di Maria Rossi


C'è chi se la prende con i gruppi antiviolenza. Esporrebbero brandelli di carne, si dice, nelle campagne pubblicitarie.

Io vi auguro di non imbattervi mai nella violenza. E' quella  a ridurvi a brandelli. Una campagna pubblicitaria si limita a conferire visibilità a questa realtà e lo fa in modo più o meno efficace.

C'è chi augura alle donne di poter esercitare nel 2014  una specifica libertà di scelta: quella di  prostituirsi.

La femminista Françoise Héritier osserva come rivendicare il diritto  delle donne a vendere il proprio corpo significhi occultare il diritto degli uomini a comprarlo e a vantarsene, magari con queste parole:

Quella è un mezzo missile, buono solo per martellate d'ano in quelle giornate in cui spaccheresti la testa al primo che incontri.. e decidi che è meglio scaricarsi trombando.

No: io vi invito a lottare per non essere costrette a vivere questa esperienza. A nessuno  auguro di fungere da sfogo sessuale di qualcun altro, da contenitore per rabbiosi scarichi di bile. Ho letto e ascoltato troppe testimonianze di sopravvissute alla prostituzione per poter celebrare con leggerezza la mercificazione del corpo come forma di autodeterminazione. La prostituzione, come osservano molte donne che l'hanno praticata, è asservimento al dominio dei clienti. Vi esorto piuttosto a combattere per vedervi riconosciuto il diritto a un reddito dignitoso, vi invito a lottare per l'istituzione di un reddito di esistenza, per l'abrogazione delle politiche di austerità e della precarietà del lavoro, per l'ampliamento della rete dei servizi pubblici, magari per la socializzazione del lavoro domestico, per un'equa ripartizione della ricchezza, per la condivisione delle attività di cura, per il superamento delle diseguaglianze di genere, di classe, di etnia.

Vi invito a lottare contro le odiose e assurde discriminazioni contro gay, lesbiche e transessuali, a combattere per l'affermazione dei diritti delle persone con disabilità.

Vi auguro di sviluppare una sensibilità antispecista. Spero che siate  favorevoli e disposte ad impegnarvi per l'abolizione dei CIE, per l'abrogazione della legge Bossi Fini, per il riconoscimento della libertà di circolazione e  delle competenze professionali e culturali dei migranti e delle migranti. Impegniamoci a lottare contro lo sfruttamento e contro la tratta.

Vi auguro di indignarvi non tanto  per i messaggi più o meno adeguati trasmessi dai gruppi antiviolenza, ma per la pratica stessa della violenza e di affinare la mente per comprendere il fenomeno e individuare i modi più efficaci per debellarlo. Sembrerebbe un'ovvietà, ma da tempo non lo è più.

Auspico, soprattutto, la vigorosa lotta di tutte contro il patriarcato  in ogni sua manifestazione.

Insomma auguro un  buon anno femminista, antirazzista, antipatriarcale e anticapitalista a tutte! E quando scrivo anticapitalista intendo ovviamente affermare che occorre sottrarre sempre nuove sfere al dominio del capitale, sessualità inclusa, non che si debba rivendicare l'estensione e la penetrazione capillare  in ogni campo della mercificazione! Anche questa asserzione un tempo rappresentava un'ovvietà, ma da parecchio tempo non lo è più. 

Buon 2014 a tutt*

PS: Mi rendo conto di avere scritto un temino da prima elementare, ma è sempre meglio che augurare a tutte il diritto di vendersi, magari a clienti che   pensano di voi che "in definitiva siete buone solo per martellarvi   lo sfintere  con cattiveria... svuotare... e togliere il disturbo".

Julie Bindel 2 febbraio 2013 THE SPECTATOR
(Traduzione di Maria Rossi)


Vi ricordate lo sketch della assai brillante commedia che ha come protagonisti Harry Enfield e Paul Whitehouse nel ruolo di tranquilli agenti di polizia di Amsterdam che si vantano di non aver più dovuto occuparsi del reato di omicidio nei Paesi Bassi da quando è stato legalizzato? Non c'è niente da ridere. Nel 2000 il Governo olandese ha deciso di rendere ancora più facile la vita dei magnaccia, dei trafficanti e dei clienti legalizzando la già massiccia e ben visibile attività dei bordelli. La sua logica era semplice quanto ingannevole: rendere le cose più sicure per tutti. Fare [della prostituzione] un mestiere come un altro. Una volta che le donne fossero state affrancate dal sottobosco criminale, truffatori, spacciatori di droga e trafficanti di esseri umani sarebbero andati alla deriva.

Sono trascorsi dodici anni e ora possiamo vedere i risultati di questo esperimento. Anziché assicurare una migliore protezione per le donne, esso ha semplicemente incrementato il mercato. Anziché confinare i bordelli in un'appartata (ed evitabile) zona della città, l'industria del sesso si è estesa all'intera Amsterdam, strade incluse. Anziché vedersi attribuiti diritti sul "luogo di lavoro", le prostitute hanno scoperto che gli sfruttatori sono più brutali che mai. Il governo ha finanziato un sindacato creato per tutelarle, ma esso è evitato dalla grande maggioranza delle prostitute che rimangono troppo spaventate per reclamare [i loro diritti].

I magnaccia, con la legalizzazione, sono stati ridefiniti managers e uomini d'affari. L'abuso sofferto dalle donne ora è chiamato "rischio professionale", come il mattone che cade sul piede di un muratore. Ad Amsterdam il turismo sessuale è cresciuto più rapidamente dell'altro turismo: appena la città è diventata il bordello d'Europa, sono state importate dai trafficanti donne dall'Africa, dall'Europa dell'Est e dall'Asia per soddisfare la domanda. In altre parole, i magnaccia sono rimasti, ma sono diventati legali, la violenza è ancora diffusa, ma è considerata parte del lavoro e la tratta è aumentata. L'aiuto alle donne ad abbandonare la prostituzione è diventato quasi inesistente. I lati oscuri di [questo] lavoro non sono stati spazzati via dalla benedizione della legge.

Il governo olandese ha sperato di svolgere il ruolo di rispettabile sfruttatore, prelevando la propria quota di proventi dalla prostituzione attraverso la tassazione. Ma soltanto il 5% delle donne si è registrato ai fini fiscali, perché nessuna vuole essere riconosciuta come puttana, per quanto ciò possa essere legale. L'illegalità ha semplicemente assunto una nuova forma, con l'incremento della tratta, con i bordelli illegali e con lo sfruttamento della prostituzione; con l'impossibilità di effettuare operazioni di polizia, è stato più facile infrangere le leggi rimaste. Fare il protettore di donne provenienti da Paesi che non fanno parte dell'Unione Europea, alla disperata ricerca di una nuova vita, è rimasto illegale. Ma non è mai stato così facile.

La legalizzazione ha imposto bordelli in aree dell'intera Olanda, che lo vogliano o meno. Anche se una città o un paese sono contrari all'apertura di un bordello, devono accettarne almeno uno: non farlo è in contrasto con le basi del diritto federale del lavoro. Per molti Olandesi, la legalità e il decoro si sono irrimediabilmente separati. Si è trattato di un fallimento sociale, legale ed economico e la follia sta volgendo finalmente al termine.

E' finito il boom dei bordelli. Un terzo dei bordelli di Amsterdam è stato chiuso a causa del coinvolgimento delle organizzazioni criminali e degli spacciatori di droga e dell'aumento della tratta delle donne. La polizia ora ammette che il quartiere a luci rosse si è trasformato in un centro mondiale della tratta degli esseri umani e di riciclaggio del denaro. Le strade sono state occupate da gangs alla ricerca di giovani ragazze vulnerabili da vendere agli uomini come vergini che faranno tutto ciò che verrà loro richiesto. Molti di coloro che sono occupati nel settore del turismo regolare di Amsterdam - nei musei e sui canali - temono che i loro visitatori stiano scomparendo come la reputazione della città.

Sono stata in Olanda l'ultima volta con Roger Matthews, un professore di Criminologia dell'Università di Kent e noto esperto del mercato del sesso. Mi ha detto che i politici ammettono che la legislazione ha ulteriormente peggiorato una situazione già sgradevole. Così si sta cercando di correre ai ripari, per quanto possibile. Le donne che affittano le vetrine saranno presto obbligate a registrarsi come prostitute. Ciò sarà inefficace, come l'obbligo per loro di pagare le tasse. Quando il sindacato fittizio finanziato dal governo che si supponeva rappresentasse coloro che sono coinvolti nella prostituzione ha avviato un massiccio reclutamento, dopo la legalizzazione, ha raccolto solo un centinaio di iscrizioni, in maggioranza di spogliarelliste e di ballerine di lap dance.

Anziché rivitalizzare il quartiere a luci rosse, l'area è stata resa più deprimente che mai, piena di turisti del sesso ubriachi che si comportano come clienti che additano e deridono le donne che vedono. Le donne del posto attraversano le strade con lo sguardo abbassato, cercando di non guardare le altre donne esposte [in vetrina] come i pezzi di carne di una macelleria. Si possono vedere gli uomini mentre entrano nei bordelli e cercano di contrattare il prezzo. Altri escono, allacciando la cerniera dei jeans. Numerose donne sembrano molto giovani, annoiate, la maggior parte è seduta su sgabelli in abbigliamento intimo e gioca col cellulare.

In nessun luogo del mondo la prostituzione di strada è legale, perché la gente non la vuole vedere. Quando il mercato del sesso si svolge in strada, le donne sono accostate dai clienti sulla via di casa, e spesso si vedono preservativi, siringhe e magnaccia. Ma l'Olanda ha deciso nel 1996 che la prostituzione di strada era un modo rispettabile di guadagnare soldi e ha istituito diverse "zone di tolleranza" per gli uomini che affittano in sicurezza una vagina, un ano o una bocca per pochi minuti. Le auto si dirigono verso piccoli parcheggi. E' questa l'Olanda. Vi sono posti riservati ai ciclisti. Mantenere la prostituzione rispettosa dell'ambiente.

