Quando Maschile Plurale ha chiesto di spostare la discussione dal web, invitando a proseguire con incontri “in presenza”, ho proposto come luogo la Libreria delle donne, che subito grazie a Sara Gandini e Laura Colombo, ha raccolto il suggerimento. Sara e Laura si sono spese moltissimo per rendere possibile l’incontro il prima possibile. Di questo le ringrazio.
Per me era importante che questa assemblea accadesse alla libreria, perché l’argomento non è una vicenda privata ma è politica che ci riguarda. Ero certa che lì, dove il dibattito non sarebbe stato inquinato dalle dinamiche malate e dai protagonismi che infestano il web, le donne non avrebbero fatto fatica a mettere a fuoco i termini della questione, cogliendone la complessità ma mai a scapito della chiarezza, lì dove la confusione non è accettabile. Ringrazio tutte le donne della libreria intervenute, ringrazio Marisa Guarneri, Cristina Obber e ringrazio Luisa Muraro. Confesso, avevo delle aspettative e le avevo nei confronti delle donne. Non sono state disattese, anzi.
Per quanto riguarda Maschile Plurale voglio ringraziare Marco Deriu, rimasto fino alla fine ad ascoltare le critiche, nonostante la fatica e l’evidente disagio di portare avanti un confronto in cui sul piatto sono state messe argomentazioni impegnative a cui non è riuscito a dare risposte adeguate.
E ringrazio anche Claudio Vedovati che non ha potuto partecipare all’incontro ma che è stato l’unico che ha almeno chiamato le cose con il loro nome. L’unico.
Negli scambi su fb si è parlato di pregiudizio nei confronti di MP e del coinvolgimento maschile contro la violenza. Io non ho nessun pregidizio né una avversione per MP. Ma è innegabile che quando ho visto la modalità scelta da MP per gestire questa vicenda e per trattarla pubblicamente, che fosse una associazione maschile ha assunto per me una particolare rilevanza.
Un’associazione di uomini che rivittimizza una donna vittima di violenza. Mi è improvvisamente parsa perfino pericolosa.
Gli uomini, in quanto uomini, mi pare siano storicamente già associati a sufficienza.
Ancora una volta gli uomini agiscono violenza e la normalizzano se non la negano. Ancora una volta il fantasma delle false accuse e della vendetta femminile viene agitato. Ancora una volta la soggettività di una donna viene negata, non prima però di averla usata come alibi per non intervenire.
Per fare questo, c’è bisogno che vi associate ulteriormente?!

E ancora una volta il gruppo ha avuto la meglio sulle individualità. C’è chi d’autorità o manipolando, magari facendo leva sui rapporti di amicizia, ha imposto la propria linea, in barba all’unanimità peraltro mai realmente raggiunta.
Le differenze non sono emerse.
L’impressione, confermata dall’intervento di Marco Deriu, è che in MP abbiano avuto la meglio, fino a questo momento, le dinamiche tipicamente maschili, per cui prevale chi si impone e lo si lascia imporre in nome di una malintesa lealtà, prima che a se stessi, al gruppo.
Come ha detto Marco è mancata la capacità e la volontà di confliggere. Un’incapacità mostrata anche durante l’incontro, proprio mentre ci veniva proposta come giustificazione per gli “errori” commessi.
Le stesse dinamiche che stanno prevalendo sul web, dove si sta cercando di ridurre una seria questione politica a gara tra maschietti. Non contano le impegnative questioni poste, non conta la doppia violenza di cui si parla, nulla di tutto questo conta. Conta solo che nessun maschio si senta migliore dei maschi di MP.
E quindi parte la critica all’antisessista che critica l’antisessista a cui per logica dovrebbe seguire la critica all’antisessista che critica l’antisessista che critica l’antisessista e sempre più giù, al ribasso.
Fino ad usare un articolo che ancora una volta rivittimizza ‘sta donna, infamata e svenduta come donna vendicativa.
È banale competizione maschile o strategico fumo, funzionale alla confusione che permette di non affrontare gli importanti nodi politici emersi?
Non saprei, certo è che non è questione di mezzo ma proprio di interlocutori.
Credo occorra sceglierli con cura.
Si ciancia di complotto ai danni di MP, addirittura di desiderio di annientare l’interlocutore. La verità è che saranno i membri di MP a determinare i destini di MP. A minare la credibilità di MP non è l’episodio di violenza che vede coinvolto un loro membro, non è la donna che ha scelto di non farsi usare da MP, non sono le critiche rivolte a MP ma quello che gli uomini, i singoli uomini di MP, sapranno fare di tutto ciò.
Per parte mia spero di proseguire, su web e in presenza, il confronto con Marco e Claudio, ho fiducia nella loro volontà di stare nella relazione affrontando il conflitto senza trasformarlo in guerra. Ho fiducia nel fatto che abbiano ben compreso la portata della posta in gioco, che va ben oltre il buon nome di un’associazione.


Riferimenti:
Primo comunicato di Stefano Ciccone sulla bacheca di Maschile Plurale (19 aprile 2014)
Violenza di genere: lettera aperta a Maschile Plurale (Il Ricciocorno Schiattoso)
Risposta a Maschile Plurale: i centri antiviolenza rispettano la privacy (Il Ricciocorno Schiattoso)
Un'occasione per riflettere sulla violenza fuori e dentro di noi (Maschile Plurale)
Differenza di sguardo tra «Maschile Plurale» e centro antiviolenza - Un caso di rivittimizzazione? (Tk)
Repliche di Stefano Ciccone sulla bacheca di Maschile Plurale
Pubblica denuncia (Il Ricciocorno Schiattoso)
«Maschile Plurale» ambigua e confusa sulla violenza. Inaccettabili le opinioni rivittimizzanti
Repliche di Stefano Ciccone sulla bacheca di MP (16 giugno 2014)
«Maschile Plurale» tra rimozione e rivittimizzazione
MP più interessato a difendersi che ad ascoltare
Discussione male impostata da MP, tra collusione e disimpegno
Scambio con Sara Gandini (Bacheca Libreria delle donne di Milano)
Mai ascoltata da Maschile Plurale (Il Ricciocorno Schiattoso)
Uomini antisessisti. "Compagni di strada o falsi amici"? (Maria Rossi)
La fatica del fronteggiare la violenza nei 'nostri' luoghi (Monica Lanfranco)
La discussione alla Libreria delle Donne (Il Ricciocorno Schiattoso)
Luisa Muraro: «Raccogliere la domanda di giustizia che viene dalle donne che hanno subito la violenza sessista»
L'incontro alla libreria delle donne di Milano: il corpo rimosso e le richieste di giustizia (Maria Rossi)

Siamo in una delle sedi storiche del femminismo italiano, nel caldo pomeriggio di venerdì 11 luglio, al tanto atteso incontro in presenza tra Maschile Plurale e le blogger che hanno contestato l'associazione per l'ambiguità con cui ha affrontato un caso di violenza che la riguardava molto, troppo da vicino. Presenti una cinquantina di persone, nella sala della Libreria della donne di Milano, vera organizzatrice e conduttrice dell’evento, anche se l’intestazione formale è donata a MP.

L’incontro è registrato in audio, la Libreria annuncia che tradurrà la sbobinatura in un report con tutti gli interventi. Qualcosa ha già raccontato il Ricciocorno, qualcosa racconteranno altri, per ora mi limito a mettere a fuoco il comportamento determinato delle donne intervenute.

Gli interventi di MP giustificano se stessi, provano a raccontare il proprio interessamento, dicono del loro travaglio interno ed interiore, ma non riescono a dar conto della propria inconcludenza. A tratti danno l’impressione di sottovalutare l’importanza della violenza psicologica, di considerare più grave la violenza sessuale, la violenza fisica, di ridurre la violenza psicologica a una inverificabile questione soggettiva fatta di vissuti.

Marisa Guarneri della casa delle donne maltrattate, ricorda che la violenza psicologica è gravissima e può essere devastante, forse più grave della violenza fisica.

L'assemblea ripete in parte il dibattito online, ma a differenza di quanto succede in rete, le donne presenti non prestano alcun soccorso agli uomini plurali in difficoltà, non regalano comprensione, invece incalzano. Solo alcuni uomini rimangono. A Marco Deriu tocca incassare fino alla fine. Invece Stefano Ciccone appena letto il suo intervento se ne va.

Luisa Muraro cita una conferenza di capi di stato a Londra, per riportare un principio importante: «Non si dica mai più che la pace è più importante della giustizia». La giustizia è più importante della pace. E dalle donne che hanno subito la violenza sessista, questo sale: una domanda di giustizia. Una domanda che Maschile Plurale non sa raccogliere. Del femminismo ha valorizzato il vissuto, ma solo per adattarlo al proprio comodo. Muraro rileva tutta la debolezza politica degli interventi degli uomini di Maschile Plurale, che non sanno ascoltare la domanda di giustizia, non sanno interloquire con essa, sanno soltanto pensare alla propria autodifesa, continuano a giustificarsi, continuano a pensare che la pace è più importante, la pace tra di loro, invece della giustizia. Forse la loro associazione non li fa evolvere, ma li ingabbia. Gli interventi degli uomini che non fanno parte dell'associazione sono stati più forti dei loro, più semplici, più netti. La vicenda in cui MP è rimasta coinvolta non è una vicenda personale, ma è una vicenda tutta politica, la vicenda di un uomo pubblico contro la violenza la cui ex compagna è finita in un centro antiviolenza.

Una vicenda che mostra in modo evidente il contrasto tra le parole e i fatti. Per evitare di assumersi le sue responsabilità e correggere i fatti, MP aggiunge ancora parole, talvolta parole inquietanti, e promette tante riflessioni. Così l'intervento di Luisa Muraro arriva come uno schiaffo in piena faccia agli uomini di MP. Diretto, immediato, lineare. Perfetto. La domanda di giustizia contro il siamo tutti peccatori, più o meno inconsapevoli.


