i modi è possibile trovare anche spot in cui fa la domestica. Peraltro, sarebbe impossibile trovare in Italia una pubblicità come questa.

Il noto aforisma di un uomo misogino quanto Grillo, ma molto più filosofo, diceva che «Ogni buona idea attraversa tre fasi: dapprima viene derisa, poi viene duramente contestata, infine accettata come ovvia e risaputa». L'idea della opportunità di superare lo stereotipo della «mamma che serve a tavola» l'avremmo ormai immaginata nella terza fase, quella dell'ovvio e risaputo. Ma proprio in questi giorni abbiamo scoperto che, per una parte di questo paese, sta ancora faticosamente attraversando le prime due.


Riferimenti:
Immagini di pubblicità sessiste
La convenzione di Istanbul
«Convenzione di Istanbul e Media»: un incontro per cambiare (Luisa Betti)
Intervento di Laura Boldrini al convegno «Convenzione di Istanbul e media»
Di pubblicità, linguaggio e lista delle priorità (Lorenza Valentini)
Tutt* vogliono la mamma che serve in tavola. Il sessismo che unisce destra e sinistra (UAGDC)
Attribuzione di significato (Il Ricciocorno Schiattoso)
Il gioco facile (Antropologia e Sviluppo)
Care amiche di sinistra (Matteo Leonardon)
Laura Boldrini è una bacchettona e l'Italia non è sessista #sarcastico (Antonello Piras)
L'antisessismo a macchia di leopardo (No alla violenza sulle donne)
Le donne che verranno: intorno al discorso di Laura Boldrini (Lorella Zanardo)
Godo a Servirvi: dal Blog di Beppe Grillo (Lorella Zanardo)
Donne che odiano le donne (Contaminazioni)
Cara Boldrini, sono una mamma che serve... (Sabrina Ancarola)
Se Laura Boldrini è incompetente lo sono anche Onu, Cedaw e Parlamento europeo (Massimo Guastini)

In molti post, articoli e documenti leggo una affermazione che dice all’incirca così: «Il femminicidio è un problema strutturale, non una emergenza». Ne capisco il senso. Però a metà mi suona stonata.

Questa estate, la frase è stata usata per criticare il decreto governativo contro (tra l’altro) la violenza di genere. In primavera è stata usata per replicare ad una campagna di articoli volti a dimostrare che una emergenza femminicidio non esiste, perchè, da che mondo è mondo, gli uomini hanno sempre ucciso e violentato le donne e non c’è prova del fatto che negli ultimi anni il dato sia in aumento.

Pare che l’aumento del dato sia il criterio per decidere di elargire o meno la qualifica di emergenza. Come pure i caratteri di imprevisto e improvviso. Caratteri diversi da ciò che appartiene o riguarda la struttura.

Il femminicidio è un problema strutturale. Perchè fa parte della struttura sociale patriarcale. La violenza di genere esprime il potere degli uomini sulle donne e contribuisce a preservarlo. Anche se pochi uomini sono espressamente violenti, la loro violenza ha un effetto intimidatorio generale, per cui induce le donne a sottomettersi agli uomini. In vario grado: dalla sottomissione per paura nei confronti degli uomini peggiori alla sottomissione per gratitudine nei confronti degli uomini migliori.

Qualcosa di simile succedeva in conseguenza dei linciaggi dei neri, dopo la guerra di secessione americana. Il Ku Klu Klan era una minoranza. Pochi bianchi erano violenti. Ma la loro violenza contribuiva a intimidire tutti i neri e a predisporli alla sottomissione nei confronti di tutti i bianchi. La violenza razziale era espressione e funzione di una gerarchia razziale. A vantaggio di tutti i bianchi, a scapito di tutti i neri.

Questo è il motivo per cui, di fronte alla violenza sulle donne, la grande maggioranza degli uomini è silente, indifferente, indulgente, minimalista, variamente contestualizzatrice e giustificazionista. Dalla rappresentazione del raptus a quella del delitto passionale. Sullo sfondo della rassegnata constatazione che, da che mondo e mondo, è sempre accaduto così e oggi non sta succedendo nulla di nuovo o di diverso. Se le femministe dicono “strutturale”, loro preferiscono dire “fisiologico”.

In verità, qualcosa di nuovo e di diverso sta succedendo, tanto che abbiamo trovato una parola nuova per nominarlo: femminicidio. Una parola contestata e contrastata, che tuttavia ha preso piede, si è imposta. Con questa parola, una parte di noi ha smesso di considerare quel dato fisiologico, di ignorarlo, di  accettare di conviverci. Lo ha finalmente riconosciuto come strutturale. Il femminicidio è emerso nella nostra coscienza civile. In questo senso, è diventato anche un dato emergente.

Non c’è principio di non contraddizione tra strutturale ed emergenza. La violenza come questione strutturale è una emergenza mai riconosciuta. Una emergenza come pericolosità sociale. Una emergenza perchè le vittime che convivono con i violenti, che ne subiscono la persecuzione, che arrivano a denunciare sentendosi spacciate, non possono aspettare le riforme stuttturali e le soluzioni di lungo periodo.

