La presidente della camera è intervenuta ad un convegno intitolato «Convenzione di Istanbul e media». La Convenzione di Istanbul è il documento del Consiglio d'Europa per la prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne. La Convenzione ratificata dall’Italia ai sensi della legge 27 giugno 2013, n. 77. Nella Convenzione c'è scritto: «Le Parti adottano le misure necessarie per promuovere i cambiamenti nei comportamenti socio-culturali delle donne e degli uomini, al fine di eliminare pregiudizi, costumi, tradizioni e qualsiasi altra pratica basata sull'idea dell'inferiorità della donna o su modelli stereotipati dei ruoli delle donne e degli uomini». (cfr. Blog No alla violenza sulle donne). Scopo del convegno era capire come i media possono contribuire all'applicazione della Convenzione di Istanbul.

Per l'applicazione della Convenzione, Laura Boldrini ha citato l'importanza di alcune questioni. Che il governo investa risorse finanziarie e materiali. Che gli obiettivi siano fatti vivere dai media. Nell'uso delle parole scelte dal giornalismo. Nel superamento degli stereotipi. Che la cura al linguaggio e l'avversione agli stereotipi sia avvertita come importante anche dagli uomini e la lotta alla violenza cessi di essere la questione di un genere. In una replica in video al dibattito seguito, Boldrini indica la necessità di un piano per l'occupazione femminile, perchè se esiste lo stereotipo della donna casalinga è anche perchè ancora troppe poche donne lavorano.

Del discorso della presidente, i giornali hanno evidenziato in particolare una battuta: «penso alla pubblicità, a certi spot italiani in cui papà e bambini stanno seduti a tavola, mentre la mamma in piedi serve tutti; oppure al corpo femminile usato per promuovere viaggi, yoghurt, computer. Spot così, vi assicuro, in altri Paesi europei ben difficilmente arriverebbero sullo schermo».




Questa battuta, apparentemente ovvia e facilmente condivisibile, ha scatenato una reazione virulenta. Soprattutto da destra e dall'area grillina, ma anche da giornalisti del Fatto o da ex giornalisti del Manifesto e di Liberazione. UAGDC ha titolato: «Tutti vogliono la mamma che serve a tavola. Il sessismo che unisce destra e sinistra». C'è chi ha ironicamente parlato di «Larghe intese sessiste».

Fatta la tara degli strepiti e degli insulti, gli argomenti usati contro l'affermazione della Presidente della Camera sono pochi e confusi.

Un'argomento consiste nella negazione del problema. Nello stesso intervento o in una sequenza di interventi della stessa persona, in uno dei tanti topic di FB, è possibile leggere che: 1) gli stereotipi nella pubblicità non esistono; 2) esistono, ma sono un riflesso della società; 3) esistono, ma non fanno nulla di male, i problemi sono altri. Dunque un intervento inutile. Ma un intervento inutile, sommario, banale dovrebbe passare inosservato. Invece proprio i sostenitori dell'idea che «i problemi sono altri» hanno comunque passato ore e giorni a contrastare con ostinazione la messa in discussione dello stereotipo della mamma che serve a tavola, come se proprio questo fosse un grave problema. Evidentemente lo è per chi, anche inconsapevolmente, ci tiene a conservare i ruoli tradizionali e nel vederli messi in discussione si sente attaccato nella propria identità. E nei suoi piccoli privilegi. Dire che i problemi sono altri, in ultima istanza, significa sostanzialmente dire che i problemi che riguardano le donne sono poco importanti.

La questione invece esiste sia nel senso che la pubblicità è influente nel riprodurre stereotipi sessisti, quindi cultura, sia nel senso che tali stereotipi concorrono nel favorire la discriminazione e la violenza. Le donne, fra impegni dentro e fuori casa, lavorano più degli uomini. Le donne guadagnano significativamente meno degli uomini. Le donne hanno a disposizione una quota molto minore di tempo libero rispetto agli uomini (2 ore e 37 minuti contro 3 ore e 36 minuti). Le donne si occupano delle faccende domestiche per 5 ore e 10 minuti al giorno, mentre gli uomini arrivano appena a 2 ore e 4 minuti. (Contaminazioni.info)

Negli stessi termini usati da Laura Boldrini il problema è spiegato da una esperta di pubblicità e comunicazione come Annamaria Testa(...) “la pubblicità non nasce «nel vuoto». Rispecchia a e amplifica e semplifica gli usi e i costumi e i pregiudizi più diffusi. Si esprime all’interno del più ampio sistema dei media. Trasmette il gusto dei suoi committenti aziendali. Questo non vuol dire che la pubblicità sia innocente: ha responsabilità grandi proprio perché è efficace anche quando diffonde e rafforza modelli di ruolo arcaici, sistemi di disvalori, stereotipi deleteri” (...) cos'è che permette di definire "sessista" una pubblicità? Quali sono i campanelli d'allarme? Il tema è certamente delicato. "E' sessista - spiega Testa - una campagna che usa il corpo femminile come strumento di appeal sessuale per promuovere in modo non pertinente un prodotto (un pannello solare, un cibo, un programma software). Ma è sessista anche usare in maniera intensiva stereotipi che riducono l'identità delle donne all'essere "casalinghe" e basta. E' sessista la comunicazione che non mostra le donne come persone ma solo come automi che curano la casa e seducono". Secondo la nota pubblicitaria, tutto il sistema dei media, pubblicità compresa, contribuisce ad amplificare e a orientare l’immaginario collettivo, sia femminile che maschile. “Il sistema dei media diffonde modelli di ruolo, stili di vita, sistemi di valori e di desideri, e chiunque lavori con il sistema dei media è tenuto ad assumersi la responsabilità dei messaggi che manda in giro. Le immagini e le narrazioni sono potenti, suggestive, si radicano nella memoria. E dunque sì, anche la rappresentazione pubblicitaria che viene fatta delle donne ha il suo peso”.  (Se la pubblicità offende la donna).




Chi afferma con una certa superficialità che Laura Boldrini dovrebbe occuparsi di altro invece che di partecipare a questi convegni, oltre ad ignorare i suoi interventi su altre materie, non tiene conto del fatto che la presidente della camera ha agito sulla base delle decisioni del parlamento che ha ratificato la Convenzione di Istanbul e ne ha rappresentato i contenuti, anche nella battuta «incriminata». 

Un altro argomento contro la presidente della camera consiste nel ventilare un pericolo di censura. Ma Laura Boldrini nel suo discorso è stata chiara nell'escluderlo. Riferendosi al coinvolgimento dei media si è così espressa: «Un lavoro da fare insieme, nella diversità dei ruoli, senza nessuna forzatura e senza alcuna volontà censoria. La Convenzione lo dice con chiarezza: tra i valori da rispettare ci sono anche l'indipendenza e la libertà di espressione dei media. Quel che si propone, e che oggi qui prende il via, è una riflessione che metta a confronto punti di vista diversi, per capire se e come l'informazione possa aiutare la società italiana a maturare una maggiore consapevolezza dell'insopportabile gravità della violenza contro le donne; e se, per portare questo aiuto alla società, il sistema mediatico non debba anche fermarsi un momento a ragionare sui suoi stessi meccanismi di funzionamento, su certi "riflessi condizionati" della professione giornalistica». E la Convenzione da lei richiamata infatti dice: «Le Parti incoraggiano il settore privato, il settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e i mass media, nel rispetto della loro indipendenza e libertà di espressione, a partecipare all’elaborazione e all’attuazione di politiche e alla definizione di linee guida e di norme di autoregolazione per prevenire la violenza contro le donne e rafforzare il rispetto della loro dignità».

Un terzo argomento accusa la presidente della camera di voler mettere in discussione la libera scelta delle donne. Le quali, si presume da questo punto di vista, desiderino essere servizievoli a casa con il marito e con i figli, in quanto il loro sarebbe un gesto d'amore. In verità, discutere l'univocità della rappresentazione mediatica non toglie nulla alle libere scelte individuali nella vita privata. Nè elimina in assoluto la donna che svolge mansioni domestiche, semplicemente aggiunge altre rappresentazioni. Vale quanto scrive il blog del Ricciorcono: «Io ho presente il piacere che si prova a compiere un atto completamente disinteressato nei confronti di una persona che amo. Sono convinta che anche molti uomini provano il medesimo piacere: diamo visibilità anche a loro. Così forse la smetteremo di fare confusione fra i vari significati della parola “servire” e potremmo godere tutti godere appieno della gioia di rendere felice la nostra famiglia».

L'argomento dell'amorevole scelta femminile della servitù è stato in particolare veicolato dalla lettera diffusa su molte bacheche di FB, titolata «Cara Boldrini, sono una mamma che serve a tavola e ne va fiera». La lettera è stata oggi pubblicata dal blog di Beppe Grillo. Più volte rilanciata dalla pagina FB di Beppe Grillo. Osserva Lorella Zanardo che il post così pubblicato, rispecchia evidentemente la linea del blog. Una linea che ci fa tornare all'immaginario benpensante degli anni Cinquanta. Una mamma che dichiara il piacere di servire il marito e i figli dopo una giornata di lavoro.