Riferimenti:
Primi interventi di Stefano Ciccone sulla bacheca di Maschile Plurale (19 aprile 2014)
Violenza di genere: lettera aperta a Maschile Plurale (Il Ricciocorno Schiattoso)
Risposta a Maschile Plurale: i centri antiviolenza rispettano la privacy (Il Ricciocorno Schiattoso)
Un'occasione per riflettere sulla violenza fuori e dentro di noi (Maschile Plurale)
Differenza di sguardo tra «Maschile Plurale» e centro antiviolenza - Un caso di rivittimizzazione? (Tk)
Repliche di Stefano Ciccone sulla bacheca di Maschile Plurale
Pubblica denuncia (Il Ricciocorno Schiattoso)
«Maschile Plurale» ambigua e confusa sulla violenza. Inaccettabili le opinioni rivittimizzanti
Repliche di Stefano Ciccone sulla bacheca di MP (16 giugno 2014)
«Maschile Plurale» tra rimozione e rivittimizzazione
MP più interessato a difendersi che ad ascoltare
Discussione male impostata da MP, tra collusione e disimpegno
Scambio con Sara Gandini (Bacheca Libreria delle donne di Milano)
Mai ascoltata da Maschile Plurale (Il Ricciocorno Schiattoso)
La fatica del fronteggiare la violenza nei 'nostri' luoghi (Monica Lanfranco)
La discussione alla Libreria delle Donne (Il Ricciocorno Schiattoso)

di Monica Lanfranco 

Intervengo, dopo averci molto pensato e aver avuto, (ed avere), tanti dubbi sul farlo in modo pubblico, nella vicenda che vede un esponente di Maschile plurale segnalato come violento dalla sua ex compagna, la quale non ha denunciato per vie legali la violenza ma ha scelto un percorso di aiuto presso un centro antiviolenza e ha provato a interloquire con alcuni uomini di Maschile plurale, segnalando loro l’accaduto.

Come è noto ne è seguita per mesi una discussione faticosa, anche e soprattutto perché per lo più avvenuta on line, non sempre tra persone con nomi e cognomi (anche questo conta, almeno per me) che comunque a mio parere è stata utile per capire quanto sia complesso passare dalle affermazioni teoriche, anche quelle molto ben ponderate ed espresse con ottima capacità dialettica, alla pratica concreta, sia individuale che collettiva. 

Non sarò all’iniziativa di Milano, ma credo che siano da salutare sempre come sforzi validi quelli tesi a provare a ragionare insieme di ciò che accade, anche se talvolta non sortiscono gli effetti taumaturgici che ci aspetteremmo.

Per uscire dalla teoria incorporea vorrei dire che conosco la donna e l’uomo coinvolti, e questo mi porta a ragionare non in modo teorico, perché se penso a quello che so (che mi è stato detto da entrambe le persone coinvolte, con le loro narrazioni ovviamente dai due punti di vista) ho davanti non un articolo di giornale ma due esseri umani reali: gli elementi a mia/nostra disposizione sarebbero molteplici, per ragionare sulle relazioni tra generi e violenza, ma in questo specifico caso il dato certamente più eclatante è che l’uomo in questione è un intellettuale portavoce di un gruppo maschile che lavora da anni proprio contro la violenza maschile.

Sono adulta abbastanza da sapere che nessun ambito è mai stato, né sarà, (almeno per ora), immune dalla violenza: non c’è sinistra, femminismo, pacifismo, altermondialismo, transgenderismo a vaccinare.

Quello che però è auspicabile è che, come primo passo per dissentire e disinnescare il patriarcato, chi abita questi luoghi ragioni sulla sua quota di violenza.

Mi è parso che il testo di Claudio Vedovati fosse un contributo in questa direzione: la vera forza dei luoghi che si dicono alternativi alla cultura patriarcale sta, a mio parere, prima di ogni altra cosa nella capacità critica non al di fuori di sé ma al di dentro di sé.

Mi è capitato di verificarlo, a proposito di contraddizioni in luoghi (autopercepiti) come alternativi, proprio a Milano in occasione di un'iniziativa che ho contribuito a organizzare dopo la chiamata fattami da tre giovani donne frequentatrici di centri sociali aggredite proprio da uomini di un centro sociale.

Senza dilungarmi accenno solo che, pur essendo un contesto molto diverso, quello che mi ha colpito rispetto all’andamento del percorso che poi ha portato all’incontro, non soddisfacente, è stata la chiusura a riccio, difensiva e tesa a salvaguardare gli interessi e l’immagine del luogo collettivo a discapito delle individue.

La critica maggiore fatta alle tre donne è stata, anche e soprattutto da parte di altre donne, pur da punti di vista diversi, quella di avere messo a rischio, con la loro denuncia, l’integrità del luogo centro sociale, perché evidentemente il politico è stato assunto come precedente e più importante rispetto al personale, quindi il collettivo più valorialmente salvaguardabile rispetto all’individuale. 

Come contributo alla discussione mi è parsa anche molto importante la vicenda francese riportata da Maria Rossi, notevole anche e soprattutto perché dimostra quanto sia inestricabile il tema del potere (anche istituzionale) da quello della violenza di genere.

Al contrario penso che il valore di un luogo collettivo sia maggiore proprio nel momento in cui sa aprirsi e dichiarare la sua debolezza e permeabilità al ‘male’ che cerca di combattere: solo in questo modo penso sia possibile un percorso di risanamento, sia per le singole persone così come per i luoghi collettivi.

«Prostituirsi è uno scambio intrinsecamente morale. È la sublimazione del godimento della propria indipendenza privata». Lo slogan «Siamo tutti puttane» di Annalisa Chirico, giornalista di Panorama, rilancia la morale di Silvio Berlusconi, sotto processo per sfruttamento della prostituzione: morale è far sognare, illudere, morale è evadere le tasse, morale è prostituirsi per fare carriera, morale è comprare e vendere qualsiasi cosa. Una rivendicazione che risolve la doppia morale borghese, assolutizzando il primo termine. I vizi privati sono pubbliche virtù.

La legittimazione delle «puttane» a vendersi per accedere alle risorse e fare carriera, è di fatto il paravento della legittimazione dei «puttanieri» a decidere la selezione, non per il godimento di tutti, ma per il proprio godimento privato e individuale. Le due parti a confronto, sono diseguali nel mercato. La libertà consensuale della prima fa da velo al potere reale della seconda, contro l’interesse pubblico.

Improbabile qualcuno desideri essere curato da un dottore, essere assistito da un avvocato, essere istruito, formato, da un professore, essere informato da un giornalista, che si trovi al suo posto, non per il valore delle sue competenze, ma solo per il valore del suo prezzo. A maggior ragione, se in attività intellettuali, politiche, scientifiche, mediche, il valore del suo prezzo è stato determinato dal suo corpo. Nessuno vorrebbe trovarsi in una sala operatoria sotto i ferri di una chirurga che ha saputo conquistarsi quel posto grazie alla sua capacità di brigare, prima con i suoi docenti, poi con il suo primario.

Esiste un nesso tra la valorizzazione del merito (per quanto il concetto non sia neutro) come criterio di selezione e un principio di selezione professionale aperta a tutti, senza discriminazioni. La prostituzione come modalità di accesso aderisce ad un sistema e lo rinforza. Un sistema di divisione sessuale del lavoro, nel quale alle donne competono le funzioni accessorie e subordinate. Lo slogan che titola il libro, reso al maschile universale (tutti), ignora o finge di ignorare che la prostituzione del corpo è proposta soprattutto dagli uomini, che occupano la maggior parte delle posizioni di potere, alle donne che invece ne sono escluse.

Sono le donne, in netta prevalenza, ad essere valorizzate per il loro corpo e ad essere svalutate sul piano intellettuale. Pubblicità e varietà televisivi in cui il nudo femminile è dilangante, non sono l'effetto della libera volontà, del desiderio, di miriadi di giovani veline, ma l'effetto del potere di autori e programmatori di palinsesti in funzione degli inserzionisti. Un mondo di uomini che usa il corpo delle donne e di donne che scelgono di fare buon viso a cattivo gioco o rinunciare. Se libera e vincente è la velina, altrettanto libera e vincente non è l’esperta di economia o di qualsiasi altra cosa. Con le consuete eccezioni che confermano la regola, in televisione gli autorevoli, i competenti, gli esperti continuano ad essere maschi, gli ornamenti, gli sfondi, i break, gli annunci, continuano ad essere femmine. Preferibilmente seminude, sezionate in pezzi di carne, magari in pose degradanti e umilianti. Da una indagine del Censis emerge che il 53% delle donne in televisione non ha voce, il 43% è associata a temi come sesso, moda, spettacolo e bellezza, e solo nel 2% dei casi a impegno sociale e professionalità. «I ruoli femminili nei media sono piuttosto deleteri per l’effetto depauperante che hanno nei confronti delle potenzialità delle donne: le ragazze oggi fanno più fatica, di qualche decennio fa a immedesimarsi in ruoli emancipati ed influenti, soprattutto se non crescono in contesti sociali evoluti, e in Italia molte zone sono ancora culturalmente depresse». [Paola Manfroni, art director]

In politica e nelle attività intellettuali (ad esempio il caso Minetti), la vendita del corpo femminile per poter accedere, non costituisce un pedaggio diverso, ma aggiuntivo. Se anche i colleghi maschi si possono vendere sul piano delle doti intellettuali, della coscienza civile, politica, per poter essere assunti, promossi, candidati, nominati, la donna non salda il suo debito soltanto con il corpo. Anche a lei poi tocca di vendersi con il cervello. Lo scambio sessuale per le donne, non è uno scambio diverso - già questo è comunque discriminatorio - ma uno scambio in più.

Altre sono le battaglie che il femminismo dovrebbe condurre, sostiene Annalisa Chirico. Non contro la strumentalizzazione del corpo delle donne, ma per la procreazione assistita, per l’aborto, per superare il tetto di cristallo nel mondo del lavoro. Tuttavia, lei stessa si dedica alla lotta contro il «femminismo moralista» invece che agli altri temi «più importanti» da lei usati evidentemente solo come diversivo. Come quelli che chiedevano di parlare del Darfur e non della Palestina, salvo poi passare il tempo a difendere Israele. Diversivi che non vogliono aprire altri discorsi, vogliono solo chiudere il discorso nel quale si inseriscono. Diversivi fondati in genere su falsi dilemmi. Il mondo che discrimina le donne sul lavoro e ne limita l’autodeterminazione riproduttiva è lo stesso mondo che ne mercifica e ne strumentalizza i corpi. 

