(Traduzione di Maria Rossi)


Le potenze occidentali hanno puntato sinora su una guerra di logoramento in Siria.
Negli ambienti diplomatici si ritiene che se vince uno dei due belligeranti 
[il governo siriano o i ribelli], perdono gli Stati Uniti.
Da due anni in Siria sono intervenuti attori regionali e internazionali.


Si parla di un imminente intervento militare in Siria. Alcuni si rammaricano che non sia avvenuto prima, che gli Stati Uniti e i loro alleati non abbiano "reagito" fino ad ora. Non è stato per disinteresse, ma per un preciso calcolo strategico.
Da più di due anni la Russia e l'Iran sostengono militarmente il regime siriano. A loro volta, diverse potenze occidentali, così come i loro alleati nel Medio Oriente, sono intervenute in Siria in modo più o meno occulto, fornendo armi e informazioni ai ribelli. La Francia e gli Stati Uniti, tra gli altri, hanno fornito assistenza militare a gruppi armati dell'opposizione. La CIA e i servizi segreti britannici operano sul campo offrendo supporto ai ribelli siriani e consulenza ai paesi del Golfo sui gruppi da armare.
L'equipaggiamento militare fornito ai ribelli che combattono contro Assad è giunto principalmente attraverso i Paesi del Golfo e la Turchia ed è stato accuratamente controllato dal 2011, affinché i ribelli non disponessero di armi pesanti. In questo modo i ribelli hanno potuto destabilizzare, ma non rovesciare il governo di Assad; hanno avuto la capacità di resistere, ma non di conseguire la vittoria. E così il conflitto si è mantenuto ad un livello tale da permettere ad entrambe le parti di sopravvivere, logorandosi. E' la situazione di stallo, incerta che è risultata finora conveniente ad alcuni degli attori internazionali coinvolti in un modo o nell'altro nel conflitto. 
Non è una novità. Negli anni Ottanta, quando scoppiò la guerra tra Iran e Iraq, Washington fornì supporto, armi e informazioni militari a Baghdad e Saddam Hussein impiegò gas sarin di provenienza statunitense contro la popolazione iraniana e curda. Ma, facendo il doppio gioco, gli Stati Uniti fornirono anche, segretamente, armi all'Iran tra il 1985 e il 1987 attraverso una rete di traffico di armi statunitensi ed israeliane organizzato dalla CIA.
Con i profitti di tale attività, Washington sostenne i Contras del Nicaragua e la guerriglia afghana che combatteva contro le truppe sovietiche in Afghanistan. L'operazione assunse il nome di "Irangate". In questo modo gli Stati Uniti contribuirono al prolungamento della guerra tra Bagdad e Teheran, al fine di logorare i due Paesi, strategici per la presenza del petrolio, e di metterli fuori gioco. Se entrambi i Paesi avessero perduto, Washington avrebbe vinto.

La posta in gioco
Nel caso siriano si ritiene che, se vince un belligerante (il governo o i ribelli), gli Stati Uniti perdano (e con loro perda anche Israele). E' questo l'assunto accettato in certi ambienti politici e diplomatici occidentali. Così si è optato per la guerra di logoramento, per la situazione di stallo, per una situazione di incertezza. Ora che le sorti belliche si stanno volgendo a favore di Assad, la comunità occidentale annuncia un nuovo tipo di intervento in Siria.
Così si è espresso questa settimana, senza alcuna remora, Edward Luttwak del Center for Strategic and International Studies, in un articolo pubblicato sul New York Times:
Un risultato decisivo per una delle parti in conflitto sarebbe inaccettabile per gli Stati Uniti. Una vittoria del regime di Assad sostenuta dall'Iran aumenterebbe il potere e il prestigio dell'Iran in tutto il Medio Oriente, mentre una vittoria dei ribelli, dominati dalle fazioni estremiste, inaugurerebbe una nuova ondata di terrorismo di Al Qaeda.
C'è solo un risultato che può eventualmente favorire gli Stati Uniti: uno scenario di incertezza e di stallo. Mantenendo l'esercito di Assad e i suoi alleati, l'Iran e gli Hezbollah, impegnati in una guerra contro i ribelli estremisti vicini ad Al Quaeda, quattro nemici di Washington resteranno coinvolti in una guerra tra di loro.

La copertura delle reali intenzioni
Se vivessimo in un mondo idilliaco potremmo credere nelle buone intenzioni della politica internazionale. Le guerre sarebbero quelle missioni di pace di cui tanto parlano i leader occidentali; i loro governi sarebbero mossi solo dalla difesa dei diritti dei cittadini. Ma il nostro mondo è ben diverso da questo universo idilliaco. 
La Storia, questo straordinario strumento che ci consente di analizzare anche il nostro presente, dimostra che a volte le versioni ufficiali di un governo non sono che la copertura delle sue reali intenzioni. Che dietro posizioni pubbliche apparentemente altruiste si nascondono politiche illegali e criminali. Che al di sotto dei discorsi ufficiali in nome della difesa dei diritti umani agiscono interessi economici e geopolitici.
Non c'è bisogno di risalire troppo indietro nel tempo per trovare degli esempi in tal senso.
L'appoggio degli Stati Uniti ai golpe e alle dittature latinoamericane negli anni Settanta; le menzogne inventate per giustificare l'invasione e la distruzione dell'Iraq, i pretesti utilizzati per invadere ed occupare l'Afghanistan, la negazione sistematica dei crimini di guerra e degli omicidi di civili, la creazione di centri di tortura disseminati in tutto il mondo, l'accettazione da parte dell'Europa dei voli della CIA, l'uso di aerei senza pilota- droni - per commettere omicidi extragiudiziali, l'uso di uranio impoverito, la vendita di armi a governi dittatoriali e repressivi e così via.
Casualmente, in questa settimana, la CIA ha riconosciuto una verità ormai nota: il ruolo da essa svolto nel colpo di Stato del 1953 che rovesciò il primo ministro iraniano Mohammed Mossadeq, democraticamente eletto e che aveva nazionalizzato il petrolio iraniano, fino ad allora sfruttato principalmente dal Regno Unito.
Inoltre ha recentemente reso pubblico un contratto in base al quale gli Stati Uniti riforniranno di bombe a grappolo la monarchia assoluta dell'Arabia Saudita, che procura armi ai ribelli siriani.

Arbitri assoluti
Le potenze occidentali pretendono di ergersi di nuovo al ruolo di arbitri disinteressati da interpellare quando le cose si mettono male. Si presentano come "risolutori" di conflitti per mezzo dell'uso delle bombe e dell'avvio di operazioni militari apparentemente "pulite, giuste e brevi" (così si disse a proposito della guerra in Iraq. Come dimenticarlo!)
Gli Stati Uniti e i loro alleati non sembrano disposti ad attendere la relazione degli ispettori delle Nazioni Unite prima di attaccare la Siria e ciò rappresenta un pericoloso precedente.
Il regime di Assad è responsabile della repressione, di migliaia di morti, ma in questo caso non è stato ancora dimostrato che sia l'autore di un attacco con armi chimiche. Potrebbe esserlo. Infatti è uno dei sei Paesi che non hanno firmato la Convenzione sulle armi chimiche (il suo vicino: Israele, non l'ha ratificata).
Ma sarebbe corretto e legale attendere le conclusioni dell'ONU sull'attacco e, in seguito, cercare alternative al linguaggio delle bombe. Al contrario, si sta preparando una nuova guerra illegale, che non si fonderà sull'approvazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. 
Se oggi Washington e i suoi alleati agiscono come "arbitri" per decidere se attaccare o meno un Paese, domani un'altra nazione potrebbe rivendicare lo stesso "diritto".

