Il M5S ha votato contro la legge che impedisce le dimissioni in bianco. Ciò nonostante, il M5S ha rivendicato di essere dalla parte delle lavoratrici più di chiunque altro.

Il DDL contro le dimissioni in bianco a firma di Titti Di Salvo (SEL), ripristina di fatto la Legge Damiano, poi cancellata dal governo Berlusconi (comma 10, art. 39, legge 133/2008)

La lettera di dimissioni volontarie, volta a dichiarare l'intenzione di recedere dal contratto di lavoro, è presentata dalla lavoratrice, dal lavoratore, nonché dal prestatore d'opera e dalla prestatrice d'opera, pena la sua nullità, su appositi moduli predisposti e resi disponibili gratuitamente, oltre che con le modalità di cui al comma 5, dalle direzioni provinciali del lavoro e dagli uffici comunali, nonché dai centri per l'impiego.

Per Beppe Grillo, in tal modo il governo ha approvato una legge contro le donne. Perchè: «Fin dal 2001 esiste l’ottimo istituto della convalida: quando una lavoratrice dà le dimissioni, deve poi confermarle presso i Centri per l’Impiego o le Direzioni territoriali del Lavoro, in modo da certificare ufficialmente che non sia stata costretta (...) Su pressioni della lobby di Confindustria, vista nei corridoi della Camera a ronzare intorno ai deputati della maggioranza, infatti, ecco che a Montecitorio passa una legge che neutralizza la convalida».

E’ incomprensibile il motivo per cui i 5 stelle ritengano che andare alla direzione provinciale del lavoro a convalidare le dimissioni in bianco firmate all’atto dell’assunzione sia una tutela più efficace della sola possibilità di andare alla direzione provinciale del lavoro a firmare un modulo di dimissioni datato e valido solo per quindici giorni.

Davide De Luca sul Post e su Libero sostiene la tesi del M5S. La nuova soluzione proposta dal DDL Di Salvo tutela meno i lavoratori dalle cosiddette “dimissioni estorte”. Immaginiamo che il datore di lavoratore riesca ad obbligare un dipendente particolarmente debole a firmare il modulino valido per 15 giorni. A quel punto non c’è più niente da fare per il dipendente, che sarà costretto ad abbandonare il posto di lavoro. Con il sistema attuale, invece, è sempre possibile per il lavoratore recarsi alla Direzione territoriale del lavoro e dichiarare che le sue dimissioni sono state estorte

Ma così dicendo non si considera che è molto più facile estorcere dimissioni in azienda all'atto dell'assunzione che non alla direzione del lavoro, e che, con il medesimo ragionamento, è possibile anche estorcere la convalida. Infatti, l’istituto della convalida non ha impedito il licenziamento di centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici. De Luca sparge generico scetticismo sui dati della Cgil, ma ignora quelli dell’Istat: (...) a fronte della stabilità tra le diverse generazioni della quota di madri che interrompono il lavoro per la nascita di un figlio, tra quelle più giovani generazioni aumentano le interruzioni più o meno imposte dal datore di lavoro. In questo contesto, le ‘dimissioni in bianco’ quasi si sovrappongono al totale delle dimissioni.

Così il voto contrario di Grillo non si capisce. Se non per il fatto di essere un voto contro il governo e forse a favore delle piccole e medie imprese, specie del nord-est, tra cui il M5S raccoglie un consenso molto ampio.


Riferimenti:



di Maria Rossi


 L'INCA CGIL ha presentato a Londra il 5 novembre il progetto Accessor (acronimo di Atypical Contracts and Crossborder European Social Security Obligations and Rigths), promosso insieme ai suoi partner sindacali europei.

Il progetto ha lo scopo di tracciare un quadro sulle nuove forme di contratto atipico che si sono sviluppate in 8 paesi europei: Regno Unito, Germania, Svezia, Spagna, Italia, Belgio, Slovenia e Francia.

In tutti gli otto paesi del progetto negli ultimi vent'anni si è verificata una proliferazione delle forme di contratto precario, in un contesto caratterizzato dalla crisi economica e dalla globalizzazione; dallo sviluppo di nuove tecnologie e dal deterioramento complessivo del diritto del lavoro.

In Italia, quasi due contratti su tre stipulati negli ultimi anni sono relativi a lavori a tempo determinato.

In Svezia, questi ultimi sono cresciuti fino a rappresentare uno su sei (15 per cento) di tutti i contratti di lavoro. In Francia la crescita del lavoro atipico si è sviluppata a partire dagli anni '80, con un incremento di sei volte del numero di lavoratori a tempo determinato e di quattro volte di quello dei tirocinanti. In Germania si stima che il 10% dei giovani lavoratori qualificati abbia ricoperto un posto di lavoro che non comportava l'erogazione di una remunerazione e un altro 10% abbia percepito un compenso che non garantiva la sussistenza. In questo paese, circa nove milioni di contratti attuali possono essere definiti atipici. In Belgio il lavoro atipico ha cominciato a manifestarsi verso la fine degli anni '90 ma fino al 2010 era limitato a due tipologie: contratti part-time e a tempo determinato. Tuttavia, più recentemente si è verificata una rapida espansione di altre forme di lavoro atipico: autonomo, interinale, in subappalto, stagionale e occasionale e quello domestico, appoggiato dallo Stato.

Non esistono dati precisi sulla misura della varietà delle forme di contratti atipici. Il rapporto nazionale italiano indica un numero compreso tra 19 e 46, a seconda di quale organizzazione esegua il calcolo. Il rapporto nazionale francese stila un elenco di nove forme di contratto atipico, così come quello britannico. Quello sloveno e quello belga elencano sette tipi principali. Il rapporto spagnolo identifica nei contratti a tempo determinato la forma principale di lavoro atipico.

Benché il lavoro precario sia diffuso tra tutti i lavoratori, esso presenta ancora una forte connotazione di genere (è prevalente tra le donne), età (è molto esteso tra i giovani e tra i più anziani) ed etnia (è particolarmente presente tra gli immigrati). Ciò solleva la questione dell'impatto discriminatorio del precariato su queste fasce della forza lavoro, che occupano la posizione più bassa nella gerarchia dell'attività produttiva.

Le donne hanno molte più probabilità di lavorare part-time rispetto agli uomini in tutti i paesi che hanno partecipato al progetto ACCESSOR. In Francia tale possibilità è quattro volte superiore a quella degli uomini. Anche in Svezia il lavoro part-time è prevalentemente femminile e principalmente relegato a certi settori, come le pulizie e l'assistenza agli anziani.

