Quando Maschile Plurale ha chiesto di spostare la discussione dal web, invitando a proseguire con incontri “in presenza”, ho proposto come luogo la Libreria delle donne, che subito grazie a Sara Gandini e Laura Colombo, ha raccolto il suggerimento. Sara e Laura si sono spese moltissimo per rendere possibile l’incontro il prima possibile. Di questo le ringrazio.
Per me era importante che questa assemblea accadesse alla libreria, perché l’argomento non è una vicenda privata ma è politica che ci riguarda. Ero certa che lì, dove il dibattito non sarebbe stato inquinato dalle dinamiche malate e dai protagonismi che infestano il web, le donne non avrebbero fatto fatica a mettere a fuoco i termini della questione, cogliendone la complessità ma mai a scapito della chiarezza, lì dove la confusione non è accettabile. Ringrazio tutte le donne della libreria intervenute, ringrazio Marisa Guarneri, Cristina Obber e ringrazio Luisa Muraro. Confesso, avevo delle aspettative e le avevo nei confronti delle donne. Non sono state disattese, anzi.
Per quanto riguarda Maschile Plurale voglio ringraziare Marco Deriu, rimasto fino alla fine ad ascoltare le critiche, nonostante la fatica e l’evidente disagio di portare avanti un confronto in cui sul piatto sono state messe argomentazioni impegnative a cui non è riuscito a dare risposte adeguate.
E ringrazio anche Claudio Vedovati che non ha potuto partecipare all’incontro ma che è stato l’unico che ha almeno chiamato le cose con il loro nome. L’unico.
Negli scambi su fb si è parlato di pregiudizio nei confronti di MP e del coinvolgimento maschile contro la violenza. Io non ho nessun pregidizio né una avversione per MP. Ma è innegabile che quando ho visto la modalità scelta da MP per gestire questa vicenda e per trattarla pubblicamente, che fosse una associazione maschile ha assunto per me una particolare rilevanza.
Un’associazione di uomini che rivittimizza una donna vittima di violenza. Mi è improvvisamente parsa perfino pericolosa.
Gli uomini, in quanto uomini, mi pare siano storicamente già associati a sufficienza.
Ancora una volta gli uomini agiscono violenza e la normalizzano se non la negano. Ancora una volta il fantasma delle false accuse e della vendetta femminile viene agitato. Ancora una volta la soggettività di una donna viene negata, non prima però di averla usata come alibi per non intervenire.
Per fare questo, c’è bisogno che vi associate ulteriormente?!

E ancora una volta il gruppo ha avuto la meglio sulle individualità. C’è chi d’autorità o manipolando, magari facendo leva sui rapporti di amicizia, ha imposto la propria linea, in barba all’unanimità peraltro mai realmente raggiunta.
Le differenze non sono emerse.
L’impressione, confermata dall’intervento di Marco Deriu, è che in MP abbiano avuto la meglio, fino a questo momento, le dinamiche tipicamente maschili, per cui prevale chi si impone e lo si lascia imporre in nome di una malintesa lealtà, prima che a se stessi, al gruppo.
Come ha detto Marco è mancata la capacità e la volontà di confliggere. Un’incapacità mostrata anche durante l’incontro, proprio mentre ci veniva proposta come giustificazione per gli “errori” commessi.
Le stesse dinamiche che stanno prevalendo sul web, dove si sta cercando di ridurre una seria questione politica a gara tra maschietti. Non contano le impegnative questioni poste, non conta la doppia violenza di cui si parla, nulla di tutto questo conta. Conta solo che nessun maschio si senta migliore dei maschi di MP.
E quindi parte la critica all’antisessista che critica l’antisessista a cui per logica dovrebbe seguire la critica all’antisessista che critica l’antisessista che critica l’antisessista e sempre più giù, al ribasso.
Fino ad usare un articolo che ancora una volta rivittimizza ‘sta donna, infamata e svenduta come donna vendicativa.
È banale competizione maschile o strategico fumo, funzionale alla confusione che permette di non affrontare gli importanti nodi politici emersi?
Non saprei, certo è che non è questione di mezzo ma proprio di interlocutori.
Credo occorra sceglierli con cura.
Si ciancia di complotto ai danni di MP, addirittura di desiderio di annientare l’interlocutore. La verità è che saranno i membri di MP a determinare i destini di MP. A minare la credibilità di MP non è l’episodio di violenza che vede coinvolto un loro membro, non è la donna che ha scelto di non farsi usare da MP, non sono le critiche rivolte a MP ma quello che gli uomini, i singoli uomini di MP, sapranno fare di tutto ciò.
Per parte mia spero di proseguire, su web e in presenza, il confronto con Marco e Claudio, ho fiducia nella loro volontà di stare nella relazione affrontando il conflitto senza trasformarlo in guerra. Ho fiducia nel fatto che abbiano ben compreso la portata della posta in gioco, che va ben oltre il buon nome di un’associazione.


