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Femminismo ancella del capitalismo?



di Maria Rossi


Cristina Morini, femminista che stimo e apprezzo molto per i libri e i saggi che ha scritto, per la sollecitazione ad introdurre il reddito di esistenza, per l'importanza che attribuisce ai beni comuni, per l'evocazione di pratiche di cooperazione sociale produttiva, ha tradotto un articolo di Nancy Fraser che non condivido e di cui non comprendo l'utilità. Come si inserisce questo testo nel contesto italiano? Il titolo: Come il femminismo divenne ancella del capitalismo si presta a possibili strumentalizzazioni da parte di agguerriti movimenti maschilisti, ma sarebbe comprensibile se le accuse mosse fossero pertinenti, mentre, a mio parere, sono soltanto ingenerose e generiche. Inoltre lo spazio consacrato alle critiche è molto più chiaro, ampio ed articolato rispetto a quello dedicato all'enunciazione di proposte che appaiono piuttosto nebulose, se non altro perché formulate in modo eccessivamente sintetico.
Nella prima parte dell'articolo, Nancy Fraser, femminista marxista statunitense, esprime preoccupazioni e critiche condivisibili, anche se dirette ingiustamente contro tutte le esponenti del movimento e non soltanto contro l'indubbiamente egemonica corrente del femminismo liberale, istituzionale ed individualista. L'autrice lamenta che le femministe abbiano abdicato alla critica di una società che promuove il carrierismo, per sollecitare invece l'integrazione delle donne nel sistema capitalista e celebrare l'individualismo e la meritocrazia. Sono d'accordo, ma questi rimproveri dovrebbero essere rivolti soltanto ad una frazione più o meno ampia del movimento delle donne. [Considero, ad esempio, come molte altre, un tradimento della radicalità del femminismo, anziché una conquista, aver introdotto le quote rosa (30% entro il 2015) nei consigli di amministrazione delle società quotate, coinvolgendo in tal modo le donne nella gestione del sistema capitalista che andrebbe destrutturato e non rafforzato. Queste decisioni, comunque, non godono dell'approvazione dell'intera e articolata galassia del femminismo.] Reputo ingiusto, comunque, accusare l'intera seconda ondata del movimento di essere "diventata ancella del capitalismo contemporaneo", così come ritengo infondate alcune delle motivazioni di tale rimprovero.
Analizziamole una ad una. Un contributo che il femminismo avrebbe dato all'ethos neoliberista consisterebbe nell'aver "rifiutato l'economicismo e politicizzato il "personale", concentrando la propria attenzione sui temi dell'identità di genere (violenza domestica, stupro, oppressione riproduttiva, sessismo), fino a rimuovere il ricordo delle lotte per l'uguaglianza sociale.
In primo luogo, riflessioni raffinate su argomenti non economici come quelli riguardanti la costruzione del genere sono state elaborate anche dal femminismo della terza ondata (quello queer). Al contempo, quello della second wave include correnti come quella marxista, radicale materialista ed anarchica che non hanno mai cessato di formulare una serrata critica dell'economia politica. Anche il femminismo della differenza ha prospettato alternative allo scambio di mercato, sviluppando considerazioni approfondite sull'economia del dono e sul denaro come istituzione patriarcale. Penso ad esempio alle elaborazioni teoriche di Généviève Vaughan e di Daniela Pellegrini. Non si può quindi affermare che il femminismo della seconda ondata abbia manifestato indifferenza nei confronti dei temi economici.
E' vero, invece, che negli ultimi anni la questione del femminicidio e della violenza maschile sulle donne ha acquistato un particolare rilievo nel dibattito pubblico, [oscurando probabilmente altri temi, forse anche per il declino della speranza di sovvertire il sistema capitalista, in seguito al crollo del muro di Berlino.] L'opposizione al patriarcato in tutte le sue sfaccettature costituisce, però, l'obiettivo principale del femminismo e prefiggersi lo scopo di ridurre e poi abolire la violenza maschile e di destrutturare i rapporti di dominio che regolano le relazioni tra i sessi non può essere considerata una colpa. Certo, è opportuno, come osserva Nancy Fraser, coniugare la lotta contro il sistema patriarcale a quella per il conseguimento della giustizia economica ed è possibile anche individuare un nesso tra le due questioni. Un articolo de "La Repubblica" di due anni fa poneva in luce come fossero soprattutto le casalinghe e le disoccupate a manifestare difficoltà a troncare le relazioni con gli uomini violenti. Rendere le donne economicamente indipendenti, magari con l'erogazione di un reddito di esistenza, potrebbe facilitare la decisione di infrangere rapporti caratterizzati dalla pratica maschile della violenza.
Il femminismo, secondo Nancy Fraser, avrebbe contribuito al trionfo del neoliberismo anche con la critica al paternalismo del welfare state, l'esaltazione dell'attività delle Ong e del microcredito, fiorito proprio nel momento in cui gli Stati abbandonavano gli impegni macro-strutturali per combattere la povertà, impegni che i prestiti su piccola scala non possono assolutamente sostituire. Chiedo di nuovo: a quale corrente del femminismo ci si riferisce? A quella liberale o a quella individualista la cui esponente più significativa: Wendy McElroy si definisce anarco-capitalista e celebra le lodi del libero mercato, oltre che della pornografia e della prostituzione ? E di quale nazione si sta parlando? Solo degli USA o anche di altri Stati? L'accusa mi pare troppo generica. In Italia, che io sappia, nessuna femminista ha mai formulato la richiesta di un abbattimento del welfare state, in base all'assunto che esso rispecchierebbe l'ordine simbolico patriarcale. Si è sempre lottato, anzi, per conseguire un potenziamento dei servizi pubblici.
Ma l'accusa più grave e, a mio parere, pericolosa rivolta al femminismo da Nancy Fraser è quella di aver concorso all'affermazione del neoliberismo e del capitalismo flessibile, mediante la critica al concetto di "salario familiare" e al modello del marito breadwinner e della moglie casalinga. Si tratta di un'accusa che, oltre che ingiusta, potrebbe essere formulata da qualsiasi maschilista tradizionalista. Non intendo qui ricostruire dettagliatamente la genesi dell'ideologia (tale è sempre stata) del salario famigliare, ma ritengo utile proporre un rapido excursus storico, facendo riferimento ad un'utilissima dispensa universitaria intitolata Lavoro e povertà femminile predisposta dalla professoressa Bruna Bianchi e disponibile in rete.