Il giorno dopo l'apertura della zona [a luci rosse] di Amsterdam, più di un centinaio di residenti dei quartieri vicini sono scesi in piazza in segno di protesta. Ci sono voluti sei anni perché il sindaco ammettesse in pubblico che l'esperimento è stato un disastro, una calamita per i trafficanti di donne, gli spacciatori e le minorenni. Zone di Rotterdam, dell'Aia e di Heerlen hanno chiuso i battenti in circostanze simili. La direzione di marcia è chiara: la legalizzazione sarà abrogata. La legalizzazione non è stata emancipazione. E' invece sfociata in un terribile, disumano, degradante trattamento delle donne, in quanto dichiara accettabile l'acquisto e la vendita di carne umana. E non appena il governo olandese si correggerà e proteggerà [le donne] dallo sfruttamento, si avrà il tempo di riflettere sul danno fatto alle donne coinvolte in questo esperimento sociale disastroso.


Prostituzione, Legalizzare o Non Legalizzare by Metaforum



di Maria Rossi


Limitarsi alla difesa della legge 194 è controproducente - si sostiene in un recente articolo su incroci de-generi e rischia di produrre l'adeguamento all'indirizzo antiabortista ed abolizionista (della prostituzione), seguito rispettivamente dalla Spagna e dalla Francia. 
Non si comprende perché battersi per il mantenimento di un diritto: quello d'aborto debba condurre alla sua soppressione o all'abolizione della prostituzione, che non ha alcuna attinenza con l'argomento in questione, né risulta chiaro perché ci si ostini ad accomunare in modo totalmente arbitrario e illogico quest'ultimo orientamento al movimento pro-life. Del resto questa non è l'unica incongruenza di un articolo che, pur animato da buone intenzioni, appare costellato da incoerenze, fraintendimenti e ossimori concettuali.

Più che battersi per la conservazione di una legge: la 194 che riconferma la funzionalità della donna alla riproduzione sociale - si afferma - sarebbe necessario rivendicare, come faceva Carla Lonzi, una sessualità libera dal dogma della procreazione e, in generale, esigere il diritto alla costruzione di una soggettività che sia dotata degli strumenti, inclusi quelli economici, (disponibilità di un reddito) necessari all'esercizio della scelta di generare o meno figli e di disporre del proprio corpo, incluso quali parti mettere a valore, senza dover essere costretta a riprodurre l'ordine sociale funzionale a quello economico
Per sostenere questa tesi si cita Carla Lonzi, che viene così, anche se non in modo esplicito, indebitamente accostata alle femministe sostenitrici della prostituzione. Ciò deriva, a mio parere, da un'interpretazione riduttiva e, quindi, travisante, del suo pensiero. Secondo l'autrice dell'articolo in questione, Lonzi andrebbe annoverata tra le femministe che, negli anni Settanta, si batterono per l'affermazione di una sessualità libera non soggetta alle necessità di riproduzione della famiglia e dello Stato, espressioni del patriarcato. Quel che colpisce in questo testo è la totale assenza del protagonista del rapporto eterosessuale: l'uomo. La sessualità maschile sembrerebbe, infatti, configurarsi come una semplice espressione di conformità e obbedienza agli imperativi categorici della riproduzione imposti dalla famiglia e dallo Stato. Quasi che, senza le ingiunzioni del Leviatano e del capitale, l'uomo fosse ben disposto a rinunciare a una sessualità procreativa incentrata sul coito, dalla quale - ne discende come conseguenza - non ricaverebbe un gran piacere. Ciò non corrisponde però al pensiero di Carla Lonzi, che in Sessualità femminile e aborto invitava le donne a porsi questa domanda cruciale:

Per il piacere di chi sono rimasta incinta? Per il piacere di chi sto abortendo?

e osservava come questo interrogativo contenesse i germi della nostra liberazione: formulandolo, le donne abbandonano l'identificazione con l'uomo e trovano la forza di rompere un'omertà che è il coronamento della colonizzazione.
E ancora:

Ugualmente l'uomo fa l'amore come un rito della virilità e alla donna accade di restare fecondata nel momento stesso in cui le viene sottratto il suo specifico godimento sessuale, nel momento in cui si compie l'atto che la rende sessualmente colonizzata.

La sessualità meramente finalizzata alla riproduzione costituisce per Carla Lonzi l'espressione di una società patriarcale che blocca le donne in una posizione subordinata e servile che scaturisce dall'idealizzazione dell'uomo e dal disprezzo di sé.

Nel mondo patriarcale, cioè nel mondo dove la donna viene immobilizzata in una condizione subalterna e servile attraverso una mitizzazione dell'uomo e una svalutazione di sé sistematicamente sollecitate da ogni istante della vita privata e sociale, l'uomo ha imposto il suo piacere. Il piacere imposto dall'uomo alla donna conduce alla procreazione ed è sulla base della procreazione che la cultura maschile ha segnato il confine tra sessualità naturale e sessualità innaturale, proibita o accessoria e innaturale.

Non sono dunque le necessità di riproduzione della famiglia o dello Stato ad imporre modalità sessuali procreative, ma è l'uomo stesso che appaga in tal modo il suo desiderio, provocando l'assoggettamento della donna alle sue istanze di godimento. E' questo tipo di sessualità a generare in lui l'idea della propria superiorità e a dar vita alla famiglia patriarcale autoritaria, anziché il contrario.

Una può chiedersi: cos'è che manca nella elaborazione della teoria socialista che il femminismo avrebbe potuto apportare?- si chiede Carla Lonzi nel saggio La donna clitoridea e la donna vaginale - Noi rispondiamo: per esempio, questo: che la subordinazione della donna è sancita nell'atto sessuale del coito da cui l'uomo trae la convinzione naturale della sua supremazia, che questo è il presupposto della famiglia patriarcale autoritaria, oppressiva e antisociale [...]

E' a questo punto evidente come Lonzi auspichi l'affermazione di una sessualità clitoridea, o meglio, polimorfa non asservita alle istanze di godimento maschili, che si realizzi nell'incontro tra due soggetti umani, la donna e l'uomo, e i loro sessi e non tra il sesso di un soggetto egemone e il suo strumento. (Sessualità femminile e aborto). 
Ora: cos'è la prostituzione se non la riduzione di chi la pratica a mezzo per l'appagamento dei desideri dei clienti, ad oggetto sottomesso alla loro volontà di dominio? Come si può quindi far riferimento al pensiero di Carla Lonzi in un articolo che rivendica la messa a valore della sessualità? Si tratta di una sorta di ossimoro concettuale! E non si può sfuggire alla contraddizione rilevando che Lonzi criticava la sessualità finalizzata alla procreazione, mentre la prostituzione non tenderebbe a questo scopo. Non è così. I rapporti mercenari, riducendosi ad una serie di atti di penetrazione non desiderati, anziché sovvertire, riproducono e rafforzano il modello sessuale procreativo dominante e la sottomissione delle persone che la praticano, le quali rinunciano alla manifestazione della propria sessualità, alla volontà dei clienti. La prostituzione è un'istituzione patriarcale perfettamente compatibile con il matrimonio e con la famiglia eterosessuale. Lo confermano i clienti. Uno di questi, intervistato da Claudine Legardinier et Saïd Bouamama, teorizza la specializzazione delle prestazioni di servizio, per così dire. Per lui la moglie serve a stirare camicie e a cucinare, la prostituta a far sesso.

Avere una donna che non vi dà nulla a letto, ma che vi offre molte altre cose: un sorriso, un pasto, un abito stirato e da cui non ci si vuole separare. E si va da un'altra ragazza perché a letto non si ha niente. 

Interessante anche la testimonianza di un cliente italiano che, sul sito Gnocca Travel, discutendo dei benefici e degli svantaggi connessi all'eventuale introduzione anche in Italia di una normativa imperniata sulla regolamentazione della prostituzione e quindi sull'apertura dei bordelli, sottolinea come questo provvedimento produrrebbe un maggiore e desiderato assoggettamento delle compagne alla volontà del partner.

Comunque, pro e contro:
pro: finalmente posti decenti e seri dove divertirsi senza varcare i confini nazionali;
contro: per noi nessuno, per le mogli e fidanzate sì, perché dovrebbero abbassare le pretese e iniziare a scopare bene a letto.

Se citare Carla Lonzi nello stesso periodo in cui si rivendica il diritto di mettere a valore gli organi genitali è un ossimoro concettuale, lo è pure indignarsi per la resa della sinistra alle ragioni del capitale per rivendicare poi, con assoluta nonchalance, il diritto di sussumere la sessualità nel processo di valorizzazione capitalista. Non si combatte certo il capitalismo reclamando la sua estensione mercificante ad ogni sfera vitale e ad ogni parte del corpo! Semmai lo si contrasta sottraendo al suo dominio quante più relazioni ed attività possibili, la sessualità innanzitutto!

A questi due ossimori concettuali se ne affianca un terzo: l'accostamento dell'orientamento antiabortista a quello abolizionista, tendenze che sono in realtà antitetiche come ho già sostenuto in altri due articoli. Ispirandomi al pensiero di Carla Lonzi, potrei ora aggiungere che negare alla donna la libertà d'aborto significa far ricadere su di lei la responsabilità esclusiva di un atto che appaga l'uomo e che è stato imposto dalla cultura patriarcale come forma naturale della sessualità. Al contrario: abolire la prostituzione significa cancellare un'istituzione che incarna e riproduce in sommo grado la subordinazione della donna al dominio e al desiderio maschile, l'incontro tra un soggetto egemone e il suo strumento, la riduzione della donna ad oggetto sessuale, il primo concepito dall'uomo, l'archetipo della proprietà privata (Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel). 