Una donna uccisa ogni due o tre giorni. Migliaia, forse decine di migliaia,  sottoposte a violenza privata - qualcuno, e persino il decreto, distingue tra quella occasionale e quella non occasionale - sono anche una emergenza. E’ una questione di elementare buon senso riconoscerlo. E adottare immediatamente tutti i provvedimenti che possono essere subito utili, a cominciare dal rafforzamento della rete di protezione.

Altre questioni, oltre la violenza di genere, sono al tempo stesso una emergenza e un problema strutturale: la mafia, la tossicodipendenza, la disoccupazione, la povertà, la crisi finanziaria, la guerra. Che richiedono provvedimenti immediati e politiche di lungo periodo.

Riconoscere l’emergenza non significa accettare l’emergenzialismo: una politica che vuole reprimere gli effetti con misure eccezionali, senza affrontare le cause. E a questa non si può opporre l’esatto contrario, una politica immergenziale, tutta dedita alle cause, a pensare soluzioni per i posteri, ma intanto rassegnata e impotente di fronte agli effetti immediati. Emergenza e problema strutturale vanno riconosciuti entrambi e affrontati insieme.

Una variante di strutturale dice culturale. Cultura qui ha senso in opposizione a natura. Un complesso di modelli, simboli, idee, azioni, disposizioni, prevalenti in un gruppo umano. E’ culturale in quanto può cambiare. Ha meno senso in opposizione a politica, come se non ci fosse mai motivo di fare leggi in contrasto con la cultura (ridotta a mentalità) e fosse solo questione di educazione. Così, invece della violenza ridotta a questione di ordine pubblico abbiamo la violenza ridotta a questione di programmi scolastici e linguaggi corretti.

Anche sul lungo periodo, l'educazione può tanto, ma non può tutto. Bisogna distruggere le basi materiali di una cultura. Che sono quelle di rapporti sociali diseguali e ingiusti tanto nella sfera privata, tanto nella sfera pubblica. Altrimenti, una coscienza paritaria, trasmessa da intellettuali e imparata sui libri, può persino fare da velo al riconoscimento delle disparità. Quelle disparità che esprimono violenza e con la violenza si conservano


Vedi anche:
Femminicidi, Istat: "Smettiamola di contare solo le donne uccise". Intervista a Linda Laura Sabbadini