Riferimenti:
Primo comunicato di Stefano Ciccone sulla bacheca di Maschile Plurale (19 aprile 2014)
Violenza di genere: lettera aperta a Maschile Plurale (Il Ricciocorno Schiattoso)
Risposta a Maschile Plurale: i centri antiviolenza rispettano la privacy (Il Ricciocorno Schiattoso)
Un'occasione per riflettere sulla violenza fuori e dentro di noi (Maschile Plurale)
Differenza di sguardo tra «Maschile Plurale» e centro antiviolenza - Un caso di rivittimizzazione? (Tk)
Repliche di Stefano Ciccone sulla bacheca di Maschile Plurale
Pubblica denuncia (Il Ricciocorno Schiattoso)
«Maschile Plurale» ambigua e confusa sulla violenza. Inaccettabili le opinioni rivittimizzanti
Repliche di Stefano Ciccone sulla bacheca di MP (16 giugno 2014)
«Maschile Plurale» tra rimozione e rivittimizzazione
MP più interessato a difendersi che ad ascoltare
Discussione male impostata da MP, tra collusione e disimpegno
Scambio con Sara Gandini (Bacheca Libreria delle donne di Milano)
Mai ascoltata da Maschile Plurale (Il Ricciocorno Schiattoso)
Uomini antisessisti. "Compagni di strada o falsi amici"? (Maria Rossi)
La fatica del fronteggiare la violenza nei 'nostri' luoghi (Monica Lanfranco)
La discussione alla Libreria delle Donne (Il Ricciocorno Schiattoso)
Luisa Muraro: «Raccogliere la domanda di giustizia che viene dalle donne che hanno subito la violenza sessista»
L'incontro alla libreria delle donne di Milano: il corpo rimosso e le richieste di giustizia (Maria Rossi)

Siamo in una delle sedi storiche del femminismo italiano, nel caldo pomeriggio di venerdì 11 luglio, al tanto atteso incontro in presenza tra Maschile Plurale e le blogger che hanno contestato l'associazione per l'ambiguità con cui ha affrontato un caso di violenza che la riguardava molto, troppo da vicino. Presenti una cinquantina di persone, nella sala della Libreria della donne di Milano, vera organizzatrice e conduttrice dell’evento, anche se l’intestazione formale è donata a MP.

L’incontro è registrato in audio, la Libreria annuncia che tradurrà la sbobinatura in un report con tutti gli interventi. Qualcosa ha già raccontato il Ricciocorno, qualcosa racconteranno altri, per ora mi limito a mettere a fuoco il comportamento determinato delle donne intervenute.

Gli interventi di MP giustificano se stessi, provano a raccontare il proprio interessamento, dicono del loro travaglio interno ed interiore, ma non riescono a dar conto della propria inconcludenza. A tratti danno l’impressione di sottovalutare l’importanza della violenza psicologica, di considerare più grave la violenza sessuale, la violenza fisica, di ridurre la violenza psicologica a una inverificabile questione soggettiva fatta di vissuti.

Marisa Guarneri della casa delle donne maltrattate, ricorda che la violenza psicologica è gravissima e può essere devastante, forse più grave della violenza fisica.

L'assemblea ripete in parte il dibattito online, ma a differenza di quanto succede in rete, le donne presenti non prestano alcun soccorso agli uomini plurali in difficoltà, non regalano comprensione, invece incalzano. Solo alcuni uomini rimangono. A Marco Deriu tocca incassare fino alla fine. Invece Stefano Ciccone appena letto il suo intervento se ne va.

