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Il sessismo benevolo del maschio fragile

Christian Raimo, a fine anno, ha scritto Il femminicidio e il sessismo benevolo, un nuovo articolo sulla violenza di genere. Il testo integrale potete leggerlo su Europa Quotidiano. L'articolo è stato apprezzato e divulgato su alcune bacheche femministe, ma commentato negativamente dal Ricciocorno. Un precedente articolo, titolato in modo irresponsabile Anch'io potrei uccidere una donna è stato commentato su questo blog.

Sintetizzo in corsivo quanto ho capito di quel che ho letto. Per poi scrivere qualche appunto, preceduto in grassetto da affermazioni o argomenti esposti dal saggista. L'articolo, pur con spunti interessanti, è molto lungo, ha uno sviluppo tortuoso, alcuni passaggi incomprensibili, una vasta, persino esagerata, indicazione bibliografica, a volte di supporto a volte di ostacolo alla lettura, specie nella terza parte.

Sintesi dell'articolo. La violenza di genere è diventato un argomento convenzionale, con un messaggio semplificato: le donne vittime devono denunciare gli uomini violenti per sostituirli con gli uomini buoni. Un messaggio classista rivolto alle donne benestanti e istruite che hanno i mezzi per riconoscere la violenza e per rompere la relazione. La violenza di genere è stigmatizzata e criminalizzata. Non si affronta la questione culturale, non si problematizza la violenza. Il nuovo femminismo è soltanto rivendicativo. Si è ristretto alla mera questione femminiile, si occupa solo di femminicidi, maternità, crisi familiari. Disconosce il suo metodo in cambio dell'attenzione che riceve per le sue battaglie. L'immagine maschile suggerita dal nuovo femminismo è duplice e falsa (buoni vs violenti). Gli uomini sono assenti, o denunciano il sessismo, ma non partono mai da sè, non raccontano la loro personale tensione verso la violenza di genere. Il maschilismo è una delle risposte automatiche alla crisi, una rimascolinizzazione risentita, desidera il confronto, ma lo esprime solo come sfogo e risentimento. I padri separati sono come i forconi. Gli uomini non hanno modelli maschili adatti ad un mondo che cambia, non sono capaci di dare sostegno, hanno meno intelligenza emotiva, non sanno affrontare la fine di una storia. Il maschilismo è espressione della fragilità maschile. Il maschilismo si esprime anche in modo benevolo, idealizza la subalternità femminile, pensa che le donne desiderino il proprio ruolo subordinato, e le donne lo accettano. Quando non funziona più, il sessismo benevolo diventa ostile. Un refrain abituale è quello di considerare l’oggettificazione femminile una specie di premessa automatica alla violenza. La violenza globalmente è diminuita, l'allarmismo non è una buona interpretazione, ma il conflitto si è trasferito dal pubblico al privato e non trova più parole e simboli per elaborarsi. La politica soffia sul fuoco e così ha fatto anche con il femminicidio.

La violenza di genere è diventata un argomento mainstream. E' vero che nel 2012 si è contato il numero delle donne uccise. Si è iniziato ad adottare il termine Femminicidio, per significare che quelle donne venivano uccise, perchè cercavano di sottrarsi ad un rapporto proprietario. Si sono scritti alcuni libri inchiesta. Si sono pronunciati in prima pagina alcuni editorialisti ed esperti. Ma al contempo ha fatto subito seguito un movimento contrario di pubblicisti, che metteva in discussione la validità della parola femminicidio, contestava i dati, per dire in sostanza che si era in presenza di un fenomeno fisiologico neppure in aumento, strumentalizzato dalle femministe per ottenere più potere. Alla controffensiva hanno partecipato anche alcune femministe, contestando di volta in volta, il brand, il marketing, il vittimismo, il moralismo, la repressione, etc. Il messaggio contro la violenza è stato quindi presto affiancato da un messaggio contro l'antiviolenza. Mentre il vero discorso tradizionale, convenzionale sulla violenza è rimasto quello della cronaca nera, che racconta di un uomo mite, che ad un certo punto impazzisce, commette un atto di follia, in reazione a qualcosa che lo ha umiliato o fatto arrabbiare, mentre lui era già in un mare di guai o proprio mentre le cose gli stavano andando bene. E' il discorso del delitto passionale, del raptus, della gelosia. Il saggio di Raimo si distingue da certi editoriali progressisti, ma non da questi articoli di cronaca.