La fonte originale della lettera della «mamma che serve a tavola e ne va fiera» è firmata da Silvia Cirocchi. E' il direttore editoriale, ma sarebbe meglio dire la direttora, di Quelsi Quotidiano. Il suo nome compare anche in una scheda biografica di Elio Vito, già deputato e ministro del PDL: Nel 2007 ha sposato nella cappella di Montecitorio, a San Gregorio Nazianzeno, l’avvocato Silvia Cirocchi, nozze celebrate da monsignor Rino Fisichella. Sarebbe stato meglio scrivere avvocata. Dunque, a quanto pare, più che una mamma del popolo, un'avversaria politica di Laura Boldrini. La lettera è parodiata da un post esilarante di Sabrina Ancarola.

Grillo, non contento della sola lettera di una mamma italiana, ha pensato di provare a smentire le affermazioni di Boldrini con un video sugli spot all'estero, che sarebbero come quelli italiani. Mostra 4-5 spot stranieri, dove in verità le mamme si vedono mentre servono i figli, ma non i mariti. Due uomini compaiono a tavola per un istante, ma non sono serviti. Non è dichiarato di che periodo sono gli spot, ne quale sia il paese di provenienza, salvo riconoscere la lingua. Ciò detto, il punto non è la confutazione di un assoluto, fin troppo facile come di ogni assoluto. Quella di Boldrini era chiaramente una iperbole. Voleva dire che in Italia la donna è rappresentata quasi esclusivamente come domestica, all'estero invece è rappresentata un po' in tutti i modi, e quindi certo che tra tutti i modi è possibile trovare anche spot in cui fa la domestica. Peraltro, sarebbe impossibile trovare in Italia una pubblicità come questa.

Il noto aforisma di un uomo misogino quanto Grillo, ma molto più filosofo, diceva che «Ogni buona idea attraversa tre fasi: dapprima viene derisa, poi viene duramente contestata, infine accettata come ovvia e risaputa». L'idea della opportunità di superare lo stereotipo della «mamma che serve a tavola» l'avremmo ormai immaginata nella terza fase, quella dell'ovvio e risaputo. Ma proprio in questi giorni abbiamo scoperto che, per una parte di questo paese, sta ancora faticosamente attraversando le prime due.


Riferimenti:
Immagini di pubblicità sessiste
La convenzione di Istanbul
«Convenzione di Istanbul e Media»: un incontro per cambiare (Luisa Betti)
Intervento di Laura Boldrini al convegno «Convenzione di Istanbul e media»
Di pubblicità, linguaggio e lista delle priorità (Lorenza Valentini)
Tutt* vogliono la mamma che serve in tavola. Il sessismo che unisce destra e sinistra (UAGDC)
Attribuzione di significato (Il Ricciocorno Schiattoso)
Il gioco facile (Antropologia e Sviluppo)
Care amiche di sinistra (Matteo Leonardon)
Laura Boldrini è una bacchettona e l'Italia non è sessista #sarcastico (Antonello Piras)
L'antisessismo a macchia di leopardo (No alla violenza sulle donne)
Le donne che verranno: intorno al discorso di Laura Boldrini (Lorella Zanardo)
Godo a Servirvi: dal Blog di Beppe Grillo (Lorella Zanardo)
Donne che odiano le donne (Contaminazioni)
Cara Boldrini, sono una mamma che serve... (Sabrina Ancarola)
Se Laura Boldrini è incompetente lo sono anche Onu, Cedaw e Parlamento europeo (Massimo Guastini)

Tra i «limiti» del Movimento 5 Stelle, oltre l’uso e l’abuso della violenza verbale, vi è una costante confusione tra conflitto politico e conflitto istituzionale. 

Un partito attacca gli altri partiti. Se all'opposizione attacca la maggioranza parlamentare. Se in maggioranza attacca l’opposizione. Non dovrebbe attaccare le istituzioni in quanto tali, di cui egli stesso fa parte. Ad esempio, non dovrebbe attaccare il parlamento. 

Il M5S sembra non distinguere i due piani. Così, da questa estate assistiamo alla stravaganza di un partito di opposizione che assume come principale bersaglio, non il capo del governo, ma la presidente della Camera.

Opposizione al governo o al parlamento?

Il conflitto inizia a giugno, con Grillo che insulta il parlamento «non serve più ormai è una scatola vuota, una tomba maleodorante». Laura Boldrini difende l'istituzione che presiede «Attaccarlo è colpire la democrazia». Quindi, Grillo insulta la presidente «una nominata per grazia di Vendola (...) non in grado di capire quello che legge, se legge (...) che deve studiare la Costituzione».

In luglio la presidente della camera richiama alcuni deputati grillini per il loro linguaggio irrispettoso nei confronti del parlamento e del presidente della repubblica, che per regolamento non può essere coinvolto nei dibattiti parlamentari. Dice Laura Boldrini: «L'alternativa al parlamento è la dittatura».

Alla Cerimonia del ventaglio, Laura Boldrini ribadisce l’importanza di un corretto linguaggio istituzionale nel cuore della democrazia, tuttavia espone lei stessa l’affanno del parlamento, la compressione dell’attività parlamentare a causa di un uso eccessivo della decretazione d’urgenza da parte del governo e legittima il ricorso all’ostruzionismo da parte dell’opposizione, proprio nei giorni in cui esso è praticato dal M5S.

Grillo prende spunto da una frase - «La politica gratis è una pessima idea» - per attaccarla sui costi della politica: «Dimezzare lo stipendio ai parlamentari più pagati d'Europa, eliminare i rimborsi elettorali, cancellare odiosi privilegi che ci costano milioni di euro in un momento di crisi senza precedenti sono pessime idee?» Ma le effettive parole pronunciate dalla presidente espongono i tagli fatti per complessivi nove milioni di euro, quelli in programma, e sostengono l’allineamento degli stipendi dei parlamentari italiani a quello dei parlamentari europei, solo ricordano in conclusione che la democrazia comunque ha un costo e non può essere gratis.

Per il solo fatto di annunciare su Facebook, la convocazione della Camera il 20 agosto per la presentazione del decreto sul femminicidio, Laura Boldrini viene attaccata dalla Lega Nord e dal M5S. E così nei giorni a seguire. La presidente usa la camera come una TV commerciale (Roberto Fico). Anche durante la seduta, il M5S ribadisce l’accusa: la presidente ha convocato la camera in piena estate, solo per farsi pubblicità, con spreco di denaro pubblico. Eppure la convocazione è un obbligo costituzionale. L’art. 77 recita al secondo comma: Quando, in casi straordinari di necessità e d’urgenza, il Governo adotta, sotto la sua responsabilità, provvedimenti provvisori con forza di legge, deve il giorno stesso presentarli per la conversione alle Camere che, anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni. Per la Lega Nord, Boldrini è la «peggior presidente dal dopoguerra» (on. Bonanno).

Due giorni prima, Grillo se la prende con il «politicamente corretto». Non possiamo più parlare come pensiamo. All'ingresso di Montecitorio la politically correct Boldrini metterà la targa 'Non bestemmiare e non nominare Napolitano invano'.

Ai primi di settembre, dodici parlamentari del M5S si arrampicano sul tetto di Montecitorio per protestare contro il DDL sulle riforme che deroga alla procedura di revisione costituzionale prevista all'art. 138 della Carta. La presidente non può che censurare l’atto dimostrativo: «Il nostro regolamento ha tante possibilità per fare un'opposizione costruttiva, non c'era bisogno di gesti così eclatanti. Non è che da qui verrà qualcosa di meglio per il Paese». Un atto dimostrativo che ripropone la confusione tra opposizione ad una maggioranza parlamentare e opposizione al parlamento stesso. Scrive Laura Boldrini su Facebook: Occupare può essere una manifestazione di protesta di chi si sente escluso dalle sedi decisionali, non di chi, invece, ne fa parte a pieno titolo ed ha tutti gli strumenti necessari per opporsi e dissentire. Trovo veramente contraddittorio protestare per difendere la Costituzione violando la sede del Parlamento, cuore della democrazia, esponendo striscioni e bandiere di partito sulla facciata del palazzo in cui tutti devono sentirsi rappresentati.

Grillo reagisce postando sul blog contro la presidente l’accusa di essersi indignata per la protesta dei 5 stelle e non per l' acquisto degli F35, le infiltrazioni della ' ndrangheta nei cantieri Tav, lo sconto alle società di giochi d' azzardo. Seguono vari commenti insultanti lasciati in bella mostra: «ti odio», «parassita di stato», «signora ipocrisia», «serpe». Il più misogino e volgare dice: «Quando non possono più fare le prostitute, perché vecchie scope, le mandano a guidare il Paese». Al post replica la pagina di «Noi votiamo SEL». La retorica del post di Grillo è, con maggior pertinenza, facilmente ribaltabile. Poichè Grillo, a differenza della presidente della camera, in quanto leader di partito ha competenza su tutto, ma nonostante il resto del mondo se la prende spesso e prevalentemente con Laura Boldrini.

