Il diritto del personale sanitario ad opporsi alla pratica 
dell'interruzione di gravidanza continua ad essere garantito


di Maria Rossi


Martedì scorso l'Assemblea Nazionale francese ha approvato un emendamento al progetto di legge sulla parità tra uomini e donne, presentato da deputati e deputate socialiste, che riforma la normativa sull'interruzione volontaria di gravidanza, introdotta nell'ordinamento giuridico d'Oltralpe nel 1975 (legge Veil) e modificata il 4 luglio 2001 su proposta di Martine Aubry ed Elisabeth Guigou (loi Aubry). Il nuovo articolo 5 quinquies C del progetto di legge sulla parità tra uomini e donne sopprime il concetto di "détresse", un vocabolo polisemico che indica sofferenza, depressione, solitudine, disperazione, pericolo, indigenza. La legge Veil del 1975 la prevedeva come causa legittimante il ricorso all'aborto. Con la sua cancellazione, l'interruzione volontaria di gravidanza diventa un diritto esigibile, senza alcuna limitazione, da tutte le donne che vogliano farvi ricorso, anziché prospettarsi come una mera concessione vincolata al verificarsi di determinate condizioni. L'emendamento è stato sostenuto ed approvato da tutti i deputati e le deputate di sinistra, mentre ha incontrato l'opposizione del partito di destra UMP e, naturalmente, del Front National. Prima di essere inserito nell'ordinamento giuridico francese, l'articolo deve essere approvato senza modifiche dal Senato.

Nel corso della stessa seduta l'Assemblea Nazionale ha respinto a larghissima maggioranza l'emendamento presentato dal deputato dell'UMP Jean-Fréderic Poisson che mirava a sottrarre l'aborto dall'elenco delle prestazioni gratuite. Poisson non ha ricevuto neppure l'appoggio del suo partito. Il suo emendamento, infatti, è stato respinto con 142 voti contrari e solo 7 favorevoli. L'interruzione volontaria di gravidanza rimane così un intervento totalmente rimborsabile dal servizio sanitario.[Le Parisien 21.01.2014].

La notizia sulla modifica della legge francese sull'aborto è stata riportata in Italia da alcuni correttamente (ad esempio dalla pagina facebook delle ragazze del blog Un altro genere di comunicazione), da altri in modo piuttosto confuso. Si è sostenuto che la riforma approvata martedì infliggerebbe una sanzione penale di due anni di carcere e una ammenda dell'importo di 30.000 euro agli obiettori di coscienza. Non è esattamente così. La questione è più complessa e merita di essere chiarita.

Il diritto del personale sanitario ad opporsi alla pratica dell'interruzione di gravidanza è garantito dall'art. L 2212-8 del Codice della sanità pubblica che non è stato affatto modificato od abrogato, come erroneamente taluno sostiene, dall'assemblea Nazionale. L'art.8 della legge n. 2001-588 del 4 luglio 2001 sull'aborto (meglio nota come legge Aubry) prevede però che il medico obiettore debba indicare alla donna interessata i nomi dei colleghi disposti ad eseguire l'intervento. Questa disposizione conferisce alla legge francese quell'efficacia che manca a quella italiana.

La comminazione di due anni di carcere e di un'ammenda di 30.000 euro è prevista invece dal 2001 (sottolineo dal 2001, non da martedì scorso!) dall'art. L.2223-2 del Codice  della sanità pubblica, così come modificato dall'art 17 della legge Aubry, a carico di chi impedisce o tenta di impedire l'interruzione volontaria di gravidanza o gli atti che la precedono sia ostacolando l'accesso alle strutture che la praticano, intralciando la libera circolazione al loro interno e il lavoro del personale sanitario, sia esercitando pressioni psicologiche e morali, minacce o atti di intimidazione nei confronti di chi effettua l'intervento o nei confronti delle donne che vogliono abortire o di chi le accompagna.

Il 17 settembre 2013 il Senato ha approvato all'unanimità un emendamento che integra quest'articolo con l'aggiunta delle parole "ou de s'informer sur ces actes", configurando come reato gli impedimenti all'acquisizione da parte delle donne interessate di informazioni corrette sull'interruzione di gravidanza nelle strutture che la forniscono come i centri di pianificazione familiare. Questo emendamento (n.91) non è stato ancora  discusso dall'Assemblea Nazionale e, quindi, non sappiamo se verrà approvato.

In conclusione, suggerisco a tutte le blogger, prima di lanciarsi in invettive, di assumere  le necessarie informazioni sugli argomenti di cui trattano. Non siamo giornaliste professioniste, ma abbiamo il dovere, credo, di offrire alle nostre lettrici e ai nostri lettori notizie chiare e corrette.



(Traduzione di Maria Rossi)


In un'intervista al quotidiano di orientamento monarchico ABC, Alberto Ruiz Gallardón, il ministro spagnolo della Giustizia, ha illustrato il suo modo di intendere il progetto di legge che mira a vietare l'interruzione volontaria di gravidanza in Spagna. Nell'intervista afferma che egli non si propone semplicemente di rimettere in discussione una legge approvata nel 2010 dal governo socialista, ma che si prefigge l'obiettivo di porre fine a quello che ritiene "il monopolio morale della sinistra".

Non sorprende che egli prenda di mira innanzitutto i diritti delle donne. Non si tratta soltanto di rendere illegale il 95% degli aborti che vengono eseguiti in Spagna. Il suo progetto è di infrangere la libertà di tutte le donne. Gallardón e il Partido Popular vogliono organizzare una crociata.

Il rifiuto dell'uguaglianza tra uomini e donne

Questa offensiva reazionaria non sorprende. Essa si iscrive in un contesto in cui, in tutta Europa, i conservatori hanno il vento in poppa. La loro battaglia fiorisce sul terreno  delle rinunce e delle disillusioni prodotte dalla sinistra. Laddove gli avanzamenti si fanno più flebili, i e le militanti disarmano e i conservatori occupano di nuovo il campo della battaglia ideologica.

Possiamo così constatare in Francia l'arretramento del Governo sulla questione della procreazione medicalmente assistita (n.d.t. sul diritto, cioè, delle coppie lesbiche a farvi ricorso) e la forza della mobilitazione delle persone contrarie al matrimonio per gli omosessuali che volevano anzitutto difendere il modello eterosessuale e patriarcale tradizionale. Possiamo anche notare la risonanza che hanno, pure a sinistra, le mobilitazioni mascoliniste di una lobby come SOS Papa o la popolarità dei discorsi machisti di Éric Zemmour o il successo del manifesto "Giù le mani dalla mia puttana" di qualche settimana fa.