Vorrei concludere l'articolo formulando una serie di auspici. Occorre anzitutto mobilitarsi per il mantenimento della legge 194 e per evitarne il completo svuotamento già in atto da tempo a causa dell'abnorme estensione dell'obiezione di coscienza e dell'autorizzazione legislativa concessa (nel Veneto ad esempio) ai volontari del Movimento per la vita di svolgere la loro propaganda nei consultori e nelle strutture sanitarie, per non parlare poi di quel che è appena avvenuto al Parlamento europeo. In un periodo di continua riduzione dei diritti, salvaguardare i pochi rimasti è tutt'altro che inutile! Tuttavia la legge 194 non soddisfa affatto, proprio perché prevede il diritto all'esercizio dell'obiezione di coscienza che, a mio parere, andrebbe abrogato. Ritengo, però, che ci si debba in particolare impegnare per l'affermazione di una sessualità non soltanto svincolata dal dogma della riproduzione e della eterosessualità, ma soprattutto libera dall'asservimento alle istanze di piacere maschili e in grado di manifestarsi come incontro tra soggetti posti su un piano di parità. Infine, è indispensabile che la scelta di riprodursi sia resa effettiva, assicurando quanto meno a chi la voglia intraprendere la disponibilità regolare di un reddito adeguato e l'accessibilità ad un'ampia rete di servizi pubblici. Su questo specifico punto concordo con l'autrice dell'articolo che ho criticato.

http://www.youtube.com/watch?v=n7PSjVZmAPY&feature=share&list=PL7B6472ED759B2789
L'ultima campagna di Pubblicità Progresso contro la violenza sulle donne si intitola Punto su di te. Consiste in manifesti che ritraggono una ragazza con un messaggio da continuare in uno spazio fumetto. Alla base dei manifesti, il logo della campagna con la scritta In Italia le donne non possono esprimersi al 100% e con l'invito ad andare sul sito web per trovare strumenti per segnalare le offese (compresi i contenuti violenti che si trovano in Rete), insieme ai contatti di tutte le associazioni che lavorano sul tema. I manifesti sono stati esposti per alcune ore. Gli spazi fumetto sono stati riempiti da alcuni passanti con insulti e volgarità di segno sessista. Il presidente di Pubblicità Progresso Alberto Contri ha spiegato che questo era l'obiettivo: «Far capire che la discriminazione è ancora diffusa e radicata nella fascia media della popolazione, che è poi quella che deve cambiare testa rispetto al problema»; «La campagna vuole dirci: "Guarda, lo schifo in cui le donne devono vivere"»; «(...) la campagna si farà sentire su più canali. Con concorsi, iniziative nelle scuole e una canzone creata apposta da alcuni autori italiani, che arriverà a un concerto il cui ricavato andrà in borse di studio per ragazze». Gli scatti anticipati dal servizio dell'Espresso saranno censurati nella campagna ufficiale, perchè ritenuti troppo offensivi.

La campagna di Pubblicità Progresso è stata criticata nei post di Giovanna Cosenza, Eretica, Nadia Somma, Mario De Maglie. Le critiche in sostanza dicono che la campagna: 1) vittimizza le donne, perchè combatte la violenza riproducendo la violenza, combatte la degradazione riproducendo la degradazione; 2) ribadisce l'ovvio: già sapevamo della esistenza del sessismo; 3) Istiga all'inciviltà, induce ad offendere le donne, provoca gli insulti. 4) Definisce in negativo il genere maschile.

Per parte mia, penso che non si possa pretendere troppo da una campagna pubblicitaria. La pubblicità non può risolvere il problema. Può solo rappresentarlo. In modo realistico, efficace, corretto. Per porre il problema all'attenzione dell'opinione pubblica. Le critiche, come le scritte dei passanti, sembrano in modo del tutto involontario dar ragione ai pubblicitari.

La campagna vittimizza le donne perchè riproduce la violenza, la degradazione. Ho letto almeno un paio di volte questo concetto sul blog di Giovanna Cosenza, ma non l'ho mai capito e non ho mai trovato gli argomenti a sostegno. Leggo solo che è talmente ovvio che ormai dovrebbero saperlo tutti
In due occasioni Giovanna Cosenza dichiara che: non si fanno uscire le donne dal ruolo di vittime se si insiste a rappresentarle come vittime; non si fanno uscire le donne dalla buca del vittimismo, se si continua a rappresentarle come vittime. Punto l'attenzione su due espressioni: ruolo di vittime e vittimismo. Entrambe alludono ad una finzione o ad un artificio. Il ruolo non si è, si recita, si interpreta, si assume ed eventualmente, a differenza di una condizione, si può rifiutare. Il vittimismo è l'indole a presentarsi come vittime in modo falsato o sproporzionato rispetto alla realtà. Dunque, c'è da domandarsi, se queste espressioni stiano a significare che le donne, rispetto alla violenza di genere e al sessismo non siano vittime o lo siano molto meno di quel che si rappresenta. In tal caso, non c'è un altro modo di affrontare il problema. Si tratta solo di un falso problema, in realtà c'è poco e nulla di importante da affrontare.
Il contrario di mostrare è nascondere. Nascondere la violenza è sicuramente il modo più efficace per negare che esista. Se le vittime non sono tali, neanche i carnefici lo sono.
Non è solo Giovanna Cosenza. Altre autrici femministe si sono espresse rifiutando, per le donne, la definizione di vittima, nonostante la vittima sia semplicemente la persona che ha subito un danno, senza meritarselo. In modo esplicito, la definizione di vittima è rifiutata da Michela Murgia: A me vittima non lo dici. Le femministe sono indotte a rifiutare il concetto di vittima dall'associazione con i concetti di debolezza e fragilità. Michela Murgia apprezza spot che rappresentano donne energiche e forti, capaci di riprendere in mano il proprio destino. Immagino esistano donne forti, donne medie e donne deboli. E che tutti possiamo convenire sul fatto che la debolezza non costituisce una colpa. Una persona non merita violenza, neanche se debole.
I proletari sono vittime del capitalismo. Gli immigrati sono vittime della xenofobia. I gay sono vittime dell'omofobia. I neri sono vittime del razzismo. Gli ebrei sono vittime dell'antisemitismo. Le donne sono vittime del patriarcato, del sessismo, della violenza maschile. Negarlo è una menzogna. La causa della violenza non sta nella debolezza della vittima, ma nel privilegio prevaricante della controparte.
Alcuni giorni fa, abbiamo visto in video il modo in cui sono trattati i migranti a Lampedusa, denudati e innaffiati con l'acqua fredda. Mostrare e divulgare quel video è stato un atto di denuncia. Nessuno ha messo in discussione l'effetto denuncia, nessuno si è sognato di teorizzare il fatto che rappresentare la violenza contro i migranti e la loro degradazione significasse rinforzare l'una e l'altra e cacciare i migranti nella buca del vittimismo.
La guerra, la tortura, la pena di morte, ogni violenza si denuncia mostrandone l'orrore, in modo reale o simulato. Senza voler negare altre possibilità, nego che si possa biasimare questa modalità.
Anche Il corpo delle donne di Lorella Zanardo ha innalzato la consapevolezza mostrando la degradazione delle donne nei programmi di intrattenimento televisivo.
Che il concetto di vittima sia associato al concetto di debole, che la debolezza sia intesa come motivo di colpa e di vergogna, che una donna che denuncia sia perciò indotta a vergognarsi, quindi ad occultare quello che le è stato fatto, è una ulteriore e lampante dimostrazione del fatto che le donne non possono esprimersi al 100%. I testi di una femminista che nega la condizione di vittima, che chiama quella condizione vittimismo, che ha paura di essere o apparire debole, fragile, secondo i metri di valore di una società ancora patriarcale, è come se fossero scritti con quel pennarello maschile che va a completare lo spazio fumetto dei manifesti di Pubblicità Progresso. Diversamente la condizione di vittima delle donne sarebbe dichiarata senza timore alcuno per il proprio valore, perchè la condizione di vittima delle donne non è altro che la colpa e la vergogna degli uomini.

La campagna scopre l'ovvio. Lo scrive Eretica fin dal titolo del suo post:. «il sessismo esiste! (Ma non mi dire!)» Lo scrive Nadia Somma: ironicamente «Una “notizia” davvero nuova e sconosciuta». In effetti, gli attivisti lo sanno bene, ma è dubbio lo sappiano allo stesso modo le persone di media cultura.
Il sessismo genera conflitto e uno dei terreni del conflitto riguarda proprio il suo riconoscimento. I sessisti, per intenzione o per inconsapevolezza, negano il sessismo. Pur ammettendone l'esistenza in generale, lo negano nelle situazioni particolari in cui esso si manifesta, lo spacciano come umorismo, oppure lo giustificano come mera espressione di forma subordinata alla sostanza di una causa superiore.
Si veda la situazione in cui le donne sono rappresentate in modo stereotipato e offensivo, in vignette e video ufficialmente finalizzate alla causa animalista.
Un caso recente molto noto, è quello che ha visto il cantante Franco Battiato definire il parlamento «pieno di troie» a Strasburgo, in qualità di assessore alla cultura della Regione Sicilia, durante una sua divagazione nella quale, tra l'altro, difendeva il regista Polansky dall'accusa di pedofilia, poichè tante bambine sono delle ninfette. Battiato fu difeso da molte persone di sinistra, anche femministe sulla base appunto del consueto argomento che distingue la forma dalla sostanza: non ce l'aveva con le donne, ma con le politiche, anzi con i politici. In difesa, insisteva Marco Travaglio: «il re è nudo, la regina è troia». Il presidente della Regione Rosario Crocetta dimise Battiato da assessore, ma non per aver offeso le donne, ma per aver offeso le istituzioni. Molti compagni assunsero la faccia del cantante come avatar su Facebook e il povero Battiato fu invitato ad esporre le sue ragioni a Servizio Pubblico in prima serata TV. Tra i difensori di Battiato troviamo anche Mario De Maglie: «Boldrini vs Battiato: non usiamo il sessismo a vanvera».
Un altro esempio recente, è dato da Beppe Grillo che definisce Laura Boldrini «Oggetto ornamentale del potere». Laura Boldrini denuncia il segno sessista dell'offesa ricevuta, un'offesa contro tutte le donne. Su Twitter apre l'hastag #iostoconLaura. Ma è proprio Eretica a smentirla: «Boldrini tu non sei tutte le donne». Alessandro Capriccioli alias Metilparaben, blogger e giornalista di sinistra, ribalta persino la frittata: i veri maschilisti sarebbero coloro che in quell'insulto vedono il maschilismo. Prima di Grillo, con molto meno clamore, Antonio Ingroia durante un confronto televisivo con Mara Carfagna, disse alla sua interlocutrice di stare calmina, che lei non poteva dargli lezioni sulla Costituzione, semmai poteva dargli lezioni su altro (non meglio specificato). A specificare provvidero in tempo reale alcuni suoi seguaci sui social media. Ovviamente respingendo le contestazioni e negando di essere sessisti. Spesso le donne berlusconiane sono apostrofate in modo esplicito o con allusioni a sfondo sessuale, ritenendo che esse se lo meritino e senza che ciò sia considerato offensivo verso il genere femminile. Come pensare che dare del negro ad un nero che se lo meriti, non offenda tutti i neri.
Eretica osserva che gli insulti sessisti non sempre arrivano da uomini. Ha ragione. Lei stessa ne fa uso quando polemizza con le madri, con gli altri femminismi, con le sue avversarie.
Dunque, siamo al punto di partenza. Oltre agli esempi noti, ne esistono una moltitudine di sconosciuti nella quotidianità di quasi tutte le donne. Il sessismo è tanto ovvio, quanto praticato e poi negato. Un altro modo frequente di negare il sessismo è quello di spostare la responsabilità dai sessisti ad altri soggetti che li avrebbero provocati. Proprio uno degli argomenti usati contro questa campagna.