Un diversivo è il tema della libertà. Un tema sul quale non si può dire niente, se dissociato dalla responsabilità e dal contesto in cui agisce, che viene evocato appunto per questo, perchè non si dica niente, per azzittire la critica, per inibire un’altra libertà, quella del giudizio pubblico su atti e comportamenti pubblici. Un diversivo che ritorna spesso sul sessismo, ma che sarebbe inconcepibile su altre rappresentazioni, per esempio sul razzismo. Nel film «Via col vento», i personaggi neri si esprimono in maniera scorretta e sgrammaticata, come a voler esprimere la loro inferiorità culturale. Ciò può essere considerato razzista o realistico, se ne può discutere, ma non sarebbe corretto e pertinente obiettare che gli attori neri si sono prestati liberamente e volontariamente a quel tipo di recitazione, argomento sul quale non c'è nulla da discutere. La libertà individuale di svestirsi o di vestirsi integralmente non può essere discussa di per sè, ma solo nel suo significato in rapporto ad un contesto. Rivendicare l'uso del velo nell'Iran dello Scià o in quello degli Ayatollah cambia il senso della rivendicazione: opposizione o adesione al potere. Allo stesso modo lo cambia rivendicare il nudo nell'Italia democristiana degli anni '50 o nell'Italia del ventennio berlusconiano.

Altri temi importanti sono il diritto di famiglia in materia di separazioni e affido e la violenza sulle donne. Temi su cui Annalisa Chirico è in linea con i padri separati e con i neomaschilisti. «Il diritto familiare è sbilanciato a favore delle donne. Troppo spesso le donne usano i figli come arma di ricatto a vita. C’è una legge sull’affido condiviso che è sistematicamente violata. Per non parlare degli alimenti». «Il femminicidio? Un business fondato su una "emergenza” che tale non è» «l’Italia non è un paese di maschi stupratori e assassini» i femminicidi sono il 30 per cento degli omicidi. I maschi continuano a essere ammazzati assai più delle femmine». Dunque, diversi temi antifemministi che delineano una visione complessiva, coerente con quella berlusconiana. Una visione che adotta la sua neolingua, definisce talebane le femministe, così come spesso l’antisemitismo definisce nazisti gli ebrei. Da segnalare anche un ardito tentativo in difesa di Calderoli, che insultò la ministra dell'integrazione paragonandola ad un orango tango. Chirico sostiene che ognuno somiglia ad un animale e lei stessa si dichiara somigliante ad una cavalla, per sostenere che Cecilie Kyenge, in effetti, somiglia ad un orango.

C’è da chiedersi però quale coerenza vi sia tra questa visione e la visione della Lista Tsipras, dopo che la capo comunicazione del movimento, Paola Bacchiddu, è tornata a far parlare di sè con una nuova foto in cui pubblicizza il libro di Annalisa Chirico insieme con la stessa autrice, dando così un più chiaro significato retrospettivo alla foto precedente, nella quale si mostrava in bikini e dichiarava di essere pronta ad usare ogni mezzo per far votare la sua lista. Immaginiamo la stessa capo comunicazione farsi fotografare insieme con Oscar Giannino, nel mentre pubblicizza un libro a favore della privatizzazione dell’acqua o con Alesina e Giavazzi per pubblicizzare il libro «Il liberismo è di sinistra». Presumo ne risulterebbe un messaggio che sarebbe giudicato incoerente e che indurrebbe i leader del movimento a pronunciarsi senza essere sollecitati, per chiarire la linea del movimento. Perchè sulle questioni che reputano importanti, i partiti aspirano ad avere una linea chiara.

A proposito del post elettorale con la foto in bikini, Barbara Spinelli ha così risposto ad una intervista al Manifesto: «Non è una stra­te­gia della lista. È una mossa pro­vo­ca­to­ria nata all’interno del gruppo comu­ni­ca­zione, dan­nosa per il nostro pro­getto e per molti can­di­dati: per giorni lo sber­leffo ha oscu­rato il pro­gramma. Non so dirle per­ché sia nata; so solo che si tende a tra­sfor­marla in un’offensiva ideo­lo­gica con­tro il fem­mi­ni­smo, e anche con­tro la mia can­di­da­tura. Per quanto mi riguarda, con­si­dero la dia­triba del tutto assurda: non ho mai fatto parte né del movi­mento «Se non ora quando», né di altri movi­menti femministi».

Come è corretto interpretare questa risposta? Barbara Spinelli, pur valutando il danno ricevuto, è neutrale rispetto ad una diatriba, che non dovrebbe coinvolgerla? Dice, come Grillo con l'antifascismo, che il femminismo non è di sua competenza?


Puoi leggere anche:
La comunicazione (con ogni mezzo) della Lista Tsipras
Moralista è il maschilismo
Donne e media in Europa (Censis)
Il fascino discreto del puttanismo (Marina Terragni) - Con citazioni del libro di Chirico
Il corpo deve essere nostro. Nè dello stato nè del mercato (Intervista a Silvia Federici)
Il corpo è mio e non è mio (Ida Dominijanni)
Fantasmi in libertà. Risposta ad Angela Azzaro (Ida Dominijanni)
Libera sarai tu? (Cristina Morini)
A proposito di corpo, libertà, differenza sessuale (Maria Luisa Boccia)
Il corpo non è solo mio (Marina Terragni) 
Il corpo della libertà (Paola Rudan)

La nomina di otto ministre nel nuovo governo Renzi è stata motivo di dibattito generale. Tutti ne hanno parlato. Per apprezzare il progresso. Per dire che non basta. Per dire che è stata una scelta di immagine. Per dire che il genere non conta, contano le persone. Ne ho parlato anch’io. Ho scritto un primo articolo, prendendo spunto da uno status di Alessandro Gilioli e della discussione che ne è seguita, per notare come all'esame di merito e competenza siano sottoposte le ministre e non i ministri. Questo articolo è stato ripubblicato dal sito di Se Non Ora Quando (Snoq) di Torino. Dai commenti ricevuti sulla mia bacheca di FB, sulla pagina del gruppo di Maschile Plurale e da un articolo di Alberto Leiss sul Manifesto, ho tratto spunto per scrivere un secondo articolo, per notare come la diffusa delegittimazione delle ministre nel dibattito si fondi sul fatto che le designate non corrispondono a parametri ideali di tipo ideologico o politico: se non sono donne «come diciamo noi» il superamento della discriminazione non conta nulla. Anche il secondo articolo è stato ripubblicato sul sito di Snoq -Torino.

Nel secondo articolo c'è un passaggio nel quale dico che se il potere è egemonizzato dagli uomini, lo è anche l'opposizione al potere. Dunque, tanto il potere maschile, quanto l'opposizione maschile al potere, possono strumentalizzare le donne. Nel primo caso usando le ministre, nel secondo usando le «femministe» che bocciano le ministre e con loro il governo. Citavo ad esempio la rivista ampiamente maschile Micromega che pubblica contro il governo delle donne un articolo di Eretica/Fikasicula. Una pubblicazione che può essere ritenuta strumentale, tanto quanto la nomina delle ministre bocciate da quell'articolo. In questi giorni, tanti uomini citano le femministe o alcune femministe, anche strumentalmente, per dire che la presenza rosa al governo non è importante o è persino dannosa. Con ciò, non volevo teorizzare che è destino ineluttabile delle donne essere strumentalizzate dall'egemonia maschile, ma proprio il contrario: che alla strumentalizzazione maschile può corrispondere un aumento del potere contrattuale femminile. Nel momento in cui gli uomini hanno bisogno delle donne, le donne hanno una opportunità in più per farsi valere e guadagnare nuovi spazi. Per cui con tutti i limiti presenti, sono un progresso le donne al governo, come sono un progresso le tante donne in più che si esprimono sui giornali e sulle riviste, mediante la rete, anche se non sono sempre le donne che ci piacciono. A me, ad esempio, non piace Eretica/Fikasicula. Mi riferisco alle sue idee. Dal mio punto di vista, lei è antifemminista e misogina. Tuttavia, una misogina è meglio di un misogino, il suo accesso al Fatto Quotidiano e a Micromega, a conti fatti, è comunque positivo, perchè tante donne insieme, non importa come sono individualmente, orienteranno in modo migliore la politica e l'informazione. Così ogni donna in più costituisce un vantaggio. Non perchè le donne siano meglio degli uomini, ma perchè ambienti paritari sono meglio di ambienti monosessuati.

Eretica ha dato una interpretazione egocentrica negativa a questo pezzo dell'articolo e alla scelta di Snoq di pubblicarlo. Una interpretazione che ha sintetizzato nell'idea che Snoq la stava facendo sculacciare da un paternalista. Che sarei io. Poichè, a suo dire, vorrei stabilire qual è il vero bene delle donne e quali sono le femministe da accreditare come tali, per scomunicare le altre. Se Snoq proprio voleva sculacciarla doveva farlo con parole sue e non affidarsi alle parole di un paternalista. Già solo in questa rappresentazione emerge la misoginia di Eretica. Se un uomo condivide quel che scrive una donna e lo divulga, è lui che accredita lei come «giusta». Se una donna condivide quel che scrive un uomo e lo divulga, lei prende in prestito le sue parole, perchè non sa dirne di proprie, lei si affida a lui. In entrambe le situazioni, la posizione della donna rispetto all'uomo è inferiorizzata.

Eretica ha espresso la sua protesta con due articoli sul suo blog [1] [2]. Con vari rilanci sulla sua fanpage e su altre fanpage ad essa collaterali. E con vari interventi sul profilo Twitter di Snoq. Su Twitter è stata sostenuta dalla vicedirettora degli Altri, Angela Azzaro e da Loredana Lipperini.

Secondo Angela Azzaro, Snoq ha fatto sue le posizioni di un paternalista che stalkerizza le femministe. Seguono insulti a Snoq. Angela Azzaro sembra non rendersi conto che lo stalking è un reato. Ed è un reato anche muovere ad altri false accuse di reato. Si dice calunnia e diffamazione. Oppure, se ne rende conto e non gliene importa. Io mi attengo ad un metodo, che contraddice un precetto popolare. Quello secondo cui si dice il peccato, ma non il peccatore. Penso sia giusto che i miei pochi lettori possano sempre capire di cosa parlo (i peccati) e di chi parlo (i peccatori). Se i peccatori si sentono perciò perseguitati, mi dispiace, ma è un principio di trasparenza. Nel dibattito e nella lotta politica ho sempre fatto così. E ci sono stati periodi in cui sono stato accompagnato sempre dagli stessi avversari, alcuni più spesso di altri. Così in questo ultimo anno ho avuto varie occasioni per polemizzare con Eretica, cioè con un insieme di blog e di fanpage che possono orientare potenzialmente migliaia di persone. Credo di averlo fatto comunque in numero inferiore alle tante occasioni in cui Angela Azzaro ha polemizzato contro Lorella Zanardo, per accusarla di moralismo, o contro la stessa Snoq. Secondo la sua logica, questo farebbe di Angela Azzaro una stalker di femministe. Il ragionamento può valere anche per Eretica. La quale per scomunicare i femminismi che non piacciono a lei - vero tema del suo blog invece della lotta al maschilismo - ha divulgato varie definizioni: femminismo autoritario, carcerario, coloniale, borghese, istituzionale, oltre che il donnismo (fascista e antifemminista), il matriarcato reazionario, etc. I suoi interlocutori mascolinisti sono più sintetici, parlano solo di «nazifemminismo».