Le altre "oscenità morali"
Il primo ministro britannico, David Cameron, ha detto che l'attacco con armi chimiche in Siria è "assolutamente ripugnante e inaccettabile". Il presidente francese François Hollande ha annunciato che "la Francia punirà chi ha ucciso con il gas degli innocenti" e il Segretario di Stato degli USA: John Kerry ha affermato che l'uso di armi chimiche è un'oscenità morale.
Ci si chiede se l'impiego di fosforo bianco a Fallujah (Irak) da parte degli Stati Uniti non sia un'oscenità morale né un atto "ripugnante, inaccettabile". E' legittimo chiedersi se non sia opportuno, pertanto, punire, come ha affermato la Francia, coloro che hanno ucciso con il gas degli innocenti, come Israele a Gaza o gli Stati Uniti a Fallujah.
Che parli di oscenità morali uno Stato che solo nell'ultimo decennio ha ucciso, ferito, torturato, sequestrato e incarcerato senza processo centinaia di migliaia di persone è alquanto sorprendente. Che potenze che legittimano sequestri, torture, omicidi extragiudiziali e prigioni come Guantanamo tentino di ergersi ancora una volta a paladine dei diritti umani e delle libertà risulta un po' delirante. E che un Premio Nobel per la Pace intraprenda ancora una volta la via delle armi mostra la condizione orwelliana nella quale viviamo. 
In mezzo all'intrico di interessi interni, regionali e internazionali si trova la popolazione civile siriana, colpita dalla violenza, dentro un conflitto del quale sono responsabili gli attori regionali e internazionali coinvolti fin dall'inizio.
Negli ultimi due anni, la guerra in Siria ha provocato 100.000 morti e due milioni di profughi, oltre un milione dei quali sono bambini. Ma sembra che questi morti e questi profughi non fossero fino ad ora un'oscenità morale.
Ci sono molte domande che non trovano risposta.
In che modo le bombe occidentali aiuteranno la popolazione siriana? 
Come faranno ad evitare vittime civili (tenuto conto dei tragici precedenti) ?
Si è preso in considerazione il fatto che l'aperta partecipazione di diversi Paesi al conflitto potrebbe innalzare il livello dello scontro nella regione?
Come evitare l'impiego di armi chimiche in futuro?
E che cosa accadrà dopo l'attacco-lampo dei primi due giorni? Si ritornerà di nuovo alla guerra di logoramento, allo scenario indefinito, all'intervento occulto?
Oppure, al contrario, si avranno più bombardamenti, più attacchi, più guerra presentata, in pieno XXI secolo, come via per raggiungere la pace, mentre si rinuncia a percorrere altre strade, ad intraprendere altre politiche? 

Il prossimo 6 agosto 2013 è il 68 esimo anniversario del bombardamento di Hiroshima.

Libri universitari patriottici americani hanno insegnato che tutto quello che facevano inglesi e americani durante la guerra era onorevole, tutto quel che facevano gli avversari era barbarico. Questi libri hanno propagandato la vulgata della fine gloriosa della guerra contro il Giappone.

Il generale Douglas MacArthur, divenuto comandante supremo delle forze alleate in Giappone con potere di controllo assoluto sulle istituzioni giapponesi, confiscò e distrusse tutte le prove fotografiche sugli orrori dei bombardamenti atomici su Hiroshima e Nagasaky.

Nel 1995, la Smithsonian Institution stava preparando un documentario per fare una onesta ricostruzione storica dei bombardamenti atomici, ma gruppi reazionari di destra e di potere, tra cui il gruppo di New Gingrich, speaker del congresso, hanno orchestrato una campagna contraria e minacciato l’interruzione dei finanziamenti federali all’Istituto, costringendo la Smithsonian a censurare parte della sua opera.

Il ricatto agli storici della Smithsonian e il controllo sui media tradizionali ha impedito all’opinione pubblica di apprendere una importante questione storica: la guerra poteva finire nella primavera del 1945, senza i bombardamenti atomici, senza il bagno di sangue a Okinawa per migliaia di marines americani, e senza il bisogno di una invasione americana del territorio giapponese, base della successiva campagna di propaganda volta a giustificare l’uso delle armi atomiche sulle popolazioni civili inermi, in risposta all’accusa di avere commesso un crimine contro l’umanità.

L’intelligence americana, con la piena consapevolezza dell’amministrazione Truman, era a conoscenza della disperata ricerca giapponese del modo di arrendersi onorevolmente, già molti mesi che Truman desse l’ordine fatale di incenerire Hiroshima.

Dati di intelligence, rivelati nel 1980, hanno mostrato che i piani di emergenza per una invasione Usa su larga scala (prevista per non prima del 1 novembre 1945) non erano necessari. Il Giappone stava lavorando ai negoziati di pace attraverso il suo ambasciatore a Mosca agli inizi di aprile del 1945. Truman conosceva questi sviluppi, perchè da anni gli Stati Uniti avevano violato i codici giapponesi e tutti i messaggi militari e diplomatici del Giappone venivano intercettati. Il 13 luglio 1945, il ministro degli Esteri Togo disse: «La resa incondizionata (rinunciare a ogni sovranità, soprattutto deporre l'imperatore) è l'unico ostacolo alla pace».

Truman e i suoi consiglieri conoscevano questi sforzi. La guerra sarebbe potuta finire con la diplomazia, semplicemente accettando di salvaguardare nel dopoguerra una posizione simbolica per l’imperatore Hirohito, considerato una divinità in Giappone. Questa concessione ragionevole fu - apparentemente in modo illogico - rifiutata dagli Stati Uniti con la loro richiesta di resa incondizionata. Eppure il Giappone continuò la ricerca di una pace onorevole attraverso i negoziati.

Anche il segretario alla guerra Henry Stimson dichiarò: «La vera questione non era se la resa sarebbe stata possibile senza l’uso della bomba, ma se un diverso corso diplomatico e militare avrebbe portato ad una resa in precedenza. Una larga parte del governo giapponese era pronta nella primavera del 1945 ad accettare sostanzialmente le stesse condizioni infine concordate». In altre parole, Stimson ritenne che gli Stati Uniti avevano inutilmente prolungato la guerra.

Dopo che il Giappone si arrese, MacArthur permise all’imperatore di rimanere al suo posto come capo spirituale del Giappone, la stessa condizione prima negata che costrinse la dirigenza giapponese a rifiutare l’umiliazione della «resa incondizionata».

Così, le due domande essenziali a cui si deve rispondere per comprendere cosa stava succedendo dietro le quinte, sono queste: 1) Perchè Gli Stati Uniti si rifiutarono di accettare la sola richiesta del Giappone per la sua resa - il mantenimento dell’imperatore e 2) perchè furono usate le bombe atomiche quando la vittoria nel Pacifico era già una certezza?

Poco dopo la seconda guerra mondiale, l’analista militare Hanson Baldwin scrisse:
«Al momento della dichiarazione di Potsdam, effettuata il 26 luglio 1945, che insisteva sulla richiesta di resa incondizionata, la situazione strategica dei giapponesi sul piano militare era senza speranza».

L’ammiraglio William Leahy, capo di stato maggiore, ha dichiarato nelle sue memorie di guerra:
«E 'mia opinione che l'uso di questa arma barbara a Hiroshima e Nagasaki non sia stato di alcun aiuto materiale nella nostra guerra contro il Giappone. I giapponesi erano già sconfitti e pronti ad arrendersi a causa dell’efficacia del blocco marittimo e del successo dei bombardamenti effettuati con le armi convenzionali. La mia sensazione nell’usare per primi quell’arma è stata quella di adottare un principio etico comune ai barbari del medio evo».

E il generale Dwight D. Eisenhower, in una visita personale al presidente Truman un paio di settimane prima dei bombardamenti su Hiroshima e Nagasaky, lo esortò a non usare le bombe atomiche. Eisenhower disse:
«Non era necessario colpirli con quella cosa orribile (...) di utilizzare la bomba atomica, di uccidere e terrorizzare i civili, senza nemmeno tentare [negoziati], era un doppio crimine».

Una serie di fattori contribuirono alla decisione dell'amministrazione Truman di usare le bombe.

1) Gli Stati Uniti fecero un enorme investimento di tempo, di intelligenza, di denaro (2 miliardi di dollari nel 1940) per la produzione di tre bombe e non c’era nessuna inclinazione, né il coraggio, di fermarsi.

2) La leadership politica e militare degli Stati Uniti - come molti americani comuni - ebbe un enorme desiderio di vendetta a causa di Pearl Harbor. La misericordia non è nella mentalità dei militari degli Stati Uniti, nè del popolo stanco della guerra. Così le missioni contro Hiroshima e Nagasaky furono accettate, senza fare domande, dalla maggior parte di quelle persone che conoscevano degli eventi solo la versione sterilizzata della sicurezza nazionale.

