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Su limiti e parzialità del pacifismo

Una obiezione frequente è mossa da destra o dai radicali, che in effetti sinistra non sono: i pacifisti manifestano per la Palestina, ma non per la Siria. Tempo addietro, al posto della Siria era citato il Darfur, prima ancora la Cecenia. L’obiezione vuole dire che i pacifisti non manifestano con sincerità per la pace e la tutela dei diritti umani, altrimenti darebbero importanza alle vittime di tutti i conflitti, invece di dare importanza solo alle vittime di quei conflitti in cui è parte in causa Israele. O gli Stati Uniti, o l’Occidente. Dunque la vera motivazione dei pacifisti sarebbe l’ostilità ad Israele (l’antisemitismo camuffato da antisionismo), o l’ostilità agli Stati Uniti (l’antiamericanismo).

Chi muove questo tipo di obiezione - un politico, un giornalista, un blogger - da parte sua in genere non mostra  particolare sensibilità e non promuove iniziative per la Siria, il Darfur, la Cecenia. Mostra interesse a che non si parli della Palestina, dell’Iraq, dell’Afghanistan. Come se suo principale scopo fosse delegittimare il pacifismo e tutelare l’immagine di Israele, o dell’America o dell’Occidente. La sua obiezione spesso si riduce a un diversivo. Estendibile, replicabile e ribaltabile all’infinito.

Ad esempio, perchè non abbiamo manifestato e non manifestiamo per lo Yemen? 16mila morti sciiti dal 2004. E per il Pakistan? 36 mila morti dal 2004. E per il Kashmir? 68 mila morti dal 1989. E per l’India? 52 mila morti in Assam dal 1979, e 13 mila in Naxaliti dal 1980. E per la Birmania? 30 mila morti dal 1988. E per la Thailandia? Oltre 5 mila morti dal 2004. E per le Filippine? 41 mila morti dal 1969 (Npa) e 71 mila morti dal 1984 (Mindanao). E per la Somalia? 14 mila morti dal 2006. E per l’Etiopia? 4 mila morti dal 1994 (Ogaden). E per il Congo? 6 mila morti dal 2004. E per il Sudan? 300 mila morti dal 2004 (Darfur). E per la Repubblica Centrafricana? 2 mila morti dal 2003. E per il Ciad? 2 mila morti dal 2005. E per la Nigeria? 15 mila morti dal 1994. E per l’Algeria? 200 mila morti dal 1992. E per il Caucaso? 50 mila morti dal 1999. E per la Colombia? 300 mila morti dal 1964. Per il Messico? 45 mila morti dal 2006 (Narcos).

Possiamo domandarci quanto ci siamo occupati di questi conflitti, di queste repressioni, della politica interna di questi paesi. Ma un conto è interrogarsi sul perchè la nostra attenzione, il nostro impegno viene monopolizzato da alcune situazioni, trascurandone altre, un altro è usare questa domanda come arma contundente da dare in testa ai pacifisti. Lo si può dare in testa a chiunque.

E vero tuttavia, che un pezzo, sia pure minoritario del pacifismo ha uno scopo specularmente opposto: denigrare l’immagine di Israele, Usa, Occidente e tutelare l’immagine dei regimi antioccidentali, come la Siria o l’Iran, o come lo erano l’Iraq di Saddam o la Libia di Gheddafi. Sempre in senso anti occidentale, poichè la sua concezione della lotta all’imperialismo è geopolitica, è una lotta tra stati, come lo era ai tempi della guerra fredda, con l’America e i suoi alleati, primo fra tutti Israele, e quel che resta o può sostituire il campo dell’Urss.

Da notare che queste componenti contrapposte e specularmente faziose usano spesso e volentieri come argomento retorico e propagandistico contro i loro avversari la medesima accusa di doppiopesismo. Abbiamo visto i radicali impegnati in campagne per la salvaguardia dei diritti umani, per la libertà e la democrazia, quando questi erano calpestati da regimi comunisti. Oppure oggi quando sono calpestati da regimi islamisti o comunque antioccidentali. Ma non abbiamo visto i radicali impegnarsi nello stesso modo contro le dittature militari fasciste dell’America Latina, o contro il Sudafrica dell’apartheid, o contro l’occupazione israeliana dei Territori Palestinesi. Quando l’oppressione ha un segno occidentale, sono i radicali ad essere distratti. O a porsi direttamente dalla parte degli oppressori.