Come nasce il salario famigliare

L'idea di erogare al salariato una retribuzione sufficiente a mantenere se stesso e la famiglia si affaccia nell'Ottocento, quando la Rivoluzione Industriale, con l'introduzione delle macchine, rende superfluo il lavoro tecnico e specializzato, prerogativa degli uomini, e determina il massiccio ingresso di donne e bambini nelle fabbriche tessili. Gli uomini, a causa delle mani meno agili e più robuste di quelle delle donne, si rivelano meno adatti ad azionare i telai meccanici e i filatoi, poiché il lavoro consiste essenzialmente nel riannodare i fili spezzati. Nel 1839 nell’impero britannico solo il 23% degli addetti a queste macchine è costituito da uomini adulti.
I profondi sconvolgimenti prodotti dall'industrializzazione sollecitano molti riformatori a svolgere inchieste di denuncia delle durissime e disumane condizioni di lavoro nelle fabbriche. Una sezione di questi scritti è costantemente consacrata allo studio dell'attività salariata femminile, che viene indagata, descritta e documentata con un’attenzione senza precedenti, dal momento che i contemporanei si interrogano sull'appropriatezza, sulla moralità e sulla legittimità del lavoro delle donne in fabbrica e spesso la negano.
Lo stesso Friedrich Engels, che pure ha il grande merito di aver formulato un'importante teoria sull'origine del patriarcato e della contraddizione di genere, nella Situazione della classe operaia in Inghilterra, accanto ad osservazioni sul prolungamento disumano della giornata lavorativa, sull'intensificazione dello sfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici, sull'esiguità dei salari e accanto a riflessioni vertenti sul fatto che l'attività protratta in fabbrica senza alcuna considerazione per la gravidanza, il puerperio e l’allattamento costituisce una violenza esercitata sul corpo delle donne e dei bambini, inserisce nella sua inchiesta una serie di valutazioni morali.
La promiscuità del lavoro, l’oscenità del linguaggio e dei comportamenti favoriscono, a suo parere, “l’impudicizia femminile “, ma l'attività salariata provoca soprattutto la disgregazione delle famiglie. La donna operaia, per Engels, non sa svolgere alcun lavoro domestico, non sa cucire, né cucinare, non è una madre premurosa, ma trascura i figli e li espone al rischio della malattia e della morte per infortuni.
Talvolta il lavoro di fabbrica non produce la disgregazione, bensì il sovvertimento dei ruoli familiari: la madre si occupa del mantenimento della famiglia e il padre dell'accudimento dei figli e del disbrigo delle faccende domestiche; nella sola Manchester sono presenti “parecchie centinaia di questi uomini condannati al lavoro domestico”.