3) Il materiale fissile nella bomba di Hiroshima era all'uranio. La bomba di Nagasaki era una bomba al plutonio. La curiosità scientifica fu un fattore significativo che spinse il progetto fino al suo completamento. Gli scienziati del progetto Manhattan (e il cordinamento gestionale-amministrativo, il generale Leslie Groves) erano curiosi di sapere «Cosa sarebbe successo se una intera città fosse rasa al suolo da una bomba all'uranio?» «Che dire di una bomba al plutonio?»

La decisione di utilizzare entrambe le bombe fu fatta con largo anticipo rispetto al mese di agosto 1945. Accettare la resa del Giappone non era un'opzione reale, se la volontà era quella di andare avanti con l'esperimento scientifico. Naturalmente l'intervallo di tre giorni tra le due bombe era vergognosamente corto, se la bomba di Hiroshima è stato progettata per costringere la resa immediata. Le comunicazioni e le capacità di trasporto del Giappone erano nel caos, e nessuno, nemmeno i militari USA, tanto meno l’alto comando giapponese, poteva comprendere completamente quello che era successo a Hiroshima. (Il Progetto Manhattan era così top secret che anche Douglas MacArthur, comandante generale di tutto il teatro del Pacifico, era stato escluso dalle informazioni fino a cinque giorni prima di Hiroshima.)

4) I russi avevano proclamato la loro intenzione di entrare in guerra con il Giappone 90 giorni dopo il VE Day (il giorno della vittoria in Europa, 8 maggio), quindi l’8 agosto, due giorni dopo il bombardamento di Hiroshima. In effetti, la Russia dichiarò guerra al Giappone l'8 agosto e stava avanzando verso est attraverso la Manciuria quando Nagasaki fu incenerita. Gli USA non volevano che il Giappone si arrendesse alla Russia, nè volevano condividere il bottino di guerra.

La Russia stava per essere l'unica altra superpotenza - e il futuro nemico - così i primi minacciosi "messaggi" nucleari della Guerra Fredda furono inviati. La Russia infatti ricevette molto meno del bottino di guerra previsto, e le due superpotenze furono immediatamente impantanate nello stallo della guerra fredda che portò alla insostenibile corsa agli armamenti nucleari e alla possibilità di totale estinzione della razza umana. Quel che è accaduto è stato il reciproco fallimento morale e finanziario di entrambe le nazioni a causa della follia militare di due generazioni.

Si stima che circa 80.000 civili innocenti, più di 20.000 giovani giapponesi di leva senza armi siano morti all'istante nel bombardamento di Hiroshima. Centinaia di migliaia di persone hanno sofferto morti lente da ustioni agonizzanti, malattie da radiazioni, leucemie, anemie e infezioni incurabili per il resto della loro vita abbreviata. Generazioni di discendenti sopravvissuti sono stati afflitti da terribili malattie indotte da radiazioni, tumori e morti premature, tuttora in corso.

Un'altra vergognosa realtà che è stato coperta è l’esistenza ben nota al comando degli Stati Uniti del fatto che 12 piloti della Marina americana sono stati immediatamente inceneriti nel carcere di Hiroshima il giorno fatidico.

Così la versione ufficiale approvata dal Dipartimento alla fine della guerra nel Pacifico conteneva nuovi miti che hanno preso il loro posto nella lunga serie mitologica con cui gli americani sono stati continuamente alimentati dagli opinion leader politici e militari e dal potere mediatico, modificando l’efferatezza della guerra in un processo di glorificazione. L’elenco dei fatti censurati necessari alla comprensione di cosa è realmente accaduto include le invasioni militari statunitensi e le occupazioni dei paesi della Corea del Nord, Iran, Vietnam, Laos, Cambogia, Libano, Granada, Panama, Filippine, Cile, El Salvador, Nicaragua, Guatemala, Honduras, Haiti, Colombia, Kuwait, Iraq, Afghanistan, ecc, ecc Un elenco che esclude gli innumerevoli segreti del Pentagono / CIA su operazioni segrete, complotti e assassini nel resto del mondo, dove molte nazioni contengono basi militari americane (ottenute pagando generosamente o con la corruzione o con minacce di sanzioni economiche). (...)


Intervistato dal Tg2, Pierluigi Bersani ha dichiarato di voler rivedere la spesa per l'acquisto degli F-35, perchè la sua priorità è il lavoro e non i caccia. Nichi Vendola ha subito apprezzato, perchè le ali da tagliare sono quelle dei cacciabombardieri. Quando il PD fa una dichiarazione di sinistra, Sel segna un punto.

Bersani fece la sua proposta già nel confronto televisivo con Renzi, il quale gli rispose dandogli del demagogo. Non tutti infatti sono d'accordo. Il generale Tricarico difende l'acquisto degli F-35, e sostiene che hanno pure un ritorno economico di 13,5 miliardi per l'Italia. Sui costi complessivi si può leggere questo articolo del Post, scritto per dimostrare che la spesa nel suo insieme non equivale agli introiti dell'Imu. Altri invece non credono alla svolta del segretario del PD. 

Non ci crede lo storico pacifista Flavio Lotti, che scrive dal canto suo tutta la verità su Bersani e gli F-35. Dove denuncia l'approvazione parlamentare, con i voti del PD, del finanziamento di altri 500 milioni per la missione in Afghanistan e l'autorizzazione all'ingresso dell'Italia nella guerra in Mali, a fianco della Francia. Massimo D'Alema ritiene non sia una guerra coloniale. A suo tempo sosteneva che la guerra del golfo non era una guerra per il petrolio. Non ho la fonte, ricordo lo disse in un talk-show. 

La critica di Flavio Lotti è a sua volta criticata da un'altra storica pacifista, oggi vicina a Sel: Chiara Ingrao, che vede nelle parole di Lotti, la campagna elettorale del candidato di Ingroia invece del giusto riconoscimento di un risultato concreto, del passo avanti compiuto dal PD. 

Ma tra passi avanti e passi indietro, a che punto si trova il PD? Ad esempio, come si pone rispetto alle questioni sollevate da Barbara Spinelli sulla guerra in Africa a cui l'Europa si avvia a partecipare bendata? Che bilancio fa il PD di un quindicennio di guerre umanitarie e contro il terrorismo? L'impressione è che i passi avanti o indietro avvengano brancolando nel buio e che al di là delle mosse elettorali questi argomenti siano semplicemente fuori dall'agenda politica di chi si candida a governare, per continuare ad essere delegati ad un pilota automatico euro atlantico.

Una obiezione frequente è mossa da destra o dai radicali, che in effetti sinistra non sono: i pacifisti manifestano per la Palestina, ma non per la Siria. Tempo addietro, al posto della Siria era citato il Darfur, prima ancora la Cecenia. L’obiezione vuole dire che i pacifisti non manifestano con sincerità per la pace e la tutela dei diritti umani, altrimenti darebbero importanza alle vittime di tutti i conflitti, invece di dare importanza solo alle vittime di quei conflitti in cui è parte in causa Israele. O gli Stati Uniti, o l’Occidente. Dunque la vera motivazione dei pacifisti sarebbe l’ostilità ad Israele (l’antisemitismo camuffato da antisionismo), o l’ostilità agli Stati Uniti (l’antiamericanismo).

Chi muove questo tipo di obiezione - un politico, un giornalista, un blogger - da parte sua in genere non mostra  particolare sensibilità e non promuove iniziative per la Siria, il Darfur, la Cecenia. Mostra interesse a che non si parli della Palestina, dell’Iraq, dell’Afghanistan. Come se suo principale scopo fosse delegittimare il pacifismo e tutelare l’immagine di Israele, o dell’America o dell’Occidente. La sua obiezione spesso si riduce a un diversivo. Estendibile, replicabile e ribaltabile all’infinito.