di Maria Rossi


Il 10 settembre si sono svolte dinanzi alle Commissioni parlamentari I e II le audizioni di espert* nell'ambito dell'indagine conoscitiva promossa in sede di esame del disegno di legge C.1540,  meglio noto come decreto contro il femminicidio.
E' stato realizzato un video degli interventi, di cui è disponibile in rete anche il resoconto stenografico.   
Inoltre Barbara Spinelli, avvocata del Foro di Bologna, appartenente all'Associazione Nazionale Giuristi Democratici, sentita in qualità di rappresentante della Piattaforma CEDAW e della "Convenzione NO MORE! Contro la violenza sulle donne-femminicidio!", ha reso pubblica la corposa relazione da lei redatta e presentata alle Commissioni parlamentari. 
L'intento di questo mio articolo è quello di esporre sinteticamente il contenuto degli interventi   alla Camera delle rappresentanti delle associazioni a difesa dei diritti delle donne vittime della violenza maschile nell'ambito delle relazioni sentimentali.
Tutte hanno  evidenziato la natura strutturale e non emergenziale del fenomeno,  che il Preambolo della Convenzione di Istanbul, evocato da Giulia Lunetta Savino, intervenuta in rappresentanza di 36 comitati dell'associazione "Se non ora quando", definisce come "una manifestazione dei rapporti di forza, storicamente disuguali, tra i sessi che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti, nonché come uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini". E' a partire da  questa consapevolezza, ha osservato Lunetta Savino, che la Convenzione ha previsto una strategia articolata di lotta che contempla, secondo un approccio integrato, la predisposizione di misure di prevenzione, di educazione, di formazione degli operatori della scuola, dei servizi, delle forze dell'ordine, della magistratura, la presa in carico degli autori di violenza, nonché la regolamentazione e l'autoregolamentazione dei mass media e della pubblicità che dovrebbero promuovere il rispetto della dignità delle donne. E' indispensabile poi che si proceda alla riduzione dei tempi di svolgimento dei processi e  all'incremento delle possibilità occupazionali  così da rendere le donne più indipendenti e meno ricattabili.
Il decreto legge emanato dal governo, invece, è composto esclusivamente da disposizioni  di carattere sanzionatorio e, dunque, non recepisce nella sua integrità  le norme della Convenzione di Istanbul. Per Barbara Spinelli, anzi, esso ne tradisce lo spirito e la lettera, introducendo nel nostro ordinamento disposizioni che ne riducono la portata applicativa. La ragione è da individuare nella definizione restrittiva del concetto di violenza domestica, che se nella Convenzione designa tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali o precedenti coniugi o partner, nel decreto legge è invece limitata agli atti non episodici di violenza, ossia ai maltrattamenti e agli atti persecutori. 
Le donne partecipanti alle audizioni hanno dunque proposto al Parlamento di consultare le associazioni, i responsabili della scuola, della sanità, dei servizi sociali, delle forze dell'ordine e della magistratura per pervenire all'elaborazione di un testo unico contro la violenza sulle donne che affronti il problema su un piano complessivo.
Quanto alle singole norme del decreto, le intervenute si sono sostanzialmente dichiarate favorevoli all'introduzione delle aggravanti nel caso di maltrattamenti, violenza sessuale e atti persecutori (stalking) previste dall'art. 1. Tuttavia Barbara Spinelli, nella sua relazione scritta,  fa notare come esso si ponga in contrasto con la Convenzione di Istanbul che, all'art. 46, prevede una serie di circostanze aggravanti per tutti i reati  da essa contemplati: violenza fisica, psicologica, economica, matrimonio forzato, mutilazioni genitali femminili, violenza sessuale, stalking e non soltanto per questi ultimi e per i maltrattamenti come sancito dal decreto in questione. Quest'ultimo, dunque, riduce la portata applicativa della Convenzione.
Inoltre,   nella formulazione dell'art.1. comma 1, che stabilisce un aumento di pena per il maltrattamento commesso in presenza di minore di anni 18, viene eliminato ogni riferimento all'incremento di pena previsto dall'art. 572 del codice penale per il maltrattamento esercitato in danno di minore di anni 14. In relazione a questo comma, Barbara Spinelli osserva che "sarebbe stato più opportuno che il legislatore avesse introdotto l'aggravante della violenza assistita da minorenne come aggravante comune per tutti i reati dolosi, essendo evidente il maggior disvalore e danno derivante dal commettere un reato in presenza di un minorenne" (p. 21 della relazione). Per queste ragioni, la norma potrebbe presentare profili di incostituzionalità per violazione  degli art. 3 e 117 comma 1 della Costituzione, per il differente trattamento riservato a situazioni uguali, in contrasto con quanto previsto dalla Convenzione di Istanbul, ratificata dal Parlamento italiano.
La giurista Spinelli muove gli stessi rilievi critici al comma 2 dell'art. 1 del decreto che introduce nuove circostanze aggravanti in materia di violenza sessuale. Fa rilevare, inoltre, come, stante la gravità e la varietà dei reati commessi in danno di partner ed ex partner, sarebbe stato più opportuno inserire l'aggravante prevista dal suddetto comma e dalla lettera a dell'art. 46 della Convenzione di Istanbul (quella relativa all'esistenza presente o passata di relazioni sentimentali tra aggressore e vittima) tra le aggravanti comuni di cui all'art. 61 del codice penale. (p. 22 della relazione).
A proposito di violenza assistita, commessa cioè in presenza di minori, Titti Carrano, Presidente dell'associazione DIRE,  cui aderiscono 63 Centri antiviolenza italiani,  ha sottolineato l'importanza di introdurre nel nostro ordinamento la violenza domestica come causa di esclusione  dall'affido condiviso e di decadenza o limitazione della responsabilità genitoriale, come richiesto, del resto,  dall'art.31 della Convenzione di Istanbul in modo da non compromettere la sicurezza della vittima e dei bambini e, aggiungerei, la loro salute psicologica già gravemente danneggiata. La violenza nei confronti della partner prosegue, infatti, spesso anche dopo la separazione e i figli sono spesso concepiti come gli strumenti che consentono al maltrattante di continuare ad esercitarla. Approvo la richiesta, che considero giusta e sacrosanta, dell'esponente dei centri antiviolenza. 
