Le Elezioni Europee hanno avuto (per me) un esito soddisfacente rispetto ai pronostici. La Lista Tsipras supera la soglia di sbarramento. Forza Italia declina a forza intermedia. Il M5S perde il confronto con il PD. L’affluenza alle urne è al 60%, contro la media UE del 44%, per la elezione di un parlamento europeo, sia pure dotato di competenze crescenti, ancora privo del potere reale di dare la fiducia al governo dell’Unione.

La Lista Tsipras ha superato per un pelo la soglia di sbarramento del 4% ed ha eletto tre eurodeputati: Curzio Maltese, Marco Furfaro e Eleonora Forenza. Peccato per la mancata elezione di Lorella Zanardo. Oltre 16 mila preferenze. Sopravvanzata soltanto dalla capolista e da due candidati che potevano contare ciascuno sul sostegno di un partito. Se la Lista Tsipras avesse conseguito il suo risultato fisiologico, quello che davano i primi sondaggi (6-7%), probabilmente ce l’avrebbe fatta.

Nessuno dei due grandi sconfitti ha fatto autocritica. Berlusconi se l’è presa con i giudici e con Napolitano, Grillo se l’è presa con i media e con gli stessi elettori. Pensionati che non pensano ai loro figli e nipoti. Nonostante l’anno scorso sembravano averci pensato. Un cambiamento culturale troppo lento. Eppure nel 2013 era veloce. Gran parte del dibattito sull’esito elettorale è condotto da professionisti della comunicazione e così molte analisi si concentrano sul modo di comunicare dei partiti. A Grillo sono rimproverati i toni, magari dagli stessi che per molto tempo gli hanno spiegato che i toni alti pagavano, accoppiandoli a sondaggi che lo davano sempre in crescita, per non dire di alcuni suoi prestigiosi supporter, in forza al Fatto Quotidiano, ma anche a qualche altro giornale, che spiegavano quanto fosse controproducente stigmatizzare Grillo, mentre magari gli davano pure man forte nell’insultare e dileggiare gli avversari e soprattutto le avversarie. I toni alti hanno spesso voluto dire sessismo e xenofobia. Caratteri che si ritrovano nel nuovo alleato oltre Manica con cui Grillo e Casaleggio vorrebbero formare il gruppo all'europarlamento. La verità probabile è che un anno di opposizione pentastellata sia risultata polticamente inconcludente. Dopo le elezioni politiche, molti grillini pensavano che indurre PD e PDL alle larghe intese avrebbe portato il M5S al 40%. Dopo un anno il 40% lo ha fatto il Partito democratico.

Leggo a sinistra commenti variamente preoccupati per la vittoria di Matteo Renzi. Il leader del PD lo sento estraneo, ho votato contro di lui in due consultazioni primarie, non mi è piaciuto il modo in cui ha rimpiazzato Enrico Letta, non ho condiviso le sue proposte di riforma, l’ho apprezzato soltanto e parzialmente sulla parità di genere (metà donne nel governo, le cinque donne capolista, ma non il modo in cui ha liquidato la questione nella definizione della nuova legge elettorale). 

Tuttavia, penso l'attuale presidente del consiglio sia meglio di Silvio Berlusconi e di Beppe Grillo. La sconfitta dei due è molto salutare e passa per la vittoria di Matteo Renzi. E’ una differenza qualitativa. Matteo Renzi è stato paragonato tante volte all’ex Cavaliere, ma non è padrone di un’azienda e non sta in politica per risolvere i suoi debiti con le banche e i suoi guai con la giustizia. Non è neanche padrone di una squadra di calcio. Diversamente da Berlusconi e Grillo, il leader del PD non è il padrone del suo partito. Non lo ha fondato e creato, non costituisce la guida carismatica. E’ emerso in lotta contro il vecchio gruppo dirigente, è oggi molto importante, ha un grande potere, ma rimane espressione del suo partito, è un elemento che ha sostituito i suoi predecessori e che potrà in futuro essere eventualmente sostituito, senza che la sua parabola coincida necessariamente con la parabola del partito. Meglio un partito burocratico, con i suoi organismi dirigenti, le sue correnti, i suoi circoli, che non un partito carismatico, incline ad accarezzare il pelo degli umori più reazionari del paese. Il PD di Matteo Renzi sta nel Partito socialista europeo. Non è amico di Matteo Salvini che è amico di Marine Le Pen. Non si allea con i populisti dell’Ukip di Nigel Farage. Meglio sia lui a prevalere che non uno degli altri due.

Il PD è stato paragonato alla Democrazia cristiana. Potrei tornare a dire, meglio la Dc che i fascisti. Il paragone è stato molto criticato. A parte la percentuale e l’estrazione cattolica del leader e di parte del gruppo dirigente, mancano tante cose per essere la Dc. Il blocco sociale, il riferimento alla Chiesa cattolica, l’anticomunismo, il voto di scambio specie nel meridione, dove la Dc era più forte, mentre il PD continua ad essere relativamente più debole. La zona bianca dove il PD è cresciuto è quella del nord-est. Artigiani e autonomi, già elettori di Berlusconi e di Grillo, lo hanno preferito con lo spirito di chi tenta una nuova scommessa. Questo sembra in generale il senso dell’affermazione del PD renziano. Un investimento sull’ultima carta nuova, capace di coagulare e integrare umori diversi: il rottamatore energico, veloce, ottimista e rassicurante. Avverso al fallimento e alla rabbia fine a se stessa.

Il PD si colloca nel PSE e sembra in linea con l'evoluzione dei partiti socialdemocratici in partiti pigliatutto, volti alla conquista di tutti gli elettori disponibili, analizzata fin dagli anni '60 da Otto Kirchheimer, già iniziata con la trasformazione del PCI e poi del PDS/DS. Drastica riduzione del bagaglio ideologico; minor accentuazione del riferimento a una specifica classe sociale per reclutare elettori tra la popolazione in genere; assicurazione dell'accesso a diversi gruppi di interesse, la scelta di temi consensuali che trovano ampio consenso nella popolazione.

Il voto al PD non sembra esprimere un consenso consapevole e informato sui contenuti precisi dei provvedimenti del governo. Dalle riforme del mercato del lavoro alle riforme elettorali e costituzionali. L’esito del voto può mettere in discussione queste stesse riforme. L’Italicum concepito per far fuori il M5S, con questi risultati, potrebbe far fuori il centrodestra, ed essere così sconveniente per Forza Italia, principale controparte dell'accordo del Nazzareno. Il PD per anni ha inseguito il consenso necessario a governare, mediante il trucco della legge elettorale. Ora che il consenso l’ho ha finalmente ottenuto con una normale legge proporzionale, può non sentirne più il bisogno. La crisi dei partiti, della politica, della rappresentanza, non ha portato nulla di buono in questi ultimi trent’anni. Un consolidamente è al di là da venire, ma non è male la prospettiva di avere un partito e un governo con un consenso più forte. Una politica più forte, stabile e legittimata, puà essere una politica più democratica, più autonoma nel rapporto con i cosiddetti poteri forti, in Italia e in Europa, anche al fine di contrastare e correggere la politica di austerità.


Riferimenti:
Il voto alla Lista Tsipras per le Elezioni Europee
Elezioni Europee 2014
Elezioni Europee 2014 - Dati Ministero dell'Interno
I 73 italiani eletti al Parlamento Europeo
I flussi elettorali
Flussi elettorali SkyTG24
Analisi SWG sulla composizione sociale del voto
Exit Pool e proiezioni

Il comportamento elettorale è influenzato da tanti fattori. Uno di essi è il significato attribuito alle elezioni. 
In Italia, le prossime elezioni europee sono considerate un test per valutare chi è più forte tra Renzi e Grillo e di quanto. Per sondare il gradimento del governo e le sue prospettive di sopravvivenza. Per ricalibrare i rapporti di forza al fine di rinegoziare le incerte riforme istituzionali. 
Per alcuni, le elezioni sono un referendum. Su un leader, sul governo, su un pericolo emergente, su un intero ordinamento economico e sociale. Per altri ancora il voto è l’esito di un calcolo, l’elargizione di un premio ad una singola proposta o ad una singola persona, lo scambio con un favore. 
C’è chi le affronta come fosse un concorso matrimoniale, dove in gioco è la scelta del partner. Scegliere bene chi sposare è molto difficile e impegnativo, tanto che può essere conveniente rimandare in attesa del principe azzurro o della fata turchina, mentre nel frattempo si sceglie di rimanere liberi da responsabilità e compromessi. Eppure gli eletti sono già liberi dal vincolo di mandato, non c’è ragione che proprio gli elettori si sentano vincolati.

Un comportamento elettorale è l’astensione. Da molti anni l’astensionismo cresce, è il primo o il secondo partito. Il partito più eterogeneo. In esso confluiscono i delusi di destra, di centro e di sinistra. Gli informati e i disinformati. I militanti e gli indifferenti. I sofferenti e gli appagati. Ci si astiene per dare un segnale. L’astensione di segnali ne dà una infinità in tutte le direzioni. Negando il voto a tutti, lo si dà un po’ ad ognuno, da Matteo Salvini a Barbara Spinelli, passando per Angelino Alfano, Silvio Berlusconi, Beppe Grillo e Matteo Renzi. L'astensione è priva di influenza diretta sull’esito del voto: le elezioni sono valide con qualsiasi percentuale di votanti e i seggi sono comunque redistribuiti al cento per cento. La delegittimazione che deriva da una elevata astensione è relativa e forse persino opportuna per un moderno sistema post-democratico, nel quale la politica ha da essere il più debole dei poteri forti, retto in modo traballante da un suffragio semipopolare. All’astensionismo manca un precedente storico da vantare a suo favore, una situazione per la quale poter dire di aver cambiato il mondo. A parte l'eccezione di Ponzio Pilato.

Per parte mia, concepisco le elezioni come una opportunità per concorrere ad indicare una direzione e a determinare un contesto. Le prossime elezioni eleggono il parlamento europeo. Il contesto è l’Europa originata dai parametri di Maastricht. Su questa Europa si confrontano tre posizioni.

1) La politica europeista dell’austerità dei partiti liberalconservatori e socialdemocratici, alternati al governo o al governo insieme in grandi coalizioni: pareggio di bilancio, risanamento finanziario, cioè pagamento del debito con tutti gli interessi, controllo dell’inflazione, privatizzazioni, moderazione salariale, flessibilità del mercato del lavoro. In Italia ha portato il governo Monti, retto da PD e PDL ad approvare il fiscal compact, ad introdurre il pareggio di bilancio in Costituzione, a manomettere l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Una politica che, volendo ridurre il debito, riduce anche il PIL. Il rapporto tra i due termini rimane invariato o addirittura peggiora. 