Ad esempio, perchè non abbiamo manifestato e non manifestiamo per lo Yemen? 16mila morti sciiti dal 2004. E per il Pakistan? 36 mila morti dal 2004. E per il Kashmir? 68 mila morti dal 1989. E per l’India? 52 mila morti in Assam dal 1979, e 13 mila in Naxaliti dal 1980. E per la Birmania? 30 mila morti dal 1988. E per la Thailandia? Oltre 5 mila morti dal 2004. E per le Filippine? 41 mila morti dal 1969 (Npa) e 71 mila morti dal 1984 (Mindanao). E per la Somalia? 14 mila morti dal 2006. E per l’Etiopia? 4 mila morti dal 1994 (Ogaden). E per il Congo? 6 mila morti dal 2004. E per il Sudan? 300 mila morti dal 2004 (Darfur). E per la Repubblica Centrafricana? 2 mila morti dal 2003. E per il Ciad? 2 mila morti dal 2005. E per la Nigeria? 15 mila morti dal 1994. E per l’Algeria? 200 mila morti dal 1992. E per il Caucaso? 50 mila morti dal 1999. E per la Colombia? 300 mila morti dal 1964. Per il Messico? 45 mila morti dal 2006 (Narcos).

Possiamo domandarci quanto ci siamo occupati di questi conflitti, di queste repressioni, della politica interna di questi paesi. Ma un conto è interrogarsi sul perchè la nostra attenzione, il nostro impegno viene monopolizzato da alcune situazioni, trascurandone altre, un altro è usare questa domanda come arma contundente da dare in testa ai pacifisti. Lo si può dare in testa a chiunque.

E vero tuttavia, che un pezzo, sia pure minoritario del pacifismo ha uno scopo specularmente opposto: denigrare l’immagine di Israele, Usa, Occidente e tutelare l’immagine dei regimi antioccidentali, come la Siria o l’Iran, o come lo erano l’Iraq di Saddam o la Libia di Gheddafi. Sempre in senso anti occidentale, poichè la sua concezione della lotta all’imperialismo è geopolitica, è una lotta tra stati, come lo era ai tempi della guerra fredda, con l’America e i suoi alleati, primo fra tutti Israele, e quel che resta o può sostituire il campo dell’Urss.

Da notare che queste componenti contrapposte e specularmente faziose usano spesso e volentieri come argomento retorico e propagandistico contro i loro avversari la medesima accusa di doppiopesismo. Abbiamo visto i radicali impegnati in campagne per la salvaguardia dei diritti umani, per la libertà e la democrazia, quando questi erano calpestati da regimi comunisti. Oppure oggi quando sono calpestati da regimi islamisti o comunque antioccidentali. Ma non abbiamo visto i radicali impegnarsi nello stesso modo contro le dittature militari fasciste dell’America Latina, o contro il Sudafrica dell’apartheid, o contro l’occupazione israeliana dei Territori Palestinesi. Quando l’oppressione ha un segno occidentale, sono i radicali ad essere distratti. O a porsi direttamente dalla parte degli oppressori.

La maggioranza del pacifismo però è estranea a motivazioni dettate da una scelta di campo, almeno dagli anni ‘80. Il movimento pacifista, quella seconda superpotenza mondiale indicata dal New York Time nel 2003, l'unica capace di opporsi a Washington in procinto di attaccare Baghdad, non è contro l’Occidente, ma è occidentale e investe il suo potenziale di opinione pubblica nei confronti dei governi occidentali. I suoi governi, i governi dei suoi alleati. Il movimento pacifista non si sente e in effetti non è opinione pubblica rispetto ai governi extra occidentali, riesce perciò a mobilitarsi solo nel raggio della sua sfera d’influenza. Così come i dissidenti sovietici, a loro volta accusati di antisovietismo, lottavano contro la violazione dei diritti umani in Urss, nei regimi dell’est e non si occupavano della violazione dei diritti umani in Cile, in Salvador o in Argentina.

Nello specifico del caso siriano, come in quello del caso libico, poiché non è chiaro come possa essere controparte della mobilitazione un regime esterno all'Occidente, c'è il rischio che si impongano come interlocutori di nuovo i governi occidentali, per avvalersi di un consenso che il pacifismo non potrà mai dare a favore di un intervento armato.

In questo senso, il movimento pacifista, soprattutto nella sua dimensione più estesa, è parziale e limitato. Nelle potenzialità come nella dipendenza dalle leggi dell’opinione pubblica. Anche se poi, pacifismo non è solo manifestazioni di piazza. La diffusione di notizie e appelli relativi a quegli «altri conflitti» avviene soprattutto attraverso le pubblicazioni dei pacifisti. 

Paladini dell’Occidente e antimperialisti geopolitici spiegano le attenzioni e le disattenzioni dell'avversario sulla base di motivazioni ideologiche, come se il mondo fosse diviso soltanto in aree ideologiche (l’Occidente, l’Islam, il Comunismo, etc.). Il mondo è diviso anche in centri e periferie. Quello che avviene nei centri è più importante di quello che avviene nelle periferie. Più importante per tutti. Stati, partiti, movimenti, mass-media, opinione pubblica. Vale nella politica internazionale come nella cronaca nera. 

Diviso il mondo per aree ideologiche, è possibile notare vistose differenze di attenzione nell’ambito della stessa area ideologica. Ad esempio, la questione curda in Turchia durante la guerra fredda e subito dopo, poteva essere usata nella propaganda contro la Nato, ma ciò non è mai successo se non quando il capo del Pkk è venuto in Italia. Per alcuni mesi la questione curda è stata la questione più importante del mondo. Era nel nostro centro, in Italia. Era un fatto nuovo che rimetteva in movimento le sorti del conflitto in Kurdistan con un esito imprevedibile. Era un fatto che ci divideva, che creava una contrapposizione politica. Era un fatto che metteva in contraddizione le nostre leggi, i nostri principi, con i rapporti con i nostri alleati della Nato, la Turchia e gli Stati Uniti. Passato Ocalan, la questione curda è tornata nell’oblio. E dopo vent’anni si potrebbe domandare ai pacifisti, ma anche ai radicali, perchè non manifestano per i curdi. All’epoca, l’argomento curdo fu usato da Pierluigi Battista contro l’intervento della Nato in Kosovo.

Anche il tema della nostra sofferenza per le vittime - perchè soffriamo più per alcune e meno per altre - può conoscere reazioni diverse, non solo tra due conflitti, ma anche rispetto al medesimo conflitto. Mille e quattrocento palestinesi morti uccisi in una campagna di bombardamenti di tre settimane come è stata Piombo fuso a Gaza fine 2008, inizio 2009 ci fanno soffrire di più di centinaia di palestinesi morti in seguito ai ferimenti di quella aggressione militare o nel corso di un lungo stillicidio di omicidi mirati, rappresaglie, effetti collaterali, rastrellamenti, distruzione di uliveti, demolizione di case, cecchinaggi in prossimità dei valichi o dei limiti di pesca nelle acque marine. Anche per queste vittime palestinesi che non fanno notizia, che appartengono alla routine dell’occupazione israeliana, non manifesta nessuno e la sofferenza che proviamo è quasi inesistente.

Ecco in sintesi la causa delle incomprensioni sul conflitto mediorientale. La spiega Alessandro Litta Modigliani su Notizie Radicali, pubblicazione del più filoisraeliano dei partiti italiani. Il conflitto è chiamato con il nome "sbagliato": israelo-palestinese. Al posto di quello "giusto": arabo-israeliano. L'articolo è ripreso dall'Opinione.

1) Il nome giusto del conflitto sarebbe “arabo-israeliano”, perchè la guerra cominciata nel 1948 e proseguita nel 1956, 1967, 1973, 1982, ha sempre visto gli stati arabi come controparte di Israele.

In realtà, l’attacco arabo al neonato stato israeliano avvenne quando la nakba era già in atto (Il massacro di Deir Yassin è precedente la proclamazione d’indipendenza). La guerra civile comincia nel novembre 1947, subito dopo il voto di spartizione all’Onu, e il conflitto esisteva già da molto prima del 1947-48.

