Commenti al post «L'ultima sveltina» dal blog di Marina Terragni e dal gruppo milanese di Snoq.

La notizia sulla presunta necrofilia legalizzata in Egitto è stata ripresa da agenzie di stampa e giornali e commentata in vari blog. In forma dubitativa e condizionale è stata data sostanzialmente per scontata. Come fosse verosimile. Non che a qualche fanatico sia venuta in mente una legge del genere. Ma che il parlamento egiziano stia per approvarla.

Eppure che sia una storia vera o una bufala, dovrebbe essere verificato e non trattato come un fatto secondario, solo perchè si tratta dell’Egitto, di un paese nordafricano, arabo, musulmano, extraoccidentale. Il maschilismo è un razzismo, ma non è il solo.

Secondo Marina Terragni la notizia è confermata da Alarabiya, solo l'ambasciata egiziana a Londra avrebbe smentito, precisando che in parlamento potrebbe esserci qualche estremista a favore della legge necrofila. Nega ci sia razzismo nel modo di riportare e commentare la notizia (che spera non sia vera), per lei è solo una questione di sessismo. Della situazione spaventosa delle egiziane si deve parlare. Il genere viene prima delle razze. C'entra la storia e la cultura dei popoli, a tal proposito si domanda se la democrazia si possa esportare. Alla caduta di alcune dittature segue una fase di arretramento dei diritti di tutti e in primo luogo delle donne. Ricorda la rivoluzione di Khoimeni.

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Mi pare che Yalla contesti proprio questa fonte. La notizia appare solo nella versione inglese e non in quella araba. Pare non ce ne sia traccia perfino nel sito del consiglio nazionale delle donne, è quantomeno curioso. Lo stato dei diritti umani in generale e delle donne in particolare, nei paesi islamici è certamente drammatico, per parlarne non occorre ricorrere frettolosamente a titoli ad effetto (il primo dei quali è dare libero sfogo ai pruriti razzisti e xenofobi di cui sono intrisi alcuni, troppi, commenti in bella mostra nel suo blog). Necrofilia o no, mi sembra ci sia sufficiente materiale di cui discorrere. I razzismi (tutti) sono figli della stessa logica, a mio parere occorrerebbe maggiore rigore e attenzione nel trattarli. L'uso del condizionale non è sufficiente alibi, secondo me.

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(...) Il razzismo non c'entra niente? Questi sono alcuni commenti al suo articolo: - "Quando gente che vive in secoli diversi è obbligata (o molto incentivata) a vivere insieme, nella pia speranza di una felice integrazione (ma la moneta cattiva scaccia la buona, infatti ci sono europei che si convertono all’Islam, non viceversa), bisogna cominciare a chiedersi se non è il caso di difenderla questa nostra civiltà, altro che mondo senza frontiere. Lasciare a Bossi e Le Pen questa difesa, è stato uno dei motivi del suicidio della sinistra. L’altro è stata l’interpretazione bancaria del bene pubblico." - "Mi arriva sms che vi trasmetto: «Lo sapevo. Avremmo dovuto difendere i dittatori, laici ed equilibrati. Meglio Mubarak. La democrazia nei paesi islamici è un rischio».”.

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(...) non mi pare affatto di avere sostenuto che non si debba parlare della situazione delle egiziane o delle iraniane o delle saudite... ho solo posto una questione di modalità scelta per farlo. L'sms da lei trasmesso ha a che fare con il razzismo: 1. "avremmo dovuto difendere i dittatori, laici e equilibrati", questo implica che la storia di questi popoli sia nelle mani dell'occidente, che per sè non penserebbe a dittatori "equilibrati" (??!!) ma certo quei selvaggi dovrebbero accontentarsi. dimenticando che è impensabile difendere i diritti delle donne e/o delle minoranze, senza il riconoscimento dei diritti civili. Il percoro è lungo e da lì inizia. 2. "La democrazia nei paesi islamici è un rischio", chissà che ne penserebbero di una esternazione del genere le donne e le femministe dei paesi islamici, gli attivisti e quelli che si fanno massacrare perchè, stupidini, pensano di avere diritto anche loro alla democrazia e il rispetto dei loro più basilari diritti. Devo davvero spiegarlo cosa c'è di razzista in questa esternazione?

