Lo scrittore Erri De Luca ha dichiarato in risposta all'allarme antiterrorismo di Gian Carlo Caselli, che l'unico modo per fermare la Tav è sabotarla. Neanche a dirlo, la reazione è stata criminalizzante: la Ltf, la società che si occupa della realizzazione della Tav, ha annunciato di volerlo denunciare. Mentre il senatore Giuseppe Esposito del PDL - da non confondere con l'omonimo pasdaran Stefano Esposito del PD - ha proposto il boicottaggio dei libri dello scrittore. Boicottaggio che, probabilmente, il senatore ha sempre praticato nei confronti di questi prodotti.

Repubblica ha fatto una intervista incentrata sulla responsabilità dell'intellettuale. Erri de Luca ha ribadito di aver partecipato ad atti di sabotaggio in Val di Susa contro la Tav. Il quotidiano ha titolato La confessione di Erri de Luca: "Ho partecipato anch'io ai sabotaggi No Tav". Sulla stessa linea di Libero: Erri De Luca vuota il sacco: "Sì, ho sabotato i cantieri della Tav".

Perchè «confessione»? La confessione è l’ammissione di un reato. O di un peccato. Magari quando non si è più un grado di negarlo. Di un comportamento che la stessa persona che si confessa, riconosce come illegittimo o comunque negativo. E’ il riconoscimento di una propria mancanza, carenza, difetto.

Erri de Luca invece pensa di aver fatto bene a partecipare ad atti di sabotaggio della circolazione stradale. Li considera necessari per fermare un'opera inutile e dannosa per una Valle messa in stato d'assedio, perchè non ci sono altri modi per farsi sentire. Racconta che il sabotaggio ha fatto parte delle lotte del movimento operaio, che la parola stessa ha origine dal fatto che i primi operai francesi buttavano i propri sandali negli ingranaggi dei macchinari.

Dunque la sua non è una confessione, ma una rivendicazione. Un’assunzione di responsabilità nel senso della disobbedienza civile. Repubblica, giornale SiTav, dovrebbe confessare che con il suo titolo ha fatto opera di propaganda e disinformazione.

Riferimenti:
La confessione di De Luca: «Si ho partecipato anch'io ai sabotaggi dei NoTav»

La Polizia Postale Web Site Fans di Facebook, riferendosi alla giornata del 14 novembre, ha scritto che «La polizia non manganella nessuno, ma non è disposta a farsi massacrare da un branco di barbari incivili». La stessa pagina però, in un post successivo, non ha potuto chiudere gli occhi di fronte agli abusi.

Se è sbagliato criminalizzare la polizia, non si può ignorare che nella storia del paese esistono anche pagine come Bolzaneto e l’assalto alla Scuola Diaz. E spesso, un ingiustificato comportamento «sudamericano» nella gestione delle piazze.

Qualsiasi cosa succeda nelle piazze, la polizia ha il dovere di rispettare la legge. Può prevenire, contenere, reprimere eventuali disordini, solo nei modi e nei limiti previsti dalla legge. La polizia non è una banda contrapposta ad un altra. E’ un apparato dello stato - dello stato democratico - ha il monopolio della violenza, per garantire la sicurezza dei cittadini. Che devono poter avere fiducia nella polizia. E’ possibile e necessario avere fiducia nella polizia, se la polizia usa il suo potere. Invece di abusarne. Come è successo mercoledì in alcune piazze europee e italiane durante le manifestazioni indette per lo sciopero europeo dei sindacati contro le politiche di austerità. Politici e amministratori hanno espresso solidarietà per le forze dell’ordine, in riferimento a episodi come quello di Torino, dove ad un poliziotto, un manifestante autonomo ha spaccato il casco. Ma sono rimasti in silenzio di fronte ad episodi come quello di Roma dove un gruppo di poliziotti pesta un manifestante a terra, ormai inerme, manganellandolo sulla faccia o quello più controverso che vede lacrimogeni piovere dalle finestre del ministero della Giustizia. Eppure, per le ragioni dette prima, la violenza da parte della polizia è giuridicamente e moralmente molto più grave della violenza da parte dei manifestanti. Motivo per cui Amnesty International si esprime contro l’uso eccessivo e sproporzionato della forza e una petizione chiede di introdurre un codice identificativo sulle divise dei poliziotti. Quanto detto, non richiede nessuna condizione preliminare. Il rispetto della legalità da parte delle forze dell’ordine deve essere incondizionato.

Le forze politiche più vicine al movimento, gli intellettuali, gli scrittori, i giornalisti, gli organi di informazione più sensibili alla lotta per la democrazia e la giustizia sociale, fanno bene a respingere la criminalizzazione del movimento e ogni equiparazione tra la violenza di alcuni manifestanti e quella in divisa, così come fanno bene ad analizzare e comprendere le ragioni di esasperazione sociale di chi si oppone alla violenza dei licenziamenti, dei tagli, della riduzione dei diritti. Al tempo stesso, hanno il compito di formare un orientamento sulle forme di lotta e di organizzazione, che escluda la violenza alle cose e soprattutto alle persone, che promuova pratiche di lotta anche illegali - come lo erano in origine l’obiezione di coscienza, gli scioperi, le occupazioni - tanto quanto siano politicamente efficaci e allarghino la partecipazione al movimento, o quanto meno non la riducano. In questo senso trovo ambiguo quanto scrive Andrea Colombo, mentre condivido le obiezioni di Stefano Ciccone, come anche le analisi di Luigi Manconi. Su ciò che conviene al «potere» riguardo la condotta dei movimenti, basti ricordare i metodi di infiltrazione volti a provocare incidenti e i suggerimenti di Francesco Cossiga a Roberto Maroni quando era ministro dell’Interno.



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