2) La politica antieuropeista degli euroscettici, partiti populisti, che vogliono uscire dall’Europa, rompere con l’Euro e tornare alla vecchia sovranità nazionale, alla vecchia moneta, per rilanciare le esportazioni con la svalutazione e il basso costo del lavoro. Identificano l’euro con la causa della crisi economica e l’Europa con la libertà dei migranti di trasferirsi in massa nel vecchio continente. Una destra nazionalista che soffia sul fuoco della xenofobia e della paura sociale. Il loro leader continentale è Marine Le Pen. In Italia sono la Lega di Matteo Salvini, i Fratelli d’Italia di Giovanna Meloni e, pur con tutti i distinguo e le distanze anche il M5S di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, che mette al primo punto del suo programma il referendum sull’euro. Il loro progetto di fatto è sostituire il liberismo globale con un liberismo locale, più autarchico e protezionista.

3) La politica europeista della sinistra europea, che guarda al partito greco Syriza e candida il suo leader alla presidenza della Commissione europea, Alexis Tsipras. Contro l’Europa neoliberista e contro il ritorno ai nazionalismi, per una Europa sociale. Per un new deal europeo, che metta fine all’austerità, cancellando il fiscal compact, eliminando il pareggio di bilancio dalla Costituzione, e rinegoziando tutti i trattati europei, a cominciare dal Trattato di Maastricht, sulla base di parametri sociali e non solo finanziari, in primo luogo relativi alla lotta alla disoccupazione. Per la quale, la sinistra europea propone la riduzione dell’orario di lavoro e politiche espansive, libere dai vincoli di bilancio: il debito dei singoli paesi si ristruttura, mediante un parziale consolidamento (si cancella la parte che non si può con ogni evidenza riscuotere e si dilaziona il pagamento del rimanente). La BCE assume gli stessi poteri della Federal Reserve (la banca centrale USA), diventa prestatore e pagatore, può comprare i titoli di stato dei paesi più in difficoltà, per arginare la speculazione contrastata anche dalla Tobin Tax, favorisce il credito alle banche che garantiscono prestiti alle piccole e medie imprese, mentre i risparmi dei cittadini sono protetti dalla separazione drastica delle banche commerciali dalla banche di investimento. Propone politiche di integrazione e di accoglienza per i migranti, politiche migratorie che rendano possibile il raggiungimento del continente per vie legali, senza mettere a rischio la vita.

Io scelgo di votare la Lista Tsipras per modificare il contesto europeo in questa direzione - parametri sociali, occupazione, lotta alla speculazione, accoglienza.

Credo questo sia il prioritario interesse dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati, dei giovani e dei migranti. E anche delle donne. Dopo, la vicenda che ha visto protagonista Paola Bacchiddu e un corteo di testi e immagini favorevoli ad una emancipazione berlusconiana secondo cui la libertà è la libertà di prostituirsi, ho letto molti commenti di amiche e compagne attiviste, intenzionate a negare il voto alla Lista Tsipras, ritenendola ambigua sui temi delle donne e del femminismo. Sicuramente buona parte del personale politico di questa formazione è impreparato su questi argomenti, come lo è il PD e tutta la sinistra italiana. A destra c’è il maschilismo, a sinistra c’è discussione, impaccio, imbarazzo, ambiguità, incertezza. Ma c’è uno spazio e va occupato. Se la Lista Tsipras supererà la soglia di sbarramento ha buone probabilità di essere eletta Lorella Zanardo, la migliore antitesi di quell’emancipazione berlusconiana che predica al soggetto di farsi oggetto. Se la Lista Tsipras supererà la soglia di sbarramento andrà in Europa a rafforzare la sinistra europea, la terza forza politica del continente, l’opposizione più coerente al liberismo. Cioè a quell’insieme di politiche economiche e sociali, quel sistema di valori, che tende a mercificare ogni aspetto della vita umana. E’ il neoliberismo il contesto nel quale l'emancipazione della donna si traduce in sfruttamento e autosfruttamento. Voto tenendo presente questa foto. Che è la foto del mondo.


«Prostituirsi è uno scambio intrinsecamente morale. È la sublimazione del godimento della propria indipendenza privata». Lo slogan «Siamo tutti puttane» di Annalisa Chirico, giornalista di Panorama, rilancia la morale di Silvio Berlusconi, sotto processo per sfruttamento della prostituzione: morale è far sognare, illudere, morale è evadere le tasse, morale è prostituirsi per fare carriera, morale è comprare e vendere qualsiasi cosa. Una rivendicazione che risolve la doppia morale borghese, assolutizzando il primo termine. I vizi privati sono pubbliche virtù.

La legittimazione delle «puttane» a vendersi per accedere alle risorse e fare carriera, è di fatto il paravento della legittimazione dei «puttanieri» a decidere la selezione, non per il godimento di tutti, ma per il proprio godimento privato e individuale. Le due parti a confronto, sono diseguali nel mercato. La libertà consensuale della prima fa da velo al potere reale della seconda, contro l’interesse pubblico.

Improbabile qualcuno desideri essere curato da un dottore, essere assistito da un avvocato, essere istruito, formato, da un professore, essere informato da un giornalista, che si trovi al suo posto, non per il valore delle sue competenze, ma solo per il valore del suo prezzo. A maggior ragione, se in attività intellettuali, politiche, scientifiche, mediche, il valore del suo prezzo è stato determinato dal suo corpo. Nessuno vorrebbe trovarsi in una sala operatoria sotto i ferri di una chirurga che ha saputo conquistarsi quel posto grazie alla sua capacità di brigare, prima con i suoi docenti, poi con il suo primario.

Esiste un nesso tra la valorizzazione del merito (per quanto il concetto non sia neutro) come criterio di selezione e un principio di selezione professionale aperta a tutti, senza discriminazioni. La prostituzione come modalità di accesso aderisce ad un sistema e lo rinforza. Un sistema di divisione sessuale del lavoro, nel quale alle donne competono le funzioni accessorie e subordinate. Lo slogan che titola il libro, reso al maschile universale (tutti), ignora o finge di ignorare che la prostituzione del corpo è proposta soprattutto dagli uomini, che occupano la maggior parte delle posizioni di potere, alle donne che invece ne sono escluse.

Sono le donne, in netta prevalenza, ad essere valorizzate per il loro corpo e ad essere svalutate sul piano intellettuale. Pubblicità e varietà televisivi in cui il nudo femminile è dilangante, non sono l'effetto della libera volontà, del desiderio, di miriadi di giovani veline, ma l'effetto del potere di autori e programmatori di palinsesti in funzione degli inserzionisti. Un mondo di uomini che usa il corpo delle donne e di donne che scelgono di fare buon viso a cattivo gioco o rinunciare. Se libera e vincente è la velina, altrettanto libera e vincente non è l’esperta di economia o di qualsiasi altra cosa. Con le consuete eccezioni che confermano la regola, in televisione gli autorevoli, i competenti, gli esperti continuano ad essere maschi, gli ornamenti, gli sfondi, i break, gli annunci, continuano ad essere femmine. Preferibilmente seminude, sezionate in pezzi di carne, magari in pose degradanti e umilianti. Da una indagine del Censis emerge che il 53% delle donne in televisione non ha voce, il 43% è associata a temi come sesso, moda, spettacolo e bellezza, e solo nel 2% dei casi a impegno sociale e professionalità. «I ruoli femminili nei media sono piuttosto deleteri per l’effetto depauperante che hanno nei confronti delle potenzialità delle donne: le ragazze oggi fanno più fatica, di qualche decennio fa a immedesimarsi in ruoli emancipati ed influenti, soprattutto se non crescono in contesti sociali evoluti, e in Italia molte zone sono ancora culturalmente depresse». [Paola Manfroni, art director]

In politica e nelle attività intellettuali (ad esempio il caso Minetti), la vendita del corpo femminile per poter accedere, non costituisce un pedaggio diverso, ma aggiuntivo. Se anche i colleghi maschi si possono vendere sul piano delle doti intellettuali, della coscienza civile, politica, per poter essere assunti, promossi, candidati, nominati, la donna non salda il suo debito soltanto con il corpo. Anche a lei poi tocca di vendersi con il cervello. Lo scambio sessuale per le donne, non è uno scambio diverso - già questo è comunque discriminatorio - ma uno scambio in più.

Altre sono le battaglie che il femminismo dovrebbe condurre, sostiene Annalisa Chirico. Non contro la strumentalizzazione del corpo delle donne, ma per la procreazione assistita, per l’aborto, per superare il tetto di cristallo nel mondo del lavoro. Tuttavia, lei stessa si dedica alla lotta contro il «femminismo moralista» invece che agli altri temi «più importanti» da lei usati evidentemente solo come diversivo. Come quelli che chiedevano di parlare del Darfur e non della Palestina, salvo poi passare il tempo a difendere Israele. Diversivi che non vogliono aprire altri discorsi, vogliono solo chiudere il discorso nel quale si inseriscono. Diversivi fondati in genere su falsi dilemmi. Il mondo che discrimina le donne sul lavoro e ne limita l’autodeterminazione riproduttiva è lo stesso mondo che ne mercifica e ne strumentalizza i corpi. 

Un diversivo è il tema della libertà. Un tema sul quale non si può dire niente, se dissociato dalla responsabilità e dal contesto in cui agisce, che viene evocato appunto per questo, perchè non si dica niente, per azzittire la critica, per inibire un’altra libertà, quella del giudizio pubblico su atti e comportamenti pubblici. Un diversivo che ritorna spesso sul sessismo, ma che sarebbe inconcepibile su altre rappresentazioni, per esempio sul razzismo. Nel film «Via col vento», i personaggi neri si esprimono in maniera scorretta e sgrammaticata, come a voler esprimere la loro inferiorità culturale. Ciò può essere considerato razzista o realistico, se ne può discutere, ma non sarebbe corretto e pertinente obiettare che gli attori neri si sono prestati liberamente e volontariamente a quel tipo di recitazione, argomento sul quale non c'è nulla da discutere. La libertà individuale di svestirsi o di vestirsi integralmente non può essere discussa di per sè, ma solo nel suo significato in rapporto ad un contesto. Rivendicare l'uso del velo nell'Iran dello Scià o in quello degli Ayatollah cambia il senso della rivendicazione: opposizione o adesione al potere. Allo stesso modo lo cambia rivendicare il nudo nell'Italia democristiana degli anni '50 o nell'Italia del ventennio berlusconiano.

Altri temi importanti sono il diritto di famiglia in materia di separazioni e affido e la violenza sulle donne. Temi su cui Annalisa Chirico è in linea con i padri separati e con i neomaschilisti. «Il diritto familiare è sbilanciato a favore delle donne. Troppo spesso le donne usano i figli come arma di ricatto a vita. C’è una legge sull’affido condiviso che è sistematicamente violata. Per non parlare degli alimenti». «Il femminicidio? Un business fondato su una "emergenza” che tale non è» «l’Italia non è un paese di maschi stupratori e assassini» i femminicidi sono il 30 per cento degli omicidi. I maschi continuano a essere ammazzati assai più delle femmine». Dunque, diversi temi antifemministi che delineano una visione complessiva, coerente con quella berlusconiana. Una visione che adotta la sua neolingua, definisce talebane le femministe, così come spesso l’antisemitismo definisce nazisti gli ebrei. Da segnalare anche un ardito tentativo in difesa di Calderoli, che insultò la ministra dell'integrazione paragonandola ad un orango tango. Chirico sostiene che ognuno somiglia ad un animale e lei stessa si dichiara somigliante ad una cavalla, per sostenere che Cecilie Kyenge, in effetti, somiglia ad un orango.