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(...) alla rivoluzione iraniana, in piena guerra civile, è seguita una guerra decennale. Feroce, contraria al diritto internazionale, foraggiata dal civile occidente (magari spaventato dalla democrazia in mano ai selvaggi) che sguinzagliò contro il popolo (il popolo!!) iraniano uno dei suoi tanti dittatori (laici ed equilibrati?!). Fatta fuori una generazione, i figli di quella rivoluzione oggi stanno facendo la loro. Non violenta, creativa, coraggiosa. Le donne sono in prima linea. Direi massimo rispetto per questo popolo che la democrazia se la merita si! E speriamo che non gli si faccia un'altra guerra, così da far passare altri 30 anni.

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Aggiornamento 2.05.2012 -  La notizia sulla presunta legalizzazione della necrofilia in Egitto è stata ormai smentita sia dal parlamento egiziano, sia dal consiglio nazionale delle donne. Si vedano gli ultimi quattro link tra i riferimenti.


Riferimenti:
Egypt’s MPs deny existence of sex-after-death law, confirm early marriage draft (english.alarabiya 30.04.2012)
“Farewell sex” law story suggests Egypt’s media is up to its old tricks (Women's views on news 01.05.2012)
Ahead of elections, Egypt's state propaganda machine rolls on (The Christian Science Monitor (30.04.2012)

حول ما تردد بشأن مضاجعة الوداع

Il pezzo di Nesrine Malik (...) sostiene che non si può che essere d'accordo con ElTahawy circa i diritti violati delle donne nei paesi arabi ma considera insufficiente il ridurre questa condizione all'effetto dell'odio dell'uomo arabo nei confronti della donna araba. Come si trattasse di una malattia con cui gli arabi nascono o una malattia contratta dall'atmosfera del mondo arabo.
ElTahawy sostiene dipenda da un mix tossico di cultura e religione e auspica una rivoluzione di pensiero senza la quale non ci saranno rivoluzioni politiche.
Nesrine Malik sostiene il contrario. Cioè che sono necessarie le rivoluzioni politiche per affrontare poi la lotta al patriarcato, poichè sostiene che nel mondo arabo prima ancora di una questione di genere, c'è un problema generale di diritti civili e democrazia.
Del resto, dice, anche in occidente i diritti delle donne e delle minoranze sono stati riconosciuti solo una volta raggiunto un contesto politico in cui tradizione e chiesa sono state costrette a ritirarsi e ridimensionarsi.
In Arabia le donne non possono guidare ma gli uomini non possono eleggere i loro governanti. In Egitto le donne sono state sottoposte a test di verginità ma gli uomini sodomizzati. In sudan le donne vengono frustate per avere indossato pantaloni ma anche le minoranze etniche sono marginalizzate e sotto assalto.
In sostanza sostiene che è una questione più universale, non solo di genere.
Prioritaria è una lotta per i diritti civili, in quel nuovo contesto sarà possibile portare avanti quella alla cultura patriarcale.

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(...) Credo sia semplicemente il tentativo di affrontare la complessità della realtà islamica, rifuggendo quelle semplificazioni che riducono tutto alla questione femminile attribuita, peraltro, alle popolazioni arabe e all'islam alimentando l'islamofobia e in definitiva non facendo un buon servizio a nessuno. Neanche alle donne, molte delle quali sono musulmane e non intendono rinunciare alla propria fede, senza per questo rassegnarsi a non vedere riconosciuti i loro diritti.
Questa preoccupazione ha spinto molte femministe del mondo islamico a ritirarsi e partecipare poco al dibattito pubblico, occupato principalmente da chi ne fa sostanzialmente una questione di velo.
Il merito di questa giovane femminista sta nell'avere riacceso il dibattito e trovo ne stiano venendo fuori delle interessanti questioni, come appunto il porre l'attenzione sull'universalità dei diritti che in quei paesi non è ancora riconosciuta, la necessità di rivoluzioni politiche sostanziali che apriranno la strada anche alla rivoluziona femminile, poichè sono fortemente connesse. Secondo me è un modo di inquadrare il problema molto interessante, poichè intanto della questione femminile riconosce la dimensione e la portata, essendo questione che riguarda ancora anche l'occidente (donne occidentali e donne islamiche possono trovare un'alleanza per un percorso comune che è ancora lungo anche in occidente ...) e perchè individua nella negazione dei diritti umani, nella mancanza di democrazia e nella politica tenuta in ostaggio dalla religione (qualunque religione) il reale nemico dell'emancipazione femminile, superficialmente (secondo loro e anche secondo me) spesso individuato solo nell'islam in sè. 