Queste iniziative non sono isolate, ma si inscrivono in tutta Europa nell'ambito di un'offensiva della destra reazionaria contro l'evoluzione che le sembra più scandalosa ed inaccettabile: l'uguaglianza tra donne e uomini. Il Tea Party europeo sta prendendo forma e ha trovato il suo bersaglio e la specificità della sua offensiva.

L'uomo nella sua "potenza di dominio"

Questa crociata non è priva di senso della storia. In tempo di crisi, i reazionari si aggrappano e valorizzano il modello più tradizionale e conservatore che esista: il modello rassicurante del dominio maschile. I diritti delle donne diventano allora un bersaglio privilegiato. Priva della capacità di  padroneggiare la realtà o di produrre crescita economica, la destra spagnola cerca di riconsegnare all'uomo il suo potere e il suo dominio. Ponendo sotto controllo le donne e la loro sessualità, Gallardón restituisce all'uomo bianco europeo un arcaico senso di potenza.

Non solo. La legge sull'aborto non prevede eccezioni a parte il rischio per la vita della donna, riconoscendo così un "diritto alla vita" dell'embrione fin dai primi istanti del concepimento. Tuttavia, riconosce l'esistenza di un'eccezione in caso di stupro. Interrogato sul motivo dell'introduzione di questa eccezione, Gallardón risponde ipocritamente che si tratta di una decisione ovvia, perché in caso di stupro viene colpita la "libertà sessuale della donna".

Egli afferma così la sua concezione riproduttiva della sessualità, ma, soprattutto, invia un messaggio alle donne: voi potete godere soltanto della libertà sessuale, per giunta strettamente sorvegliata. Gallardón ci dice insomma: Signore, volevate la libertà di scelta? Avrete la libertà sessuale controllata e ve ne faremo pagare il prezzo! Ciò è in sintonia con il suo progetto politico: far pagare a tutte le emancipate e le liberate dall'ordine tradizionale la fattura "morale" di questa liberazione.

Le donne spagnole hanno bisogno di un'Europa forte

Infine, il ministro spagnolo annuncia la sua volontà di dar battaglia a Bruxelles. Le femministe di tutta Europa non devono lasciare questa crociata senza risposta. Cerchiamo di restituire all'Europa il suo originario significato - quello dei diritti e della pace - e diamo vita a una vera mobilitazione europea.

Nel 2008 le femministe europee avevano proposto l'introduzione della "clausola dell'Europea più favorita", avevano cioè  lanciato l'idea che in tutta Europa le cittadine potessero beneficiare della legislazione nazionale più vantaggiosa. Allora l'iniziativa era sembrata l'espressione di un pio desiderio. Oggi le donne spagnole hanno bisogno più che mai di un'Europa che non transiga sui loro diritti.

Certo: le ultime decisioni del Parlamento europeo sull'aborto mostrano che il Partito popolare europeo - largamente maggioritario e al quale appartiene l'UMP (n.d.t. il partito di Sarkozy) - è complice del progetto degli spagnoli. Solo l'Europa dei cittadini potrà fermarli. La decisione spagnola richiede più che mai l'emersione su scala europea di una società civile femminista radicale ed esigente  che difenda i diritti delle donne.

Organizziamo una controffensiva

La reazione non ha confini e i conservatori sono in maggioranza nelle istituzioni. Visto che la reazione c'è, organizziamo una controffensiva. Per rispondere alla crociata spagnola, esigiamo un'Europa che garantisca i diritti delle donne. Si tratta soltanto di un primo passo e di un test di resistenza dei progressisti e delle progressiste europee. Se i conservatori vinceranno questa battaglia, domani non  si porranno più limiti nel calpestare i nostri diritti.

Il Partido popular e Gallardón non hanno mai rinnegato Franco e non hanno mai criticato la dittatura. La Spagna ha la particolarità di non avere, come altri Paesi, movimenti di estrema destra, poiché l'ala più radicale e reazionaria è direttamente inserita nel Partito popolare. Negli anni Trenta la Spagna era diventata il laboratorio di tutta l'estrema destra europea. Per contro, i democratici europei non erano stati in grado di contrastare la politica spagnola. Se il paragone storico è un po' azzardato, riprendiamo però lo slogan dell'epoca: No Pasarán!



di Maria Rossi


Si può  vanificare il diritto d'aborto, ricorrendo a molteplici strategie. Si può ridurre drasticamente il numero dei casi in cui è consentito praticarlo, come in Spagna; si può prevedere la possibilità di sollevare obiezione di coscienza all'esecuzione dell'intervento, come in Italia, dove più dell'80% dei ginecologi rifiuta di attuare interruzioni volontarie di gravidanza. Si può, infine, promuovere un referendum per escludere l'aborto dall'elenco delle prestazioni gratuite. E' quel che accadrà in Svizzera se il 9 febbraio i cittadini approveranno l'iniziativa popolare federale (referendum), lanciata da organizzazioni religiose di destra, che mira ad ostacolare il ricorso all'aborto delle donne dei ceti popolari, escludendo l'intervento dal rimborso dell'assicurazione malattia, garantito dal 1981.

Dal giugno 2002 le donne svizzere possono interrompere liberamente la gravidanza nel corso dei primi tre mesi senza che la loro decisione sia sottoposta all'approvazione di un medico, come avveniva in precedenza. L'intervento è rimborsato dal 1981 dall'assicurazione malattia. Oggi la Svizzera ha il più basso tasso di aborti d'Europa, grazie anche alla diffusione capillare dei corsi di educazione sessuale nelle scuole. Proprio per questo, il costo delle interruzioni di gravidanza per la sanità pubblica è bassissimo, costituendo soltanto lo 0,03% del bilancio del Ministero della Salute. Il risparmio di spesa e la riduzione dei costi dell'assicurazione malattia fatti balenare dai promotori del referendum sono, pertanto, una beffa, un pretesto per rimettere in discussione il diritto d'aborto e stigmatizzare le donne che vi fanno ricorso, considerandole ingiustamente un peso per le finanze dei cittadini. Il ricorso all'aborto clandestino e i rischi che implica comporterebbero un costo assai più elevato per la salute delle donne.

Se approvato, il referendum svizzero produrrebbe un'odiosissima discriminazione di classe, in quanto le benestanti non avrebbero alcuna difficoltà a pagare l'intervento di interruzione della gravidanza, a differenza delle donne di condizione meno agiata, cui non rimarrebbe altra scelta che far ricorso all'aborto clandestino, magari casalingo, con tutti i pericoli che ne deriverebbero.

Il contrattacco ai diritti delle donne in Europa è assai forte e temibile. La reazione non ha confini. Perché non esprimere la nostra solidarietà alle cittadine spagnole e svizzere, mobilitandoci in difesa dei loro diritti, che sono anche i nostri? Le femministe francesi lo stanno già facendo.