Loredana Lipperini, gloriosa ogni giorno, ha scritto che questi sono i miei momenti di gloria e che voglio dare lezioni di femminismo alle donne. Eppure, Loredana Lipperini apprezza gli articoli di Christian Raimo, nei quali si spiega che il femminismo sbaglia ad essere moralista, vittimista, rivendicativo, ad interessarsi solo della ristretta questione femminile, deve assumere una visione più ampia, deve occuparsi anche e soprattutto della sofferenza maschile. Allora, non c'è nulla di male in un uomo che spiega alle donne come deve essere il femminismo. Sono proprio le mie idee a dispiacere. Ma Lipperini non spiega il perchè. Alla sollecitazione di commentare l'articolo e di non bersagliare Snoq, Lipperini dà una risposta da premio Sacharov: «Non commento una persona che attacca chi dissente, nè la frequento». Ora, avendo Eretica ed io opinioni diverse e contrastanti, chi è il dissidente? Siamo in dissenso reciproco.

Sono privo di una visione femminista organica e compiuta. Non sono un teorico. Sono consapevole del fatto che in questo ultimo quarto di secolo le definizioni politiche sono impazzite. Che le persone e i gruppi che se ne appropriano spesso esprimono significati diversi da quelli indicati dai dizionari e dalle enciclopedie, anche per questo preferisco ormai evitare di autodefinirmi e però mi concedo, in modo del tutto intuitivo, di mettere ogni tanto in dubbio le autodefinizioni altrui. Così mi permetto di dubitare del liberalismo di Silvio Berlusconi o del russo Vladimir Zhirinovsky anche se non tengo una cattedra di liberalismo. Dubitavo del socialismo di Craxi e ancora oggi di vari partiti socialdemocratici, anche se non tengo una cattedra di socialdemocrazia o di socialismo. Dubitavo e dubito del comunismo dei partiti dell'est, della Cina, della Corea del Nord, ed oggi di alcuni comunisti nostrani che tifano per Putin, senza con ciò tenere una cattedra di comunismo o di marxismo. Mi si permetta allo stesso modo di dubitare del femminismo di Eretica, di Angela Azzaro, e qualche volta persino di Loredana Lipperini. Mi oriento in modo semplice, vedo come femminismo quel movimento che soprattutto combatte contro le disparità e le discriminazioni, che lotta contro il patriarcato e il maschilismo, che combatte contro la violenza, mentre invece dubito di quel femminismo che combatte soprattutto gli altri femminismi variamente squalificati e che invece della violenza si preoccupa dell'antiviolenza. Fa specie che persone le quali tutti i giorni scrivono che le donne non devono fare le vittime di fronte alle molestie, alla violenza, al femminicidio (parola che a loro non piace), poi si presentino così facilmente come perseguitate ogni volta che ricevono una critica, fosse pure condita da toni polemici un po' accessi. Ecco, di queste femministe io dubito, ma è solo la mia opinione ed io ho il senso della relatività delle mie opinioni.



di TK 


E' molto probabile che io non abbia capito davvero cosa è nella pratica femminista il partire da sè. 
Nella mia testa significa ritrovare il vero proprio sè, quello che ci siamo perse, ricoperto da ciò che ci è stato insegnato che dobbiamo essere e che dobbiamo desiderare. Partire da sè per me significa questo. Chi sono davvero io, cosa voglio, che desidero. Significa riaffermare la propria soggettività, per liberarsi dall’imposizione di una identità collettiva di genere. 
Mi pare cosa assai diversa da quella proposta da Christian Raimo di cui mi sembra un perfetto esempio la confessione su abbatto i muri: partire da sè non significa vomitarmi i vostri mal di pancia di uomini in crisi, perchè non intendo prendermene cura. non mi interessano. in qualità di che poi, terapeuta? femminista? donna? crocerossina?
A che serve dirmi perchè rompete le scatole fino ad ammazzarci? 
Lo so già perfettamente perchè lo fate. Lo so io e lo sapete voi. Fiumi di parole si sono scritti sull’uomo in crisi
Parti da te per dirmi perchè sei un maschilista o un violento? E chi se ne frega, se fai lo stronzo te ne vai a quel paese o in galera. Punto.
Il partire da sé, secondo me, ha senso se significa liberarvi dalle gabbie imposte anche a voi dai ruoli di genere, per scoprire chi veramente siete e cosa veramente volete essere, partendo appunto da voi, per recuperare quella soggettività che vi fa altro dalla narrazione patriarcale della mascolinità.
Un viaggio diverso, una storia diversa dal vomito liberatorio e autoassolutorio che vi vede raccontare la violenza che subiamo come espressione delle vostre debolezze e dei vostri disagi. Debolezze e disagi che poi dovrebbero rendervi tutti simili. mostri e mostriciattoli che si ritrovano e rispecchiano nella narrazione dell’uomo, oggi in crisi, fragile e imperfetto.
Partire da sé è, io credo, decostruire forse l’idea stessa che ci sia una mascolinità a cui dare contenuti, nuovi o vecchi che siano e in cui vorreste riconoscervi.
Una cosa è interrogarsi su chi si è a prescindere dall'essere maschi, in un mondo regolato da un sistema che prevede precisi ruoli e identità stabiliti dal genere e un'altra cosa è fare di questo viaggio una assolutoria autodenuncia e presa d'atto che siete degli incapaci di intendere e volere, per di più con la pretesa della sospensione del giudizio (perché non siete colpevoli ma solo imperfetti e siamo pari, perché imperfette anche noi…ma guarda un po'!).
E siccome lo siete tutti, chi più e chi meno, chi da mostro e chi da mostriciattolo infine siete dei poveri cuccioli a cui bisogna prestare attenzione e ascolto.
E chi dovrebbe farlo? Noi, che non siamo mostri e mostriciattoli, che vittime mai, che fragili assolutamente no?
Io direi che abbiamo già dato.

Raimo scrive:

Gli assenti ancora una volta, purtroppo viene da dire, sono stati gli uomini. Non sono mancati interventi pubblici, anche in luoghi importanti, ma la maggior parte di questi discorsi dei maschi, pur nella loro acutezza, mancano spesso dell’elemento essenziale che sarebbe utile per un dialogo: il partire da sé. Ossia: non tanto porsi il problema della violenza di genere, non tanto criticare i modelli di maschilismo invalsi, non tanto raccontare quando fummo colpevolmente cauti da non stare dalla parte delle donne vittime, quanto provare a esplorare la propria educazione sentimentale e sessuale maschile, la propria tensione verso la violenza, la propria somiglianza di genere rispetto ai questi incredibili bruti.
[C. Raimo, 29.12.2013]

Naturalmente parlo per me, la vostra somiglianza di genere a questi bruti la conosco già. E sono convinta che la conoscano tutte le donne. Non me la dovete raccontare e, soprattutto, non la voglio sentire ancora e ancora. L’orecchio non lo metto a disposizione. Aspetto notizie nuove. Ditemi chi siete andando al di là di quella somiglianza di genere, deresponsabilizzante e tanto tanto confortante.
Sono convinta che ci siano donne che hanno sentito un incredibile numero di volte il raccontino pubblicato su abbatto i muri.
Penso perfino somigli tanto a quello che il maritino fa con un bel mazzo di fiori in mano, ripresentandosi alla mogliettina con la faccia gonfia di botte. Altro che buttare giù la maschera, è mettersi quella del paraculo. Nulla di nuovo.

Gli assenti sono stati gli uomini, dice Raimo. Vero. Ma per fare presenza intendete ribadire, ancora e ancora, le vostre somiglianze di genere? Ancora??
Basta guardarvi per vederle, non potete limitarvi a guardarvi allo specchio.
Partire da sé è un’opera di scavo, è tirare fuori quello che c’è sotto quella immagine, che non necessita di essere raccontata: la vediamo! Tutti i giorni.
Il colpo di scena dovrebbe essere un intellettuale che mi racconta la sua violenza inesplosa e la sua somiglianza ai bruti?
Il colpo di scena sarebbe che gli uomini cominciassero a raccontare cosa li fa diversi, cosa desiderano di diverso da ciò che gli è stato insegnato che devono essere e che devono desiderare.
Partire da sé dovrebbe significare partire dalla propria soggettività proprio per sottrarsi alla somiglianza di cui parla Raimo.
Partire da sé è ripensarsi a prescindere da un modello imposto. E' questo che gli uomini non hanno mai fatto. E' questa la novità di cui sono in attesa.
E infatti lo sa anche Raimo:

Sono d’accordo che la violenza è male, so riconoscere che la mia educazione e il contesto sociale in cui vivo mi hanno incoraggiato a essere indulgente con questo approccio sessista, so che c’è in me una forma di tensione alla violenza di genere che per fortuna non esplode, ma ora? cosa posso fare? riprogrammarmi? sperare di non dare mai corpo alle tendenze violente che covano nella mia psiche? insomma cosa ne faccio della violenza?
[C. Raimo, 29.12.2013]

Appunto.
Tutto questo ce lo siamo già detti. Lo sappiamo. Invece di trastullarvi ancora con le vostre fragilità e le vostre violenze inesplose, volete finalmente partire da ciò che realmente desiderate per poterlo perseguire?
Significa riprogrammarvi? E lo so, è un percorso lungo e difficile. Una faticaccia!

Christian Raimo, a fine anno, ha scritto Il femminicidio e il sessismo benevolo, un nuovo articolo sulla violenza di genere. Il testo integrale potete leggerlo su Europa Quotidiano. L'articolo è stato apprezzato e divulgato su alcune bacheche femministe, ma commentato negativamente dal Ricciocorno. Un precedente articolo, titolato in modo irresponsabile Anch'io potrei uccidere una donna è stato commentato su questo blog.