Negli anni venti e trenta numerose furono le dimostrazioni di protesta da parte dei neo nati movimenti palestinesi, che sovente sfociarono in veri e propri scontri a tre tra l'esercito di Sua Maestà britannica, i residenti arabi e i gruppi armati dei coloni ebrei. Spesso gli attriti non erano dovuti all'immigrazione in sé, ma ai differenti sistemi di assegnazione del terreno: gran parte della popolazione locale per il diritto inglese non possedeva il terreno, ma per le abitudini locali possedeva le piante che vi venivano coltivate sopra (tra cui gli alberi di ulivo, che erano la coltura prioritaria e che, vivendo anche secoli, divenivano dei "beni" passati di generazione in generazione nelle famiglie); di conseguenza, molti terreni usati dai contadini arabi, erano ufficialmente (per la legge inglese) senza proprietario e venivano quindi acquistati (o ricevuti in affidamento) da coloni ebrei appena immigrati che, almeno in un primo tempo, erano ignari di questa situazione. Questo meccanismo, unito alle regole con cui venivano solitamente gestiti i terreni assegnati ai coloni (la terra doveva essere lavorata solo da lavoratori ebrei e non poteva essere ceduta o subaffittata a non ebrei), di fatto toglieva l'unica fonte di sostentamento e lavoro a moltissimi insediamenti arabi preesistenti (Wikipedia).
Ma, dopo aver sostituito “palestinese” con “arabo”, retrodatare l’inizio del conflitto “arabo-israeliano” a prima del 1948 implicherebbe sostituire anche “israeliano” con “sionista”. Il principale manuale di riferimento del conflitto, Vittime, ad opera di Benny Morris, ha per sottotitolo: Storia del conflitto arabo-sionista. 1881-2001. Definizione che, se introdotta nel linguaggio pubblicistico corrente, evocherebbe la messa in discussione della legittimità di Israele, già definito “entità sionista” dai suoi nemici, proprio per negarne il riconoscimento come stato. Tuttavia, la negazione di una soggettività politica (quella palestinese), inevitabilmente fa traballare anche l’altra (quella israeliana).

2) Il nome "sbagliato" del conflitto sarebbe israelo-palestinese, per tre ragioni: 1) l’intifada palestinese sarebbe solo una guerra per procura (gli stati arabi farebbero la guerra ad Israele attraverso i palestinesi, impossibilitati a farla direttamente), 2) Controparte di Israele è anche Hezbollah, partito islamista libanese sciita (mentre i palestinesi sono sunniti), 3) Infine, l’Iran che vuole dotarsi dell’arma nucleare per dominare il mondo arabo e distruggere Israele. L’Iran che è non è neppure uno stato arabo.

Qui le cose si complicano. 1) Come il soggetto del conflitto lo si può estendere da un lato, lo si può estendere anche dall’altro. Se i palestinesi sono armati e finanziati dall’Iran e da alcuni paesi arabi, Israele è finanziata e armata dagli Stati Uniti e da alcuni paesi europei, oltre che dalle comunità della diaspora ebraica. La stessa Israele, fin dal suo progetto originario, si concepisce come un avamposto dell’Occidente in un mondo di barbari. 2) I palestinesi vengono definiti sunniti, ma il sunnismo è un orientamento dell’Islam, può riguardare Hamas, ma molte organizzazioni palestinesi a cominciare da Fatah, sono laiche. Se si vogliono connotare i palestinesi per appartenenza religiosa, come si fa per gli Hezbollah e l’Iran, si finisce per parlare di una guerra di religione. Allora il nome giusto del conflitto sarà “ebraico-musulmano” o peggio ancora “giudaicocristiano-musulmano”. 3) Impossibile, infatti, tenere l’Iran persiano nei confini di un conflitto “arabo-israeliano” se non intendendo l’arabo come un sinonimo del musulmano.

Se è un conflitto di religione che coinvolge più stati, ne risulta il vecchio conflitto di civiltà, pensato dopo il 1989, da Samuel P. Huntington, precursore involontario dei neocons. I radicali, in materia mediorientale, hanno molto in comune con i neocons. Che lo schema fosse congeniale ad Israele fu intuito da Sharon nel 2001, dopo l’attacco alle torri gemelle, secondo cui il conflitto “israelo-palestinese” non era altro che la prima linea del conflitto di civiltà. Sharon come Bush e Arafat come Bin Laden. Al Qaeda fu in effetti una grande sciagura per le sorti della seconda intifada.

Tuttavia, credo Litta Modigliani, preferisca uno schema nel quale Israele risulti solo contro tutti, o quanto meno contro un grande insieme arabo-musulmano (persiani inclusi). I suoi argomenti non sono del tutto sbagliati (a parte l'idea che gli stati arabi abbiano ancora in cima ai loro pensieri la guerra ad Israele). Lo diventano se pretendono di essere esclusivi, di voler sostituire altri argomenti invece che limitarsi ad aggiungersi. E’ evidente che esiste una tensione tra Israele e Iran, come tra Israele ed Hezbollah. E’ evidente che sono esistite guerre arabo-israeliane. Così come è evidente che esiste un conflitto israelo-palestinese. Questi conflitti esistono tutti insieme e di ognuno va riconosciuta la sua specificità, la sua ragion d’essere, irriducibile entro questa o quella cornice. Spiegarsi tutto con un odio e un fanatismo fuori contesto, è un buon modo di dialogare come un sordo.

L’articolo non spiega se quella palestinese sarebbe una guerra per procura, perchè i palestinesi da soli non avrebbero la forza di ribellarsi all’occupazione israeliana dei loro territori, o perchè non avrebbero in realtà alcuna ragione per ribellarsi e la stessa occupazione israeliana neppure esisterebbe se solo i palestinesi si comportassero bene (o tutti gli arabi dovrebbero comportarsi bene?). Lo sguardo che riduce i palestinesi a pedine di forze più potenti (gli stati arabi, l’Iran), che nega loro ogni soggettività, ogni ragione autonoma di conflitto, è speculare allo sguardo di chi si spiega ogni conflitto - dalle pussy riot alla guerra civile siriana - come frutto di un complotto della Cia, di una interferenza americana o occidentale volta a destabilizzare questo o quel regime. Le interferenze ci sono, ma queste non annullano e non sovrastano le cause interne e autonome di quei conflitti. Allo stesso modo, gli interessi degli stati arabi o dell’Iran non annullano la causa palestinese, l’aspirazione all’autodeterminazione o quanto meno il riconoscimento di uno status giuridico, di una cittadinanza. E’ infatti, ben difficile sobillare, strumentalizzare e armare la minoranza palestinese residente e cittadina in Israele. La questione palestinese è precedente il 1948, era già implicita (proprio perchè negata) nello slogan originario del sionismo, una terra senza popolo, per un popolo senza terra, e viene rilanciata nel 1967 con l’occupazione e poi la colonizzazione di Gaza e della Cisgiordania.

E’ comunque vero che sul conflitto mediorientale esiste un dialogo tra sordi, anche più di uno. Tra chi vede solo diritti esclusivi e concepisce il conflitto come un gioco a somma zero. Tra chi è favorevole alla convivenza, ma presume che i diritti di una parte debbano essere subordinati a quelli dell’altra. E tra chi pensa che gli uomini siano tutti uguali e pure i diritti debbano essere uguali, riconosciuti allo stesso modo, incondizionatamente, reputando perciò intollerabile che da oltre 40 anni, a tre milioni di persone sia negata la sovranità e l’indipendenza sulla propria terra e nello stesso tempo sia negata la cittadinanza dello stato occupante.

Un governo può avere tra i fondamenti della sua politica il consenso di una parte del suo popolo, che lo acclama nelle piazze o lo elegge nelle urne; ciò però, non dovrebbe far giungere alla conclusione che sia il popolo ad essere responsabile, o quantomeno corresponsabile, della politica del governo.

Una idea di questo tipo ha implicazioni razziste e violente. E' l'idea che crea lo stereotipo del tedesco nazista e che deve aver fatto sembrare plausibile al nostro presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, apostrofare come Kapò, il presidente degli eurodeputati socialisti Martin Schulz, nel luglio 2003. O peggio ancora, è l'idea in base alla quale, nel 1999, in prima serata televisiva, ospite di Michele Santoro, il politologo Edward Luttwak giustificò i bombardamenti americani su Belgrado, sostenendo che il popolo serbo era corresponsabile della politica di Milosevic, avendolo eletto per due volte, e quindi la guerra contro il regime non poteva che essere anche una guerra contro il popolo serbo.