In Belgio il 44% percento delle donne lavora part-time, rispetto al 9% degli uomini. L'80% dei posti di lavoro part-time è occupato da donne. In effetti, questo Paese è uno degli Stati membri della UE con la proporzione più elevata di donne che lavorano part-time rispetto alla media dell'Unione Europea in cui questa percentuale risulta pari al 32 percento. Nel Regno Unito, il 74 percento di tutti i lavoratori part-time è rappresentato da donne.

Il lavoro a tempo determinato ha costituito il 30 % del totale dei posti creati tra il 1987 e il 2007 nell'ambito della UE ed è caratterizzato dalla prevalenza femminile.

Vi sono poi forme di lavoro connotate da una precarietà ancora più accentuata che colpisce soprattutto le tre categorie già menzionate (donne, giovani e migranti), fatta eccezione per l'apprendistato e per il lavoro autonomo e para-subordinato che interessa prevalentemente gli uomini.

I mini job tedeschi, introdotti dal governo di coalizione tra verdi e socialdemocratici e incentivati dallo Stato, comportano l'erogazione di retribuzioni minime (nell'86% dei casi), sono precari, spesso interinali (68%) o a tempo determinato (46%) e stipulati con i giovani (52% del totale). E' più probabile che siano donne ad occupare mini job rispetto agli uomini, con una sovra rappresentazione nel settore del lavoro esclusivamente marginale e nel part-time.

I contratti a zero ore non prevedono un orario fisso. I dipendenti lavorano solo se richiesto dal datore di lavoro che spesso li assume via sms o per chiamata telefonica. Non garantiscono diritti e tutele. Il 53% dei lavoratori in queste condizioni ha un'età compresa tra i 16 e i 24 anni. Si tratta prevalentemente di ragazze. Nel Regno Unito sono probabilmente un milione i dipendenti che hanno stipulato questo tipo di contratto. Circa l'8% della forza lavoro britannica, corrispondente a più di 2 milioni di persone, lavora meno di dieci ore a settimana. Recenti dati dell'ONS indicano che 470.000 persone, tra dicembre 2012 e febbraio 2013, hanno lavorato con un orario di lavoro di sei ore a settimana. Le donne hanno più probabilità di essere impiegate con contratti dall' orario molto ridotto e dei 470.000 lavoratori identificati in quella categoria 161.000 erano uomini (34 %) e 309.000 (66 %) donne.

La sottooccupazione quindi è una caratteristica chiave del lavoro atipico, con particolari ripercussioni sul lavoro femminile, su quello giovanile e sui lavoratori non qualificati. La proporzione dei lavoratori part-time sotto-occupati nell'UE a 27 nel 2012 è aumentata fino a raggiungere il 21,4 percento, superando i nove milioni.

I lavoratori e le lavoratrici atipiche sono discriminati non una, ma tre volte: sono precari e percepiscono basse remunerazioni, sono scarsamente coperti dai sistemi di sicurezza sociale quando restano disoccupati, perdono una parte dei loro diritti quando si spostano in un altro stato UE. Questi tre fattori costituiscono una trappola dalla quale è ben difficile uscire.




di Maria Rossi


Aderisco allo sciopero generale indetto dai sindacati di base (USB, Confederazione Cobas, CUB con l’ adesione di SNATER,  OR.S.A. Scuola Università e Ricerca, Sindacato SIAE, USI e Unicobas).

In primo luogo, ritengo importante che si prenda in considerazione l'articolata composizione tecnica e sociale del lavoro in Italia e ci si rivolga    alla moltitudine dei soggetti colpiti dalla crisi: non soltanto i precar*, ma anche i lavoratori e le lavoratrici pubbliche e private a tempo sempre meno indeterminato (per l'inesistenza nelle piccole imprese dell'art.18  o per la sua sostanziale abrogazione), pensionat* e migranti per i quali i sindacati che hanno proclamato lo sciopero richiedono la regolamentazione generalizzata, oltre all'abolizione della legge Bossi Fini. 

Ricordo che la legge di stabilità prevede il blocco della contrattazione nel pubblico impiego e quello del turn over fino al 2018.  Ciò si aggiunge alla drastica riduzione (10%) del personale della pubblica amministrazione decretato dal governo Monti. Ad essere maggiormente colpite da questi provvedimenti sono le donne. Nel pubblico impiego vi è, infatti, una prevalenza di personale femminile che rappresenta il 55% del totale. In alcuni settori (Scuola e Servizio sanitario nazionale), l’occupazione femminile è tradizionalmente predominate. Tale assetto tende, anzi, a consolidarsi: nel primo settore, la percentuale di donne è passata dal 77,3% al 78,8% negli ultimi anni, e nella Sanità dal 62,2% al 64,7%. I provvedimenti che colpiscono il settore pubblico, dunque, esercitano anzitutto ripercussioni sull'occupazione femminile, anche perché  si traducono in  una riduzione del welfare state.

Alla fine di luglio vi erano decine di contratti collettivi nazionali di lavoro che dovevano essere rinnovati. L’Istat  rilevava la presenza di 6,8 milioni di dipendenti ancora in attesa del rinnovo contrattuale.  La percentuale corrispondente  era pari al 52,7% del totale  e al 38,9%  con esclusivo riferimento al settore privato. 

I lavoratori precari presenti in Italia sono  3.315.580. La più alta concentrazione  si ha nel pubblico impiego. Infatti, nella scuola e nella sanità ne troviamo 514.814, nei servizi pubblici e in quelli sociali 477.299. Se includiamo anche i 119.000 circa che sono occupati direttamente nella pubblica amministrazione (Stato, Regioni, enti locali, ecc.), il 34% del totale dei precari italiani risulta alle dipendenze del settore pubblico. Gli altri settori che registrano una forte presenza di questi lavoratori atipici sono il commercio (436.842), i servizi alle imprese (414.672) e gli alberghi e i ristoranti (337.379). Tutti questi comparti sono caratterizzati da una consistente  presenza femminile. 

Ad agosto 2013 il tasso di disoccupazione  ha raggiunto il 12,2% , mentre la disoccupazione giovanile   interessa ormai il   39,5% dei giovani, con un picco del 51% per le  ragazze meridionali. 

Quanto alle pensioni, circa quattro pensionati su dieci ricevono meno di 1.000 euro al mese: più in particolare il 13,3% dei pensionati riceve meno di 500 euro al mese, il 30,8% tra i 500 e i 1.000 euro, il 23,1% tra i 1.000 e i 1.500 euro e il restante 32,8% percepisce un importo superiore ai 1.500 euro. L'importo medio dei trattamenti percepiti dalle donne è pari al 70% circa di quello degli uomini (13.228 euro contro 19.022 euro). Oltre la metà delle donne (53,4%) riceve meno di mille euro al mese, a fronte di circa un terzo (33,6%) degli uomini. 