"Eppure questa situazione che svirilizza l’uomo e toglie alla donna la sua femminilità, - afferma Engels - [...], questa situazione che nel modo più infame degrada i due sessi e con loro l’umanità, è la conseguenza ultima della nostra tanto decantata civiltà [...] dobbiamo ammettere che un così totale capovolgimento nella posizione dei sessi può derivare unicamente dal fatto che, fin dal principio, i sessi sono stati posti uno di fronte all’altro in una posizione sbagliata. Se la supremazia della donna sull’uomo, che inevitabilmente è provocata dal lavoro di fabbrica è inumana, anche l’originaria supremazia dell’uomo sulla donna doveva essere inumana" (p.375).

Engels, come i contemporanei, sopravvaluta le dimensioni della sostituzione delle donne agli uomini nelle fabbriche. Nella maggior parte dei paesi industrializzati il servizio domestico femminile nell'Ottocento è molto più diffuso dell'occupazione nell'industria tessile. In Inghilterra nel 1851 il 40% di tutte le lavoratrici sono domestiche e solo il 22% risulta impiegato nell’industria tessile; in Francia, nel 1866, le stesse percentuali raggiungono rispettivamente il 22% e il 10%. Molte donne inoltre continuano a svolgere attività tradizionali, come quelle di venditrici, lavandaie, sarte e cucitrici. La maggior parte delle operaie è minorenne e abbandona l'attività extradomestica dopo il matrimonio.
Benché le donne occupate nell’industria tessile rappresentino pur sempre una minoranza nel complesso della forza-lavoro femminile, benché molte di loro non siano sposate, nell’opinione pubblica si afferma e si consolida l'immagine della donna lavoratrice immorale e inadeguata all'adempimento dei "doveri" domestici e di cura.
E' proprio in questo periodo che operai e organizzazioni sindacali propongono l'introduzione del salario famigliare allo scopo di eliminare la presunta concorrenza delle donne nel mondo del lavoro e ricondurle all'interno della sfera domestica.
Anziché rivendicare l'uguaglianza salariale che avrebbe collocato uomini e donne sullo stesso piano (il salario femminile nell'Ottocento corrisponde più o meno alla metà di quello maschile), le organizzazioni sindacali optano per la lacerazione del fronte operaio.
I filatori di cotone, la vera aristocrazia operaia, capeggiano il movimento diretto ad escludere le donne dall'attività extradomestica e dai sindacati. La loro azione è apprezzata da artigiani e lavoratori qualificati che esaltano il ruolo della casalinga e denunciano la disgregazione della famiglia prodotta dall'impiego delle donne nelle fabbriche. Allo scopo di estromettere queste ultime dal mondo del lavoro si ricorre all'intimidazione, agli insulti, agli scioperi, al rifiuto di dotarle di una formazione professionale.
I bassi salari femminili, inferiori al minimo vitale, vengono giustificati e interpretati come normale conseguenza della loro minore produttività.
L’ostilità maschile all’ingresso delle donne in fabbrica e allo svolgimento delle loro stesse mansioni riflette un timore più profondo: quello di vedere messa in discussione e scalfita la preminenza e l'autorità dell'uomo nella sfera domestica.
L’ideale del marito che mantiene la famiglia inizia così a diffondersi in tutti i ceti sociali e il confinamento della donna nell'ambito casalingo comincia a configurarsi come un orizzonte auspicabile e come un segno di rispettabilità anche per gli operai.
Questa ideologia non produce l'estromissione delle donne dal mercato del lavoro, ma offre un contributo decisivo alla loro marginalizzazione, all'erogazione di salari sensibilmente inferiori a quelli maschili, al mantenimento della segregazione orizzontale e verticale dell'occupazione femminile. Concorre, in altri termini, alla perpetuazione della divisione sessuale del lavoro.
La femminista marxista Mila De Frutos, in un articolo tradotto e pubblicato sulla rivista sindacale Proteo, intitolato Per una società senza classi e senza generi,  riprendendo le argomentazioni mirabilmente sviluppate da un'altra femminista della stessa corrente: Heidi Hartmann in un saggio fondamentale intitolato "Capitalism, Patriarchy, and Job Segregation by Sex", tradotto anche in francese e proposto sul numero 4 della rivista Questions Féministes del novembre 1978, così commenta questo periodo storico:

"Il primo movimento operaio e i sindacati della seconda metà del XIX secolo - il periodo in cui vissero Marx ed Engels - sia in Europa sia negli Stati Uniti contribuirono all’adattamento della struttura patriarcale al capitalismo fiammante dell’epoca. [..] Fu così stipulato un deplorevole patto interclassista contro le operaie che si spiega attraverso le relazioni patriarcali tra uomini e donne e non solo attraverso gli interessi del capitalismo".

Su questi specifici temi si registra una perfetta consonanza tra operai e organizzazioni sindacali socialiste ottocentesche da un lato e cattolici dall'altro. Le idee qui esposte, già affermate nel IV Congresso dell'Opera, svoltosi a Bergamo dal 10 al 14 ottobre 1877, vengono riprese nell'enciclica sociale Rerum Novarum promulgata da papa Leone XIII il 15 maggio 1891, pure così profondamente ostile al pensiero socialista. La strana alleanza si manifesta nell'espressione della preoccupazione del mantenimento di una rigida divisione dei ruoli tra i sessi, nell'attribuzione all'uomo della preminenza nella famiglia e del dovere di mantenere la prole, nell'evocazione del concetto, se non del termine, di "salario famigliare". Nell'enciclica si possono leggere queste espressioni: "Ora, quello che dicemmo in ordine al diritto di proprietà inerente all'individuo va applicato all'uomo come capo di famiglia: anzi tale diritto in lui è tanto più forte quanto più estesa e completa è nel consorzio domestico la sua personalità".
"Per legge inviolabile di natura incombe al padre il mantenimento della prole".
"Così, certe specie di lavoro non si addicono alle donne, fatte da natura per i lavori domestici, i quali grandemente proteggono l'onestà del sesso debole, e hanno naturale corrispondenza con l'educazione dei figli e il benessere della casa". Di conseguenza si propone "un salario sufficiente a mantenere l'operaio e la sua famiglia".
Nella Quadragesimo Anno del 15 maggio 1931 papa Pio XI riprende gli stessi concetti reclamando per l'operaio una "mercede" che basti al sostentamento suo e della famiglia. Questa richiesta è dettata dal timore che l'attività extradomestica impedisca alla donna il corretto svolgimento delle incombenze casalinghe e dell'educazione dei figli.

"Le madri di famiglia prestino l'opera loro in casa sopra tutto o nelle vicinanze della casa, attendendo alle faccende domestiche. Che poi le madri di famiglia, per la scarsezza del salario del padre, siano costrette ad esercitare un'arte lucrativa fuori delle pareti domestiche, trascurando così le incombenze e i doveri loro propri, e particolarmente la cura e l'educazione dei loro bambini, è un pessimo disordine, che si deve con ogni sforzo eliminare. Bisogna dunque fare di tutto perché i padri di famiglia percepiscano una mercede tale che basti per provvedere convenientemente alle comuni necessità domestiche".

