di Maria Rossi


Vorrei rivolgere un caloroso plauso (sto facendo dell'ironia) ai parlamentari della Repubblica italiana. A Bruxelles i loro colleghi hanno appena approvato una risoluzione che riconosce la prostituzione come una forma di violenza contro le donne, anzi, di schiavitù incompatibile con la dignità umana e con i diritti umani fondamentali. Hanno appreso e condiviso l'affermazione che la prostituzione comporta effetti dannosi per la salute delle persone che la praticano, le quali sono più soggette a traumi sessuali, fisici e psichici, alla contrazione di malattie sessualmente trasmissibili, alla dipendenza da stupefacenti e alcool, alla perdita di autostima così come a un tasso di mortalità superiore rispetto al resto della popolazione. Hanno ricevuto informazioni importanti, come quella che le persone che esercitano la prostituzione risultano particolarmente vulnerabili dal punto di vista sociale, economico, fisico, psicologico, emozionale e familiare e sono maggiormente esposte al rischio di subire violenza e pregiudizio rispetto agli individui impegnati in qualsiasi altra attività. In particolare sanno, per averlo letto nella risoluzione che hanno approvato, che il 62% delle donne prostituite ha subito almeno uno stupro nel corso della propria attività, il 68% soffre di sindrome da stress post-traumatico (una percentuale analoga a quella delle vittime di tortura) e l'80-95% è stato assoggettato a forme di violenza (stupro, incesto, pedofilia), prima di iniziare a praticare rapporti mercenari.

Riconoscono inoltre che la prostituzione incide sulla violenza contro le donne in generale, dal momento che vi sono dati sugli acquirenti di servizi sessuali che dimostrano come questi uomini siano più inclini a commettere atti sessualmente coercitivi e ad adottare altri comportamenti maltrattanti contro le donne e spesso mostrino tendenze misogine. La prostituzione esercita un impatto considerevole sulla percezione che i giovani hanno della sessualità e delle relazioni tra donne e uomini.

Quanto alla regolamentazione, i parlamentari europei, italiani inclusi, avendo approvato la risoluzione Honeyball, dimostrano di aver acquisito la consapevolezza che i mercati della prostituzione alimentano la tratta di donne e minori e aggravano la violenza nei loro confronti, soprattutto nei Paesi in cui l'industria del sesso è stata legalizzata. I dati dimostrano che la criminalità organizzata svolge un ruolo di rilievo laddove la prostituzione è legale. I nostri rappresentanti a Bruxelles condividono l'idea che considerare la prostituzione un "lavoro sessuale", depenalizzare l'industria del sesso in generale e rendere legale lo sfruttamento della prostituzione non sia una soluzione idonea a tutelare dalla violenza e dallo sfruttamento donne e ragazze minorenni vulnerabili, ma sortisca l'effetto contrario, esponendole al pericolo di subire un livello più elevato di violenza, promuovendo al contempo i mercati della prostituzione e, di conseguenza, accrescendo il numero delle persone oggetto di abusi. Considerano che la criminalità organizzata, la tratta di esseri umani, i crimini estremamente violenti e la corruzione prosperano all'ombra della prostituzione e che qualsiasi quadro di regolamentazione va a beneficio in primis dei protettori, che riescono a trasformarsi in "uomini d'affari". Condannano qualsiasi tentativo politico o dissertazione basati sull'idea che la prostituzione possa essere una soluzione per le donne migranti in Europa.

Hanno appreso, poi, che in Germania vi sono 400.000 prostitute ma solo 44 sono ufficialmente registrate presso gli enti per la previdenza sociale a seguito della regolamentazione; che non sussistono indicazioni affidabili attestanti che tale normativa abbia ridotto la criminalità e che un terzo dei pubblici ministeri tedeschi è del parere che tale legislazione abbia reso più complesso il loro lavoro finalizzato a perseguire la tratta di esseri umani e lo sfruttamento della prostituzione.

I nostri rappresentanti a Bruxelles ritengono, pertanto, che il modo più efficace per combattere la tratta di donne e ragazze minorenni a fini di sfruttamento sessuale e per rafforzare la parità di genere sia di seguire il modello attuato in Svezia, Islanda e Norvegia (il cosiddetto modello nordico), adottato il 4 dicembre anche dall'Assemblea Nazionale francese.

Dopo aver solennemente approvato due giorni fa a Bruxelles questa risoluzione, alcuni esponenti degli stessi partiti, come se nulla fosse accaduto e in modo alquanto schizofrenico, presentano oggi a Palazzo Madama un disegno di legge che prevede nientepopodimeno che... la regolamentazione della prostituzione! Uao! Che coerenza, ragazzi! Che gigantesca presa per i fondelli!

Quale straordinario mutamento sarà avvenuto nel giro di due giorni? Il ddl in questione, infatti, , viene giustificato in nome di un profondo cambiamento che si sarebbe verificato nel sistema prostitutivo e che ne esigerebbe l'immediata regolamentazione. Nel giro di due giorni, dunque, la realtà descritta dalla risoluzione Honeyball è stata completamente sovvertita? Le donne che praticano la prostituzione non vengono più stuprate, non subiscono più reiterate violenze nel corso della loro attività, non soffrono più di sindrome da stress post-traumatico? O forse il modello tedesco e quello olandese, che sono stati giudicati fallimentari l'altro ieri, sono diventati oggi efficientissimi e non alimentano più la tratta e il crimine organizzato?

Resta il fatto che i nostri parlamentari, anziché predisporre "misure finalizzate a ridurre la povertà", come richiede la risoluzione Honeyball, che evidenzia nella recessione economica, nella disoccupazione che ne consegue e nella marginalità una delle maggiori cause della prostituzione, anziché "affrontare i problemi sociali più profondi che inducono uomini, donne e bambini a prostituirsi" e aiutare le persone vulnerabili "a trovare modi alternativi per guadagnarsi da vivere", si preoccupano di assoggettare chi si prostituisce al regime fiscale e previdenziale. In un periodo di recessione economica i nostri rappresentanti, anziché approntare misure che ne permettano il superamento e che, soprattutto, sottraggano le persone più vulnerabili alla miseria che le costringe a prostituirsi, si apprestano a riscuotere le tasse sui corpi mercificati delle donne che la povertà induce a praticare rapporti mercenari, trasformando lo Stato in magnaccia. Anziché esigere con determinazione che gli evasori delle classi dominanti adempiano ai loro obblighi fiscali, consentendo così di ampliare il welfare state e di erogare un reddito adeguato a tutti o, quanto meno, a chi non ne dispone, escogitano la bella idea di trarre profitto economico dalla mercificazione del corpo di ragazze e donne ridotte in povertà. Così, anziché confrontarci con uno Stato che adotta provvedimenti miranti a liberare dalla miseria le ragazze e le donne dei ceti subalterni affinché non siano costrette a prostituirsi, ci troveremo di fronte ad uno Stato che sfrutta le persone povere indotte dall'assenza di risorse a praticare rapporti sessuali mercenari. La povertà e la conseguente necessità di esercitare la prostituzione si trasformeranno pertanto in un'opportunità economica per la Repubblica italiana. Bel risultato! Che poi l'esercizio della prostituzione implichi un elevato tasso di mortalità e sia strettamente connesso a violenze come stupri e pesanti aggressioni fisiche e psicologiche, come sottolinea la risoluzione Honeyball, non è questione che paia turbare particolarmente i nostri parlamentari a Roma, a differenza dei colleghi di Bruxelles appartenenti agli stessi partiti. Non bisogna vittimizzare... le vittime, si sa! E uno stupro, poi, che sarà mai?

Quanto all'assoggettamento delle persone prostituite al regime previdenziale previsto dal disegno di legge in questione, presentato dalla senatrice del PD Maria Spilabotte, si tratta, anche in questo caso, di una forma di esazione di denaro (contributi) attuata ai danni di persone che non otterranno mai l'erogazione di un assegno pensionistico connesso all'attività della prostituzione. O forse qualcuno crede che una donna pratichi rapporti mercenari per almeno 40 anni e fino al compimento del sessantaseiesimo anno di età o più?

Tra i cofirmatari del disegno di legge in questione vi sono quattro senatori e senatrici del PD, due del M5S e Alessandra Mussolini di Forza Italia. Chissà che ne pensano le femministe pro-prostituzione? Ma sì! Del resto pure Jean-Marie Le Pen ha votato contro la risoluzione Honeyball ed è favorevole alla regolamentazione della prostituzione. Marine Le Pen condivide le idee del padre, ovviamente.

Quanto agli effetti reali prodotti dalla regolamentazione della prostituzione, vi invito a leggere, se volete, questi miei due articoli:

I miti sulla regolamentazione della prostituzione
Lo Stato magnaccia

Ho scritto che la parità di genere nella composizione del governo Renzi è un dato apprezzabile, perchè significa un progresso nel superamento dell’esclusione e della marginalizzazione delle donne, per il solo fatto di essere donne, dalle sedi del potere politico. Un progresso che può generarne altri, se verrà emulato da altre istituzioni, se diverrà norma di legge o almeno consuetudine.

E’ stato obiettato che il principio del 50/50 non ha valore assoluto, che quello che conta non è la quantità, ma la qualità delle relazioni tra donne e delle donne con gli uomini. Neanch’io gli attribuisco valore assoluto. Ma relativo si. La qualità ha bisogno della quantità. Nel consiglio della Basilicata non sarà possibile nessuna relazione positiva tra donne, perchè nessuna donna è stata eletta. Nel consiglio della Sardegna sarà possibile tra quattro donne, che potranno relazionarsi qualitativamente bene con altri 56 consiglieri maschi. La quota non è tutto, ma è una parte e va fissata. E dato che una quota va fissata, tanto vale che sia 50 e 50. Non vi è ragione di predeterminare una maggioranza maschile del 60 o del 70 per cento.

E’ stato obiettato che la parità di genere nel governo Renzi è strumentale e non servirà per fare una politica femminista. In politica, tutte le scelte sono almeno in parte strumentali, finalizzate ad obiettivi e consensi. Constato che se ieri era funzionale escludere le donne - e in larga parte della politica continua ad esserlo anche oggi - nel governo Renzi è funzionale includerle. E questo è un progresso. La possibile strumentalità della scelta non mi porta a negare la soggettività delle ministre, come fossero marionette manovrabili a piacere del premier, più di quanto possano esserlo i ministri. Il premier e i ministri sono rappresentati come il potere, le ministre sarebbero solo il fiore all'occhiello del potere, tipo Laura Boldrini, secondo Grillo, oggetto ornamentale del potere, lei non Pietro Grasso. Con questa rappresentazione alle donne ministro è dedicata una delegittimazione particolare, una delegittimazione che ricevono solo e in quanto donne.

Con questo metro, anche le donne d’opposizione, le femministe critiche possono essere considerate strumentalizzate e strumentalizzabili dai maschi di opposizione. Quando Flores D’Arcais e Travaglio pubblicano Eretica/Fikasicula, che scrive contro il governo delle donne, nella home page di Micromega, la stanno strumentalizzando. Sono interessati a fare opposizione al governo, non al suo improbabile "femminismo". In ogni caso è assurdo preferire l’esclusione avendo paura sia strumentalizzata l’inclusione. E' bene ed è giusto che le donne possano scrivere sulle riviste e sui giornali tanto quanto gli uomini. Anche quando a scrivere è una misogina.

E’ stato obiettato che le ministre sono moderate, cattoliche, confindustriali, non contrarie al patriarcato e al liberismo. Dunque, piuttosto che averle così sarebbe meglio non averle. Dov Weisglass, consigliere politico dell’allora premier Ariel Sharon, dichiarò nel 2005 ad Haaretz, che Israele avrebbe riconosciuto i palestinesi come interlocutori in un processo di pace solo quando i palestinesi si fossero trasformati in finlandesi. Alcune e alcuni nella nostra sinistra di opposizione pensano allo stesso modo. Le donne potranno essere riconosciute e valorizzate nel processo decisionale solo se e quando si saranno trasformate in laiche, abortiste, comuniste, antipatriarcali, antiliberiste, anarchiche, rivoluzionarie. Non è la prima volta che succede. Già nel dopoguerra, la sinistra era esitante nel concedere il voto alle donne, perchè le donne erano in maggioranza prevedibili elettrici della Democrazia cristiana. 

Ci sarebbe poi da capire cosa vuol dire essere di sinistra o essere femministe. Ci sono donne fieramente abortiste. Che però pensano sia lecito vendere il corpo di una donna e pensano che questa debba essere la legge dello stato. E’ dubbio siano meglio loro di Marianna Madia, la quale al momento, in tema di aborto e famiglia, si limita ad esprimere sue legittime opinioni, senza proporre di fare o disfare leggi.

E’ stato obiettato che la parità di genere nella composizione del governo inibisce la critica, ostacola l’opposizione alla politica del governo. Non vedo perchè. A me non la inibisce. Se fossi un parlamentare avrei votato contro la fiducia al governo. Apprezzo la parità come se non ci fosse la politica del governo. Mi oppongo alla politica del governo come se non ci fosse la parità. Sono semplicemente due cose diverse che devono rimanere distinte. L’oppressione basata sul genere non è più importante dell’oppressione basata sulla classe o sulla «razza». Ma neanche meno importante. E' scorretto e sbagliato usare una contro l'altra. Hanno lo stesso valore. E ciascuna va affrontata indipendentemente dall’altra. E’ perfetto che una donna possa diventare presidente degli industriali e poi anche ministra del governo. Nulla toglie al fatto che rimane una «nemica di classe» e bene ha fatto Giorgio Airaudo a denunciare il conflitto d’interessi della ministra Guidi.

Il valore della parità di genere nella composizione del governo è tale anche perchè può favorire un processo che per legge e per consuetudine determini la parità di genere nella composizione del parlamento, delle regioni e degli enti locali. A cominciare dall’introduzione della semplice alternanza un uomo, una donna e della parità 50/50 rispetto ai capilista nella nuova legge elettorale. Come chiede la petizione promossa da Lucina Di Meco.

La parità è una questione di giustizia, non richiede vantaggi, tornaconti e contropartite. Anche se le donne non sono meglio degli uomini e non migliorano il mondo, hanno ugualmente diritto di governare il mondo insieme agli uomini. Ma è proprio vero che le donne nei governi, nei parlamenti, nelle amministrazioni locali, sono tali e quali agli uomini e quindi  ininfluenti rispetto alla direzione del mondo?


Vedi anche:
Parità di genere nel governo Renzi

 



Approvato il rapporto Honeyball
Lo sfruttamento della prostituzione 
è una violazione dei diritti umani


di Maria Rossi


Il Parlamento europeo ha approvato oggi con 343 voti a favore, 139 contrari e 105 astensioni il rapporto della deputata laburista Mary Honeyball sullo sfruttamento sessuale, sulla prostituzione e sul loro impatto sulla parità di genere, il cui contenuto ho illustrato in un precedente articolo.