I salari dei lavoratori e delle lavoratrici italiane sono tra i più bassi d'Europa. I migranti vivono in condizioni di estrema subordinazione e di carenza di diritti. Le politiche di austerità producono l'incremento della disoccupazione e della precarietà del lavoro e un'ulteriore drastica riduzione del welfare state. Queste sono per me ragioni sufficienti per partecipare a uno sciopero indetto "contro le drastiche ricette del FMI, della BCE e dell’Unione Europea che in nome della stabilità monetaria impongono al nostro paese  rovinose politiche sociali; per un serio piano nazionale sull’occupazione basato su opere socialmente necessarie (e la Tav non lo è), contro ogni forma di precarietà, per il rilancio qualificato di una pubblica amministrazione al servizio dei cittadini , per lo sblocco dei contratti del pubblico impiego e per un rinnovo reale dei contratti del settore privato, per seri aumenti salariali e pensioni adeguate a sostenere una vita dignitosa, per la nazionalizzazione delle aziende strategiche, contro la privatizzazione dei servizi pubblici, per un fisco equo che scovi gli evasori e riduca la pressione fiscale sui lavoratori dipendenti e sulle fasce più deboli della popolazione; per la difesa della scuola, dell'università, della ricerca  e della previdenza pubblica,  per la regolarizzazione generalizzata di tutti i migranti e l’abolizione della Bossi Fini; per la democrazia sui posti di lavoro".



(Traduzione di Maria Rossi)


In Inghilterra quasi 50.000 donne su 340.000 perdono il lavoro o si ritrovano demansionate ogni anno dopo un congedo di maternità. Una pratica discriminatoria, ma tuttavia molto diffusa in un buon numero di Paesi europei.

Le mamme licenziate dalle imprese. E' la constatazione fatta da uno studio condotto dalla House of Commons Library. 50.000 donne su 340.000 che hanno un lavoro lo perdono dopo aver fruito di un congedo di maternità. Nulla è risparmiato alle giovani mamme pronte a riprendere il lavoro, rivela il The Indipendent : le pressioni esercitate dai superiori, il demansionamento o, addirittura, il licenziamento. Bisogna dire che l'Inghilterra è il paese europeo con il più lungo periodo di congedo di maternità (52 settimane).
Per le mamme che conservano il posto di lavoro, si riducono le prospettive di ottenere un aumento di stipendio o una promozione. E' difficile promuovere un ricorso giudiziario. Il quotidiano [The Indipendent] sottolinea che una denuncia per discriminazione in seguito alla fruizione di un congedo di maternità può costare fino a 1200 sterline ( quasi 1400 euro).
Yvette Cooper, Ministra nel governo di Gordon Brown tra il 2008 e il 2009, racconta la sua esperienza al The Indipendent. Fu la prima Ministra a fruire di un congedo di maternità durante il suo mandato.

"Quando ho avuto il mio terzo figlio, i miei colleghi erano contrari all'idea che io fruissi di un congedo di maternità. I miei rapporti di lavoro si sono deteriorati. Era più difficile mantenere i contatti con i colleghi durante le assenze od organizzare il tempo. [..] Era una vera lotta!"

In un'indagine su 1000 madri condotta dallo studio degli avvocati Slater & Gordon, la metà di loro ha rivelato che la propria posizione in seno all'impresa è mutata al ritorno dal congedo. Un quarto di loro si è vista rifiutare la richiesta di un mutamento di orario.
Per Yvette Cooper, questa situazione è inaccettabile in Inghilterra, dove le madri rappresentano un quinto della manodopera.

"L'economia e le imprese dipendono dal lavoro delle donne. Troppo spesso le giovani madri sono discriminate. I datori di lavoro credono che sia possibile emarginare le donne che tornano da un congedo di maternità. Abbiamo bisogno di un piano d'azione nazionale che faccia fronte a questa discriminazione".

Non c'è posto per le madri spagnole

Anche in Spagna maternità rima ancora molto spesso con precarietà. Le gravidanze continuano a pesare parecchio sui percorsi professionali delle donne. Lo dimostra l'ultima seria inchiesta disponibile sull'argomento, condotta nel 2006 dal Centro de Investigaciones Sociológicas (CIS) : fare figli "riduce l'attività professionale di una donna su tre e limita la possibilità, per una donna su quattro, di conseguire una promozione ".
La Spagna è uno dei Paesi europei dove è più complicato ritrovare il posto di lavoro dopo una gravidanza. Come in Italia o in Irlanda, il grado di inserimento delle madri sul mercato del lavoro è debole e il tasso di occupazione delle donne in genere rimane uno dei più bassi d'Europa: 51% nel 2012.
Nel 2006, il CIS osservava che in Spagna una madre su quattro abbandonava definitivamente il lavoro dopo aver avuto un figlio.
Come la Francia e i Paesi Bassi, la Spagna copre, con un'indennità pari all'intera retribuzione, 16 settimane di congedo di maternità, vale a dire meno della media dei Paesi dell'OCDE nel 2011 (19 settimane). L'anno scorso in Spagna i congedi di maternità si sono ridotti di quasi l'8% rispetto al 2011.

Francesi licenziate

In Francia, la situazione non è molto migliore. Basta qualche clic per imbattersi in forum ove migliaia di donne esprimono il loro disappunto.
E' il caso di Élodie, che racconta la sua esperienza sul sito del difensore dei diritti. Dopo il ritorno dal congedo di maternità nel settembre 2009, la giovane donna si ritrova privata delle mansioni che esercitava in precedenza. In dicembre, il suo direttore le propone di scegliere tra le dimissioni, il licenziamento per colpa grave o l'accettazione di un altro posto di lavoro di cui non precisa né il salario né l'orario né le mansioni. Élodie rifiuta e nel mese di marzo riceve la lettera di licenziamento.
Nel 2009, in un'inchiesta condotta da la HALDE (Haute Autorité de Lutte contre les Discriminations et pour l'Égalité), il 46% dei Francesi esprimono l'opinione che la gravidanza costituisca un freno per la carriera.
Una realtà confermata nel 2010 dall'OCFE (Observatoire français des conjonctures économiques). Una donna di più di 39 anni che non abbia mai interrotto la carriera guadagna fino al 23% in più di quelle che interrompono il lavoro per cause familiari e più di una donna su quattro afferma di essersi sentita discriminata sul lavoro durante la gravidanza, malgrado la Francia contempli delle misure a sostegno delle imprese.
Così è vietato in Francia rifiutare l'assunzione di una donna perché incinta, si tratti di stipulare un contratto a tempo indeterminato, da stagista o un contratto di formazione. La stessa cosa vale per la rescissione di un contratto di lavoro durante il periodo di prova. Questa normativa si applica dall'inizio della gravidanza fino a quattro settimane dopo la fine del congedo di maternità.