C’è da chiedersi però quale coerenza vi sia tra questa visione e la visione della Lista Tsipras, dopo che la capo comunicazione del movimento, Paola Bacchiddu, è tornata a far parlare di sè con una nuova foto in cui pubblicizza il libro di Annalisa Chirico insieme con la stessa autrice, dando così un più chiaro significato retrospettivo alla foto precedente, nella quale si mostrava in bikini e dichiarava di essere pronta ad usare ogni mezzo per far votare la sua lista. Immaginiamo la stessa capo comunicazione farsi fotografare insieme con Oscar Giannino, nel mentre pubblicizza un libro a favore della privatizzazione dell’acqua o con Alesina e Giavazzi per pubblicizzare il libro «Il liberismo è di sinistra». Presumo ne risulterebbe un messaggio che sarebbe giudicato incoerente e che indurrebbe i leader del movimento a pronunciarsi senza essere sollecitati, per chiarire la linea del movimento. Perchè sulle questioni che reputano importanti, i partiti aspirano ad avere una linea chiara.

A proposito del post elettorale con la foto in bikini, Barbara Spinelli ha così risposto ad una intervista al Manifesto: «Non è una stra­te­gia della lista. È una mossa pro­vo­ca­to­ria nata all’interno del gruppo comu­ni­ca­zione, dan­nosa per il nostro pro­getto e per molti can­di­dati: per giorni lo sber­leffo ha oscu­rato il pro­gramma. Non so dirle per­ché sia nata; so solo che si tende a tra­sfor­marla in un’offensiva ideo­lo­gica con­tro il fem­mi­ni­smo, e anche con­tro la mia can­di­da­tura. Per quanto mi riguarda, con­si­dero la dia­triba del tutto assurda: non ho mai fatto parte né del movi­mento «Se non ora quando», né di altri movi­menti femministi».

Come è corretto interpretare questa risposta? Barbara Spinelli, pur valutando il danno ricevuto, è neutrale rispetto ad una diatriba, che non dovrebbe coinvolgerla? Dice, come Grillo con l'antifascismo, che il femminismo non è di sua competenza?


Puoi leggere anche:
La comunicazione (con ogni mezzo) della Lista Tsipras
Moralista è il maschilismo
Donne e media in Europa (Censis)
Il fascino discreto del puttanismo (Marina Terragni) - Con citazioni del libro di Chirico
Il corpo deve essere nostro. Nè dello stato nè del mercato (Intervista a Silvia Federici)
Il corpo è mio e non è mio (Ida Dominijanni)
Fantasmi in libertà. Risposta ad Angela Azzaro (Ida Dominijanni)
Libera sarai tu? (Cristina Morini)
A proposito di corpo, libertà, differenza sessuale (Maria Luisa Boccia)
Il corpo non è solo mio (Marina Terragni) 
Il corpo della libertà (Paola Rudan)



di Maria Rossi


Il sistema prostituente è intrinsecamente violento, come ho ribadito più volte nei miei articoli, a partire da questo.

Ad essere stuprata, legata, seviziata, crocifissa da un cliente sadico è stata, questa volta, Andreea Cristina Zamfir, una ragazza romena costretta dalla fame (altro che libera scelta!) a prostituirsi. Trenta euro il prezzo del suo atroce assassinio. Cristina non è la sola ad essere stata brutalizzata dall'idraulico fiorentino che  ha ammesso di aver commesso violenza anche nei confronti di altre prostitute.

C'è chi ha affermato che sarebbe sufficiente consentire la costituzione di cooperative di sex workers o la condivisione degli appartamenti ove si lavora per sradicare la violenza che si esercita nei loro confronti. Con tutto il rispetto per chi l'ha formulata, l'ipotesi mi pare piuttosto ingenua per alcuni, semplicissimi motivi. In primo luogo, non esiste alcun sistema di regolamentazione della prostituzione che contempli come unica forma di organizzazione la cooperazione o, comunque, la condivisione di appartamenti fra le donne che la praticano.

Non esiste alcuno Stato neoregolamentarista in cui le cooperative o i bordelli abbiano determinato la scomparsa della prostituzione di strada.

Ci si potrebbe chiedere anche perché, là dove è consentito crearle, le cooperative non si siano diffuse in modo capillare, soppiantando altre forme di organizzazione della pratica prostituente. Formulo, per interpretare il fenomeno, due ipotesi complementari. La costituzione di una società cooperativa richiede generalmente un atto pubblico e l'adempimento di procedure burocratiche, mentre lo stigma, che colpisce le persone prostituite in tutti gli Stati del mondo, le induce a tenere celata la propria attività. La seconda ragione della scarsa diffusione delle cooperative va probabilmente individuata nella concorrenza alimentata dal genere di attività che si vuole esercitare per il più breve tempo possibile, ciò che induce ad incrementare il numero dei clienti e dei rapporti da praticare in un arco temporale ristretto.

Quel che mi preme sottolineare, però, è quanto sia illusorio credere che esercitare la prostituzione nell'ambito di una cooperativa o al chiuso garantisca sicurezza. I rapporti sessuali sono celati allo sguardo altrui, sicché un malintenzionato può escogitare mille espedienti per soffocare le grida della donna nei confronti della quale sta esercitando violenza e impedire l'intervento di altre persone. Anche nel caso in cui le colleghe si rendessero conto di quel che sta accadendo, l'arrivo della polizia potrebbe risultare tardivo, mentre l'irruzione nella stanza potrebbe far correre loro notevoli rischi.

L'omicidio insoluto della vittima ungherese della tratta Bernadette Szabò nel 2009, accoltellata in un bordello legale del quartiere a luci rosse di Amsterdam, mostra come la pratica dei rapporti mercenari in un locale autorizzato non garantisca protezione contro la violenza. Inoltre, anche se il crimine è stato eseguito in una zona controllata, quasi quattro anni dopo, non è stato ancora individuato alcun responsabile né dell'omicidio, né della tratta della donna. Riprenderò in altra occasione il tema della scarsa sicurezza dei bordelli per chi vi opera.

Vorrei soffermarmi un attimo sulle convinzioni "culturali" che potrebbero aver armato la mano dell'assassino. Innanzitutto un numero considerevole di clienti ritiene, una volta esborsato il denaro, di aver diritto di fare qualsiasi cosa desideri, senza tenere in alcuna considerazione le reazioni della donna sulla quale ritiene di aver acquisito un potere temporaneo, sì, ma illimitato.

Inoltre - ed è questa un'osservazione fondamentale - il ricorso alla prostituzione comporta una particolare concezione della donna che la pratica. Quest'ultima non viene riconosciuta come pieno soggetto umano, ma come oggetto,  come merce o, come afferma Julia O' Connell Davidson, come una "persona che è fisicamente viva, ma socialmente morta, cioè senza potere, nascita e onore". [La prostituzione. Sesso, soldi e potere, p.182] "La costruzione delle prostitute come «Altro» serve effettivamente ad offrire ai clienti degli oggetti sessuali disumanizzati e degradati pronti per l'uso" [p.185] Questo rende più facile commettere atti di violenza nei loro confronti.

E' proprio questa concezione che possiamo definire "stigma", il quale risulta quindi connaturato alla prostituzione, nel senso che se non esistesse renderebbe assai più basso, se non prossimo a zero, il numero dei clienti. Per questo lo stigma continua a persistere negli Stati che hanno regolamentato la prostituzione, nella Nuova Zelanda, come in Australia e nei Paesi Bassi.

Per questo sostengo che la prostituzione sia intrinsecamente violenta.

Rendersene conto rappresenta, a mio parere, un primo fondamentale passo per giungere all'implementazione di soluzioni e di progetti che consentano di prevenire l'ingresso nella prostituzione o di facilitarne l'uscita: dall'introduzione di un reddito garantito, alla riduzione dell'orario di lavoro, alla realizzazione di programmi di formazione professionale, al riconoscimento dei titoli di studio delle migranti, all'approvazione di una normativa che consenta la libera circolazione delle persone di cittadinanza extraeuropea ecc.

E' essenziale poi che tutti gli uomini si rendano conto che non esiste una categoria di donne-merci da consumare e sulla quale esercitare un dominio assoluto. Nessuna persona può essere concepita come un "oggetto sessuale disumanizzato, pronto per l'uso".


Vedi anche:
La violenza diminuisce nel modello nordico
Lo stupro a pagamento non è un lavoro come un altro
Intervista a Kajsa Ekis Ekman (Lunanuvola)
Che bello lavorare in un FKK! (Il Ricciocorno Schiattoso)

Una ricerca negli Stati Uniti dice che le ragazze subiscono le molestie dei propri compagni senza denunciarle, considerandole un fatto sgradevole, ma normale, perchè ne danno per scontata l'esistenza in un contesto maschilista. 

Qualcuno commenta che non bisogna aver paura di reagire, di fronte ad una molestia a volte è sufficiente uno schiaffo. A margine di studi o fatti di cronaca sulle molestie sessuali, questa è un'affermazione frequente, talvolta accompagnata dalla considerazione che le donne possono o devono sapersi difendere da sole. 

A commento di una serie di denunce anonime riguardanti casi di molestie all'Università di Roma, anni fa, il sociologo Franco Ferrarotti disse che si trattava di una tempesta in un bicchier d'acqua, di una esagerazione«Qualche episodio potra' essere successo e non me ne stupisco perche' questo è un aspetto non positivo dell'università' di massa, come dimostrano i casi di alcune università americane. Ma a Roma credo che non si possa parlare di fatti gravi. Insistere sulle molestie subite sarebbe comunque quasi sprezzante proprio per le studentesse, che sono tutte maggiorenni: non credo che si facciano mettere facilmente le mani addosso e se succede basta uno schiaffo per rimettere le cose a posto»Il già noto Luigi Soriga spiega la denuncia da parte di una donna con la sua fragilità: lei è affetta da disagio psicofisico, stati d’ansia, insonnia, mentre un’altra donna (evidentemente più forte) magari avrebbe liquidato l’episodio con uno schiaffone e una valanga di insulti. Le deputate PD apostrofate con insulti sessisti da un onorevole del M5S sono state rimproverate di aver querelato, mentre invece potevano reagire con un sano vaffanculo.

Una donna forse può risolvere così, con gli insulti, con uno schiaffo, però correndo almeno due rischi: quello di fare male al suo molestatore, passando dalla parte del torto, oppure quello di esporsi ad una reazione ancora più violenta.