Quanto all' irrevocabilità della querela per  il reato di stalking, contemplata dal comma 3 dell'art. 1 del decreto, anche quelle esperte che non si sono dichiarate contrarie al principio,  introdotto verosimilmente con l'intento di proteggere la donna da eventuali ritorsioni e, secondo  Roberta Mori, Coordinatrice nazionale degli Organismi regionali di pari opportunità, coerente con il ruolo di uno Stato attivamente  impegnato  in un'azione di contrasto alla violenza "che va oltre la volontà dell'individuo", hanno riconosciuto che la sua applicazione in Italia risulterebbe assai rischiosa per l'incolumità della querelante, per l'assenza di un efficace sistema di protezione che le garantisca sicurezza e l'esercizio dei fondamentali diritti sociali ed economici, tra i quali il lavoro e un reddito adeguato che le consenta di intraprendere un percorso di uscita dalla violenza e di riappropriazione della propria esistenza. Lo Stato italiano  non eroga i fondi necessari a predisporre efficienti programmi di protezione delle vittime  e diretti ad estendere su tutto il territorio nazionale una rete capillare  di centri antiviolenza e di case di rifugio.  I centri sono solo un centinaio e non tutti in grado di offrire ospitalità alle donne vittime di violenza e ai loro figli. In intere regioni e in vasti territori non è presente alcuna struttura e molte di quelle esistenti rischiano la chiusura per la cronica  mancanza di stanziamento di fondi. 
Secondo la raccomandazione del Consiglio d'Europa, l'Italia dovrebbe disporre di almeno 5.711 posti letto destinati alle vittime di violenza e ai loro figli,  ma finora ne ha allestiti soltanto 500. E' questa  la drammatica e desolante realtà denunciata da Titti Carrano dell'associazione DIRE, una realtà che rende pericolosa l'introduzione nel nostro ordinamento dell'istituto dell'irrevocabilità della querela. 
Ad aggravare la situazione interviene la lentezza dei processi e l'inerzia delle forze dell'ordine di fronte alle denunce presentate dalle donne vittime di violenza. Come ha rilevato Barbara Spinelli, in ben 7,5 casi su 10, il femminicidio è l'ultimo, estremo atto di una serie di violenze pregresse, costituenti reato penale, che la donna aveva già denunciato o che  erano state oggetto di chiamate di emergenza alle forze dell'ordine o che erano note ai servizi sociali.
Le prime misure da adottare dovrebbero consistere pertanto nella  rilevazione sistematica da  parte del  Parlamento   e, più precisamente, di una Commissione bicamerale sul femminicidio, delle risposte del sistema di giustizia civile, penale e famigliare alla violenza maschile sulle donne e nell'accertamento della persistenza di pregiudizi di genere  nella pronuncia delle sentenze su questo genere di reati. Una volta rilevate le criticità esistenti, si dovrebbero adottare azioni e provvedimenti strutturali e organici di contrasto della violenza, opportunamente finanziati.  Il  Piano d'azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere che, in base all'art. 5 del decreto, dovrebbe essere predisposto dal Ministro delegato per le pari opportunità con il contributo delle amministrazioni interessate, non dovrebbe invece prevedere nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. E' chiaramente impossibile elaborare un piano di questo tipo a costo zero! Esso non dovrebbe poi essere inteso come straordinario, giacché la violenza maschile sulle donne non costituisce un fenomeno emergenziale, ma un dato sociale strutturale.  
Quanto alle altre  norme del decreto, alcune delle rappresentanti delle associazioni che contrastano la violenza sulle donne e ne difendono i diritti si sono soffermate sull'art. 4. Alessandra Kustermann, responsabile del soccorso violenza sessuale e domestica della fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, ha invitato ad estendere il  permesso di soggiorno anche ai familiari della parte lesa quando questa non sia una cittadina comunitaria. Giulia Lunetta Savino ha rilevato, invece, l'assenza di specifiche garanzie  riguardo agli interventi di protezione prolungata e di sostegno all'autonomia e all'integrazione della donna straniera vittima di violenza domestica.
Nel corso dell'audizione sono state poi formulate proposte che includono  un'idonea formazione degli operatori di giustizia o la specializzazione dei magistrati che si occupano di violenza di genere. 
Le donne intervenute, soprattutto Alessandra Pauncz, Presidente dell'Associazione centro di ascolto uomini maltrattanti, hanno sottolineato poi l'importanza di un'adeguata presa in carico  degli autori della violenza, per interromperne il decorso.
"Perché è importante intervenire sugli uomini ?- si è chiesta Pauncz.- Intanto perché le donne vittime spesso lo chiedono; perché sono seriali – gli uomini terminano una relazione violenta e spesso entrano in una nuova relazione violenta –; perché anche per le donne che si allontanano spesso la violenza non si interrompe; perché con la separazione spesso la violenza peggiora o si trasforma in altre forme di reato come lo stalking; perché sono padri, e se noi vogliamo interrompere una trasmissione intergenerazionale della violenza dobbiamo incidere laddove la violenza viene trasmessa come messaggio d'amore [...] e perché alla fine – e forse questa è la ragione principale – la violenza si deve interrompere".
Vittoria Tola, Rappresentante  dell'UDI,  una delle Associazioni promotrici della Convenzione antiviolenza No More !, ha richiesto l'abolizione o, quanto meno, la modifica dell'articolo 1  del Testo Unico di Pubblica Sicurezza,  che risale al 1931  e che stabilisce che le forze di polizia, a richiesta delle parti, debbano provvedere "alla bonaria composizione dei dissidi privati". Proporre la "riconciliazione" tra i coniugi o i conviventi significa rimandare a casa la denunciante, sollecitandola a riappacificarsi con il compagno aggressore.
Eugenia Scognamiglio, Rappresentante dell'Associazione nazionale volontarie telefono rosa, ha proposto invece al legislatore di valutare l'ammissione al rito  abbreviato, che comporta la comminazione  di pene non congrue rispetto alla gravità dei fatti contestati, e alle altre misure alternative, degli autori di  reati contro la persona di particolare severità.  
Il mio augurio, a questo punto, è che il Parlamento recepisca le osservazioni e i rilievi critici formulati con grande competenza dalle partecipanti alle audizioni parlamentari, prima di affrettarsi a convertire in legge un decreto  elaborato in modo troppo frettoloso.