La maggioranza del pacifismo però è estranea a motivazioni dettate da una scelta di campo, almeno dagli anni ‘80. Il movimento pacifista, quella seconda superpotenza mondiale indicata dal New York Time nel 2003, l'unica capace di opporsi a Washington in procinto di attaccare Baghdad, non è contro l’Occidente, ma è occidentale e investe il suo potenziale di opinione pubblica nei confronti dei governi occidentali. I suoi governi, i governi dei suoi alleati. Il movimento pacifista non si sente e in effetti non è opinione pubblica rispetto ai governi extra occidentali, riesce perciò a mobilitarsi solo nel raggio della sua sfera d’influenza. Così come i dissidenti sovietici, a loro volta accusati di antisovietismo, lottavano contro la violazione dei diritti umani in Urss, nei regimi dell’est e non si occupavano della violazione dei diritti umani in Cile, in Salvador o in Argentina.

Nello specifico del caso siriano, come in quello del caso libico, poiché non è chiaro come possa essere controparte della mobilitazione un regime esterno all'Occidente, c'è il rischio che si impongano come interlocutori di nuovo i governi occidentali, per avvalersi di un consenso che il pacifismo non potrà mai dare a favore di un intervento armato.

In questo senso, il movimento pacifista, soprattutto nella sua dimensione più estesa, è parziale e limitato. Nelle potenzialità come nella dipendenza dalle leggi dell’opinione pubblica. Anche se poi, pacifismo non è solo manifestazioni di piazza. La diffusione di notizie e appelli relativi a quegli «altri conflitti» avviene soprattutto attraverso le pubblicazioni dei pacifisti. 

Paladini dell’Occidente e antimperialisti geopolitici spiegano le attenzioni e le disattenzioni dell'avversario sulla base di motivazioni ideologiche, come se il mondo fosse diviso soltanto in aree ideologiche (l’Occidente, l’Islam, il Comunismo, etc.). Il mondo è diviso anche in centri e periferie. Quello che avviene nei centri è più importante di quello che avviene nelle periferie. Più importante per tutti. Stati, partiti, movimenti, mass-media, opinione pubblica. Vale nella politica internazionale come nella cronaca nera. 

Diviso il mondo per aree ideologiche, è possibile notare vistose differenze di attenzione nell’ambito della stessa area ideologica. Ad esempio, la questione curda in Turchia durante la guerra fredda e subito dopo, poteva essere usata nella propaganda contro la Nato, ma ciò non è mai successo se non quando il capo del Pkk è venuto in Italia. Per alcuni mesi la questione curda è stata la questione più importante del mondo. Era nel nostro centro, in Italia. Era un fatto nuovo che rimetteva in movimento le sorti del conflitto in Kurdistan con un esito imprevedibile. Era un fatto che ci divideva, che creava una contrapposizione politica. Era un fatto che metteva in contraddizione le nostre leggi, i nostri principi, con i rapporti con i nostri alleati della Nato, la Turchia e gli Stati Uniti. Passato Ocalan, la questione curda è tornata nell’oblio. E dopo vent’anni si potrebbe domandare ai pacifisti, ma anche ai radicali, perchè non manifestano per i curdi. All’epoca, l’argomento curdo fu usato da Pierluigi Battista contro l’intervento della Nato in Kosovo.

Anche il tema della nostra sofferenza per le vittime - perchè soffriamo più per alcune e meno per altre - può conoscere reazioni diverse, non solo tra due conflitti, ma anche rispetto al medesimo conflitto. Mille e quattrocento palestinesi morti uccisi in una campagna di bombardamenti di tre settimane come è stata Piombo fuso a Gaza fine 2008, inizio 2009 ci fanno soffrire di più di centinaia di palestinesi morti in seguito ai ferimenti di quella aggressione militare o nel corso di un lungo stillicidio di omicidi mirati, rappresaglie, effetti collaterali, rastrellamenti, distruzione di uliveti, demolizione di case, cecchinaggi in prossimità dei valichi o dei limiti di pesca nelle acque marine. Anche per queste vittime palestinesi che non fanno notizia, che appartengono alla routine dell’occupazione israeliana, non manifesta nessuno e la sofferenza che proviamo è quasi inesistente.

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