L'idea che sia normale, adeguato, proporzionato, sistemare le molestie con un insulto o con uno schiaffo ha un presupposto, che nulla c'entra con la valutazione sulla forza delle donne. Che le molestie siano in sostanza un fatto di maleducazione, un corteggiamento maldestro, e non un reato. A nessuno, infatti, verrebbe in mente di dichiarare sufficiente uno schiaffo per mettere a posto un borseggio, un taccheggio, un parcheggio in divieto di sosta. Comportamenti di lieve o relativa gravità, ma chiaramente riconosciuti come violazioni di legge.

In verità, basta credere sia sufficiente rispondere con uno schiaffo, per banalizzare le molestie e contribuire a rinforzare il contesto maschilista che le legittima.



Vedo almeno due motivi per essere contrario alla riforma del senato proposta da Matteo Renzi e Maria Elena Boschi. Il primo è un motivo parziale, il secondo più oggettivo.

1) La sfiducia nella qualità delle leggi che potranno essere adottate in futuro. Storicamente la sinistra è stata a favore del monocameralismo. Una sola camera vuol dire leggi approvate in una sola lettura. Dunque, cambiamenti più rapidi. In un cliclo storico riformatore, come il trentennio compreso dal dopoguerra agli anni 70, il bicameralismo ha costituito un rallentamento, per l’approvazione di provvedimenti favorevoli ai lavoratori, ai poveri, agli studenti, alle donne, all'insieme della cosiddetta sinistra sociale. Tuttavia, in un ciclo storico controriformatore, come sono stati gli anni ‘80 e poi il ventennio berlusconiano, il bicameralismo ha costituito un’argine. Così, a secondo delle aspettative che abbiamo nei confronti del ciclo storico prossimo futuro, se lo immaginiamo imperniato in prevalenza su valori collettivi, solidaristici, cooperativi o competitivi e individualisti, possiamo preferire un procedimento legislativo più decisionista o più valutativo. Dato che la crisi finanziaria globale non ha messo sostanzialmente in discussione l'egemonia liberista sulle politiche dei governi, continuo a preferirne uno più valutativo.

2) L'ncomprensione per un bicameralismo imperfetto. In alcuni paesi la camera alta è l'evoluzione del vecchio consiglio regio, in altri è l'espressione di regioni e stati federati. L'Italia ha adottato il bicameralismo perfetto, con entrambe le camere elette a suffragio universale fin dalla caduta della monarchia ed è uno stato unitario.
Posto che sia preferibile il monocameralismo, anche ai fini di una riduzione dei costi della politica, si fatica a capire perchè Renzi e Boschi vogliano trasformare il senato in una camera non elettiva delle autonomie, anziché abolirlo del tutto. Proposte di correzione alle leggi ordinarie possono venire direttamente dalle autonomie locali. Mentre il potere di intervento su leggi costituzionali e di revisione costituzionale richiede almeno una legittimazione democratica diretta, non una nomina. Tanto più che un senato composto da 108 sindaci dei capoluogo, 21 presidenti di Regione, e 21 esponenti della società civile nominati dal presidente della repubblica andrebbe ad affiancarsi ad una camera dei deputati eletta con l’Italicum, cioè con liste bloccate, senza voto di preferenza, tre soglie di sbarramento e premio di maggioranza per chi raggiunge il 37%, altrimenti ballottaggio tra i primi due. Quindi, con una sproporzionata alterazione della rappresentanza. Una sproporzione già riscontrata negli effetti della legge elettorale (il porcellum) con cui è stato eletto l'attuale parlamento, che secondo il governo, ormai dopo le elezioni europee, dovrebbe metter mano, non solo alla legge elettorale, ma persino alle riforme costituzionali.


Riferimenti:



Mentre il «femminismo moralista» esiste solo come proiezione ad uso e consumo di un surreale attivismo libertario, il moralismo, quello vero, agisce per voce e tastiera dei soliti maschilisti. Quelli che, appena vedono una ragazza con scoperto qualche centimetro in più di pelle, si sentono subito autorizzati ad apostrofarla come «puttana», in modo diretto o in tante varianti allusive, a seconda della loro greve creatività. 

In questi giorni, la tanto discussa foto di Paola Bacchiddu è stata presa a pretesto da molti maschietti, e pure da qualche donna, per dare sfogo alle proprie pulsioni misogine. Tra questi, il più noto è stato forse l'onorevole (si fa per dire) Mario Adinolfi, che nella sua meschina ignoranza ha confuso un reato con una battuta.

La responsabile nazionale della comunicazione per la Lista Tsipras, Paola Bacchiddu, ha postato la propria foto in bikini sulla sua bacheca di Facebook, con il messaggio: «Ciao. È iniziata la campagna elettorale e io uso qualunque mezzo. Votate L'altra Europa con Tsipras».

Alessandro Giglioli spiega oggi la scelta di Paola come un gesto di esasperazione: «in questo Paese e con questo sistema mediatico, l’unico modo per finire sui giornali è mostrare le tette o il culo». Non dice se ha fatto bene o male, lascia decidere ai lettori, chiede solo di tener conto del contesto. «Con una foto delle vacanze, Paola è riuscita a ottenere molto più spazio di quanto aveva conquistato pubblicando centinaia di notizie, analisi, video, infografiche e interviste sull’austerità, sul fiscal compact, sull’aumento della forbice sociale, sul programma della lista Tsipras e sulla e idee di Barbara Spinelli».

Riguardo il contesto, credo che far dipendere lo scarso interesse per la Lista Tsipras, e quindi il suo boccheggiamento nei sondaggi, dall'oscuramento mediatico, sia una operazione un po' pigra. Vi sono state forze politiche emerse nel totale oscuramento mediatico. La Lega dei primi anni '90 o il Prc di Garavini e Cossutta. Il M5S inizialmente si è sviluppato soltanto intorno al blog di Beppe Grillo. Ormai, metà dell'informazione è su Internet, dove ci si può autorappresentare senza passare per filtri redazionali. Come può essere resa virale una foto, può esserlo una proposta politica, se interessante, convincente, credibile, sostenuta da leader e candidati legittimati. E' possibile anche ricevere attenzione dai media tradizionali. In passato, proprio in rappresentanza di questa area politica, Fausto Bertinotti ha per molto tempo ricevuto un discreto riscontro in televisione e sui giornali.

Riguardo il fatto, penso che qualsiasi fatto possa essere valutato secondo almeno tre criteri di giudizio. 1) Normativo: risponde alla domanda se il fatto è legittimo, cioè conforme alla legge, alla regola pubblica o se dovrebbe esserlo; 2) Etico: risponde alla domanda se il fatto è morale, giusto, cioè conforme alla nostra regola interiore. 3) Politico: risponde alla domanda se il fatto è opportuno, cioè conveniente, se porta vantaggi, se è efficace.
Spesso nelle discussioni, questi piani di giudizio si confondono. Si afferma qualcosa su uno e si riceve risposta sull'altro.

Sul piano normativo c’è poco da dire. Paola ha osservato la legge, i regolamenti, la netiquette, non ha violato alcuna regola, ha esercitato il suo diritto di iniziativa. Il suo atto è pienamente legittimo. Una campagna volta a difendere la libertà di una donna di usare il proprio corpo come meglio crede, che pure è stata promossa [1] [2], sfonda una porta aperta, salvo immaginare Paola Bacchiddu come una compagna di lotta di Aliaa Magda el Mahadi, la giovane blogger egiziana che si mostrò nuda sul suo blog, per protestare contro una società che induce o costringe le donne a velarsi. Scrive Cinzia Arruzza:

Presentare l’Italia come un paese in cui ci si scandalizza come delle suorine in un convento appena una tetta trapela sotto la maglietta è semplicemente ridicolo. È ormai da qualche decennio che siamo tutti e tutte bombardati da immagini di tette, culi, labbra, vagine, farfalline, caviglie, cosce, e ogni tanto persino peni, per gentile concessione. La comunicazione è talmente saturata di sesso e sessualità che ormai le parti anatomiche circolano come significanti separati dal corpo a cui teoricamente dovrebbero appartenere, sono mezzi di scambio e comunicazione, contribuiscono a costruire e gestire affetti, e partecipano al generale feticismo delle merci. Quello di cui alcune e alcuni si sono scandalizzati non è l’esposizione di un bel corpo seminudo. L’appello all’autodeterminazione c’entra come i cavoli a merenda. Quello di cui ci si scandalizza casomai è l’ormai evidente divorzio tra mezzo e contenuto.

Che qualcuno possa avere inviato a Paola qualche messaggio irritato, aggressivo, maleducato è deplorevole, purtroppo succede a chiunque si esprima in pubblico, ma è un po’ poco per vedere messa in pericolo la libertà individuale e per imputare un tale pericolo al femminismo, ad una sua presunta componente moralista, o a qualche altra entità collettiva.
Paola non è stata censurata, il suo post è stato ripreso dai siti dei principali quotidiani, in modo benevolo e divertito. Infatti, la foto in bikini è stata usata proprio come mezzo sicuro per bucare una censura di fatto.
Sul piano delle regole, l’unica cosa che eventualmente può essere contestata a Paola Bacchiddu, in quanto «capo comunicazione nazionale della Lista Tsipras», è di aver rappresentato il suo movimento con una iniziativa, nella quale i candidati, i dirigenti, i militanti, i volontari, potrebbero sentirsi non rappresentati o persino sconfessati.

Sul piano etico, si può ritenere che Paola abbia agito bene, perchè ha servito una causa giusta (dare visibilità alla sua Lista), senza fare del male a nessuno. Oppure si può ritenere che abbia agito male, perchè ha puntato a sedurre, ad offrire uno specchietto per le allodole, l’immagine del suo bel corpo, per carpire l'attenzione dell'opinione pubblica, o il un consenso dei suoi potenziali elettori, che poi gli eventuali eurodeputati eletti potrebbero spendere in voti, deliberazioni, scelte politiche, in dissenso con chi ha manifestato consenso solo per un bel fondoschiena.
Nel 1993, alle elezioni comunali di Torino, un candidato del Pds, Stefano Esposito, ebbe una idea: scrivere una lettera a tutti i cittadini elettori di cognome Esposito. L’iniziativa fu criticata. Un espediente di dubbia correttezza il suggerire che l’omonimia possa essere affinità politica, anche se ovvio che l’individuo gestisce il suo cognome come preferisce, anche a scopo di marketing politico.
Spesso, i partiti politici usano espedienti per conquistare consenso. Puntando sulla bellezza dei candidati, sulla loro notorietà conquistata in campi diversi dalla politica, su proposte demagogiche, sulla lotta contro capri espiatori, sull’invettiva e la violenza verbale, per guadagnare un consenso che poi spenderanno in modo del tutto svincolato dalle ragioni per cui l’hanno ottenuto.

E’ morale, è opportuno, che una lista di sinistra alternativa faccia altrettanto, faccia lo stesso? Può usare i mezzi degli altri, per affermare contenuti diversi? Diceva Mao: «Se usi il fango per fare una casa, avrai una casa di fango».