La prostituzione viene riconosciuta come una violazione dei diritti umani e come una forma di violenza contro le donne, che concorre a perpetuare le diseguaglianze di genere. Ciò, del resto, è attestato da ricerche e testimonianze.

La risoluzione invita gli Stati membri dell'UE ad adottare una normativa ispirata al modello nordico (Svezia, Norvegia e Islanda, cui si è aggiunta recentemente la Francia), che prevede la sanzione dell'acquisto delle prestazioni sessuali e, contemporaneamente, la depenalizzazione della loro vendita. Tale modello si è rivelato molto più efficiente di quello regolamentarista, che ha prodotto risultati negativi.

La risoluzione sollecita, inoltre, le autorità nazionali ad approntare adeguati servizi sociali che consentano alle donne che lo desiderano di abbandonare la prostituzione e di fruire di altre fonti di reddito.

Viene caldeggiata anche l'implementazione di politiche di prevenzione della prostituzione e si raccomanda, in particolare,  agli Stati membri dell'UE di prestare attenzione all'impatto della recessione sull'incremento della pratica dei rapporti mercenari che dovrebbe essere evitato predisponendo soluzioni alternative per donne e ragazze disoccupate.

La risoluzione non è vincolante, ma la sua approvazione attesta comunque l'avvenuto mutamento di sensibilità dei deputati europei nei confronti di un'istituzione la cui esistenza concorre a riprodurre e ad eternare il sistema patriarcale e quello capitalista e a perpetuare la violenza contro le donne.

Riguardo a quest'ultima, una risoluzione approvata ieri dal  Parlamento europeo invita ad affrontare la questione a livello comunitario e sollecita la Commissione ad adottare, prima della fine dell'anno, misure legislative di prevenzione della violenza di genere.


La composizione del voto

Il voto favorevole alla risoluzione abolizionista della prostituzione è trasversale. I voti provengono sia dal  gruppo del PPE, che ha vinto con un'ampia maggioranza le elezioni europee del 2009, che da quello socialista, che ha votato a favore della risoluzione in grande maggioranza, compresa l'eurodeputata Edite Estrela. L'estrema sinistra: il GUE, gruppo esiguo, ha votato in maggioranza (sottolineo in maggioranza) a favore della risoluzione (15 deputati, tra i quali tre tedeschi della Linke, risultato interessante). 13 sono invece i deputati verdi (tra i quali due tedeschi) che hanno votato a favore, ma la maggioranza si è dichiarata contraria alla risoluzione e alcuni si sono astenuti. A favore hanno votato anche 11 deputati di estrema destra.

Altrettanto trasversale è il voto contrario alla risoluzione che include sia deputati del PPE, che del gruppo socialista, così come dei verdi (28), dell'estrema sinistra (9) e dell'estrema destra (9). Tra questi ultimi spicca il neofascista Jean-Marie Le Pen. Anche  l'ultracattolico Lech Wałęsa, contrario all'aborto, prima leader del sindacato Solidarnosc, abbondantemente finanziato da Roberto Calvi del Banco Ambrosiano e dallo IOR (la Banca del Vaticano) poi, come Presidente della Polonia, convinto sostenitore  di spietate politiche neoliberiste ha votato contro la risoluzione abolizionista.

Tra gli italiani hanno votato a favore della risoluzione, tra le altre, le deputate Sonia Alfano e Rita Borsellino, note per il loro impegno contro la mafia, mentre hanno espresso un voto contrario i deputati leghisti Fontana, Morganti, Scottà e Speroni (iscritti al gruppo EFD). Mario Borghezio e Matteo Salvini erano invece assenti.La Bizzotto si è astenuta e nessun leghista ha votato a favore della risoluzione.

Se tra gli abolizionisti non vi sono certo soltanto progressisti, i favorevoli alla prostituzione  non possono tuttavia rallegrarsi, trovandosi in compagnia di Le Pen,  di Wałęsa e  dei leghisti.


Documenti:
Relazione su sfruttamento sessuale e prostituzione, e sulle loro conseguenze per la parità di genere
Commissione per i diritti della donna e l'uguaglianza di genere
Relatore: Mary Honeyball
(2013/2103(INI))

La parità di genere nella rappresentanza politica e istituzionale ha un valore importante, che merita di essere riconosciuto e rispettato. Per una elementare questione di giustizia. Donne e uomini sono ciascuno metà del genere umano. 50 e 50. E non esiste una buona ragione perchè una di queste due metà - quella maschile - occupi il 70-80-90-100% delle sedi decisionali, a cominciare dagli esecutivi e dalle assemblee elettive.

La parità di genere ha pure un valore necessario, perchè le leggi riguardano sia gli uomini, sia le donne ed alcune leggi hanno particolare rilevanza per le donne: la fecondazione assistita, l’interruzione di gravidanza, l'affiidamento dei figli in caso di separazione, la violenza sessuale, il femminicidio.

E’ stato appena eletto il consiglio regionale della Sardegna. Maggioranza di centrosinistra. Su 60 consiglieri sono stati eletti 56 uomini e 4 donne. Una sproporzione palese che ha un significato discriminatorio ingiustificabile. In assenza di una norma che imponga la parità di genere, in Italia nel 2014, essere donna è ancora motivo di esclusione dalla politica, salvo meteore ed eccezioni.

Di segno opposto la composizione del nuovo governo di Matteo Renzi. Sedici ministri: otto uomini (età media 52 anni) e otto donne (età media 45 anni). Alle donne anche ministero di peso.

Economia e finanze: Pier Carlo Padoan (Roma, 1949). Interno: Angelino Alfano (Agrigento, 1970). Difesa: Roberta Pinotti (Genova, 1961). Esteri: Federica Mogherini (Roma, 1973). Lavoro e welfare: Giuliano Poletti (Imola, 1951). Istruzione: Stefania Giannini (Lucca, 1960). Sviluppo economico: Federica Guidi (Modena, 1969). Giustizia: Andrea Orlando (La Spezia, 1969). Agricoltura e politiche forestali: Maurizio Martina (1978). Cultura e turismo: Dario Franceschini (Ferrara, 1958). Ambiente: Gianluca Galletti (Bologna, 1961). Trasporti e infrastrutture: Maurizio Lupi (Milano, 1959). Salute: Beatrice Lorenzin (Roma, 1971). Riforme e rapporti con il parlamento: Maria Elena Boschi (Montevarchi, 1981). Semplificazione e pubblica amministrazione: Marianna Madia (Roma, 1980). Affari regionali: Maria Carmela Lanzetta (Mammola, 1955).

Alcuni apprezzano, altri no. Tra coloro che non apprezzano, prevalgono due posizioni: 1) le ministre sono state scelte solo perchè donne, senza avere meriti e competenze, dunque sono delle favorite in virtù delle loro relazioni con i maschi; 2) Renzi le ha scelte per farsi bello con le quote rosa, così strumentalizza la questione di genere.

Riguardo il primo argomento, il pregiudizio è evidente. Nonostante il governo sia composto da giovani sconosciuti e sconosciute, l’esame di merito e competenza viene fatto solo alle giovani sconosciute. A nessuno interessa sapere di Andrea Orlando (classe 1969), già anonimo ministro all'Ambiente del governo Letta, che è stato preferito, per il ministero della giustizia, al magistrato Nicola Gratteri, in prima linea contro la ‘ndrangheta. Totalmente ignorato, Maurizio Martina (classe 1978), nuovo ministro dell’Agricoltura. Portano entrambi la giacca, la cravatta e i pantaloni. Sapranno il fatto loro. Tutta la curiosità inquisitoria è concentrata sulle donne. Alla pari dell'ossessione mediatica per vestiti, scarpe, sederi e pancioni. In un insieme di consuete e banali modalità di delegittimazione.

Particolare accanimento è dedicato a Marianna Madia, «vergine botticelliana», «amazzone renziana», etc. Da anni si occupa di lavoro e precariato. Era responsabile del lavoro nella nuova segreteria del PD. Ha presentato vari progetti di legge in materia di occupazione. Ma è nota solo per essere bionda e carina, per aver avuto come fidanzato il figlio di Giorgio Napolitano, per avere il pancione, e per saper scatenare un putiferio appena commette un errore insignificante o dice qualcosa di poco intelligente. Non voglio dire che invece ci troviamo di fronte ad una grande personalità. Cosa è, lo vedremo. Voglio dire che il livore che si esprime nei suoi confronti è sproporzionato ed eccessivo. Il prof. Oddifreddi ha sentito il bisogno di scrivere un post per esprimere indignazione per la sua nomina, definita una vergogna. Niente di meno. Neanche fosse responsabile di un caso Shalabayeva come l'esperto, competente e legittimato ministro Alfano. E insieme a lui, tanti blog, tanti profili FB, hanno sentito l’impellenza di dover postare qualcosa contro Marianna Madia. Alcune donne hanno protestato, per la sua nomina in stato di gravidanza, nel momento in cui tante donne nella sua condizione sono escluse dal lavoro. Ecco cosa sono la democrazia, la giustizia, l’uguaglianza, la parità: che tutte le donne siano discriminate allo stesso modo, senza distinzione di censo, di classe o di casta.

Riguardo il secondo argomento, la strumentalizzazione di Renzi della nomina delle ministre, è certamente possibile. Anche se alcune le aveva già nominate nella segreteria del PD, e Maria Elena Boschi, ad esempio, è una sua stretta collaboratrice già al comune di Firenze. Paradossalmente, la scelta di Renzi ha più rilievo, proprio perchè opportunista e funzionale al consenso e non il colpo di testa isolato di un idealista. Vuol dire che ha bisogno di tener conto delle donne. Tuttavia, sembra strumentale pure il giudizio degli oppositori antirenziani. Poichè il principio di parità lo ha applicato Renzi anziché Che Guevara o un altro leader preferito, allora non va bene. Poichè le donne scelte sono della Confindustria, cattoliche, di destra, moderate, in maternità, di Snoq, invece che sindacaliste, anarco-insurrezionaliste, comuniste, femministe, etc, allora non vanno bene. Anzi, è proprio il principio della parità a non andar bene o a non aver nessuna importanza. Dato che lo gestisce un altro, dato che le designate non corrispondono alle aspettative. Come sostenere che non va bene o non ha alcuna importanza il principio del suffragio universale quando non piacciono i risultati elettorali. O qualsiasi principio, quando viene applicato in modo diverso da come piacerebbe a noi. Ma anche questo ha la sua rilevanza. Dice quanto è ancora marginale la questione di genere nelle opposizioni di sinistra, forse su questo terreno più arretrate della sinistra moderata. Il moderato e opportunista Renzi sa di aver bisogno delle donne. Gli alternativi di sinistra invece non lo sanno. Pensano ancora di poterne fare a meno, perchè le questioni importanti sono altre. Anche per questo il primo governa e i secondi sono ridotti ai minimi termini.

La critica alla composizione del governo confonde piani che invece sono da tenere distinti. Il riconoscimento della parità è pregiudiziale. Poi si può mettere in discussione ogni singolo ministro od ogni singola ministra o anche la compagine tutta intera. Si può contestare il programma, l’impostazione, la legittimità del governo. Il fatto che manchi il ministero delle pari opportunità o quello dell’integrazione. Mancanze che lasciano presagire l’assenza di una visione, di una politica in merito, l’intenzione e la capacità di produrre una legislazione.

Un altro argomento dice che le donne non sono migliori degli uomini. Vero, ma neanche peggiori e dunque ingiustificato il fatto che siano sotto rappresentate. Ad essere migliori sono le istituzioni paritarie rispetto a istituzioni solo o prevalentemente maschili. Il valore del principio paritario applicato nella composizione del governo Renzi sarà importante perchè potrà valere come precedente, potrà essere emulato dagli altri organi e organismi dello stato. Potrà diventare un principio di legge o una consuetudine. Sarà interessante verificare il rispetto dello stesso principio nella nomina dei sottosegretari, dove l’effetto immagine è minore. Per intanto, condivido e sottoscrivo quanto detto da Zauberei:

Sono molto contenta del numero di donne scelte, e dei ministeri che sono stati loro affidati. Considero questo numero di donne un progresso e voglio riflettere su questo progresso, rilanciando una osservazione che avevo fatto già in passato parlando di quote rosa. La discriminazione di genere infatti, riguarda in una parte consistente l’accessibilità al potere. Essere discriminati per una certa caratteristica vuol dire, che solo per quella caratteristica tu, a prescindere, non potrai ricoprire un certo ruolo. Quindi se si constata che quella caratteristica smette di essere di ostacolo all’acquisizione del potere si deve essere soddisfatti, perchè un risultato si sta conquistando.


Riferimenti:
Metà donne, siamo contente? (Roberta Carlini 22.02.2014)
Intigno (Zauberei 23.02.2014)

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Traduzione di Maria Rossi




L'associazione CAP (Coalition for the Abolition of Prostitution) International e i suoi membri, tra i quali il Mouvement du Nid, esprimono il loro pieno sostegno alla risoluzione "sullo sfruttamento sessuale e sulla prostituzione e sul loro impatto sulla parità di genere" sottoposta al voto del Parlamento europeo in seduta plenaria.
CAP International è una coalizione che raggruppa diverse associazioni che operano sul campo e offrono un sostegno sociale, giuridico e medico a migliaia di donne e di uomini in condizione di prostituzione in Europa.
E' a partire da questa esperienza sul campo che siamo in grado di affermare che la prostituzione è:
  • una forma di violenza, le cui conseguenze sulla salute fisica e psicologica sono estremamente gravi.
  • Un ostacolo fondamentale alla parità tra uomini e donne, tra paesi ricchi e paesi poveri, tra maggioranze e minoranze etniche.
  • Una violazione dei diritti umani, come afferma la Convenzione delle Nazioni Unite per la repressione della tratta degli esseri umani e dello sfruttamento della prostituzione (1949).

Richiamiamo anche la vostra attenzione sull'"Appello di Bruxelles. Insieme per un'Europa libera dalla prostituzione" che è stato firmato da più di 200 associazioni di tutta l'Europa, ivi compresi i sottoscrittori di questo comunicato. Questo appello richiede l'implementazione di politiche pubbliche che riconoscano i danni causati dalla prostituzione, rifiutino di criminalizzare le persone prostituite e colpiscano le strutture che permettono di perpetuare questo sfruttamento. La proposta di risoluzione sullo sfruttamento sessuale e sulla prostituzione e sul loro impatto sulla parità di genere accoglie queste osservazioni e queste raccomandazioni.
D'altra parte, questa proposta di risoluzione è perfettamente coerente con la risoluzione del Parlamento europeo del 6 febbraio 2013 sull'eliminazione di tutte le forme di violenza contro le ragazze e contro le donne, adottata in occasione della quinta sessione della conferenza delle Nazioni Unite sulla condizione della donna.
Invitiamo tutti i deputati e le deputate ad approvare questa proposta di risoluzione del Parlamento europeo.