Un messaggio semplificato: le donne vittime che devono lasciare gli uomini violenti per sostituirli con uomini buoni. Per dire questo, il saggista sembra aver associato in particolare due campagne come fossero d'accordo, quella dell'Unità e quella di Noino.org. La prima divulgata dall'Unità, ma realizzata nel 2010 da un gruppo di donne - Anna Paola Concia, Alessandra Bocchetti, Eliana Frosali, è a disposizione di tutti. Si intitola Riconosci la violenza e, a detta delle autrici, vuole proprio evitare di rappresentare la donna come vittima, ma indicare che le donne possono reagire. La seconda - Uomini contro la violenza sulle donne - è fatta da un gruppo di uomini e non si rivolge alle donne per proporre un catalogo di principi azzurri, ma si rivolge agli uomini per sollecitarli a non commettere violenza e a impegnarsi contro la violenza. Non so come i due messaggi possano infastidire. Ogni messaggio da solo è limitato, ma tra gli altri ci possono stare anche questi. E' il linguaggio della pubblicità, non può che essere un linguaggio semplificato. Nessuno spot, nessun manifesto è un trattato di filosofia. Uomini e donne possiamo rappresentarli come vogliamo, ma se li associamo alla violenza di genere, l'associazione sovradetermina qualsiasi rappresentazione, perchè sappiamo che gli uni sono carnefici e le altre sono vittime. Infatti, lo stesso Raimo è riuscito a vedere donne vittime proprio nei manifesti che non volevano rappresentare le donne come vittime. E ha fatto bene, perchè ha visto la verità.

Un messaggio classista: le donne che possono vedere riconosciuti i propri diritti sono quelle che se lo possono permettere. Viene da domandarsi cosa c'entri. Come se allora fosse meglio, fosse più egualitario, che nessuna donna vedesse riconosciuti i propri diritti. Parità di botte maschili per le proletarie e per le borghesi. Libere tutte o nessuna. L'osservazione può valere per qualsiasi diritto. I diritti non sono poteri. Il diritto di movimento è diverso per chi ha i mezzi per viaggiare in aereo e mantenersi negli hotel e per chi possiede solo una bicicletta e a stento paga l'affitto. La libertà di stampa è diversa per chi può fondare giornali e per chi non può neppure comprarli, per chi sa scrivere libri e per chi è analfabeta. Si può continuare con un elenco infinito di esempi. E' una critica da rivolgere al liberalismo, non al femminismo. Il tema riguarda la lotta alle diseguaglianze sociali. La lotta alle discriminazioni sessiste, razziste, religiose, non preclude la lotta al classismo. E' insensato usare una contro l'altra, se non allo scopo di delegittimare la questione di genere. Nell'arcipelago mascolinista esiste uno specifico gruppo, gli Uomini beta, deputato ad usare l'argomento di classe contro l'argomento di genere. Altri argomenti potrebbero essere usati per il medesimo scopo. Dire che le bianche sono avvantaggiate rispetto alle nere, le italiane rispetto alle straniere, le settentrionali rispetto alle meridionali, le lavoratrici rispetto alle casalinghe, le cittadine rispetto alle provinciali. Ciò nonostante la violenza maschile è trasversale alle classi, alle razze, alle culture, alle latitudini e alle longitudini. Dunque, giustizia è (già) fatta.