Sul piano dell’opportunità, si può pensar bene, perchè l’obiettivo dell’attenzione è stato raggiunto. Oppure si può pensare male, perchè è stata ottenuta un’attenzione fine a se stessa e in buona parte negativa. Il proprio campo è stato diviso. Quella che voleva essere una provocazione contro i media, strada facendo, è presto diventata una provocazione contro le femministe, sostenuta da articoli e commenti misogini, si è dato luogo ad un conflitto tra “post” e “vetero” femministe. Si è riproposta l’immagine della donna oggetto, del corpo femminile ridotto a cosa per vendere cose. Un messaggio incoerente con la candidatura qualificante di Lorella Zanardo.
Ne rimane la sottovalutazione costante delle tematiche femministe. Come non fossero davvero parte di un progetto politico. Come se le donne non fossero considerate davvero elettrici. La foto in bikini si rivolge ai maschi elettori. Sulle tematiche femministe si è di nuovo consentito di buttarla in caciara, tanto è roba da donne e non determinano spostamenti di voti.

Forse uno dei motivi per cui la sinistra alternativa risulta poco interessante, non solo nei media tradizionali, ma anche nei nuovi media, se è ridotta ai minimi termini, se combatte sempre per galleggiare appena sopra la soglia di sbarramento, è anche per questo suo non prendere seriamente in considerazione oltre la metà dell’elettorato.


Sullo stesso argomento puoi leggere:

A Sassari, un uomo ha aggredito una donna, violando il domicilio di lei e poi picchiandola. La Nuova Sardegna ne ha dato notizia, con un articolo titolato Lei lo sveglia troppo presto e lui la riempie di botte. a firma di (lu.so.). L'articolo è analizzato e criticato da Michela Murgia con un post su Facebook. Per la scrittrice, l'articolo racconta l'episodio della violenza dal punto di vista dell'abusante. L'autore dell'articolo Luigi Soriga, non gradisce le critiche e attacca Murgia in modo insultante con un post di replica. La vicenda è riepilogata da un articolo del Ricciocorno. Uno dei blog che ha aderito alla lettera aperta promossa dal sito In Quanto Donna, indirizzata al direttore della Nuova Sardegna, per chiedere che l'informazione chiami la violenza con il proprio nome. Lettera alla quale ho aderito io stesso.

La questione è importante, perchè il modo di fare informazione, forma o conferma i modelli culturali dell'opinione pubblica. Un modello culturale che confonde la violenza con il conflitto, la comprende e ne legittima la plausibilità, ne costituisce una condizione favorevole. Se la narrazione della violenza continua ad assumere il punto di vista del violento, i violenti continueranno a pensare di essere in diritto di agire come tali, o quanto meno di poter avere delle ragioni comprensibili dall'ambiente circostante, e forse anche dalle autorità.

Sul tema dell'ironia e sugli argomenti impertinenti usati dal Soriga nella sua autodifesa, ha scritto bene il Ricciocorno. Mi limito ad evidenziare il sessismo che fa da sfondo a riferimenti e definizioni: la tintura dei capelli, la femminista invasa, la maestrina dalla penna rossa. Due sono i punti difensivi. Il giornalista dichiara di aver voluto usare un tono ironico e di non considerare il violento una persona normale. Quindi, è chiaro che starebbe dalla parte della ragazza. Non c'è motivo di non credergli, tuttavia questi due punti, anziché risolvere, sono parte del problema.

L'ironia è una modalità di comunicazione ambigua. Il suo contenuto può essere facilmente frainteso. Specie su temi sui quali non vi è una condivisione di valori e di interpretazioni. Come si può leggere in un altro articolo dello stesso autore, il molestatore è ridotto a corteggiatore maldestro, la donna che lo denuncia una disagiata psicofisica, che solo fosse stata meno fragile se la sarebbe sbrigata con uno schiaffone. Di fronte a chi legge così la realtà, l'ironia è davvero inappropriata.

Chi ironizza forse ridicolizza, forse attribuisce poca importanza, forse vuol far passare contenuti inaccettabili se detti seriamente, forse rivela quel che pensa realmente. Chi vuole essere chiaro, non sceglie di essere ironico. Chi vuole un paravento per proteggersi da eventuali critiche, invece spesso sceglie di essere ironico. Come che sia, nel leggere l'articolo non ho colto un particolare tono ironico da parte dell'autore. Traspare solo un senso di sottovalutazione, come se l'autore pensasse di raccontare un fatto di cronaca poco importante e un po' ridicolo. In fondo pensa che lui non sia normale. Non è normale aggredire una donna, perchè ti ha svegliato troppo presto. In effetti, non lo è, non dovrebbe esserlo, sul piano della norma della convivenza civile. 

Ma il giornalista pensa che l'aggressore non sia normale di cervello. Cioè, sia un matto. Molti articoli di cronaca rappresentano i partner violenti come dei matti, persone con problemi psichiatrici o psichici, in preda alla rabbia o alla passione, o a qualche altro sentimento negativo, la frustrazione, l'umiliazione, l'avvilimento, la paura, etc. I quali reagiscono in modo sconsiderato a qualcosa agito da lei, che se non ci fosse stato, avrebbe permesso di mantenere la quiete e di evitare la tempesta. Un vecchio motto popolare dice che ai matti bisogna sempre dare ragione. Così, se lui è matto, lei è almeno inopportuna. Spesso i giornalisti, in modo esplicito o implicito, serio o ironico, si precipitano a dare una spiegazione psichiatrica o psicologica del violento che poi solo in minima parte trova riscontro nelle perizie. Quasi sempre, il violento è un normalissimo prepotente. Uno che pensa di dover dare una lezione a chi non vuole sottomettersi. Un bel guaio se lo pensano anche i giornalisti. Gli stessi che poi si irritano se ricevono una lezione da una scrittrice. A riprova del fatto che non vi è condivisione di valori e di interpretazioni. In un mondo normale, sarebbe scontato che in cattedra ci deve stare chi scrive libri e non chi mena le mani.



di Maria Rossi



Queste parole non sono state pronunciate da Alice Schwarzer, la femminista pasionaria tedesca che si batte per l'abolizione della prostituzione ed ha recentemente lanciato un appello in tal senso, sottoscritto anche dalla grande Margarethe von Trotta . No. A pronunciare queste parole è stato Helmut Sporer, commissario generale della polizia criminale di Augusta, città della Baviera di 300.000 abitanti circa, con una delle più elevate concentrazioni di locali dove ci si prostituisce. Le ragazze che praticano rapporti mercenari sono 600-700, disperse in 11 grossi bordelli e 130 appartamenti. Sporer si occupa da 20 anni di lotta contro la tratta e contro lo sfruttamento della prostituzione ed ha constatato un grave deterioramento della situazione dopo la promulgazione della legge del 2002: la ProstG. 

Matthias Lehmann e Sonja Dolinsek vorrebbero farci credere che il fallimento della legge debba attribuirsi alla sua mancata implementazione in molti Stati della Repubblica Federale tedesca dovuta alla persistenza di remore morali nei confronti della prostituzione. 

Le critiche di Matthias Lehmann e Sonja Dolinsek non mi paiono affatto pertinenti. L'inchiesta di Der Spiegel illustra, infatti, i drammatici effetti sulle condizioni di vita delle prostitute prodotti dall'applicazione della ProstG nei legalissimi bordelli e nelle vie di Colonia dove si pratica in conformità della legge, mentre Matthias Lehmann e Sonja Dolinsek ci rendono edotti del fatto che molti Länder (altri evidentemente sì) non consentono di prostituirsi o di sistemare un bel FKK a mezzo metro da un Kinderkrippe (asilo nido), da un Kindergarten (scuola dell'infanzia) o da una Grundschule (scuola elementare). I due studiosi ci informano che vi sono Stati federati che non permettono di prostituirsi o di piazzare un mega bordello a 2 m. dal Duomo di una città, ma ne impongono la costruzione in periferia o consentono di praticare la prostituzione solo di notte. Esisterebbero persino cittadine di 29.000 abitanti e paesini di 300 abitanti che non potrebbero vantare neppure un bordellino in formato mignon! Ora, tutto ciò non ha alcuna attinenza con le questioni sollevate dall'inchiesta di Der Spiegel. Che venga vietato l'esercizio della prostituzione nelle vicinanze di una chiesa cambia forse il modo in cui vengono trattate le ragazze in un legalissimo bordello?

Relativamente alle migranti (il 65% del totale secondo un rapporto Tampep che risale al 2009, pp.22-23) che esercitano la prostituzione in Germania, il 70% proviene da Paesi centro ed est europei e ad esse si applica la ProstG. Inoltre confesso di aver letto frettolosamente la legge tedesca sull'immigrazione (mi riprometto di rileggerla), e quindi, può darsi che l'informazione mi sia sfuggita. Resta il fatto che non sono riuscita ad individuare un articolo che annoveri tra le cause di esclusione del rilascio del permesso di soggiorno l'esercizio della prostituzione. Teniamo presente che l'immigrazione è una materia legislativa di competenza federale.

In realtà, la legge ProstG è un disastro, proprio perché, da un lato (lato business) funziona benissimo, dall'altro (quello dei diritti di chi la pratica) si è rivelata completamente inefficace e non perché molti Länder non permettono di costruire FKK nei pressi dei conventi, ma perché è imperniata sul falso presupposto che la prostituzione sia un lavoro come un altro. 

Ha riconosciuto la validità del contratto tra clienti e prostitute, consentendo a queste ultime di rivolgersi alla magistratura per esigerne l'esecuzione, scrivono Matthias Lehmann e Sonja Dolinsek. Peccato che siano pochissime le donne prostituite che hanno denunciato un cliente per mancato pagamento della prestazione. In compenso, dell'esigibilità del contratto profittano clienti e gestori di FKK. "Fedele al motto: "E' bello essere un pascià", l'omonimo locale: il Pascha, il più grande bordello d'Europa, con sede centrale a Colonia e filiali a Monaco, Salisburgo e Linz, offre ai suoi clienti (circa 800 al giorno e 1000 nei week-end) la garanzia "soddisfatti o rimborsati", che si applica, come è noto, alle merci. In fondo, cosa sono le donne, per tanti clienti e proprietari di bordelli, se non prodotti provvisti di organi genitali (oggetti sessuali, appunto), che possono deludere le aspettative dei compratori, i quali possono, pertanto, pretendere il rimborso dell'importo versato? Il Pascha si vanta di essere l'unico bordello al mondo ad offrire questa "fantastica" garanzia ai suoi amati clienti. Chissà che non ve ne siano altri, invece, fra i 3000-3500 esistenti o che la "magnifica" idea non ispiri presto altri ingegnosi gestori di FKK et similia. 