Seduta della Camera sul ddl Riforme per approvare il comitato parlamentare dei 40 su riforme istituzionali e elettorali. Dopo il voto favorevole, bagarre in aula, i grillini alzano cartelli di protesta “No deroga art. 138”. I commessi rimuovono i cartelli. I grillini restano con le braccia alzate. La presidente sospende la seduta. Il grillino Alessandro Di Battista dice: «Il Pd è peggio del Pdl, sanzionateci, ma prima sbattete fuori dalle istituzioni i ladri». Fa il gesto delle manette. Pronto il richiamo della presidente: «Non offenda». Curiosamente, alcuni giornalisti definiscono il richiamo una gaffe, pensando che ad essere offeso sia stato il Pd, come se il gesto delle manette, il riferire l’appellativo di ladri ai partiti di maggioranza, l’assumere un partito come parametro del peggio, non costituissero toni e parole offensive.

I dodici deputati grillini arrampicati sul tetto sono sanzionati con cinque giorni di sospensione. Andrea Scanzi, giornalista del Fatto, apertamente schierato con il M5S definisce la Bodrini docente del decoro presunto, maestrina dalla voce stanca e dal partitino rosso, preside compiaciuta, attentissima ai dettagli, alla forma, al nulla e distratta su tutto il resto. Il resto sta forse nell’elenco delle indignazioni di Grillo. Tuttavia, le stesse sanzioni sono solo una formalità, non ci sarebbe allora motivo di prendersela così tanto per nulla.

Nuovo attacco grillino contro Laura Boldrini, seduta della camera, in discussione la legge sullomofobia. Dopo le dimissioni del relatore del PDL, con la maggioranza divisa sul testo, la presidente acconsente ad una sospensione della seduta. Quindi viene attaccata dal grillino Christian Iannuzzi: «Dovrebbe essere imparziale, se non riesce a esserlo, si dimetta». Dopo il dibattito, la presidente diffonde una nota: «va a discapito della qualità stessa del dibattito democratico il fatto che la Camera e la sua Presidenza siano il bersaglio di una costante e strumentale opera di delegittimazione, in Aula come in rete». Giorgio Napolitano esprime solidarietà a Laura Boldrini.

Insulti a sfondo sessista

All'ambiguità anti istituzionale Grillo aggiunge l'ambiguità sessista. Con un surreale post dal titolo «Rispetto, esigo rispetto», Grillo scrive: «Non voglio sentire i queruli rimproveri di una signora che dal suo scranno tratta i nostri rappresentanti come degli scolaretti. Chi le dà questa autorità? La Boldrini, un oggetto di arredamento del Potere, non è stata eletta, ma nominata da Vendola». Con ciò ispira un breve e divertente articolo di Sebastiano Messina, ma anche la risposta della presidente della Camera e di quaranta parlamentari donne: «Attacco a tutte le donne». La ragione la sintetizza bene, una blogger di UAGDC: «(...) a prescindere da quello che si vuole intendere, il paragone con il pezzo di arredamento, l'allusione alla voce querula e all'autorità da maestra, visto che li tratta da "scolaretti" sono commenti a sfondo sessista. Se l'obiettivo era quello di dire che Laura Boldrini non è adatta a ricoprire il suo ruolo per tutti i motivi che si fosse ritenuto opportuno portare ad argomento, non era che da fare in modo esplicito».

L'autore di una offesa vergognosa, per quanto sottointesa, gira la frittata: scrive che la Boldrini deve vergognarsi delle sue parole. Nascondendosi dietro a un dito, accusa la presidente di volersi rifugiare dietro l'intero popolo femminile. «C'è uno sport diffuso tra questi politici d'accatto. Quando ne tiri in ballo uno, quello si intesta un'intera categoria. Come se fosse roba sua». Quale altro «politico d'accatto» tirato in ballo si è intestata una intera categoria? Viene in mente solo Cecile Kyenge. Le si è augurato di essere stuprata da chi aveva il colore della sua pelle, è stata paragonata ad un orango, le si sono lanciate banane addosso. Si è ritenuto che queste offese fossero razziste. Marcello Veneziani ha chiosato che la ministra non può essere toccata perchè è nera. Il M5S si è distinto per l'intervento dell'on. Serenella Fucksia: «Il paragone con l’orango? Ci sta (...) Ma cos’ha detto di così negativo? Io proprio non lo capisco (...) Si tende sempre a strumentalizzare tutto, come nel caso del femminicidio (...) Può anche darsi che le volesse fare un complimento. Quando a lui gli dicono che assomiglia a un maiale non se la prende nessuno». Una blogger di Panorama rivela di sentirsi somigliante ad una cavalla. Sallusti ricorda che Berlusconi è stato paragonato ad un Caimano. A ciascuno il suo animale. Peccato che l'unico figurante nella vecchia associazione razzista tra l'africano e la scimmia sia toccato proprio alla Kyenge. Come l'unico figurante nella vecchia associazione maschilista tra donna e oggetto sia toccato a Laura Boldrini. La continguità tra gli attacchi a Laura Boldrini e quelli a Cecile Kyenge si può notare da questo post fresco di giornata. Dice che «La Boldrini questo non lo sapeva» e linka un articolo del blog titolato «Gli extracomunitari siamo noi» cioè i cinque milioni di italiani poveri. Sottointeso: la Boldrini difende gli immigrati invece dei poveri italiani.

Come succede in questi casi, l'offensore e i suoi sostenitori, soliti od occasionali, si mettono a ricamare sull'ambiguità per negare o relativizzare lo stampo sessista dell'offesa: Boldrini non rappresenta tutte le donne, oggetto ornamentale potrebbe essere detto anche a un uomo (pur mancando l'evidenza empirica), Grillo insulta tutti, ce l'ha con lei perchè è una politica, perchè è parziale, non perchè è una donna, etc. Se la Laura Boldrini è un oggetto ornamentale del potere, chi è il potere? Dato che la lotta dei grillini si caratterizza in prevalenza contro la «casta» e contro i costi della politica, il potere da combattere, nella visione a 5 stelle, deve essere prima di tutto il potere politico. Il presidente della repubblica, il presidente del consiglio, i ministri, i vecchi capi dei partiti. Gli uomini della politica. La prima donna è solo un loro oggetto. Non è questione di durezza (il sessismo può essere anche morbido, persino benevolo), non è questione di insultare una invece che tutti. Un uomo può essere insultato duramente (sei un delinquente), una donna meno duramente (sei l'oggetto di un delinquente). Con un uomo si polemizza per l'uso pessimo della sua soggettività. Con la donna si polemizza negandole la soggettività. Nei confronti dell'uomo si esprime dissenso radicale. Nei confronti della donna si esprime delegittimazione. L'uomo si combatte. La donna si inferiorizza. I toni e le parole di Grillo, oltre che inequivocabilmente allusive, sono maschiliste, non perchè particolarmente dure o uniche, ma perchè inferiorizzanti.

Grillo prova comunque a darsi ragione montando il caso del tweet scomparso, come a insinuare che la Boldrini, dopo il suo post, abbia ritirato l'accusa di aver offeso tutte le donne. Grillo posta più volte durante la giornata sulla sua pagina di Facebook, che la Boldrini ha fatto una figuraccia, che il tweet da lui citato non c'è più, che i giornali non ne parlano, etc. Il tweet effettivamente è scomparso, ma il suo contenuto è riprodotto in tutta evidenza sulla pagina della presidente con oltre un migliaio di condivisioni e seimila like. Per due o tre giorni, l'uso che Grillo fa di Facebook contro la Boldrini somiglia al comportamento del troll di un forum che vuole infastidire e molestare. Tanto da provocare la reazione di Nichi Vendola.

Spesso succede che un uomo rivolga ad una donna un insulto sessista, non per definirla, ma per rimetterla al suo posto. Sono proprio le donne più indipendenti che si prendono della troia (epiteto che, in tutte le sue varianti, si spreca contro Laura Boldrini tra fascisti, leghisti e pentastellati), poichè quell'insulto nomina in modo dispregiativo la condizione estrema di servitù femminile. Dato che fai l'indipendente, ti ricordiamo che dovresti essere una serva e se non sei serva nostra ti diciamo che sei la serva dei nostri nemici. Infatti, Laura Boldrini è accusa dal M5S di eccessivo protagonismo. Cosa insolita per oggetti ed ornamenti. Siamo abituati a pensare le cariche istituzionali come cariche notarili, ai margini o del tutto assenti dal confronto politico. Laura Boldrini, per quanto ricordo ed osservo, è invece probabilmente la presidente della Camera più attiva e dinamica di ogni suo predecessore, e con l'idea di dover investire le proprie qualità personali, non per fare la passacarte, ma per ridare credibilità all'istituzione che rappresenta.