Luisa Muraro cita una conferenza di capi di stato a Londra, per riportare un principio importante: «Non si dica mai più che la pace è più importante della giustizia». La giustizia è più importante della pace. E dalle donne che hanno subito la violenza sessista, questo sale: una domanda di giustizia. Una domanda che Maschile Plurale non sa raccogliere. Del femminismo ha valorizzato il vissuto, ma solo per adattarlo al proprio comodo. Muraro rileva tutta la debolezza politica degli interventi degli uomini di Maschile Plurale, che non sanno ascoltare la domanda di giustizia, non sanno interloquire con essa, sanno soltanto pensare alla propria autodifesa, continuano a giustificarsi, continuano a pensare che la pace è più importante, la pace tra di loro, invece della giustizia. Forse la loro associazione non li fa evolvere, ma li ingabbia. Gli interventi degli uomini che non fanno parte dell'associazione sono stati più forti dei loro, più semplici, più netti. La vicenda in cui MP è rimasta coinvolta non è una vicenda personale, ma è una vicenda tutta politica, la vicenda di un uomo pubblico contro la violenza la cui ex compagna è finita in un centro antiviolenza.

Una vicenda che mostra in modo evidente il contrasto tra le parole e i fatti. Per evitare di assumersi le sue responsabilità e correggere i fatti, MP aggiunge ancora parole, talvolta parole inquietanti, e promette tante riflessioni. Così l'intervento di Luisa Muraro arriva come uno schiaffo in piena faccia agli uomini di MP. Diretto, immediato, lineare. Perfetto. La domanda di giustizia contro il siamo tutti peccatori, più o meno inconsapevoli.


Riferimenti:
Primi interventi di Stefano Ciccone sulla bacheca di Maschile Plurale (19 aprile 2014)
Violenza di genere: lettera aperta a Maschile Plurale (Il Ricciocorno Schiattoso)
Risposta a Maschile Plurale: i centri antiviolenza rispettano la privacy (Il Ricciocorno Schiattoso)
Un'occasione per riflettere sulla violenza fuori e dentro di noi (Maschile Plurale)
Differenza di sguardo tra «Maschile Plurale» e centro antiviolenza - Un caso di rivittimizzazione? (Tk)
Repliche di Stefano Ciccone sulla bacheca di Maschile Plurale
Pubblica denuncia (Il Ricciocorno Schiattoso)
«Maschile Plurale» ambigua e confusa sulla violenza. Inaccettabili le opinioni rivittimizzanti
Repliche di Stefano Ciccone sulla bacheca di MP (16 giugno 2014)
«Maschile Plurale» tra rimozione e rivittimizzazione
MP più interessato a difendersi che ad ascoltare
Discussione male impostata da MP, tra collusione e disimpegno
Scambio con Sara Gandini (Bacheca Libreria delle donne di Milano)
Mai ascoltata da Maschile Plurale (Il Ricciocorno Schiattoso)
La fatica del fronteggiare la violenza nei 'nostri' luoghi (Monica Lanfranco)
La discussione alla Libreria delle Donne (Il Ricciocorno Schiattoso)

di Monica Lanfranco 

Intervengo, dopo averci molto pensato e aver avuto, (ed avere), tanti dubbi sul farlo in modo pubblico, nella vicenda che vede un esponente di Maschile plurale segnalato come violento dalla sua ex compagna, la quale non ha denunciato per vie legali la violenza ma ha scelto un percorso di aiuto presso un centro antiviolenza e ha provato a interloquire con alcuni uomini di Maschile plurale, segnalando loro l’accaduto.

Come è noto ne è seguita per mesi una discussione faticosa, anche e soprattutto perché per lo più avvenuta on line, non sempre tra persone con nomi e cognomi (anche questo conta, almeno per me) che comunque a mio parere è stata utile per capire quanto sia complesso passare dalle affermazioni teoriche, anche quelle molto ben ponderate ed espresse con ottima capacità dialettica, alla pratica concreta, sia individuale che collettiva. 

Non sarò all’iniziativa di Milano, ma credo che siano da salutare sempre come sforzi validi quelli tesi a provare a ragionare insieme di ciò che accade, anche se talvolta non sortiscono gli effetti taumaturgici che ci aspetteremmo.