Il principio del salario famigliare viene in seguito recepito e consacrato dalla nostra Costituzione all'art. 36, senza essere mai realmente applicato. "Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa".
La finzione del salario famigliare e la diffusione del modello dell'uomo breadwinner ha indotto a considerare l'attività extradomestica della donna come non indispensabile e a concepire la sua retribuzione come integrativa, e dunque necessariamente inferiore, complementare a quella maschile. Ne è derivata la perpetuazione della divisione sessuale del lavoro, il mantenimento rigido dei ruoli di genere e, soprattutto, la dipendenza della donna dall'uomo, marito, convivente o padre che sia.
Dovrebbe risultare chiaro da quanto ho scritto che non mi oppongo affatto all'erogazione di un salario elevato agli uomini, né al principio che il reddito dei genitori debba essere sufficiente a mantenere i figli. Avverso, invece, la corresponsione alle donne di una retribuzione inferiore a quella degli uomini, così come la loro espulsione dal mercato del lavoro, in base al criterio che spetta al marito mantenere la famiglia e alla moglie svolgere l'attività domestica e di cura, ovviamente gratuita.

Precarietà e bassi salari non sono colpa delle donne lavoratrici

Nancy Fraser attribuisce alla critica femminista del modello dell'uomo breadwinner e del criterio del salario famigliare la responsabilità di aver legittimato il capitalismo flessibile. In pratica, sarebbe stato l'accesso massiccio delle donne al mercato del lavoro ad aver provocato il dilagare della precarietà, la riduzione drastica del costo del lavoro e l'erosione dei diritti dei salariati.
Eh, no! Non è così! Non è affatto così!
Per smentire la tesi di Fraser, basta riferirsi al contesto italiano. Il nostro mercato del lavoro è caratterizzato da un elevatissimo grado di flessibilità; eppure il tasso di occupazione femminile è molto basso, poiché raggiunge soltanto il 47,1%, secondo i dati Istat di agosto. Il tasso di disoccupazione delle donne è pari al 12,9% e quello di inattività, ossia di assenza di ricerca attiva di un lavoro, è pari al 45,9%. Secondo i dati ISTAT del 2011 4 milioni e 579 mila donne cosiddette inattive (il termine mi pare alquanto improprio) sono casalinghe. Il sociologo Domenico De Masi osserva :”C’è ancora una grande presenza di casalinghe in Italia perché il Paese si basa su una cultura che guarda alla donna come all’angelo del focolare domestico e anche come una vera e propria cameriera” . Com'è possibile, in base a questi dati, attribuire la responsabilità della selvaggia precarietà italiana all'ingresso delle donne nel mercato del lavoro?
Inoltre, la segmentazione occupazionale e la segregazione di genere escludono l'effetto della concorrenza e la configurazione delle donne come esercito di riserva. In Italia, infatti, persiste una distribuzione dell’occupazione rigorosamente distinta per sesso: se il 50% del lavoro maschile si dispiega su un ventaglio di 51 professioni, il 50% di quello femminile rimane confinato nell'ambito di 18 attività. Commesse, colf e segretarie sono le professioni che raccolgono il maggior numero di occupate (1 milione 737 mila unità, 18 per cento del totale dell’occupazione femminile). Il peggioramento delle condizioni generali del mercato del lavoro ha intensificato il fenomeno, rafforzando la presenza delle donne nelle professioni già fortemente femminilizzate relative al pubblico impiego, dove l’incidenza femminile è pari al 71 per cento e ai servizi sanitari e alle famiglie dove la percentuale è pari al 63,4 per cento. Dall'altro lato, le professioni artigiane e operaie, dei conduttori di macchinari e veicoli, degli imprenditori e dei dirigenti d’impresa hanno assunto una connotazione sempre più spiccatamente maschile. (Istat Rapporto Annuale 2013)
Negli anni Settanta, quando si affermò il regime di accumulazione flessibile, il tasso ufficiale di occupazione femminile in Italia non raggiungeva neppure il 20%, anche se questa percentuale andrebbe in realtà incrementata, aggiungendovi le lavoratrici a domicilio classificate dall'ISTAT come casalinghe (800.000-1 milione). Così corretto, comunque, il tasso di occupazione femminile non supererebbe il 26,2%, mentre nel 1975 quello di disoccupazione era pari al 4,6%.