Una presidente in difesa dei diritti

Un dinamismo attivo su temi difficili, impopolari in un paese conservatore, estranei ai vertici delle istituzioni, con il filo rosso della difesa dei diritti: dei lavoratori, degli omosessuali, degli immigrati, delle donne. Apre il Gay Pride a Palermo. Dopo la parata militare del 2 giugno incontra i pacifisti. E' la più esposta nel difendere la ministra dell'integrazione dagli attacchi razzisti. Combatte la violenza sulle donne, il femminicidio, ma anche la violenza molesta e intimidatoria, il cyberbullismo praticato sul web in forme dilaganti. Si schiera a favore dello Ius soli. E' a Lamezia Terme, per il conferimento della cittadinanza onoraria a 400 bambini di origine straniera ma nati e cresciuti qui: «Chi nasce in Italia è italiano». Sollecita un linguaggio corretto nella rappresentazione dei migranti. Riceve in delegazione i lavoratori della Fiom, ma rifiuta l'invito di Marchionne a visitare i suoi stabilimenti, afferma che non si scambia il lavoro con i diritti e che senza dialogo con i sindacati non c'è ripresa. Su Berlusconi: «Vale l'articolo 3 della Costituzione». Riporta a Bologna, in occasione della commemorazione della strage, la presenza delle istituzioni, una presenza che, dopo anni, per la prima volta non viene fischiata, ma applaudita.

Secondo il capogruppo PDL alla Camera Renato Brunetta, la presidente Laura Boldrini è totalmente dissonante rispetto alla larga maggioranza del parlamento e del paese. Una maggioranza, si presume, fatta di interessi e umori particolaristici, individualisti, conservatori e reazionari. Una parte del paese a cui tentano di dare voce, di volta in volta, fascisti, leghisti e ormai anche i grillini, prendendola a bersaglio. Sono tanti, che siano la maggioranza è da vedere.



di Maria Rossi


L'articolo Bertolucci e lo stupro «artistico» include questo periodo: "La paura e l’umiliazione di una vittima sottoposta a violenza è la stessa in un vicolo cieco, tra le mura domestiche, in ufficio e sul set. Come mai sul set diventa arte? Piuttosto è un imbroglio. Ci spacciano per esperienza interpretata una esperienza vissuta. [..] così violano la nostra fiducia. Noi, se siamo persone civili, possiamo guardare con coinvolgimento, ma serenamente, una scena di violenza sapendo che è una fiction. Dovremmo essere sadici per apprezzare la stessa visione, sapendo che gli attori o le attrici sono realmente maltrattate o soffrono realmente. E' il principale argomento che i consumatori medi di pornografia usano per mettersi la coscienza a posto: immaginare che attrici e attori siano sempre d'accordo e consenzienti".

Il bell'articolo Disclaimer del Ricciocorno Schiattoso accosta, a sua volta, la celebre scena del film di Bertolucci alla drammatica vicenda dell'attrice porno Linda Lovelace.

Com'era prevedibile,  nel web si è immediatamente levata la voce di chi, anziché affrontare l'argomento,  si è sentito in dovere, pur non appartenendo alla scena porno, di garantire l'assoluta sicurezza dei set cinematografici dove si girano  questi film, i cui performers sarebbero in grado di esercitare un forte potere contrattuale che assicurerebbe loro il pieno controllo delle modalità e delle condizioni di lavoro.

Certo! Come no! Il set di un film porno è un ambiente sicurissimo e saluberrimo, tant'è vero che la maggioranza degli attori e delle attrici ha contratto qualche malattia sessualmente trasmissibile.   L'herpes genitale, che è pure recidivante, è diffusissimo. Rocco Siffredi, che di porno se ne intende, afferma che tutti/e i/le sex performers l'hanno contratto. Supponiamo pure che abbia esagerato. Resta il fatto che, secondo la dottoressa Sharon Mitchell, l'herpes avrebbe infettato il 66% degli attori e delle attrici hard. Dalla stessa fonte apprendiamo che il 12-18% di loro ha contratto una malattia sessualmente trasmissibile (infezioni da clamidia, gonorrea ecc) e il 7% il virus dell'HIV. 

Tra il 2003 e il 2005, 976 attori e attrici porno si sono sottoposti a test che hanno evidenziato nel 62,6% dei soggetti la presenza di infezioni da clamidia,  nel 30,8% di gonorrea e nel 10,9%  di entrambe le malattie. Un'altro virus sessualmente trasmesso sul set è il papilloma, responsabile del cancro al collo dell'utero che ha colpito la pornostar Roxy. Nel giro di tre settimane, a partire dal 14 agosto di quest'anno, tre  attori e attrici dell'industria del porno di Los Angeles hanno rivelato di essere risultati positivi al test per il controllo dell'HIV e un quarto avrebbe contattato l' AIDS Healthcare Foundation per riferire la medesima cosa. Tra il 1994  e il 2013 sono deceduti 134 attori e attrici porno affetti da AIDS. Non so quanti siano, però, quelli che hanno contratto il virus dell'HIV nel corso di questi anni.

L'ampia diffusione delle malattie sessualmente trasmissibili è attribuibile  alla circostanza che soltanto il 17% degli attori hard indossa il preservativo sul set. Nel 2004 soltanto 2 delle 200 compagnie di film  porno lo richiedeva. I performers riferiscono di non esigere l'uso del profilattico per timore di perdere il lavoro, in quanto i produttori, ben poco attenti, come risulta evidente da questi dati, alla salute dei loro dipendenti, si ostinano a negarne l'impiego. L’anno scorso nella contea di Los Angeles, in cui ha sede l’industria porno,  si è svolto un referendum popolare che si è concluso con la richiesta che gli attori impieghino il condom. La Free Speech Coalition, l’associazione che riunisce i produttori di questa industria multimiliardaria, ha però presentato ricorso, sostenendo trattarsi di una violazione del “diritto di parola e di espressione” ed ha ottenuto piena soddisfazione. Un disegno di legge che imponeva agli attori hard di indossare il profilattico è stato bocciato la settimana scorsa e l'industria del porno ha promesso soltanto che i controlli per l'individuazione del virus HIV verranno effettuati ogni 14 giorni, anziché ogni 28. A parte il fatto che  questa decisione non può certo essere equiparata all'adozione di una seria misura di profilassi come l'imposizione dell'uso del condom, chi ci garantisce che verrà  effettivamente applicata?

La domanda che, a questo punto, mi pongo è questa: se gli attori e le attrici di film porno non sono neppure in grado di pretendere che sul set venga impiegato il preservativo, come si può ipotizzare che dispongano del potere di contrattare le condizioni e le modalità delle loro prestazioni?

Prima di tentare di offrire una risposta a questo quesito, vorrei fornirvi qualche altro ragguaglio sullo stato di salute degli attori e delle attrici hard.  Nell'ambiente è diffusissimo il consumo di alcool e di sostanze psicotrope e stupefacenti. L'attrice Erin Moore osserva come sia frequente l'uso e l'abuso di  ecstasy, cocaina, marijuana, Xanax, Valium, Vicodin (benzodiazepine, ossia  tranquillanti) e alcool. Tanya Burleson,  nota con il nome di Jersey Jaxin, attribuisce l'elevato consumo di queste sostanze all'esigenza delle e dei performers di  sopportare, senza impazzire, un lavoro che riduce le persone a meri oggetti sessuali. Un sondaggio effettuato nel 2012 tra 177 attrici ha rivelato che il 10% di loro consuma eroina e il 26% tranquillanti. (Covenant Eyes, Pornography Statistics 2013 pag 6).

Ritorniamo alla domanda che abbiamo precedentemente formulato. Siamo sicuri che attori e attrici hard dispongano sempre del potere di autodeterminazione e di controllo delle condizioni e delle modalità di lavoro, dal momento che non riescono neppure a far valere il diritto alla tutela della propria salute?

Innanzitutto, com'è strutturato il mercato pornografico? A partire dal 1995-1996, osserva Michela Marzano, in "La fine del desiderio. Riflessioni sulla pornografia", le produzioni di successo sono costituite soprattutto da film di genere: sadomaso (bruciature, incisioni), bondage, stupri collettivi, scatologia, zoofilia, satanismo, tortura (con uso di catene, pinze, cera rovente, borchie).

Anche nel porno mainstream, comunque, sono frequenti gli atti di aggressione fisica nei confronti delle attrici. Ana J. Bridges, Robert Wosnitzer, Erica Scharrer, Chyng Sun and Rachael Liberman hanno analizzato 30 video prodotti tra  il mese di dicembre del 2004  e il mese di giugno del 2005 e hanno riscontrato la presenza di 88,2% scene di aggressione fisica, consistenti principalmente in sculacciate (75,3%), schiaffi (41,1%),  l'esecuzione della pratica del deep-throating, (infilare il pene in gola), che provoca un senso di soffocamento ( 53,9%) e così via.  Il 48, 7% delle scene analizzate include aggressioni verbali, in particolare insulti. Vengono praticate poi svariate modalità di rapporti sessuali: dalla doppia penetrazione (19% di scene) alla pratica della gang bang (11,5% di scene). Siamo sicure che queste modalità di rapporti siano sempre consensuali ed eseguite con piacere?