Firmatari
Ruhama (Irlanda)
Reden International (Danimarca)
Malos Tratos (Spagna)
Solwodi (Germania)
Mouvement du Nid (Francia)
Fondation Scelles (Francia)
KFUKS (Danimarca)
Apne Aap (India)
La CLES (Canada)




sullo sfruttamento sessuale, sulla prostituzione 



Come rete globale di ricercatori noi sosteniamo la  mozione di Mary Honeyball volta all'approvazione di una risoluzione  sullo sfruttamento sessuale, sulla prostituzione e sul loro impatto sulla parità di genere. Lo facciamo in base alle profonde e sistematiche competenze acquisite nella ricerca sulle dinamiche della prostituzione, dell'industria del sesso, della tratta e della violenza sulle donne. La nostra ricerca  si fonda su prove, indagini storiche e filosofiche e soprattutto sulla testimonianza delle persone sopravvissute al sistema della prostituzione. Molti/e di noi hanno lavorato direttamente con le donne prostituite. Abbiamo legami individuali e collettivi con una vasta gamma di organizzazioni  impegnate nell'abolizione della prostituzione come istituzione della disuguaglianza di genere e dello sfruttamento. Per esprimere la nostra decisa approvazione della relazione di Mary Honeyball e della sua raccomandazione di adottare il "modello Nordico" come approccio europeo alla prostituzione, facciamo riferimento contemporaneamente  alle prove di cui disponiamo e ai nostri studi accademici.
Crediamo che sia importante sottolineare come la nostra posizione sulla prostituzione non sia fondata su un approccio moralistico o su una qualsiasi forma di ostilità nei confronti delle donne coinvolte nel sistema della prostituzione. Né la nostra posizione è legata a considerazioni relative al mantenimento dell''ordine pubblico'.  Le nostre fondamentali preoccupazioni sono i diritti umani che tutelano la dignità di tutte le donne e  la fine di tutte le forme di subordinazione e di degradazione di queste ultime.
Il rapporto Honeyball richiama l'attenzione su una serie di questioni fondamentali:
  • l'asimmetria di genere dell'industria del sesso, nel senso che gli uomini sono la schiacciante maggioranza di coloro che acquistano atti sessuali, mentre le donne e le ragazze sono le persone il cui corpo viene comprato;
  • i Paesi che hanno sanzionato l'acquisto degli atti sessuali hanno  assistito alla contrazione del mercato del sesso e alla riduzione della tratta. E' un successo per questi Stati e l'adozione da parte del Parlamento Europeo del modello Nordico offre la possibilità di replicare questo progresso in tutta l'Europa;
  • gli atteggiamenti mutano nei Paesi nei quali l'acquisto degli atti sessuali è stato criminalizzato. Le inchieste effettuate in Svezia, ad esempio, mostrano che una consistente maggioranza di cittadini ritiene inaccettabile l'acquisto di atti sessuali. La legge è un potente strumento che agisce sulla definizione e sul cambiamento di ciò che è o non è un comportamento socialmente accettabile.

Mentre riconosciamo che alcune donne sostengono di individuare nella vendita di atti sessuali una forma di piena realizzazione economica e personale, queste  singole storie non sono una prova della legittimità della prostituzione come istituzione sociale. Il sistema della prostituzione ci ricorda il persistere delle diseguaglianze tra uomini e donne: il divario retributivo fra i generi, la sessualizzazione dei corpi femminili nella cultura popolare, le storie di violenze e di abusi  subiti sia durante l'infanzia che nell'età adulta che spingono molte donne ad entrare nell'industria del sesso. La persistenza di queste diseguaglianze economiche e sociali in tutti i Paesi europei (e nel mondo) è ben documentata da una miriade di ricerche accademiche. Questi molteplici svantaggi esperiti dalle donne stanno a significare che le cosiddette libere scelte sono in realtà decisioni prese in condizioni caratterizzate dall'esistenza di diseguaglianze e discriminazioni. Le scelte delle donne non dovrebbero essere valutate a partire semplicemente dalla decisione finale (la prostituzione), ma dovrebbero essere considerate le circostanze nelle quali le scelte sono state effettuate. Scelte fatte in condizioni di disuguaglianza non possono essere considerate "libere".
Il rapporto Honeyball  rappresenta un punto di svolta perché sposta l'attenzione sulla scelta degli uomini di acquistare atti sessuali. Un'articolata ricerca effettuata in Norvegia e nel Regno Unito, in particolare, rivela che gli uomini che comprano atti sessuali lo fanno perché credono che esistano pulsioni che spingano ad aver bisogno di far sesso con molte donne. Alcuni uomini riferiscono apertamente di acquistate atti sessuali perché agiscono in un contesto (la prostituzione) in cui non devono pensare alle donne come esseri umani uguali a loro e dotati di sentimenti, desideri ed esigenze proprie. I racconti degli uomini sulla prostituzione, raccolti sul sito The Invisible Men, offrono un quadro agghiacciante della realtà della prostituzione per le donne: [una realtà fatta di] violenza, disperazione, subordinazione e perdita della speranza.
Questo è il motivo per cui il rapporto Honeyball chiarisce che l'idea e la realtà che il corpo delle donne possa essere comprato - e venduto - dagli uomini per gli uomini crei e perpetui relazioni gerarchiche tra gli uomini e le donne.
La prostituzione, come afferma il rapporto Honeyball, è un tipo, una causa e una conseguenza della diseguaglianza di genere. Realizzare la parità tra i sessi significa compiere passi verso un mondo nel quale i progressi vadano oltre il  miglioramento  dello status di ciascuna donna  che si trovi in una condizione di discriminazione, ma combattano tali condizioni. Criminalizzare l'acquisto di atti sessuali, depenalizzarne la vendita e fornire supporto specialistico alle donne che vogliono abbandonare la prostituzione sono misure che combattono direttamente le diseguaglianze di genere.
Questa settimana deciderai con il tuo voto se contestare o meno la finzione che sia naturale ed inevitabile per gli uomini comprare l'accesso ai corpi delle donne per godere della libertà sessuale, e se opporti o meno a questa forma profondamente radicata di diseguaglianza di genere.
Il Parlamento Europeo ha l'opportunità storica di agire come un faro a livello mondiale  per promuovere l'uguaglianza di genere, seguendo il pioneristico esempio dei Paesi nordici. Invitiamo te e tutti i membri del tuo partito a non sprecare questa opportunità e a votare la mozione Honeyball.

Firme:
1. Dr Maddy Coy, Reader in Sexual Exploitation and Gender Equality, London Metropolitan
University
2. Dr Helen Pringle, Senior Lecturer, School of Social Sciences, University of New South
Wales, Australia
3. Dr Esohe Aghatise, Visiting Lecturer, United Nations Interregional Crime and Justice
Research Institute (UNICRI), Turin and Faculty of Law, University of Turin (Master of Laws
in International Crime and Justice Programme), Italy
4. Professor Ivana Bacik, Law School, Trinity College Dublin, Ireland
5. Professor Kathleen Barry, PhD, Professor Emerita, Penn State University, US
6. Dr Karen Bell, Faculty of Social Sciences and Law, University of Bristol, UK
7. Janine Benedet, Associate Professor, Faculty of Law, University of British Columbia,
Canada
8. Ciaran Benson, Emeritus Professor of Psychology, University College Dublin, Ireland
9. Dr Oona Brooks, Lecturer in Criminology, The Scottish Centre for Crime and Justice
Research, University of Glasgow, UK
10. Thema Bryant-Davis, Associate Professor of Psychology, Pepperdine University, US
11. Lisa Carson, doctoral researcher, University of Melbourne, Australia
12. Heather Cole, doctoral researcher, London Metropolitan University, UK
13. Dr Emma Dalton, Lecturer, Japanese Studies Research Institute, Kanda University of
International Studies, Chiba, Japan
14. Professor Michelle M. Dempsey, Professor of Law, Villanova University School of Law, US
15. Dr Gail Dines, Professor of Sociology and Women's Studies, Wheelock College, Boston,
US
16. David Duriesmith, doctoral researcher, University of Melbourne, Australia
17. Helen Easton, Senior Lecturer and PhD candidate in Criminology, London South Bank
University, UK
18. Gunilla S. Ekberg, international human rights lawyer, PhD in Law candidate, University of
Glasgow, UK
19. Fiona Elvines, doctoral researcher, London Metropolitan University, UK
20. Professor Maria Eriksson, Professor of Social Work, School for Health, Care, and Social
Welfare, Mälardalen University, Sweden
21. Dr Elizabeth Evans, Faculty of Social Sciences and Law, University of Bristol, UK
22. Dr Karen Evans, Senior Lecturer, School of Sociology, Social Policy and Criminology,
University of Liverpool, UK
23. Dr Matthew Ezzell, Assistant Professor in Sociology, James Madison University, US
24. Kate Farhall, doctoral researcher, University of Melbourne, Australia
25. Dr Melissa Farley, Prostitution Research and Education, US
26. Maria Garner, doctoral researcher, London Metropolitan University, UK
27. Professor Gene Feder, Professor of primary health care, School of Social and Community
Medicine, University of Bristol, UK
28. Dr Aisha K. Gill, Reader in Criminology, University of Roehampton, UK
29. Professor Victor Goode, Professor in Law, CUNY Law School, US
30. Dr Kieran McGrath, Visiting Research Associate, Dept of Social Studies, Trinity College,
Dublin, Ireland
31. Professor Marianne Hester, Chair in Gender, Violence and International Policy, School for
Policy Studies, University of Bristol, UK
32. Dr Miranda Horvath, Reader in Forensic Psychology, Middlesex University, UK
33. Donna M. Hughes, Professor & Eleanor M. and Oscar M. Carlson Endowed Chair, Gender
and Women's Studies Program, University of Rhode Island, US
4
34. Professor Sheila Jeffreys, School of Social and Political Sciences, University of Melbourne,
Australia
35. Dr Robert Jensen, Professor, School of Journalism, University of Texas at Austin, US
36. Helen Johnson, Doctoral Candidate in Criminology, University of Kent, UK
37. Patricia Kelleher, PhD, Adjunct Senior Lecturer in Social Exclusion, University of Limerick,
Ireland
38. Professor Liz Kelly, Director, Child and Woman Abuse Studies Unit, London Metropolitan
University, UK
39. Dr Christopher Kendall, Barrister, John Toohey Chambers, Honorary Research Fellow,
Law School, The University of Western Australia
40. Dr Mark P. Lagon, Professor in the Practice of International Affairs, Georgetown
University, and Former U.S. Ambassador at Large to Combat Trafficking in Persons, US
41. Dr Ronit Lentin, Associate Professor, Department of Sociology, Trinity College Dublin,
Ireland
42. Dr Nancy Lombard, Lecturer of Sociology and Social Policy, Glasgow Caledonian
University, UK
43. Dr Julia Long, Lecturer in Sociology, Anglia Ruskin University, UK
44. Jo Lovett, Senior Research Fellow, London Metropolitan University, UK
45. Professor Kathleen Lynch, UCD Professor of Equality Studies, Head of the UCD School of
Social Justice, University College Dublin, Ireland
46. Dr Finn Mackay, Centre for Gender & Violence Research, University of Bristol, UK
47. Catharine A. MacKinnon, Elizabeth A. Long Professor of Law, University of Michigan,
James Barr Ames Visiting Professor of Law (long term), Harvard Law School, Special
Gender Adviser to the Prosecutor, International Criminal Court, 2008-2012 (affiliations
for identification only)
48. Professor Jeffrey Masson, New Zealand
49. Kristina Massey, Lecturer in Criminal Psychology, Canterbury Christchurch University, UK
50. Professor Roger Matthews, Professor of Criminology, University of Kent, UK
51. Dr Melanie McCarry, Guild Research Fellow, School of Social Work, University of Central
Lancashire
52. Professor Hiroshi Nakasatomi, University of Tokushima, Japan
53. Dr Izabela Naydenova, Lecturer, School of Physics, College of Sciences and Health, Dublin
Institute of Technology, Ireland
54. Dr Caroline Norma, Lecturer in Global, Urban and Social Studies, RMIT University,
Australia
55. Dr Monica O'Connor, Independent Researcher, Ireland
56. Ruth Phillips, doctoral researcher, London Metropolitan University, UK
57. Dr Jane Pillinger, Independent Researcher and Policy Advisor, Ireland
58. Professor Keith Pringle, Professor in Sociology with a specialism in social work, Uppsala
University, Sweden; Adjungeret Professor, Aalborg University, Denmark; and Honorary
Professor, University of Warwick, UK
59. Dr Kaye Quek, Lecturer in Political Science, University of Melbourne and RMIT University,
Australia
60. Jody Raphael, Visiting Professor of Law, De Paul University College of Law, US
61. Professor Janice G. Raymond, Professor Emerita, University of Massachusetts, Amherst,
US
5
62. Dr Emma Rush, Lecturer in Ethics and Philosophy, Charles Sturt University, Australia
63. Nicola Sharp, Research Fellow, London Metropolitan University, UK
64. Professor Helena Sheehan, Professor Emerita, Dublin City University, Ireland
65. Dr Olivia Smith, Lecturer in Criminology, Anglia Ruskin University, UK
66. Dr Mary Sullivan, Independent Researcher, Australia
67. Dr Jackie Turner, Research Fellow, London Metropolitan University, UK
68. Dr Meagan Tyler, Lecturer in Sociology, Victoria University, Australia
69. Dr Bridget Vincent, McKenzie Postdoctoral Research Fellow, University of Melbourne,
Australia
70. Max Waltman, PhD Candidate, Department of Political Science, Stockholm University,
Sweden
71. Professor Nicole Westmarland, Co-Director, Centre for Research on Violence and Abuse,
Durham University, UK
72. Dr Rebecca Whisnant, Associate Professor in Philosophy and Director of Women's and
Gender Studies, University of Dayton, US
73. Dr Emma Williamson, Senior Research Fellow, Centre for Gender and Violence Research,
School for Policy Studies, University of Bristol, UK
74. Nusha Yonkova, doctoral researcher, School of Social Justice, University College Dublin,
Ireland
75. Dr Eileen Zurbriggen, Professor of Psychology, University of California, Santa Cruz, US



di Maria Rossi


Il 23 gennaio 2014 la Commissione dei diritti delle donne e dell'uguaglianza di genere del Parlamento europeo ha approvato un rapporto sulla prostituzione, redatto dalla deputata laburista inglese Mary Honeyball, che verrà sottoposto alla fine di febbraio al voto dell'assemblea.