Un messaggio che stigmatizza e criminalizza la violenza di genere. Stigmatizzare e criminalizzare. Due verbi con alone negativo. Stigmatizzare vuol dire imprimere un marchio di negatività a qualcosa che di suo potrebbe anche non essere negativo. Si stigmatizzano modi di essere, di pensare o di agire, in fondo legittimi, la cui valutazione del danno a se stessi o a terzi è soltanto soggettiva. Criminalizzare vuol dire considerare criminoso qualcosa che potrebbe non esserlo. I dizionari riportano come esempio la criminalizzazione delle manifestazioni, del dissenso, della protesta, del consumo di droga. Stigma e criminalizzazione possono riguardare anche comportamenti effettivamente delinquenziali, ma dovuti a cause sociali, come la rivolta nelle banlieue francesi, la violenza negli stadi, la microcriminalità nei quartieri degradati attribuita spesso a zingari e immigrati. Comportamenti i cui autori possono essere visti come colpevoli, ma soprattutto come vittime sociali. Il povero che ruba la mela. Di solito, stigma e criminalizzazione vedono favorevoli i conservatori e contrari i progressisti. Per come si esprime e ragiona, pare che la violenza di genere secondo Raimo non sia biasimevole e criminale in sè. O che egli veda i suoi autori più come vittime della società, come degli sfortunati, che non come colpevoli responsabili delle proprie azioni.

Il nuovo femminismo rivendicativo. Deludente, deprimente, inutile, penoso, regressivo. E' un soggetto vago. Sembra comprendere le femministe, un po' tutte, i media e le istituzioni che ne recepiscono le istanze. Un soggetto che si occupa solo di femminicidi, maternità, relazioni, crisi familiari. In effetti, questioni marginali dal punto di vista della politica maschile, affari di donne. Il nuovo femminismo si restringe nella mera (accezione negativa di pura) questione femminile. Eppure la questione femminile è la disparità tra i sessi, la subordinazione della donna all'uomo, è il motivo per cui esiste il femminismo. Che dovrebbe essere apprezzabile in sè, invece che apprezzabile solo fuori di sé in quanto nutre altre culture e da esse si nutre. Per essere meglio depresso il nuovo femminismo è paragonato a quello degli anni '70. Un confronto perdente per qualsiasi corrente e cultura politica progressista.

L'immagine duplice e falsa degli uomini. Trasmessa dalle campagne antiviolenza e dal nuovo femminismo. Perchè esiste una casistica più ampia. Non solo violenti vs buoni e protettivi. Gli uomini che tacciono o quelli che condannano il maschilismo dovrebbero partire da sé e raccontare la propria personale tensione alla violenza di genere: È possibile - si domanda Raimo - che non ci sia mai un intellettuale maschio che racconti non dico la sua abitudine a andare a prostitute o quella volta che fu vicino a stuprare una donna, ma semplicemente riesca a confessare le sue telefonate ossessive, gli appostamenti sotto casa, le mail ricattatorie? Possibile che non ci siano maschi che riescano a mostrare queste fragilità, questa violenza implosa? Dovessi raccontare io, mi verrebbe in mente di essere stato talvolta geloso, invadente, limitante, ma nella stessa misura in cui mi è capitato di subire questi stessi comportamenti. In tal modo parliamo solo dell'imperfezione che è di tutti, non della violenza di genere. Stabilita una norma tutti esprimiamo una certa tensione a violarla. Partendo da sè, tutti potremmo raccontare di quella volta che abbiamo rubato o avuto la tentazione di rubare, di quella volta che abbiamo mentito, di quella volta che abbiamo marinato la scuola, ci siamo presentati tardi al lavoro, abbiamo fatto una telefonata privata da un ufficio pubblico, abbiamo violato il codice della strada, abbiamo buttato la carta per terra o avuto la tentazione di farlo, ci siamo messi le dita nel naso, abbiamo fumato in presenza d'altri sapendo di dar loro fastidio, abbiamo mancato un appuntamento, non mantenuto una promessa, siamo passati con indifferenza davanti ad un mendicante, abbiamo alzato la voce, insultato, prevaricato. Tutti - uomini e donne - abbiamo il nostro curriculum di cattivi pensieri e di cattive azioni, che comprende anche i rapporti con l'altro sesso, ma non è sufficiente per parlare di violenza di genere. Che non è un atto di maleducazione, volgarità o aggressività, ma una violazione dei diritti umani. La violenza di genere diventa tale quando la scorrettezza esce dai limiti della reciprocità e diventa sproporzionata, causa danni di natura fisica, sessuale, psicologica o economica o minaccia di causarli, diventa l'espressione di un rapporto di potere fondato sul genere. Alla fine, nella rappresentazione di Raimo l'immagine duplice e falsa degli uomini - buoni e cattivi - è sostituita dall'immagine di una moltitudine di mine vaganti sofferenti.

