Il M5S ha votato contro il DDL svuota carceri contenente la depenalizzazione del reato di immigrazione clandestina. Insieme con la Lega Nord e i Fratelli d'Italia. 

Ma a differenza dei due partiti tradizionalmente xenofobi, sostiene di essere stato favorevole all’abrogazione del reato. Dice anzi di aver voluto anche l’abrogazione dell’illecito amministrativo. Unico insieme a SEL. La rappresentazione di un M5S che vota contro l’abrogazione del reato di immigrazione clandestina sarebbe opera dei galoppini del PD. Una ricostruzione di Giornalettismo sembra avvallare questa tesi perlomeno per quanto riguarda «come ha veramente votato il Movimento Cinque Stelle».

A mio avviso la posizione e il comportamento del M5S sono contorti e, in definitiva, come spesso accade, ambigui. Nel corso della vicenda, il movimento ha sostenuto una linea e anche l’altra. In principio sono i senatori del M5S a voler l’abrogazione del reato. Grillo e Casaleggio li sconfessano. Per loro la gente è a favore del reato e il movimento deve riflettere la volontà della gente, senza mettersi ad educarla. Indicono un referendum online e lo perdono. Al senato, il M5S vota a favore dell’abrogazione del reato. Alla camera il M5S vota a favore dei singoli emendamenti contro il reato, ma alla fine vota contro il DDL che contiene la depenalizzazione. Se il DDL cade, cade anche l’abrogazione, che evidentemente non è la cosa più importante, rispetto agli altri provvedimenti. Ma soprattutto, sui media vecchi e nuovi - ed è facilmente prevedibile - passa il messaggio che il M5S insieme a Lega e Fratelli d’Italia vota contro l’abolizione del reato di clanestinità. Una confusione e una ambiguità che stanno nella logica di un movimento che non vuole essere nè di destra, nè di sinistra, ma vuole pescare consensi da entrambe le parti, e così esprime una mossa per l’una e una mossa per l’altra.

I motivi per cui il M5S si dichiara contrario al DDL svuotacarceri, riguardano il fatto che si tratta di una legge delega su materie delicate e diverse, e il fatto che si tratta di depenalizzare o prevedere pene alternative per i reati minori. Tra le motivazioni divulgate, con l’ausilio di giornalisti sostenitori, il fatto che il provvedimento è la solita variegata macedonia (tipo femminicidio e Imu-Bankitalia) sulle depenalizzazioni in genere, tra cui - addirittura! - l'attenuazione di alcuni reati anche legati alla pedofilia. Mettiamo da parte la sparata sulla pedofilia. Mentre il femminicidio non c’entrava niente con la Tav e l’Imu non c’entrava niente con Bankitalia, tutti i provvedimenti compresi nel DDL riguardano la riforma del sistema sanzionatorio e raccolgono in parte le tre leggi di iniziativa popolare promosse dall’Associazione Antigone.

Secondo il DDL, gli arresti domiciliari diverranno la pena da applicare in automatico per i reati che prevedono pene inferiori ai tre anni. Per le pene dai tre ai cinque anni, decide il giudice valutando la gravità del reato e la capacità a delinquere del suo autore. In forza di una delega, il governo depenalizzerà una serie di reati in illeciti amministrativi, attualmente puniti con la sola multa o ammenda. Tra i reati depenalizzati vi è quello di immigrazione clandestina. Sono esclusi dalla depenalizzazione, i reati relativi a edilizia e urbanistica, territorio e paesaggio, alimenti e bevande, salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, sicurezza pubblica, gioco d’azzardo e scommesse, materia elettorale e finanziamento dei partiti, armi ed esplosivi, proprieta’ intellettuale e industriale. Il DDL estende dai minori agli adulti la messa alla prova: per reati inferiori a pene di quattro anni o con pena pecuniaria, l’imputato può chiedere la sospensione del processo con messa alla prova, che consiste in lavori di pubblica utilità, condotte riparatorie e risarcitorie, l’affidamento ai servizi sociali. Se l’esito è positivo, il reato si estingue, in caso di trasgressione scatta la revoca. Durante il periodo di prova è sospesa la prescrizione. La riforma elimina la condanna in contumacia. Se l’imputato è irreperibile, il giudice sospende il processo, ma può acquisire le prove non rinviabili. Alla scadenza di ogni anno dispone nuove ricerche di reperimento dell’imputato, finchè dura la ricerca è sospesa la prescrizione. Se le ricerche hanno buon esito, il giudice fissa la nuova udienza, l’imputato può chiedere il patteggiamento o il rito abbreviato.