Scrive l'ex attrice porno Raffaëla Anderson: "Le ho viste soffrire e piangere, queste ragazze [dell'Europa Orientale]. Conoscono soltanto il sesso tradizionale, a malapena quello orale, non certo la sodomia. Prendete una ragazza senza nessuna esperienza, che non parla la vostra lingua, lontana da casa, che dorme in una stanza d'albergo o sul set: fatele fare una doppia penetrazione, un fist vaginale con contorno di fist anale, a volte tutte e due insieme, una mano nel culo, a volte due. Raccatti una ragazza in lacrime, che piscia sangue a causa delle lesioni e che di solito si caga addosso perché nessuno le spiega che bisogna farsi il clistere. Dopo la scena (che non  hanno il diritto di interrompere, tanto nessuno le ascolta), le ragazze hanno due ore per riposarsi. Poi ricominciano le riprese" [Raffaëla Anderson, Hard, 2002, pp.93-94]

Che cosa troviamo qui se non dolore, umiliazione e violenza? Dov'è la sicurezza tanto decantata?

In precedenza l'attrice aveva scritto: "Ci sono delle ragazze a cui è toccato di peggio. A cominciare da doppia penetrazione vaginale, doppia penetrazione anale, poi le due assieme". (Ibidem, p.47)

L'espressione "toccato di peggio" basta a dissipare ogni illusione sul presunto fascino di questa professione e sul grado di autodeterminazione di cui godrebbero le attrici. Il verbo toccare indica l'inesorabilità del destino, l'impossibilità di decidere alcunché sul set, come afferma anche l'attrice porno Elizabeth Rollings. La conferma che i registi impongono scene che le performers non desiderano recitare e la concezione che hanno di loro risulta pure da questo dialogo tra  un'attrice e il regista francese di film hard John B. Root:

"Senti John...In questa scena ci sono sei tipi che mi eiaculeranno sulla pancia, è così?"
"Sì, tu sei sdraiata sulla schiena [...]
"In sei...allora è una specie di gang bang? [..] Non mi piace [...] Non ho mai fatto del gang bang e non ne voglio fare. E' umiliante".
"Non capisco perché ti dia fastidio, visto che la tua faccia non si vede..."
"Non è questo il problema. Il problema sono i ragazzi. Saranno tutti intorno a me con il cazzo in mano. Come se io fossi un pezzo di carne".
"Esatto, tesoro. Giusta osservazione. Il senso della scena è un po' questo: dei maschi frementi si sfogano su un pezzo di carne di donna [..]"
Mi astengo dal commentare. Non le dico che in parte sono d'accordo con lei". [John B. Root, Porno Blues, pp.55-57. Citato da Michela Marzano, La fine del desiderio, p.152]

Che le donne nel porno siano assoggettate agli uomini, umiliate, disumanizzate, ridotte a pezzi di carne non lo sostengono evidentemente soltanto Catharine MacKinnon e Andrea Dworkin, ma lo esplicitano chiaramente gli stessi registi. Le attrici ne sono consapevoli.

"Di che cosa hai paura? - chiede a una sex performer Alexa Wolf, la regista svedese di "Shocking Truth" (Verità scioccante), un film documentario sulla pornografia realizzato nel 2000. "Di diventare un animale. - risponde lei - Io non sono più un essere umano. Mi sento come un animale". La stessa domanda viene rivolta ad un'altra ragazza. "Di che cosa hai paura? - Di diventare nulla. Ed in seguito meno di nulla". Spogliate della propria umanità, ridotte a buchi da riempire e, dunque, annullate come individui. Così si percepiscono queste attrici.

Shocking Truth documenta i ritmi infernali imposti sul set ai e alle performers dei film porno, caratterizzati da un frenetico susseguirsi di penetrazioni che evocano molto concretamente la catena di montaggio e producono effetti debilitanti sul fisico delle attrici. Poiché, come osserva Michela Marzano, i video vengono girati in due o tre giorni, le scene non  vengono interrotte neppure nel caso in cui si verifichino infortuni (ferite ed emorragie).

Una ragazza intervistata dalla regista svedese Alexa Wolf: Cookie parla di sé in terza persona  e racconta che le è stata richiesta una doppia penetrazione. Aveva un'emorragia. I produttori e gli altri attori l'hanno definita una stronza perché aveva fatto sprecare pellicola. Dopo cinque minuti di pausa, la ripresa è ricominciata  e le hanno fatto concludere la scena.

Cos'è questa, se non violenza?  E' questa la sicurezza sul lavoro di cui si parla?

Lo stesso Rocco Siffredi ha riconosciuto un giorno che alcune "attrici" del porno di livello medio-basso (che costituisce la maggior parte della produzione) avevano la vagina e l’ano distrutti. 

Se le riprese non vengono interrotte neppure in caso di emorragia, è ovvio che proseguano anche in caso di svenimenti. In un'altra scena di "Shocking Truth"  una ragazza bionda piuttosto magra viene sodomizzata da un uomo, quindi da un altro e poi da un terzo. Gli attori fanno la fila, senza pietà. Una catena di montaggio. In senso letterale. L'oggetto da montare, però, è una persona e piange. Le lacrime le fanno colare il trucco. Difficile confondere le sue grida con urla di piacere. Tra il secondo ed il terzo uomo, lei vacilla ed i suoi occhi si rovesciano. Stacco del montaggio.  Sequenza seguente: nuova sodomizzazione, con in più tre mani ficcate nella  vagina. Quando il suo partner si ritira, lei ha un mancamento. Una mano la raddrizza per una spalla e le piazza il viso sul pene. Deve succhiare e ingoiare tutto.

Di abusi fisici da parte degli attori hard riferisce Alexa Milano. La scena porno è costellata di abusi, confermano le performers Jessie Jewels e Généviève

Non sempre le ragazze, almeno all'inizio, si attendono di dover recitare scene di sesso anale, che spesso si traducono in veri e propri stupri organizzati o tollerati dai registi. La pornostar Corina Taylor racconta una sua esperienza. Era convinta di dover girare una scena di penetrazione vaginale. A lei e al partner venne imposto, invece, un rapporto anale, che l'uomo proseguì, nonostante lei gli gridasse di smettere perché stava soffrendo. La penetrazione continuò finché lei svenne. 

Alexa James narra il suo primo rapporto su un set porno con un attore che la penetrò senza alcuna delicatezza. Quando lei iniziò a piangere, lui la girò e proseguì da dietro, affinché non si scorgesse il suo viso rigato di lacrime. Poi le tirò i capelli e le infilò il pene in gola fin quasi a soffocarla. Lei gli fece presente che stava male e non riusciva quasi a respirare, ma lui proseguì imperterrito. 

Il porno è questo. Disumanizzante. "Gli uomini non devono avere emozioni durante le riprese- osserva un produttore- Non occorre, ad esempio, che attendano una risposta dalle loro partner, che prestino attenzione alle loro reazioni.  Se si lasciano coinvolgere, allora non sono adatti a fare questo lavoro. In realtà, gli uomini devono potere agire come macchine.” 

Impiegare termini come autodeterminazione, contesto sicuro, consapevolezza di quel che accadrà sulla scena mi sembra,  a questo punto,  decisamente improprio.

Ciò detto, non sorprenderà apprendere che tra il 2007 e il 2010 36 porn stars siano decedute per suicidio, omicidio, overdose o AIDS

Si legge in L'envers du X,  l'articolo, tradotto in italiano, di Isabelle Sorente, che recensisce il documentario svedese Shocking Truth:  

"Si ha notizia dalle associazioni che la maggior parte delle attrici che sono arrivate alla zoofilia si è suicidata. Almeno quelle di cui si conosce il nome. La tossica senza denti raccolta per strada per farsi scopare da un levriero afgano".

Qual è il milieu, il ceto sociale di provenienza di attori e attrici porno? Sarebbe interessante ricercare queste informazioni. Quel che si sa è che non mancano tra di loro (anzi, pare siano parecchie) le persone che sono state sessualmente abusate durante l'infanzia, come conferma un produttore svedese di film hard:  "Sono molto spesso delle vittime di vecchie violenze o di incesti nell'infanzia". E aggiunge: "Certo, in queste condizioni, ci si può chiedere se scelgano questo lavoro liberamente". Già. E' giusto chiederselo, ma l'industria del sesso non pare eccessivamente turbata dalla conoscenza di questa realtà. "Non ci sono leggi che proibiscono di fare soldi in un sistema capitalista. Non lo ho inventato io il capitalismo. Io sono innocente" afferma, infatti, candidamente un altro produttore. Business is business.

Così, in base a questa convinzione, ci si può opporre ferocemente all'uso del preservativo sul set, all'interruzione delle scene in caso di incidenti più o meno gravi e si possono incoraggiare o imporre stupri nel corso delle riprese. A chi importa in fondo che attori e attrici hard contraggano malattie sessualmente trasmissibili, HIV incluso,  a chi importa che crepino di AIDS o si suicidino, a chi importa che le attrici sanguinino sul set, piangano, urlino di dolore, subiscano stupri? A chi importa?