Vi invito intanto a sottoscrivere la petizione a favore della gratuità dell'aborto promossa dalle femministe svizzere, il cui link vi riporto qui sotto.

Pour le maintien de l’avortement dans les prestations de la LAMal



di Maria Rossi


Limitarsi alla difesa della legge 194 è controproducente - si sostiene in un recente articolo su incroci de-generi e rischia di produrre l'adeguamento all'indirizzo antiabortista ed abolizionista (della prostituzione), seguito rispettivamente dalla Spagna e dalla Francia. 
Non si comprende perché battersi per il mantenimento di un diritto: quello d'aborto debba condurre alla sua soppressione o all'abolizione della prostituzione, che non ha alcuna attinenza con l'argomento in questione, né risulta chiaro perché ci si ostini ad accomunare in modo totalmente arbitrario e illogico quest'ultimo orientamento al movimento pro-life. Del resto questa non è l'unica incongruenza di un articolo che, pur animato da buone intenzioni, appare costellato da incoerenze, fraintendimenti e ossimori concettuali.

Più che battersi per la conservazione di una legge: la 194 che riconferma la funzionalità della donna alla riproduzione sociale - si afferma - sarebbe necessario rivendicare, come faceva Carla Lonzi, una sessualità libera dal dogma della procreazione e, in generale, esigere il diritto alla costruzione di una soggettività che sia dotata degli strumenti, inclusi quelli economici, (disponibilità di un reddito) necessari all'esercizio della scelta di generare o meno figli e di disporre del proprio corpo, incluso quali parti mettere a valore, senza dover essere costretta a riprodurre l'ordine sociale funzionale a quello economico
Per sostenere questa tesi si cita Carla Lonzi, che viene così, anche se non in modo esplicito, indebitamente accostata alle femministe sostenitrici della prostituzione. Ciò deriva, a mio parere, da un'interpretazione riduttiva e, quindi, travisante, del suo pensiero. Secondo l'autrice dell'articolo in questione, Lonzi andrebbe annoverata tra le femministe che, negli anni Settanta, si batterono per l'affermazione di una sessualità libera non soggetta alle necessità di riproduzione della famiglia e dello Stato, espressioni del patriarcato. Quel che colpisce in questo testo è la totale assenza del protagonista del rapporto eterosessuale: l'uomo. La sessualità maschile sembrerebbe, infatti, configurarsi come una semplice espressione di conformità e obbedienza agli imperativi categorici della riproduzione imposti dalla famiglia e dallo Stato. Quasi che, senza le ingiunzioni del Leviatano e del capitale, l'uomo fosse ben disposto a rinunciare a una sessualità procreativa incentrata sul coito, dalla quale - ne discende come conseguenza - non ricaverebbe un gran piacere. Ciò non corrisponde però al pensiero di Carla Lonzi, che in Sessualità femminile e aborto invitava le donne a porsi questa domanda cruciale:

Per il piacere di chi sono rimasta incinta? Per il piacere di chi sto abortendo?

e osservava come questo interrogativo contenesse i germi della nostra liberazione: formulandolo, le donne abbandonano l'identificazione con l'uomo e trovano la forza di rompere un'omertà che è il coronamento della colonizzazione.
E ancora:

Ugualmente l'uomo fa l'amore come un rito della virilità e alla donna accade di restare fecondata nel momento stesso in cui le viene sottratto il suo specifico godimento sessuale, nel momento in cui si compie l'atto che la rende sessualmente colonizzata.

La sessualità meramente finalizzata alla riproduzione costituisce per Carla Lonzi l'espressione di una società patriarcale che blocca le donne in una posizione subordinata e servile che scaturisce dall'idealizzazione dell'uomo e dal disprezzo di sé.

Nel mondo patriarcale, cioè nel mondo dove la donna viene immobilizzata in una condizione subalterna e servile attraverso una mitizzazione dell'uomo e una svalutazione di sé sistematicamente sollecitate da ogni istante della vita privata e sociale, l'uomo ha imposto il suo piacere. Il piacere imposto dall'uomo alla donna conduce alla procreazione ed è sulla base della procreazione che la cultura maschile ha segnato il confine tra sessualità naturale e sessualità innaturale, proibita o accessoria e innaturale.

Non sono dunque le necessità di riproduzione della famiglia o dello Stato ad imporre modalità sessuali procreative, ma è l'uomo stesso che appaga in tal modo il suo desiderio, provocando l'assoggettamento della donna alle sue istanze di godimento. E' questo tipo di sessualità a generare in lui l'idea della propria superiorità e a dar vita alla famiglia patriarcale autoritaria, anziché il contrario.

Una può chiedersi: cos'è che manca nella elaborazione della teoria socialista che il femminismo avrebbe potuto apportare?- si chiede Carla Lonzi nel saggio La donna clitoridea e la donna vaginale - Noi rispondiamo: per esempio, questo: che la subordinazione della donna è sancita nell'atto sessuale del coito da cui l'uomo trae la convinzione naturale della sua supremazia, che questo è il presupposto della famiglia patriarcale autoritaria, oppressiva e antisociale [...]

E' a questo punto evidente come Lonzi auspichi l'affermazione di una sessualità clitoridea, o meglio, polimorfa non asservita alle istanze di godimento maschili, che si realizzi nell'incontro tra due soggetti umani, la donna e l'uomo, e i loro sessi e non tra il sesso di un soggetto egemone e il suo strumento. (Sessualità femminile e aborto). 
Ora: cos'è la prostituzione se non la riduzione di chi la pratica a mezzo per l'appagamento dei desideri dei clienti, ad oggetto sottomesso alla loro volontà di dominio? Come si può quindi far riferimento al pensiero di Carla Lonzi in un articolo che rivendica la messa a valore della sessualità? Si tratta di una sorta di ossimoro concettuale! E non si può sfuggire alla contraddizione rilevando che Lonzi criticava la sessualità finalizzata alla procreazione, mentre la prostituzione non tenderebbe a questo scopo. Non è così. I rapporti mercenari, riducendosi ad una serie di atti di penetrazione non desiderati, anziché sovvertire, riproducono e rafforzano il modello sessuale procreativo dominante e la sottomissione delle persone che la praticano, le quali rinunciano alla manifestazione della propria sessualità, alla volontà dei clienti. La prostituzione è un'istituzione patriarcale perfettamente compatibile con il matrimonio e con la famiglia eterosessuale. Lo confermano i clienti. Uno di questi, intervistato da Claudine Legardinier et Saïd Bouamama, teorizza la specializzazione delle prestazioni di servizio, per così dire. Per lui la moglie serve a stirare camicie e a cucinare, la prostituta a far sesso.