L'intervento di TITTI CARRANO
Presidente dell'Associazione DI.RE. (Donne in rete contro la violenza alle donne). 

Vorrei, innanzitutto, ringraziare i presidenti e i componenti delle Commissioni affari costituzionali e giustizia per l'invito a quest'audizione. 
  L'Associazione nazionale DI.RE. svolge da anni una costante attività di contrasto alla violenza maschile contro le donne e di coordinamento delle risorse disponibili su tutto il territorio anche attraverso una formazione specifica rivolta a operatrici e operatori che, a vario titolo, si occupano di violenza maschile. 
  DI.RE. rappresenta, al momento, 63 centri antiviolenza operanti a livello locale in tutta Italia; lavora in rete in ambito nazionale ed europeo internazionale con la rete europea WAVE, Women against Violence Europe, e con la rete internazionale dei centri antiviolenza del Global Network of Women's Shelters. 
  Vorrei specificare che i centri antiviolenza, le case rifugio dell'associazione DI.RE., sono pochi, autonomi, non istituzionali, gestiti solo da donne e hanno lo specifico obiettivo di accompagnare le donne a uscire dalla violenza attraverso percorsi individuali, sostenute da operatrici specializzate, che hanno competenza non solo con riguardo alle misure di sostegno della donna, ma anche per attivare e mettere in rete i diversi soggetti che devono occuparsi del fenomeno. 
  Possiamo affermare con forza che i cambiamenti culturali finora raggiunti sono in gran parte il risultato dell'impegno dei centri antiviolenza. La Convenzione di Istanbul è legge e ci auguriamo che non resti solo un'enunciazione di buoni princìpi. Proprio l'approccio della Convenzione si fonda, infatti, sul presupposto che la lotta alla violenza contro le donne richieda Pag. 23una strategia articolata e un lavoro tra attori impegnati su fronti diversi. Sono vari gli articoli della Convenzione che lo sostengono. 
  Il decreto-legge oggi in esame non risponde a quanto richiesto dalla Convenzione di Istanbul e, soprattutto, non riconosce il ruolo strategico e fondamentale dei centri antiviolenza, che continuano ad avere un ruolo di sussidiarietà. I centri sono completamente assenti, eppure sono l'unica esperienza in Italia che garantisca un accompagnamento della donna in tutto il suo percorso, con una specifica e appropriata metodologia dell'accoglienza e un efficace coordinamento delle risorse territoriali disponibili. 
  Aspettavamo una legge organica e, soprattutto, finanziata, che affrontasse tutti gli aspetti civili, amministrativi e penali con un adeguato sostegno ai centri antiviolenza. Il decreto-legge, invece, contiene solo norme penali dal contenuto eterogeneo. 
  Vorrei anche sottolineare che, nella relazione di accompagnamento, si parla di allarme sociale: non siamo in presenza di alcun allarme sociale. La violenza contro le donne è un fenomeno strutturale della nostra società. 
  Passo ora a svolgere alcune veloci osservazioni sul capo I del decreto-legge riguardo alla violenza assistita, ossia agli atti commessi in presenza di minori degli anni 18, finora riconosciuta solo con grandi forzature dalla giurisprudenza minoritaria. Noi giudichiamo non sufficiente la disposizione recata dal decreto-legge, proprio in vista della tutela dei minori, sempre coinvolti in questo tipo di situazione. 
  L'articolo 31 della Convenzione di Istanbul chiede agli Stati di adottare misure legislative per garantire che, al momento di determinare i diritti di custodia o di visita dei figli, siano presi Pag. 24in considerazione gli episodi di violenza e, ancora, che l'esercizio del diritto di custodia di visita non comprometta i diritti e la sicurezza della vittima e dei bambini. 
  Sarebbe, quindi, fondamentale introdurre esplicitamente la violenza intrafamiliare come causa di esclusione e di affidamento condiviso e di decadenza o limitazione della responsabilità genitoriale. Non dimentichiamo che sono tanti i bambini uccisi dal padre maltrattante solo per vendetta nei confronti della donna. 
  Un altro punto sul quale vorrei soffermarmi è l'irrevocabilità della querela per il reato di stalking. Si ignora che tante donne sono state uccise dopo che avevano ripetutamente e inutilmente denunciato. L'irrevocabilità della querela, introdotta verosimilmente con l'intento di proteggere la donna da eventuali minacce o ritorsioni, è una responsabilità che al momento lo Stato non è in grado di assumersi. 
  Quest'impostazione, infatti, presupporrebbe l'esistenza di un sistema di protezione efficace, in grado di tutelare la vittima sia per quanto riguarda la propria sicurezza, sia per la disponibilità di risorse per un percorso di uscita dalla violenza. Richiederebbe anche l'esistenza di una rete funzionante ed estesa su tutto il territorio nazionale, un numero di centri antiviolenza e case rifugio proporzionato alla popolazione e adeguatamente finanziato. 
  Devo ricordare che la realtà italiana è, purtroppo, ben diversa. Non esiste un serio programma di protezione della vittima che ne tuteli l'incolumità a partire dalla denuncia, né un programma di interventi di prevenzione e contrasto della violenza. 
  Oggi, le donne che subiscono violenza in Italia non trovano un'adeguata protezione. Esistono pochi centri antiviolenza, solo un centinaio su tutto il territorio nazionale, di cui 63 Pag. 25aderenti a DI.RE., non tutti in grado di offrire ospitalità alle donne vittime di violenza e ai loro figli. Ancora in intere regioni e vasti territori non è presente alcuna offerta specifica per le donne. Non è neanche da sottovalutare il rischio di chiusura di molti centri per la costante mancata destinazione di risorse finanziarie. 
  I posti letto sono gravemente insufficienti e tutti conosciamo ormai la famosa raccomandazione del Consiglio d'Europa: dovremmo disporre almeno di 5.711 posti letto, mentre ne abbiamo 500. Devono essere garantiti a tutte le donne vittime di violenza anche i diritti sociali ed economici, proprio per sostenerle in questo percorso di uscita dalla violenza. 
  Un punto molto critico del decreto-legge riguarda proprio l'articolo 5, l'elaborazione del piano di azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere. Tale piano non può essere straordinario perché, come sottolineavo, la violenza maschile contro le donne non è un fatto straordinario, non c’è allarme sociale, non siamo in una situazione di emergenza: purtroppo, è un dato strutturale della nostra società. La violenza sessuale è, tra l'altro, una sola delle forme in cui si esprime la violenza contro le donne. In questo senso, non capiamo per quale motivo debba essere affrontata con misure straordinarie. 
  Il piano nazionale è attualmente in scadenza, novembre 2013, per cui giudichiamo il rinnovo una grande opportunità. È importante riconoscere il ruolo dei centri antiviolenza, tutto il portato culturale e politico, l'attività di oltre vent'anni sul territorio e, soprattutto, approvare una legge adeguatamente finanziata. 
  Il riferimento al fondo di previsione della Presidenza del Consiglio dei ministri è totalmente insufficiente a realizzare quanto previsto nell'articolo 5. È anche necessario prevedere Pag. 26l'istituzione di un comitato nazionale sulla violenza di genere con la finalità di garantire un coordinamento delle attività di prevenzione e di contrasto della violenza su tutto il territorio e monitorare il fenomeno.