Monti e la riscossa delle mamme italiane

In Italia, secondo l'Istat, una donna su quattro, per la precisione il 22,7% della popolazione femminile attiva, ha perso il lavoro l'anno dopo aver fruito di un congedo di maternità. Soltanto il 77,3% delle madri conservano l'impiego due anni dopo il parto contro l'81,6% del 2006. La percentuale dei licenziamenti sfiorava il 24% l'anno scorso.
La riforma del lavoro introdotta nel 2012 dal governo tecnico di Mario Monti prevede che i moduli per le dimissioni delle lavoratrici dipendenti o le "risoluzioni consensuali di un contratto di lavoro" firmate nei tre anni successivi il parto debbano essere convalidate dal servizio d'ispezione del ministero del lavoro. [N.d.t In realtà la convalida deve essere effettuata presso la Direzione territoriale del lavoro o il Centro per l’impiego territorialmente competenti. La riforma presenta inoltre dei limiti. Cfr.]
I padroni colti in flagranza di reato sono sanzionati con un'ammenda variabile dai 5000 ai 30.000 euro.
Questa procedura è stata introdotta per ridurre il numero delle lettere di dimissioni in bianco, una pratica corrente in Italia. Numerosi datori di lavoro fanno firmare una lettera non datata alle donne che cercano un lavoro prima di assumerle, affinché non fruiscano di un congedo di maternità.
Resta il fatto che, secondo i sindacati, i casi di mobbing, di cambiamento di funzioni o di pressioni per indurre le lavoratrici dipendenti di ritorno da un congedo a dimettersi aumentano di anno in anno. Ma la maggior parte dei casi non finiscono in tribunale. Di qui la difficoltà di ottenere dati statistici precisi.



di Maria Rossi


Tiziana, ragazza siciliana, emigrata come tante al Nord, in possesso di una laurea nel settore turistico che, ormai serve soltanto ad ottenere, sempre che lo si consegua, un lavoro precario da svolgersi spesso in condizioni di supersfruttamento, il 24 luglio è stata costretta adormire in spiaggia perché, licenziata in tronco, ha ricevuto dalla sua datrice di lavoro, un'albergatrice di Riccione, l'ingiunzione di abbandonare alle due di notte la stanza presso la quale alloggiava. La sua colpa? Aver rifiutato di sottoscrivere il modulo di dimissioni volontarie che la sua datrice di lavoro pretendeva firmasse, per aver osato richiedere un aumento di salario. Percepiva infatti un salario da fame: 800 euro al mese per un lavoro stagionale che durava 15 ore al giorno e includeva oltre all'attività di animatrice quella di baby sitter del figlio dei padroni dell'hotel. Due giorni prima Tiziana si era rivolta all'associazione Rumori Sinistri per avviare un percorso di emersione dal lavoro sfruttato cui era sottoposta. Per non essere cacciata dalla struttura alberghiera di notte, la ragazza aveva richiesto l'intervento dei Carabinieri che si sono limitati però a verbalizzare l'accaduto, senza impedire lo sfratto.

Il 22 giugno la struttura alberghiera presso la quale era impiegata aveva ricevuto due visite ispettive, le prima da parte della Guardia di Finanza e la seconda da parte dell’Ispettorato del Lavoro che aveva rilevato la presenza di ben 11 lavoratori irregolari su 14. Il locale era stato costretto quindi ad assumere i dipendenti, inclusa Tiziana, ma aveva adottato un escamotage: era stato imposto un contratto che prevedeva 15 ore di lavoro alla settimana, le stesse che la ragazza svolgeva in una sola giornata. Insomma il lavoro "nero" era stato trasformato in lavoro "grigio".

Le traversie di Tiziana possono essere assunte a paradigma della condizione attuale dei lavoratori e soprattutto delle lavoratrici italiane.

In primo luogo possiamo rilevare come l'emigrazione dal Mezzogiorno alCentro-Nord costituisca ancora oggi una caratteristica peculiare delmercato del lavoro italiano ed abbia interessato tra il 2001 e il 2011 1,3 milioni di persone, tra le quali anche 172 mila laureati, come Tiziana, appunto. Questa tendenza sembra essersi consolidata nel 2012, pur in presenza della recessione. La nuova fase migratoria e' caratterizzata dal crescente coinvolgimento della componente giovanile più scolarizzata. Nel 2000 i laureati meridionali che emigravano erano il 10,7% del totale di quanti si trasferivano al Centro-Nord; nel 2011 sono saliti al 25,0%, un quarto del totale. Tra il 2000 e il 2010, poi, sono emigrati all'estero 180.000 meridionali, tra i quali 20.000 laureati.

L'aver conseguito il diploma di laurea non garantisce l'accesso al lavoro e anche quando si viene assunti lo si è spesso con un contratto di lavoro a tempo determinato o irregolare. Nel 2008 il tasso di disoccupazione a un anno dalla laurea era del 14,9 %, mentre nel 2012 aveva già raggiungo il 23,4 %. Soltanto il 55% dei laureati aveva trovato un impiego (nel 2008 il valore corrispondente era pari al 60%), che nel 55,5% dei casi era precario e nel 10% irregolare.

Marcateappaiono le diseguaglianze di genere che si manifestano sia intermini di divario occupazionale che di differenze retributive. Tra i laureati specialistici biennali, ad un anno dal conseguimento del titolo, hanno già un impiego 63 uomini e solo 55,5 donne su 100. Le donne risultano penalizzate non solo perché presentano un tasso di occupazione decisamente più basso, ma anche perché si dichiarano più frequentemente alla ricerca di un lavoro: 32% contro il 24% rilevato per gli uomini. Ad un anno dalla laurea gli uomini, malgrado le percentuali siano comunque molto basse, possono contare più delle colleghe su un contratto di lavoro a tempo indeterminato (le quote sono rispettivamente 39 % e 30%) e fruiscono di una retribuzione che risulta superiore del 32% a quella delle donne (1.220 euro contro 924 euro mensili netti).