Partire da sé. Dubito che gli uomini debbano partire da sé come hanno fatto le femministe. Per le donne aveva ed ha un senso. Partire da sé, per definire se stesse e il rapporto con gli altri, per definire il mondo dal proprio autonomo punto di vista, emancipato dal punto di vista maschile imposto come neutro e universale. Se le donne partono da sé, disconfermano quel punto di vista neutro e universale. Se gli uomini partono da sé, invece lo riconfermano. Empatizzano con se stessi, sollecitano l'empatia degli altri uomini e delle donne. Si giustificano. Si concentrano sulla propria sofferenza, si percepiscono come vittime, come bisognosi di aiuto, e chiedono agli altri, soprattutto alle altre di prendersi cura di loro. Le donne partono da sè per mettersi in relazione con gli altri. Gli uomini partono da sè, per fare un giro nei propri paraggi e tornare presto al punto di partenza. Raimo prima deplora implicitamente la stigmatizzazione e la criminalizzazione della violenza di genere, poi racconta la propria personale tensione alla violenza di genere, infine dichiara di non avere modelli alternativi e di non potersi riprogrammare. Lui rimane così. Ha solo dichiarato di esser fatto così. Si è pubblicamene seduto su di sè. Ed ha invitato gli altri uomini a fare altrettanto come una chiamta di correo. Quel che gli uomini potrebbero cominciare a vedere partendo da sè, non è tanto quanto sono personalmente simili ai bruti, ma quanto vantaggio essi ricavano - buoni o cattivi che siano - dal lavoro sporco dei bruti. Un vantaggio per cui l'antiviolenza dà più fastidio della violenza, la condanna è più semplicistica dell'indulgenza, la confusione è complessità, e la soluzione migliore si colloca, lontano da sè, nell'orizzonte educativo delle future generazioni.

Il maschilismo di ritorno. C'è da chiedersi quando se n'era andato. E' possibile che con la crisi, il maschilismo, come gli altri razzismi, assuma una forma più esplicita e aggressiva, ma non è la crisi ad originare la supremazia maschile, la cultura che vuole giustificarla, nè la violenza che ne è espressione e funzione. Il primo e unico rapporto Istat relativo alla violenza sulle donne è del 2006 e riguarda gli anni precedenti, dunque ben prima della crisi. Rappresentare la violenza e il maschilismo come reazione, è parte di questa cultura. Lo sfogo, il risentimento, il desiderio di confronto, credo abbiano destinatari diversi. I forconi sono un fenomeno attuale, nazionale, sono ceto medio proletarizzato, possono rivolgere sfogo e risentimento contro chi sta sotto, alla ricerca di un capro espiatorio, ma hanno chi sta sopra nella gerarchia sociale, ed è forse verso gli strati superiori che esprimono desiderio di confronto. I padri separati esistono da più di vent'anni, sono un movimento internazionale. Nella gerarchia dei generi, non hanno sopra nessuno. Reagiscono alle nuove leggi sul diritto di famiglia, alla raggiunta parità del coniuge, per ristabilire il proprio controllo, o al limite, per evitare di dover pagare l'assegno di mantenimento, poichè dal loro punto di vista, il contratto sessuoeconomico è stato rotto. Avranno certo un desiderio di confronto con le autorità, vorranno potersi esprimere sui media, improbabile vogliano confrontarsi con le donne, perchè questo presuppone il riconoscimento della parità.