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(...) se questi uomini non hanno la consapevolezza dei diritti che spettano a loro stessi, con più difficoltà riconosceranno quelli dell'altro, siano le donne o le minoranze.
E' quella la battaglia prioritaria.
Naturalmente non significa che le donne debbano nel frattempo attendere buonine buonine che i maschietti si illuminino d'immenso ma è necessario riconocere l'importanza delle due rivoluzioni. E che lo faccia anche l'occidente che si fa paladino della guerra al velo, anche in casa proprio e anche a costo di rinnegare principi qui acquisiti ma poi foraggia e fa affari con le peggiori dittature.
Così poi, come dice una di queste donne, si farà la guerra alla cultura patriarcale, non agli uomini arabi. 


Riferimenti:
Go, (Arab) Woman, go (Paola Caridi)

Mi è capitato di leggere il rilancio di una vecchia notizia di Fulvio Grimaldi. Secondo cui, con il pretesto di combattere la tricofitosi, dal 1951 il ministero della sanità israeliano fece un esperimento nucleare di massa su centomila bambini sefarditi sottoposti a dosi massicce di raggi gamma, con tanto di finanziamento statunitense, poichè in Usa era proibito fare esperimenti del genere sui propri detenuti e malati mentali. Migliaia di bambini morirono, molti svilupparono tumori e altre malattie. In un film documentario trasmesso su Channel Ten, per Dimona Productions, reperibile anche su Haaretz, uno storico spiega che l'operazione era parte di un programma eugenetico mirato a eliminare le componenti deboli o difettose della società. Provocatoriamente Grimaldi invita i giornalisti esperti in antisemitismo a prendere visione del film.

Tutto è possibile. Anche l'ipotesi peggiore può essere presa in considerazione. Si legga Gad Lerner sulle vite indegne di essere vissute, opera di Marco Paolini, là dove scrive: "L´eugenetica, pseudoscienza della selezione ottimale della specie umana, ben prima del nazismo, e ben oltre, affonda le sue radici nel positivismo della razionalità occidentale (...) il medico che rivendicava la sua funzione sociale a beneficio di una collettività impoverita che doveva pur risparmiare per sopravvivere, dandosi priorità di tutela, e che magari si sforzava di non lasciar soffrire, sopprimendola, la vita indegna di essere vissuta, siamo così certi avesse una sensibilità tanto diversa dalla nostra? Non agiva forse anch´esso per il progresso?" Politiche eugenetiche applicate sono attribuite anche a Stati Uniti, Svezia e Finlandia.

Tuttavia, ipotesi e testimonianze sono da presentarsi come tali, dando conto del quadro d'insieme, per quanto lo permettano il materiale e le fonti disponibili. La scelta di evidenziare una sola lettura, una sola ipotesi, la più demonizzante possibile, omettendo tutto il resto dà luogo ad un modo di fare informazione fazioso, propagandistico che, se rivolto senza nessuna cautela contro lo stato ebraico, finisce per essere contiguo al repertorio antisemita.