La Stampa presenta una iniziativa: il suo monitoraggio dei femminicidi in Italia. E informa che siamo arrivati ormai a 100 donne uccise dall’inizio dell’anno. Una iniziativa lodevole, come tutti i tentativi di darsi e offrire strumenti per una migliore comprensione del fenomeno.

Un fenomeno ancora poco compreso e sottovalutato. O vissuto con fatalismo. Come dimostra lo stesso articolo introduttivo de La Stampa.

Che mostra difficoltà ad accettare la definizione di “Femminicidio”, perchè sarebbe:
- prima inflessibile e categoricacome tutte le definizioni.
- poi zoppicante “quando deve render conto dell’enorme varietà della casistica reale”.

Eppure molte definizioni hanno più accezioni e sfumature di significato a secondo del contesto. Alcune definizioni - ed è il caso di “femminicidio” - sono categorie interpretative. A zoppicare semmai è la capacità di interpretare e valutare le situazioni. Una difficoltà comprensibile per chi è nato al tempo del delitto d’onore ed è cresciuto tra raptus e delitti passionali. Definizioni che sembravano reggersi bene sulle due gambe, anche di corsa. E pure oggi tornano spesso utili come stampelle.

La parola “femminicidio” non è ancora entrata nei dizionari e continua ad essere oggetto di discussione. E’ entrata nel linguaggio mediatico e istituzionale. Spesso usata in modo approssimativo o limitata ai casi di donne uccise. Mentre il suo significato più corretto è forse quello che la intende come conseguenza estrema della violenza di genere. Quella violenza che esprime e mantiene un rapporto di potere tra i sessi a vantaggio degli uomini.

Il giornalista Raphael Zanotti prende forse spunto dalla definizione di Wikipedia alla prima riga: “Il termine femminicidio si riferisce a tutti quei casi di omicidio in cui una donna viene uccisa da un uomo per motivi relativi alla sua identità di genere”. Nella stessa scheda si può trovare una definizione più estesa, elaborata da Marcela Lagarde:

«La forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine - maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria o anche istituzionale - che comportano l’impunità delle condotte poste in essere tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una posizione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambine: suicidi, incidenti, morti o sofferenze fisiche e psichiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e alla esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia» (Marcela Lagarde).

Esiste dunque una violenza maschile che mira a negare l’identità individuale delle donne, per costringerle entro un ruolo di genere subordinato, quello definito e attribuito alle donne dalla cultura patriarcale. Una violenza privata, nascosta, sottovalutata, spesso negata o ignorata, che rimane impunita e che può sfociare nell’omicidio.

Allora direi di si, il caso del marito che uccide la ex moglie per “gelosia” rientra nel femminicidio, poichè egli vuole avere un diritto di proprietà sulla donna, fino ad affermare un diritto di vita o di morte, mentre gli altri casi, quello del figlio che uccide la madre o dei rapinatori che uccidono una prostituta o una anziana sono da valutare. Certo il fatto che alla vita di una donna si attribuisca minor valore, specie se prostituta o anziana, rientra nella cultura che ispira i femminicidi.

Peccato che l’avvertenza sulla difficoltà di valutare, che chiama in causa anche la competenza e la formazione degli operatori, tanto nei media quanto nelle istituzioni preposte all’esercizio dell’autorità, venga alla fine risolta dal giornalista in modo liquidatorio e molto tradizionale. Per non dire, giustificazionista.

Gli assassassini delle donne sarebbero menti folli. Nessun dubbio stavolta sull’inflessibilità e categoricità della definizione follia. Pure rinforzata: sempre e comunque. L’idea delle menti folli non scricchiola e non zoppica. Nè di fronte ai rapporti di potere, ai ruoli di genere, nè di fronte a piani premeditati, a trappole organizzate, alla decisione di armarsi prima di incontrare la vittima, al procedere per tentativi ed errori. Nè di fronte alla lunga sequenza dei maltrattamenti e delle violenze che spesso precedono il delitto. Nè di fronte all’assenza di dati e perizie che confermino una tale credenza.