La scrupolosa tenutaria dei bordelli Fun Garden e Ville Auberge a Emmerich nella Renania Settentrionale-Vestfalia, invece, annotava nei registri di contabilità "la qualità delle prestazioni" offerte dalle "sue" ragazze. Ogni cliente era infatti invitato a compilare un questionario di valutazione del rapporto appena consumato, o meglio, della merce appena acquistata, visto che in cambio riceveva un buono acquisto di 5 euro, come nei supermercati.[Der Spiegel 1/2014]. Il contratto deve essere eseguito a regola d'arte dalla prostituta...mica dal cliente! Nel bordello "Su Casa", nella zona industriale di Lechhauser, Sabina viene stuprata da un cliente, ma il tribunale non riconosce la sussistenza del reato, dal momento che la ragazza ha accettato il rapporto sessuale. Trattasi evidentemente, per il giudice in questione, di puro e semplice adempimento del contratto stipulato con il cliente. (Dell'articolo esiste anche anche la traduzione in francese).

Nel 2007 il Ministero della Famiglia, come rivela l'inchiesta di Der Spiegel, ha redatto un rapporto dal quale si evince come la nuova normativa non abbia «apportato alcun apprezzabile miglioramento reale alla sicurezza sociale delle prostitute» e alle loro condizioni di lavoro. Del resto, soltanto l'1% delle donne intervistate aveva dichiarato di aver sottoscritto un contratto di lavoro come prostituta. Analogamente, le iscrizioni delle prostitute alla previdenza sociale sono quasi inesistenti

Quanto all'assicurazione sanitaria, proprio dalla ricerca della dottoressa Barbara Kavemann, cui rinvia l'articolo di Matthias Lehmann e Sonja Dolinsek, si apprende che su un totale di 245 prostitute, solo 13 nel 2007 risultavano iscritte all'assicurazione sanitaria in quanto prostitute. Tutte le altre avevano indicato una professione diversa. [www.cahrv.uni-osnabrueck.de pag. 20].

Matthias Lehmann e Sonja Dolinsek osservano che la legge proibisce l'esercizio di qualsiasi forma di coercizione da parte dei datori di lavoro nei bordelli, ma la questione è che è assai difficile dimostrare l'infrazione di questo divieto in mancanza della testimonianza delle vittime, qualsiasi prova oggettiva si riesca a fornire. E' questo il significato da attribuire alle amare parole di Helmut Sporer, il commissario di polizia che da 20 anni si occupa della lotta contro il prossenetismo e la tratta:

La legge concede ora ai proprietari dei bordelli un potere direttivo sulle donne prostituite. Essi hanno ormai il diritto di dar ordini alle donne. Rimane illegale soltanto imporre le peggiori pratiche sessuali, vale a dire certe specifiche pratiche con alcuni clienti. Ma, concretamente, tutte le forme di subordinazione sono diventate lecite con l'approvazione di questa legge. Ora fanno parte del potere direttivo dei proprietari dei bordelli. Le donne non sono più tutelate [dall'arbitrio] di queste persone e ciò per motivi connessi alla legge: la polizia, molto semplicemente, non può più intervenire. 

E' per altro assai difficile garantire il rispetto del divieto di imposizione di pratiche sessuali non gradite. Nel 2011 i tre gestori del Pascha di Monaco sono stati accusati di sfruttamento della prostituzione. Avrebbero, fra l'altro, costretto alcune donne a praticare rapporti orali senza preservativo. A causa dell'impossibilità di fornire prove inconfutabili di queste accuse, i tre sono stati rilasciati. L'anno scorso una redattrice del periodico femminista Emma si è recata però al Pascha di Colonia, fingendo di essere interessata a esercitare la prostituzione nel locale. Uno dei responsabili le ha fornito l'elenco delle pratiche sessuali obbligatorie: rapporto vaginale in tutte le posizioni desiderate dal cliente, rapporti lesbici se richiesti da quest'ultimo e la fellatio senza preservativo (qui la versione francese dell'inchiesta). Se il più grande bordello d'Europa si permette di infrangere così platealmente la legge, sicuro dell'impunità, attentando alla salute delle ragazze che vi praticano la prostituzione, proviamo ad immaginare cosa possa accadere in un bordello meno famoso che non sia oggetto della costante attenzione dei media.

Inoltre, la concorrenza ha ridotto i prezzi e ha prodotto il deterioramento delle condizioni di lavoro. Helmut Sporer osserva come sempre più frequentemente i clienti richiedano rapporti sessuali senza l'uso del preservativo, che molte prostitute acconsentono a praticare per guadagnare di più e per acquisire un vantaggio nel mercato altamente competitivo del sesso. 

L'articolo di Matthias Lehmann e di Sonja Dolinsek si sofferma poi sulle questioni dello sfruttamento della prostituzione e della tratta.

Relativamente a questi gravi problemi, le critiche rivolte alla legge riguardano il fatto che è diventato impossibile effettuare un'ispezione in un bordello senza che sussistano chiari indizi di commissione di un reato, e, soprattutto, che quest'ultimo, quali che siano le prove oggettive raccolte, non può essere accertato senza la testimonianza delle vittime, le quali raramente sono disposte a presentare querela e a deporre in un processo. [caloupile.blogspot.it] [http://ressourcesprostitution.wordpress.com] 

Oltre al caso del Pascha e di un importante bordello di Augusta, si può citare quel che è accaduto al Fun Garden e a Ville Auberge a Emmerich. La proprietaria dei due bordelli annotava diligentemente nei registri contabili le sanzioni pecuniarie inflitte alle donne che iniziavano il turno in ritardo (50 euro), che non ripulivano la cucina (10 euro), che non volevano o non potevano più lavorare (100 euro), l'orario e i turni di lavoro da rispettare, la durata di ciascun rapporto. Le ragazze non avevano diritto di scegliere o rifiutare i clienti e il "successo delle loro prestazioni" veniva accuratamente annotato. Una parte dei loro guadagni era estorta dalla proprietaria dei due bordelli e dal marito. Questi elementi concorrerebbero, in base all'art.181a del Codice Penale tedesco, a configurare il reato di sfruttamento della prostituzione,  eppure la tenutaria dei due bordelli e il compagno, malgrado avessero lasciato prova scritta del crimine commesso, non sono stati condannati per prossenetismo, per la comprensibile riluttanza delle vittime a testimoniare. Sono stati riconosciuti colpevoli di altri reati, non di questo

In conclusione, il rigore e la drammatica verità dell'inchiesta di Der Spiegel non mi paiono affatto scalfiti dalle critiche in larga misura poco pertinenti di Matthias Lehmann e di Sonja Dolinsek. 



di Maria Rossi


Sulla prostituzione nei Paesi Bassi è stata pubblicata la traduzione di un articolo che mi propongo di confutare.

Nel post si dichiara che il rapporto Schijin-Schaapman, avrebbe decretato che tra il 50 e il 90% delle prostitute operanti nel quartiere a luci rosse di Amsterdam sarebbero vittime di tratta. Questa tesi non troverebbe tuttavia un riscontro, anche alla luce del fatto che il ‘absolute doorlaatverbod’ obbliga legalmente il Dipartimento per le Investigazioni Criminali ad intervenire qualora ci fosse anche solo il dubbio di traffico di esseri umani. I due autori del rapporto non sono mai stati chiamati a rispondere della veridicita’ dei dati da loro utilizzati.

Una precisazione: il titolo autentico del rapporto non è quello riportato nella traduzione, ma è questo: Schone Schijn,  che significa Salvare le apparenze La relazione non è stata redatta da due pincopallini qualsiasi, che avrebbero prodotto dati falsi o di dubbia veridicità, come parrebbe doversi dedurre dalla lettura dell'articolo tradotto. No, signori! Essa è stata elaborata dal Korps landelijke politiediensten (KLPD) Dienst Nationale Recherche, come si può agevolmente constatare dalla lettura del frontespizio. Trattasi cioè di un rapporto di polizia, pubblicato nel 2008, dal contenuto, per altro, ancora più dirompente di quello che gli attribuisce l'autore dell'articolo tradotto. A pag.14 si asserisce, infatti, che gli indizi comprovanti la tratta non vengono colti dalla polizia e che nelle tre città oggetto del rapporto: Amsterdam, Utrecht e Alkmar (dunque non solo nel Wallen, il celebre quartiere a luci rosse della capitale) si stima che una percentuale compresa fra il 50% e il 90% di prostitute non lavorino volontariamente, siano cioè soggette a qualche forma di coercizione. [in alle drie de steden schatten zij het percentage onvrijwillig werkende vrouwen op 50-90% ] La stima più prudente, prosegue il rapporto, corrisponde a 4000 vittime di tratta (slachtoffers van mensenhandel) presenti nella sola città di Amsterdam. (Uitgaande van de laagste schatting van 50%, zou dit alleen al in Amsterdam 4.000 slachtoffers van mensenhandel op jaarbasis inhouden). 

Tuttavia, non è solo questo dato (altri, altrettanto significativi, li ritroveremo in ulteriori documenti che vi segnalerò fra poco) a conferire un'indubbia rilevanza al rapporto in questione. Le stesse circostanze che hanno condotto alla sua elaborazione appaiono estremamente interessanti. Esse non sono riconducibili al bisogno di verificare la fondatezza delle asserzioni, comunque importanti dell'ex esponente del partito laburista Karina Schaapman, fondate su uno studio che non ho letto, ma che, stando all'articolo tradotto e pubblicato sul blog Al di là del buco, mi pare approdi a conclusioni inquietanti. Che la maggior parte delle prostitute presenti ad Amsterdam abbia contatti di diversa natura con membri della criminalità legata alla prostituzione mi sembra una notizia tutt'altro che rassicurante, qualsiasi cosa ne pensi il redattore dell'articolo che sto confutando. L'informazione, come vedremo, è, per altro, confermata da altre ricerche. 

La redazione di Schone Schijin da parte della polizia olandese è stata sollecitata dall'individuazione, dall'incriminazione e dall'arresto nel 2007 del gruppo criminale Dürdan, che ha rivelato l'esistenza, la gravità e la diffusione raggiunta nel Paese dai fenomeni della prostituzione coatta e della tratta che si credevano debellati in seguito all'abrogazione del divieto di gestione dei bordelli. [p.10 del rapporto]. Tali spietati magnaccia hanno potuto operare indisturbati in Olanda per dieci anni, grazie all'esistenza di un'ampia rete di complicità e di connivenze che ha rivelato quanto sia agevole la penetrazione della prostituzione coatta nel settore legale e regolamentato. Nel corso degli anni il gruppo criminale ha mantenuto contatti con la polizia, con i proprietari delle vetrine, con un'agenzia di consulenza fiscale incaricata di espletare le operazioni amministrative necessarie al rilascio dell'autorizzazione all'esercizio della prostituzione. Le ragazze sfruttate erano regolarmente registrate nei Comuni in cui erano domiciliate. Numerosi componenti del gruppo e parecchie vittime alloggiavano in un cottage ed avevano ottenuto uno sconto di gruppo, concesso anche da una clinica estetica che aveva eseguito su molte prostitute sfruttate interventi, richiesti dai prosseneti, di mastoplastica additiva. E' plausibile supporre che molte di queste persone fossero a conoscenza o, per lo meno, sospettassero l'esistenza dello sfruttamento della prostituzione, ma nessuno di loro ha mai pensato di rivelare i propri sospetti alla polizia. Inoltre, le ragazze sfruttate dal gruppo criminale, oltre a possedere tutti i documenti richiesti dalla legislazione olandese, avevano stipulato regolari contratti di affitto con i proprietari, legalmente autorizzati, delle vetrine delle cinque città dove esercitavano la prostituzione: Amsterdam, Alkmar, Utrecht, L'Aia e Haarlem. Alcuni gestori delle vetrine mantenevano i rapporti esclusivamente con le prostitute, altri facevano affari direttamente e senza problemi con i magnaccia. Anche i primi, tuttavia, erano spesso consapevoli, come si evince dalle intercettazioni telefoniche, dello sfruttamento cui erano sottoposte le ragazze da parte dei prosseneti, ma nessuno ha mai informato la polizia! [KLPD - Dienst Nationale Recherche, Politie, Korps landelijke politiediensten, Schone Schijn, cit., pp.11-12 e 32-39.] Altro che intervento tempestivo del Dipartimento per le Investigazioni Criminali al minimo sospetto di esistenza della tratta! 