Sintetizzo in corsivo quanto ho capito di quel che ho letto. Per poi scrivere qualche appunto, preceduto in grassetto da affermazioni o argomenti esposti dal saggista. L'articolo, pur con spunti interessanti, è molto lungo, ha uno sviluppo tortuoso, alcuni passaggi incomprensibili, una vasta, persino esagerata, indicazione bibliografica, a volte di supporto a volte di ostacolo alla lettura, specie nella terza parte.

Sintesi dell'articolo. La violenza di genere è diventato un argomento convenzionale, con un messaggio semplificato: le donne vittime devono denunciare gli uomini violenti per sostituirli con gli uomini buoni. Un messaggio classista rivolto alle donne benestanti e istruite che hanno i mezzi per riconoscere la violenza e per rompere la relazione. La violenza di genere è stigmatizzata e criminalizzata. Non si affronta la questione culturale, non si problematizza la violenza. Il nuovo femminismo è soltanto rivendicativo. Si è ristretto alla mera questione femminiile, si occupa solo di femminicidi, maternità, crisi familiari. Disconosce il suo metodo in cambio dell'attenzione che riceve per le sue battaglie. L'immagine maschile suggerita dal nuovo femminismo è duplice e falsa (buoni vs violenti). Gli uomini sono assenti, o denunciano il sessismo, ma non partono mai da sè, non raccontano la loro personale tensione verso la violenza di genere. Il maschilismo è una delle risposte automatiche alla crisi, una rimascolinizzazione risentita, desidera il confronto, ma lo esprime solo come sfogo e risentimento. I padri separati sono come i forconi. Gli uomini non hanno modelli maschili adatti ad un mondo che cambia, non sono capaci di dare sostegno, hanno meno intelligenza emotiva, non sanno affrontare la fine di una storia. Il maschilismo è espressione della fragilità maschile. Il maschilismo si esprime anche in modo benevolo, idealizza la subalternità femminile, pensa che le donne desiderino il proprio ruolo subordinato, e le donne lo accettano. Quando non funziona più, il sessismo benevolo diventa ostile. Un refrain abituale è quello di considerare l’oggettificazione femminile una specie di premessa automatica alla violenza. La violenza globalmente è diminuita, l'allarmismo non è una buona interpretazione, ma il conflitto si è trasferito dal pubblico al privato e non trova più parole e simboli per elaborarsi. La politica soffia sul fuoco e così ha fatto anche con il femminicidio.

La violenza di genere è diventata un argomento mainstream. E' vero che nel 2012 si è contato il numero delle donne uccise. Si è iniziato ad adottare il termine Femminicidio, per significare che quelle donne venivano uccise, perchè cercavano di sottrarsi ad un rapporto proprietario. Si sono scritti alcuni libri inchiesta. Si sono pronunciati in prima pagina alcuni editorialisti ed esperti. Ma al contempo ha fatto subito seguito un movimento contrario di pubblicisti, che metteva in discussione la validità della parola femminicidio, contestava i dati, per dire in sostanza che si era in presenza di un fenomeno fisiologico neppure in aumento, strumentalizzato dalle femministe per ottenere più potere. Alla controffensiva hanno partecipato anche alcune femministe, contestando di volta in volta, il brand, il marketing, il vittimismo, il moralismo, la repressione, etc. Il messaggio contro la violenza è stato quindi presto affiancato da un messaggio contro l'antiviolenza. Mentre il vero discorso tradizionale, convenzionale sulla violenza è rimasto quello della cronaca nera, che racconta di un uomo mite, che ad un certo punto impazzisce, commette un atto di follia, in reazione a qualcosa che lo ha umiliato o fatto arrabbiare, mentre lui era già in un mare di guai o proprio mentre le cose gli stavano andando bene. E' il discorso del delitto passionale, del raptus, della gelosia. Il saggio di Raimo si distingue da certi editoriali progressisti, ma non da questi articoli di cronaca.

Un messaggio semplificato: le donne vittime che devono lasciare gli uomini violenti per sostituirli con uomini buoni. Per dire questo, il saggista sembra aver associato in particolare due campagne come fossero d'accordo, quella dell'Unità e quella di Noino.org. La prima divulgata dall'Unità, ma realizzata nel 2010 da un gruppo di donne - Anna Paola Concia, Alessandra Bocchetti, Eliana Frosali, è a disposizione di tutti. Si intitola Riconosci la violenza e, a detta delle autrici, vuole proprio evitare di rappresentare la donna come vittima, ma indicare che le donne possono reagire. La seconda - Uomini contro la violenza sulle donne - è fatta da un gruppo di uomini e non si rivolge alle donne per proporre un catalogo di principi azzurri, ma si rivolge agli uomini per sollecitarli a non commettere violenza e a impegnarsi contro la violenza. Non so come i due messaggi possano infastidire. Ogni messaggio da solo è limitato, ma tra gli altri ci possono stare anche questi. E' il linguaggio della pubblicità, non può che essere un linguaggio semplificato. Nessuno spot, nessun manifesto è un trattato di filosofia. Uomini e donne possiamo rappresentarli come vogliamo, ma se li associamo alla violenza di genere, l'associazione sovradetermina qualsiasi rappresentazione, perchè sappiamo che gli uni sono carnefici e le altre sono vittime. Infatti, lo stesso Raimo è riuscito a vedere donne vittime proprio nei manifesti che non volevano rappresentare le donne come vittime. E ha fatto bene, perchè ha visto la verità.

Un messaggio classista: le donne che possono vedere riconosciuti i propri diritti sono quelle che se lo possono permettere. Viene da domandarsi cosa c'entri. Come se allora fosse meglio, fosse più egualitario, che nessuna donna vedesse riconosciuti i propri diritti. Parità di botte maschili per le proletarie e per le borghesi. Libere tutte o nessuna. L'osservazione può valere per qualsiasi diritto. I diritti non sono poteri. Il diritto di movimento è diverso per chi ha i mezzi per viaggiare in aereo e mantenersi negli hotel e per chi possiede solo una bicicletta e a stento paga l'affitto. La libertà di stampa è diversa per chi può fondare giornali e per chi non può neppure comprarli, per chi sa scrivere libri e per chi è analfabeta. Si può continuare con un elenco infinito di esempi. E' una critica da rivolgere al liberalismo, non al femminismo. Il tema riguarda la lotta alle diseguaglianze sociali. La lotta alle discriminazioni sessiste, razziste, religiose, non preclude la lotta al classismo. E' insensato usare una contro l'altra, se non allo scopo di delegittimare la questione di genere. Nell'arcipelago mascolinista esiste uno specifico gruppo, gli Uomini beta, deputato ad usare l'argomento di classe contro l'argomento di genere. Altri argomenti potrebbero essere usati per il medesimo scopo. Dire che le bianche sono avvantaggiate rispetto alle nere, le italiane rispetto alle straniere, le settentrionali rispetto alle meridionali, le lavoratrici rispetto alle casalinghe, le cittadine rispetto alle provinciali. Ciò nonostante la violenza maschile è trasversale alle classi, alle razze, alle culture, alle latitudini e alle longitudini. Dunque, giustizia è (già) fatta.

Un messaggio che stigmatizza e criminalizza la violenza di genere. Stigmatizzare e criminalizzare. Due verbi con alone negativo. Stigmatizzare vuol dire imprimere un marchio di negatività a qualcosa che di suo potrebbe anche non essere negativo. Si stigmatizzano modi di essere, di pensare o di agire, in fondo legittimi, la cui valutazione del danno a se stessi o a terzi è soltanto soggettiva. Criminalizzare vuol dire considerare criminoso qualcosa che potrebbe non esserlo. I dizionari riportano come esempio la criminalizzazione delle manifestazioni, del dissenso, della protesta, del consumo di droga. Stigma e criminalizzazione possono riguardare anche comportamenti effettivamente delinquenziali, ma dovuti a cause sociali, come la rivolta nelle banlieue francesi, la violenza negli stadi, la microcriminalità nei quartieri degradati attribuita spesso a zingari e immigrati. Comportamenti i cui autori possono essere visti come colpevoli, ma soprattutto come vittime sociali. Il povero che ruba la mela. Di solito, stigma e criminalizzazione vedono favorevoli i conservatori e contrari i progressisti. Per come si esprime e ragiona, pare che la violenza di genere secondo Raimo non sia biasimevole e criminale in sè. O che egli veda i suoi autori più come vittime della società, come degli sfortunati, che non come colpevoli responsabili delle proprie azioni.

Il nuovo femminismo rivendicativo. Deludente, deprimente, inutile, penoso, regressivo. E' un soggetto vago. Sembra comprendere le femministe, un po' tutte, i media e le istituzioni che ne recepiscono le istanze. Un soggetto che si occupa solo di femminicidi, maternità, relazioni, crisi familiari. In effetti, questioni marginali dal punto di vista della politica maschile, affari di donne. Il nuovo femminismo si restringe nella mera (accezione negativa di pura) questione femminile. Eppure la questione femminile è la disparità tra i sessi, la subordinazione della donna all'uomo, è il motivo per cui esiste il femminismo. Che dovrebbe essere apprezzabile in sè, invece che apprezzabile solo fuori di sé in quanto nutre altre culture e da esse si nutre. Per essere meglio depresso il nuovo femminismo è paragonato a quello degli anni '70. Un confronto perdente per qualsiasi corrente e cultura politica progressista.

