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Sindacati di base - Sciopero generale del 18 ottobre



di Maria Rossi


Aderisco allo sciopero generale indetto dai sindacati di base (USB, Confederazione Cobas, CUB con l’ adesione di SNATER,  OR.S.A. Scuola Università e Ricerca, Sindacato SIAE, USI e Unicobas).

In primo luogo, ritengo importante che si prenda in considerazione l'articolata composizione tecnica e sociale del lavoro in Italia e ci si rivolga    alla moltitudine dei soggetti colpiti dalla crisi: non soltanto i precar*, ma anche i lavoratori e le lavoratrici pubbliche e private a tempo sempre meno indeterminato (per l'inesistenza nelle piccole imprese dell'art.18  o per la sua sostanziale abrogazione), pensionat* e migranti per i quali i sindacati che hanno proclamato lo sciopero richiedono la regolamentazione generalizzata, oltre all'abolizione della legge Bossi Fini. 

Ricordo che la legge di stabilità prevede il blocco della contrattazione nel pubblico impiego e quello del turn over fino al 2018.  Ciò si aggiunge alla drastica riduzione (10%) del personale della pubblica amministrazione decretato dal governo Monti. Ad essere maggiormente colpite da questi provvedimenti sono le donne. Nel pubblico impiego vi è, infatti, una prevalenza di personale femminile che rappresenta il 55% del totale. In alcuni settori (Scuola e Servizio sanitario nazionale), l’occupazione femminile è tradizionalmente predominate. Tale assetto tende, anzi, a consolidarsi: nel primo settore, la percentuale di donne è passata dal 77,3% al 78,8% negli ultimi anni, e nella Sanità dal 62,2% al 64,7%. I provvedimenti che colpiscono il settore pubblico, dunque, esercitano anzitutto ripercussioni sull'occupazione femminile, anche perché  si traducono in  una riduzione del welfare state.

Alla fine di luglio vi erano decine di contratti collettivi nazionali di lavoro che dovevano essere rinnovati. L’Istat  rilevava la presenza di 6,8 milioni di dipendenti ancora in attesa del rinnovo contrattuale.  La percentuale corrispondente  era pari al 52,7% del totale  e al 38,9%  con esclusivo riferimento al settore privato. 

I lavoratori precari presenti in Italia sono  3.315.580. La più alta concentrazione  si ha nel pubblico impiego. Infatti, nella scuola e nella sanità ne troviamo 514.814, nei servizi pubblici e in quelli sociali 477.299. Se includiamo anche i 119.000 circa che sono occupati direttamente nella pubblica amministrazione (Stato, Regioni, enti locali, ecc.), il 34% del totale dei precari italiani risulta alle dipendenze del settore pubblico. Gli altri settori che registrano una forte presenza di questi lavoratori atipici sono il commercio (436.842), i servizi alle imprese (414.672) e gli alberghi e i ristoranti (337.379). Tutti questi comparti sono caratterizzati da una consistente  presenza femminile. 

Ad agosto 2013 il tasso di disoccupazione  ha raggiunto il 12,2% , mentre la disoccupazione giovanile   interessa ormai il   39,5% dei giovani, con un picco del 51% per le  ragazze meridionali. 

Quanto alle pensioni, circa quattro pensionati su dieci ricevono meno di 1.000 euro al mese: più in particolare il 13,3% dei pensionati riceve meno di 500 euro al mese, il 30,8% tra i 500 e i 1.000 euro, il 23,1% tra i 1.000 e i 1.500 euro e il restante 32,8% percepisce un importo superiore ai 1.500 euro. L'importo medio dei trattamenti percepiti dalle donne è pari al 70% circa di quello degli uomini (13.228 euro contro 19.022 euro). Oltre la metà delle donne (53,4%) riceve meno di mille euro al mese, a fronte di circa un terzo (33,6%) degli uomini. 

I salari dei lavoratori e delle lavoratrici italiane sono tra i più bassi d'Europa. I migranti vivono in condizioni di estrema subordinazione e di carenza di diritti. Le politiche di austerità producono l'incremento della disoccupazione e della precarietà del lavoro e un'ulteriore drastica riduzione del welfare state. Queste sono per me ragioni sufficienti per partecipare a uno sciopero indetto "contro le drastiche ricette del FMI, della BCE e dell’Unione Europea che in nome della stabilità monetaria impongono al nostro paese  rovinose politiche sociali; per un serio piano nazionale sull’occupazione basato su opere socialmente necessarie (e la Tav non lo è), contro ogni forma di precarietà, per il rilancio qualificato di una pubblica amministrazione al servizio dei cittadini , per lo sblocco dei contratti del pubblico impiego e per un rinnovo reale dei contratti del settore privato, per seri aumenti salariali e pensioni adeguate a sostenere una vita dignitosa, per la nazionalizzazione delle aziende strategiche, contro la privatizzazione dei servizi pubblici, per un fisco equo che scovi gli evasori e riduca la pressione fiscale sui lavoratori dipendenti e sulle fasce più deboli della popolazione; per la difesa della scuola, dell'università, della ricerca  e della previdenza pubblica,  per la regolarizzazione generalizzata di tutti i migranti e l’abolizione della Bossi Fini; per la democrazia sui posti di lavoro".

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