Bernardo Bertolucci e Marlon Brando si accordarono per girare una scena di sodomia fuori copione, la famosa scena del burro, nel film Ultimo tango a Parigi, senza informare Maria Schneider, l’attrice nella parte della sodomizzata, in modo che la reazione di lei fosse più realistica. La recente ammissione del regista corrisponde alla versione dell’attrice. Maria Schneider ha dichiarato in più di un'occasione che la famosa scena del burro non era nel copione, ma fu un'improvvisazione di Brando con la complicità di Bertolucci, il quale non disse niente all'attrice per avere una reazione più realistica. La Schneider potendo tornare indietro non avrebbe girato quella scena considerandola un'umiliazione.

Colpisce il fatto in sè, ma soprattutto il modo in cui a distanza di più di 40 anni viene raccontato da Bertolucci. Come se il regista fosse incerto se vantarsene o vergognarsene, ma più propenso a vantarsene. Poichè il primato compete alla realizzazione dell’opera per la quale tutto, anche il corpo e la soggettività di una attrice, deve essere usato, strumentalizzato, piegato. Così la sua diventa una trovata intelligente a compensazione della intelligenza solo istintiva dell’attrice, che non avrebbe potuto capire, pur volendo a tutti i costi fare del cinema. Violentata da due grandi artisti, che ricorrono a metodi paragonabili ad uno snuff movie, perchè lei era stupida e ambiziosa (e poi anche rancorosa). Vorrebbe chiederle scusa. Non si comprende il perchè, dato che del proprio comportamento non si pente. Anzi, parla di lei in termini sminuenti e offensivi e rivendica divertito di non essere un uomo di oggi. Forse colpevole, ma non giudicabile da un tribunale. Come non si rendesse conto, ignorando la volontà dell’attrice per simulare su di lei un atto sessuale, di aver compiuto un reato.

Le ammissioni di Bertolucci sono state discusse nei blog, nei quotidiani online, nei social media. Ho letto vari commenti. La maggioranza si dichiara indignata, delusa, e condanna il comportamento di Brando e Bertolucci. Una agguerrita minoranza si indigna per l’indignazione e difende il regista, rimanendo rigorosamente nei confini delle linee difensive adottati nei processi per stupro dagli avvocati difensori e dai commentatori più solidali. Provo a fare una rassegna di alcuni di questi argomenti.

Non c’è stato stupro, perchè non c’è stata penetrazione
Questo punto è dubbio e indimostrabile. Non lo sappiamo e forse non lo sapremo mai, salvo più dettagliate rivelazioni di Bertolucci. Coloro che ci tengono a negare la penetrazione si appellano alle dichiarazioni della stessa Schneider che dichiarò al Daily Mail: «sapevo che quello che Brando faceva non era reale, ho pianto lacrime vere. Mi sono sentita umiliata e un po’ violentata, sia da lui che da Bertolucci. Dopo la scena non mi consolò». Non era reale, solo un po’ violentata. Espressioni che non consentono di accertare, ma neppure di escludere nulla, in merito alla possibilità della penetrazione.
Inoltre, la versione di una donna che denuncia violenza può rappresentare i fatti in modo ridimensionato in conseguenza del proprio sentimento di vergogna.
Tuttavia, questo aspetto per quanto importante, non è decisivo. All’epoca del fim (1972), la legge italiana distingueva la violenza in congiunzione carnale e atti di libidine violenta.
La fattispecie delittuosa degli atti di libidine violenti era disciplinata dall’art. 521 c.p., il quale, prevedeva la punibilità di “chiunque (...) commette su taluno atti di libidine diversi dalla congiunzione carnale”, prevedendo, in tal caso, la pena della reclusione previste per la fattispecie delittuosa precedente, diminuite di un terzo. Alla medesima pena era assoggettato colui che avesse costretto o indotto taluno alla commissione degli atti di cui sopra “su se stesso, sulla persona del colpevole o su altri”. Gli atti di libidine violenti quindi, si concretizzavano in ogni tipologia di contatto del corpo umano, anche se non necessariamente attinenti agli organi genitali, effettuato in forma diversa dalla penetrazione (Altalex).
Con la nuova legge del 1996, i due concetti di congiunzione carnale e di atti di libidine violenta vengono unificati in una unica fattispecie, quella di violenza sessuale.
Dunque, anche senza penetrazione, il caso della scena del burro, nel 1972 poteva incorrere nel reato di atti di libidine violenta. Dal 1996, incorerebbe nel reato di violenza sessuale.

La scena del burro era solo una finzione
Cosa vogliano dire realtà e finzione in un film è questione controversa, specie quando entrano in contatto i corpi. Qualsiasi atto di un attore può essere inteso come non reale, in quanto compiuto unicamente alla scopo di recitare, simulare, e non con le intenzioni e gli scopi che l’atto avrebbe in una situazione reale. Si bacia o si dà uno schiaffo per interpretare, non per amare o colpire realmente. A volte si tocca a volte no. A volte piano, a volte un po’ più forte. Un esempio di questa ambivalenza è data dalla simulazione di un contratto. L’atto del contratto è vero, ma i due contraenti sono d’accordo nel non rispettarlo. La simulazione implica l’accordo di tutte le parti in causa. Se solo uno dei due non intende rispettare il contratto, si avrà, non una simulazione, ma una violazione di contratto.
E’ lecito simulare una violenza per rendere più realistica la scena di un film? Sottoporre una persona alla simulazione di una violenza è un atto di tortura. Dopo l’11 settembre, la Cia ha applicato alcune centinaia di volte su detenuti speciali, accusati di terrorismo, la pratica del waterboarding, l’annegamento simulato. Consiste nel riempire di acqua la bocca e le narici del detenuto, dandogli la sensazione di annegare. Il detenuto non muore e neanche si fa male, soffre solo tantissimo fino a credere di morire. Lo scopo non è annegarlo, ma interrogarlo. Quando si scoprì l'uso del waterboarding sui prigionieri i responsabili provarono a derubricare questa tecnica dai metodi di tortura, sostenendo che si trattava solo di interrogatori un po' più duri ma utili a strappare informazioni necessarie alla difesa nazionale. C’è chi ha a cuore l’arte, c’è chi ha a cuore la difesa nazionale. E entrambi sono disposti a violare i diritti umani.
E' arte simulare una violenza senza che gli artisti siano tutti consapevolmente d’accordo? Può essere artistica l’interpretazione della paura, dell’umiliazione, il vedere e ammirare un attore nella sua abilità di immedesimarsi e nell’esprimere una situazione che non vive realmente e che lui stesso sa di non vivere. Ma se vediamo quello stesso attore avere realmente paura, sentirsi davvero in pericolo, soffrire sul serio l’umiliazione, tutto questo non c’entra nulla con l’arte. Non sta recitando una brutta esperienza, la sta davvero vivendo. La paura e l’umiliazione di una vittima sottoposta a violenza è la stessa in un vicolo cieco, tra le mura domestiche, in ufficio e sul set. Come mai sul set diventa arte? Piuttosto è un imbroglio. Ci spacciano per esperienza interpretata una esperienza vissuta. Ci fanno apprezzare qualcosa di diverso da quello che crediamo di apprezzare. Ci vendono quello che mai accetteremmo di comprare, così violano la nostra fiducia. Noi, se siamo persone civili, possiamo guardare con coinvolgimento, ma serenamente, una scena di violenza sapendo che è una fiction. Dovremmo essere sadici per apprezzare la stessa visione, sapendo che gli attori o le attrici sono realmente maltrattate o soffrono realmente. E' il principale argomento che i consumatori medi di pornografia usano per mettersi la coscienza a posto: immaginare che attrici e attori siano sempre d'accordo e consenzienti.

Il regista è un artista, un grande maestro, i suoi film un’opera d’arte
C’entra nulla, ma è sottointeso che se il responsabile è un grande, violenza e violazioni possono essergli condonate. L’osservanza di leggi, regole, principi, rispetto sono dovuti solo dai medio-piccoli, che all’occorrenza possono pure essere usati. Bertolucci era un grande, Maria Schneider una medio-piccola. E gli uomini, in genere, sono più grandi delle donne.
Poco tempo fa, Franco Battiato se non il diritto aveva la licenza di dire che il parlamento, il più femminilizzato della storia della repubblica, era pieno di troie. Se contestato fu frainteso. Lui in ogni caso è un grande maestro. D’altro canto, egli stesso disse quel che ha detto, mentre stava difendendo un altro grande maestro: Roman Polansky.

Doveva aspettarselo girando un film erotico
L’attrice avrebbe dovuto aspettarselo. Dato il copione di un film a sfondo sessuale, è plausibile che in corso d’opera il regista voglia modificare delle scene o introdurne di nuove, anche se in precedenza non concordate con gli attori. E’ una argomentazione singolare. E’ evidente che tutto ciò che è stato concordato in principio può cambiare, ma questo significa solo che quel che non è stato concordato prima deve essere concordato in corso d’opera. Firmare un contratto non significa consegnarsi a qualcuno oltre il contratto. Anche i cambiamenti si contrattano.
Ciò vale, oltre che nei film, in qualsiasi relazione sentimentale o sessuale. Il fatto che una donna sia per sua volontà in compagnia di un uomo, anche dentro un letto, non significa che lei per qualche ora perde la sovranità sul proprio corpo a favore suo. Un rapporto civile è costantemente e contestualmente mediato.