Ritengo, quindi, profondamente ingiusto ed errato dal punto di vista epistemologico imputare all'accesso delle donne sul mercato del lavoro la responsabilità di aver prodotto l'avvento del capitalismo flessibile connotato da un'elevatissima precarietà e disoccupazione, dai bassi salari, dall'assenza di diritti dei lavoratori.
Il regime di accumulazione flessibile e la conseguente ristrutturazione dell'assetto produttivo ha origine negli anni Settanta, in seguito all'abbandono, nel dicembre 1971, degli accordi di Bretton Woods, ossia della convertibilità del dollaro in oro, che dà avvio alla fluttuazione dei cambi  e in seguito alla crisi petrolifera del 1973.
In Italia un ruolo estremamente importante è svolto dalla controffensiva padronale all'intensa conflittualità operaia che si manifesta nel 1969 e negli anni seguenti.
La crisi petrolifera ed inflazionistica e soprattutto il vigore della lotta di classe generano, allora, una dura reazione padronale che mira a colpire le basi strutturali della composizione di classe mediante un’articolata serie di strumenti: dal blocco delle assunzioni e del turn-over nelle imprese di maggiori dimensioni, all’introduzione di tecnologie labor-saving, al decentramento o esternalizzazione di una vasta gamma di fasi di lavorazioni industriali. Nelle grandi unità produttive e in quelle di medie dimensioni l’occupazione scende dell’1 per cento all’anno e nella sola Lombardia vengono distrutti nei primi sette mesi del 1977 50.000 posti di lavoro. Ne deriva un incremento dei tassi di disoccupazione e di occupazione irregolare. Secondo le rilevazioni Istat, il primo si colloca, a metà del 1977, attorno al 7 per cento della forza lavoro complessiva (1.450.000 unità su 21.357.000), cifra cui vanno aggiunti 556.000 «sottoccupati» e 907.000 «occupati precari», sicché il 13-14 per cento degli attivi risultano impegnati in prestazioni di carattere temporaneo. Il 65-70 per cento di questi sono giovani di età compresa fra i 14 e i 29 anni, oltre un terzo dei quali ha conseguito la laurea o un diploma di scuola media superiore. Alla conferenza governativa sull’occupazione giovanile, svoltasi a Roma dal 3 al 5 febbraio 1977, si asserisce, invece, che ragazzi e ragazze in cerca di lavoro siano oltre due milioni, circa la metà dei quali diplomati o laureati.
A caratterizzare lo sviluppo economico dell’Italia negli anni Settanta non è soltanto l’altezza del tasso di disoccupazione e la consistenza dei fenomeni di espulsione di forza-lavoro dal processo produttivo, ma anche la restrizione della base occupazionale <<regolare>>. Ne deriva un mutamento significativo della composizione di classe che registra un incremento considerevole dei precari. Si estendono modalità di organizzazione della produzione imperniate sull’isolamento degli operai come il lavoro a domicilio e il contoterzismo, si espande il circuito del lavoro nero che, assieme al precariato, imperversa anche nel settore dei servizi. La frammentazione, anche giuridica, delle aziende di maggiori dimensioni produce la dispersione della forza-lavoro in una miriade di piccole imprese disseminate sull’intero territorio urbano e caratterizzate da un basso tasso di sindacalizzazione e da un elevato grado di flessibilità per quanto concerne i ritmi, l’imposizione di straordinari, i licenziamenti.
Non sono dunque le lavoratrici ad aver provocato l'affermazione del modo di produzione neoliberista.
Dopo aver ampiamente criticato il femminismo, Nancy Fraser ammette che il rapporto tra critica al salario familiare e trionfo del regime di accumulazione flessibile è in realtà "spurious", ossia falso, illegittimo, ma intanto quel che è stato recepito e si è impresso nella mente delle lettrici e dei lettori dell'articolo è che quel legame sia invece verissimo e concretissimo, dal momento che l'autrice vi fa riferimento per metà del testo, presentandolo come autentico.

Che cosa propone Nancy Fraser in alternativa alla precarietà capitalista?