La campagna istiga all'inciviltà. Eretica scrive che è come dare il via ai dieci minuti d'odio, a un pestaggio indotto e definisce i passanti compilatori uomini presi all'amo.  Mario De Maglie scrive che: Se istighi all’inciviltà, l’inciviltà non si fa attendere. (...) Provocare il dileggio è un dileggio esso stesso. (...) l’accusarci o l’istigarci non fermerà la violenza sulle donne di cui siamo responsabili. Responsabili? I sessisti della strada sono stati indotti, istigati e provocati. Come sempre.
E' impressionante che la rappresentazione di una donna su un manifesto con uno spazio fumetto in bianco sia considerata una sufficiente provocazione, una induzione al pestaggio, una istigazione all'inciviltà. La stessa inciviltà, guarda un po', istigata da una donna quando cammina per strada, si siede su un tram, apre bocca per proferire parola. Una esca ambulante per misogini da prendere all'amo. Basterebbe seguirla per un po' di giorni con la candid camera e darebbe gli stessi risultati della campagna con i manifesti.
Questa estate ha conquistato la notorietà nel web un giovane scrittore, Marco Cubeddu, scrivendo dalle colonne del Secolo XIX un articolo sulle ragazzine che vestono in mini-short, per dire che, certo, la violenza e le molestie sono sempre da condannare, per poi però domandarsi cosa pensano di ottenere le ragazze vestite così. Istigatrici e provocanti, come le ragazze del manifesto, con i mini-short invece dello spazio fumetto a far da pretesto o da amo.
Il presupposto secondo cui le donne sui manifesti o in carne e ossa sono provocazione e istigazione è che sessismo e violenza sono normali, un dato di fatto con cui bisogna convivere, cercando di evitarli, di non sollecitarli. Se in questo si fallisce per sbaglio o con intenzione, la responsabilità è di chi ha fallito. Al superamento di sessismo e violenza, ci si può credere oppure no, spetterà all'evoluzione o ad un lavoro culturale di lunghissima lena i cui risultati saranno apprezzati dai posteri.
Associato all'argomento sempreverde della provocazione, non poteva mancare il classico: non tutti gli uominii... Secondo Eretica (che lo fa dire anche a De Maglie), gli uomini istigati, provocati, presi all'amo dalla campagna non definiscono un genere.
De Maglie, come Cosenza, come Somma invoca un altro tipo di messaggio, ma non dice quale. Eretica ci prova.

Un improbabile sovvertimento. La blogger di Abbatto i muri così propone: Se ci appropriamo delle parole e le restituiamo disinnescando e togliendo via lo stigma negativo che obbliga alla divisione tra donne perbene e donne permale possiamo semplicemente piazzare lì un manifesto in cui qualcun@ scrive che “Si, sarò anche una puttana, ma rivendico i miei diritti!". Ci scrive su anche una breve storia: Anche la "zoccola" ha i suoi diritti.
E' molto difficile appropriarsi di una parola di cui si condivide il significato - negro (persona dalla pelle nera), frocio (persona omosessuale) - e tentativi fatti in questo senso sono falliti, ma è impossibile appropriarsi di una parola a cui bisogna, non solo togliere l'alone negativo, ma anche cambiare il significato. Sarebbe come appropriarsi della parola cretino e decidere che da oggi significa intelligente.
Tutti gli insulti raccolti sui manifesti, prostituta e tutte le sue varianti, non definiscono solo uno stigma negativo, per qualcosa che basterebbe accettare e allora non ci sarebbe più nulla di male. In realtà, la prostituta è accettata, ma è accettata per svolgere quella funzione: essere il ricettacolo dei bassi istinti maschili. Uno sfogatoio. Adibita a servire l'espletamento di un bisogno fisiologico, poichè così viene intesa la sessualità maschile. Dunque, la miglior metafora per esprimere disprezzo nei confronti di una donna o di tutte le donne. La sostanza del sessismo è l'inferiorizzazione delle donne. Quegli insulti sono inferiorizzanti. E deumanizzanti. Non a caso, sono spesso nomi di animali. Dunque, è un messaggio divergente e, in definitiva, incomprensibile, affermare: «Si, sono un essere inferiore, ma anch'io ho dei diritti». E' vero che Eretica non precisa se si tratti dei diritti di tutti o di suoi diritti specifici. In fondo, alcuni diritti sono riconosciuti pure agli animali. Un'ambiguità che, in effetti, può essere ben apprezzata dai lettori sessisti del suo blog.
Il sessismo nega la parità di diritti e dignità, negazione che è condizione dei privilegi maschili. Di tutti gli uomini, compresi quelli che non scriverebbero mai un insulto su un manifesto. Perciò, quella incivilità è una questione di genere. Sessismo e parità di diritti sono incompatibili. E non c'è trovata che possa farli convivere. Si parte dal riconoscerlo. Lo si riconosce attraverso il confronto e anche il conflitto. Di campagne forse se ne possono fare di migliori, per intanto possiamo ammettere che questa ha stanato passanti e attivisti commentatori. Coloro che sul sessismo, nello spazio fumetto vorrebbero solo scrivere: «Non svegliare il can che dorme».

Sì, ho frequentato prostitute e preferivo le giovani
(Jean Marie Le Pen, ottobre 2009)

di Maria Rossi


Mentre la Ministra francese per i diritti delle donne, Najat Vallaud-Belkacem, che fin dall'insediamento in carica aveva esternato le sue convinzioni favorevoli all'abolizione della prostituzione, si dichiara scioccata dalla decisione del governo spagnolo di ridurre drasticamente il diritto d'aborto e comunica di aver espresso le sue preoccupazioni alla collega spagnola e, mentre il Partito comunista francese denuncia il terribile arretramento dei diritti delle donne, Jean-Marie Le Pen, presidente onorario del Front National, (estremadestra) esprime la sua soddisfazione per il provvedimento adottato che, a suo parere, dimostra che si può agire sulla questione con misura, intelligenza e attenzione al rispetto della vita umana. Simile valutazione è stata espressa in Italia da Giuliano Ferrara in un articolo pubblicato su Il Giornale, intitolato Rifiutare l'aborto fa rinascere il buon senso.  Vorrei ricordare come entrambi abbiano espresso la propria contrarietà all'abolizione della prostituzione in Francia. [Il Foglio 22.11.2013] [Il Foglio 1.11.2013] Le Front National nel programma del 2002 auspicava, anzi, il ritorno a un sistema regolamentarista. Patrick Bourson, capolista del partito di Le Pen nella circoscrizione Centro alle elezioni europee del 2009, ha costituito nel 2010 una formazionedi estrema destra che richiede la riapertura delle case chiuse.
In Spagna, l' AsociaciónNacional de Empresarios de Locales de Alterne (ANELA), l' associazione dei proprietari di bordelli è stata presieduta fino al 2011 da José Luis Roberto Navarro, fondatore del partito di estrema destra España 2000,  formazione di orientamento xenofobo e neofascista affine al Front national di Le Pen e fermamente contraria all'aborto.
E' dunque chiaro come regolamentazione della prostituzione e negazione del diritto di interruzione volontaria della gravidanza siano perfettamente compatibili e, se presenti contemporaneamente, si rivelino espressione di un orientamento politico marcatamente di destra, talvolta estrema. La ragione è semplice: si tratta di consolidare nella coscienza collettiva l'idea che i corpi delle donne siano oggetti sessuali espropriabili e sfruttabili per la riproduzione o per il godimento maschile, un'idea che riposa sulla concezione capitalista del corpo come proprietà privata, in quanto tale alienabile.

Scriveva non a caso Alexandra Kollontaj in Il comunismo e la famiglia:


Questa vergogna (la prostituzione) la dobbiamo al sistema economico oggi in vigore, all'esistenza della proprietà privata. Quando sparirà per sempre la proprietà privata sparirà il commercio della donna. 

In quello straordinario laboratorio di sperimentazione sociale che fu l'URSS dei primi anni della Rivoluzione lotta contro la prostituzione e riconoscimento del diritto di aborto procedettero di pari passo, così come l'affermazione della completa parità tra i coniugi e l'ampliamento dei diritti civili, inclusi quelli degli omosessuali, (il reato di sodomia venne depenalizzato nel 1922).

Anche la Comune di Parigi nel 1871 procedette alla soppressione delle case chiuse.