E'' un principio che ricorre spesso nel conflitto arabo-israeliano. Intervistato dal Weltam Sonntag, che chiedeva conto delle conseguenze sui civili, degli attacchi israeliani, nel luglio 2006, Olmert rispose: (...) La popolazione che finora li appoggiava è in fuga, ha perso case e proprietà, è in collera. In ogni modo, hanno sempre odiato Israele. Hanno concesso rifugi e nascondigli agli Hezbollah. Hanno spesso nascosto in casa le rampe dei razzi (...) Gli Hezbollah sono civili e nascosti tra i civili, non sono un esercito regolare. E capita di leggere, su blog e forum, da parte di qualche sostenitore filo-israeliano, che se i palestinesi hanno votato Hamas, si meritano il blocco economico e l'assedio di Gaza, oppure da qualche sostenitore filo-palestinese (magari antisemita), che il popolo israeliano avendo votato Beghin, Shamir, Netanyahu e Sharon, e avendo prestato servizio militare in Tsahal, è responsabile nel suo complesso della politica israeliana nei confronti del loro vicino.

Ma questa responsabilità non può esistere, o almeno non può essere intesa in modo così diretto e intenzionale. In ogni popolo convivono orientamenti diversi, la maggioranza vota in base alle sue informazioni, ai suoi sentimenti, alle sue paure. Che possono cambiare. I cittadini assolvono i propri doveri, secondo le leggi dello stato, prestano servizio militare, così come pagano le tasse, e talvolta lavorano per fabbriche d'armi, o in un indotto che in qualche modo li rende parte di un ingranaggio che non controllano. L'idea che essi, cittadini, civili, in quanto parte di un popolo, siano corresponsabili delle decisioni dei vertici politici e militari, apre la strada al razzismo in tempo di pace, e alle punizioni collettive e indiscriminate in tempo di guerra.

(Metaforum, settembre 2008)


La Stampa si compiace della rivincita di Bill Clinton alla convention democratica di Charlotte. Vede Obama virare verso le posizioni moderate non ostili a Wall Street del suo predecessore, capace di guidare una delle amministrazioni di maggior successo sul piano economico nella storia americana.

Ma, senza nulla togliere alle colpe di Bush, proprio Bill Clinton è tra i responsabili della crisi finanziaria globale. Sua è la revoca del Glass-Steagall-Act.

(...) Il cosiddetto Tarp (Troubled asset relief program) prevedeva un programma di interventi statali in più fasi nel cuore dell'economia Usa, ponendo fine al modello economico della deregulation reganiana impiegato negli Stati Uniti durante gli anni seguiti alla caduta del muro di Berlino e alla fine della Guerra Fredda. Gli ingenti piani di nazionalizzazione e di intervento nel sistema economico americano ponevano fine a un'epoca in cui l'amministrazione americana, soprattutto negli anni 90 (presidenza Clinton), aveva esercitato pressioni sulle banche semipubbliche perché concedessero più credito ai ceti meno abbienti, secondo il credo nel sogno americano, adoperandosi per rimuovere la separazione del sistema bancario americano (sostituendo il Glass-Steagall Act con il Gramm-Leach-Billey Act che ha legittimato la nascita di grandi conglomerati finanziari) tra attività bancaria tradizionale e investment banking. 
(Crisi economica del 2008-2012 - Wikipedia)



Chi vede la realtà come una scacchiera, pensa che ogni cosa che si muove sia una pedina. Le pedine le divide in due modi: 1) bianco e nero; 2) le pedine sacrificabili e quelle non sacrificabili. In ultima istanza le pedine sono tutte sacrificabili, tranne il re. Perciò, coloro che vedono così si chiamano realisti.

Essere filoisraeliani ha un vantaggio pragmatico e uno svantaggio morale. Il vantaggio pragmatico è un vantaggio etnocentrico, dato dal fatto di difendere i più simili a noi. Lo vedi nel momento in cui siamo tutti disposti a discutere della violenza israeliana, ma non di quella palestinese. Sulle guerre, le rappresaglie, gli embarghi, gli omicidi mirati, le torture e le condizioni di detenzione decise da Israele, siamo disposti a dividerci, anche duramente, ma diamo per scontato che la si possa pensare in un modo o in un altro, che ci siano favorevoli o contrari. Non siamo disposti a pensare la stessa cosa riguardo la violenza palestinese, delegittimata fin dal modo di nominarla: “terrorismo”. Quella è ovvio che tutti devono condannarla. E chi non la condanna, quasi perde titolo a partecipare al dibattito. Il sostenitore del b52 o del merkava rimane sempre presentabile. Il sostenitore del quassam o dell’attentato suicida diventa un imprensentabile. Da questo lato, le cose sui forum funzionano abbastanza bene, perchè questa logica è accettata dagli stessi filopalestinesi. Pur con le loro idee, appartengono anch’essi alla tribù degli europei, bianchi, occidentali e cristiani (o laici).

Lo svantaggio morale di essere filoisraeliani è dato dal fatto che viviamo in un fazzoletto storico temporale nel quale tutti dicono di credere nel principio di uguaglianza e pari dignità di tutti gli esseri umani. Tutti dicono di crederci e tutti pensano che sia male dire il contrario. Persino i nazisti che, infatti, non rivendicano la loro opera criminale, la negano soltanto. In questo fazzoletto, mettersi a difendere una disparità è terribilmente scomodo. E’ vissuto appunto come immorale. Il difensore della disparità si sente messo all'angolo da un avversario (il moralista, l’anima bella, il finto pacifista) che approfitta del suo svantaggio morale, per metterlo in difficoltà e così prova rabbia verso di lui.

Tre milioni e mezzo di persone a cui è contemporaneamente negata l’autodeterminazione in un proprio stato e la cittadinanza dello stato altrui (dell’occupante) costituiscono una condizione ingiustificabile di disparità. Ingiustificabile nell’ambito dei Diritti dell’Uomo.

Allora, come si difende in questo ambito una disparità? 1) Negandola. “I palestinesi, non esistono, li hanno inventati, importati, e la Nakba se la sono fatta da soli”. 2) Rovesciandola. “Sono loro che ci vogliono distruggere. Hanno sempre rifiutato la pace. Sono pazzi e fanatici. Noi vorremmo convivere con loro, ma loro ci odiano, ci odiano, ci odiano, e tutto il mondo li ama e li coccola, perchè hanno il petrolio, mentre noi siamo solo un piccolo paese circondato da un miliardo di arabi.”. 3) Cambiando discorso. “Parlate troppo dei palestinesi, ce l’avete sempre con Israele, non parlate mai del Darfur” - e fin qui ancora ci siamo con le compatibilità di un forum, ma... 4) Delegittimando l’interlocutore: “Potete avere ragione o torto, ma la verità è che siete antisemiti”. E qui cominciano i guai. Anche perchè i filopalestinesi non sempre colgono la necessità di questo comportamento e quando non la colgono si indignano.

* * *

Ho usato le etichette per comodità espositiva. La seconda, quella di filopalestinese è in realtà molto discutibile. E', come molte cose nel dibattito, un concetto che corrisponde al punto di vista israeliano, il quale intende il conflitto come un gioco a somma zero, un conflitto tra due popoli, due nazioni, per cui non resta che preferire l'uno o l'altro, poichè la contesa avverrebbe su risorse e diritti esclusivi.

Così, anche per me, quella definizione sta strettissima. Mi percepisco come "pacifista" o come sostenitore della universalità dei diritti. E la prospettiva che auspico non è la vittoria di un popolo sull'altro, la sconfitta e la punizione di uno dei due, ma una convivenza pacifica e giusta tra i due popoli, su basi di pari dignità per entrambi e per tutti gli individui. Talvolta si discetta se esista realmente l'uno o l'altro popolo, per mettere in dubbio il diritto all'autodeterminazione, sorvolando sul fatto che, in ogni caso, esistono le persone, gli individui di quei due popoli, a cui devono comunque essere riconosciuti i diritti di cittadinanza.

Ho citato gli argomenti strumentali che i filoisraeliani usano per recuperare il loro svantaggio morale. E li ho citati per dire ai loro antagonisti di non irritarsi troppo quando si trovano di fronte a quegli argomenti, perchè sono argomenti necessari. Dal canto loro, gli antagonisti, ovvero i pacifisti o i filopalestinesi, non hanno bisogno di strumentalizzare, poichè già dispongono del vantaggio morale. Piuttosto possono sentirsi delegittimati sul piano etnocentrico, poiché in qualche modo "tradiscono" la propria parte (l'Occidente) a favore di un altro mondo.