"First, we might break the spurious link between our critique of the family wage and flexible capitalism by militating for a form of life that de-centres waged work and valorises unwaged activities, including – but not only – carework." (The Guardian)
Il testo viene così tradotto da Cristina Morini:
"In primo luogo , si dovrebbe rompere il falso legame tra la nostra critica al “salario familiare” e ciò che sono diventati gli attuali approdi del capitalismo del lavoro precario, combattendo per una forma di vita che non metta al centro il lavoro di scambio ma valorizzi le attività che producono valore d’uso , tra cui – ma non solo – il lavoro di cura".
Si tratterebbe, quindi, di ridurre drasticamente l'importanza del lavoro produttore di valori di scambio e, quindi, di capitale (quello manifatturiero e dei servizi alle imprese) e di valorizzare, al contrario, le attività che creano valore d'uso come quelle domestiche e di accudimento, ma anche, ad esempio, quelle che comportano l'erogazione di servizi pubblici o che si traducono nella riproduzione e nella circolazione delle informazioni e della conoscenza. Sono d'accordo, ma il testo di Nancy Fraser non esplicita chiaramente la necessità di valorizzare economicamente tali attività, mediante l'erogazione di un reddito di esistenza.
Non solo. Pur ritenendo nel complesso la traduzione di Cristina Morini ottima, pregevolissima, perfettamente aderente al testo e mille volte migliore di quella che avrei potuto proporre io, non concordo con la resa delle espressioni "waged work" con "lavoro di scambio" e " unwaged activities" con "attività che producono valore d’uso". Io avrei tradotto letteralmente " waged work" "lavoro salariato, retribuito" e " unwaged activities" "attività non retribuite". Il passo risulterebbe quindi così strutturato:
"In primo luogo , si dovrebbe rompere il falso legame tra la nostra critica al “salario familiare” e ciò che sono diventati gli attuali approdi del capitalismo del lavoro precario, combattendo per una forma di vita che non metta al centro il lavoro retribuito, ma valorizzi le attività non retribuite, tra cui – ma non solo – il lavoro di cura".
Questa traduzione, a mio parere, modifica profondamente il significato del periodo in questione o, almeno, lo rende molto ambiguo. Nancy Fraser proporrebbe semplicemente alle donne di non mettere al centro della propria vita il lavoro salariato, ma di apprezzare ed esaltare le attività domestiche e di cura che resterebbero non retribuite, in quanto la valorizzazione di cui parla non sembrerebbe essere assunta in un'accezione economica. Si tratterebbe, in sostanza, di sollecitare le lavoratrici extradomestiche a ritornare ad occuparsi esclusivamente o quasi della casa, sentendosi appagate e gratificate dall'assunzione del ruolo di "angeli o di regine del focolare". Di qui l'evocazione del concetto di salario famigliare e del modello dell'uomo procacciatore di cibo.
Certo, la posizione di Nancy Fraser è molto più articolata di quanto parrebbe leggendo questo articolo.
Riguardo al reddito universale di cittadinanza, questa femminista sostiene ad esempio che in un regime neoliberista e patriarcale esso "servirebbe a consolidare un mercato del lavoro flessibile e discontinuo, in larga misura femminile, alimentato dalla maternità, rafforzando in tal modo le strutture profonde dell'ingiustizia economica di genere", mentre in uno Stato social democratico femminista esso "potrebbe avere effetti di profonda trasformazione" dello status quo. (Nancy Fraser, Qu’est-ce que la justice sociale?, Paris, La Découverte, 2005, p.96). La questione, però, è questa: il governo nazionale, europeo, mondiale si connota come neoliberista e patriarcale o come socialdemocratico e femminista? Io non ho dubbi in proposito e so che la risposta esatta è la prima. Dovremmo quindi attendere l'instaurazione di uno Stato ideale, prima di poter richiedere ed ottenere l'erogazione di un reddito universale e incondizionato di esistenza? Non sono disposta ad aspettare così a lungo.
In conclusione, l'accusa rivolta da Nancy Fraser al femminismo della seconda ondata di essere diventato ancella del capitalismo, potrebbe essere tranquillamente indirizzata al suo pensiero.
Le sue critiche, infatti, rischiano di risultare funzionali a questa fase produttiva.