A cinque anni dalla laurea le differenze di genere si confermano significative: svolgono un'attività extradomestica 83 donne e 89 uomini su cento. La stabilità del lavoro risulta essere una prerogativa prevalentemente maschile: infatti, l’80% degli occupati è impiegato con un contratto a tempo indeterminato contro il 66% delle occupate. Tra uno e cinque anni dal conseguimento del titolo, le differenze di genere in relazione alla retribuzione, lungi dal ridursi, aumentano ulteriormente: il divario cresce fino a raggiungere il 30% (1.646 contro 1.266 euro).

Le differenze di genere raggiungono i 17 punti tra quanti hanno figli. Il tasso di occupazione è pari all’89% tra gli uomini, ma soltanto al 72% tra le madri laureate.

Pur interessando entrambi i sessi, la disoccupazione e la precarietà appaiono dunque più accentuate tra le donne. Il "Rapporto suidiritti globali" stilato nel 2013  precisa, infatti, come gli oltre 3,3milioni (3.315.580 per la precisione) di precari italiani, che percepiscono in media 836 euro netti al mese, ( e, anche in questo caso, è presente un differenziale retributivo basato sul genere, in quanto la remunerazione dei maschi è pari a 927 euro mensili e quella delle donne a 759 euro) siano concentrati prevalentemente nel settore dell'istruzione e in quello della sanità (514.814 persone), nei servizi pubblici e in quelli sociali (477.299) e nella pubblica amministrazione (Stato, Regioni, enti locali, ecc.) (119.000 lavoratori). Il 34% dei precari italianiè costituito dunque da dipendenti pubblici, che in grande maggioranza,sono donne (71%). La presenza femminile raggiunge i valori più elevati nella Sanità (79,3 per cento) e nell’Istruzione (75,3 per cento) Gli altri settori che registrano una forte presenza di questi lavoratori atipici sono il commercio (436.842 persone), dove è molto elevata la presenza femminile, i servizi alle imprese (414.672) e gli alberghi e i ristoranti (337.379), dove lavorava appunto Tiziana.

Secondo un Rapporto della Federalberghi, nel 2010 dei 982.223 lavoratori dipendenti nel settore del Turismo, 556.238, ossia il 57%, erano donne, mentre nelle aziende alberghiere, su un totale di 193.575 occupati, 102.698 sono donne.

Il 32,5% di queste, per altro, è inquadrata ai livelli inferiori contro il 17,34% degli uomini.

Nel settore turistico, nella riviera romagnola come altrove, lo sfruttamento estremo, fino all'imposizione di condizioni di semischiavitù, costituisce un fenomeno strutturale, particolarmente diffuso nel contesto del lavoro stagionale. Mancate retribuzioni, lavoro sommerso, contratti part time che si trasformano in giornate full sono i casi più comuni segnalati ai sindacati. Vengono erogate retribuzioni di 2, 3 euro all'ora e imposti prolungamenti della giornata lavorativa tali da raggiungere 50 o addirittura 90 ore alla settimana, ovviamente sopprimendo anche ilgiorno di riposo.  Insomma un'enorme estorsione di plusvalore assoluto che evoca il periodo della Prima Rivoluzione industriale. La questione riguarda tutte le strutture ricettive, dalle piccole ai grandi resort.

L'Associazione Rumori Sinistri, che opera a tutela dei lavoratori e promuovecampagne di sensibilizzazione e di denuncia del fenomeno, osserva come da circa dieci anni si assista nel lavoro stagionale alla drastica riduzione dei salari reali e a un allentamento dell'interesse e del controllo sulle condizioni di lavoro, sia da parte del sindacato che da parte della politica. 

La crisi economica ha aggravato ulteriormente la situazione, in quanto non è stata affrontata con il ricorso ad una riqualificazione dei servizi e delle strutture ricettive, ma con la realizzazione di un'ulteriore compressione dei costi, con l'abbattimento dei salari e con la riduzione dei diritti dei lavoratori.

A ciò si aggiunga il fatto che molte aziende scelgono di appaltare i servizi a cooperative o società, in molti casi forme fittizie di associazioni create per sfuggire a una regolamentazione dei contratti. Un altro problema è costituito dalla la direttiva comunitaria Bolkestein sui servizi nel mercato europeo comune: una azienda che presta servizi in Italia, grazie ad essa, può applicare da noi le regole del proprio paese d’origine, assumendo personale da Stati dove il costo dellavoro è molto più basso che in Italia

L'applicazione della direttiva può tradursi nell'erogazione al lavoratore o alla lavoratrice di una paga oraria di soli due euro

Ribellarsi a queste condizioni di lavoro assimilabili alla schiavitù non è affatto semplice e spesso comporta il licenziamento, sovente mascherato dall'imposizione delle dimissioni "volontarie", come è accaduto a Tiziana.

Nel suo caso, occorre poi osservare come le siano state attribuite mansioni non previste dal contratto che rientrano nel lavoro di cura (l'accudimento del figlio dei padroni) e che enfatizzano la sua appartenenza al genere femminile.

Vorrei infine fare un'osservazione banale. Il sesso del padrone non muta il carattere di dominio e di supersfruttamento che connota il modo di produzione capitalista. Ritenere che le donne possano modificare profondamente la struttura del capitalismo, apportandovi specifiche competenze relazionali è mera illusione, come mostra il caso in esame. Considero pertanto sbagliato l'auspicio di integrare le donne nell'attuale sistema e di coinvolgerle nello sfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici e nella gestione del potere economico maschile.

Permettetemi pertanto di concludere l'articolo con una citazione tratta da "Sputiamo su Hegel" di Carla Lonzi:

"Ci siamo accorte che, sul piano della gestione del potere, non occorrono delle capacità, ma una particolare forma di alienazione molto efficace. Il porsi della donna non implica una partecipazione al potere maschile, ma una messa in questione del concetto di potere".



di Maria Rossi


Negli Stati Uniti la Fiat ha fatto realizzare uno spot della 500 Abarth Cabrio nel quale 12 modelle e contorsioniste dai corpi nudi dipinti si dispongono in modo tale da costruire, debitamente "assemblate", una "carrozzeria umana".