Ciò detto, anche nel campo pacifista o filopalestinese possono maturare atteggiamenti sbagliati, come succede in tutte le contrapposizioni politiche, atteggiamenti negativi che mirano soprattutto a mostrare la nefandezza altrui, che non a indicare una via d'uscita: giochiamo a quanto fa schifo Israele. Questo aspetto c'è.

Mi è capitato di leggere il rilancio di una vecchia notizia di Fulvio Grimaldi. Secondo cui, con il pretesto di combattere la tricofitosi, dal 1951 il ministero della sanità israeliano fece un esperimento nucleare di massa su centomila bambini sefarditi sottoposti a dosi massicce di raggi gamma, con tanto di finanziamento statunitense, poichè in Usa era proibito fare esperimenti del genere sui propri detenuti e malati mentali. Migliaia di bambini morirono, molti svilupparono tumori e altre malattie. In un film documentario trasmesso su Channel Ten, per Dimona Productions, reperibile anche su Haaretz, uno storico spiega che l'operazione era parte di un programma eugenetico mirato a eliminare le componenti deboli o difettose della società. Provocatoriamente Grimaldi invita i giornalisti esperti in antisemitismo a prendere visione del film.

Tutto è possibile. Anche l'ipotesi peggiore può essere presa in considerazione. Si legga Gad Lerner sulle vite indegne di essere vissute, opera di Marco Paolini, là dove scrive: "L´eugenetica, pseudoscienza della selezione ottimale della specie umana, ben prima del nazismo, e ben oltre, affonda le sue radici nel positivismo della razionalità occidentale (...) il medico che rivendicava la sua funzione sociale a beneficio di una collettività impoverita che doveva pur risparmiare per sopravvivere, dandosi priorità di tutela, e che magari si sforzava di non lasciar soffrire, sopprimendola, la vita indegna di essere vissuta, siamo così certi avesse una sensibilità tanto diversa dalla nostra? Non agiva forse anch´esso per il progresso?" Politiche eugenetiche applicate sono attribuite anche a Stati Uniti, Svezia e Finlandia.

Tuttavia, ipotesi e testimonianze sono da presentarsi come tali, dando conto del quadro d'insieme, per quanto lo permettano il materiale e le fonti disponibili. La scelta di evidenziare una sola lettura, una sola ipotesi, la più demonizzante possibile, omettendo tutto il resto dà luogo ad un modo di fare informazione fazioso, propagandistico che, se rivolto senza nessuna cautela contro lo stato ebraico, finisce per essere contiguo al repertorio antisemita.

Sul Ringworm affair c'è una scheda di Wikipedia in inglese.
Le cifre del post di Grimaldi tratte dal film citato vanno probabilmente ridimensionate. I numeri attribuiti al caso israeliano sono forse i numeri su scala mondiale: 200 mila bambini trattati, 6 mila morti. I bambini trattati in Israele dovrebbero essere soltanto (si fa per dire) 15-20 mila. Secondo i dati demografici di'archivio, la comunità di migranti marocchini in Israele era composta da 80 mila persone, i minori dovevano essere circa 20-25 mila. I sottoposti al trattamento non potevano essere di più. Il trattamento non era sperimentale, bensì la procedura utilizzata in tutto il mondo tra il 1910 e il 1959, e prevista dallo standard Adamson-Kienbock.
Il film documentario "The Ringworm Children", fonte principale della divulgazione di accuse contro l'establishment medico israeliano, è stato proiettato in Israele nel 2003 ed ha vinto il Festival internazionale del Cinema di Haifa. Nel 2007 però i produttori si sono dissociati dalle conclusioni del film. 
Il trattamento standard della tigna. La narrazione accusatoria non tiene conto del fatto che il trattamento contro la tigna cui sono stati sottoposti i bambini sefarditi in Israele negli anni Cinquanta era parte di due contesti molto più ampi. 1) Il contesto internazionale, che vedeva sottoposti al medesimo trattamento i bambini di molte altre parti del mondo, in Siria, in Jugoslavia, a New York, in California, in Portogallo, in Svezia. L'agente principale dietro queste operazioni di eradicazione della tigna era l'Unicef. 2) E il contesto ebraico più ampio e precedente allo Stato di Israele. Tra gli anni 1921-1938 ci fu una campagna tra gli ebrei dell'Europa Orientale nel corso della quale furono irradiati circa 27 mila bambini, in parte per consentire alle loro famiglie di emigrare, dato che la tigna era motivo di esclusione dagli Stati Uniti e altrove. Gli organizzatori erano convinti che la campagna europea era stata coronata da successo e quindi cercarono di far beneficiare gli ebrei del Marocco della stessa campagna. Solo che la maggior parte dei bambini ebrei  irradiati in Europa orientale morirono nell'Olocausto, quindi non c'era modo di conoscere le conseguenze che tale trattamento ebbe su di loro.

Quali siano i limiti della responsabilità dello Stato d'Israele per le conseguenze della campagna medica degli anni Cinquanta è un dibattito aperto. L'idea che me ne sono fatto è che si sia trattato di una vicenda segnata dalla paura, dalla diffidenza e anche da un pregiudizio razzista europeo nei confronti di immigrati provenienti dall'Africa e dal Medio Oriente, con la sopravvalutazione del pericolo di malattie da trattare con indiscriminato eccesso terapeutico. Che poi gli studi sul rapporto tra le radiazioni e i tumori e gli altri effetti collaterali, accertato solo molti anni dopo il 1960, possano essere stati considerati anche in ambito militare, è possibile. Israele ha comunque ammesso una propria responsabilità legale e morale, approvando alla Knesset nel 1994 una legge per il risarcimento, anche se, scrive Haaretz, le condizioni del risarcimento sono tali da impedire ad una piccola somma di raggiungere la gran parte delle vittime.


Riferimenti:
The Ringworm Children (produced by the Dimona Communications Center and directed by Asher Nachmias and David Balchasan)
Ringworm affair (Wikipedia)

Esiste una vecchia pagina di Paolo Attivissimo dedicata alla morte di Rachel Corrie, attivista statunitense dell'Ism, uccisa il 16 marzo 2003 da una ruspa israeliana, mentre con altri suoi compagni tentava di impedire la demolizione di case palestinesi. La pagina di Attivissimo si concentra nella confutazione, o quanto meno nell'analisi critica, del testo di un appello che accusa il conducente del caterpillar di aver ucciso Rachel a sangue freddo e del fatto che la documentazione fotografica non è sufficiente per dimostrare questa tesi. Infine, Attivissimo mostra una foto che ritrae Rachel mentre brucia una bandiera americana, al fine di introdurre un dubbio sulla sua identità pacifista.

Nulla da obiettare sugli specifici ragionamenti dell'esperto antibufale. Qualcosa da obiettare c'è invece su ciò che egli ha scelto di mettere a fuoco. Il privilegiare un fotogramma rispetto al contesto. Che Rachel Corrie sia stata uccisa in modo doloso o colposo dal conducente del caterpillar è questione secondaria, rispetto alla responsabilità complessiva dell'esercito israeliano. Era in atto una operazione volta a demolire case palestinesi. Erano presenti manifestanti civili intenzionati a resistere in modo non violento a tale operazione, interponendo i propri corpi tra le case e le ruspe. L'esercito avrebbe dovuto sospendere le operazioni e allontanare i manifestanti, in ogni caso, dare la precedenza alla salvaguardia della vita e dell'incolumità delle persone presenti. Invece l'esercito ha scelto di dare la priorità alla demolizione delle case, correndo il rischio dell'incidente. Volontario o involontario. Che poi è avvenuto, causando la morte di una ragazza. E la giustizia israeliana ha frettolosamente archiviato il caso.