Sul Ringworm affair c'è una scheda di Wikipedia in inglese.
Le cifre del post di Grimaldi tratte dal film citato vanno probabilmente ridimensionate. I numeri attribuiti al caso israeliano sono forse i numeri su scala mondiale: 200 mila bambini trattati, 6 mila morti. I bambini trattati in Israele dovrebbero essere soltanto (si fa per dire) 15-20 mila. Secondo i dati demografici di'archivio, la comunità di migranti marocchini in Israele era composta da 80 mila persone, i minori dovevano essere circa 20-25 mila. I sottoposti al trattamento non potevano essere di più. Il trattamento non era sperimentale, bensì la procedura utilizzata in tutto il mondo tra il 1910 e il 1959, e prevista dallo standard Adamson-Kienbock.
Il film documentario "The Ringworm Children", fonte principale della divulgazione di accuse contro l'establishment medico israeliano, è stato proiettato in Israele nel 2003 ed ha vinto il Festival internazionale del Cinema di Haifa. Nel 2007 però i produttori si sono dissociati dalle conclusioni del film. 
Il trattamento standard della tigna. La narrazione accusatoria non tiene conto del fatto che il trattamento contro la tigna cui sono stati sottoposti i bambini sefarditi in Israele negli anni Cinquanta era parte di due contesti molto più ampi. 1) Il contesto internazionale, che vedeva sottoposti al medesimo trattamento i bambini di molte altre parti del mondo, in Siria, in Jugoslavia, a New York, in California, in Portogallo, in Svezia. L'agente principale dietro queste operazioni di eradicazione della tigna era l'Unicef. 2) E il contesto ebraico più ampio e precedente allo Stato di Israele. Tra gli anni 1921-1938 ci fu una campagna tra gli ebrei dell'Europa Orientale nel corso della quale furono irradiati circa 27 mila bambini, in parte per consentire alle loro famiglie di emigrare, dato che la tigna era motivo di esclusione dagli Stati Uniti e altrove. Gli organizzatori erano convinti che la campagna europea era stata coronata da successo e quindi cercarono di far beneficiare gli ebrei del Marocco della stessa campagna. Solo che la maggior parte dei bambini ebrei  irradiati in Europa orientale morirono nell'Olocausto, quindi non c'era modo di conoscere le conseguenze che tale trattamento ebbe su di loro.

Quali siano i limiti della responsabilità dello Stato d'Israele per le conseguenze della campagna medica degli anni Cinquanta è un dibattito aperto. L'idea che me ne sono fatto è che si sia trattato di una vicenda segnata dalla paura, dalla diffidenza e anche da un pregiudizio razzista europeo nei confronti di immigrati provenienti dall'Africa e dal Medio Oriente, con la sopravvalutazione del pericolo di malattie da trattare con indiscriminato eccesso terapeutico. Che poi gli studi sul rapporto tra le radiazioni e i tumori e gli altri effetti collaterali, accertato solo molti anni dopo il 1960, possano essere stati considerati anche in ambito militare, è possibile. Israele ha comunque ammesso una propria responsabilità legale e morale, approvando alla Knesset nel 1994 una legge per il risarcimento, anche se, scrive Haaretz, le condizioni del risarcimento sono tali da impedire ad una piccola somma di raggiungere la gran parte delle vittime.


Riferimenti:
The Ringworm Children (produced by the Dimona Communications Center and directed by Asher Nachmias and David Balchasan)
Ringworm affair (Wikipedia)

Nei testi sacri ci sono due piani distinti, uno regola i rapporti uomo/divinità e l'altro quelli uomo/uomo. il primo è sostanzialmente immutato e molto simile in tutte le tradizioni ed è quello che ha a che vedere con l'ambito spirituale. l'altro che, per quanto possa apparire, soprattutto in certi passi, "primitivo" è in genere storicamente un passo avanti rispetto al tempo e al luogo, cioè alle gente a cui si rivolgeva (perfino il corano rispetto alla donna, in quei tempi meno considerata del bestiame), è soggetto a mille interpretazioni che vanno più o meno in direzione del grado di civiltà delle varie epoche ma addirittura contrastanti nella stessa epoca, a secondo dei fini a cui vengono piegate. "Vero" islam o "vero" cristianesimo ha senso, io penso, solo per il messaggio spirituale di quei testi. (Tk)

Alle donne deve essere garantito (o semplicemente permesso realmente) l'accesso anche ai vertici, non perchè sono migliori o non so che altra stupidaggine ma perchè è loro diritto.
Per questo il politicamente scorretto di questo signore, come prevedibile, non è una voce fuori dal coro ma una conferma del coro: queste sue amene considerazioni sulle donne deludenti potrebbero essere pubblicate se parlassero di ebrei o neri? (Tk)