Dopo aver richiamato dichiarazioni, risoluzioni e anche convenzioni internazionali di ispirazione abolizionista mai rispettate, la relatrice osserva come la prostituzione sia intrinsecamente connessa alla disuguaglianza tra i generi ed influenzi la percezione delle relazioni tra uomini e donne, rileva come il mercato del sesso alimenti la tratta, in particolare nei Paesi regolamentaristi come i Paesi Bassi, una delle principali destinazioni delle vittime. Mary Honeyball osserva poi come lo sfruttamento della prostituzione sia legalizzato in Germania, in Olanda e in Grecia, come il governo del primo dei tre Stati succitati abbia ammesso nel 2007 che "non esistono valide indicazioni che consentano di pensare che la legge che regolamenta la prostituzione abbia ridotto la criminalità" connessa al settore. Un terzo dei giudici tedeschi ritengono, anzi, che la normativa in questione ostacoli la loro attività di repressione della tratta e del prossenetismo.

Il rapporto sottolinea come la prostituzione e lo sfruttamento sessuale possano produrre effetti devastanti sulle persone che vi sono implicate, oltre al fatto di costituire contemporaneamente la causa e la conseguenza della diseguaglianza di genere e di concorrere a perpetuare stereotipi come l'idea che il corpo delle donne e delle ragazze debba essere venduto al fine di soddisfare la domanda maschile di sesso. Tra gli effetti devastanti citati la sindrome da stress post-traumatico che colpisce il 68% delle prostitute. Il 62% di queste donne dichiara di essere stata stuprata durante la propria attività e ciò dimostra come l'esercizio di rapporti mercenari presenti fortissimi rischi. I dati sono attinti da uno studio di Melissa Farley e collaboratori pubblicato nel 1998 (Prostitution in five countries: violence and post-traumatic stress desorder) e confermati dalla ricerca della medesima autrice effettuata nel 2003 ed estesa a nove Stati (Prostitution and trafficking in nine countries: an update on violence and post-traumatic stress desorder). L'89% delle persone coinvolte vorrebbe abbandonare la pratica della prostituzione.

Dopo aver fornito questi dati, il rapporto invita gli Stati Membri dell'UE ad abrogare le norme che criminalizzano le persone prostituite, sottolinea come i dati confermino l'effetto dissuasivo sulla tratta del modello nordico che sanziona l'acquisto delle prestazioni sessuali, osserva come la legalizzazione aumenti la vulnerabilità delle persone prostituite allo sfruttamento e il rischio di subire violenze.

Il rapporto richiama poi l'attenzione dei governi sull'impatto esercitato dalla crisi economica sull'incremento del numero delle ragazze costrette a prostituirsi e li invita a predisporre per loro soluzioni alternative e ad approntare servizi adeguati che consentano a chi lo desidera di uscire dalla prostituzione.

Esorta infine gli Stati membri a prendere in considerazione la possibilità di sanzionare l'acquisto delle prestazioni sessuali.


Vedi anche:
Appello a favore della relazione di Mary Honeyball



Traduzione di Maria Rossi


Qualche giorno fa una studentessa dell'Istituto Alberghiero di Finale Ligure ha avuto il coraggio di denunciare le pesanti molestie sessuali subite da alcuni compagni di classe. Anziché ricevere solidarietà, è diventata bersaglio di insulti e messaggi minatori. Su questo caso, Mary di Un altro genere di comunicazione ha scritto un postmirabile per sensibilità ed intelligenza. Poiché l'atteggiamento assunto nei confronti della ragazza molestata è molto diffuso ed ispirato a convinzioni e miti fortemente radicati, ho creduto opportuno proporvi la traduzione di un interessante saggio, suddiviso in diverse parti, pubblicato da una blogger femminista francese. (M.R.)


1 - I miti sullo stupro


[...] Nella mente della maggior parte delle persone, esiste un'immagine dello stupro tipo, che sarebbe il solo "autentico stupro". [1] Questo stupro "ideale" è commesso da uno straniero armato e pazzo ed è connesso a molta violenza fisica. Avviene di notte in una buia viuzza o in un parcheggio.
Ora, quest'immagine assai raramente corrisponde alla realtà. E quando lo stupro non corrisponde a questo stereotipo, la vittima viene biasimata. [2] Ha meritato di essere stuprata o se lo è andato a cercare: sono questi quelli che chiamiamo "i miti sullo stupro".
Lonsway e Fitzgerald (1994) hanno definito i miti sullo stupro come gli "atteggiamenti e le convinzioni, generalmente false, ma diffuse e persistenti, che permettono di negare e di giustificare l'aggressione sessuale maschile contro le donne". [3] Queste convinzioni possono essere riunite in tre categorie [4]:
  • Non è successo niente. Un certo numero di miti veicola l'idea che spesso le donne accusino ingiustamente gli uomini di stupro. Fino agli anni Ottanta, nel corso dei processi per stupro, veniva frequentemente letto nei tribunali degli Stati Uniti il monito di Hale: [5] "E' facile accusare qualcuno di stupro, difficile provare che sia stato commesso e ancora più difficile essere difesi quando si è accusati, anche quando si è innocenti". Oggi, nelle corti di giustizia il linguaggio impiegato è quasi identico.[6] In diversi recenti studi, il 20% degli intervistati ritenevano che le accuse di stupro fossero false. [7] Un altro mito molto diffuso consiste nell'affermare che la vittima esagera e nel minimizzare i fatti. (Si pensi al celebre: "Non è morto nessuno" pronunciato da Jack Lang [esponente del Partito socialista francese, ex Ministro della Cultura e poi dell'Educazione]) [8].
  • Era consenziente o le è piaciuto. Sono i miti secondo i quali quando una donna dice "no" vuole in realtà dire "sì"; la violenza è sessualmente eccitante per le donne; la vittima avrebbe potuto opporre resistenza se era davvero contraria al rapporto sessuale. Alcuni studi mostrano che dall'1% al 4% delle studentesse statunitensi ritengono che le donne desiderino segretamente essere stuprate, [9] mito cui credono dal 15% al 16% degli studenti degli USA. [10] Se lo stupro è avvenuto in un luogo dove ci si reca per sedurre (ad esempio in un bar o in occasione di un appuntamento galante), il mito è molto più forte. [11] Da notare che si pensa anche che le donne sessualmente attive e soprattutto le "lavoratrici del sesso" come le attrici dei film porno e le prostitute non possano che essere consenzienti! [12] Raphaëla Anderson, ex attrice di film porno, non è stata presa sul serio quando ha presentato denuncia per stupro. Il procuratore le ha detto: "E' normale farsi stuprare quando si recitano film porno".
  • Se l'è cercato. Sono i miti come: "Era vestita in modo provocante" o "Camminava sola di notte". Carmody e Washington (2001) hanno mostrato che circa il 21% delle intervistate nel corso della loro ricerca ritenevano che le donne che si vestono in modo provocante vadano in cerca di problemi. [13] Johnson e altri (1997) hanno scoperto che il 27% degli uomini e il 10% delle donne reputavano che a provocare lo stupro sono le donne, a causa del loro comportamento. [14] Un'altra indagine indica che il 22% delle persone intervistate pensavano che una donna era totalmente o parzialmente responsabile dello stupro se aveva rapporti sessuali con diversi uomini e il 26% credevano che era almeno in parte responsabile se indossava abiti troppo sexy.

La funzione principale di questi miti è quella di rendere la vittima colpevole e di deresponsabilizzare lo stupratore. Infatti, è stato chiaramente dimostrato che le persone che credono a questi miti tendono a biasimare la vittima e a cercare scusanti per gli stupratori. [15] Questi miti hanno avuto ad esempio ampia diffusione nel caso che ha riguardato Strauss-Kahn. Nafissatou Diallo è stata considerata poco credibile perché avrebbe mentito in passato per poter ottenere il diritto d'asilo negli USA, perché sarebbe stata una persona venale, interessata ai soldi di Strauss-Kahn, e perché suo marito era un trafficante di droga. Allo stesso modo, Tristane Banon [n.d.t: scrittrice e giornalista francese che ha accusato di aggressione sessuale Strauss-Kahn] è stata accusata di essere stata troppo "leggera", poco seria.

Chi sono quelli che credono ai miti sullo stupro?
E' stato dimostrando, utilizzando scale di misura della credenza ai miti sullo stupro, (con domande a risposta chiusa), che tra il 25% e il 35% delle persone credono alla maggioranza di questi miti. [16] Tuttavia, in uno studio in cui vengono formulate domande a risposta aperta, circa il 66% delle persone intervistate approvano questi miti. [17]
Una costante nella letteratura è che gli uomini accettano i miti sullo stupro in maggior misura rispetto alle donne, [18] soprattutto quelli che adottano un comportamento maschile stereotipato.[19] Il sessismo ostile nei confronti delle donne è correlato all'adesione ai miti sullo stupro, ma lo sono anche certe idee tipiche del sessismo benevolo come: " i generi sono complementari" o "le donne sono tutte principesse". [20] Altri studi hanno mostrato che anche il razzismo, l'omofobia, la discriminazione basata sull'appartenenza a una classe sociale subalterna e l'integralismo religioso sono correlati all'adesione ai miti sullo stupro. [21] Le persone che pensano che la causa del comportamento dello stupratore non sia di natura sessuale, ma sia la volontà di esercitare un potere sulla sua vittima sono poco propense a credere ai miti sullo stupro. Infine, l'accettazione dei miti che riguardano l'aggressione sessuale è legata all'ignoranza della definizione giuridica di questo crimine. [22]

Note
1. Odem M. Confronting rape and sexual assault. Wilmington  Del.: Scholarly Resources; 1998; Bilette V, Guay S et Marchand A. Le soutien social et les conséquences psychologiques d’une agression sexuelle  : synthèse des écrits. Santé mentale au Québec. 2005;30(2):101-120.
2. Page AD. Judging Women and Defining Crime : Police Officers’ Attitude Toward Women and Rape. Sociological Spectrum. 2008;28:389-411.; Johnson BE, Kuck DL et Schander PR. Rape Myth Acceptance and Sociodemographic Characteristics: A Multidimensional Analysis. Sex Roles. 1997;36(11-12):693-707.
3. Lonsway KA, & Fitzgerald LF. Rape Myths. In Review. Psychology of Women Quarterly. 1994;18:133-164.
4. Koss M. No safe haven : male violence against women at home, at work, and in the community. 1er éd. Washington  D.C.: American Psychological Association; 1994.
5. Edwards KM, Turchik JA, Dardis CM, Reynolds N et Gidycz CA. Rape Myths: History, Individual and Institutional-Level Presence, and Implications for Change. Sex Roles. 2011;65:761-773.
6. Ibidem.
7. Ibidem; Kahlor L & Morrison D. Television Viewing and Rape Myth Acceptance among College Women. Sex Roles. 2007;56:729-739. Uno studio del 2010 ha scoperto che il tasso di false accuse è pari al 5,9%. la metodologia utilizzata si fonda su un'indagine approfondita del contesto che include diverse interviste all'accusato e alla querelante, l'esame dei rapporti redatti dai medici, ecc. Lisak, David; Gardinier, Lori; Nicksa, Sarah C.; Cote, Ashley M. (2010). False Allegations of Sexual Assualt: An Analysis of Ten Years of Reported Cases. Violence Against Women 16 (12): 1318–1334
8. Koss M. No safe haven; cit; Buddie AM & Miller AG. Beyond rape myths: A more complex view of perceptions of rape victims. Sex roles. 2001;45(3-4):139-160.
9. Johnson BE, Kuck DL et Schander PR. Rape Myth Acceptance and Sociodemographic Characteristics, cit.; Carmody DC & Washington LM. Rape Myth Acceptance Among College Women: The Impact of Race and Prior Victimization. Journal of Interpersonal Violence. 2001;16:424-436.
10. Johnson BE, Kuck DL et Schander PR. Rape Myth Acceptance and Sociodemographic Characteristics, cit.; Edwards KM, Turchik JA, Dardis CM, Reynolds N et Gidycz CA. Rape Myths: History, Individual and Institutional-Level Presence, and Implications for Change, cit.
11. Odem M. Confronting rape and sexual assault, cit.
12. Page AD. Judging Women and Defining Crime..., cit.
13. Carmody DC & Washington LM. Rape Myth Acceptance Among College Women, cit.
14. Johnson BE, Kuck DL et Schander PR. Rape Myth Acceptance and Sociodemographic Characteristics..., cit.
15. Kopper BA. Gender, gender identity, rape myth acceptance, and time of initial resistance on the perception of acquaintance rape blame and avoidability. Sex Roles. 1996;34:81-93.
16. Lonsway KA, & Fitzgerald LF. Rape Myths. In Review. Psychology of Women Quarterly. 1994;18:133-164.
17. Buddie AM & Miller AG. Beyond rape myths, cit.
18. Ibidem.
19. Kopper BA. Gender, gender identity, rape myth acceptance, and time of initial resistance on the perception of acquaintance rape blame and avoidability, cit; Pollard P. Judgements about victims and attackers in depicted rapes: A review. British Journal of Social Psychology. Available at: http://psycnet.apa.org/psycinfo/1993-22048-001  Consulté décembre 4, 2011.
20. Abrams D, Viki GT, Masser B et Bohner G. Perceptions of stranger and acquaintance rape: The role of benevolent and hostile sexism in victim blame and rape proclivity. Journal of Personality and Social Psychology. 2003;84:111-125.; Glick P & Fiske ST. Hostile and Benevolent Sexism. Psychology of Women Quarterly. 1997;21(1):119 -135.
21. Aosved AC & Long PJ. Co-occurrence of Rape Myth Acceptance, Sexism, Racism, Homophobia, Ageism, Classism, and Religious Intolerance. Sex Roles. 2006;55:481-492; Payne DL, Lonsway KA et Fitzgerald LF. Rape Myth Acceptance: Exploration of Its Structure and Its Measurement Using theIllinois Rape Myth Acceptance Scale. Journal of Research in Personality. 1999;33(1):27-68.
22. Bilette V, Guay S et Marchand A. Le soutien social et les conséquences psychologiques d’une agression sexuelle  : synthèse des écrits, cit.