La fragilità maschile. Scrive Raimo che è molto più interessante invece di agire sui sintomi, indagare e agire sulle cause della violenza di genere. A seguire il suo ragionamento, sembra che i sintomi della violenza di genere siano i lividi sul corpo delle donne. Le cause invece i lividi sull'anima degli uomini. La fragilità maschile come generatrice del maschilismo, che può esplodere in violenza. Gli uomini meno capaci di dare sostegno, meno preparati dal punto di vista dell'intelligenza emotiva ad affrontare la fine di una storia un abbandono. Gli uomini sofferenti che si ritrovano nei siti dei maestri di seduzione. La tragedia sociale più grave è il fatto che a questi uomini mancano modelli maschili utili, plastici, adatti ad un mondo che cambia. Se le donne che subiscono violenza, non devono essere presentate come vittime, gli uomini che agiscono la violenza invece non hanno bisogno di questa cautela. Come già insegnava una canzone di Enzo Iannacci, anche il vittimismo è un privilegio. Siamo nel pieno della narrazione tradizionale: uomini miti, fragili, che reagiscono ad un abbandono, ad un tradimento, con un raptus (una esplosione di violenza), incapaci di agire in modo adatto e utile, per (cosa?) mantenere la supremazia, il controllo, la proprietà. In effetti, l'alternativa non c'è, l'unica alternativa è rinunciare ad essere padroni della vita altrui, anche nel dispositivo assolutorio dell'uomo fragile che ha bisogno di lei. Mentre lei lo abbandona (delusione privata) e le femministe rivendicano (delusione pubblica). Invece di occuparsi di lui, di curarlo, di prenderlo per mano. Poche righe più avanti nel saggio si spiega che alle donne è attribuità una migliore capacità di intuizione e di attenzione, caratteristica tipica dei subalterni, in quanto hanno bisogno di anticipare i desideri maschili per evitare i conflitti. Dunque, se gli uomini hanno minore intelligenza emotiva dipende dal fatto che non hanno bisogno di anticipare i desideri femminili, di evitare i conflitti, non perchè sono più fragili (psicologizzazione della violenza) ma perchè sono socialmente più forti. Ed anche i conti della violenza ripetutamente raccontata come esplosione non tornano. Gli uomini non diventano violenti in reazione ad un abbandono. Sono abbandonati, perchè sono già violenti. L'esplosione finale, il femminicidio, è l'esito di una lunga scia di botti di petardo, fatta di insulti, denigrazioni, minacce, violenze psicologiche, vessazioni, botte. Otto vittime su dieci hanno denunciato più volte il loro aguzzino e non sono state protette, anche perchè spesso e volentieri gli operatori di polizia e di giustizia hanno interpretato la violenza come difficoltà relazionale. Come disfunzione emotiva. Come in fondo fa Raimo nel suo articolo.

L'opacizzazione della questione di genere. Gli uomini hanno il privilegio di non pensare in termini di genere, anzi cercano di contrastarne la messa a tema. L'articolo di Raimo in fondo fa lo stesso. Vuol distogliere il femminismo dalla questione femminile, vuole spiegare il maschilismo e la violenza come espressione della fragilità maschile, come reazione alla crisi, come parte di un trasferimento del conflitto dal pubblico al privato, come se nel tempo passato la violenza domestica non esistesse o fosse inferiore. Afferma esplicitamente che le caratteristiche fondamentali della violenza di genere sono celate dall'attenzione a quel "di genere". Torna a respirare, come se avesse trattenuto il fiato per lungo tempo, dopo che nel libro di Daniela Danna gli pare che molti esempi contraddicano l'idea che la violenza di genere sia più frequente nelle società dove è più accentuata la differenziazione dei sessi.