Nelle intenzioni degli ideatori e del committente lo spot, che dovrebbe rappresentare un' opera d'arte costituita dalla performance di dodici donne dal corpo snello, perfetto e flessuoso dipinte dal body painter Craig Tracy e riprese dal fotografo R.J. Muna, dovrebbe tradurre in immagine la similitudine dell'auto realizzata come se fosse composta da puri muscoli, vale a dire umanizzata. Il concetto evocato è quello di "auto muscolosa", potente, un'idea che mal si concilia con le caratteristiche tecniche di una 500, ma che pare in grado di catturare l'interesse del pubblico statunitense. Per rappresentare iconograficamente un autoveicolo dotato di possenti muscoli, sarebbe stato, soprattutto, più appropriato, ma altrettanto discutibile, "assemblare" i corpi di 12 uomini, anziché di 12 donne.

L'interpretazione che un gruppo di operaie in cassa integrazione dello stabilimento Fiat di Pomigliano d'Arco offre delle immagini che compongono lo spot è rovesciata rispetto a quella proposta dai realizzatori. Per le lavoratrici la pubblicità della 500 non genera l'umanizzazione di un prodotto, concetto già inquietante, perché dissolve la distinzione tra soggetto e oggetto, ma crea e riproduce per l'ennesima volta la reificazione delle donne. 

"Qualcuno la chiama ‘arte’", osservano, "ma a noi fa rabbrividire il pensiero sottinteso con cui Marchionne intende strumentalizzare i corpi delle donne da lui considerati ‘cose’, semplici pezzi di componentistica da manipolare per ‘fare prodotto’." "Donne usate come sottogruppi da assemblare, corpi negati come i diritti dei lavoratori".

Ritengo valide entrambe le letture dello spot. I padroni conferiscono umanità ai prodotti, nel momento stesso in cui reificano e mercificano gli esseri umani. 

Senza l' "assemblaggio" dei corpi delle 12 modelle la Fiat 500 non esisterebbe (dunque, l'auto è umanizzata). E' altrettanto evidente come le attrici dello spot siano oggettivate, in quanto il loro corpo è dipinto e disposto in modo tale da rappresentare le singole componenti della carrozzeria della vettura. Alcune di loro recano impresso il marchio della Fiat, a sottolineare in modo ancora più plateale il proprio configurarsi come merce. Il loro corpo non gode neppure della considerazione, del rilievo, della compiutezza di un'auto, in quanto ne riproduce soltanto una parte, un pezzo, che acquista senso soltanto dall'integrazione con gli altri.

Lo spot traduce in immagini una serie di metafore, trasformandole in identità tra due diverse entità: in primo luogo materializza, rende concretamente esperibile l'idea di donna-oggetto, così frequentemente diffusa nel linguaggio pubblicitario. 

Per esprimere un "apprezzamento" sessista oggettivante nei confronti di una donna dalle forme procaci le si attribuisce (o le si attribuiva) talvolta una «bella carrozzeria», che è appunto il rivestimento esterno di un autoveicolo, ad evidenziare la sua essenza di involucro piacevolmente decorativo. 

Un contenitore che richiama anche l'immagine dell'homme machine di La Mettrie e, in genere, dei materialisti settecenteschi che trasformano il dualismo cartesiano nel monismo dell'essere umano concepito come puro meccanismo. In Descartes, invece, la razionalità era il supplemento d'anima che impediva la completa assimilazione dell'uomo alla macchina, cui sono invece ridotte le donne dello spot. 

Le operaie cassintegrate sostengono, inoltre, che i corpi delle donne in questo spot sono negati così come lo sono i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici negli stabilimenti della Fiat, stabilendo quindi una connessione tra la pubblicità in questione e le condizioni di produzione.

Orbene, questo spot, a mio parere, lascia trasparire i tratti salienti della filosofia dell'azienda. 

Le modelle, così come gli operai e le operaie, sono concepite e trattate come semplici pezzi di un ingranaggio, i cui movimenti e i cui corpi devono essere rigidamente disciplinati per essere finalizzati alla costruzione di autoveicoli. I dipendenti della Fiat sono considerati macchine superproduttive, robot privi di bisogni, di desideri, di esigenze extralavorative, soprattutto dopo gli accordi-diktat imposti ai lavoratori della Chrysler, di cui la casa torinese detiene il 58,5% delle azioni, nel 2009 e a quelli di Pomigliano d'Arco e di Mirafiori nel 2010.

Il contratto stipulato con l'UAW, il sindacato attivo alla Chrysler, prevede, tra l'altro, il congelamento dei salari, la sospensione dell'indennità di carovita, il dimezzamento della retribuzione e l'assenza di diritti per i nuovi assunti, che possono raggiungere il 25% degli occupati, con prevedibile licenziamento di un buon numero di dipendenti a tempo indeterminato. 

Quanto alle condizioni di lavoro, che interessano qui, le pause di riposo vengono ridotte, l'azienda è libera di introdurre regimi di orario alternativi, il lavoro straordinario viene calcolato sulle ore settimanali e non su quelle giornaliere, ciò che ha condotto ad un'intensificazione parossistica dell'estorsione di plusvalore dai dipendenti. Basti pensare che ci sono operai e operaie sfruttati 63 ore alla settimana e occupati sei giorni su sette! E' evidente che ci troviamo di fronte ad una conversione in automi dei lavoratori, espropriati del diritto ad un'esistenza che si esplichi fuori dalla fabbrica.

Analogamente, l'accordo imposto agli operai di Pomigliano d'Arco nel giugno del 2010 prevede la possibilità per l'azienda di richiedere 80 ore aggiuntive di prestazione individuale straordinaria obbligatoria oltre alle 40 già previste dal Contratto Collettivo nazionale dei metalmeccanici del 2008. L'azienda si riserva la possibilità di richiedere alla forza lavoro il recupero delle ore perse a seguito di eventuali inconvenienti non dipendenti dall'operaio «nei 6 mesi successivi oltre che nella mezz'ora di intervallo fra i turni, nel diciottesimo turno o nei giorni di riposo settimanali». L'operaio, in pratica, deve rendersi disponibile alla prestazione sei giorni su sette, con conseguente riduzione della capacità di organizzare i propri tempi di vita non vincolati al ritmo della catena. 

Si introduce così un dispositivo di flessibilità totale che trova un rispecchiamento pubblicitario nella flessuosità dei corpi delle modelle e nel loro contorsionismo. L'esasperata intensificazione dello sfruttamento dei lavoratori rende in effetti necessario compiere acrobazie e salti mortali per poter gestire la propria quotidianità.

L'accordo di Pomigliano, inoltre, contempla l'introduzione di una nuova metrica, denominata Ergo-Uas che, com'è accaduto a Mirafiori, dove tutte le postazioni sono state fatte rientrare nella fascia verde che indica l'assenza o la lievità del rischio di affaticamento, anziché attenuare lo stress psicofisico degli operai, come il nome sembrerebbe indicare, riduce il tempo in cui questi ultimi devono effettuare le operazioni assegnate, aumentando la saturazione e incrementando i ritmi produttivi.