«Sì alla prostituzione, no al velo. Élisabeth Badinter, ancora una volta, non manca di coraggio». Così conclude la 27esima Ora, un articolo/intervista dedicato alla filosofa francese.

Ammesso sia coraggioso compiacere il popolo dei clienti e quello degli islamofobi, c’è da chiedersi quanto sia coerente riconoscere l'autodeterminazione della donna quando si prostituisce e disconoscerla quando si mette il velo.

Sulla prostituzione, Elisabeth Badinter afferma che: «Esiste la prostituzione libera, praticata da persone che decidono consapevolmente e senza costrizione di disporre del proprio corpo. Io, da vecchia femminista degli anni Settanta, penso che una donna abbia il diritto di usarlo come vuole. O lo Stato vuole promuovere l’ideale di una sessualità sempre e solo legata all’amore? E chi gliene dà il diritto?». «La visione prevalente oggi prevede che la donna sia vittima e l’uomo mascalzone. Lo vediamo in tutti i contesti, ma è falso. Dall’America degli anni Ottanta in poi, ha finito per prendere piede questo strano discorso femminista che vuole per esempio proibire la prostituzione, o la pornografia, perché necessariamente strumenti dell’oppressione delle donne. A me sembra un passo indietro». «Gli sfruttatori non vengono toccati», «nessuno ascolta il parere delle prostitute».

E’ singolare che, nel ragionamento di Badinter, l’alternativa alla prostituzione sia una sessualità sempre e solo legata all’amore. Eppure gli uomini dissociano spesso sesso e sentimento, ma non per questo si prostituiscono se non in percentuali irrilevanti. Semmai fanno i clienti. Il motivo per cui cliente e prostituta corrispondano di fatto a due ruoli sessuali, non sembra interessare la celebre filosofa. La prostituta non solo slega la sessualità dall’amore, la slega dal piacere, quindi la nega - non esiste sessualità senza piacere sessuale - per mettere il proprio corpo al servizio della sessualità del cliente. Alcune donne, per educazione e cultura, hanno interiorizzato la propria oggettivazione e scelgono spontaneamente di prostituirsi, anche perchè ritengono sbarrata o perdente ogni altra strada. Se durante la loro vita cambiano idea, difficilmente possono anche cambiare strada e reinserirsi in una attività socialmente accettata. La gran parte di esse, tuttavia, è costretta dal bisogno economico o dalla violenza e imprigionata in un sistema alimentato dalla domanda dei clienti. Perciò il governo svedese ha promulgato una legge contro i clienti e il governo francese si accinge a fare altrettanto.

Badinter nega che prostituzione e pornografia siano necessariamente strumenti dell’oppressione delle donne e con ciò rimuove il sistema del l’industria del sesso. Anche il lavoro operaio non è necessariamente sfruttamento. Ma lo diventa nel sistema industriale del modo di produzione capitalistico. E tuttavia, mentre si può concepire un lavoro operaio libero dallo sfruttamento capitalistico, quindi creativo e autodeterminato, come può essere il lavoro di alcuni artigiani o il nostro lavoro volontario, non si può concepire una prostituzione libera dallo sfruttamento che affermi la propria sessualtà anzichè negarla al servizio del cliente. Nel lavoro manuale, lo sfruttamento è un dato introdotto e divenuto prevalente. Nella prostituzione è un dato costitutivo. Perciò è considerato giusto che lo sfruttamento della prostituzione continui ad essere illegale, persino da parte di chi vorrebbe una regolamentazione.

La regolamentazione, comunque, pone due problemi. Uno di principio: definisce per legge che il corpo e la sessualità femminili sono merce. Questo ha una ricaduta su tutte le donne, non solo su quelle che individualmente scelgono di prostituirsi. Uno pratico: nei paesi dove è stata attuata, non ha migliorato la condizione delle prostitute, ma solo quella dei clienti e degli sfruttatori, oltre che dei benpensanti che hanno voluto ripulire le strade e ghettizzare la schiavitù sessuale, in genere ai margini o fuori città. Mentre in un sistema depenalizzato tutte le prostitute sono legali, in un sistema regolamentato vengono costrette alla clandestinità tutte le prostitute che rifiutano di regolarizzarsi. Nei paesi regolamentaristi come la Germania sono la maggioranza.

La grande maggioranza delle prostitute non ha voce. Quando chiede che siano ascoltate, Badinter si riferisce alle cosiddette sex worker, che manifestano contro la nuova legge francese. Esse tuttavia rappresentano una quota irrisoria della prostituzione.