2 - I miti sullo stupro
Le conseguenze per la vittima


Abbiamo visto nella prima parte quali siano i miti sullo stupro e chi vi presti fede. Sono soprattutto le vittime di stupro a soffrire per la diffusione di questi miti, la cui conseguenza è di procurare biasimo a loro e di deresponsabilizzare gli stupratori. [1] La responsabilità dello stupro è dunque dislocata dal colpevole verso la vittima.
Questo transfert è tipico delle aggressioni sessuali. Le vittime di rapina, ad esempio, non sono ritenute responsabili del reato subito. Anche se possono essere un po' biasimate ("Non avrebbe dovuto portare con sé tanto denaro"), gli effetti sociali non sono assolutamente equiparabili a quelli che si ripercuotono sulle vittime di stupro. [2]
[..]

Le conseguenze psicologiche di uno stupro.
Le conseguenze psicologiche di uno stupro sono molto più importanti e persistenti di quelle fisiche. [3] Gli abusi sessuali, e in particolare gli stupri, sono associati a diversi disturbi psichiatrici, tra i quali l'ansia, i disturbi dell'alimentazione, quelli del sonno, la depressione e soprattutto la sindrome da stress post-traumatico. [4] Quest'ultima è una reazione psicologica a una situazione nella quale l'integrità fisica o psicologica della paziente o di un'altra persona è stata minacciata o effettivamente violata. [5] Si manifesta segnatamente con flashbacks e con incubi ricorrenti che ossessionano la vittima, con l'evitamento di situazioni che possono ricordarle l'evento traumatico e con l'ipervigilanza.
Lo choc che si manifesta nel caso di un'aggressione sessuale è particolarmente forte, cosicché le vittime presentano sintomi di stress post-traumatico più intensi di quelli che interessano le vittime di aggressioni diverse da quelle sessuali. [6] Un numero non trascurabile di vittime di violenze sessuali manifesta sintomi severi. [7] Ben inteso, esse sono in grado di riacquistare serenità e i sintomi diminuiscono progressivamente con il passare del tempo. [8] Così, in base ad uno studio del 1992, [9], il 94% delle vittime di stupro presentano sintomi di stress post-traumatico 13 giorni dopo l'aggressione. La loro percentuale si riduce al 50% tre mesi dopo lo stupro. Ma, nonostante questa diminuzione dei sintomi con il passare del tempo, alcune vittime rientrano ancora nei criteri diagnostici della sindrome da stress post-traumatico anni dopo lo stupro. [10]

Effetti del sostegno sociale e delle reazioni negative sul ristabilimento della vittima
Quando una vittima di stupro rivela ciò che le è capitato alle persone che le sono care, alla polizia o a qualsiasi altro individuo, può trovarsi di fronte a due tipi di reazione: positive (sostegno sociale: ascolto, incoraggiamento) e negative (biasimo, non essere creduta). [11]
In uno studio relativo a 323 vittime di aggressione sessuale [12], è stato notato come la maggior parte di esse (97,1%) avvertivano reazioni positive, ma anche negative (98,2% di loro) dopo aver rivelato di aver subito l'aggressione. Le reazioni percepite come negative perpetuavano in genere i miti sullo stupro e sull'aggressione sessuale. La maggior parte di queste vittime avrebbe desiderato ricevere maggior sostegno emotivo (empatia, ascolto) e aiuto concreto (un alloggio...).
Alcuni studi relativi agli effetti delle reazioni positive (sostegno sociale) hanno mostrato le conseguenze favorevoli che esse esercitano sul ristabilimento psicologico della vittima, [13] ma altre ricerche non hanno individuato alcun effetto statisticamente significativo. [14] Si potrebbe ipotizzare che, in realtà, l'effetto positivo del sostegno sociale sul ristabilimento della vittima non sia visibile subito dopo lo stupro, ma si faccia sentire più tardi. [15] Il sostegno sociale eserciterebbe ad ogni modo un impatto positivo sul ristabilimento fisico della vittima. [16]
Al contrario, due studi hanno mostrato che le reazioni negative - il biasimo o l'incredulità collegate ai miti sullo stupro, ad esempio - hanno un impatto disastroso sul ristabilimento delle vittime, [17] sia che siano state espresse subito dopo l'evento [18] o più di un anno dopo. [19]
Il primo studio, del 1991, ha mostrato che l'atteggiamento negativo del partner della vittima è fortemente connesso a disturbi psicologici (incubi, angoscia...). [20]
Dall'altro studio del 1996 si apprende che tutti i tipi di reazioni negative (biasimo, incredulità, controllo asfissiante sui movimenti della vittima) sono collegati alle difficoltà di guarigione e a più severi disturbi psicologici. [21]
Il fatto che la quasi totalità delle vittime registri reazioni negative dopo la rivelazione di aver subito uno stupro, spiega chiaramente perché alcune di loro rimangano traumatizzate per anni.
Anche la vittima può attribuirsi la colpa nel caso in cui accetti i miti relativi allo stupro. Anche il punto di vista delle persone care può influenzare la sua interpretazione dei fatti. [22].
Ora: più le vittime si colpevolizzano per le proprie azioni ritenute inadeguate ("Non avrei dovuto indossare quella gonna"), più si ripiegano su se stesse e meno si rivolgono ai propri cari perché li aiutino a gestire la loro drammatica situazione.

Chi colpevolizza o non crede alle vittime? Chi le sostiene?
Gli amici, il partner e la famiglia sembrano essere i migliori sostenitori delle vittime ed è spesso a loro che la vittima rivela lo stupro subito.
Per contro, le forze dell'ordine e i medici sono quelli che offrono il minor aiuto e manifestano le maggiori reazioni negative nei confronti della vittima. [23]
Dopo un evento traumatico, la vittima, se ha un partner, si rivolge generalmente a lui per cercare conforto. [24] Infatti, la mancanza di sostegno da parte del partner non sembra poter essere compensata dall'appoggio di un'altra persona. [25] Ora, nei casi di stupro, il 17% circa dei partners tende a biasimare la vittima e il 25% dice di sentirsi in collera con lei [26]. Non solo. Il partner ha la tendenza a diventare sempre meno empatico e paziente se i sintomi del trauma si protraggono [27]. Alcuni partners provano persino gelosia nei confronti dello stupratore e si preoccupano delle proprie performances sessuali! [28] [..]
Ora, il modo in cui reagiscono i partners dipenderebbe sostanzialmente dalla loro accettazione dei miti sullo stupro [29]. Più il partner crederà a questi miti, più tenderà a colpevolizzare la vittima o a minimizzare la gravità dell'aggressione. Così, è stato dimostrato che un partner sarà più attento e solidale se percepirà l'aggressione come un atto di violenza piuttosto che come un atto sessuale. [30]
In generale, le persone che colpevolizzano le vittime di stupro sono quelle che presentano un forte grado di sessismo ostile e di accettazione dei miti sullo stupro. [31] Sono soprattutto uomini. [32]
Quanto alle interazioni con gli operatori del sistema giuridico e sanitario, la letteratura suggerisce che sono spesso pessime e vissute dalle vittime come un "secondo stupro", una seconda angheria dopo l'iniziale trauma. La maggior parte delle persone denunciate per stupro non vengono giudicate da un tribunale, le vittime che ricorrono al pronto soccorso non ricevono comprensione e molte di loro non hanno neppure accesso ad adeguati servizi psicologici di cura. [33]
A questo proposito, certi comportamenti dei poliziotti e dei rappresentanti della giustizia, riferiti da Muriel Salmona, psichiatra specializzata in psico-traumatologia e vittimologia, fanno davvero rabbrividire:

Un'adolescente di 13 anni è stata stuprata da tre adulti che l'hanno obbligata a visionare con loro un film pornografico ed hanno riprodotto su di lei tutte le scene. Il funzionario e la funzionaria di polizia che hanno raccolto la sua testimonianza (filmata in quanto lei era minorenne) si sono messi a ridere quando lei ha descritto le scene dello stupro. Peggio ancora. Hanno detto alla vittima che era una ragazza facile. Le hanno chiesto se le piaceva essere sodomizzata. Hanno persino osato dirle: "Credi davvero che una ragazza stuprata si dimeni come fai tu?" Cosa si può pensare di queste risate e di questi commenti? Che non possono certo provenire da professionisti imparziali ai quali vengono presentate denunce per stupro. Non sorprende che questa squadra di polizia che si occupa dei minorenni abbia impiegato 8 mesi prima di prendere in considerazione la denuncia.

Un'altra paziente [della psichiatra Muriel Salmona], un'adolescente di 15 anni è stata stuprata da un ex compagno di classe. Non aveva mai avuto rapporti sessuali con lui, ma lo conosceva. L'accusato ha riconosciuto che lei aveva detto di no e che lui le teneva ferme le braccia. Perché il procuratore ha emesso una sentenza di non luogo a procedere? E' perché la ragazza aveva dimenticato di parlargli di uno scambio di messaggi con il ragazzo prima dello stupro? Una vittima, prima di essere stuprata, deve sapere che sarà stuprata e quindi evitare ogni contatto con il futuro aggressore, pena la non credibilità? La minima dimenticanza vale più delle confessioni dell'accusato. Il procuratore non si è fermato alla sentenza di non luogo a procedere. Ha deposto una querela per denuncia menzognera di un crimine immaginario. Ha lasciato che la squadra di polizia che si occupa dei minorenni esercitasse una ferrea sorveglianza su questa minorenne. Guardata a vista da poliziotti che l'hanno trattata da bugiarda e le hanno detto che questa menzogna è molto grave e che ora rischia 10 anni di carcere.

Negli Stati Uniti la minimizzazione dei casi di stupro - in particolare quando riguardano donne povere e appartenenti a minoranze etniche - è oggetto di grandi preoccupazioni. Sono scoppiati diversi scandali al riguardo. [34]

Chi sono le vittime più biasimate o meno credute?
L'espressione della solidarietà dipenderebbe da diverse circostanze. Così, le aggressioni sessuali più gravi (con penetrazione = gli stupri) sono quelle che suscitano meno reazioni positive e più reazioni negative. [35] Anche le vittime appartenenti alle minoranze etniche subiscono maggiori rimproveri. [36] Le donne che si conformano maggiormente ai caratteri attribuiti al loro genere sono percepite come più credibili. [37] Se lo stupro è stato perpetrato da uno sconosciuto anziché da una persona nota, la vittima riceve maggiore solidarietà, probabilmente perché le circostanze collimano con quello dello stupro tipo [38] e la vittima è allora percepita come più credibile. [39] Se la vittima ha opposto resistenza o se ha una buona reputazione, sarà meno biasimata. [40] Infine, anche le donne che hanno vissuto un'aggressione priva di violenza fisica sono più denigrate; impiegano anche più tempo a rivolgersi al medico, [41] malgrado siano più soggette a disturbi psicologici. [42]
In breve, eccettuato il caso in cui lo stupro corrisponda a quello ideale (commesso di notte da uno straniero armato nei confronti di una vittima vergine o considerata moralmente irreprensibile), le vittime non sono considerate completamente innocenti.
Le vittime sono più biasimate quando la configurazione dello stupro suggerisce che avrebbero potuto provare attrazione sessuale per l'aggressore: così le donne eterosessuali e gli omosessuali sono più biasimati delle lesbiche e degli uomini eterosessuali. [43] Uno studio ha mostrato che lo stupro era giudicato peggiore e più traumatico per gli uomini eterosessuali, piuttosto che per le donne e che per gli omosessuali [44], come se lo stupro fosse un semplice rapporto sessuale e in totale spregio della sofferenza delle donne e degli omosessuali che ne sono vittime. Un'inchiesta del 1997 rivela che i poliziotti pensano spesso che lo stupro sia meno traumatico per gli omosessuali e non prendono sul serio le denunce presentate dagli uomini che ritengono tali [45].
Uno studio del 2010 ha mostrato che, benché alcune delle persone intervistate non colpevolizzino direttamente la vittima, più della metà di loro ritengono che il comportamento della vittima (ad esempio: il suo modo di vestire, l'aver bevuto...) abbia potuto causare l'aggressione sessuale. [46] In realtà, le aggressioni, nel caso in cui si sia consumato alcool (sia da parte della vittima che da parte dell'aggressore), sono sempre associate a reazioni negative [47] Allo stesso modo, un mito molto diffuso è quello secondo cui le donne sessualmente attive hanno maggiore tendenza a mentire sul fatto di aver subito un'aggressione sessuale rispetto alle donne "caste". Così, benché si affermi che nella nostra società le donne hanno la possibilità di avere tutti i partners che desiderano, in realtà, questo fatto verrà loro rimproverato nel caso in cui diventino vittime di violenza sessuale. [48] Uno studio ha mostrato che, quando viene descritta una scena di stupro, i soggetti dell'esperimento tendono a biasimare maggiormente la vittima se quest'ultima viene rappresentata con una minigonna. [49] Pensano che abbia voluto avere un rapporto sessuale, che abbia indossato un abbigliamento troppo eccitante e che abbia provocato lo stupratore.

Lo stupro: un crimine largamente impunito a causa dei miti sulle aggressioni sessuali
Lo stupro è un crimine ancora largamente impunito poiché soltanto il 5% degli stupri sulle maggiorenni viene denunciato e tre quarti di queste denunce sono seguite da una sentenza di non luogo a procedere o dall'archiviazione del caso. Come spiegare questo fenomeno?
In primo luogo, certe persone che hanno subito un rapporto sessuale non consensuale non si considerano vittime di stupro. Vi sono diverse spiegazioni di questo fenomeno, in particolare la credenza ai miti sullo stupro. E' stato infatti dimostrato che quando una vittima crede a certi miti ("quando una vittima non si divincola, non si tratta di uno stupro" e "se una donna abborda un uomo, vuol dire che va in cerca di guai") e si è realmente trovata nella situazione descritta dal mito (in questo caso: non si è divincolata o ha sedotto l'aggressore), tende a non considerarsi vittima. [50]
In secondo luogo, se le vittime sono così poco disposte a presentare querela, è per paura di essere denigrate dai poliziotti o dai magistrati. [51] Dal momento che le vittime stuprate da un congiunto sono più biasimate delle altre, impiegano più tempo a denunciare il reato alla polizia e ciò contribuisce ancora di più ad alimentare l'opinione che siano poco credibili. [52] [...]
La denigrazione delle vittime riduce non solo le probabilità che la vittima denunci lo stupro alla polizia, ma anche che quest'ultima e i giudici credano che l'aggressione sia davvero avvenuta [53] [...]
Dagli anni Settanta agli anni Novanta, gli Stati Uniti hanno conosciuto diverse riforme volte a modificare la legislazione sullo stupro. [54] In precedenza, la vittima doveva provare di aver resistito al suo aggressore e la difesa poteva individuare nel comportamento sessuale precedente della vittima le circostanze attenuanti del reato. I legislatori hanno ritenuto che in effetti queste leggi arcaiche scoraggiassero le vittime dal denunciare lo stupro subito e impedissero di perseguire gli stupratori. Si è cercato anche di offrire una migliore formazione ai poliziotti, ai giudici e ai medici. Sono stati fatti dei progressi, ma, malgrado tutto, il problema continua a persistere: numerosi operatori della giustizia, i media, il pubblico e le vittime stesse continuano a credere ai miti sullo stupro. [55] Il mito più persistente presso i magistrati è quello che le donne mentano regolarmente sulle aggressioni sessuali subite, benché le false accuse siano rare (2-10%). [56]

Conclusione
La letteratura ci insegna che la stragrande maggioranza delle vittime di aggressioni sessuali avvertono reazioni negative (biasimo, canzonature, incredulità, minimizzazione dell'aggressione, mancanza di solidarietà) perché i miti sullo stupro sono molto diffusi. Queste reazioni negative pregiudicano fortemente il loro ristabilimento e il buon funzionamento della giustizia.
Mentre non spetterebbe alle donne evitare lo stupro, ma spetterebbe agli stupratori non aggredirle, la società e il sistema giudiziario si aspettano sempre che siano le donne ad evitare le aggressioni sessuali, opponendo resistenza, riducendo la propria libertà di movimento o mostrandosi pudiche e riservate.