Uno degli obiettivi politici che la regolamentazione intendeva conseguire era quello di sopprimere o, quanto meno, di ridurre drasticamente il fenomeno della tratta e della prostituzione coatta. Gli estensori del rapporto di polizia affermano che questo obiettivo non è stato conseguito. [Ibidem, p.24, Eén van de beleidsdoelen die met de opheffing van het bordeelverbod werd beoogd was de bestrijding van de exploitatie van onvrijwillige prostitutie. Uit het onderzoek Sneep blijkt dat deze doelstelling niet is gehaald]. Aggiungono, anzi, che l'attuale politica olandese non è sufficientemente attrezzata per identificare la tratta e la prostituzione coatta [Ibidem, p.100. Ten eerste is het huidige beleid niet voldoende uitgerust om onvrijwillige prostitutie ofwel mensenhandel te signaleren] ed è per questo che, malgrado l'ampiezza del fenomeno, solo una minuscola frazione di trafficanti e di sfruttatori della prostituzione viene individuata e perseguita.

Gli autori del rapporto, ad ogni modo, si sforzano di individuare alcune delle cause che nei Paesi Bassi intervengono ad ostacolare, se non ad impedire, l'implementazione di un'efficace politica di contrasto ai fenomeni della prostituzione coatta e della traffico di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale.
  • Il decentramento amministrativo conduce ad elaborare strategie di lotta contro la tratta eterogenee, diverse da un comune all'altro e non sufficientemente coordinate sul piano nazionale;
  • la cooperazione e la comunicazione tra le agenzie che dovrebbero contrastare la prostituzione coatta è insufficiente;
  • benché la legge attribuisca ai comuni una fondamentale funzione di controllo della prostituzione, le tre città oggetto del rapporto: Amsterdam, Utrecht e Alkmar non sono intervenute nella fase di segnalazione delle potenziali vittime di tratta e hanno delegato alla polizia i compiti di sorveglianza del settore e di accertamento della regolarità delle licenze di esercizio della prostituzione;
  • riconoscere la presenza della tratta non è compito delle autorità di registrazione. A queste ultime (ad esempio alla Camera di Commercio) possono essere presentati passaporti falsi, come in effetti è avvenuto parecchie volte;
  • le modalità di svolgimento dei controlli operati dalle forze dell'ordine li rende assolutamente inidonei all'identificazione delle vittime della tratta. Gli ispettori di polizia si limitano in genere a controllare la validità e la regolarità dei documenti delle prostitute. Alcuni chiedono soltanto la carta d'identità, altri il passaporto, altri ancora esigono anche il certificato di iscrizione alla Camera di Commercio e il numero di registrazione alla previdenza sociale obbligatoria. Il possesso dei documenti richiesti, tuttavia, non garantisce che la prostituta sia libera da vincoli coercitivi. Si pensi alle ragazze, perfettamente in regola, sfruttate dal gruppo Dürdan. Inoltre, non è raro che le prostitute possiedano documenti falsi. I controlli durano pochi minuti ed è improbabile che in questo breve lasso di tempo una vittima decida di confidarsi. Il fatto che le donne siano attentamente sorvegliate dai protettori e dalle guardie del corpo rende ciò ancora più improbabile. Inoltre, i controlli della polizia sono rigorosamente limitati al settore legale della prostituzione e trascurano completamente quello informale che - lo si apprende da altri studi- costituisce quasi la metà dell'intero settore.
  • La disponibilità delle vittime a denunciare la tratta è bassa per la paura di subire la violenza e le ritorsioni dei magnaccia o per il rapporto affettivo che hanno instaurato con loro ( è il fenomeno dei loverboys) o, infine, perché sono vincolate da un contratto. 
  • Sono state riscontrate gravi violazioni del codice di condotta cui le forze dell'ordine dovrebbero attenersi. Ispettori di polizia si intrattengono in piacevoli conversazioni nei bar con i proprietari delle vetrine o con i magnaccia e con le guardie del corpo e manifestano nei loro confronti un atteggiamento amichevole. Ciò, ovviamente, aumenta il rischio di collusione e riduce la fiducia delle vittime della tratta nelle forze dell'ordine. [Ibidem, pp.16 e 87. Riporto il brano di p.16: Andere afwijkingen van de gedragscode zijn prostitutiecontroleurs die koffie drinken bij exploitanten of raamverhuurders of controleurs die contacten onderhouden met pooiers of bodyguards. Dit laatste verhoogt ondermeer het risico op collusie of afglijdgevaar, iets waar ook de gedragscode voor waarschuwt. Bovendien komt deze handelswijze het vertrouwen van mogelijke slachtoffers van mensenhandel in de controleurs niet ten goede. Il brano di p.87 è tradotto anche in inglese da un cliente olandese trasferitosi in Gran Bretagna: «{a victim of forced prostitution said:} “When I see [prostitution inspectors] shake hands with pimps or [see] them throw an arm around them, and when I see [prostitution inspectors] drink coffee with the brothel operators, I have the feeling I can’t say anything anymore”». Una vittima delle prostituzione coatta ha dichiarato: «Quando vedo gli ispettori della polizia addetti al controllo della prostituzione stringere la mano agli sfruttatori o li vedo abbracciarli o bere un caffè con i gestori dei bordelli, ho la sensazione di non poter più denunciare nulla»]
  • Può accadere, infine, che, se una prostituta ritira una denuncia, non venga avviata alcuna indagine, malgrado questo comportamento sia illegale, perché la tratta è un reato perseguibile d'ufficio. [Ibidem, p.16]

Al di là di queste ragioni, però, a mio parere, il motivo cruciale dell'insuccesso, anzi, dell'impossibilità di impostare nei Paesi Bassi una seria politica di contrasto alla prostituzione coatta risiede nella legalizzazione stessa, che trascina con sé, inevitabilmente, anche quella di determinate forme di prossenetismo.

La materia è disciplinata dall'art.273 f del Codice Penale che recita: «Chiunque costringe un'altra persona a prostituirsi, induce un minore a prostituirsi, recluta, preleva o rapisce una persona per obbligarla a prostituirsi in un altro Paese (ai sensi della Convenzione Internazionale del 1933 sulla repressione della tratta delle donne maggiorenni), ricava profitti dalla prostituzione forzata o di minorenni, costringe un'altra persona a consegnargli i proventi della prostituzione, è punito con la pena della reclusione fino ad un massimo di otto anni». [Dutch Ministry of Foreign Affairs, Dutch Policy on Prostitution, Questions and Answers 2012, What penalties are imposed?, p.4]

Si noterà come l'articolo, introdotto nel Codice Penale nel 2005, a differenza di quanto prevede la legislazione italiana, non includa tra le fattispecie di reato il favoreggiamento e lo sfruttamento della prostituzione altrui, salvo che questo sia esercitato secondo modalità coercitive. Dunque: vivere dei proventi della vendita dei corpi altrui costituisce un'attività legale, legittima, socialmente riconosciuta nei Paesi Bassi. 

La legalizzazione del prossenetismo esercitato in forme non violente è un'ovvia conseguenza della trasformazione della figura dello sfruttatore in rispettabile imprenditore del sesso (proprietario di un sex club, di una vetrina ecc.). Nei Paesi Bassi si è proceduto anche alla legittimazione dell'intermediario parassita, una figura simile al "caporale": un individuo che vive dei proventi della prostituzione altrui.

La distinzione tra lenocinio coercitivo e lenocinio non violento rende peraltro assai difficile perseguire tanto il primo quanto la tratta, per la difficoltà di distinguere il primo dal secondo.

Inoltre: quando il prossenetismo può definirsi non coattivo? Perché una prostituta dovrebbe consegnare una parte, più o meno cospicua , dei propri guadagni a un magnaccia, se non perché subisce una qualche forma di costrizione? Perché un'operaia o una donna delle pulizie non condivide il suo reddito con un estraneo e una prostituta invece sì? O tutto lo sfruttamento della prostituzione è coercitivo o l'esercizio della prostituzione si configura come un'attività molto pericolosa che comporta un rischio elevatissimo di subire violenza e rende pertanto necessario ricorrere ai servizi a pagamento di un protettore. Entrambe le ipotetiche risposte al quesito appaiono inquietanti.

Riguardo alla prostituzione coatta, comunque, i poliziotti intervistati da Anton van Wijk e dai suoi collaboratori in una ricerca del 2010 sulla pratica dei rapporti mercenari ad Amsterdam propongono una stima compresa fra il 30-40% e il 90% [Anton van Wijk et al., Kwetsbaar beroep. Een onderzoek naar de prostitutiebranche in Amsterdam. Una professione vulnerabile. Un'indagine sul settore della prostituzione di Amsterdam, 2010, p.164].