Elisabeth Badinter non è invece disposta ad ascoltare le donne, le lavoratrici di fede musulmana. Al contrario sostiene persino il licenziamento di una maestra o di una tata se insegna nel suo asilo indossando il velo islamico. Secondo la celebre filosofa, indossare il velo non è dettato solo da motivi etnici o religiosi, ma anche da motivazioni politiche di opposizione ai valori della Repubblica. L’essere velata è incompatibile con i valori repubblicani (a differenza dell’essere prostituita). Neanche a dirlo, le donne che non portano il velo nei quartieri a più forte presenza musulmana sono chiamate «puttane». Dunque, «velate» vs «puttane», nuova frontiera della guerra di civiltà. Badinter ricorda le prime allieve musulmane che studiavano per integrarsi e le donne tunisine che scendono in piazza contro il principio di complementarità che i salafiti vorrebbero inserire nella Costituzione, mentre invece adesso le ragazze di origine maghrebina si coprono con il velo e si rinchiudono nello spazio delle loro famiglie. La società torna indietro e questo è dato dalle stesse autorità, tipo la Cassazione che annulla un il licenziamento di una tata velata per timore dell’islamofobia (espressione usata per far tacere chi dice la verità). Legittime le aspettative della filosofa, ma è un po’ troppo il volerle elevare a principi di compatibilità repubblicana. Il velo può dispiacere ed essere criticato. Tuttavia, in una situazione di eguali diritti di libertà e in assenza di un danno a terzi la tolleranza rappresenta la regola nei confronti di atteggiamenti, azioni, pratiche che non ci piacciono.

Gli oppositori del velo in Europa hanno provato a dimostrare il principio del danno sulla base di almeno tre argomenti:  1) il danno simbolico (religioso) a scapito della laicità; 2) Il danno simbolico (patriarcale) a scapito dell’autodeterminazione della donna; 3) il danno ipotetico (fondamentalista) a scapito della democrazia. Tutti argomenti che si ritrovano nelle riflessioni di Elisabeth Badinter. Riguardo il primo presunto danno, quello contro la laicità, esso presuppone che la laicità sia essa stessa un valore identitario e non una condizione di neutralità a garanzia del pluralismo di differenti identità politiche, religiose, culturali, compresenti nello spazio pubblico. Il secondo presunto danno, quello patriarcale contro la parità dei sessi, implica la confusione tra il simbolo e la pratica oppressiva in sè, che non ha luogo ogni qual volta una donna sceglie di indossare il velo per scelta autonoma, per motivi di identità religiosa o culturale, per abitudine. Implica inoltre la messa in atto di un doppio standard, poichè pretenderebbe solo dalle donne musulmane la rinuncia ad un simbolo per dimostrare la propria indipendenza e autonomia, mentre le donne occidentali continuerebbero ad ostentare i propri simboli di sottomissione. Infine, si cadrebbe in una contraddizione in termini con l’imposizione dell’obbligo di essere autonome. Anche il terzo argomento, quello del presunto pericolo fondamentalista contro la democrazia, confonde il simbolo con la cosa, un indumento non è un atto terroristico. (cfr. Anna Elisabetta Galeotti)

In sintesi, la differenza tra uno stato laico e democratico e uno fondamentalista non può stare nell'obbligo che impone: 1) Toglilo! 2) Mettilo! Ma nella tutela dei diritti e delle libertà individuali: Vestiti come vuoi. Lo stato laico e democratico non può legiferare su quali e quanti centimetri di pelle il corpo di una donna deve tenere coperti o scoperti. Può solo tutelare la libertà di vestirsi come si vuole.

Il principio di depenalizzazione dovrebbe allora valere tanto per la scelta di vendersi, quanto per la scelta di velarsi. Si può dubitare della libertà della scelta, ma solo al fine di perseguire chi costringe o induce. Libere o costrette, è inaccettabile che siano le donne, in entrambe le situazioni, ad essere perseguite e sanzionate o in qualsiasi modo penalizzate.