NOTE
1. Scott MB, Lyman SM. Accounts. Am Sociol Rev. 1968;33(1):46-62.
2. Page AD. Judging Women and Defining Crime : Police Officers’ Attitude Toward Women and Rape. Sociological Spectrum. 2008;28:389-411.
3. Calhoun K. Treatment of rape victims : facilitating psychosocial adjustment. New York: Pergamon Press; 1991.
4. Chen LP, Murad MH, Paras ML, et al. Sexual Abuse and Lifetime Diagnosis of Psychiatric Disorders: Systematic Review and Meta-analysis. Mayo Clinic Proceedings. 2010;85(7):618 -629; Bilette V, Guay S, Marchand A. Le soutien social et les conséquences psychologiques d’une agression sexuelle  : synthèse des écrits. Santé mentale au Québec. 2005;30(2):101-120.
5. First M. DSM-IV : diagnostics différentiels. Paris: Masson; 1999.
6. Valentiner DP, Foa EB, Riggs DS, Gershuny BS. Coping strategies and posttraumatic stress disorder in female victims of sexual and nonsexual assault. Journal of Abnormal Psychology. 1996;105(3):455-458.
7. Bilette V, Guay S, Marchand A. Le soutien social et les conséquences psychologiques d’une agression sexuelle.., cit.
8. Ibidem; Valentiner DP, Foa EB, Riggs DS, Gershuny BS. Coping strategies and posttraumatic stress disorder in female victims of sexual and nonsexual assault, cit.
9. Rothbaum BO, Foa EB, Riggs DS, Murdock T, Walsh W. A prospective examination of post-traumatic stress disorder in rape victims. Journal of Traumatic Stress. 1992;5(3):455-475.
10. Bilette V, Guay S, Marchand A. Le soutien social et les conséquences psychologiques d’une agression sexuelle  : synthèse des écrits, cit.
11. Ibidem.
12. Filipas HH, Ullman SE. Social reactions to sexual assault victims from various support sources. Violence Vict. 2001;16(6):673-692.
13. Ullman SE. Social support and recovery from sexual assault..., cit; Ullman SE. Social Reactions, Coping Strategies, and Self‐blame Attributions in Adjustment to Sexual Assault. Psychology of Women Quarterly. 1996;20(4):505-526.
14. Ullman SE. Social support and recovery from sexual assault..., cit; Davis RC, Brickman E, Baker T. Supportive and unsupportive responses of others to rape victims: Effects on concurrent victim adjustment. American Journal of Community Psychology. 1991;19(3):443-451.
15. Ullman SE. Social support and recovery from sexual assault..., cit
16. Ullman SE, Siegel JM. Sexual assault, social reactions, and physical health..., cit; Kimerling R, Calhoun KS. Somatic symptoms, social support, and treatment seeking among sexual assault victims. Journal of Consulting and Clinical Psychology;Journal of Consulting and Clinical Psychology. 1994;62(2):333-340.
17. Ullman SE. Social support and recovery from sexual assault..., cit.
18. Davis RC, Brickman E, Baker T. Supportive and unsupportive responses of others to rape victims: Effects on concurrent victim adjustment..., cit.
19. Ullman SE. Social Reactions, Coping Strategies, and Self‐blame Attributions in Adjustment to Sexual Assault..., cit.
20. Davis RC, Brickman E, Baker T. Supportive and unsupportive responses of others to rape victims: Effects on concurrent victim adjustment..., cit.
21. Ullman SE. Social Reactions, Coping Strategies, and Self‐blame Attributions in Adjustment to Sexual Assault...., cit.
22. Bilette V, Guay S, Marchand A. Le soutien social et les conséquences psychologiques d’une agression sexuelle..., cit.
23. Ullman SE. Social support and recovery from sexual assault..., cit.
24. Bilette V, Guay S, Marchand A. Le soutien social et les conséquences psychologiques d’une agression sexuelle..., cit.
25. Ibidem.
26. Ibidem e Ageton S. Sexual assault among adolescents. Lexington  Mass.: Lexington Books; 1983.
27. Bilette V, Guay S, Marchand A. Le soutien social et les conséquences psychologiques d’une agression sexuelle..., cit.; Moss M, Frank E, Anderson B. The Effects of Marital Status and Partner Support on Rape Trauma. American Journal of Orthopsychiatry. 1990;60(3):379-391.
28. Bilette V, Guay S, Marchand A. Le soutien social et les conséquences psychologiques d’une agression sexuelle  : synthèse des écrits, cit.
29. Ibidem; White P, Rollins J. Rape: A Family Crisis. Family Relations. 1981;30(1):103-109
30. Ullman SE. Social Reactions, Coping Strategies, and Self‐blame Attributions in Adjustment to Sexual Assault, cit.
31. Cohn ES, Dupuis EC, Brown TM. In the Eye of the Beholder: Do Behavior and Character Affect Victim and Perpetrator Responsibility for Acquaintance Rape?1. Journal of Applied Social Psychology. 2009;39(7):1513-1535.
32. Grubb A, Harrower J. Attribution of blame in cases of rape: An analysis of participant gender, type of rape and perceived similarity to the victim. Aggression and Violent Behavior. 2008;13(5):396-405.
33. Campbell R. The psychological impact of rape victims. American Psychologist; 2008;63(8):702-717.
34. Westmarland N, Gangoli G. International Approaches to Rape. The Policy Press; 2011.
35. Ullman SE, Filipas HH. Predictors of PTSD symptom severity and social reactions in sexual assault victims. Journal of Traumatic Stress. 2001;14(2):369-389; Ullman SE, Siegel JM. Sexual assault, social reactions, and physical health, cit.
36. Ullman SE, Filipas HH. Predictors of PTSD symptom severity and social reactions in sexual assault victims, cit.
37. Page AD. Judging Women and Defining Crime : Police Officers’ Attitude Toward Women and Rape, cit.
38. Bilette V, Guay S, Marchand A. Le soutien social et les conséquences psychologiques d’une agression sexuelle...; cit.; Grubb A, Harrower J. Attribution of blame in cases of rape: An analysis of participant gender, type of rape and perceived similarity to the victim. Aggression and Violent Behavior. 2008;13(5):396-405; Golding JM, Wilsnack SC, Cooper ML. Sexual assault history and social support: Six general population studies. Journal of Traumatic Stress. 2002;15(3):187-197.
39. Spohn C, Homey J. Rape law reform and the effect of victim characteristics on case processing. Journal of Quantitative Criminology. 1993;9(4):383-409.
40. Cohn ES, Dupuis EC, Brown TM. In the Eye of the Beholder: Do Behavior and Character Affect Victim and Perpetrator Responsibility for Acquaintance Rape?, cit.
41. Ullman SE. Social support and recovery from sexual assault..., cit.
42. Bilette V, Guay S, Marchand A. Le soutien social et les conséquences psychologiques d’une agression sexuelle..., cit.
43. White S, Yamawaki N. The Moderating Influence of Homophobia and Gender‐Role Traditionality on Perceptions of Male Rape Victims1. Journal of Applied Social Psychology. 2009;39(5):1116-1136; Wakelin A, Long KM. Effects of Victim Gender and Sexuality on Attributions of Blame to Rape Victims. Sex Roles. 2003;49(9-10):477-487; Idisis Y, Ben‐David S, Ben‐Nachum E. Attribution of blame to rape victims among therapists and non‐therapists. Behavioral Sciences & the Law. 2007;25(1):103-120.
44. Doherty K, Anderson I. Making sense of male rape: constructions of gender, sexuality and experience of rape victims. Journal of Community & Applied Social Psychology. 2004;14(2):85-103.
45. Lees S. Ruling passions : sexual violence, reputation, and the law. Buckingham ;;Philadelphia: Open University Press; 1997.
46. McMahon S. Rape Myth Beliefs and Bystander Attitudes Among Incoming College Students. Journal of American College Health. 2010;59(1):3-11.
47. Ullman SE, Filipas HH. Predictors of PTSD symptom severity and social reactions in sexual assault victims. Journal of Traumatic Stress. 2001;14(2):369-389.
48. Page AD. Judging Women and Defining Crime : Police Officers’ Attitude Toward Women and Rape..., cit.
49. Workman JE, Orr RL. Clothing, Sex of Subject, and Rape Myth Acceptance as Factors Affecting Attributions about an Incident of Acquaintance Rape. Clothing and Textiles Research Journal. 1996;14(4):276 -284.
50. Peterson ZD, Muehlenhard CL. Was It Rape? The Function of Women’s Rape Myth Acceptance and Definitions of Sex in Labeling Their Own Experiences. Sex Roles. 2004;51(3/4):129-144.
51. Cohn ES, Dupuis EC, Brown TM. In the Eye of the Beholder: Do Behavior and Character Affect Victim and Perpetrator Responsibility for Acquaintance Rape?1. Journal of Applied Social Psychology. 2009;39(7):1513-1535.
52. Page AD. Judging Women and Defining Crime : Police Officers’ Attitude Toward Women and Rape..., cit.
53. Cohn ES, Dupuis EC, Brown TM. In the Eye of the Beholder: Do Behavior and Character Affect Victim and Perpetrator Responsibility for Acquaintance Rape? cit.
54. Spohn C, Homey J. Rape law reform and the effect of victim characteristics on case processing. Journal of Quantitative Criminology. 1993;9(4):383-409; Westmarland N, Gangoli G. International Approaches to Rape. The Policy Press; 2011.
55. Ibidem
56. Lisak D, Gardinier L, Nicksa SC, Cote AM. False Allegations of Sexual Assualt: An Analysis of Ten Years of Reported Cases. Violence Against Women. 2010;16(12):1318 -1334.



3 - I miti sullo stupro


[...] Ingiunzioni e consigli inadeguati
L'abbiamo già visto. I miti sullo stupro permettono di biasimare la vittima e di deresponsabilizzare l'aggressore. Così, a causa di questi miti, (" non doveva uscire di notte, vestirsi come una puttana, bere troppo, rimorchiare..."), la società chiede alle donne di evitare di essere stuprate, seguendo determinate regole: limitare, ad esempio, la libertà di movimento, non uscire senza essere accompagnate da un uomo, essere caste e vigilanti. Questi miti sullo stupro non sono altro che ingiunzioni rivolte alle donne affinché si comportino in un determinato modo.
Studi interculturali hanno anche dimostrato che in qualsiasi società la credenza ai miti sullo stupro è correlata ad un atteggiamento restrittivo riguardo al ruolo delle donne, negli Stati Uniti come in Turchia, in Israele come in Germania. [1] Si tratta dunque di miti che limitano la libertà di movimento delle donne e fanno loro credere di essere dipendenti dagli uomini per la loro sicurezza. Ciò può suonare piuttosto ironico, sapendo che in media le donne sono aggredite in strada in misura minore rispetto agli uomini. [2] [..]
Questo tipo di consigli ("non uscire la notte, non indossare minigonne, non bere alcolici") si fonda sul presupposto che lo stupro sia commesso soprattutto dagli stranieri, di notte e all'aperto. Ora: questo tipo di situazione è piuttosto rara: soltanto il 25% degli stupri è commesso da sconosciuti [3]: il reato ha luogo a casa della vittima nel 65% dei casi. [4] Infine, soltanto la metà degli stupri accade di notte. [5]

Un clima di tolleranza delle aggressioni sessuali
D'altra parte, i miti sullo stupro contribuiscono a creare un clima di tolleranza delle aggressioni sessuali. Parecchi autori e autrici hanno formulato l'ipotesi che lo stupro e le aggressioni sessuali siano dei dispositivi che permettono di mantenere le diseguaglianze tra i sessi e di mostrare alle donne qual è il loro posto nella società. Susan Brownmiller è arrivata a dire che lo stupro "altro non è che un processo più o meno consapevole di intimidazione con cui tutti gli uomini mantengono tutte le donne in uno stato di paura" [6] Se è senz'altro difficile provare che lo stupro sia un processo di intimidazione consapevole, numerosi dati suggeriscono indirettamente che la paura dello stupro ha l'effetto di intimorire le donne: [7]
  • Le società che presentano una forte prevalenza dello stupro sono caratterizzate da forti disuguaglianze tra i sessi, in termini giuridici, di statuto sociale, di accesso al potere e alle risorse [8]
  • E' stato dimostrato in uno studio del 1981 che la paura dello stupro - particolarmente presente fra le donne povere, anziane o appartenenti a minoranze etniche - è correlata a comportamenti autolimitativi (in particolare limitare gli spostamenti, calzare scarpe che consentano di correre e fuggire) [9]

Secondo lo studio succitato del 1981, il 43% circa delle donne dicono di aver paura di notte a camminare per le strade contro il 17% degli uomini [10]. Ciò dimostra che le donne sono mediamente più intimorite quando camminano per strada da sole. Uno studio del 2009 su circa 2000 persone ha mostrato che le donne sono in media più preoccupate degli uomini di subire aggressioni (stupri, aggressioni fisiche, furti). Ciò non è coerente con il fatto che gli uomini sono mediamente meno sicuri delle donne in strada, poiché più suscettibili di essere oggetto di reati violenti. [11]

Relazioni di causa ed effetto tra prevalenza delle aggressioni sessuali e disuguaglianza tra i sessi
Tutto ciò suggerisce che ci sia una correlazione tra prevalenza delle aggressioni sessuali e disuguaglianza tra i sessi. Possono essere formulate tre ipotesi:
  1. La disuguaglianza tra i sessi dà origine alle aggressioni sessuali
  2. Le aggressioni sessuali danno origine alla disuguaglianza tra i sessi (è l'ipotesi formulata da Brownmiller)
  3. Non ci sono relazioni dirette di causa-effetto tra la disuguaglianza tra i sessi e le aggressioni sessuali.