Se davvero a La Stampa la pensano così, non si vede quale sia l’utilità di un monitoraggio che alla fine tiene soltanto il conto delle follie. In ogni caso, fanno in tempo a pensarla diversamente. Provino a consultare qualche testo in materia, ad esempio il libro di Lundy Brancroft: Uomini che maltrattano le donne.

Oppure, per restare al di qua dell’Oceano, lo studio criminologico di Isabella Merzagora, che tratta pure il tema delle tecniche di neutralizzazione:

Sono auto-giustificazioni che consentono al soggetto di neutralizzare, attraverso il ricorso a particolari tecniche, quel conflitto con la morale sociale. Queste tecniche precedono l'atto deviante e servono ad escludere la responsabilità individuale e soprattutto a negare la sua illiceità attraverso le ridefinizioni del proprio operato”

Ecco le più usate:

Le tecniche di neutralizzazione sono principalmente cinque, ma tre quelle più usate. La prima è la negazione della propria responsabilità, come nel caso in cui il soggetto sostiene di aver agito in condizione di infermità mentale o di intossicazione alcolica. Le seconda è la minimizzazione del danno provocato ovvero una sorta di “ridefinizione” dell’atto per cui un’aggressione diviene uno “scambio di opinioni”. La terza è la negazione della vittima. In questo caso l’aggressore o lo stalker spiega che la violenza arrecata alla vittima non rappresenta un'ingiustizia in quanto si tratta di una persona che merita il trattamento subito. La quarta tecnica è la condanna di coloro che condannano ovvero i cittadini conformi divengono “ipocriti”, la polizia “è corrotta”, i giudici “sono parziali”. Ed infine l’ultima è quella del richiamo a ideali più alti, cioè a norme reputate eticamente superiori a quelle legali, per esempio fedeltà al gruppo di appartenenza che porta a qualificare come dovere l’omertà o la vendetta o il delitto d’onore. Non ci dimentichiamo che il delitto d’onore è stato abolito dal nostro Codice penale solamente nel 1981. La negazione, la minimizzazione, la colpevolizzazione della vittima sono quelle usate più frequentemente”.

Tecniche peraltro involontariamente “insegnate” dalla narrazione degli stessi cronisti che raccontano le loro storie. O che annunciano monitoraggi sui femminicidi.



di Maria Rossi


Non sono esperta di comunicazione, ma a me pare che la narrazione giornalistica degli episodi di violenza maschile, che si manifesti nelle relazioni intime o negli ambienti educativi, si uniformi di solito a un determinato schema. Negli articoli campeggia la figura dell'autore del reato, presentato in modo tale da suscitare nei lettori un sentimento di empatia innescato dall'ottima reputazione di cui gode nella comunità di appartenenza. L'immagine dell'artefice della violenza che ci viene propinata dai giornali è immancabilmente quella di un uomo che conforma l'intera sua esistenza a saldi principi morali e che adotta nei confronti del prossimo comportamenti urbani, cortesi e cordiali, beneficiando dell'incondizionata stima della collettività. Può trattarsi di una figura autorevole: l'avvocato benestante, raffinato e colto, appassionato di Kant e abile tennista, il docente di italiano e di storia in una scuola secondaria di secondo grado dotato di un consistente background culturale e di una notevole competenza professionale, stimato e tenuto in alta considerazione da colleghi e studenti, per molti dei quali rappresenta un solido punto di riferimento, lo stalker, infine, dal fisico armonioso e dal sorriso educato che dispone di un buona padronanza linguistica e sa usare perfettamente il congiuntivo.  E' evidente che queste persone educate e perbene non possono aver commesso i crimini di cui sono accusate (rispettivamente femminicidio, abuso sessuale e di potere esercitato su alunne minorenni e detenzione di materiale pedopornografico, stalking, maltrattamenti, violazione di domicilio) se non in quanto travolte improvvisamente e momentaneamente da un raptus, da un'imponderabile perdita di controllo, da una misteriosa irruzione dell'irrazionale nella loro ordinata esistenza. Non importa, ad esempio, che il femminicidio di cui stiamo parlando sia stato preannunciato in due lettere e sia stato perpetrato con un coltello che un colto avvocato, appassionato di Kant, non dovrebbe portare con sé. Non conta nulla il fatto che psicologi responsabili di programmi di riabilitazione per uomini violenti come Lundy Bancroft osservino con insistenza come i maltrattanti siano perfettamente lucidi e consapevoli degli atti che compiono.

Non si tratta certo di descrivere gli autori di delitti contro le donne come creature mostruose, come altrettante personificazioni della malvagità, ma non si tratta neppure di rappresentarli come individui inconsapevoli, non responsabili delle proprie azioni, come esseri innocenti dominati ed agiti da incontrollabili raptus, magari reiterati nel tempo, come nel caso in cui vengano commessi abusi sessuali ripetuti, atti di maltrattamento o di stalking. Sarebbe importante, invece, che i giornalisti acquistassero consapevolezza della natura strutturale della violenza contro le donne e comprendessero che essa è espressione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, che hanno condotto all'esercizio del dominio maschile sulle partner, anziché interpretarla come una manifestazione di temporaneo obnubilamento della coscienza che può colpire qualsiasi uomo, anche il più pacifico e rispettoso dell'uguaglianza di genere.