Per uscire dalla teoria incorporea vorrei dire che conosco la donna e l’uomo coinvolti, e questo mi porta a ragionare non in modo teorico, perché se penso a quello che so (che mi è stato detto da entrambe le persone coinvolte, con le loro narrazioni ovviamente dai due punti di vista) ho davanti non un articolo di giornale ma due esseri umani reali: gli elementi a mia/nostra disposizione sarebbero molteplici, per ragionare sulle relazioni tra generi e violenza, ma in questo specifico caso il dato certamente più eclatante è che l’uomo in questione è un intellettuale portavoce di un gruppo maschile che lavora da anni proprio contro la violenza maschile.

Sono adulta abbastanza da sapere che nessun ambito è mai stato, né sarà, (almeno per ora), immune dalla violenza: non c’è sinistra, femminismo, pacifismo, altermondialismo, transgenderismo a vaccinare.

Quello che però è auspicabile è che, come primo passo per dissentire e disinnescare il patriarcato, chi abita questi luoghi ragioni sulla sua quota di violenza.

Mi è parso che il testo di Claudio Vedovati fosse un contributo in questa direzione: la vera forza dei luoghi che si dicono alternativi alla cultura patriarcale sta, a mio parere, prima di ogni altra cosa nella capacità critica non al di fuori di sé ma al di dentro di sé.

Mi è capitato di verificarlo, a proposito di contraddizioni in luoghi (autopercepiti) come alternativi, proprio a Milano in occasione di un'iniziativa che ho contribuito a organizzare dopo la chiamata fattami da tre giovani donne frequentatrici di centri sociali aggredite proprio da uomini di un centro sociale.

Senza dilungarmi accenno solo che, pur essendo un contesto molto diverso, quello che mi ha colpito rispetto all’andamento del percorso che poi ha portato all’incontro, non soddisfacente, è stata la chiusura a riccio, difensiva e tesa a salvaguardare gli interessi e l’immagine del luogo collettivo a discapito delle individue.

La critica maggiore fatta alle tre donne è stata, anche e soprattutto da parte di altre donne, pur da punti di vista diversi, quella di avere messo a rischio, con la loro denuncia, l’integrità del luogo centro sociale, perché evidentemente il politico è stato assunto come precedente e più importante rispetto al personale, quindi il collettivo più valorialmente salvaguardabile rispetto all’individuale. 

Come contributo alla discussione mi è parsa anche molto importante la vicenda francese riportata da Maria Rossi, notevole anche e soprattutto perché dimostra quanto sia inestricabile il tema del potere (anche istituzionale) da quello della violenza di genere.

Al contrario penso che il valore di un luogo collettivo sia maggiore proprio nel momento in cui sa aprirsi e dichiarare la sua debolezza e permeabilità al ‘male’ che cerca di combattere: solo in questo modo penso sia possibile un percorso di risanamento, sia per le singole persone così come per i luoghi collettivi.

Succede che l’esponente di un gruppo esprima un contenuto. Che il contenuto sia criticato e che la critica investa il gruppo. Una reazione difensiva del gruppo, ma non del contenuto, dice che il gruppo non è riducibile a quel contenuto, esprime anche altri contenuti. Nel gruppo ci sono molte differenze, il gruppo è vario e composito, se lo si osserva meglio si vede che al suo interno esprime pure i contenuti che possono piacere ai critici.

A sinistra succede spesso da molto tempo. Negli anni ‘80 a chi affermava che il PSI non era più un partito di sinistra, si rispondeva che il PSI non era riducibile a Bettino Craxi, per quanto il segretario del partito fosse importante. Rimanevano le correnti. C’era Riccardo Lombardi. Soprattutto c’era la base socialista, che rimaneva di sinistra. Anche la DC non era riducibile ai suoi leader ritenuti più negativi, il Fanfani contro il divorzio, l’Andreotti colluso con la mafia o il Gava con la camorra, il Forlani del Caf. La DC era un grande partito di massa, aveva una sua sinistra interna, personalità moralmente prestigiose, Aldo Moro, Benigno Zaccagnini, Tina Anselmi, Mino Martinazzoli. La differenziazione funziona, oltre che sul piano politico, sul piano morale: in quel partito non sono tutti ladri, non sono tutti mafiosi, vi sono anche le persone oneste. 