Vedi anche:
Sex worker? Non ne conosco!
Maiali pro-prostituzione e «femministe» alquanto confuse
Francia, forte movimento per abolire la prostituzione

Dopo la strage di Lampedusa e la vergogna di veder indagati i profughi sopravvissuti, due senatori del Movimento 5 Stelle, Andrea Buccarella e Maurizio Cioffi, hanno presentato un emendamento in commissione giustizia, per abrogare il reato di immigrazione clandestina

L'emendamento è stato approvato da PD, SEL, Scelta Civica, M5S e bocciato dalla Lega Nord. Il PDL si è diviso. L'iniziativa è stata una sorpresa che ha contraddetto l'immagine xenofoba che più volte Beppe Grillo ha voluto darsi in modo peraltro abbastanza convincente. Infatti Grillo ha reagito subito, ha reagito più volte dal suo blog. Prima pubblica un post in cui prova a presentare l'abrogazione del reato di clandestinità come un provvedimento che facilita l'espulsione dei clandestini. Poi, in un secondo post, prende posizione insieme con Gianroberto Casaleggio, contro l'emendamento dei due senatori, presentato come una illegittima iniziativa personale che non rispecchia il programma del movimento. Un terzo post avverte infine che eventuali cambiamenti di programma, concordati con il movimento, saranno comunque rinviati alla legislatura successiva.

I due leader si dichiarano in dissenso nel metodo e nel merito. Nel metodo, perchè i due senatori, definiti portavoce, non possono arrogarsi una decisione così importante su un problema molto sentito a livello sociale senza consultarsi con nessuno. Nel merito, perchè se durante le elezioni politiche avessimo proposto l'abolizione del reato di clandestinità, presente in Paesi molto più civili del nostro, come la Francia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, il M5S avrebbe ottenuto percentuali da prefisso telefonico. Sostituirsi all'opinione pubblica, alla volontà popolare è la pratica comune dei partiti che vogliono "educare" i cittadini, ma non è la nostra

E' sempre questione discutibile se i parlamentari debbano la loro elezione ad un partito o se il partito debba il suo consenso ai voti attratti dai candidati eletti. Sta di fatto che l'articolo 67 della Costituzione - quella Costituzione che i grillini sostengono di difendere arrampicandosi sul tetto del parlamento - sancisce che: Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato. Dunque, deputati e senatori non sono portavoce di un partito (di dio o del popolo) vincolati alla consultazione dei suoi leader, di un blog o di altre istanze, ma rappresentanti della nazione senza vincolo di mandato

Anche in altri paesi civili esiste il reato di clandestinità. Vero, ma riguarda proprio l'essere clandestini, cioè il fatto di nascondersi, di voler risiedere illegalmente entro i confini del paese ospitante, non la semplice condizione di irregolare. Viene valutata la persona: se si tratta di un delinquente o di un rifugiato richiedente asilo o di un lavoratore a cui è scaduto il permesso perchè licenziato. Negli altri paesi si fanno queste distinzioni, la legge italiana invece non distingue e infatti abbiamo la vergognosa assurdità di aver messo sotto inchiesta i profughi scampati alla strage di Lampedusa. Grazie alla legge voluta dalla Lega e oggi difesa da Grillo e Casaleggio, perchè - secondo la loro percezione - avrebbe il consenso popolare e il M5S non vuole assumersi il compito di educare ma solo quello di fare il portavoce. Come se i portavoce non alimentassero la voce. Come se gli amplificatori, motivati da ragioni di facile consenso, non svolgessero di fatto una cattiva pedagogia.

C'è da chiedersi se Grillo sia pronto allora a sostenere qualsiasi cosa, purchè voluta da quella che a lui sembra essere la maggioranza. Ad esempio, la pena di morte. Quello che appare sempre più chiaro è che la coppia Grillo-Casaleggio sia del tutto priva di una cultura democratica e liberale, e possieda piuttosto una visione plebiscitaria e fascistoide della politica. Conta solo la presunta maggioranza. Le minoranze sono annullate. Ed insieme ad esse l'autonomia del parlamento, mera cassa di risonanza di portavoce inquadrati da partiti amplificatori. O magari da un unico partito amplificatore (del 100%). Una visione estranea alla cultura dei diritti umani e dei diritti civili. I quali invece esistono anche per tutelarsi dal dispotismo e dalla follia delle maggioranze.


Vedi anche:
Beppe Grillo e l'immigrazione: le sparate degli ultimi anni (di Wil Nonleggerlo)
Cosa diceva Grillo su clandestini e flussi migratori un anno e mezzo fa

Francesco Alberoni scrive sul Giornale. Il suo articolo di oggi espone in prima pagina una visione molto 'semplice' in materia di immigrazione.