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Non vedo difficoltà alcuna nel chiamare i ciechi "diversamente vedenti" e contemporaneamente fare la guerra a chi scippa loro il parcheggio, nè penso che la lotta al razzismo sia più efficace se chiamiamo i neri "negri"...
Le parole, si, sono importanti e il politicamente corretto non è sinonimo di "buonismo", come il politicamente scorretto non è la scomoda via delle voci fuori dal coro. come dimostra, secondo me, questo articolo. alle parole corrispondono idee, per esempio quella secondo cui, a differenza degli uomini, le donne sono continuamente sottoposte a giudizio proprio in quanto donne. una donna arrogante, violenta, presuntuosa come un uomo, è deludente. e lo è in quanto donna, non come ministro, amministratore delegato o non so che altro.
In un attimo, anche quelle poche donne ai vertici sono solo delle donne deludenti.
Delegittimate con un solo colpo tutte. altro che voce fuori dal coro.
Un po' come se un nero, fosse solo un essere umano dalla pelle nera se si dimostra migliore di un bianco, altrimenti non è che un negro. O il colomba-ebreo è
uno dei nostri ma quello guerrafondaio fa sempre parte del complotto "pippoplutoetopolino".
E certo sono solo permalosa, del reto sono una donna e, si, il maschilismo è dietro ogni angolo. (Tk)

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Io non credo che ci siano sostanziali differenze tra uomini e donne, dove per sostanziali intendo naturali.
Certo è che certe caratteritiche umane (cioè che appartengono sia agli uomini che alle donne) che per convenzione chiamiamo maschili e femminili, da sempre nella storia di un'umanità sostanzialmente maschilista, in una storia fatta da uomini, sono state attribuite alle donne e agli uomini, appioppando loro ruoli precisi e spingendo gli uni e le altre quindi a prediligere le caratteristiche "maschili" e quelle "femminili".
Quindi ci sono delle abilità, delle caratteristiche che hanno differenziato uomini e donne.

le donne poi, a differenza degli uomini, soprattutto con il femminismo, hanno fatto un lavoro durissimo su se stesse proprio per scardinare questi ruoli in cui la società maschilista e patriarcale le ha ingabbiate e che loro hanno profondamente interiorizzato.
Percorso complicato e certamente non finito che gli uomini invece non hanno mai fatto su se stessi, arrivando come le donne a mettere in discussione quelle caratteristiche identitarie in cui anche loro sono stati cristallizzati.
Il potere e la sua gestione sono sempre stati nelle mani degli uomini quindi pensati con quelle caratteristiche definite maschili poichè considerate l'essenza stessa dell'identità maschile.

La partecipazione femminile al potere è prima di tutto un diritto. poi è anche un vantaggio, un valore in sè, poichè significa portare nella gestione del potere tutte quelle caratteristiche fino ad oggi considerate fondanti dell'identità femminile. è un'alterità che inclusa permette di rimescolare le carte (anche perchè quelle fino a questo momento in mano non mi pare siano risultate proprio vincenti) e pensare in questo senso un modo nuovo di fare politica e di gestire il potere.
Non si tratta quindi di una valutazione rispetto alla singola donna che entra in politica ma di quella che possiamo chiamare femminilizzazione della politica, cioè portare sulla scena della politica tutte quelle caratteristiche considerate femminili e quindi
altre rispetto a quelle maschili, su cui si è pensato e plasmato un potere da sempre esercitato dagli uomini. (Tk)

A proposito di quanto scritto qui, ecco su Rai1 a Storie vere, Tiberio Timperi, che rifiuta le accuse di maschilismo e misoginia, mentre generalizza sulle accuse di violenza e molestia, per negarle, e chiama le attiviste dei movimenti delle donne «nazifemministe», un termine divulgato da un ciarlatano dell'estrema destra americana, Rush Limbaugh. Il fatto è stato denunciato dal blog Un altro genere di comunicazione e segnalato anche da Giulia Giornaliste. In studio si è meritato una risata, ed in effetti ogni fobia sociale ha il suo aspetto ridicolo, ma non si sa fino a che punto ci sia solo da ridere. Antisemiti o militanti del Ku Klux Klan, per quanto buffi, non li vorremmo come ospiti della televisione di stato, tanto meno come conduttori. Perchè dovremmo accettare un uomo che esprime odio contro le donne? Se qualcuno ci parla di "complotto demo-pluto-giudaico-massonico" non ci mettiamo a discutere la definizione, capiamo subito con chi abbiamo a che fare, da dove arriva, chi frequenta. L'espressione «nazifemminismo» è assurda di per sè e non necessita di confutazione, ma è indicativa del proprio ambiente di riferimento, appartiene al lessico di gruppi misogini e farneticanti organizzati, o anche solo associati online, molto impegnati nel clonare siti, blog, pagine femministe per deformarne e rovesciarne i contenuti. Basti mettere quella parola su Google per vedere cosa salta fuori.