E' da questo studio, che reca il titolo di Kwetsbaar beroep, che si apprende che nelle vetrine del celebre quartiere a luci rosse di Amsterdam: De Wallen, tutte o almeno il 90% delle prostitute risultano assoggettate ad un magnaccia, che estorce loro almeno la metà dei proventi. Il dato è fornito dalle stesse ragazze che praticano rapporti mercenari e confermato da poliziotti ed assistenti sociali. [Ibidem, p.165 Op de Wallen is er vrijwel geen prostituee die zonder pooier werkt, althans dat zeggen verschillende geïnterviewde respondenten, zowel politie en hulpverlening als de prostituees zelf.[...] Over hun collega-prostituees op de Wallen, zeggen zij dat 90 procent voor een pooier werkt aan wie zij een groot deel van de inkomsten moet afdragen (na aftrek van de raamhuur de helft van de opbrengsten). Di questi due periodi esiste anche una traduzione in inglese: "On De Wallen there is virtually no prostitute who works without a pimp, at least that's what several interviewed respondents say, police as well as social work and the prostitutes themselves. [..] About their colleague-prostitutes on De Wallen, they say that 90 percent work for a pimp to whom they have to hand over a large part of their income (after deduction of the window rent half of the revenue)]. Questa informazione è rilanciata nel rapporto Gemeente Amsterdam, Ministerie van Veiligheid en Justitie, Projectgroep Emergo, De gezamenlijke aanpak van de zware ( georganiseerde) misdaad in het hart van Amsterdam [L'approccio comune alle forme gravi di criminalità (organizzata) nel cuore di Amsterdam], 2011, p.84]

La prostituzione coatta, diffusissima nelle vetrine, è presente anche in altri settori più opachi e scarsamente controllati dalla polizia. Nella regione di Groningen , ad esempio, ogni 3 o 4 settimane, i sex club ricevono una visita da parte di magnaccia che "offrono" ai proprietari le prestazioni di una o più prostitute, anche se la situazione negli ultimi tempi sembra lievemente migliorata. [A.L. Daalder, Prostitution in the Netherlands since the lifting of the brothel ban, 2007, p.79] L'attività di controllo e di ispezione della polizia, ad ogni modo, è concentrata nel settore legale e ciò limita le attività di monitoraggio e di indagine sulle forme di sfruttamento della prostituzione penalmente sanzionate nel settore non autorizzato, (che è molto esteso, per altro) [Ibidem, p.11]. La stessa critica è formulata da Anton van Wijk e collaboratori nella ricerca Kwetsbaar beroep, nella quale si lamenta la mancata attivazione della polizia e del Comune di Amsterdam nella ricerca di possibili club e case chiuse clandestine [Anton van Wijk et al., Kwetsbaar beroep, cit, p.70] Nei sex club legali le ragazze possono essere sottoposte a pressioni da parte dei prosseneti, presenti all'esterno dei locali, i cui proprietari, pur essendo a conoscenza del fenomeno, non intervengono per paura di provocare risse e perché spesso le prostitute sono considerate lavoratrici autonome e i gestori non si assumono la responsabilità dell'allontanamento dei magnaccia. [Ibidem, p.84] Quanto alle agenzie di escort ad Amsterdam, si presume che la tratta non vi sia presente su larga scala, ma questo è un settore opaco che rappresenta la parte meno visibile e controllabile della prostituzione, [Ibidem, p.68] tant'è vero che da un terzo alla metà delle ragazze non dipende dalle agenzie, ma opera nel settore illegale [Ibidem, p.98]. Di loro, ovviamente, non si sa nulla, tanto meno se sono vittime di tratta o sfruttate dai magnaccia. 

Date le condizioni illustrate dai rapporti sopracitati, in particolare da quello redatto dalla polizia, è facile intuire come i dati ufficiali sulla tratta risultino notevolmente sottostimati. Non è forse inutile notare, en passant, come la registrazione di tali dati sia affidata ad un'Ong: CoMensha, che, come ho scoperto recentemente, è integralmente finanziata dal Governo, il quale, ovviamente, è favorevole alla legalizzazione della prostituzione, opinione, guarda caso, condivisa anche dall'organizzazione in parola. 

Qualche tempo fa, il ricercatore universitario Pietro Saitta scriveva a proposito delle Ong contrarie alla prostituzione: "Ciò nonostante, malgrado i chiari limiti e i sospetti relativi alla effettiva neutralità delle agenzie che le producono ed esibiscono con intenti “lobbistici” (volti per lo più allo stanziamento di fondi pubblici per progetti di intervento), queste statistiche influenzano le scelte dei legislatori e degli organi sovranazionali"

Chissà se Saitta sarebbe disposto ad estendere questa accusa a CoMensha! Quanto a me, non nutro alcun dubbio sulla diligenza con cui questa Ong assolve la funzione che le è stata affidata. Ogni anno essa registra un incremento del numero delle vittime della tratta. 

Come rileva, però, il Relatore Nazionale sulla Tratta nel rapporto Trafficking in Human Beings le statistiche non rispecchiano la reale entità del fenomeno che rimane in gran parte occulto, anche perché poche vittime presentano denuncia [National Rapporteur on Trafficking in Human Beings, Trafficking in Human Beings. Ten years of independent monitoring, 2010, p. 89]. "Since human trafficking is often hidden and victims are often unwilling or afraid to speak out (or do not realise that they are victims), there are probably a large number of unknown cases of human trafficking(a large ‘dark number’). Consequently, statistical trends based on the number of known cases of human trafficking usually do not directly reflect developments in the total number of cases of human trafficking". La stessa osservazione la ritroviamo nel già citato rapporto Kwetsbaar beroep a p.162.

Il rapporto della polizia olandese, la ricerca di Anton van Wijk e dei suoi collaboratori sulla prostituzione ad Amsterdam, lo studio De gezamenlijke aanpak van de zware ( georganiseerde) misdaad in het hart van Amsterdam, che riprende i dati riportati nel testo di van Wijk e che è stato redatto dal comune di Amsterdam e dal Ministero della Giustizia, la relazione Trafficking in Human Beings. Ten years of independent monitoring del Relatore Nazionale sulla tratta che include il brano sopracitato sono evidentemente considerati da Marco Leening robaccia da gettare nella pattumiera in quanto priva di qualsiasi validità scientifica. Polizia, Ministero della Giustizia, Municipio di Amsterdam, studiosi sarebbero tutti incompetenti secondo l'autore dell'articolo in questione.

Qualche ricerca che, secondo l'insindacabile giudizio di Marco Leening, appaia ispirata a rigorosi criteri scientifici però c'è. Una di queste l'ho letta. Si tratta del rapporto di Regioplan, redatto nel 2007 dallo studioso A.Daalder. Ne esiste anche una versione in lingua inglese che reca il titolo di Prostitution in the Netherlands since the lifting of the brothel ban. w164574-prosentret.php5.dittdomene.no/.../nederl...Farò riferimento ad essa. A p.13 è effettivamente riportata la notizia che solo l'8% delle donne operanti nel settore legale del mercato del sesso ha rivelato all'intervistatore di essere stata costretta a prostituirsi. Tuttavia, lo studioso prosegue osservando che ad ostacolare la lotta contro la prostituzione coatta è il fatto che gli addetti al rilascio delle licenze prestino la propria attenzione unicamente ai proprietari dei locali che le richiedono e non ai magnaccia che possono operare in modo occulto, esercitando forme di coercizione. Aggiunge che il fenomeno dello sfruttamento della prostituzione è ancora molto diffuso soprattutto nelle vetrine, nelle case e fra le escort [Pimps are still a very common phenomenon. Prostitutes with pimps mainly work behind the windows, in the escort business, and at home.] La bassa percentuale di prostitute che rivelano all'intervistatore di essere state costrette a prostituirsi, a questo punto, mi pare facilmente spiegabile. Come rivelano le inchieste e i rapporti sopracitati, le donne assoggettate ad un magnaccia non aprono bocca né con la polizia, né con i ricercatori, né con le assistenti sociali. Tuttavia, se il quesito viene formulato in modo diverso, chiedendo alle prostitute se conoscono qualche collega subordinata a un pappone, si ottiene una risposta affermativa. Le donne che esercitano rapporti mercenari nel quartiere a luci rosse di Amsterdam, ad esempio, affermano che tutte o almeno il 90% delle loro colleghe risultano assoggettate ad un magnaccia, che estorce loro almeno la metà del reddito percepito. [Anton van Wijk et al., Kwetsbaar beroep, cit, p.165].

Faccio notare anche come il fatto che nessuna prostituta abbia rivelato all'intervistatore di essere vittima di tratta, viene accolto positivamente dall'autore dell'articolo in commento, quando, in realtà, ciò dovrebbe destare sospetti sulla veridicità delle dichiarazioni delle donne intervistate, giustamente preoccupate di garantire la propria incolumità, malgrado l'intervista sia, ovviamente, anonima. Vi pare possibile che fra le 354 prostitute intervistate non vi sia neppure una vittima di tratta?

Potrei soffermarmi ancora ad analizzare questo interessante rapporto, tutt'altro che ottimista, ma non vorrei abusare della vostra pazienza. 

Anche del secondo rapporto citato da Marco Leening esiste una versione in lingua inglese che rende il contenuto accessibile a tutti. Si intitola Final Report of the international comparative study of prostitution policy: Austria ant the Netherlands A p.77 si osserva come esiste ormai nel dibattito nazionale un ampio consenso sul fatto che la tratta a fini di sfruttamento sessuale sia aumentata in seguito alla legalizzazione della prostituzione. A p.33 invece gli autori affermano che solo il 10% delle prostitute da loro intervistate (44 di cui, presumo 22 in Austria e 22 in Olanda, p.37) sostiene di essere stata ingannata in merito al lavoro che avrebbe successivamente svolto. Gli autori ne deducono che la tratta è assai meno diffusa di quanto ritenga l'opinione pubblica, salvo poi ammettere che l'ingresso volontario nella prostituzione non garantisce l'assenza di condizioni di sfruttamento più o meno intenso. Appunto! Prescindendo pure da ogni considerazione sulla diffidenza che le vittime di tratta possono nutrire nei confronti degli intervistatori, resta il fatto che anche se una migrante- poniamo - sa che praticherà la prostituzione nel Paese di destinazione, non è però cosciente delle condizioni concrete di esercizio dell'attività. Una migrante che ha contratto un debito, ad esempio, potrà sottrarsi alla pratica prostituzionale, se la non la gradisce, e dedicarsi ad un'altra attività o sarà costretta dal creditore ad esercitarla fino alla corresponsione della somma imposta? Temo che la seconda ipotesi sia quella corretta. La tratta indica, peraltro, il reclutamento, il trasferimento e il trasporto di una persona anche tramite l'abuso di una posizione di vulnerabilità a scopo di sfruttamento e non solo tramite la forza o l'inganno.
Il terzo link indicato da Marco Leening rinvia ad una pagina vuota, sicché non posso sapere a quale ricerca sui centri massaggio egli faccia riferimento. Quel che posso asserire è che Anton van Wijk è pervenuto alla conclusione opposta a quella enunciata nell'articolo in questione. Nella sua ricerca, si può leggere che nelle sale massaggio cinesi e thailandesi possono essere offerte illegalmente prestazioni sessuali. Nel 2005 vi erano 150 locali di questo tipo nei Paesi Bassi. Vi erano impiegate circa 400 donne, assoggettate ad un intenso sfruttamento, costrette a massacranti orari di lavoro, prive di contratto e scarsamente retribuite (3-5 euro lordi all'ora). Ad Amsterdam esistono 22 sale massaggio, in 18 delle quali è probabile vengano praticati rapporti mercenari. [Anton van Wijk , Kwetsbaar beroep, cit, p.134-135] Poiché è illegale offrire prestazioni sessuali nelle sale non provviste di apposita licenza, in esse mancano i preservativi e, dunque, presumibilmente, i rapporti sessuali sono praticati senza l'uso dei condom. In un forum di clienti è ripetutamente segnalata la pratica di rapporti sessuali non sicuri. [Ibidem, p.137].

In conclusione, non ritengo che l'articolo di Marco Leening abbia dimostrato alcunché e, alla luce dei rapporti che ho citato, non mi pare affatto convincente.

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