Con ciò non intendo affermare che l'abbattimento del capitalismo produca automaticamente la demolizione del patriarcato. Non è così. Molte delle conquiste dei primi anni della Rivoluzione russa vennero per altro fortemente ridimensionate nell'epoca stalinista. Quel che mi preme sottolineare è piuttosto il fatto che l'abolizione della prostituzione introduce nel sistema caratteri anticapitalisti e antipatriarcali, perché sottrae il corpo delle donne allo status di merce, di oggetto sessuale di proprietà, sia pure temporanea, dei clienti, configurandosi come un atto che anticipa e prefigura una società diversa. Sarà per questo che non piace a Ferrara, a Le Pen, ad Alberto Ruiz-Gallardón, a Mariano Rajoy, a José Luis Roberto Navarro.



di Maria Rossi


Venerdì il consiglio dei ministri spagnolo ha approvato una controriforma che riduce drasticamente la possibilità di ricorrere all'aborto.

Il progetto di legge é stato presentato dal ministro della giustizia Alberto Ruiz-Gallardón - e non dalla ministra della sanità, la più moderata Ana Mato - e reca il titolo pomposo di “Legge organica per la protezione della vita del concepito e dei diritti della donna incinta”. 

Al contrario della legge del 2010 promulgata dal governo Zapatero, che consentiva di ricorrere all'interruzione volontaria della gravidanza senza restrizioni entro la quattordicesima settimana di gestazione, il nuovo provvedimento limita il diritto di aborto a soli due casi: l'essere rimasta incinta in seguito ad uno stupro e il rischio per la salute fisica e psicologica della donna. Neppure la presenza di gravi malformazioni fetali costituisce, in base alla legge, un motivo valido per interrompere la gravidanza, a meno che rappresenti una ‘pressione psicologica insopportabile’ per la madre o metta a rischio la vita del nascituro. 

Inoltre, interrompere una gravidanza, conseguenza di uno stupro, sarà possibile solo prima della dodicesima settimana di gestazione e solo se la violenza sessuale sarà stata denunciata immediatamente dalla vittima. Anche in caso di malformazione grave del feto sarà possibile abortire solo prima della ventiduesima settimana e a decidere dovranno essere due medici diversi da quelli che praticheranno l'intervento. 

La legge Gallardòn prevede anche il diritto all'obiezione di coscienza per medici e infermieri, sia del settore sanitario pubblico che privato. Considerato il forte radicamento del cattolicesimo in Spagna e tenuto conto, in particolare, della potenza economica ed ideologica dell'Opus Dei, è facile immaginare quanto risulterà difficile d'ora in poi per le donne spagnole ricorrere all'aborto. 

In ogni caso, la donna dovrà sottoporsi al mortificante “processo di consenso informato, libero e validamente emesso”, che include la partecipazione dei genitori nel caso in cui sia minorenne e un periodo di ‘riflessione’ obbligatorio di 7 giorni (attualmente era di 3) dopo essere stata informata “dei suoi diritti, degli aiuti sociali ed economici disponibili e di tutti i rischi per la sua salute che l’aborto comporta”.

In Italia molti hanno riportato la notizia e hanno interpretato la legge in questione come una forma di controllo o di appropriazione del corpo della donna da parte dello Stato. Un'interpretazione logica e ragionevole. Ne vorrei però proporre un'altra, alla luce di altri provvedimenti che sono stati o stanno per essere adottati in Spagna e che vorrei qui illustrare brevemente.

Il Governo ha approntato una riforma del Codice Penale che contempla l'eliminazione del concetto di sfruttamento sessuale previsto dall'art.188. Diventerà praticamente impossibile perseguire il lenocinio, in quanto l'onere della prova ricadrà sulla vittima dello sfruttamento che dovrà dimostrare di trovarsi in una condizione di dipendenza personale ed economica che non le lascia altra scelta, reale o accettabile, che l'esercizio della prostituzione o dovrà provare che per praticarla le siano state imposte condizioni onerose o sproporzionate o sleali. Si tratta di presupposti di cui è ben difficile, se non impossibile, attestare l'esistenza. 

L'esercizio della prostituzione nei pressi delle scuole e nei luoghi dove si ritiene possa intralciare il traffico, in base alla nuova legge per la sicurezza del cittadino, sarà sanzionata con una multa dall'ammontare compreso fra i 1001 ai 30.000 euro.  In Spagna si è assistito negli ultimi anni alla proliferazione di ordinanze locali che sanzionano, con l'imposizione di pesanti multe, la prostituzione di strada "allo scopo di preservare la convivenza civile e il senso civico", ma ne autorizzano l'esercizio nei locali, che hanno conosciuto così una notevole diffusione. L'adozione di questi provvedimenti è stata sollecitata dall'associazione nazionale dei proprietari dei bordelli che ha direttamente partecipato all'elaborazione di alcuni di essi ed ha esercitato una forte pressione sul Governo di Mariano Rajoy, affinché promulgasse una normativa nazionale ispirata a questi principi. L'obiettivo perseguito da questa politica di regolamentazione è quello di convogliare nei bordelli l'esercizio della prostituzione, incrementando l'industria del sesso e sottraendo allo sguardo dei cittadini le donne che la praticano.

La progettata riforma del Codice Penale sopprime poi il concetto di violenza di genere, producendo l'effetto di occultarla. Ho già illustrato in un altro articolo tutti i provvedimenti che contribuiranno ad incrementare la vulnerabilità della donna vittima della violenza maschile. Qui ne ricordo solo alcuni. Le lesioni, le minacce e l'assoggettamento delle donne a forme di coercizione verranno classificate come reati minori. La pena del carcere nei casi previsti dalla legge contro la violenza di genere del 2004 potrà essere commutata nel pagamento di una multa. L'abuso di alcool da parte dell'aggressore sarà considerato una circostanza attenuante nei casi in cui venga commesso un atto di violenza su una donna.

Considerando queste misure nel loro complesso, a me pare che l'obiettivo che si prefigge il Governo spagnolo non è tanto quello di esercitare una forma di controllo biopolitico, di appropriazione del corpo delle donne, quanto piuttosto quello di riconsegnarlo al potere degli uomini, rafforzando l'ordine patriarcale. Si intende perseguire tale finalità sia con l'abrogazione del concetto di violenza di genere e con la depenalizzazione o con la riduzione delle sanzioni previste per i reati commessi dagli uomini contro le partner, misure che renderanno di nuovo la sfera domestica una zona franca sottratta all'applicazione del diritto e caratterizzata dal libero dispiegamento dei rapporti di forza, sia con la sostanziale soppressione del reato di sfruttamento sessuale che assoggetterà le donne prostituite al dominio di trafficanti e prosseneti. La drastica restrizione del diritto di interrompere la gravidanza produrrà lo stesso effetto di subordinazione delle donne al potere degli uomini. Scriveva Carla Lonzi in Sessualità femminile e aborto: "Una procreazione coatta e ripetitiva ha consegnato la specie femminile nelle mani dell'uomo di cui ha costituito la prima base di potere".

Il Governo spagnolo amplia anche i settori di attività del capitalismo biopolitico. Il corpo delle donne diventa infatti oggetto di sfruttamento ed occasione di profitto per gli imprenditori del sesso, attraverso la dislocazione della prostituzione nei bordelli; quello di tutti i cittadini sarà sottoposto, invece, al controllo dei vigilantes che d'ora in poi potranno pattugliare spazi aperti ed operare arresti e perquisizioni, misura che si configura come una vera e propria privatizzazione del comparto della sicurezza. 

Il Governo spagnolo, insomma, consolida contemporaneamente il patriarcato e il capitalismo, risultato che consegue anche con la criminalizzazione dei movimenti di protesta.

Questa vicenda mostra, infine, palesemente, come restrizione del diritto di aborto e regolamentazione della prostituzione si concilino perfettamente, proprio perché entrambi irrobustiscono il controllo e l'appropriazione del corpo delle donne da parte degli uomini, dando vita a un neofondamentalismo che "ripropone la forma della proprietà dentro e oltre l’incertezza del futuro" per usare le parole di Melinda Cooper. .

Mentre nell'indifferenza generale, Laura Boldrini viene usata tutti i giorni più volte al giorno sulla pagina di Beppe Grillo come ricettacolo degli umori maschili - negli stessi termini con cui tali umori si mettono nero su bianco sopra i manifesti delle pubblicità progresso antiviolenza - al Giornale della famiglia Berlusconi è venuta l'idea di mettere la presidente della camera sulla graticola, per la sua partecipazione ai funerali di Nelson Mandela. Perchè la presidente vi ha partecipato con il suo compagno Vittorio Longhi, ospiti sull'aereo del presidente del consiglio. Anch'egli accompagnato dalla moglie Gianna Fregonara. Ma lui soltanto sfiorato dalla polemica.

Il Giornale prova a ricamare sui costi, aprendo con un parallelo improbabile. Il premier israeliano Netanyahu, per non trasportare staff e scorta di sicurezza, ha rinunciato a partecipare ai funerali di Mandela, risparmiando un milione di euro. Cifra tonda. Il premier di uno stato perennemente in guerra (più rischiose le trasferte, più impegnativo garantirne la sicurezza): Uno stato che aveva buoni rapporti con il regime dell'apartheid. Tanto che i palestinesi si sono più volte ispirati a Mandela e l'Anc come modello ed esempio per la loro causa nazionale. Un assenza dunque politicamente opportuna dal punto di vista israeliano e perciò molto criticata da JCall, il network di cittadini europei di origine ebraica. Alla fine però Israele ha partecipato, rappresentato - pensa un po' - proprio dal presidente del parlamento (la Knesset), Yoel Edelstein.

Tuttavia, sui costi si può ricamare poco. Il Giornale deve riferire che la partecipazione della presidente della Camera non ha comportato spese aggiuntive.