Rush Limbaugh e' il piu' celebre ciarlatano degli anni '90, uno dei piu' grandi dai tempi di Joseph McCarthy.
Emblema del clima reazionario degli anni '80, beniamino del fondamentalismo cristiano, delle milizie e dei gruppi dell'odio, Rush Limbaugh e' diventato il "talk radio host" piu' seguito d'America grazie a discorsi in cui ridicolizza ambientalisti, femministe, gay, e soprattutto gli odiati "liberals" (i progressisti). La sua e' una parodia continuata dei diritti civili, e delle maniere civili.
Nel 1995 il suo talk show viene trasmesso da 650 stazioni radiofoniche e oltre 250 stazioni televisive. Sono circa venti milioni al giorno gli ascoltatori.
Limbaugh e' tutt'altro che un semplicione. E' anzi uno degli uomini piu' scaltri d'America. Sa benissimo di aver costruito il suo impero sulla menzogna. Il suo genio sta nel creare costantemente piu' pubblicita' per le proprie affermazioni di quanta ne avranno le dimostrazioni della loro falsita'. Limbaugh rifiuta sistematicamente qualunque invito al dibattito pubblico, accetta sistematicamente qualunque invito a dire la sua.
Limbaugh e' poi stato abilissimo nel coltivare amicizie e distribuire favori fra i suoi colleghi dei giornali e delle televisioni, garantendosi cosi' una sorta di immunita' dai reportage. Il presidente della CNBC, Roger Ailes, e' anche il produttore dello show televisivo di Limbaugh. Un giornalista del "Fresno Bee" venne persino licenziato per aver rifiutato di cambiare le previsioni del tempo da "pioggia" a "sereno" per il giorno in cui si doveva tenere un party in onore di Rush. E cosi' via.
Naturalmente altrettanto importante e' la qualita' della menzogna. Limbaugh e' uno specialista nel dire le menzogne che la gente vuol sentirsi dire. La gente comune e' stata bombardata per tutto il Dopoguerra da un'etica revisionista che ne ha rimesso in discussione tutte le abitudini: l'hamburger causa l'attacco cardiaco, il fumo fa venire il cancro, la plastica inquina, gli eroi del Far West erano degli sterminatori che uccisero senza pieta' i poveri pellerossa, la bomba atomica su Hiroshima fu un atto di crudelta', e cosi' via.
Ognuna di queste affermazioni ha intaccato un po' l'immagine di perfezione che l'americano medio leggeva e proiettava nell'"american way of life". Poco alla volta ha scoperto che quello stile di vita "ideale" era in realta' minato alla base da una serie di clamorosi equivoci. Dalla dieta alla storia quasi tutto va rivisto sotto una luce diversa: l'"american way of life", che negli anni '50 sembrava ancora il Paradiso in Terra, si e' scoperto poco alla volta che e' quasi tutta sbagliata.
Nel pubblico americano e' ormai percepibile una certa irritazione per ogni novita' che metta in discussione un altro dei capisaldi dello stile di vita tradizionale. Non passa praticamente anno che non venga pubblicizzato qualche altro "male" inerente nel modo in cui gli americani vivono. Nel 1994, durante la Coppa del Mondo, piu' di un americano ha visto schiantarsi persino i suoi miti sportivi, quando ha improvvisamente scoperto che nel resto del mondo il football e il baseball sono pochissimo noti e invece lo sport piu' praticato e' il "soccer" (il calcio).
Limbaugh fa leva su quell'irritazione. Possibile che sia tutto sbagliato? No, sono le malelingue, i nemici della nazione, i fanatici di sinistra, gli amici dei comunisti, a mettere in giro queste voci. Tutta l'idologia di Limbaugh finisce li'.
Si da' il caso che questa tattica sia in generale favorevole al grande capitale, e pertanto all'estrema destra. Per cui Limbaugh, difendendo la tradizione, finisce per portare voti a destra.
L'errore (l'ennesimo errore) dell'America "liberal" e' stato quello di ignorarlo. Nella mente di ogni liberal Limbaugh non esiste. E' talmente ridicolo che sarebbe un insulto alla propria intelligenza tentare di confutare le sue affermazioni. In questo modo Limbaugh ha avuto tutto il tempo di diventare un beniamino (se non un vero e proprio eroe) delle folle. E nelle elezioni del 1993 ha certamente pesato sul trionfo storico dei repubblicani e sul passaggio del loro "contratto con l'America".
Nel 1995 esce "The Way Things Aren't" (New Press), i cui autori sono membri di FAIR (Fairness And Accuracy In Reporting) impegnati in una ricerca pedante di tutte le falsita' dette da Rush Limbaugh nel suo programma radiofonico. Molte delle invenzioni di Limbaugh sono cosi' paradossali che soltanto degli ingenui provincialotti possono crederci, ma altre sono maliziose e scaltre manipolazioni dei fatti che soltanto un mentitore di professione potrebbe architettare cosi' bene.
Fra le tante grottesche affermazioni, talvolta al limite della vera e propria demenza, si conta quella che la carta non sarebbe biodegradabile mentre la plastica lo sarebbe, quella che la nicotina non sarebbe dannosa, quella che i pellerossa non sarebbero mai stati massacrati, e cosi' via.
Durante una delle sue piu' celebri crociate, quella contro gli ambientalisti, Limbaugh ha accennato al caso di un povero agricoltore californiano a cui le leggi ambientaliste avrebbero proibito di coltivare la terra per sfamare la propria famiglia. Un'indagine del New York Times svela che il "poveretto" e' in realta' un miliardario, e non e' neppure americano (e' taiwanese), e che compro' quelle terre ben sapendo che erano protette dalla legge (il sospetto e' che le avesse comprate a buon prezzo per raggirare le leggi in un caso da manuale di speculazione edilizia).
Quasi tutte le menzogne piu' grossolane servono - coincidenza - a difendere gli interessi delle industrie piu' ricche e spregiudicate. (Piero Scaruffi)