L'oggettivazione delle donne e la violenza. Non gli piace il refrain dell'oggettivazione della donna come premessa automatica della violenza. E la proiezione del documentario il Corpo delle donne come antidoto autosufficiente. La "premessa automatica" e "l'antidoto autosufficiente" sono argomenti fantoccio - nessuno ne ha mai parlato in questi termini - per poter contestare meglio l'argomento vero, difficilmente confutabile: che l'oggettivazione della donna sia una condizione favorevole alla violenza.

Il sessismo benevolo. Sin dal titolo, Raimo sembra suggerire che il sessismo benevolo sia quello che, mediante la legge, o le campagne mediatiche, dice di voler proteggere le donne. Per esempio, gli uomini di Noino.org. In tal modo suggerisce una confusione tra tutela privata (dei padri, fratelli, mariti) dedicata alle donne della famiglia, e tutela pubblica (dello stato) dedicata a tutte le cittadine e i cittadini, a cui anche le donne hanno diritto. A leggere Chiara Volpato, più che un sostituto a buon mercato del sessismo ostile, è un suo complemento. Come il bastone e la carota. Un alternarsi di ricompense e punizioni.attraverso il quale i dominatori controllano i dominati. Solo la ricompensa genererebbe un senso di potenza, solo la punizione genererebbe resistenza. Anche le donne lo accettano. Non solo e non proprio. Lo accettano in prevalenza le donne di orientamento conservatore. Soprattutto nei paesi dove è più forte il sessismo ostile. Più è forte la minaccia maschile, più è apprezzata la protezione maschile. Perciò, quale che sia la personale posizione di un uomo rispetto alla violenza (buono, cattivo, intermedio), i proventi per lui arrivano lo stesso. Se il sessismo ostile afferma l'inferiorità della donna, il sessismo benevolo quasi ne afferma la superiorità, specie nei caratteri e nelle attitudini ritenute femminili, più utili alla cura degli uomini: l'intuizione, la sensibilità, il dono, la capacità di accoglienza, l'amore, lo spirito materno, la grazia, la delicatezza, la bellezza. Una idealizzazione ad uso e consumo degli uomini. I quali allo scopo si mostrano tranquillamente inferiori, bisognosi e dipendenti. Lo stesso articolo di Christian Raimo è un esempio di sessismo benevolo alternato al sessismo ostile. E' ostile nei giudizi sprezzanti verso il nuovo femminismo rivendicativo. Bilanciati però dalle citazioni di testi e autrici femministe e dall'elogio del femminismo storico, anche se apprezzato non per se stesso, ma per il fatto di nutrirsi da altri e di nutrire altri. Raimo sembra quasi porsi come allievo di fronte a delle maestre, che ricopre di riconoscimenti. Che suggerisce a tutti di leggere e a cui affida l'educazione del futuro. Però, al momento di tirare le somme della lezione che ha imparato, ripete la vecchia storia del raptus (la violenza che esplode) del maschio fragile, incapace di gestire le sue emozioni, non responsabile, ed anzi si appella alla responsabilità femminile, alla capacità di sostegno, di attenzione, di educazione, in definitiva di cura delle donne. Altrimenti, il femminismo è solo rivendicativo. Meglio un femminismo materno.


Vedi anche:
Maschi che partono da sé e finiscono in una zona grigia
I manifesti che la gente non vuol vedere - del povero uomo

One Response to “Il sessismo benevolo del maschio fragile”

  1. Mi ha sempre affascinato degli anglosassoni la capacità di sintetizzare: http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/jan/09/not-a-feminist-move-on-men-women?CMP=fb_gu

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