L'immagine duplice e falsa degli uomini. Trasmessa dalle campagne antiviolenza e dal nuovo femminismo. Perchè esiste una casistica più ampia. Non solo violenti vs buoni e protettivi. Gli uomini che tacciono o quelli che condannano il maschilismo dovrebbero partire da sé e raccontare la propria personale tensione alla violenza di genere: È possibile - si domanda Raimo - che non ci sia mai un intellettuale maschio che racconti non dico la sua abitudine a andare a prostitute o quella volta che fu vicino a stuprare una donna, ma semplicemente riesca a confessare le sue telefonate ossessive, gli appostamenti sotto casa, le mail ricattatorie? Possibile che non ci siano maschi che riescano a mostrare queste fragilità, questa violenza implosa? Dovessi raccontare io, mi verrebbe in mente di essere stato talvolta geloso, invadente, limitante, ma nella stessa misura in cui mi è capitato di subire questi stessi comportamenti. In tal modo parliamo solo dell'imperfezione che è di tutti, non della violenza di genere. Stabilita una norma tutti esprimiamo una certa tensione a violarla. Partendo da sè, tutti potremmo raccontare di quella volta che abbiamo rubato o avuto la tentazione di rubare, di quella volta che abbiamo mentito, di quella volta che abbiamo marinato la scuola, ci siamo presentati tardi al lavoro, abbiamo fatto una telefonata privata da un ufficio pubblico, abbiamo violato il codice della strada, abbiamo buttato la carta per terra o avuto la tentazione di farlo, ci siamo messi le dita nel naso, abbiamo fumato in presenza d'altri sapendo di dar loro fastidio, abbiamo mancato un appuntamento, non mantenuto una promessa, siamo passati con indifferenza davanti ad un mendicante, abbiamo alzato la voce, insultato, prevaricato. Tutti - uomini e donne - abbiamo il nostro curriculum di cattivi pensieri e di cattive azioni, che comprende anche i rapporti con l'altro sesso, ma non è sufficiente per parlare di violenza di genere. Che non è un atto di maleducazione, volgarità o aggressività, ma una violazione dei diritti umani. La violenza di genere diventa tale quando la scorrettezza esce dai limiti della reciprocità e diventa sproporzionata, causa danni di natura fisica, sessuale, psicologica o economica o minaccia di causarli, diventa l'espressione di un rapporto di potere fondato sul genere. Alla fine, nella rappresentazione di Raimo l'immagine duplice e falsa degli uomini - buoni e cattivi - è sostituita dall'immagine di una moltitudine di mine vaganti sofferenti.

Partire da sé. Dubito che gli uomini debbano partire da sé come hanno fatto le femministe. Per le donne aveva ed ha un senso. Partire da sé, per definire se stesse e il rapporto con gli altri, per definire il mondo dal proprio autonomo punto di vista, emancipato dal punto di vista maschile imposto come neutro e universale. Se le donne partono da sé, disconfermano quel punto di vista neutro e universale. Se gli uomini partono da sé, invece lo riconfermano. Empatizzano con se stessi, sollecitano l'empatia degli altri uomini e delle donne. Si giustificano. Si concentrano sulla propria sofferenza, si percepiscono come vittime, come bisognosi di aiuto, e chiedono agli altri, soprattutto alle altre di prendersi cura di loro. Le donne partono da sè per mettersi in relazione con gli altri. Gli uomini partono da sè, per fare un giro nei propri paraggi e tornare presto al punto di partenza. Raimo prima deplora implicitamente la stigmatizzazione e la criminalizzazione della violenza di genere, poi racconta la propria personale tensione alla violenza di genere, infine dichiara di non avere modelli alternativi e di non potersi riprogrammare. Lui rimane così. Ha solo dichiarato di esser fatto così. Si è pubblicamene seduto su di sè. Ed ha invitato gli altri uomini a fare altrettanto come una chiamta di correo. Quel che gli uomini potrebbero cominciare a vedere partendo da sè, non è tanto quanto sono personalmente simili ai bruti, ma quanto vantaggio essi ricavano - buoni o cattivi che siano - dal lavoro sporco dei bruti. Un vantaggio per cui l'antiviolenza dà più fastidio della violenza, la condanna è più semplicistica dell'indulgenza, la confusione è complessità, e la soluzione migliore si colloca, lontano da sè, nell'orizzonte educativo delle future generazioni.

Il maschilismo di ritorno. C'è da chiedersi quando se n'era andato. E' possibile che con la crisi, il maschilismo, come gli altri razzismi, assuma una forma più esplicita e aggressiva, ma non è la crisi ad originare la supremazia maschile, la cultura che vuole giustificarla, nè la violenza che ne è espressione e funzione. Il primo e unico rapporto Istat relativo alla violenza sulle donne è del 2006 e riguarda gli anni precedenti, dunque ben prima della crisi. Rappresentare la violenza e il maschilismo come reazione, è parte di questa cultura. Lo sfogo, il risentimento, il desiderio di confronto, credo abbiano destinatari diversi. I forconi sono un fenomeno attuale, nazionale, sono ceto medio proletarizzato, possono rivolgere sfogo e risentimento contro chi sta sotto, alla ricerca di un capro espiatorio, ma hanno chi sta sopra nella gerarchia sociale, ed è forse verso gli strati superiori che esprimono desiderio di confronto. I padri separati esistono da più di vent'anni, sono un movimento internazionale. Nella gerarchia dei generi, non hanno sopra nessuno. Reagiscono alle nuove leggi sul diritto di famiglia, alla raggiunta parità del coniuge, per ristabilire il proprio controllo, o al limite, per evitare di dover pagare l'assegno di mantenimento, poichè dal loro punto di vista, il contratto sessuoeconomico è stato rotto. Avranno certo un desiderio di confronto con le autorità, vorranno potersi esprimere sui media, improbabile vogliano confrontarsi con le donne, perchè questo presuppone il riconoscimento della parità.

La fragilità maschile. Scrive Raimo che è molto più interessante invece di agire sui sintomi, indagare e agire sulle cause della violenza di genere. A seguire il suo ragionamento, sembra che i sintomi della violenza di genere siano i lividi sul corpo delle donne. Le cause invece i lividi sull'anima degli uomini. La fragilità maschile come generatrice del maschilismo, che può esplodere in violenza. Gli uomini meno capaci di dare sostegno, meno preparati dal punto di vista dell'intelligenza emotiva ad affrontare la fine di una storia un abbandono. Gli uomini sofferenti che si ritrovano nei siti dei maestri di seduzione. La tragedia sociale più grave è il fatto che a questi uomini mancano modelli maschili utili, plastici, adatti ad un mondo che cambia. Se le donne che subiscono violenza, non devono essere presentate come vittime, gli uomini che agiscono la violenza invece non hanno bisogno di questa cautela. Come già insegnava una canzone di Enzo Iannacci, anche il vittimismo è un privilegio. Siamo nel pieno della narrazione tradizionale: uomini miti, fragili, che reagiscono ad un abbandono, ad un tradimento, con un raptus (una esplosione di violenza), incapaci di agire in modo adatto e utile, per (cosa?) mantenere la supremazia, il controllo, la proprietà. In effetti, l'alternativa non c'è, l'unica alternativa è rinunciare ad essere padroni della vita altrui, anche nel dispositivo assolutorio dell'uomo fragile che ha bisogno di lei. Mentre lei lo abbandona (delusione privata) e le femministe rivendicano (delusione pubblica). Invece di occuparsi di lui, di curarlo, di prenderlo per mano. Poche righe più avanti nel saggio si spiega che alle donne è attribuità una migliore capacità di intuizione e di attenzione, caratteristica tipica dei subalterni, in quanto hanno bisogno di anticipare i desideri maschili per evitare i conflitti. Dunque, se gli uomini hanno minore intelligenza emotiva dipende dal fatto che non hanno bisogno di anticipare i desideri femminili, di evitare i conflitti, non perchè sono più fragili (psicologizzazione della violenza) ma perchè sono socialmente più forti. Ed anche i conti della violenza ripetutamente raccontata come esplosione non tornano. Gli uomini non diventano violenti in reazione ad un abbandono. Sono abbandonati, perchè sono già violenti. L'esplosione finale, il femminicidio, è l'esito di una lunga scia di botti di petardo, fatta di insulti, denigrazioni, minacce, violenze psicologiche, vessazioni, botte. Otto vittime su dieci hanno denunciato più volte il loro aguzzino e non sono state protette, anche perchè spesso e volentieri gli operatori di polizia e di giustizia hanno interpretato la violenza come difficoltà relazionale. Come disfunzione emotiva. Come in fondo fa Raimo nel suo articolo.

L'opacizzazione della questione di genere. Gli uomini hanno il privilegio di non pensare in termini di genere, anzi cercano di contrastarne la messa a tema. L'articolo di Raimo in fondo fa lo stesso. Vuol distogliere il femminismo dalla questione femminile, vuole spiegare il maschilismo e la violenza come espressione della fragilità maschile, come reazione alla crisi, come parte di un trasferimento del conflitto dal pubblico al privato, come se nel tempo passato la violenza domestica non esistesse o fosse inferiore. Afferma esplicitamente che le caratteristiche fondamentali della violenza di genere sono celate dall'attenzione a quel "di genere". Torna a respirare, come se avesse trattenuto il fiato per lungo tempo, dopo che nel libro di Daniela Danna gli pare che molti esempi contraddicano l'idea che la violenza di genere sia più frequente nelle società dove è più accentuata la differenziazione dei sessi.

L'oggettivazione delle donne e la violenza. Non gli piace il refrain dell'oggettivazione della donna come premessa automatica della violenza. E la proiezione del documentario il Corpo delle donne come antidoto autosufficiente. La "premessa automatica" e "l'antidoto autosufficiente" sono argomenti fantoccio - nessuno ne ha mai parlato in questi termini - per poter contestare meglio l'argomento vero, difficilmente confutabile: che l'oggettivazione della donna sia una condizione favorevole alla violenza.