La crisi finanziaria del 2007, infatti, è stata affrontata adottando politiche di austerità che, producendo una grave recessione economica, mirano a ridurre drasticamente il costo del lavoro, mediante licenziamenti, collocamento dei salariati in cassa integrazione, intensificazione della precarietà e incremento della disoccupazione, attraverso l' aumento, cioè, dell'esercito di riserva, al fine di incentivare le esportazioni. Si tratta di un obiettivo irrealizzabile e fondato su presupposti assurdi. Se tutti gli Stati incentivano le esportazioni, quale nazione assorbirà, infatti, tutte le merci prodotte e conserverà il carattere di Paese prevalentemente importatore? Resta il fatto che le politiche di austerità generano gli effetti recessivi succitati.
Ora: Nancy Fraser, con la sua tesi, rischia di legittimare massicci licenziamenti di donne in base all'assunto che il ruolo di mantenere la famiglia spetti all'uomo. E' già accaduto. Nel 2011 il proprietario dell'azienda Ma-Vib dichiarò esplicitamente: "Licenziamo le donne così possono stare a casa a curare i bambini, e poi quello che portano casa è il secondo stipendio...". Altri padroni, più diplomatici, hanno proceduto a estromettere le donne dalle loro aziende senza esporsi con compromettenti proclami, che forse, però, condividevano. Nel 2009 l'occupazione femminile nel settore industriale si è ridotta più del doppio rispetto a quella maschile (-7,5 contro -3,0 per cento). L’arretramento è stato sensibile nei comparti in cui la presenza delle donne è particolarmente significativa: nel tessile, abbigliamento e cuoio, dove è occupato circa un quarto delle donne (a fronte del 5,9 per cento degli uomini) e in cui si è registrato un calo complessivo dell'occupazione femminile del 13,1 per cento su base annua. Molto elevata è risultata però anche la riduzione del lavoro delle donne nel comparto meccanico e metallurgico, tre volte superiore a quella degli uomini (-6,5 e -2,1 per cento)
Sia chiaro che non sto auspicando una migliore ripartizione di genere dei licenziamenti. Nessuno deve essere espulso dal posto di lavoro, né uomo, né donna. Quel che sto sostenendo è, piuttosto, che l'evocazione nostalgica di un mai applicato "salario famigliare" rischia di legittimare e di rendere più agevole l'estromissione delle donne dal mercato del lavoro.
Non intendo celebrare un'attività produttiva di valore di scambio spesso precaria, scarsamente remunerata, non corrispondente al proprio titolo di studio, poco gratificante, pesante e alla quale si aggiungono le incombenze domestiche, che rimangono in gran parte affidate alle donne.
Preferisco di gran lunga rivendicare un reddito di esistenza universale e incondizionato che concepisco anch'io, al pari dell'autore dell'articolo La banalizzazione della precarietà, come una forma di "riappropriazione e di critica della produzione". Non pretendo, però, che tutte le donne condividano questa impostazione. C'è chi trova la propria realizzazione nel lavoro.
Quel che intendo invece rilevare è che l'applicazione, comunque fittizia, dell'ideologia del "salario famigliare" escluderebbe la donne sia dalla percezione di una remunerazione da lavoro, che dalla fruizione di un reddito di esistenza, costringendole a dipendere dalle fonti di sostentamento fornite dal marito, dal convivente o dal padre e riducendo drasticamente la loro possibilità di recidere legami violenti o comunque poco appaganti.

4 Responses to “Femminismo ancella del capitalismo?”

  1. Vorrei ringraziare sentitamente Maria Rossi per questo splendido articolo, e in particolare per l'approfondimento sulla storia del salario famigliare, che è stato per me l'illuminante anello mancante nella costruzione della tesina per l'esame di maturità (dedicata al patriarcato e alla morale borghese).
    E vorrei chiedere a Massimo Lizzi se per lui non è un problema che il suo blog venga citato nella sitografia del mio elaborato.
    In ogni caso, grazie :)

  2. Al contrario, mi fa piacere. :)

  3. Grazie a te, ladymismagius! Hai svolto una tesina di maturità sul patriarcato e la morale borghese? Complimentissimi! Buone feste lady!

  4. La sto ancora svolgendo, in effetti. Grazie per l'incoraggiamento e buone feste anche a te - e a Massimo - anche se in ritardo!

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