[...] La prima ipotesi è stata confermata da uno studio compiuto su 100 uomini, [12] che ha mostrato come il grado di sessismo ostile di un individuo sia un indizio fondamentale della sua propensione a dichiarare che agirebbe come l'aggressore, se fosse sicuro di non essere arrestato, quando gli si descrive una scena di stupro.
La seconda ipotesi è stata verificata effettuando diversi studi sperimentali. Il primo, realizzato nel 1983, [13] mostrava che quando le donne leggevano un articolo che descriveva uno stupro, la loro autostima diminuiva rispetto a quella di un gruppo di controllo che non lo aveva letto. Non solo. Esse sembravano accettare meglio i ruoli di genere tradizionali perché approvavano in media di più affermazioni come queste: " Le donne dovrebbero occuparsi meno dei loro diritti e preoccuparsi di essere buone mogli e buone madri" o " bisognerebbe stimolare a proseguire gli studi i ragazzi più delle ragazze".
Uno studio simile, realizzato nel 1993 da Bohner, ha incluso alcuni uomini. [14] Lo studio ha dimostrato che l'autostima degli uomini non diminuiva in seguito alla lettura della descrizione di uno stupro. Al contrario, la loro fiducia in se stessi aumentava, soprattutto se credevano fermamente ai miti sullo stupro! Bohner e i suoi collaboratori hanno potuto anche determinare che in realtà soltanto le donne che non credevano molto ai miti sullo stupro vedevano diminuire la propria autostima. Infatti, la fiducia in se stesse delle donne che credevano fermamente a questi miti aumentava dopo aver letto una scena di stupro, esattamente come quella degli uomini. Ciò dipendeva indiscutibilmente dal fatto che esse ritenevano che soltanto alcune donne potessero essere vittime di stupro e che non si consideravano appartenenti a questa categoria.
Bonher e i suoi collaboratori hanno studiato anche l'impatto che esercitava sull'autostima la lettura della descrizione di un aggressione ad un uomo. Pare che pensare ad un'aggressione fisica non produca una forte diminuzione dell'autostima né negli uomini né nelle donne. La riduzione dell'autostima è un effetto specifico dello stupro.
Queste ricerche confermano quindi la seconda ipotesi secondo la quale le aggressioni sessuali - favorite dai miti sullo stupro- permettono di esercitare il controllo su tutte le donne, intimorendole.

Conclusione
In pratica i miti sullo stupro non sono altro che ingiunzioni rivolte alle donne, affinché limitino la propria libertà. D'altra parte, questi miti mantengono un clima favorevole alle aggressioni sessuali, che permettono, a loro volta, di esercitare il controllo sulle donne.

NOTE
1. Costin F, Kaptanoḡlu C. Beliefs about rape and women’s social roles: A Turkish replication. European Journal of Social Psychology. 1993;23(3):327-330; Buss DM, Malamuth NM. Sex, power, conflict: evolutionary and feminist perspectives. Oxford University Press; 1996.
2. Ibidem.
3. Anon. Bulletin 2006. Collectif Féministe Contre le Viol; 2006.
4. Fondation Bernheim (Bruxelles), Zucker D. Viol : approches judiciaires, policières, médicales et psychologiques : actes du colloque. Bruxelles: Kluwer; 2005.
5. Anon. Bulletin 2003. Collectif Féministe Contre le Viol; 2003.
6. Brownmiller S. Against Our Will: Men, Women, and Rape. 1975.
7. Buss DM, Malamuth NM. Sex, power, conflict: evolutionary and feminist perspectives, cit.
8. Ibidem, Sanday PR. The Socio‐Cultural Context of Rape: A Cross‐Cultural Study. Journal of Social Issues. 1981;37(4):5-27; Barron L, Straus MA. Four theories of rape: A macrosociological analysis. Social Problems. 1987;5(34):467-489.
9. Buss DM, Malamuth NM. Sex, power, conflict: evolutionary and feminist perspectives, cit., Riger S, Gordon MT. The Fear of Rape: A Study in Social Control. Journal of Social Issues. 1981;37(4):71-92.
10. Buss DM, Malamuth NM. Sex, power, conflict..., cit.
11. Ibidem e Zohor, D, Vanovermeir S. Des insultes aux coups : hommes et femmes inégaux face à la violence,  Études sociales, Insee. 2006
12. Masser B, Viki GT, Power C. Hostile Sexism and Rape Proclivity Amongst Men. Sex Roles. 2006;54(7-8):565-574.
13. Schwarz N, Brand JF. Effects of salience of rape on sex role attitudes, trust, and self‐esteem in non‐raped women. European Journal of Social Psychology. 1983;13(1):71-76.
14. Bohner G, Weisbrod C, Raymond P, Barzvi A, Schwarz N. Salience of rape affects self‐esteem: The moderating role of gender and rape myth acceptance. European Journal of Social Psychology. 1993;23(6):561-579.


4 - I miti sullo stupro


[...] La propensione allo stupro [..] permette di stimare le probabilità che un individuo sia un potenziale stupratore.
Sperimentalmente si misura in questo modo. Viene descritta una scena di stupro (ma senza mai usare questa parola) e si chiede ad un campione di persone se si sarebbero comportate come l'aggressore della scena. Le possibili risposte variano da: Assolutamente no a Molto probabilmente sì.
Viene descritta ad esempio questa scena:
Lei è uscito più volte con una donna incontrata recentemente. Un week-end andate insieme al cinema, poi Lei la porta a casa sua. Bevete qualche birra, ascoltate della musica e vi fate qualche carezza. A un certo momento la sua amica si rende conto di aver bevuto troppo e di non essere in grado di ritornare a casa in macchina. Lei le dice che può rimanere a dormire a casa sua. Nessun problema! Lei vuole cogliere questa opportunità per andare a letto con la sua amica. Ma quest'ultima è contraria e dice che è troppo presto per farlo e che è ubriaca. Lei non si lascia scoraggiare, si butta sulla sua amica e fa quello che vuole.

[..] In una revisione sistematica delle ricerche pubblicate fino ad allora, nel 1981, Malamuth indicava che dall'insieme degli studi analizzati risultava che circa il 35% degli uomini presentavano una certa propensione allo stupro [1]. Un altro studio del 1992, relativo a 159 studenti di un'università americana protestante, ha mostrato che il 34% di loro ammetteva di avere una certa inclinazione a compiere aggressioni sessuali. [2] In uno studio realizzato in Germania nel 1998, il 33% dei partecipanti aveva dichiarato che probabilmente si sarebbe comportato come l'aggressore della scena descritta. [3] Infine, in uno studio qualitativo del 2004 realizzato su 20 studenti, 6 hanno ammesso che, in circostanze particolari, sarebbero stati capaci di stuprare o di commettere un'aggressione sessuale. [4]
Nel 1986 l'antropologa Peggy Reeves Sanday ha proposto una scala di misura della propensione allo stupro di diverse società. [5] Questa scala andava dal "molto incline allo stupro" a "ostile allo stupro". Gli Stati Uniti - che, tra i paesi industrializzati, presentano il più elevato tasso di stupri [6] - erano inseriti tra le società molto inclini allo stupro e occupavano un posto nella graduatoria molto più alto dei Paesi europei. Per contro, la Svezia, la Norvegia e la società dei Minangkabau a Sumatra presentavano una propensione allo stupro molto bassa. Peggy Reeves Sanday ha potuto constatare che le società ostili allo stupro erano caratterizzate dal diritto delle donne a conservare i propri beni dopo il matrimonio, dalla partecipazione degli uomini alla cura dei bambini e da una minore separazione tra i sessi.

Il legame tra propensione allo stupro e accettazione dei miti sullo stupro
Nel 1980 Burt formulava l'ipotesi che i miti sullo stupro potessero agire come "neutralizzanti psicologici" che permettono agli uomini, quando commettono un'aggressione sessuale, di affrancarsi dal divieto sociale di far del male agli altri. [7]
Numerosi studi sperimentali hanno messo in evidenza con chiarezza l'esistenza di una correlazione significativa tra la propensione allo stupro e il grado di accettazione dei miti sullo stupro. Così, nel 1981 Malamuth ha trovato una correlazione pari a 0,60 tra le due variabili [8]. In una meta-analisi del 2002 su 11 studi la correlazione media tra le due variabili è risultata pari a 0,26.
Queste correlazioni sono compatibili con l'idea di Burt che i miti sullo stupro aumentino la probabilità si commetterlo. E' possibile anche formulare altre due ipotesi:

  • Gli uomini giustificano le preesistenti tendenze allo stupro adottando i miti sullo stupro. Così la propensione allo stupro sarebbe la causa, non la conseguenza dell'accettazione dei miti sullo stupro.
  • Non ci sono rapporti causali diretti tra le due variabili, che sono correlate piuttosto ad una terza: l'ostilità verso le donne.

L'impatto dei miti sullo stupro sulla propensione a stuprare
Nel 1998, Bonher e i suoi collaboratori furono i primi a tentare di chiarire questi rapporti causali. Essi svilupparono questi ragionamenti:

  • Se l'accettazione dei miti sullo stupro è la causa della propensione allo stupro, la relazione tra queste due variabili sarà più forte se i partecipanti pensano ai miti sullo stupro quando compilano il questionario relativo alla propensione a stuprare.
  • Al contrario, se la propensione allo stupro è la causa dell'accettazione dei miti sullo stupro, la relazione tra le due variabili sarà più forte se i partecipanti rispondono ad un questionario sui miti sullo stupro, mentre stanno pensando alla loro propensione a stuprare.
  • Se non vi è un legame casuale diretto, il grado della correlazione non subirà variazioni.

Essi confrontarono due situazioni sperimentali: nella prima i 113 partecipanti completavano prima il test sull'accettazione dei miti sullo stupro, poi quello sulla propensione allo stupro; nella seconda completavano i due questionari nell'ordine inverso. Essi trovarono che la relazione tra propensione allo stupro e accettazione dei miti sullo stupro era più forte quando i partecipanti rispondevano prima al test sull'accettazione dei miti sullo stupro.
Gli autori ne dedussero che i miti sullo stupro esercitavano un effetto causale sulla propensione allo stupro, come aveva suggerito Burt diciotto anni prima.
Questi risultati sono stati confermati nel 2005 da uno studio sempre di Bonher e dei suoi collaboratori compiuto su 107 individui. [9] Non solo. La correlazione tra propensione allo stupro e accettazione dei miti sullo stupro era più forte negli uomini che erano già stati sessualmente aggressivi nel passato [10] Questi ultimi costituivano il 44% dei soggetti del campione e la maggioranza non aveva usato la forza per ottenere un rapporto sessuale, ma si era servita, per conseguire il proprio fine, di un comportamento manipolatorio.

Individuazione delle motivazioni che conciliano accettazione dei miti sullo stupro e propensione allo stupro
Una volta stabilito il legame causale tra accettazione dei miti sullo stupro e propensione allo stupro, occorreva cercare quali fossero le motivazioni che collegavano le due variabili. Sono state formulate due ipotesi sui motivi che inducono a commettere uno stupro:

  • L'eccitazione sessuale
  • L'esercizio del potere, un mezzo (tra gli altri) che consente agli uomini di mantenere la propria condizione di superiorità.

Gli studi basati sulle testimonianze degli stupratori o degli aggressori sessuali, condannati o che hanno confessato di aver commesso il reato, suggeriscono che la principale motivazione dello stupro sia l'eccitazione sessuale. [11] Il problema è che gli stupratori e gli aggressori non hanno necessariamente consapevolezza della causa che li ha indotti a commettere il reato. Non solo, ma anche se fossero consapevoli delle motivazioni profonde che li hanno spinti ad agire, ben difficilmente ammetterebbero di aver stuprato per il piacere di dominare una donna.
I contenuti dei miti sullo stupro sono molto diversi. Alcuni pretendono che gli uomini non siano in grado di controllare le proprie pulsioni e altri minimizzano la gravità delle aggressioni sessuali, trattandole come rapporti sessuali normali. Altri miti sullo stupro pongono l'accento sul comportamento della vittima, per sottintendere che "se l'è cercata" e quindi doveva essere punita. Tutto ciò sembra indicare che a muovere uno stupratore possono essere sia l'eccitazione sessuale che il desiderio di dominio.
Per chiarire la questione, alcuni ricercatori (tra cui Bonher) hanno compiuto una serie di esperimenti nel 2004. [12] Hanno assunto come quadro di riferimento il caso degli stupri commessi da una persona conosciuta, che in Francia rappresentano il 75% degli stupri. [13] Più precisamente, hanno riesaminato i dati già ottenuti in uno studio del 1998 [su un campione di 113 uomini tedeschi (studio n. 1)] e hanno condotto altri due esperimenti nel Regno Unito (studio n. 2) e nello Zimbabwe (studio n.3).
Nei tre casi, gli uomini hanno risposto ad un test sull'accettazione dei miti sullo stupro e hanno letto 5 descrizioni di scene di stupro accadute durante un appuntamento tra un uomo e una donna. Per ciascuna scena, i partecipanti dovevano indicare:

  1. la probabilità di comportarsi come l'aggressore (misura della propensione allo stupro)
  2. quale sarebbe stato il loro grado di eccitazione sessuale in quella situazione (misura dell'eccitazione sessuale anticipata)
  3. quale sarebbe stato il loro grado di appagamento per aver ottenuto ciò che volevano (misura del piacere di esercitare il dominio).

Per analizzare questi risultati, è stato utilizzato un modello di regressione multipla, il quale permette di determinare le variazioni di una variabile (in questo caso la propensione allo stupro) in funzione di altre variabili (in questo caso l'accettazione dei miti sullo stupro e i due potenziali mediatori: l'eccitazione sessuale e il piacere di esercitare il dominio). Gli studiosi hanno tentato anche di valutare la variazione dei due potenziali mediatori in funzione dell'accettazione dei miti sullo stupro.
Negli studi n.2 e n.3 i ricercatori hanno ritrovato la correlazione tra accettazione dei miti sullo stupro e propensione allo stupro. Negli studi n.1 e n.2 il piacere di esercitare il dominio, ma non l'eccitazione sessuale, erano significativamente correlati alla propensione allo stupro. Nello studio n.3 c'era una relazione positiva e significativa tra la propensione allo stupro e i due potenziali mediatori. Tuttavia, la relazione tra l'accettazione dei miti sullo stupro e l'eccitazione sessuale non era significativa e ciò la esclude d'ufficio dai possibili mediatori. Non solo. La relazione tra eccitazione sessuale e propensione allo stupro era molto più debole della relazione tra il piacere di esercitare il dominio e la propensione allo stupro.
[...] Questi risultati confermano la teoria femminista secondo la quale lo stupro ha la funzione di perpetuare il dominio maschile. Per contro, essi smentiscono le teorie che suggeriscono che lo stupro sia motivato dall'eccitazione sessuale.
Detto ciò, nei tre studi citati, il piacere di esercitare il dominio e l'eccitazione sessuale erano strettamente correlati. Gli autori suppongono che per molti uomini il desiderio di esercitare il dominio e il desiderio sessuale siano fortemente associati. Questo è coerente con i risultati di uno studio che ha rivelato che gli uomini che presentavano una forte probabilità di molestare o di commettere aggressioni sessuali, collegavano automaticamente il sesso al potere. [14] Quando questi uomini si trovavano in presenza di uno stimolo che evocava il potere, tendevano a dirsi più attratti da una donna, ciò che non accadeva agli altri partecipanti.