Parlare di stupro significa offendere le vittime di tragedie vere
Esistono diversi livelli di violenza. Se una persona viene schiaffeggiata a scopo di punizione, di imposizione o per qualsiasi altro motivo, subisce una violenza. Anche se è poca cosa rispetto a quella che subiscono le persone sottoposte a tortura. L’esistenza di violenze più gravi, non rendono gli schiaffi e i calci ammissibili.
Il punto non è cosa sia più grave, ma quando comincia l’illecito. Qui, molte persone anche contrarie alla violenza sulle donne, hanno le idee confuse. Immaginano che la violenza da contrastare sia appunto la tragedia. Al di sotto delle quale di volta in volta si valuta e si contestualizza. Le donne non possono essere uccise, stuprate (con penetrazione dolorosa), ferite gravemente con lesioni o sfiguramenti. Ma al di sotto di questo, pare che la discussione sia aperta.

Condannare Bertolucci è moralismo, perbenismo, etc.
Un argomento tanto ricorrente quanto impertinente (nel senso di non pertinente). Infatti, non si discute dell’opportunità di rappresentare il sesso. Ammesso che rappresentare un vecchio che sodomizza una ragazza sia trasgressivo, creativo e rivoluzionario, si discute di un conflitto di volontà e del fatto che si è scelto di non tener conto della volontà (contraria) della ragazza. Non c’è da rispettare un buon costume, ma la soggettività di una persona. Salvo credere che sia moralista rispettare le persone.
Ai tempi di Ultimo tango a Parigi, in effetti, il nostro codice penale riteneva la violenza sessuale un reato contro la morale. Solo dal 1996, è riconosciuto come reato contro la persona. Riconosciuto dal codice penale, ma evidentemente non da chiunque.

Tutte le argomentazioni hanno un punto in comune: l’idea che in fatto di sesso, reale o simulato, il consenso della donna, sia un optional e non una discriminante imprescindibile. Nella sessualità, nella gestione del corpo, la soggettività della persona non è contestualizzabile, costituisce il contesto. Non c’è film, non c’è orgia, non c’è relazione sessuale ammissibile fuori da un contesto di consenso attuale e chiaro.


Riferimenti:
Violenza al burro (Marina Terragni)
Disclaimer (Il Ricciocorno)
Bertolucci e il sottile confine tra l'arte, la pornografia e lo stupro (Elisabetta Addis)

In molti post, articoli e documenti leggo una affermazione che dice all’incirca così: «Il femminicidio è un problema strutturale, non una emergenza». Ne capisco il senso. Però a metà mi suona stonata.

Questa estate, la frase è stata usata per criticare il decreto governativo contro (tra l’altro) la violenza di genere. In primavera è stata usata per replicare ad una campagna di articoli volti a dimostrare che una emergenza femminicidio non esiste, perchè, da che mondo è mondo, gli uomini hanno sempre ucciso e violentato le donne e non c’è prova del fatto che negli ultimi anni il dato sia in aumento.

Pare che l’aumento del dato sia il criterio per decidere di elargire o meno la qualifica di emergenza. Come pure i caratteri di imprevisto e improvviso. Caratteri diversi da ciò che appartiene o riguarda la struttura.

Il femminicidio è un problema strutturale. Perchè fa parte della struttura sociale patriarcale. La violenza di genere esprime il potere degli uomini sulle donne e contribuisce a preservarlo. Anche se pochi uomini sono espressamente violenti, la loro violenza ha un effetto intimidatorio generale, per cui induce le donne a sottomettersi agli uomini. In vario grado: dalla sottomissione per paura nei confronti degli uomini peggiori alla sottomissione per gratitudine nei confronti degli uomini migliori.

Qualcosa di simile succedeva in conseguenza dei linciaggi dei neri, dopo la guerra di secessione americana. Il Ku Klu Klan era una minoranza. Pochi bianchi erano violenti. Ma la loro violenza contribuiva a intimidire tutti i neri e a predisporli alla sottomissione nei confronti di tutti i bianchi. La violenza razziale era espressione e funzione di una gerarchia razziale. A vantaggio di tutti i bianchi, a scapito di tutti i neri.

Questo è il motivo per cui, di fronte alla violenza sulle donne, la grande maggioranza degli uomini è silente, indifferente, indulgente, minimalista, variamente contestualizzatrice e giustificazionista. Dalla rappresentazione del raptus a quella del delitto passionale. Sullo sfondo della rassegnata constatazione che, da che mondo e mondo, è sempre accaduto così e oggi non sta succedendo nulla di nuovo o di diverso. Se le femministe dicono “strutturale”, loro preferiscono dire “fisiologico”.

In verità, qualcosa di nuovo e di diverso sta succedendo, tanto che abbiamo trovato una parola nuova per nominarlo: femminicidio. Una parola contestata e contrastata, che tuttavia ha preso piede, si è imposta. Con questa parola, una parte di noi ha smesso di considerare quel dato fisiologico, di ignorarlo, di  accettare di conviverci. Lo ha finalmente riconosciuto come strutturale. Il femminicidio è emerso nella nostra coscienza civile. In questo senso, è diventato anche un dato emergente.

Non c’è principio di non contraddizione tra strutturale ed emergenza. La violenza come questione strutturale è una emergenza mai riconosciuta. Una emergenza come pericolosità sociale. Una emergenza perchè le vittime che convivono con i violenti, che ne subiscono la persecuzione, che arrivano a denunciare sentendosi spacciate, non possono aspettare le riforme stuttturali e le soluzioni di lungo periodo.

Una donna uccisa ogni due o tre giorni. Migliaia, forse decine di migliaia,  sottoposte a violenza privata - qualcuno, e persino il decreto, distingue tra quella occasionale e quella non occasionale - sono anche una emergenza. E’ una questione di elementare buon senso riconoscerlo. E adottare immediatamente tutti i provvedimenti che possono essere subito utili, a cominciare dal rafforzamento della rete di protezione.

Altre questioni, oltre la violenza di genere, sono al tempo stesso una emergenza e un problema strutturale: la mafia, la tossicodipendenza, la disoccupazione, la povertà, la crisi finanziaria, la guerra. Che richiedono provvedimenti immediati e politiche di lungo periodo.

Riconoscere l’emergenza non significa accettare l’emergenzialismo: una politica che vuole reprimere gli effetti con misure eccezionali, senza affrontare le cause. E a questa non si può opporre l’esatto contrario, una politica immergenziale, tutta dedita alle cause, a pensare soluzioni per i posteri, ma intanto rassegnata e impotente di fronte agli effetti immediati. Emergenza e problema strutturale vanno riconosciuti entrambi e affrontati insieme.

Una variante di strutturale dice culturale. Cultura qui ha senso in opposizione a natura. Un complesso di modelli, simboli, idee, azioni, disposizioni, prevalenti in un gruppo umano. E’ culturale in quanto può cambiare. Ha meno senso in opposizione a politica, come se non ci fosse mai motivo di fare leggi in contrasto con la cultura (ridotta a mentalità) e fosse solo questione di educazione. Così, invece della violenza ridotta a questione di ordine pubblico abbiamo la violenza ridotta a questione di programmi scolastici e linguaggi corretti.

Anche sul lungo periodo, l'educazione può tanto, ma non può tutto. Bisogna distruggere le basi materiali di una cultura. Che sono quelle di rapporti sociali diseguali e ingiusti tanto nella sfera privata, tanto nella sfera pubblica. Altrimenti, una coscienza paritaria, trasmessa da intellettuali e imparata sui libri, può persino fare da velo al riconoscimento delle disparità. Quelle disparità che esprimono violenza e con la violenza si conservano


Vedi anche:
Femminicidi, Istat: "Smettiamola di contare solo le donne uccise". Intervista a Linda Laura Sabbadini


(Traduzione di Maria Rossi)


Dal 25 al 31 agosto, in occasione del Nono Incontro internazionale della Marcia Mondiale delle donne, 1600 donne di 48 Paesi si sono riunite a San Paolo del Brasile per discutere della via da intraprendere e delle strategie del femminismo di fronte all'offensiva conservatrice. Svoltosi per la prima volta in Brasile, l'evento si è concluso con la scadenza del mandato brasiliano del Segretariato Internazionale della Marcia Mondiale delle Donne e con l'elezione della nuova direzione assunta dalla Marcia Mondiale delle Donne del Mozambico. Le militanti hanno  iniziato anche ad organizzare la quarta Azione Internazionale della Marcia Mondiale delle Donne che avrà luogo nel 2015. Queste azioni avvengono ogni 5 anni. Dopo una settimana di attività intense e di discussioni politiche, la Marcia Mondiale delle Donne ha prodotto il documento finale qui sotto riportato, che sintetizza il contenuto dei dibattiti.