Avere una donna che non vi dà nulla a letto, ma che vi offre molte altre cose: un sorriso, un pasto, un abito stirato e da cui non ci si vuole separare. E si va da un'altra ragazza perché a letto non si ha niente. 

Interessante anche la testimonianza di un cliente italiano che, sul sito Gnocca Travel, discutendo dei benefici e degli svantaggi connessi all'eventuale introduzione anche in Italia di una normativa imperniata sulla regolamentazione della prostituzione e quindi sull'apertura dei bordelli, sottolinea come questo provvedimento produrrebbe un maggiore e desiderato assoggettamento delle compagne alla volontà del partner.

Comunque, pro e contro:
pro: finalmente posti decenti e seri dove divertirsi senza varcare i confini nazionali;
contro: per noi nessuno, per le mogli e fidanzate sì, perché dovrebbero abbassare le pretese e iniziare a scopare bene a letto.

Se citare Carla Lonzi nello stesso periodo in cui si rivendica il diritto di mettere a valore gli organi genitali è un ossimoro concettuale, lo è pure indignarsi per la resa della sinistra alle ragioni del capitale per rivendicare poi, con assoluta nonchalance, il diritto di sussumere la sessualità nel processo di valorizzazione capitalista. Non si combatte certo il capitalismo reclamando la sua estensione mercificante ad ogni sfera vitale e ad ogni parte del corpo! Semmai lo si contrasta sottraendo al suo dominio quante più relazioni ed attività possibili, la sessualità innanzitutto!

A questi due ossimori concettuali se ne affianca un terzo: l'accostamento dell'orientamento antiabortista a quello abolizionista, tendenze che sono in realtà antitetiche come ho già sostenuto in altri due articoli. Ispirandomi al pensiero di Carla Lonzi, potrei ora aggiungere che negare alla donna la libertà d'aborto significa far ricadere su di lei la responsabilità esclusiva di un atto che appaga l'uomo e che è stato imposto dalla cultura patriarcale come forma naturale della sessualità. Al contrario: abolire la prostituzione significa cancellare un'istituzione che incarna e riproduce in sommo grado la subordinazione della donna al dominio e al desiderio maschile, l'incontro tra un soggetto egemone e il suo strumento, la riduzione della donna ad oggetto sessuale, il primo concepito dall'uomo, l'archetipo della proprietà privata (Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel). 

Vorrei concludere l'articolo formulando una serie di auspici. Occorre anzitutto mobilitarsi per il mantenimento della legge 194 e per evitarne il completo svuotamento già in atto da tempo a causa dell'abnorme estensione dell'obiezione di coscienza e dell'autorizzazione legislativa concessa (nel Veneto ad esempio) ai volontari del Movimento per la vita di svolgere la loro propaganda nei consultori e nelle strutture sanitarie, per non parlare poi di quel che è appena avvenuto al Parlamento europeo. In un periodo di continua riduzione dei diritti, salvaguardare i pochi rimasti è tutt'altro che inutile! Tuttavia la legge 194 non soddisfa affatto, proprio perché prevede il diritto all'esercizio dell'obiezione di coscienza che, a mio parere, andrebbe abrogato. Ritengo, però, che ci si debba in particolare impegnare per l'affermazione di una sessualità non soltanto svincolata dal dogma della riproduzione e della eterosessualità, ma soprattutto libera dall'asservimento alle istanze di piacere maschili e in grado di manifestarsi come incontro tra soggetti posti su un piano di parità. Infine, è indispensabile che la scelta di riprodursi sia resa effettiva, assicurando quanto meno a chi la voglia intraprendere la disponibilità regolare di un reddito adeguato e l'accessibilità ad un'ampia rete di servizi pubblici. Su questo specifico punto concordo con l'autrice dell'articolo che ho criticato.

Sì, ho frequentato prostitute e preferivo le giovani
(Jean Marie Le Pen, ottobre 2009)

di Maria Rossi


Mentre la Ministra francese per i diritti delle donne, Najat Vallaud-Belkacem, che fin dall'insediamento in carica aveva esternato le sue convinzioni favorevoli all'abolizione della prostituzione, si dichiara scioccata dalla decisione del governo spagnolo di ridurre drasticamente il diritto d'aborto e comunica di aver espresso le sue preoccupazioni alla collega spagnola e, mentre il Partito comunista francese denuncia il terribile arretramento dei diritti delle donne, Jean-Marie Le Pen, presidente onorario del Front National, (estremadestra) esprime la sua soddisfazione per il provvedimento adottato che, a suo parere, dimostra che si può agire sulla questione con misura, intelligenza e attenzione al rispetto della vita umana. Simile valutazione è stata espressa in Italia da Giuliano Ferrara in un articolo pubblicato su Il Giornale, intitolato Rifiutare l'aborto fa rinascere il buon senso.  Vorrei ricordare come entrambi abbiano espresso la propria contrarietà all'abolizione della prostituzione in Francia. [Il Foglio 22.11.2013] [Il Foglio 1.11.2013] Le Front National nel programma del 2002 auspicava, anzi, il ritorno a un sistema regolamentarista. Patrick Bourson, capolista del partito di Le Pen nella circoscrizione Centro alle elezioni europee del 2009, ha costituito nel 2010 una formazionedi estrema destra che richiede la riapertura delle case chiuse.
In Spagna, l' AsociaciónNacional de Empresarios de Locales de Alterne (ANELA), l' associazione dei proprietari di bordelli è stata presieduta fino al 2011 da José Luis Roberto Navarro, fondatore del partito di estrema destra España 2000,  formazione di orientamento xenofobo e neofascista affine al Front national di Le Pen e fermamente contraria all'aborto.
E' dunque chiaro come regolamentazione della prostituzione e negazione del diritto di interruzione volontaria della gravidanza siano perfettamente compatibili e, se presenti contemporaneamente, si rivelino espressione di un orientamento politico marcatamente di destra, talvolta estrema. La ragione è semplice: si tratta di consolidare nella coscienza collettiva l'idea che i corpi delle donne siano oggetti sessuali espropriabili e sfruttabili per la riproduzione o per il godimento maschile, un'idea che riposa sulla concezione capitalista del corpo come proprietà privata, in quanto tale alienabile.

Scriveva non a caso Alexandra Kollontaj in Il comunismo e la famiglia:


Questa vergogna (la prostituzione) la dobbiamo al sistema economico oggi in vigore, all'esistenza della proprietà privata. Quando sparirà per sempre la proprietà privata sparirà il commercio della donna. 

In quello straordinario laboratorio di sperimentazione sociale che fu l'URSS dei primi anni della Rivoluzione lotta contro la prostituzione e riconoscimento del diritto di aborto procedettero di pari passo, così come l'affermazione della completa parità tra i coniugi e l'ampliamento dei diritti civili, inclusi quelli degli omosessuali, (il reato di sodomia venne depenalizzato nel 1922).