Tutto il mondo è informato che può raggiungere l’Italia e l’Europa imbarcandosi su una carretta nel mediterraneo. Gli italiani fanno a gara per salvare, assistere, rinfocillare i migranti e per ospitarli in centri di accoglienza da cui poi se li fanno scappare. Capita perchè noi italiani siamo vecchi e i nostri giovani non hanno voglia di lavorare. Dunque abbiamo bisogno degli immigrati. Ma ora siamo in recessione e il lavoro agli immigrati lo dà la criminalità organizzata. Inoltre, il flusso è così rapido da ridurre presto la popolazione italiana in minoranza, senza permettere l’integrazione. Prima facevamo dei buoni accordi con i paesi nordafricani perchè trattenessero i migranti sulle loro coste. Poi è venuta la primavera araba, i governi sono stati destabilizzati, gli accordi sono saltati, la notizia si è diffusa e i viaggi rischiosi sono ripresi e aumentati. Bisogna tornare a fare nuovi trattati, dare mezzi e finanziamenti ai nuovi governi nordafricani perchè trattengano nuovamente gli immigrati e noi, con tutta l’assistenza possibile, dobbiamo respingere in mare le imbarcazioni. Le partenze rischiose si ridurranno appena sarà questa notizia a fare il giro del mondo.

E’ tutta una questione di news. Vi sono notizie che fanno il giro del mondo e altre che non raggiungono neppure professori ed editorialisti. Una notizia apparentemente ignota è che quattro quinti dell’immigrazione giunge in Italia via terra, attraverso il confine orientale. Gli sbarchi sono più appariscenti e anche più evocativi per chi immagina invasioni bibliche, ma costituiscono una quota nettamente minoritaria del flusso migratorio. Anche se gli sbarchi nel 2013 sono aumentati, continuano a rappresentare una cifra irrisoria per un paese accogliente di 60 milioni di abitanti. Quest’anno i migranti sbarcati sono stati poco meno di 8 mila. Con ottomila abitanti una frazione non ha titolo per diventare un comune. 

Altre notizie poco girovaghe sono quelle che riguardano le condanne che l’Italia ha ricevuto dalla Corte europea per i diritti umani a causa della politica dei respingimenti in mare e dalle organizzazioni non governative per la condizione dei centri di accoglienza. Centri a cui è vietato l’accesso alle organizzazioni umanitarie, come ha evidenziato persino il New York Times nel 2011. D’altra parte, se davvero l’Italia volesse assistere, accogliere e impiegare migranti, con la beata solerzia raccontata da Alberoni, permetterebbero loro di raggiungere le nostre coste attraverso le linee di normali navi passeggere, senza impedimenti che provochino viaggi rischiosi.

Gli immigrati, è vero, coprono le mancanze del nostro declino demografico. Producono un decimo della ricchezza nazionale, permettono di mantenere la previdenza in pareggio, pagano in tasse più di quello che ricevono in assistenza. Se c’è domanda di lavoro immigrato, il decreto flussi andrebbe abolito o quanto meno reso proporzionato alla domanda effettiva. Altrimenti quel che programma sono centinaia di migliaia di immigrati irregolari. Quelli che gli xenofobi amano chiamare «clandestini», nonostante sia gente che non si nasconde e che anzi si presenti con nome, cognome, residenza e domicilio per chiedere di essere regolarizzata o per fare domanda di asilo. Ricordo un dato che mi è rimasto impresso. Nel 1998, a Genova vi era domanda per 4 mila colf, ma secodo il decreto flussi potevano rispondere solo in 200. Una insensatezza, che si è ripetuta in tutta Italia negli anni seguenti. Gli immigrati, non solo lavorano come dipendenti, ma anche imprendono. Il primo nome più diffuso tra gli imprenditori milanesi è Mohamed. Quest’anno ha sorpassato Giuseppe.

Ma adesso c’è la crisi. E difatti - altre notizie sconosciute - è cominciato un flusso di ritorno ai paesi di origine e si è ridimensionato il flusso di arrivo per motivi economici, avendo l’Italia perso attrattività.

In Egitto, Libia, Tunisia, Siria, qualunque cosa le popolazioni sappiano degli accordi inapplicati causa instabilità politica - accordi fatti anche con regimi violatori dei diritti umani - di sicuro risultano informate, direttamente sulla propria pelle, delle notizie relative alla repressione e alla guerra civile. E in tanti hanno reagito come profughi in fuga dalla guerra o come emigranti che prevedono il peggio. Finendo per lambire anche il nostro paese. Ben lontano dall’essere tra i primi importatori di profughi, sia rispetto agli altri paesi europei, sia rispetto ad altri paesi ben più poveri del nostro. A fronte di questa situazione, far fare l’ennesimo giro del mondo alla notizia che «vogliamo aiutarli a casa loro», dopo aver provato ad affondarli, potrà avere ben poca influenza. Come ne ha avuta poca tanto sui migranti quanto sugli editorialisti più bellicosi la notizia che in vent'anni la politica europea dei respingimenti ha provocato 20 mila morti nel mediterraneo.

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