Per me e per il mio staff non c'è stata nessuna spesa di viaggio a carico del bilancio della Camera: siamo stati ospiti sul volo del Presidente del Consiglio dei Ministri. Né ci sono state spese di soggiorno: la delegazione ha viaggiato di notte, sia all'andata che al ritorno, anche perché urgeva essere di ritorno a Montecitorio per non tralasciare i lavori d'aula. Infine, nessuna indennità di missione. [Laura Boldrini, FB 14.12.2013]

Il Giornale prova a ricamare su un secondo argomento. La partecipazione di Laura Boldrini sarebbe stata illegittima, poichè l'invito è stato ricevuto solo da Enrico Letta. Come si trattasse di un semplice invito privato rivolto ad una persona, invece dell'invito rivolto ad uno stato. Dovrebbe essere evidente che lo stato invitato decide in autonomia la composizione della propria delegazione. Come ha fatto ogni stato partecipante, pur ricevendo un unico invito.

Barack Obama (...) accompagnato sull'Air Force One dalla moglie Michelle e, solo per fare i nomi che contano, dall'intera famiglia Clinton - Hillary, Bill e la figlia Chelsea - e dall'ex presidente George W. Bush con consorte.Il premier inglese David Cameron è arrivato con l'alleato Nick Clegg, e gli ex primi ministri John Major e Tony Blair, si presume con la consueta folla di accompagnatori. Da Parigi è arrivato il presidente François Hollande, in compagnia di Valérie Trierweiler e del suo predecessore Nicolas Sarkozy, oltre allo staff. E dalla Grecia, hanno fatto notare i ben informati, sono partiti persino ex ministri: oltre al premier Antonis Samaras, c'era l'ex titolare degli Esteri. [Lettera43 12.12.2013].

Il ricamo sull'argomento decisivo riguarda la presenza del suo compagno Vittorio Longhi. Sia pure a costo zero. Compagno chiamato insistemente "fidanzato". E' una scelta precisa. Che ha a che fare con la presunta illegittimità della sua presenza, in contrapposizione a mogli e consorti e con il fatto che lei è una donna, divorziata e che il suo compagno ha 11 anni meno di lei. "Fidanzato" evoca la provvisorietà di una relazione.
Ora, possiamo ritenere che la presenza dei congiunti sia sempre e comunque inopportuna. In tal caso lo è tanto la presenza del compagno di lei (la presidente della camera) quanto la presenza della moglie di lui (il presidente del consiglio). Ed allora è inaccettabile che nell'occhio del ciclone ci finisca solo lei. Giusto per chiarire il punto ai sessisti che fanno i finti tonti, e respingono sdegnati l'accusa di sessismo.

Non sono fissato con i costi della politica. Penso siano altrettanto importanti e forse di più, i costi di altre caste: imprenditoriali, manageriali, e finanziarie. Sono favorevole ad una riduzione dei costi, ad un allineamento agli standard europei, senza particolari ossessioni e vessazioni. Se l'amministrazione della Camera dei Deputati va in tale direzione, questo è ciò che va riconosciuto e valorizzato.

Possiamo anche ritenere che i congiunti dovrebbero sempre e comunque pagare un biglietto, come succede in Germania, ma non ho letto nessuno che lo abbia proposto, mentre conduceva la sua campagna surreale contro una persona che comunque si difende dignitosamente.

E vengo, Presidente Sardoni, alla questione che ha suscitato qualche polemica in questi ultimi giorni: il mio viaggio in Sud Africa per l'estremo saluto a Nelson Mandela. Lei me l'ha posta in modo diretto e schietto, e voglio fare lo stesso io nel risponderle. Sgombriamo subito il campo dalla questione dei costi: lei li definisce "probabilmente non particolarmente elevati". Posso confermarglielo senza timore di smentite: non c'è stato un euro di spesa in più per le casse pubbliche, essendo la delegazione di Montecitorio ospite del volo di Stato che portava a Johannesburg il presidente del Consiglio, capo della delegazione italiana. E colgo l'occasione di questo incontro con voi per ricordare che, in 9 mesi di mandato, l'aereo di Stato l'ho preso in una sola altra occasione: il 4 novembre, per una manifestazione a Bari nella giornata delle Forze Armate, alla quale sono andata a rappresentare, su sua richiesta, il Capo dello Stato. Eppure le opportunità non sono mancate, viste le 96 iniziative alle quali come Presidente ho partecipato fuori Roma, talvolta all'estero. Avrei potuto usarli, i voli di Stato. Se qualcuno pensa che io abbia cambiato idea rispetto agli iniziali proclami di sobrietà, si sbaglia di grosso: questo dato è lì a dimostrarlo, incontestabile. Lei sembra intendere che io non fossi legittimata ad andare. O meglio: che la Camera stessa non fosse legittimata ad andare. Presidente Sardoni, questo non posso condividerlo; e le spiego perché. Le faccio presente che ogni Stato ha deciso in autonomia la composizione della propria delegazione, non essendovi un invito. E nel caso dell'Italia si è convenuto che fossero il Presidente del Consiglio e la Presidente della Camera. Di altri Paesi erano presenti folte delegazioni composte anche da esponenti delle istituzioni non più in carica. Riguardo a quelle che lei chiama "questioni sessiste", sì, ritengo che abbiano pesato. Non si ha memoria di obiezioni simili a generi rovesciati, né in Italia né altrove, come evidenziato dallo stesso Presidente Letta; ma anche dall'onorevole La Russa, col quale pure negli anni passati non sono mancati, come è noto, scontri aspri su altre materie. Colgo l'occasione per ringraziare i tanti deputati, dei più diversi orientamenti politici, che in questi giorni mi hanno espresso sostegno, dal vicepresidente Baldelli alla Presidente Bindi, dal Presidente Dellai al Presidente Migliore, dalla deputata Locatelli all'onorevole Martino, per citarne solo alcuni. Il cuore della sua domanda, però, attiene alla "dimensione simbolica" di questa trasferta, ed è a questa soprattutto che voglio rispondere. Mi rivolge un appello alla sobrietà che diventa - mi scusi se la traduco - "ma non se ne poteva stare a casa?". La mia risposta è "no"! Non perché la rinuncia mi sarebbe costata, come lei suggerisce, "in termini di storia personale". Sono andata lì per il lavoro che faccio oggi: presidente della Camera dei deputati, una Camera che ha avuto l'onore di ospitare per ben due volte Nelson Mandela, nel '90 e nel '98. Sono andata lì perché per la morte di Mandela ci si è mossi da tutti gli angoli della Terra. La "sobrietà" che lei chiede sento di averla pienamente praticata. Ma mi permetta di dirle che la partecipazione era importante proprio rispetto alla "dimensione simbolica" che lei ha richiamato: è scomparso un grande della Storia, un gigante della lotta per la libertà. Questo è il simbolo! E stare lì significava dire che il Parlamento italiano questi simboli li riconosce e li onora. Mi sente così determinata perché in questi giorni qualcuno ha provato a dire che tutto è uguale a tutto: l'estremo omaggio a Madiba varrebbe come un Gran Premio di Formula Uno oppure come una festa estiva privata. Ho fiducia piena nei miei connazionali: sono certa che sappiano distinguere tra il volo di Stato per partecipare ufficialmente alla cerimonia funebre di Mandela e il volo di Stato per andare a ballare il flamenco, o per trasportare pesce fresco!  [Laura Boldrini, 19.12.2013]


Vittorio Feltri, nel replicare ad Enrico Letta, ripete la sciocchezza secondo cui Laura Boldrini non sarebbe stata invitata ai funerali e - dato che il più immediato paragone con Letta e consorte proprio non gli riesce - paragona la sua trasferta in Sudafrica al volo di Clemente Mastella su un aereo di stato insieme con figlio per recarsi al Gran Premio di Monza

Caro Presidente, la ringrazio delle sue osserva­zioni. Vorrei solo aggiungere (per completezza d’informazione) che, qualora non fosse esistito un cla­moroso precedente contrassegnato da polemiche infuocate, mai mi sarei oc­cupato della presidente della Camera, signora Laura Boldrini, «rea» di essersi recata in Sud Africa con un aereo di Sta­to - accompagnata dal fidanzato - pur non essendo né capo di governo né ca­po di Stato, quindi non formalmente in­vitata ad assistere ai funerali di Nelson Mande­la.Mi riferisco alla trasferta di Cle­mente Mastella, ministro della Giustizia nell’ultimo governo Prodi, effettuata a Milano con analogo aereo di Stato, sul quale venne ospitato il di lui figlio che ambiva a essere spettatore del Gran premio automobilistico di Monza. Nella circostanza, il mini­stro, che era venuto nel capoluo­go lombardo per motivi istituzio­nali e non sportivi, fu attaccato con furore da ogni parte e accusa­to di familismo per avere conces­so un «passaggio», non oneroso per la pubblica amministrazio­ne, al proprio erede. Continuo a non capire, signor presidente, perché sia considera­to lecito il viaggio di Laura Boldri­ni (con fidanzato) e, invece, giudi­cato illecito quello di Clemente Mastella (con figlio). Mi sarei aspettato una spiegazione di buon senso e mi rammarica che lei non me l’abbia fornita.Cordiali saluti Vittorio Feltri.

I motivi istituzionali riguardavano la premiazione dei vincitori del Gran Premio e competevano al vicepremier Rutelli. Altri, non meglio precisati impegni istituzionali erano soltanto l'improvvisata giustificazione di Mastella. Resta il fatto che occorre spiegare a Feltri la differenza tra il Gran Premio di Monza e i funerali del del padre del nuovo Sudafrica, bandiera del secolo nella lotta al razzismo, e magari la differenza tra Nelson Mandela e Fernando Alonso. D'altra parte si è visto che sulla identità dello stesso Mandela il Giornale non ha le idee molto chiare.

Il caso montato dal Giornale è stato cavalcato anche da altri. Dal Codacons, dall'Huffington Post che gli ha fatto la prima pagina, ovviamente da Beppe Grillo, da Lettera43, da Corrado Augias, dal Simplicissimus, alcuni più garbati, altri più insolenti e diffamatori, più o meno con lo stesso pregiudizio sessista, gli stessi argomenti antipolitici e con i paragoni più improbabili, dove tutto viene mescolato in un unico calderone di illegalità, immoralità e inopportunità.