Noi, donne brasiliane, presenti al Nono Incontro internazionale della Marcia Mondiale delle Donne che si è svolto a San Paolo dal 25 al 31 agosto 2013,  ribadiamo la volontà di resistere, contrastare e costruire alternative al modello patriarcale, capitalista, razzista, lesbofobo e coloniale.

La Marcia Mondiale delle Donne costruisce nella vita quotidiana e a partire dalla realtà delle donne un'azione locale strettamente connessa all'articolazione mondiale, un'azione  che individua il proprio asse portante nella solidarietà. Questa esperienza si è consolidata in una forza mondiale, che ha reso attuale il femminismo come progetto volto a garantire l'uguaglianza tra tutte le donne, nel quadro della costruzione di una società di donne ed uomini liberi ed uguali, senza discriminazioni di razza e di etnia e dotati della possibilità di esercitare liberamente la propria sessualità.

Riconosciamo che è fondamentale arricchire e approfondire  la riflessione sui rapporti tra il patriarcato, il colonialismo e l'oppressione etnico-razziale, così da salvaguardare le nostre radici e rafforzare la presenza tra di noi delle donne indigene.

Il capitalismo ha avviato un processo importante di ristrutturazione al fine di mantenere il suo attuale ordine di sfruttamento e di oppressione, oggi rafforzato dalla crisi mondiale. Ciò pone più che mai in evidenza il fatto che viviamo in un mondo ingiusto e insostenibile. Di fronte a tutte le crisi, questo sistema presenta false soluzioni che significano più mercato e maggiore concentrazione delle ricchezze. Esse sono imposte dagli Stati con  il ricorso a metodi violenti.

L'esproprio della natura, gli attacchi contro i diritti e la sovranità dei popoli, il controllo sui corpi e sulla vita delle donne, l'aumento della militarizzazione, la criminalizzazione e la violenza sono meccanismi che sostengono l'accumulazione tramite spogliazione.

A un'economia di mercato corrisponde una società di mercato che permette l'espansione della mercificazione di tutte le dimensioni della vita umana. Ciò passa soprattutto attraverso lo sfruttamento del corpo delle donne, dall'industria dei cosmetici fino alla tratta e alla prostituzione. Il nostro corpo è costantemente controllato e regolato a partire dai modelli morali sulla sessualità - eteronormativi, fallici, lesbofobi e centrati sul piacere maschile - e attraverso la maternità.

Noi riaffermiamo che la prostituzione è consustanziale al sistema capitalista e patriarcale. La nostra concezione non è né liberista, né moralista, ma riconosce il diritto delle donne di vivere liberamente la propria sessualità. Ripudiamo il dirottamento di senso del discorso femminista "il mio corpo mi appartiene" a favore del discorso "il mio corpo è il mio business". E' per questo che siamo contrarie al progetto di legge del deputato Jean Wylis che, lungi dal contribuire a migliorare le condizioni di vita delle prostitute, legalizza la sessualità come servizio commerciale, rafforzando così il prossenetismo e inasprendo lo sfruttamento delle donne.

Denunciamo l'imposizione della maternità come destino obbligatorio delle donne e riaffermiamo l'autonomia di decisione sui nostri corpi e il diritto all'aborto legale, sicuro e garantito dal servizio pubblico. Riaffermiamo la nostra concezione secondo la quale la sessualità è socialmente costruita e difendiamo il diritto alla sessualità lesbica come un diritto fondamentale per il libero esercizio di una sessualità senza coercizioni, senza stereotipi e senza rapporti di potere.

La violenza patriarcale è presente quotidianamente nella vita di tutte le donne. Questa violenza è spesso naturalizzata e legittimata ed è rafforzata anche dalle diseguaglianze di classe e di razza, che palesano il non riconoscimento delle donne come soggetti autonomi. I dati dovrebbero far rabbrividire, soprattutto perché mostrano che c'è ancora molto da fare per denunciare violenze come gli stupri punitivi e di gruppo, l'abuso sessuale dei bambini e l'impunità di cui gode un gran numero di assassini di donne.

Esigiamo la condanna degli stupratori appartenenti alla banda "New Hit" che hanno stuprato in modo barbaro due adolescenti a Bahia, così come i due stupratori assassini di Queimadas, a Paraiba. Esigiamo la reale applicazione della Legge Maria de Penha ( N.dT. legge brasiliana sulla violenza contro le donne). In ogni caso, denunciamo la colpevolizzazione delle donne che subiscono violenza.

E' in questo contesto che si intensifica la mercificazione dei beni comuni e l'appropriazione e il controllo dei territori a vantaggio dell'agro-business. Lo sfruttamento dei territori indigeni e dei quilombos (N.d.T. villaggi e comunità fondati dai discendenti degli schiavi africani in fuga) provoca morte e distruzione. Il popolo Guarani-Kaiowà del Mato Grosso do Sul è stato vittima di omicidi in numero maggiore di quello di due Paesi in guerra. Nelle aree urbane vi è un aumento della speculazione edilizia causato dai giganteschi cantieri prodotti dai mega eventi. Le imprese minerarie ampliano le zone di sfruttamento, provocando il degrado dell'ambiente e riducendo i mezzi di sussistenza delle donne. Ciò è direttamente connesso al rafforzamento delle militarizzazione e dello sfruttamento del corpo e del lavoro delle donne.

Esigiamo che le risorse pubbliche, in particolare quelle della BNDES (N.d.T. Banca dello Stato brasiliano per lo Sviluppo) non siano destinate alle grandi imprese allo scopo di finanziare l'agro-business, i mega eventi e il capitalismo verde. Denunciamo l'imposizione di sostanze fitotossiche e di sementi transgeniche che provocano la dipendenza dei contadini e delle contadine. Siamo le protagoniste della resistenza e della difesa dei nostri territori, come nel caso delle donne di Apodi in lotta contro l'agro-business e la mercificazione dell'acqua, e siamo favorevoli all'affermazione di un'agricoltura biologica come mezzo di produzione di alimenti sani  e necessari a garantire la sovranità alimentare.

In questo modello di società, il tempo e il lavoro delle donne sono utilizzati come un fattore di aggiustamento. L'economia di mercato si fonda sul nostro lavoro non remunerato e sulla diseguaglianza salariale che subiamo nell'ambito del lavoro remunerato. Assistiamo all'ascesa del conservatorismo, con la valorizzazione del ruolo delle donne nella famiglia al fine di giustificare il loro sovraccarico di lavoro.

Costruire un'economia femminista e solidale significa modificare i modelli di (ri)produzione, di distribuzione e di consumo e anche riconoscere e valorizzare il lavoro domestico e di cura in quanto fondamentale per la salvaguardia della vita umana.

Lo Stato capitalista e patriarcale è organizzato secondo una logica androcentrica che rafforza la divisione sessuale del lavoro e le forme di controllo sul corpo e sulla sessualità delle donne. Il modello di sviluppo egemonico funziona al servizio delle grandi imprese, espropriando i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, facendosi beffe delle donne e trovando nella militarizzazione uno dei suoi fondamentali pilastri.

Noi lottiamo per cambiare questa logica. Ciò sarà possibile  solo con la volontà politica e con l'assunzione di una prospettiva femminista che si traduce oggi nell'obiettivo della depatriarcalizzazione dello Stato. E' necessario garantire politiche di emancipazione costruite sulla base della sovranità e della partecipazione popolare.

Siamo solidali con le compagne di molte parti del mondo i cui stili di vita sono colpiti dalle industrie estrattive come Vale e dall'espansione dell'agro-business, come nel caso del Pro-Savana Project nel Mozambico. Ci opponiamo alla presenza militare del Brasile nelle missioni militari ad Haiti e nella Repubblica Democratica del Congo, così come all'acquisto di armi e di tecnologie militari da Israele. L'Organizzazione Mondiale del Commercio riprende i negoziati che rafforzano le asimmetrie tra i Paesi e la mercificazione della vita. Il Brasile, al contrario, deve promuovere un'altra forma di internazionalismo, basato sulla redistribuzione, la solidarietà e la reciprocità che le donne nel mondo già costruiscono tramite i loro movimenti.

Le nostre forme di occupazione degli spazi pubblici e politici esprimono l'irriverenza e l'audacia collettiva delle donne. A partire dai nostri metodi, dai nostri ritmi e dalle nostre voci, noi costruiamo una cultura femminista contro egemonica, che include le ragazze in un processo che comprende diverse generazioni in quanto parte di un  progetto comune di trasformazione delle nostre vite.

Noi resistiamo al monopolio dei media, alla logica della proprietà intellettuale e al controllo dei flussi di informazione che violano la nostra privacy e privilegiano le multinazionali. Costruiamo le nostre alternative di produzione di contenuti, linguaggi e media legati alle battaglie per l'emancipazione e per la sovranità popolare.

Affermiamo che l'autorganizzazione delle donne è la nostra strategia di rafforzamento come soggetto politico che costituisce una forza mondiale, in alleanza con i movimenti sociali che condividono la nostra lotta anticapitalista e per una società basata sui valori della libertà, dell'uguaglianza, della giustizia, della pace e della solidarietà.

Marcia Mondiale delle donne, San Paolo del Brasile, 31 agosto 2013

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