Lo schema difensivo del pluralismo poteva applicarsi persino al PCI e lo si è applicato soprattutto ai suoi eredi, man mano che il soggetto politico derivato si è conformato al modello del partito pigliatutto. Modello che si caratterizza per una drastica riduzione del bagaglio ideologico; minor accentuazione del riferimento a una specifica classe sociale per reclutare elettori tra la popolazione in genere; assicurazione dell'accesso a diversi gruppi di interesse, la scelta di temi consensuali che trovano ampio consenso nella popolazione. Se il PCI era il partito dei lavoratori, il PD è un partito dei cittadini che vuole rappresentare le famiglie e le imprese, al suo interno si possono trovare imprenditori e sindacalisti, fautori della «flessibilità» e difensori del lavoro a tempo intedeterminato. A chi dice che il PD è ormai un partito di centro o persino di destra, si possono mostrare Gianni Cuperlo o Pippo Civati. 

In campagna elettorale, Lorella Zanardo candidata della Lista Tsipras ha attaccato il PD, per dire che non è il partito che difende le donne, perchè ha ricandidato gli europarlamentari i quali con il loro voto hanno contribuito in modo determinante ad affossare il rapporto Estrela per il diritto all'aborto sicuro e legale. Marina Terragni le ha risposto duramente che il PD sull’aborto ha un’altra posizione, che molte amiche e compagne condividono il rapporto Estrela e lottano per difendere la 194. Tutte e due hanno ragione. Il PD è a favore dell’aborto, ma non esclude che suoi esponenti possano esprimere una posizione contraria, anche in modo determinante. In tal modo, sia i favorevoli sia i contrari, ma pure quelli che ci riflettono con posizioni più incerte o complesse, possono trovare nel PD i propri punti di riferimento. Lo stesso partito ha una offerta per tutti. Offerte che convivono senza confrontarsi davvero, perchè il confronto è rischio di rottura, e producono quindi sintesi disgiuntive. La stessa Lista Tsipras ha involontariamente messo in campo una offerta multipla di femminismo e postfemminismo con Lorella Zanardo e l’area sostenitrice di Paola Bacchiddu. Una volta si diceva che le differenze sono una ricchezza. In effetti, possono servire per fare un bottino elettorale più ricco.

La differenze interne sono usate come scudo anche da gruppi minori e collettivi informali, spesso come se fosse un modo di essere assolutamente speciale ed originale. Quando due anni fa, fu chiesto cosa potesse c'entrare con un collettivo come Femminismo a sud, la diffusione del diario di una masochista dalla pagina del collettivo, la risposta fu che il collettivo era vario e composito, non aveva leader e gerarchie e la sua pagina, attraverso cui divulgava i contenuti del diario, non era da confondere con il collettivo. Più di recente, a proposito dell’interventismo di Stefano Ciccone in difesa della condotta di Maschile Plurale nella gestione di un caso di violenza che coinvolge un suo membro, si è detto che MP è una realtà varia e composita, che presenta posizioni anche diverse da quelle del suo rappresentante più noto. A proposito della tolleranza di un articolo che normalizza e giustifica il femminicidio, insultando le donne, sembra che pure la bacheca di MP sia da distinguere da MP. Non bisogna fare l’errore di giudicare, di ridurre il giudizio ad un dato comportamento, di vedere le cose in bianco e nero, di non cogliere le sfumature, etc

Da gruppi e associazioni, piccole o grandi, l'aspettativa è si, che adottino democrazia interna e pluralismo, magari in modo trasparente, affinché le differenze possano confrontarsi liberamente e alla luce del sole, per poi però giungere ad un orientamento unitario o almeno maggioritario. Un’associazione si giustifica se interviene ed agisce come tale. Le differenze di per sè non richiedono di associarsi. Se ci si associa vuol dire che esistono motivi unificanti più importanti delle differenze, motivi discriminanti. Ogni volta che una associazione dice: su questo tema la pensiamo in modo differente tra noi; dice implicitamente: questo tema è di secondaria importanza per noi.

Enfatizzare le differenze quando piovono le critiche è un espediente per svincolarsi dalla responsabilità associativa. Ma non basta la differenza. E’ insufficiente essere onesti, di sinistra, femministi, antirazzisti, non violenti. Bisogna render conto del fatto che si convive, ci si associa con i disonesti, con quelli che sono di destra, con i maschilisti, con i razzisti, con i violenti. Per molti anni i comunisti hanno dovuto render conto di quel che succedeva in Russia o in Cina. Quando si condividono nomi, simboli, bandiere, striscioni, con persone o personali politici poco affidabili non basta dire «io non c'entro, sono diverso».

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