Anche la Comune di Parigi nel 1871 procedette alla soppressione delle case chiuse.

Con ciò non intendo affermare che l'abbattimento del capitalismo produca automaticamente la demolizione del patriarcato. Non è così. Molte delle conquiste dei primi anni della Rivoluzione russa vennero per altro fortemente ridimensionate nell'epoca stalinista. Quel che mi preme sottolineare è piuttosto il fatto che l'abolizione della prostituzione introduce nel sistema caratteri anticapitalisti e antipatriarcali, perché sottrae il corpo delle donne allo status di merce, di oggetto sessuale di proprietà, sia pure temporanea, dei clienti, configurandosi come un atto che anticipa e prefigura una società diversa. Sarà per questo che non piace a Ferrara, a Le Pen, ad Alberto Ruiz-Gallardón, a Mariano Rajoy, a José Luis Roberto Navarro.



di Maria Rossi


Venerdì il consiglio dei ministri spagnolo ha approvato una controriforma che riduce drasticamente la possibilità di ricorrere all'aborto.

Il progetto di legge é stato presentato dal ministro della giustizia Alberto Ruiz-Gallardón - e non dalla ministra della sanità, la più moderata Ana Mato - e reca il titolo pomposo di “Legge organica per la protezione della vita del concepito e dei diritti della donna incinta”. 

Al contrario della legge del 2010 promulgata dal governo Zapatero, che consentiva di ricorrere all'interruzione volontaria della gravidanza senza restrizioni entro la quattordicesima settimana di gestazione, il nuovo provvedimento limita il diritto di aborto a soli due casi: l'essere rimasta incinta in seguito ad uno stupro e il rischio per la salute fisica e psicologica della donna. Neppure la presenza di gravi malformazioni fetali costituisce, in base alla legge, un motivo valido per interrompere la gravidanza, a meno che rappresenti una ‘pressione psicologica insopportabile’ per la madre o metta a rischio la vita del nascituro. 

Inoltre, interrompere una gravidanza, conseguenza di uno stupro, sarà possibile solo prima della dodicesima settimana di gestazione e solo se la violenza sessuale sarà stata denunciata immediatamente dalla vittima. Anche in caso di malformazione grave del feto sarà possibile abortire solo prima della ventiduesima settimana e a decidere dovranno essere due medici diversi da quelli che praticheranno l'intervento. 

La legge Gallardòn prevede anche il diritto all'obiezione di coscienza per medici e infermieri, sia del settore sanitario pubblico che privato. Considerato il forte radicamento del cattolicesimo in Spagna e tenuto conto, in particolare, della potenza economica ed ideologica dell'Opus Dei, è facile immaginare quanto risulterà difficile d'ora in poi per le donne spagnole ricorrere all'aborto. 

In ogni caso, la donna dovrà sottoporsi al mortificante “processo di consenso informato, libero e validamente emesso”, che include la partecipazione dei genitori nel caso in cui sia minorenne e un periodo di ‘riflessione’ obbligatorio di 7 giorni (attualmente era di 3) dopo essere stata informata “dei suoi diritti, degli aiuti sociali ed economici disponibili e di tutti i rischi per la sua salute che l’aborto comporta”.

In Italia molti hanno riportato la notizia e hanno interpretato la legge in questione come una forma di controllo o di appropriazione del corpo della donna da parte dello Stato. Un'interpretazione logica e ragionevole. Ne vorrei però proporre un'altra, alla luce di altri provvedimenti che sono stati o stanno per essere adottati in Spagna e che vorrei qui illustrare brevemente.

Il Governo ha approntato una riforma del Codice Penale che contempla l'eliminazione del concetto di sfruttamento sessuale previsto dall'art.188. Diventerà praticamente impossibile perseguire il lenocinio, in quanto l'onere della prova ricadrà sulla vittima dello sfruttamento che dovrà dimostrare di trovarsi in una condizione di dipendenza personale ed economica che non le lascia altra scelta, reale o accettabile, che l'esercizio della prostituzione o dovrà provare che per praticarla le siano state imposte condizioni onerose o sproporzionate o sleali. Si tratta di presupposti di cui è ben difficile, se non impossibile, attestare l'esistenza. 

L'esercizio della prostituzione nei pressi delle scuole e nei luoghi dove si ritiene possa intralciare il traffico, in base alla nuova legge per la sicurezza del cittadino, sarà sanzionata con una multa dall'ammontare compreso fra i 1001 ai 30.000 euro.  In Spagna si è assistito negli ultimi anni alla proliferazione di ordinanze locali che sanzionano, con l'imposizione di pesanti multe, la prostituzione di strada "allo scopo di preservare la convivenza civile e il senso civico", ma ne autorizzano l'esercizio nei locali, che hanno conosciuto così una notevole diffusione. L'adozione di questi provvedimenti è stata sollecitata dall'associazione nazionale dei proprietari dei bordelli che ha direttamente partecipato all'elaborazione di alcuni di essi ed ha esercitato una forte pressione sul Governo di Mariano Rajoy, affinché promulgasse una normativa nazionale ispirata a questi principi. L'obiettivo perseguito da questa politica di regolamentazione è quello di convogliare nei bordelli l'esercizio della prostituzione, incrementando l'industria del sesso e sottraendo allo sguardo dei cittadini le donne che la praticano.

La progettata riforma del Codice Penale sopprime poi il concetto di violenza di genere, producendo l'effetto di occultarla. Ho già illustrato in un altro articolo tutti i provvedimenti che contribuiranno ad incrementare la vulnerabilità della donna vittima della violenza maschile. Qui ne ricordo solo alcuni. Le lesioni, le minacce e l'assoggettamento delle donne a forme di coercizione verranno classificate come reati minori. La pena del carcere nei casi previsti dalla legge contro la violenza di genere del 2004 potrà essere commutata nel pagamento di una multa. L'abuso di alcool da parte dell'aggressore sarà considerato una circostanza attenuante nei casi in cui venga commesso un atto di violenza su una donna.

Considerando queste misure nel loro complesso, a me pare che l'obiettivo che si prefigge il Governo spagnolo non è tanto quello di esercitare una forma di controllo biopolitico, di appropriazione del corpo delle donne, quanto piuttosto quello di riconsegnarlo al potere degli uomini, rafforzando l'ordine patriarcale. Si intende perseguire tale finalità sia con l'abrogazione del concetto di violenza di genere e con la depenalizzazione o con la riduzione delle sanzioni previste per i reati commessi dagli uomini contro le partner, misure che renderanno di nuovo la sfera domestica una zona franca sottratta all'applicazione del diritto e caratterizzata dal libero dispiegamento dei rapporti di forza, sia con la sostanziale soppressione del reato di sfruttamento sessuale che assoggetterà le donne prostituite al dominio di trafficanti e prosseneti. La drastica restrizione del diritto di interrompere la gravidanza produrrà lo stesso effetto di subordinazione delle donne al potere degli uomini. Scriveva Carla Lonzi in Sessualità femminile e aborto: "Una procreazione coatta e ripetitiva ha consegnato la specie femminile nelle mani dell'uomo di cui ha costituito la prima base di potere".