Il sessismo benevolo. Sin dal titolo, Raimo sembra suggerire che il sessismo benevolo sia quello che, mediante la legge, o le campagne mediatiche, dice di voler proteggere le donne. Per esempio, gli uomini di Noino.org. In tal modo suggerisce una confusione tra tutela privata (dei padri, fratelli, mariti) dedicata alle donne della famiglia, e tutela pubblica (dello stato) dedicata a tutte le cittadine e i cittadini, a cui anche le donne hanno diritto. A leggere Chiara Volpato, più che un sostituto a buon mercato del sessismo ostile, è un suo complemento. Come il bastone e la carota. Un alternarsi di ricompense e punizioni.attraverso il quale i dominatori controllano i dominati. Solo la ricompensa genererebbe un senso di potenza, solo la punizione genererebbe resistenza. Anche le donne lo accettano. Non solo e non proprio. Lo accettano in prevalenza le donne di orientamento conservatore. Soprattutto nei paesi dove è più forte il sessismo ostile. Più è forte la minaccia maschile, più è apprezzata la protezione maschile. Perciò, quale che sia la personale posizione di un uomo rispetto alla violenza (buono, cattivo, intermedio), i proventi per lui arrivano lo stesso. Se il sessismo ostile afferma l'inferiorità della donna, il sessismo benevolo quasi ne afferma la superiorità, specie nei caratteri e nelle attitudini ritenute femminili, più utili alla cura degli uomini: l'intuizione, la sensibilità, il dono, la capacità di accoglienza, l'amore, lo spirito materno, la grazia, la delicatezza, la bellezza. Una idealizzazione ad uso e consumo degli uomini. I quali allo scopo si mostrano tranquillamente inferiori, bisognosi e dipendenti. Lo stesso articolo di Christian Raimo è un esempio di sessismo benevolo alternato al sessismo ostile. E' ostile nei giudizi sprezzanti verso il nuovo femminismo rivendicativo. Bilanciati però dalle citazioni di testi e autrici femministe e dall'elogio del femminismo storico, anche se apprezzato non per se stesso, ma per il fatto di nutrirsi da altri e di nutrire altri. Raimo sembra quasi porsi come allievo di fronte a delle maestre, che ricopre di riconoscimenti. Che suggerisce a tutti di leggere e a cui affida l'educazione del futuro. Però, al momento di tirare le somme della lezione che ha imparato, ripete la vecchia storia del raptus (la violenza che esplode) del maschio fragile, incapace di gestire le sue emozioni, non responsabile, ed anzi si appella alla responsabilità femminile, alla capacità di sostegno, di attenzione, di educazione, in definitiva di cura delle donne. Altrimenti, il femminismo è solo rivendicativo. Meglio un femminismo materno.


Vedi anche:
Maschi che partono da sé e finiscono in una zona grigia
I manifesti che la gente non vuol vedere - del povero uomo



di Maria Rossi


C'è chi se la prende con i gruppi antiviolenza. Esporrebbero brandelli di carne, si dice, nelle campagne pubblicitarie.

Io vi auguro di non imbattervi mai nella violenza. E' quella  a ridurvi a brandelli. Una campagna pubblicitaria si limita a conferire visibilità a questa realtà e lo fa in modo più o meno efficace.

C'è chi augura alle donne di poter esercitare nel 2014  una specifica libertà di scelta: quella di  prostituirsi.

La femminista Françoise Héritier osserva come rivendicare il diritto  delle donne a vendere il proprio corpo significhi occultare il diritto degli uomini a comprarlo e a vantarsene, magari con queste parole:

Quella è un mezzo missile, buono solo per martellate d'ano in quelle giornate in cui spaccheresti la testa al primo che incontri.. e decidi che è meglio scaricarsi trombando.

No: io vi invito a lottare per non essere costrette a vivere questa esperienza. A nessuno  auguro di fungere da sfogo sessuale di qualcun altro, da contenitore per rabbiosi scarichi di bile. Ho letto e ascoltato troppe testimonianze di sopravvissute alla prostituzione per poter celebrare con leggerezza la mercificazione del corpo come forma di autodeterminazione. La prostituzione, come osservano molte donne che l'hanno praticata, è asservimento al dominio dei clienti. Vi esorto piuttosto a combattere per vedervi riconosciuto il diritto a un reddito dignitoso, vi invito a lottare per l'istituzione di un reddito di esistenza, per l'abrogazione delle politiche di austerità e della precarietà del lavoro, per l'ampliamento della rete dei servizi pubblici, magari per la socializzazione del lavoro domestico, per un'equa ripartizione della ricchezza, per la condivisione delle attività di cura, per il superamento delle diseguaglianze di genere, di classe, di etnia.

Vi invito a lottare contro le odiose e assurde discriminazioni contro gay, lesbiche e transessuali, a combattere per l'affermazione dei diritti delle persone con disabilità.

Vi auguro di sviluppare una sensibilità antispecista. Spero che siate  favorevoli e disposte ad impegnarvi per l'abolizione dei CIE, per l'abrogazione della legge Bossi Fini, per il riconoscimento della libertà di circolazione e  delle competenze professionali e culturali dei migranti e delle migranti. Impegniamoci a lottare contro lo sfruttamento e contro la tratta.

Vi auguro di indignarvi non tanto  per i messaggi più o meno adeguati trasmessi dai gruppi antiviolenza, ma per la pratica stessa della violenza e di affinare la mente per comprendere il fenomeno e individuare i modi più efficaci per debellarlo. Sembrerebbe un'ovvietà, ma da tempo non lo è più.

Auspico, soprattutto, la vigorosa lotta di tutte contro il patriarcato  in ogni sua manifestazione.

Insomma auguro un  buon anno femminista, antirazzista, antipatriarcale e anticapitalista a tutte! E quando scrivo anticapitalista intendo ovviamente affermare che occorre sottrarre sempre nuove sfere al dominio del capitale, sessualità inclusa, non che si debba rivendicare l'estensione e la penetrazione capillare  in ogni campo della mercificazione! Anche questa asserzione un tempo rappresentava un'ovvietà, ma da parecchio tempo non lo è più. 

Buon 2014 a tutt*

PS: Mi rendo conto di avere scritto un temino da prima elementare, ma è sempre meglio che augurare a tutte il diritto di vendersi, magari a clienti che   pensano di voi che "in definitiva siete buone solo per martellarvi   lo sfintere  con cattiveria... svuotare... e togliere il disturbo".

http://www.youtube.com/watch?v=n7PSjVZmAPY&feature=share&list=PL7B6472ED759B2789
L'ultima campagna di Pubblicità Progresso contro la violenza sulle donne si intitola Punto su di te. Consiste in manifesti che ritraggono una ragazza con un messaggio da continuare in uno spazio fumetto. Alla base dei manifesti, il logo della campagna con la scritta In Italia le donne non possono esprimersi al 100% e con l'invito ad andare sul sito web per trovare strumenti per segnalare le offese (compresi i contenuti violenti che si trovano in Rete), insieme ai contatti di tutte le associazioni che lavorano sul tema. I manifesti sono stati esposti per alcune ore. Gli spazi fumetto sono stati riempiti da alcuni passanti con insulti e volgarità di segno sessista. Il presidente di Pubblicità Progresso Alberto Contri ha spiegato che questo era l'obiettivo: «Far capire che la discriminazione è ancora diffusa e radicata nella fascia media della popolazione, che è poi quella che deve cambiare testa rispetto al problema»; «La campagna vuole dirci: "Guarda, lo schifo in cui le donne devono vivere"»; «(...) la campagna si farà sentire su più canali. Con concorsi, iniziative nelle scuole e una canzone creata apposta da alcuni autori italiani, che arriverà a un concerto il cui ricavato andrà in borse di studio per ragazze». Gli scatti anticipati dal servizio dell'Espresso saranno censurati nella campagna ufficiale, perchè ritenuti troppo offensivi.

La campagna di Pubblicità Progresso è stata criticata nei post di Giovanna Cosenza, Eretica, Nadia Somma, Mario De Maglie. Le critiche in sostanza dicono che la campagna: 1) vittimizza le donne, perchè combatte la violenza riproducendo la violenza, combatte la degradazione riproducendo la degradazione; 2) ribadisce l'ovvio: già sapevamo della esistenza del sessismo; 3) Istiga all'inciviltà, induce ad offendere le donne, provoca gli insulti. 4) Definisce in negativo il genere maschile.

Per parte mia, penso che non si possa pretendere troppo da una campagna pubblicitaria. La pubblicità non può risolvere il problema. Può solo rappresentarlo. In modo realistico, efficace, corretto. Per porre il problema all'attenzione dell'opinione pubblica. Le critiche, come le scritte dei passanti, sembrano in modo del tutto involontario dar ragione ai pubblicitari.

La campagna vittimizza le donne perchè riproduce la violenza, la degradazione. Ho letto almeno un paio di volte questo concetto sul blog di Giovanna Cosenza, ma non l'ho mai capito e non ho mai trovato gli argomenti a sostegno. Leggo solo che è talmente ovvio che ormai dovrebbero saperlo tutti
In due occasioni Giovanna Cosenza dichiara che: non si fanno uscire le donne dal ruolo di vittime se si insiste a rappresentarle come vittime; non si fanno uscire le donne dalla buca del vittimismo, se si continua a rappresentarle come vittime. Punto l'attenzione su due espressioni: ruolo di vittime e vittimismo. Entrambe alludono ad una finzione o ad un artificio. Il ruolo non si è, si recita, si interpreta, si assume ed eventualmente, a differenza di una condizione, si può rifiutare. Il vittimismo è l'indole a presentarsi come vittime in modo falsato o sproporzionato rispetto alla realtà. Dunque, c'è da domandarsi, se queste espressioni stiano a significare che le donne, rispetto alla violenza di genere e al sessismo non siano vittime o lo siano molto meno di quel che si rappresenta. In tal caso, non c'è un altro modo di affrontare il problema. Si tratta solo di un falso problema, in realtà c'è poco e nulla di importante da affrontare.
Il contrario di mostrare è nascondere. Nascondere la violenza è sicuramente il modo più efficace per negare che esista. Se le vittime non sono tali, neanche i carnefici lo sono.
Non è solo Giovanna Cosenza. Altre autrici femministe si sono espresse rifiutando, per le donne, la definizione di vittima, nonostante la vittima sia semplicemente la persona che ha subito un danno, senza meritarselo. In modo esplicito, la definizione di vittima è rifiutata da Michela Murgia: A me vittima non lo dici. Le femministe sono indotte a rifiutare il concetto di vittima dall'associazione con i concetti di debolezza e fragilità. Michela Murgia apprezza spot che rappresentano donne energiche e forti, capaci di riprendere in mano il proprio destino. Immagino esistano donne forti, donne medie e donne deboli. E che tutti possiamo convenire sul fatto che la debolezza non costituisce una colpa. Una persona non merita violenza, neanche se debole.
I proletari sono vittime del capitalismo. Gli immigrati sono vittime della xenofobia. I gay sono vittime dell'omofobia. I neri sono vittime del razzismo. Gli ebrei sono vittime dell'antisemitismo. Le donne sono vittime del patriarcato, del sessismo, della violenza maschile. Negarlo è una menzogna. La causa della violenza non sta nella debolezza della vittima, ma nel privilegio prevaricante della controparte.
Alcuni giorni fa, abbiamo visto in video il modo in cui sono trattati i migranti a Lampedusa, denudati e innaffiati con l'acqua fredda. Mostrare e divulgare quel video è stato un atto di denuncia. Nessuno ha messo in discussione l'effetto denuncia, nessuno si è sognato di teorizzare il fatto che rappresentare la violenza contro i migranti e la loro degradazione significasse rinforzare l'una e l'altra e cacciare i migranti nella buca del vittimismo.
La guerra, la tortura, la pena di morte, ogni violenza si denuncia mostrandone l'orrore, in modo reale o simulato. Senza voler negare altre possibilità, nego che si possa biasimare questa modalità.
Anche Il corpo delle donne di Lorella Zanardo ha innalzato la consapevolezza mostrando la degradazione delle donne nei programmi di intrattenimento televisivo.
Che il concetto di vittima sia associato al concetto di debole, che la debolezza sia intesa come motivo di colpa e di vergogna, che una donna che denuncia sia perciò indotta a vergognarsi, quindi ad occultare quello che le è stato fatto, è una ulteriore e lampante dimostrazione del fatto che le donne non possono esprimersi al 100%. I testi di una femminista che nega la condizione di vittima, che chiama quella condizione vittimismo, che ha paura di essere o apparire debole, fragile, secondo i metri di valore di una società ancora patriarcale, è come se fossero scritti con quel pennarello maschile che va a completare lo spazio fumetto dei manifesti di Pubblicità Progresso. Diversamente la condizione di vittima delle donne sarebbe dichiarata senza timore alcuno per il proprio valore, perchè la condizione di vittima delle donne non è altro che la colpa e la vergogna degli uomini.