Oltre tutto, l'implementazione di questo nuovo sistema comporta una riduzione delle pause di lavoro del 25%.

La produzione è estesa a 24 ore al giorno con 18 turni settimanali (sabato notte incluso). Il sistema di riposi impone un orario che comprende settimane di 48 ore. La pausa di mezz'ora per la mensa viene collocata a fine turno, ma l'azienda può utilizzarla per comandare il lavoro straordinario.

Il fatto che quest'accordo non venga in pratica applicato per i mancati investimenti Fiat a Pomigliano d'Arco e il conseguente perdurare della cassa integrazione nulla toglie alla sua natura di contratto capestro che stabilisce durissime condizioni di lavoro, più adatte ad una macchina che ad un essere umano.

Un altro caposaldo della filosofia Fiat a Pomigliano è stato quello di incentivare la partecipazione dei lavoratori per incrementarne la produttività e promuoverne l'autocontrollo e la condivisione degli obiettivi aziendali, senza peraltro allentare la pervasività del controllo gerarchico.

Anche le modelle dello spot, naturalmente, (questo è ovvio) e, attraverso di loro, le donne in genere sono sollecitate a cooperare attivamente e disciplinatamente alla propria reificazione.

Mi pare insomma che questa pubblicità, oltre ad essere paradigmatica del sessismo imperante, apra squarci illuminanti su alcuni aspetti essenziali del modo di produzione capitalista.

Con l'ultima proposta di Riforma del mercato del lavoro del governo Monti-Fornero, torna la possibilità del reintegro anche nei licenziamenti giustificati per motivi economici, rivelatisi insussistenti. Il giudice potrà scegliere tra reintegro e indennizzo (12 e 14 mensilità). Un passo avanti rispetto alla proposta precedente, ma un passo indietro rispetto all'articolo 18 vigente che prevede invece l'obbligo di reintegro. Non si comprende come dovrebbe orientarsi tale discrezionalità del giudice. Come e perchè un licenziamento ingiustificato comporti un risarcimento invece che la reintegrazione nel proprio posto di lavoro. Nè è chiara la motivazione di tale modifica. Ufficialmente è per favorire gli investimenti esteri e per trattenere le aziende che delocalizzano. Ammesso che sia accettabile, il rapporto tra la libertà di licenziare ingiustamente i lavoratori e gli investimenti andrebbe quanto meno dimostrato, a fronte di ben altri fattori fiscali, infrastrutturali e criminali che scoraggiano l'impresa su larga parte del territorio nazionale. Piuttosto preoccupa la combinazione con l'aumento dell'età pensionabile. Una riforma insoddisfacente anche dal punto di vista di chi l'ha promossa, ma che tuttavia riesce a rompere il tabù. Nessuna tipologia di contratto precario viene rimossa e le maglie della "flessibilità in uscita" potranno ulteriormente allargarsi in un prossimo futuro.


La sostanza del nuovo articolo 18 voluto dal governo Monti-Fornero consiste nel fatto che i padroni potranno licenziare chi vogliono per "motivi economici". Mal che gli vada, pagheranno una multa. E' la monetizzazione del lavoro. Sarà esteso a tutti, ma non tutelerà più nessuno. Con l'articolo vigente, un licenziamento ingiustificato per motivi disciplinari o per motivi economici, comporta il reintegro. In alternativa il lavoratore può scegliere l'indennizzo e spuntare un buon indennizzo anche grazie alla possibilità del reintegro. Con il nuovo articolo 18, in caso di licenziamento ingiustificato per motivi disciplinari, il giudice potrà scegliere tra indennizzo e reintegro. Nel caso di licenziamento ingiustificato per motivi economici, il giudice dovrà obbligatoriamente decidere l'indennizzo, tra la quindicesima e la ventisettesima mensilità. Qualunque lavoratore l'azienda voglia espellere, perchè comunista, delegato Fiom, omosessuale, ebreo, madre incinta, etc. gli sarà sufficiente giustificare il licenziamento con "motivi economici" e se gli va male, pagare l'indennizzo. Il reintegro varrà ancora per il licenziamento discriminatorio, ma toccherà al lavoratore licenziato dimostrare che sia così e gli sarà molto difficile, poichè gli occorrerà la testimonianza dei colleghi, potenziali candidati al licenziamento per «motivi economici». Una tale disciplina dei licenziamenti, associata all'aumento dell'età pensionabile, è un dispositivo micidiale per i lavoratori ultracinquantenni.


Riferimenti:

In una certa logica aziendale aspettare un bambino equivale ad essere malati o infortunati. E' vergognoso, ma fa già schifo l'idea che una persona possa essere licenziata o non retribuita perchè ha avuto un infortunio o una malattia. In un paese con una mentalità del genere, l'articolo 18 deve essere un tabù.
Poco importa che qui lo statuto dei lavoratori non c'entri direttamente, trattandosi di lavoro parasubordinato. Senza articolo 18 diventa possibile di fatto licenziare senza giusta causa, anche nel lavoro subordinato, donne in maternità o lavoratori malati e infortunati. Sono situazioni nel mirino dappertutto. L'articolo 18 è un caposaldo della civiltà del lavoro. E' una questione di cultura. Se lo si elimina, sarà più semplice penalizzare tutti i lavoratori, anche da parte di amministrazioni e istituzioni pubbliche come la Rai.
Ovvio che il datore non licenzia una lavoratrice con la motivazione ufficiale che è in maternità. Troverà un pretesto. Senza l'articolo 18, se lei fa causa dovrà sostenere le spese legali e dimostrare di essere stata discriminata.