Negli articoli giornalistici la figura della vittima della violenza maschile appare invece, nella migliore delle ipotesi, sfocata, degna solo di una breve menzione, semi-rimossa dal discorso pubblico, quasi ad impedire ai lettori di identificarsi con lei, di lasciarsi coinvolgere dal suo dramma. Spesso, però, non ci si esime dal colpevolizzare la donna, rendendola oggetto di una vittimizzazione secondaria. L'assassinata viene così esplicitamente o implicitamente accusata di imprudenza per aver accettato un ultimo incontro con l'omicida, si insinua che ragazze minorenni, vittime di abuso, intrattenessero rapporti sessuali con lo stimato docente per conseguire buoni voti ed essere avvantaggiate nelle interrogazioni e nelle verifiche.

Sulla colpevolizzazione della vittima da parte dell'autore del reato è poi incentrata l'intervista di Beppe Severgnini ad un uomo condannato per stalking, maltrattamenti e violazione di domicilio ad una pena patteggiata di 18 mesi di reclusione, commutata nell'obbligo di seguire un programma di riabilitazione per abusanti. 

Il racconto di questo stalker è imperniato sull'idea della perdita di controllo, dell'incapacità di gestire il rapporto affettivo e sull'esplicitazione di una fragilità atta a suscitare empatia e che si esplicita nell'erosione della fiducia nella relazione, nell'insicurezza, nella paura dell'abbandono, sentimenti che possono ispirare un senso di compassione, di comprensione, di partecipazione nel lettore, ma che sono privi di validità epistemologica in quanto si tratta di emozioni sperimentate anche dalle donne, ma che non le conducono a commettere atti di maltrattamento, di stalking o di assassinio dei partner con la stessa frequenza degli uomini. Lo psicologo Lundy Bancroft osserva come un processo di autentico mutamento dei maltrattanti richieda che essi imparino a concentrarsi sulle proprie convinzioni e sulle proprie credenze, anziché sulle proprie emozioni e apprendano a focalizzarsi sui sentimenti di chi hanno ferito, non sui propri.

Lo stalker intervistato da Severgnini attribuisce - ed è la cosa più grave - la responsabilità delle proprie azioni alle ex partner, colpevoli di non offrirgli cortesi spiegazioni sul motivo del loro abbandono, ma di troncare bruscamente le relazioni, manifestando così insensibilità nei confronti di un uomo vulnerabile e sofferente come lui. Non si reputa geloso e possessivo, ma accolla la responsabilità dei propri sentimenti alle donne che indossano abiti scollacciati, dimostrando la loro dubbia moralità. Imputa alla ex compagna l'adozione di un comportamento ambiguo, manipolatore e volubile, consistente nel fornirgli il numero di telefono per poi denunciarlo per atti di stalking. L'accusa poi di aver perpetrato un atto di violenza nei suoi confronti, tirandogli un coltello e puntandoglielo contro. Certo la gravità dell'atto è attenuata dal fatto che «lei era talmente stufa» di discutere da commettere un'azione di così virulenta aggressività. Eppure la donna che lo ha denunciato non ha subito alcuna condanna per violenza. Non solo: ma lo stalker intervistato è stato ritenuto responsabile anche di maltrattamenti in famiglia. Ora: la Corte di Cassazione, le cui sentenze rappresentano importanti, anche se non vincolanti, precedenti giurisprudenziali, ha stabilito criteri così rigidi di applicazione dell'art.572 del Codice Penale da rendere la fattispecie penale da esso contemplata assai raramente configurabile. La VI sezione della Corte di Cassazione con sentenza emanata il 03.03.2009 n° 9531, ha sancito ad esempio che : "Il reato di maltrattamenti in famiglia può sussistere solo in quanto espressione di una condotta che richiede l'attribuibilità al suo autore di una posizione di abituale prevaricante supremazia alla quale la vittima soggiace. Se non c’è supremazia, non vi è il suddetto reato". Sono molti i provvedimenti della Cassazione che ribadiscono questo criterio.  E' assai improbabile, dunque, che l'ex partner di quest'uomo possa essere ritenuta corresponsabile dell'esercizio della violenza domestica, dal momento che si trovava in una condizione di abituale subordinazione e soggezione alle prevaricazioni dell'autore del reato. E' opportuno allora dar voce ad un uomo violento senza riportare anche la versione della sua vittima? Non si produce così il risultato di colpevolizzare la donna oggetto di stalking e di maltrattamenti e di esporla alla vittimizzazione secondaria?

Un'altra perplessità che mi sento di esprimere riguarda l'efficacia del programma di recupero seguito dal maltrattante intervistato da Severgnini. Per approdare a risultati concreti, un progetto di riabilitazione - osserva lo psicologo Lundy Bancroft- dovrebbe condurre un uomo violento ad accollarsi la responsabilità integrale degli atti che ha commesso, senza tentare negazioni o minimizzazioni di sorta. Non mi pare che lo stalker in questione abbia già intrapreso questo processo di mutamento e di assunzione di responsabilità. Il mio augurio è che abbia appena iniziato il suo percorso di recupero e che, nel corso del tempo, giunga ad ammettere le proprie colpe, non per restarne inchiodato, ma per poter poi allacciare relazioni affettive serene che non comportino l'uso della violenza e l'esercizio della sopraffazione.

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