Il Governo spagnolo amplia anche i settori di attività del capitalismo biopolitico. Il corpo delle donne diventa infatti oggetto di sfruttamento ed occasione di profitto per gli imprenditori del sesso, attraverso la dislocazione della prostituzione nei bordelli; quello di tutti i cittadini sarà sottoposto, invece, al controllo dei vigilantes che d'ora in poi potranno pattugliare spazi aperti ed operare arresti e perquisizioni, misura che si configura come una vera e propria privatizzazione del comparto della sicurezza. 

Il Governo spagnolo, insomma, consolida contemporaneamente il patriarcato e il capitalismo, risultato che consegue anche con la criminalizzazione dei movimenti di protesta.

Questa vicenda mostra, infine, palesemente, come restrizione del diritto di aborto e regolamentazione della prostituzione si concilino perfettamente, proprio perché entrambi irrobustiscono il controllo e l'appropriazione del corpo delle donne da parte degli uomini, dando vita a un neofondamentalismo che "ripropone la forma della proprietà dentro e oltre l’incertezza del futuro" per usare le parole di Melinda Cooper. .



di Maria Rossi


C'è chi accosta il movimento antiabortista a quello per l'abolizione della prostituzione, in quanto entrambi lederebbero il diritto all'autodeterminazione delle donne e si configurerebbero come rivendicazioni di proprietà dei loro corpi. Si tratta di un'equiparazione di cui è possibile dimostrare l'arbitrarietà e la fallacia.

Ho già sostenuto in articoli precedenti come l'applicazione del concetto di autodeterminazione all'esercizio della prostituzione sia assai poco pertinente. Non ripeterò qui le considerazioni già svolte.

Osservo invece che si ricorre all'aborto per sottrarsi ad una gravidanza indesiderata. Gli Stati che riconoscono questo diritto ne garantiscono l'esercizio sancendone la gratuità e mettendo a disposizione il personale e le strutture nelle quali l'interruzione della gravidanza viene praticata. Vediamo invece cosa accade nel caso della prostituzione. Secondo uno studio di Melissa Farley, l'89% delle donne prostituite vorrebbe abbandonare la pratica dei rapporti mercenari, ma non può farlo per mancanza di alternative. Nei Paesi Bassi soltanto il 6% dei Comuni ha apprestato servizi di sostegno sociale e professionale per chi desidera fuoriuscire dalla prostituzione, ostacolando così l'esercizio del diritto all'autodeterminazione. Il dato, assai esiguo e comune ad altri Stati che si conformano ai medesimi principi, non dovrebbe destare alcuno stupore. Se la prostituzione viene concepita come una pratica banale, come un lavoro qualsiasi, non si comprende per quale motivo un governo dovrebbe erogare fondi destinati al finanziamento di servizi che offrano alternative a chi la esercita. La banalizzazione della prostituzione impedisce, dunque, la libera esplicazione della volontà di abbandonarla. 

La depenalizzazione o la legalizzazione dell'aborto evita i gravi rischi che derivano dalla sua pratica clandestina e, dunque, garantisce la tutela della salute della donna. Lo stesso effetto di salvaguardia dell'integrità psico-fisica della donna genera l'abolizione della prostituzione, in quanto la violenza è ad essa consustanziale. Ridurne la pratica, come è avvenuto in Svezia, produce un decremento dell'elevato tasso di mortalità, di stupri, di aggressioni fisiche e psicologiche, di disturbi e malattie connesse al suo esercizio. Né vale l'obiezione secondo la quale l'abolizione della prostituzione ne incrementerebbe la pratica clandestina e i rischi connessi. Questo non è accaduto in Svezia. Al contrario, nei Paesi Bassi la stragrande maggioranza della prostituzione è irregolare. Non solo. Le sopravvissute osservano giustamente come questa attività sia per natura sommersa, in quanto, com'è ovvio, i rapporti sessuali si consumano lontano dagli sguardi altrui, rendendo impossibile la prevenzione degli atti di violenza di cui si rende responsabile un certo numero di clienti. Neppure l'installazione di dispositivi come i pulsanti di emergenza nelle stanze ove si esercita la prostituzione garantiscono la sicurezza delle persone che la praticano. Nei Paesi Bassi, dove, teoricamente, tutte le camere dei bordelli e delle vetrine dovrebbero esserne provviste, il 70% delle donne prostituite confessa di aver subito uno stupro nell'esercizio della propria attività.  

Il ricorso all'aborto si configura come atto di sottrazione a una maternità imposta come ineluttabile destino femminile e tutela contemporaneamente il diritto della donna di non accollarsi controvoglia la responsabilità e l'impegno emotivo, pratico ed economico di accudire un bimbo non desiderato e il diritto di quest'ultimo a ricevere cure e affetto. Nessuno di questi interessi ovviamente è tutelato dal mantenimento della prostituzione. 

Gli aderenti al movimento pro-life sostengono che lo zigote sia già un essere umano con piena dignità. Per questo rivendicano il diritto a rifiutare la somministrazione della pillola del giorno dopo. Secondo la Chiesa Cattolica, dal momento che l'ontogenesi umana ha inizio nell'istante della fecondazione e che, una volta che il processo è iniziato, non vi è una particolare fase del suo sviluppo che sia più importante dell'altra, essendo tutte parte di un'evoluzione continua, sin dal concepimento l'embrione è da considerarsi vita umana che deve godere degli stessi diritti riservati ai nati. Ciò significa non solo attribuire la qualifica e la dignità di soggetto a un semplice ovulo fecondato o a un'aggregazione di poche cellule, ma implica anche una concezione della donna come mera incubatrice, come contenitore di un individuo che si sviluppa autonomamente, ossia indipendentemente da qualsiasi interazione con il corpo della futura madre, che è invece, come sappiamo, la condizione necessaria alla nascita di un bambino Ora: com'è trattata la donna prostituta dai clienti se non come una merce, un mero contenitore delle loro voglie? L'abolizionismo mira appunto ad eliminare questa condizione. 

Esso e il riconoscimento del diritto di aborto sono accomunati dalla volontà di assicurare alle donne la liberazione da un ordine patriarcale che assegna loro il ruolo di strumenti sessuali a disposizione degli uomini.
Non vi è, dunque, alcuna ragione per accostare il movimento pro-life all'abolizionismo, né si può affermare che quest'ultimo si proponga di riprodurre la famiglia eterosessuale.