Non passa per l'articolo 18 la precarietà dei contratti atipici. Tuttavia, coloro che hanno introdotto i contratti atipici sono gli stessi che oggi vogliono abolire l'articolo 18. Per l’abolizione dell’articolo 18 passa però la precarietà di quelli che sono (o saranno regolari). Senza l'articolo 18 i datori potranno licenziare i lavoratori dipendenti a tempo indeterminato come e quando vogliono, mal che gli vada pagando un semplice indennizzo. I licenziamenti saranno più facili e le donne saranno le prime ad essere licenziate.
Più in generale, attraverso l’articolo 18 passa l’idea di quale sia il rapporto di lavoro normale: quello stabile o quello precario. E’ una questione simbolica, ma non solo.
L’obbligo del reintegro è teorico. In pratica, il più delle volte, il lavoratore ingiustamente licenziato patteggia un indennizzo. La possibilità del reintegro serve a patteggiare un indennizzo più alto. Come già ricordato, con l’articolo 18 le spese legali e l’onere della prova sono a carico dell’azienda. Con il solo divieto di licenziamento discriminatorio sarebbero invece a carico del lavoratore.
E’ falso che i lavoratori dipendenti a tempo determinato siano incondizionatamente sicuri del posto fisso. Chi vuole licenziare per una ragione valida, può farlo legalmente e correttamente.
- Vi sono i licenziamenti collettivi (minimo cinque lavoratori) in caso di crisi economica o per esigenze relative a ristrutturazioni produttive e organizzative.
- Vi è il licenziamento per giustificato motivo, relativo ad inadempienze contrattuali o allo scarso rendimento del lavoratore.
- Vi è il licenziamento per giusta causa, relativo a fatti e situazioni esterne al rapporto di lavoro, che possono minare il rapporto di fiducia tra datore e prestatore di lavoro.
E’ falso che l’articolo 18 tuteli solo una minoranza di lavoratori. I lavoratori a tempo indeterminato sono l’87%. Su un totale di 17 milioni di lavoratori dipendenti, nelle aziende sopra i venti dipendenti, sono occupati circa 12 milioni e mezzo di lavoratori (dati Istat 2010). La maggioranza dei lavoratori dipendenti è tutelata dall’articolo 18. Nel 2003 si è tentato un referendum che estendesse questa tutela a tutti i lavoratori.
Risulta chiaro nel rapporto tra uomini e donne, che parità di diritti e opportunità, significa dare più diritti e più opportunità alla parte che ne ha di meno. Nel rapporto tra diverse categorie e condizioni di lavoro viene invece curiosamente applicato il criterio opposto.

Riferimenti:

Un commento a "Fuori orario" (Metilparaben)

E va bene che ‘sti commercianti sono ladri per principio e evasori per vocazione ma adesso non hanno neanche voglia di lavorare?
E capisco anche che milioni di persone vogliano vivere un tantino meglio. Resta da chiedersi se ‘sti negozianti hanno diritto a farsi la ceretta, tagliarsi i capelli, comprarsi il maglioncino, fare la spesa e magari chissà anche loro avranno un marito, una moglie, dei figli e perfino degli amici.
Naaaa, il negoziante no, avido fannullone, “non tiene famiglia”, diciamo pure che non “tiene” una vita! E se proprio vuole, si organizzi gli orari in modo da averne una, un po’ come può fare qualsiasi libero professionista (deve proprio tagliarsi i capelli o comprarsi il maglioncino la notte? Si organizzi gli orari!). E i dipendenti? Beh, i dipendenti si considerino fortunati ad avere ferie, giorni di riposo e festivi e perfino la malattia o la maternità (per i piccoli negozianti sono lussi).
Da negoziante non sono contraria alla liberalizzazione degli orari. Ognuno ne faccia ciò che crede. Urta assai invece il piglio con cui sembra lo si pretenda.
Sarà forse per il mio sangue bastardo, un po’ italico un po’ extracomitario, che conferisce attitudine allo spezzarsi la schiena per bene, anche io come il signore sotto casa sua ho prolungato l’orario, un giorno alla settimana perfino fino alle 22. Certo lasciando a casa marito e figli, l’ultima quasi partorita al lavoro, e aspetto, aspetto fiduciosa questi milioni di italiani che, ahime, più che non avere il tempo per spendere, non hanno i soldi!
Ah che triste guerra tra poveri! 
Orari dei negozi, al via la liberalizzazione, ma i commercianti preparano la resistenza (Repubblica)
Al via la liberalizzazione degli orari dei negozi di Roma, ma ai commercianti non piace (Liquida)



Già che ho criticato una precedente vignetta di Vauro sulla Fornero, voglio dire invece che questa la trovo geniale. Un disegno sintetizzato in uno schizzo. Basta leggere nei forum e nelle bacheche di Facebook: l'articolo 18 sarebbe un intralcio per il rinnovo di maestranze obsolete. E non più giovanissime. Sono le aziende a chiedere spesso i prepensionamenti dei più anziani. Sono gli anziani ad essere spesso oggetto di mobbing, per essere indotti a licenziarsi. Si aumenta l'età pensionabile, ma agli imprenditori i lavoratori anziani non piacciono. Aumento dell'età pensionabile e libertà di licenziamento: una combinazione micidiale.



Chissà perchè se si permette di licenziare illegittimamente gli adulti, si tutelano meglio i giovani.

Favorisce la crescita? Ma cresci sei fai dei prodotti buoni, se hai un processo di qualità, se sai innovare. Non se sei più libero di far fuori i delegati sindacali o i lavoratori che scioperano o esercitano i propri diritti.

L'articolo 18 non impedisce i licenziamenti collettivi per le ristrutturazioni aziendali, nè i licenziamenti individuali per inadempienze contrattuali, impedisce che si licenzi un lavoratore perchè è un ladro, quando invece non è vero che ha rubato. 

Senza l'articolo 18 ci sarebbero licenziamenti mirati contro persone scomode, perchè sindacalisti, gay, ebrei, qualsiasi cosa non abbia a che fare con l'adempimento del contratto e le esigenze produttive e organizzative dell'azienda. Pochi o tanti, sarebbero  licenziamenti illegittimi e ingiusti. Il voler concedere agli imprenditori la libertà di attuare licenziamenti di questo tipo non non ha nessuna giustificazione economica. 

Si usa una disparità per predicare un riequilibrio al ribasso. Non è vero che l'art. 18 tollera licenziamenti di questo tipo nella maggior parte delle aziende. Esiste proprio per impedirli. Ma nelle aziende con meno di 15 dipendenti non è in vigore. Si è fatto un referendum nel 2003 per estenderlo a tutte le aziende. Chi ha votato no o si è astenuto per farlo fallire, ha agito lui perchè licenziamenti di questo tipo continuassero ad essere possibili nelle piccole imprese.



La meritocrazia è quel sistema per cui ciascuno si dimostra bravo a svolgere un certo ruolo, quindi viene promosso ad un ruolo superiore e così via finché non giunge al ruolo in cui si rivela incapace e lì si ferma. Quando alla fine tutti sono stati promossi a fare ciò che non sanno fare, per essere lasciati definitivamente lì, il merito ha realizzato il suo potere.

Powered by Blogger.
© 2010 Massimo Lizzi Suffusion theme by Sayontan Sinha. Converted by tmwwtw for LiteThemes.com.