Conclusione
I miti sullo stupro inducono certi uomini a commettere aggressioni sessuali. Questo rapporto di causa-effetto è determinato principalmente dalla volontà di dominare la propria vittima. Denunciare e smantellare i miti sullo stupro è dunque, indiscutibilmente, uno strumento per limitare le aggressioni sessuali.

NOTE
1. Malamuth NM. Rape Proclivity Among Males. Journal of Social Issues. 1981;37(4):138-157.
2. Osland JA, Fitch M, Willis EE. Likelihood to rape in college males. Sex Roles. 1996;35(3-4):171-183.
3. Bohner G, Reinhard M, Rutz S, et al. Rape myths as neutralizing cognitions: evidence for a causal impact of anti‐victim attitudes on men’s self‐reported likelihood of raping. European Journal of Social Psychology. 1998;28(2):257-268.
4. Lev-Wiesel R. Male University Students’ Attitudes Toward Rape and Rapists. Child and Adolescent Social Work Journal. 2004;21(3):199-210.
5. Reeves-Sanday P. Rape and the Silencing of the Feminine. Rape. 1986.
6. Murnen SK, Wright C, Kaluzny G. If « Boys Will Be Boys, » Then Girls Will Be Victims? A Meta-Analytic Review of the Research That Relates Masculine Ideology to Sexual Aggression. Sex Roles. 2002;46(11-12):359-375.
7. Burt MR. Cultural myths and supports for rape. Journal of Personality and Social Psychology. 1980;38(2):217-230.
8. Malamuth NM. Rape Proclivity Among Males, cit.
9. Bohner G, Jarvis CI, Eyssel F, Siebler F. The causal impact of rape myth acceptance on men’s rape proclivity: comparing sexually coercive and noncoercive men. European Journal of Social Psychology. 2005;35(6):819-828.
10. Ibidem.
11. Chiroro P, Bohner G, Viki GT, Jarvis CI. Rape Myth Acceptance and Rape Proclivity. Journal of Interpersonal Violence. 2004;19(4):427 -442.
12. Chiroro P, Bohner G, Viki GT, Jarvis CI. Rape Myth Acceptance and Rape Proclivity.
13. Bulletin 2006. Collectif Féministe Contre le Viol; 2006.
14. Bargh JA, Raymond P, Pryor JB, Strack F. Attractiveness of the underling: An automatic powersex association and its consequences for sexual harassment and aggression. Journal of Personality and Social Psychology. 1995;68(5):768-781.


5 - I miti sullo stupro


[...] L'accettazione dei miti sullo stupro come norma
Le norme sono regole comprese dai membri di un gruppo che guidano o limitano i loro comportamenti. Possono essere ingiuntive - se prescrivono o vietano determinati comportamenti - o descrittive - quando informano sul modo in cui gli altri giudicano o agiscono in una determinata situazione.
Bohner e i suoi collaboratori hanno verificato l'ipotesi secondo la quale l'accettazione dei miti sullo stupro agirebbe come una norma. [1] Hanno sottoposto a 264 studenti tedeschi un test che ha permesso di misurare la loro adesione ai miti sullo stupro e la loro propensione a commetterlo in diverse situazioni, facendo loro credere sia che i partecipanti all'esperimento dell'anno precedente presentavano un basso grado di accettazione dei miti sullo stupro, sia il contrario. Vi era anche un gruppo di controllo cui non erano state fornite informazioni sui presunti risultati dei test sottoposti ad altri soggetti.
Per misurare la credenza ai miti sullo stupro dei partecipanti, è stato loro proposto un questionario che conteneva diverse frasi che rispecchiavano tali miti ("una donna che dice no vuole in realtà dire sì" "una seduttrice può indurre un uomo a stuprarla"). Gli studenti dovevano spuntare una delle sette caselle previste per ogni domanda per esprimere il loro accordo o disaccordo con il mito in questione. La casella n.1 corrispondeva alla risposta "Non sono assolutamente d'accordo", la n.7 alla risposta "Sono assolutamente d'accordo". Per condizionare i partecipanti, gli autori avevano falsamente indicato la casella spuntata più frequentemente l'anno precedente.
Questo studio ha di nuovo dimostrato che una solida convinzione sulla credibilità dei miti sullo stupro aumenta la propensione a commetterlo. I risultati indicano anche che quando i partecipanti percepivano un elevato grado accettazione dei miti sullo stupro da parte di altri soggetti, aumentava la loro propensione ad esercitare violenze sessuali, almeno nel caso in cui essi stessi credessero a questi miti. Infatti, la propensione allo stupro degli uomini poco convinti della veridicità di questi miti non era molto condizionata dalle risposte degli altri. Ciò è perfettamente comprensibile, dal momento che le norme sono efficaci soprattutto quando rafforzano attitudini preesistenti.
Questo esperimento è stato poi ripetuto, con la sola variante che ai partecipanti si faceva credere che le risposte indicate come più frequentemente date in precedenza erano quelle di un gruppo diverso da quello cui essi appartenevano (mentre prima venivano indicate agli studenti di psicologia le presunte risposte di altri studenti del medesimo corso di studi). Anche le false risposte di un gruppo diverso dal proprio influenzavano la loro propensione allo stupro. [2]
Questi dati suggeriscono che quando la maggioranza sembra accettare i miti sullo stupro, la convinzione che essi siano veri si rafforza e la propensione allo stupro viene amplificata.
La norma sociale potrebbe essere interpretata come una legittimazione delle aggressioni sessuali.

I miti sullo stupro nei media
Dato che le idee della maggioranza sui miti relativi allo stupro sembrano rafforzare la convinzione sulla loro veridicità e paiono aumentare, di conseguenza, la propensione a commettere aggressioni sessuali, mi è sembrato interessante vedere se i media, che esercitano una grande influenza sull'opinione pubblica, veicolano anch'essi stereotipi sullo stupro.
Uno studio del 2008 ha cercato di valutare la prevalenza dei miti sullo stupro nella stampa. [3] Sono stati analizzati 156 articoli di quotidiani USA concernenti un caso di violenza sessuale molto mediatizzato: il caso Kobe Bryant (un giocatore statunitense di basket che nel 2003 è stato accusato da una donna di stupro). Circa il 65% (102) degli articoli analizzati propagava almeno un mito sullo stupro. Quello più diffuso (presente nel 42% degli articoli) era che la donna mentiva. "Era consenziente" era il secondo mito più diffuso (presente nel 31% degli articoli). Soltanto il 7% di questi esprimeva dubbi sull'innocenza di Bryant.
Gli autori dello studio hanno verificato anche l'impatto esercitato dalla lettura di un articolo che contenesse miti sullo stupro: i lettori avevano in questo caso maggiore tendenza a credere che la vittima mentisse, rispetto a quelli che avevano letto un articolo che contestava i miti sullo stupro.
In un altro studio, [4] gli stessi autori hanno analizzato 555 titoli di articoli di giornali - che hanno probabilmente un impatto maggiore rispetto agli stessi articoli - sempre sul caso Kobe Bryant. Benché i titoli fossero in genere composti da meno di dieci parole, circa il 10% conteneva almeno un mito sullo stupro! I miti più diffusi erano gli stessi evidenziati dal precedente studio (La donna mente o Era consenziente). Non solo. Questi titoli usavano il termine accusatrice molto più spesso del vocabolo presunta vittima. Ora, come ha mostrato Bohner nel 2001, certe scelte linguistiche (uso del passivo, evitamento dell'impiego della parola "stupro") negli scritti sulle aggressioni sessuali permettono di sostenere in modo subdolo che la vittima è parzialmente responsabile di ciò che le è accaduto. [5]
Inoltre, è stato più volte dimostrato che la stampa tende a biasimare le vittime, soprattutto se esse conoscevano l'aggressore e se l'aggressione segue uno schema di dominazione razziale (se l'aggressore è un bianco e se la vittima è di colore) o classista (un uomo ricco che aggredisce una donna povera). [6] Gli articoli dei giornali si concentrano sul comportamento delle vittime, in particolare sul loro precedente comportamento sessuale. [7]
Le riviste indirizzate a un pubblico maschile [FHM, Nuts, Zoo...) si rivelerebbero accentuatamente sessiste: uno studio ha mostrato che le citazioni sessiste (e che spesso veicolano dei miti sullo stupro) estrapolate da queste riviste non erano distinguibili dalle frasi pronunciate dagli stupratori. [8] Anzi! Le citazioni tratte da queste riviste sono state giudicate più degradanti per le donne delle parole degli stupratori!
I miti sullo stupro sarebbero presenti anche in Tv: uno studio del 1992 [9] su episodi di serie televisive degli anni Ottanta che rappresentavano uno stupro ha dimostrato che in media un episodio comprendeva almeno un mito sullo stupro, con una media di cinque riferimenti a questo o a quel mito. Se l'è cercata, mente ed era consenziente erano i miti più diffusi. Uno studio del 2000 presenta risultati simili, ma osserva tuttavia che gli stupri vengono rappresentati in un modo sempre meno stereotipato. [10] Infine, un altro studio, relativo a 96 studentesse, ha mostrato l'esistenza di una correlazione fra il tempo trascorso davanti alla Tv e la credenza ai miti sullo stupro. [11]
In Francia, il caso Dominique Strauss-Kahn ha dato luogo a una vera ondata di miti sullo stupro ("Non è morto nessuno", "Si tratta di un normalissimo rapporto sessuale con una cameriera" "E' impossibile che Strauss-Kahn abbia commesso uno stupro"...) sui giornali, alla radio o alla Tv. Ciò mostra chiaramente come i media francesi siano ben lontani dall'essere estranei a questo fenomeno. Christine Delphy e altre femministe hanno analizzato con grande finezza queste reazioni misogine nel libro Un troussage de domestique (che vi consiglio caldamente di leggere).
Concludiamo con un media spesso denunciato dalle femministe: la pubblicità. In uno studio del 2008 sono state analizzate circa 2000 pubblicità contenute nelle riviste e con immagini di donne. [12] Un po' più della metà rappresentava le donne come oggetti sessuali, e un po' meno del 10% come vittime. Nel 73% dei casi una donna rappresentata come vittima era rappresentata anche come oggetto sessuale. Gli autori dello studio suggeriscono che queste raffigurazioni di donne contemporaneamente oggetti sessuali e vittime hanno l'effetto di associare la sessualità femminile al dolore e dunque di banalizzare la violenza contro le donne. E' vero che questi due elementi (sessualizzazione delle vittime) evocano miti come "le donne amano essere costrette al sesso con la forza, amano la sessualità violenta". Inoltre le immagini di donne come oggetti sessuali esprimono l'idea che i corpi delle donne siano disponibili per gli uomini, che possano essere valutati e palpeggiati se gli uomini lo desiderano. Infine, disumanizzare un gruppo di persone renderebbe più facile aggredirlo. E' stato anche dimostrato in due ricerche che quando i partecipanti avevano visto delle pubblicità che rappresentavano donne oggettivate sessualmente, aumentava la loro credenza nei miti sullo stupro. [13]

Conclusione
I media veicolano in modo massiccio i miti sullo stupro. Ora, l'accettazione di questi miti è una norma: l'opinione della maggioranza su questo argomento influenza le convinzioni individuali. Così, i media contribuiscono a diffondere tra la popolazione questi luoghi comuni.

NOTE
1. Bohner G, Siebler F, Schmelcher J. Social Norms and the Likelihood of Raping: Perceived Rape Myth Acceptance of Others Affects Men’s Rape Proclivity. Personality and Social Psychology Bulletin. 2006;32(3):286 –297.
2. Bohner G, Pina A, Tendayi Viki G, Siebler F. Using social norms to reduce men’s rape proclivity: Perceived rape myth acceptance of out-groups may be more influential than that of in-groups. Psychology, Crime & Law. 2010;16(8):671–693
3. Franiuk R, Seefelt JL, Cepress SL, Vandello JA. Prevalence and Effects of Rape Myths in Print Journalism. Violence Against Women. 2008;14(3):287–309.
4. Franiuk R, Seefelt JL, Vandello JA. Prevalence of Rape Myths in Headlines and Their Effects on Attitudes Toward Rape. Sex Roles. 2008;58(11-12):790–801.
5. Bohner G. Writing about rape: Use of the passive voice and other distancing text features as an expression of perceived responsibility of the victim. British Journal of Social Psychology. 2001;40(4):515–529.
6. Ardovini-Brooker J, Caringella-MacDonald S. Media attributions of blame and sympathy in ten rape cases. The Justice Professional. 2002;15(1):3–18; Meyer A. « Too Drunk To Say No ». Feminist Media Studies. 2010;10(1):19–34.
7. Korn A, Efrat S. The Coverage of Rape in the Israeli Popular Press. Violence Against Women. 2004;10(9):1056–1074.
8. Horvath MAH, Hegarty P, Tyler S, Mansfield S. « Lights on at the end of the party »: Are lads’ mags mainstreaming dangerous sexism? British Journal of Psychology.
9. Brinson SL. The use and opposition of rape myths in prime-time television dramas. Sex Roles. 1992;27(7-8):359–375.
10. Cuklanz LM. Rape on prime time: television, masculinity, and sexual violence. University of Pennsylvania Press; 2000.
11. Kahlor L, Morrison D. Television Viewing and Rape Myth Acceptance among College Women. Sex Roles. 2007;56:729–739.
12. Stankiewicz JM, Rosselli F. Women as Sex Objects and Victims in Print Advertisements. Sex Roles. 2008;58(7-8):579–589.
13. Lanis K, Covell K. Images of women in advertisements: Effects on attitudes related to sexual aggression. Sex Roles. 1995;32(9-10):639–649; Mackay J. N, Covell K. The Impact of Women in Advertisements on Attitudes Toward Women. Sex Roles. 1997;36(9-10):573–583.

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