Per quanto concerne la definizione di pacifismo, non so se l'ISM - il movimento di cui Rachel faceva parte - si autodefinisca così o in altro modo. Rachel si definiva "osservatore dei diritti umani". L'ISM è un movimento di solidarietà con il popolo palestinese. Quale che sia la sua teoria, la sua prassi è non violenta. Tuttavia, il dare fuoco alla bandiera americana può lo stesso conciliarsi con il pacifismo, dato che parliamo di attivisti statunitensi, non europei, che bruciano la bandiera del proprio paese, non quella del paese di altri. Un atto simbolico, dimostrativo fin dai tempi del movimento contro la guerra del Vietnam, che esprimeva opposizione ad un nazionalismo che si faceva imperialismo e militarismo. Un modo dissacrante per dire già allora "Non in mio nome". Negli Stati Uniti, sia pure tra molto controversie, bruciare la bandiera del paese, fa parte della libertà di espressione.


Riferimenti:
Rachel va a teatro. Non si uccidono così le giovani pacifiste (Mario Vargas Llosa, La Stampa 7.11.2006)
«Grazie a Rachel Corrie scoprimmo i palestinesi» (Elisabeth W. Corrie, il Manifesto 30.12.2003)
Rachel Corrie su YouTube
Rachel Corrie Foundation (Facebook)



La Corte dell'Aja è entrata in vigore nel 2002, alla ratifica dello statuto da parte del sessantesimo stato.

Parla di "sospetti" di crimini di guerra in relazione all'omicidio di Gheddafi. Una formulazione molto blanda, per un linciaggio e una esecuzione sommaria evidente, persina filmata.

Ciò detto, è probabile che per casi anche più gravi, la Corte sia rimasta in silenzio. Organismi di questo tipo si danno una mossa per dare una copertura legale a situazione di aggressione militare e una parvenza di autonomia per se stessi.

La stessa Corte a giugno aveva incriminato Gheddafi addirittura per crimini contro l'umanità e disposto il suo arresto.


La Corte dell'Aja: «Sospetto crimine di guerra l'omicidio di Gheddafi»

Il paragone tra la fine dell'ex leader libico e quella del duce mi convince solo in parte, perchè Mussolini fu ucciso quando la guerra doveva ancora finire, non si era ancora costituito il potere della nuova Italia e i partigiani non erano nelle condizioni di poter tenere e gestire il prigioniero, nè si fidavano degli alleati i quali avrebbero preteso gli venisse consegnato. I partigiani non avevano interesse al suo silenzio in un eventuale processo. Tra i capi della Resistenza non c'erano ex dirigenti del regime fascista. Inoltre, successe nel 1945, un'epoca in cui la concezione del diritto internazionale, del diritto di guerra era meno evoluta di quella di oggi.
Se la fine di Mussolini, lo scempio di Piazzale Loreto poteva essere vissuto come una macchia disonorevole per la guerra di liberazione, in contraddizione con i suoi valori e ideali, la fine di Gheddafi, il suo linciaggio, la sua esecuzione non disonora l'aggressione alla Libia più di quanto non lo sia già, ne è l'epilogo coerente, semmai evidenzia il disonore al grande pubblico. L'esecuzione di Mussolini gettò un'ombra sulla Resistenza, l'esecuzione di Gheddafi getta una luce sulla Nato e sul Cnt.

* * *

Il CLN non decise di uccidere Mussolini per liberarsi di un testimone scomodo. Nè lo fece per conto terzi. L’uccisione di Gheddafi non è paragonabile all’uccisione di Mussolini, se non apparentemente. Il paragone è molto azzardato come ogni paragone che mette a confronto un fatto storico e un fatto attuale. Mussolini e Gheddafi sono due dittatori morti per uccisione violenta da parte dei loro antagonisti sostenuti da alleati stranieri. Le analogie si fermano qui. Mentre il confronto vorrebbe usare la guerra di liberazione italiana per spiegare quella libica. Così come si usa il confronto con le primavere arabe di Tunisia ed Egitto. Si usano le analogie per spiegare quello che avviene in Libia, perchè quello che avviene in Libia non è chiaro, non è sufficientemente conosciuto. Ma torniamo al confronto con il nostro '43-45 e vediamo alcune importanti differenze.

La Nato ha sempre negato di avere Gheddafi come obiettivo. Ha sempre trattato il Colonnello come un affare interno alla Libia. Anche l’ultimo giorno, dopo aver bombardato il suo convoglio in fuga, ha negato di essere a conoscenza del fatto che in quel convoglio ci fosse Gheddafi.
Al contrario, gli alleati avevano esplicitamente Mussolini come obiettivo: farlo prigioniero di guerra. La sua consegna alle Nazioni Unite era esplicitamente disposta nel patto di armistizio del 1943.

Il CLN rivendicò l’esecuzione di Mussolini.
Il CNT non rivendica l’esecuzione di Gheddafi, dichiara di non sapere con esattezza come è morto, non esclude sia successo durante una sparatoria, magari proprio per mano dei lealisti.

Due giorni precedenti la cattura, il CLN emise una sentenza in cui condannava a morte tutti i massimi gerarchi fascisti catturati, in quanto responsabili di aver abolito le libertà costituzionali e portato l’Italia alla catastrofe della guerra. Subordinando tuttavia la decisione finale alla sentenza di un tribunale militare. Non si conosce analogo documento del CNT. D’altra parte, Gheddafi non può essere accusato di aver abolito le libertà costituzionali (ha abolito una monarchia subalterna agli stranieri), nè di aver portato il paese alla guerra. Non ha aggredito i paesi belligeranti, ha invece subito una aggressione. Mussolini aveva consegnato il paese all’occupazione tedesca e rifiutava di firmare la resa ai partigiani solo per timore di firmarla prima dei tedeschi e poter essere accusato da loro di tradimento. Gheddafi con tutti i suoi limiti è stato semmai garanzia di sovranità e indipendenza nazionale.

Mussolini viene giustiziato il 28 aprile, il giorno dopo la cattura, mediante fucilazione. Dal momento della cattura al momento della fucilazione è trattato civilmente come un prigioniero di guerra. Il CLN non attende i tempi della sentenza di un tribunale di guerra, perchè teme di dover consegnare il prigioniero agli alleati, secondo quanto disposto dal trattato di armistizio. Il CLN non ha la piena disponibilità del prigioniero Mussolini. Il CLN non era il governo della nuova Italia. Il CNT è il governo della nuova Libia e ha la piena disponibilità del prigioniero Gheddafi, i suoi miliziani lo uccidono quasi subito dopo averlo catturato, durante un linciaggio.

* * *

Il paragone è stato fatto un po' da tutti. E' venuto in mente anche a me. E' un paragone ovvio. E' anche un paragone nobilitante, che dà un senso a tutta la storia, perchè se Gheddafi è Mussolini, il CNT è il CLN e gli alleati sono sempre quegli alleati, e tutto il conflitto è una guerra di liberazione. Secondo me, neanche una di queste cose è vera.

A livello immaginifico, il paragone fa particolarmente leva sullo scempio di Piazzale Loreto. Ma si trattò dello scempio su un cadavere che, anche se vergognoso, è altra cosa dallo scempio su una persona ancora in vita. Mussolini non è stato ucciso subito dopo la cattura, ma il giorno dopo. Tra la cattura e l'uccisione non risulta gli sia stato torto un capello. E' stato ucciso mediante fucilazione al petto. Esecuzione prevista dai codici militari per i soldati nemici o disertori. Al petto, a differenza che alla schiena, significa reato gravissimo ma non disonorevole. Era l'esecuzione che voleva per sè Saddam Hussein, reputando umiliante l'impiccagione in quanto prevista per i delinquenti comuni. Un rito un po' diverso dallo sparare ad una persona, ferirla, pestarla, ridurla ad un cencio coperto di sangue, metterla in ginocchio e spararle un colpo alla tempia.


Riferimenti:
Il testamento di Muammar Gheddafi (Resistenze.org)
Ammazzeranno Gheddafi - Giovanni Fasanella - Cadoinpiedi.it
Perché hanno ucciso Gheddafi - Giovanni Fasanella - Cadoinpiedi.it
Se ucciso dopo la cattura, la morte di Gheddafi è un crimine di guerra. Necessaria un'inchiesta - Amnesty
Ecco tutte le bugie che ci hanno raccontato sulla guerra libica - Amadeo Ricucci, giornalista Rai
Morte di un riformatore - Gian Paolo Calchi Novati - il manifesto 
Kalashnikov e telefonini lo scempio del branco - Adriano Sofri - Repubblica 
Clinton jubilant over Gaddafi's death: "We came, we saw, he died"(CBSNEWS)

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