Quanto alla rivendicazione di proprietà dei corpi delle donne, cosa implica l'esercizio della prostituzione se non l'appropriazione di chi la pratica da parte di qualunque uomo lo desideri ? 

In merito a questa questione, l'articolo che sto commentando riporta un periodo di un libro di Melinda Cooper: La vita come plusvalore che mi sento di sottoscrivere:

In questo risiede la novità del neofondamentalismo ai tempi dell’economia neoliberale: a fronte di una politica che opera in modo speculativo, il fondamentalismo diventa la battaglia che ripropone la forma della proprietà dentro e oltre l’incertezza del futuro. Questa forma di proprietà, come mostra evidentemente il movimento per la vita, è al contempo sessuale ed economica, produttiva e riproduttiva. E’, in ultima analisi, una rivendicazione di proprietà dei corpi delle donne.

Concepire e rivendicare il corpo come forma di proprietà che, in quanto tale, può essere ceduta, anziché come essere inalienabile significa aderire ai principi del capitalismo che trova un fondamento nell'esistenza della proprietà privata. Se il corpo si configura come soggettività incarnata, secondo la condivisibile definizione proposta dalla nostra blogger, non può appartenere a nessuno, ma può soltanto essere: dunque non può costituire oggetto di alienazione. Non è neppure possibile separare gli organi sessuali dal corpo e quest'ultimo dalla persona.

L'autrice dell'articolo che sto commentando, dopo aver liquidato in modo frettoloso e caricaturale le argomentazioni delle femministe abolizioniste, le quali, secondo lei, si limiterebbero a riproporre ossessivamente l'immagine della nigeriana violentata e sfruttata (non comprendo, sinceramente, a chi si riferisca), le accusa di occultare, appuntando esclusivamente l'attenzione sulle donne prostituite, lo sfruttamento e la violenza consustanziali a qualsiasi altro lavoro. A prescindere dal fatto che la prostituzione è un'istituzione patriarcale che presenta caratteri che la distinguono da qualsiasi occupazione, come ho già argomentato altrove, all'abolizionismo aderiscono femministe di qualsiasi corrente, incluse l'anarchica, la marxista e la materialista, interessate a denunciare la subordinazione e lo sfruttamento impliciti nei rapporti di produzione capitalisti. Basterebbe leggersi Il Contratto sessuale di Carole Pateman per rendersene conto. Al contrario, mi pare che molte persone che ritengono la prostituzione un lavoro riconoscano i caratteri alienanti ed oppressivi di tutte le occupazioni, ma tendano a minimizzare, quando non a negare, quelle connaturate alla pratica dei rapporti mercenari, contribuendo in tal modo, paradossalmente, ad espungerli dalla categoria del lavoro o, quanto meno, a collocarli in una zona privilegiata assieme alla professione di attore e attrice pornografica, a discapito della realtà documentata da parecchi studi. Il privilegio della sex worker migrante, sembrerebbe potersi arguire dall'articolo che sto criticando, consisterebbe nel fatto di non essere assoggettata ad alcuna forma di contratto. Immagino che l'affermazione desti perplessità in molte lettrici e lettori che considerano il contratto di lavoro come la fissazione per iscritto dei diritti esigibili dei lavoratori dipendenti e, dunque, come una fondamentale tutela. L'asserzione della blogger in questione, tuttavia, è molto interessante e merita attenta considerazione. Ne Il Contratto sessuale la femminista marxista Carole Pateman scrive: 

Il contratto genera sempre il diritto politico nella forma di rapporti di dominio e di subordinazione. Nel 1919 G.D.H Cole affermò che, quando la gente provava a rispondere alla domanda su cosa non andasse nell'organizzazione capitalistica della produzione, di solito dava la risposta sbagliata: rispondono la povertà (ineguaglianza), quando dovrebbero rispondere la schiavitù.

La questione per Cole è che i critici del capitalismo e del contratto guardano esclusivamente allo sfruttamento (diseguaglianza), trascurando in questo modo la subordinazione, ovvero la misura in cui le istituzioni sociali non sono il risultato di libere relazioni, ma di rapporti che somigliano a quello tra schiavo e padrone.
Anziché minare la subordinazione, i teorici del contratto giustificarono la moderna soggezione civile.

Il libro di Pateman è stato scritto negli anni Ottanta. Benché non lo dica apertamente, si può agevolmente supporre, considerato il suo orientamento politico, che l'autrice immagini un modello di organizzazione del lavoro fondato sull' autogestione della produzione e dunque sull'abolizione dei rapporti di subordinazione. Oggi potremmo parlare di cooperazione produttiva autonoma. Inoltre, Pateman auspica l'instaurarsi di relazioni di genere egalitarie, non imperniate cioè sul binomio dominio-subalternità. 

La blogger il cui articolo sto criticando auspica appunto la soppressione del disciplinamento dei corpi e della subordinazione codificata nei contratti e tipica del lavoro salariato. Sono d'accordo con lei. L'errore grave che commette, però, nell'individuare nella sex worker migrante il paradigma della lavoratrice autonoma libera dalla sottomissione ad un padrone, è, a mio parere, quello di confondere forma e contenuto, cioè di identificare il contratto con la stipula di un accordo scritto. Per lei la sex worker migrante ne è svincolata perché non ne ha sottoscritto alcuno. Ma nella teoria di Pateman , che condivido, è il rapporto di subordinazione ad istituire il contratto, non la forma scritta. Quest'ultima, anzi, assieme al carattere collettivo della contrattazione, elimina l'arbitrio assoluto del padrone, ne circoscrive il dominio, attribuisce al dipendente una serie di diritti esigibili. Non a caso nell'Ottocento i liberisti, che definivano, mistificandolo, il rapporto di lavoro come un accordo tra due contraenti in posizione di uguaglianza, si opposero strenuamente al riconoscimento dei sindacati e della loro titolarità a stipulare contratti collettivi. L'assenza di forma scritta non esclude dunque la sussistenza di un rapporto di dominio e di subordinazione, ma gli conferisce, anzi, un carattere più arbitrario ed oppressivo. Il lavoro nero comporta livelli di sfruttamento molto più intensi di quello regolare. Inoltre, come giustamente osserva la nostra blogger, il contratto non è soltanto quello di lavoro, ma anche quello sessuale, ad esempio. Ecco perché ritengo errato definire la migrante che si prostituisce una lavoratrice autonoma non subalterna ad un padrone. In realtà, le forme di assoggettamento e di coercizione cui è sottoposta sono molteplici e raggiungono un'intensità senza pari. In primo luogo, nella maggioranza dei casi, per approdare in un Paese occidentale, la migrante ha contratto un debito, il cui ammontare spesso la costringe ad esercitare la prostituzione. Non a caso si parla di schiavitù per debito. In secondo luogo, il 90% delle donne che praticano rapporti mercenari nel mondo è sottomessa ad un singolo pappone o ad una rete di prosseneti, http://www.csf.gouv.qc.ca/modules/fichierspublications/fichier-29-1655.pdf che estorcono loro, ricorrendo a forme di coercizione più o meno violente, una parte consistente di guadagni. Una migrante può essere assunta dal proprietario di un locale (di lap dance, ad esempio) dove si praticano clandestinamente rapporti mercenari. Inoltre, ed è la considerazione più importante, è la prostituzione stessa a configurarsi come un contratto sessuale, ossia come un rapporto di subordinazione ai clienti. Con essa, osserva Carole Pateman, "gli uomini vengono pubblicamente riconosciuti come padroni sessuali delle donne". La migrante che si prostituisce subisce, dunque, una pluralità stratificata e oppressiva di rapporti di dominio non formalizzati da accordi scritti. Tra questi rapporti vi è anche quello dettato dal desiderio del cliente di praticare una forma di colonizzazione razzista inferiorizzante e non di rado violenta del corpo della straniera. Osserva a questo proposito, con un linguaggio peraltro sconvolgente, a tratti impregnato di agghiacciante realismo cinico, un operatore di strada intervistato da Emilio Quadrelli nel saggio Corpi a perdere, incluso in La città e le ombre, libro scritto in collaborazione con Alessandro Dal Lago:

L'arrivo delle straniere [...] ha modificato i comportamenti dell'utenza [...] Con l'arrivo sul mercato di un "prodotto" estero ho assistito a un mutamento radicale del rapporto tra merce e acquirente e una scoperta dei tratti italiani molto significativi. Il maschio medio italiano [...] tende a frequentare con insistenza questa nuova prostituzione. Le molle scatenanti: il dominio e l'inferiorizzazione. Nei racconti che raccolgo prevale un desiderio e un diritto di praticare violenza senza che questa venga neppure in qualche modo contrattata. Non ci troviamo pertanto di fronte a degli amanti particolari del genere sado-maso, non ci troviamo di fronte a delle richieste tecniche, ci troviamo di fronte a un sentirsi padroni completi e totali di un altro corpo, un corpo da poter utilizzare e martirizzare perché per sua natura sottomesso. 

E ancora: 

La molla attrattiva delle prostitute straniere non è dovuta né al prezzo, né alla bellezza, piuttosto e in maniera decisiva all'idea del diritto di conquista, del diritto alla dominazione che queste ragazze suscitano nell'utente. Va detto che l'utenza non ha né particolari connotazioni sociali, è pertanto decisamente interclassista, né connotazioni culturali. Può essere un operaio, un commerciante o un manager o un libero professionista.

Le osservazioni di questo operatore, per altro confermate da altri ricercatori e ricercatrici come Bridget Anderson e Julia O' Connell Davidson che si sono interrogate sulle motivazioni che inducono i clienti a ricorrere alle donne prostituite straniere, (pp.32-33), sono così commentate da Emilio Quadrelli:

I corpi delle donne straniere possono essere insultati, irrisi, colpiti, violati, usati sessualmente. [...] La brutalità non è estranea a un codice culturale di sottomissione degli stranieri, tollerabili solo [..] se in una posizione servile. La brutalità, dunque, sembra discendere più che da anomalie del comportamento, da una cultura ormai istituzionalizzata che assegna in partenza agli stranieri una posizione subordinata e strumentale [...] A noi sembra che questa cultura della sottomissione possa essere definita, senza esagerazioni, coloniale. Tipicamente coloniali sono l'ambivalente percezione (un misto di attrazione e repulsione) del corpo del nativo come lascivo, la sua rappresentazione come carne indifferente, priva di "anima" e di individualità, la sorridente indifferenza con cui il cliente umilia o brutalizza la donna - un comportamento analogo a quello del colonizzatore che spia le contorsioni di un nativo sotto la sferza

Lungi dal configurarsi come corpi pericolosi, come ritiene l'autrice dell'articolo in questione, le migranti prostituite sono, dunque, percepite dai clienti occidentali come corpi esotici da sottomettere e colonizzare. Perché la blogger li reputa invece pericolosi? Anzitutto perché rischiano di compromettere l'identità dello stato nazione contaminandone la purezza del colore della pelle. Ma non aveva in precedenza accusato le femministe abolizioniste di riprodurre ossessivamente l'immagine della migrante nigeriana? In effetti, la maggioranza delle donne prostituite straniere nell'Europa occidentale è costituita da donne di pelle bianca, se non diafana, originarie dell'Europa centrale ed orientale. Chi ha mai sostenuto il contrario? Qui mi pare che sia la blogger a riprodurre uno stereotipo.

La pericolosità della migrante prostituita deriverebbe anche dal fatto che la sua presenza metterebbe in crisi "la validità assoluta di un contratto come strumento d'accesso alla cittadinanza, attraverso l'esercizio del diritto alla libera ed esclusiva proprietà del corpo". Ho già osservato come la migrante sia in realtà sottomessa ad una molteplicità di rapporti di subordinazione. Vorrei qui notare come la normativa italiana sull'immigrazione condiziona il godimento dei diritti civili e sociali al possesso del permesso di soggiorno rilasciato in genere (ma non solo) per motivi di lavoro dipendente o autonomo. Dunque è la disponibilità o meno di questo documento a decidere della fruizione o meno dei diritti civili e sociali, non il tipo di lavoro che si svolge e non è affatto pericoloso per l'identità dello stato nazione richiedere un permesso di soggiorno per lavoro autonomo, anziché dipendente. Semmai è ingiusto e scandaloso che sia necessario possedere un documento per poter fruire di un minimo di diritti. 

La nostra blogger si dilunga poi sul concetto di empowerment che dovremmo promuovere, offrendocene, verso la conclusione del suo articolo, una definizione bellissima, ma, al contempo, sorprendente.

Emporwement significa sottrarre i corpi  tanto al disciplinamento dei contratti, siano essi di lavoro, matrimoniali o sessuali, quanto alle retoriche, tanto in voga, del bene comune, che di nuovo fanno dei corpi un bene a disposizione della comunità, a suo uso e consumo.

Sottoscrivo. Poiché la prostituzione è un contratto sessuale (definizione della marxista Pateman) che fa del corpo delle persone che la esercitano un bene a disposizione della comunità dei clienti, a loro uso e consumo, questa frase basta a contraddire l'intero impianto argomentativo dell'articolo della blogger e ad annoverarla di diritto tra le femministe abolizioniste. Benvenuta tra noi!

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