La campagna scopre l'ovvio. Lo scrive Eretica fin dal titolo del suo post:. «il sessismo esiste! (Ma non mi dire!)» Lo scrive Nadia Somma: ironicamente «Una “notizia” davvero nuova e sconosciuta». In effetti, gli attivisti lo sanno bene, ma è dubbio lo sappiano allo stesso modo le persone di media cultura.
Il sessismo genera conflitto e uno dei terreni del conflitto riguarda proprio il suo riconoscimento. I sessisti, per intenzione o per inconsapevolezza, negano il sessismo. Pur ammettendone l'esistenza in generale, lo negano nelle situazioni particolari in cui esso si manifesta, lo spacciano come umorismo, oppure lo giustificano come mera espressione di forma subordinata alla sostanza di una causa superiore.
Si veda la situazione in cui le donne sono rappresentate in modo stereotipato e offensivo, in vignette e video ufficialmente finalizzate alla causa animalista.
Un caso recente molto noto, è quello che ha visto il cantante Franco Battiato definire il parlamento «pieno di troie» a Strasburgo, in qualità di assessore alla cultura della Regione Sicilia, durante una sua divagazione nella quale, tra l'altro, difendeva il regista Polansky dall'accusa di pedofilia, poichè tante bambine sono delle ninfette. Battiato fu difeso da molte persone di sinistra, anche femministe sulla base appunto del consueto argomento che distingue la forma dalla sostanza: non ce l'aveva con le donne, ma con le politiche, anzi con i politici. In difesa, insisteva Marco Travaglio: «il re è nudo, la regina è troia». Il presidente della Regione Rosario Crocetta dimise Battiato da assessore, ma non per aver offeso le donne, ma per aver offeso le istituzioni. Molti compagni assunsero la faccia del cantante come avatar su Facebook e il povero Battiato fu invitato ad esporre le sue ragioni a Servizio Pubblico in prima serata TV. Tra i difensori di Battiato troviamo anche Mario De Maglie: «Boldrini vs Battiato: non usiamo il sessismo a vanvera».
Un altro esempio recente, è dato da Beppe Grillo che definisce Laura Boldrini «Oggetto ornamentale del potere». Laura Boldrini denuncia il segno sessista dell'offesa ricevuta, un'offesa contro tutte le donne. Su Twitter apre l'hastag #iostoconLaura. Ma è proprio Eretica a smentirla: «Boldrini tu non sei tutte le donne». Alessandro Capriccioli alias Metilparaben, blogger e giornalista di sinistra, ribalta persino la frittata: i veri maschilisti sarebbero coloro che in quell'insulto vedono il maschilismo. Prima di Grillo, con molto meno clamore, Antonio Ingroia durante un confronto televisivo con Mara Carfagna, disse alla sua interlocutrice di stare calmina, che lei non poteva dargli lezioni sulla Costituzione, semmai poteva dargli lezioni su altro (non meglio specificato). A specificare provvidero in tempo reale alcuni suoi seguaci sui social media. Ovviamente respingendo le contestazioni e negando di essere sessisti. Spesso le donne berlusconiane sono apostrofate in modo esplicito o con allusioni a sfondo sessuale, ritenendo che esse se lo meritino e senza che ciò sia considerato offensivo verso il genere femminile. Come pensare che dare del negro ad un nero che se lo meriti, non offenda tutti i neri.
Eretica osserva che gli insulti sessisti non sempre arrivano da uomini. Ha ragione. Lei stessa ne fa uso quando polemizza con le madri, con gli altri femminismi, con le sue avversarie.
Dunque, siamo al punto di partenza. Oltre agli esempi noti, ne esistono una moltitudine di sconosciuti nella quotidianità di quasi tutte le donne. Il sessismo è tanto ovvio, quanto praticato e poi negato. Un altro modo frequente di negare il sessismo è quello di spostare la responsabilità dai sessisti ad altri soggetti che li avrebbero provocati. Proprio uno degli argomenti usati contro questa campagna.

La campagna istiga all'inciviltà. Eretica scrive che è come dare il via ai dieci minuti d'odio, a un pestaggio indotto e definisce i passanti compilatori uomini presi all'amo.  Mario De Maglie scrive che: Se istighi all’inciviltà, l’inciviltà non si fa attendere. (...) Provocare il dileggio è un dileggio esso stesso. (...) l’accusarci o l’istigarci non fermerà la violenza sulle donne di cui siamo responsabili. Responsabili? I sessisti della strada sono stati indotti, istigati e provocati. Come sempre.
E' impressionante che la rappresentazione di una donna su un manifesto con uno spazio fumetto in bianco sia considerata una sufficiente provocazione, una induzione al pestaggio, una istigazione all'inciviltà. La stessa inciviltà, guarda un po', istigata da una donna quando cammina per strada, si siede su un tram, apre bocca per proferire parola. Una esca ambulante per misogini da prendere all'amo. Basterebbe seguirla per un po' di giorni con la candid camera e darebbe gli stessi risultati della campagna con i manifesti.
Questa estate ha conquistato la notorietà nel web un giovane scrittore, Marco Cubeddu, scrivendo dalle colonne del Secolo XIX un articolo sulle ragazzine che vestono in mini-short, per dire che, certo, la violenza e le molestie sono sempre da condannare, per poi però domandarsi cosa pensano di ottenere le ragazze vestite così. Istigatrici e provocanti, come le ragazze del manifesto, con i mini-short invece dello spazio fumetto a far da pretesto o da amo.
Il presupposto secondo cui le donne sui manifesti o in carne e ossa sono provocazione e istigazione è che sessismo e violenza sono normali, un dato di fatto con cui bisogna convivere, cercando di evitarli, di non sollecitarli. Se in questo si fallisce per sbaglio o con intenzione, la responsabilità è di chi ha fallito. Al superamento di sessismo e violenza, ci si può credere oppure no, spetterà all'evoluzione o ad un lavoro culturale di lunghissima lena i cui risultati saranno apprezzati dai posteri.
Associato all'argomento sempreverde della provocazione, non poteva mancare il classico: non tutti gli uominii... Secondo Eretica (che lo fa dire anche a De Maglie), gli uomini istigati, provocati, presi all'amo dalla campagna non definiscono un genere.
De Maglie, come Cosenza, come Somma invoca un altro tipo di messaggio, ma non dice quale. Eretica ci prova.

Un improbabile sovvertimento. La blogger di Abbatto i muri così propone: Se ci appropriamo delle parole e le restituiamo disinnescando e togliendo via lo stigma negativo che obbliga alla divisione tra donne perbene e donne permale possiamo semplicemente piazzare lì un manifesto in cui qualcun@ scrive che “Si, sarò anche una puttana, ma rivendico i miei diritti!". Ci scrive su anche una breve storia: Anche la "zoccola" ha i suoi diritti.
E' molto difficile appropriarsi di una parola di cui si condivide il significato - negro (persona dalla pelle nera), frocio (persona omosessuale) - e tentativi fatti in questo senso sono falliti, ma è impossibile appropriarsi di una parola a cui bisogna, non solo togliere l'alone negativo, ma anche cambiare il significato. Sarebbe come appropriarsi della parola cretino e decidere che da oggi significa intelligente.
Tutti gli insulti raccolti sui manifesti, prostituta e tutte le sue varianti, non definiscono solo uno stigma negativo, per qualcosa che basterebbe accettare e allora non ci sarebbe più nulla di male. In realtà, la prostituta è accettata, ma è accettata per svolgere quella funzione: essere il ricettacolo dei bassi istinti maschili. Uno sfogatoio. Adibita a servire l'espletamento di un bisogno fisiologico, poichè così viene intesa la sessualità maschile. Dunque, la miglior metafora per esprimere disprezzo nei confronti di una donna o di tutte le donne. La sostanza del sessismo è l'inferiorizzazione delle donne. Quegli insulti sono inferiorizzanti. E deumanizzanti. Non a caso, sono spesso nomi di animali. Dunque, è un messaggio divergente e, in definitiva, incomprensibile, affermare: «Si, sono un essere inferiore, ma anch'io ho dei diritti». E' vero che Eretica non precisa se si tratti dei diritti di tutti o di suoi diritti specifici. In fondo, alcuni diritti sono riconosciuti pure agli animali. Un'ambiguità che, in effetti, può essere ben apprezzata dai lettori sessisti del suo blog.
Il sessismo nega la parità di diritti e dignità, negazione che è condizione dei privilegi maschili. Di tutti gli uomini, compresi quelli che non scriverebbero mai un insulto su un manifesto. Perciò, quella incivilità è una questione di genere. Sessismo e parità di diritti sono incompatibili. E non c'è trovata che possa farli convivere. Si parte dal riconoscerlo. Lo si riconosce attraverso il confronto e anche il conflitto. Di campagne forse se ne possono fare di migliori, per intanto possiamo ammettere che questa ha stanato passanti e attivisti commentatori. Coloro che sul sessismo, nello spazio fumetto vorrebbero solo scrivere: «Non svegliare il can che dorme».

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