Luca Sofri riassume il tutto con categorie che non chiamano immediatamente in causa il sessismo e il qualunquismo:

Bisogna essere cretini. Si fatica a credere che ci sia in giro gente che aizza odio e forconi contro la presidente Boldrini perché è andata alla cerimonia per Mandela accompagnata dal marito, come qualunque altro leader politico mondiale: e come riportato dalla fonte originale, senza speseE quindi, chiedendosi cosa animi simili sciocchezze, le risposte che ci si possono dare purtroppo sono due: uno, che abbia ragione Boldrini quando dice che a lei donna vengono contestate cose ritenute normali quando si tratta degli uomini, e che il maschilismo si saldi alla stupidità; due, che i nemici politici di Boldrini abbiano da tempo in moto per lei una personale macchinina del fango. Fosse per la constatazione che in giro ci sono dei cretini, è dolorosa ma abbiamo imparato a conviverci: alla fine queste stupidaggini sono state dette da uno squinternato professore filogrillino e da un titolo del Giornale. Ma se magari il resto dei media evitasse di montarci la panna con estesi titoli che le chiamano “polemiche” e “del M5S” – sapendo di attingere alle stesse reazioni – forse sarebbero meno complici della ulteriore diffusione della cretineria.



di Maria Rossi


C'è chi accosta il movimento antiabortista a quello per l'abolizione della prostituzione, in quanto entrambi lederebbero il diritto all'autodeterminazione delle donne e si configurerebbero come rivendicazioni di proprietà dei loro corpi. Si tratta di un'equiparazione di cui è possibile dimostrare l'arbitrarietà e la fallacia.

Ho già sostenuto in articoli precedenti come l'applicazione del concetto di autodeterminazione all'esercizio della prostituzione sia assai poco pertinente. Non ripeterò qui le considerazioni già svolte.

Osservo invece che si ricorre all'aborto per sottrarsi ad una gravidanza indesiderata. Gli Stati che riconoscono questo diritto ne garantiscono l'esercizio sancendone la gratuità e mettendo a disposizione il personale e le strutture nelle quali l'interruzione della gravidanza viene praticata. Vediamo invece cosa accade nel caso della prostituzione. Secondo uno studio di Melissa Farley, l'89% delle donne prostituite vorrebbe abbandonare la pratica dei rapporti mercenari, ma non può farlo per mancanza di alternative. Nei Paesi Bassi soltanto il 6% dei Comuni ha apprestato servizi di sostegno sociale e professionale per chi desidera fuoriuscire dalla prostituzione, ostacolando così l'esercizio del diritto all'autodeterminazione. Il dato, assai esiguo e comune ad altri Stati che si conformano ai medesimi principi, non dovrebbe destare alcuno stupore. Se la prostituzione viene concepita come una pratica banale, come un lavoro qualsiasi, non si comprende per quale motivo un governo dovrebbe erogare fondi destinati al finanziamento di servizi che offrano alternative a chi la esercita. La banalizzazione della prostituzione impedisce, dunque, la libera esplicazione della volontà di abbandonarla. 

La depenalizzazione o la legalizzazione dell'aborto evita i gravi rischi che derivano dalla sua pratica clandestina e, dunque, garantisce la tutela della salute della donna. Lo stesso effetto di salvaguardia dell'integrità psico-fisica della donna genera l'abolizione della prostituzione, in quanto la violenza è ad essa consustanziale. Ridurne la pratica, come è avvenuto in Svezia, produce un decremento dell'elevato tasso di mortalità, di stupri, di aggressioni fisiche e psicologiche, di disturbi e malattie connesse al suo esercizio. Né vale l'obiezione secondo la quale l'abolizione della prostituzione ne incrementerebbe la pratica clandestina e i rischi connessi. Questo non è accaduto in Svezia. Al contrario, nei Paesi Bassi la stragrande maggioranza della prostituzione è irregolare. Non solo. Le sopravvissute osservano giustamente come questa attività sia per natura sommersa, in quanto, com'è ovvio, i rapporti sessuali si consumano lontano dagli sguardi altrui, rendendo impossibile la prevenzione degli atti di violenza di cui si rende responsabile un certo numero di clienti. Neppure l'installazione di dispositivi come i pulsanti di emergenza nelle stanze ove si esercita la prostituzione garantiscono la sicurezza delle persone che la praticano. Nei Paesi Bassi, dove, teoricamente, tutte le camere dei bordelli e delle vetrine dovrebbero esserne provviste, il 70% delle donne prostituite confessa di aver subito uno stupro nell'esercizio della propria attività.  

Il ricorso all'aborto si configura come atto di sottrazione a una maternità imposta come ineluttabile destino femminile e tutela contemporaneamente il diritto della donna di non accollarsi controvoglia la responsabilità e l'impegno emotivo, pratico ed economico di accudire un bimbo non desiderato e il diritto di quest'ultimo a ricevere cure e affetto. Nessuno di questi interessi ovviamente è tutelato dal mantenimento della prostituzione. 

Gli aderenti al movimento pro-life sostengono che lo zigote sia già un essere umano con piena dignità. Per questo rivendicano il diritto a rifiutare la somministrazione della pillola del giorno dopo. Secondo la Chiesa Cattolica, dal momento che l'ontogenesi umana ha inizio nell'istante della fecondazione e che, una volta che il processo è iniziato, non vi è una particolare fase del suo sviluppo che sia più importante dell'altra, essendo tutte parte di un'evoluzione continua, sin dal concepimento l'embrione è da considerarsi vita umana che deve godere degli stessi diritti riservati ai nati. Ciò significa non solo attribuire la qualifica e la dignità di soggetto a un semplice ovulo fecondato o a un'aggregazione di poche cellule, ma implica anche una concezione della donna come mera incubatrice, come contenitore di un individuo che si sviluppa autonomamente, ossia indipendentemente da qualsiasi interazione con il corpo della futura madre, che è invece, come sappiamo, la condizione necessaria alla nascita di un bambino Ora: com'è trattata la donna prostituta dai clienti se non come una merce, un mero contenitore delle loro voglie? L'abolizionismo mira appunto ad eliminare questa condizione. 

Esso e il riconoscimento del diritto di aborto sono accomunati dalla volontà di assicurare alle donne la liberazione da un ordine patriarcale che assegna loro il ruolo di strumenti sessuali a disposizione degli uomini.
Non vi è, dunque, alcuna ragione per accostare il movimento pro-life all'abolizionismo, né si può affermare che quest'ultimo si proponga di riprodurre la famiglia eterosessuale.

Quanto alla rivendicazione di proprietà dei corpi delle donne, cosa implica l'esercizio della prostituzione se non l'appropriazione di chi la pratica da parte di qualunque uomo lo desideri ? 

In merito a questa questione, l'articolo che sto commentando riporta un periodo di un libro di Melinda Cooper: La vita come plusvalore che mi sento di sottoscrivere:

In questo risiede la novità del neofondamentalismo ai tempi dell’economia neoliberale: a fronte di una politica che opera in modo speculativo, il fondamentalismo diventa la battaglia che ripropone la forma della proprietà dentro e oltre l’incertezza del futuro. Questa forma di proprietà, come mostra evidentemente il movimento per la vita, è al contempo sessuale ed economica, produttiva e riproduttiva. E’, in ultima analisi, una rivendicazione di proprietà dei corpi delle donne.

Concepire e rivendicare il corpo come forma di proprietà che, in quanto tale, può essere ceduta, anziché come essere inalienabile significa aderire ai principi del capitalismo che trova un fondamento nell'esistenza della proprietà privata. Se il corpo si configura come soggettività incarnata, secondo la condivisibile definizione proposta dalla nostra blogger, non può appartenere a nessuno, ma può soltanto essere: dunque non può costituire oggetto di alienazione. Non è neppure possibile separare gli organi sessuali dal corpo e quest'ultimo dalla persona.

L'autrice dell'articolo che sto commentando, dopo aver liquidato in modo frettoloso e caricaturale le argomentazioni delle femministe abolizioniste, le quali, secondo lei, si limiterebbero a riproporre ossessivamente l'immagine della nigeriana violentata e sfruttata (non comprendo, sinceramente, a chi si riferisca), le accusa di occultare, appuntando esclusivamente l'attenzione sulle donne prostituite, lo sfruttamento e la violenza consustanziali a qualsiasi altro lavoro. A prescindere dal fatto che la prostituzione è un'istituzione patriarcale che presenta caratteri che la distinguono da qualsiasi occupazione, come ho già argomentato altrove, all'abolizionismo aderiscono femministe di qualsiasi corrente, incluse l'anarchica, la marxista e la materialista, interessate a denunciare la subordinazione e lo sfruttamento impliciti nei rapporti di produzione capitalisti. Basterebbe leggersi Il Contratto sessuale di Carole Pateman per rendersene conto. Al contrario, mi pare che molte persone che ritengono la prostituzione un lavoro riconoscano i caratteri alienanti ed oppressivi di tutte le occupazioni, ma tendano a minimizzare, quando non a negare, quelle connaturate alla pratica dei rapporti mercenari, contribuendo in tal modo, paradossalmente, ad espungerli dalla categoria del lavoro o, quanto meno, a collocarli in una zona privilegiata assieme alla professione di attore e attrice pornografica, a discapito della realtà documentata da parecchi studi. Il privilegio della sex worker migrante, sembrerebbe potersi arguire dall'articolo che sto criticando, consisterebbe nel fatto di non essere assoggettata ad alcuna forma di contratto. Immagino che l'affermazione desti perplessità in molte lettrici e lettori che considerano il contratto di lavoro come la fissazione per iscritto dei diritti esigibili dei lavoratori dipendenti e, dunque, come una fondamentale tutela. L'asserzione della blogger in questione, tuttavia, è molto interessante e merita attenta considerazione. Ne Il Contratto sessuale la femminista marxista Carole Pateman scrive: 

Il contratto genera sempre il diritto politico nella forma di rapporti di dominio e di subordinazione. Nel 1919 G.D.H Cole affermò che, quando la gente provava a rispondere alla domanda su cosa non andasse nell'organizzazione capitalistica della produzione, di solito dava la risposta sbagliata: rispondono la povertà (ineguaglianza), quando dovrebbero rispondere la schiavitù.

La questione per Cole è che i critici del capitalismo e del contratto guardano esclusivamente allo sfruttamento (diseguaglianza), trascurando in questo modo la subordinazione, ovvero la misura in cui le istituzioni sociali non sono il risultato di libere relazioni, ma di rapporti che somigliano a quello tra schiavo e padrone.
Anziché minare la subordinazione, i teorici del contratto giustificarono la moderna soggezione civile.

Il libro di Pateman è stato scritto negli anni Ottanta. Benché non lo dica apertamente, si può agevolmente supporre, considerato il suo orientamento politico, che l'autrice immagini un modello di organizzazione del lavoro fondato sull' autogestione della produzione e dunque sull'abolizione dei rapporti di subordinazione. Oggi potremmo parlare di cooperazione produttiva autonoma. Inoltre, Pateman auspica l'instaurarsi di relazioni di genere egalitarie, non imperniate cioè sul binomio dominio-subalternità. 

La blogger il cui articolo sto criticando auspica appunto la soppressione del disciplinamento dei corpi e della subordinazione codificata nei contratti e tipica del lavoro salariato. Sono d'accordo con lei. L'errore grave che commette, però, nell'individuare nella sex worker migrante il paradigma della lavoratrice autonoma libera dalla sottomissione ad un padrone, è, a mio parere, quello di confondere forma e contenuto, cioè di identificare il contratto con la stipula di un accordo scritto. Per lei la sex worker migrante ne è svincolata perché non ne ha sottoscritto alcuno. Ma nella teoria di Pateman , che condivido, è il rapporto di subordinazione ad istituire il contratto, non la forma scritta. Quest'ultima, anzi, assieme al carattere collettivo della contrattazione, elimina l'arbitrio assoluto del padrone, ne circoscrive il dominio, attribuisce al dipendente una serie di diritti esigibili. Non a caso nell'Ottocento i liberisti, che definivano, mistificandolo, il rapporto di lavoro come un accordo tra due contraenti in posizione di uguaglianza, si opposero strenuamente al riconoscimento dei sindacati e della loro titolarità a stipulare contratti collettivi. L'assenza di forma scritta non esclude dunque la sussistenza di un rapporto di dominio e di subordinazione, ma gli conferisce, anzi, un carattere più arbitrario ed oppressivo. Il lavoro nero comporta livelli di sfruttamento molto più intensi di quello regolare. Inoltre, come giustamente osserva la nostra blogger, il contratto non è soltanto quello di lavoro, ma anche quello sessuale, ad esempio. Ecco perché ritengo errato definire la migrante che si prostituisce una lavoratrice autonoma non subalterna ad un padrone. In realtà, le forme di assoggettamento e di coercizione cui è sottoposta sono molteplici e raggiungono un'intensità senza pari. In primo luogo, nella maggioranza dei casi, per approdare in un Paese occidentale, la migrante ha contratto un debito, il cui ammontare spesso la costringe ad esercitare la prostituzione. Non a caso si parla di schiavitù per debito. In secondo luogo, il 90% delle donne che praticano rapporti mercenari nel mondo è sottomessa ad un singolo pappone o ad una rete di prosseneti, http://www.csf.gouv.qc.ca/modules/fichierspublications/fichier-29-1655.pdf che estorcono loro, ricorrendo a forme di coercizione più o meno violente, una parte consistente di guadagni. Una migrante può essere assunta dal proprietario di un locale (di lap dance, ad esempio) dove si praticano clandestinamente rapporti mercenari. Inoltre, ed è la considerazione più importante, è la prostituzione stessa a configurarsi come un contratto sessuale, ossia come un rapporto di subordinazione ai clienti. Con essa, osserva Carole Pateman, "gli uomini vengono pubblicamente riconosciuti come padroni sessuali delle donne". La migrante che si prostituisce subisce, dunque, una pluralità stratificata e oppressiva di rapporti di dominio non formalizzati da accordi scritti. Tra questi rapporti vi è anche quello dettato dal desiderio del cliente di praticare una forma di colonizzazione razzista inferiorizzante e non di rado violenta del corpo della straniera. Osserva a questo proposito, con un linguaggio peraltro sconvolgente, a tratti impregnato di agghiacciante realismo cinico, un operatore di strada intervistato da Emilio Quadrelli nel saggio Corpi a perdere, incluso in La città e le ombre, libro scritto in collaborazione con Alessandro Dal Lago:

L'arrivo delle straniere [...] ha modificato i comportamenti dell'utenza [...] Con l'arrivo sul mercato di un "prodotto" estero ho assistito a un mutamento radicale del rapporto tra merce e acquirente e una scoperta dei tratti italiani molto significativi. Il maschio medio italiano [...] tende a frequentare con insistenza questa nuova prostituzione. Le molle scatenanti: il dominio e l'inferiorizzazione. Nei racconti che raccolgo prevale un desiderio e un diritto di praticare violenza senza che questa venga neppure in qualche modo contrattata. Non ci troviamo pertanto di fronte a degli amanti particolari del genere sado-maso, non ci troviamo di fronte a delle richieste tecniche, ci troviamo di fronte a un sentirsi padroni completi e totali di un altro corpo, un corpo da poter utilizzare e martirizzare perché per sua natura sottomesso. 

E ancora: 

La molla attrattiva delle prostitute straniere non è dovuta né al prezzo, né alla bellezza, piuttosto e in maniera decisiva all'idea del diritto di conquista, del diritto alla dominazione che queste ragazze suscitano nell'utente. Va detto che l'utenza non ha né particolari connotazioni sociali, è pertanto decisamente interclassista, né connotazioni culturali. Può essere un operaio, un commerciante o un manager o un libero professionista.

Le osservazioni di questo operatore, per altro confermate da altri ricercatori e ricercatrici come Bridget Anderson e Julia O' Connell Davidson che si sono interrogate sulle motivazioni che inducono i clienti a ricorrere alle donne prostituite straniere, (pp.32-33), sono così commentate da Emilio Quadrelli:

I corpi delle donne straniere possono essere insultati, irrisi, colpiti, violati, usati sessualmente. [...] La brutalità non è estranea a un codice culturale di sottomissione degli stranieri, tollerabili solo [..] se in una posizione servile. La brutalità, dunque, sembra discendere più che da anomalie del comportamento, da una cultura ormai istituzionalizzata che assegna in partenza agli stranieri una posizione subordinata e strumentale [...] A noi sembra che questa cultura della sottomissione possa essere definita, senza esagerazioni, coloniale. Tipicamente coloniali sono l'ambivalente percezione (un misto di attrazione e repulsione) del corpo del nativo come lascivo, la sua rappresentazione come carne indifferente, priva di "anima" e di individualità, la sorridente indifferenza con cui il cliente umilia o brutalizza la donna - un comportamento analogo a quello del colonizzatore che spia le contorsioni di un nativo sotto la sferza

Lungi dal configurarsi come corpi pericolosi, come ritiene l'autrice dell'articolo in questione, le migranti prostituite sono, dunque, percepite dai clienti occidentali come corpi esotici da sottomettere e colonizzare. Perché la blogger li reputa invece pericolosi? Anzitutto perché rischiano di compromettere l'identità dello stato nazione contaminandone la purezza del colore della pelle. Ma non aveva in precedenza accusato le femministe abolizioniste di riprodurre ossessivamente l'immagine della migrante nigeriana? In effetti, la maggioranza delle donne prostituite straniere nell'Europa occidentale è costituita da donne di pelle bianca, se non diafana, originarie dell'Europa centrale ed orientale. Chi ha mai sostenuto il contrario? Qui mi pare che sia la blogger a riprodurre uno stereotipo.

La pericolosità della migrante prostituita deriverebbe anche dal fatto che la sua presenza metterebbe in crisi "la validità assoluta di un contratto come strumento d'accesso alla cittadinanza, attraverso l'esercizio del diritto alla libera ed esclusiva proprietà del corpo". Ho già osservato come la migrante sia in realtà sottomessa ad una molteplicità di rapporti di subordinazione. Vorrei qui notare come la normativa italiana sull'immigrazione condiziona il godimento dei diritti civili e sociali al possesso del permesso di soggiorno rilasciato in genere (ma non solo) per motivi di lavoro dipendente o autonomo. Dunque è la disponibilità o meno di questo documento a decidere della fruizione o meno dei diritti civili e sociali, non il tipo di lavoro che si svolge e non è affatto pericoloso per l'identità dello stato nazione richiedere un permesso di soggiorno per lavoro autonomo, anziché dipendente. Semmai è ingiusto e scandaloso che sia necessario possedere un documento per poter fruire di un minimo di diritti. 

La nostra blogger si dilunga poi sul concetto di empowerment che dovremmo promuovere, offrendocene, verso la conclusione del suo articolo, una definizione bellissima, ma, al contempo, sorprendente.

Emporwement significa sottrarre i corpi  tanto al disciplinamento dei contratti, siano essi di lavoro, matrimoniali o sessuali, quanto alle retoriche, tanto in voga, del bene comune, che di nuovo fanno dei corpi un bene a disposizione della comunità, a suo uso e consumo.

Sottoscrivo. Poiché la prostituzione è un contratto sessuale (definizione della marxista Pateman) che fa del corpo delle persone che la esercitano un bene a disposizione della comunità dei clienti, a loro uso e consumo, questa frase basta a contraddire l'intero impianto argomentativo dell'articolo della blogger e ad annoverarla di diritto tra le femministe abolizioniste. Benvenuta tra noi!

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