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Come fa una persona a respingere l'accusa di razzismo, antisemitismo, sessismo, omofobia, xenofobia, nella stessa conversazione in cui esprime parole offensive nei confronti dei neri, degli ebrei, delle donne, dei gay, degli immigrati, dei rom, dei musulmani? Come può succedere che altre persone siano pronte a difenderlo e a giurare sulla sua buona fede?

Non siamo in grado di fare una diagnosi su una persona, ma la citazione qui sotto potrebbe spiegare la contraddizione a cui si accenna qui sopra. Ci sono varie corrispondenze con quanto avviene in molte discussioni: la negazione dell'intento, quella del significato evidente, la naturalezza del comportamento, il passare per vittima o comunque per brava persona.

Può succedere se si vedono i razzismi (anche) come forme di psicopatia. La psicopatia non è pazzia. Potrebbe collocarsi in una posizione intermedia tra pazzia e normalità. Ed è una condizione molto diffusa, anche solo in modo tendenziale. In fondo, potremmo che di fronte ad alcune realtà, tutti ci comportiamo come fossimo psicopatici. Quali realtà? Quelle nei confronti delle quali non proviamo empatia.

Consideriamo sicuramente crudele e malvagia una persona che abbandona il cane in autostrada, per poter andare in vacanza. Perchè? Perchè empatizziamo con il cane. Ma non consideriamo  crudele e malvagio il macellaio. Perchè? Perchè non empatizziamo con bovini, ovini e suini.

Questa è una caratteristica del razzista. Egli non empatizza con l'oggetto della sua indifferenza, della sua avversione, del suo disprezzo. L'antisemita non empatizza con gli ebrei, il misogino non empatizza con le donne, l'omofobo non empatizza con i gay, lo xenofobo non empatizza con immigrati e rom, l'islamofobo non empatizza con i musulmani. Perciò queste realtà le offende, pensando di non fare nulla di male, e rifiutando (anche con stupore) per questo suo comportamento qualsiasi definizione negativa particolare.

Comportamento psicopatico e personalità psicopatica
di Alexander Lowen

(...) Un altro aspetto del comportamento psicopatico è la quasi totale indifferenza per i sentimenti e la sensibilità degli altri. Egli potrà fare o dire cose che feriranno un altro e tuttavia rimanere inconsapevole dell’effetto delle sue azioni. Potrebbe a ragione negare l’intento, ma va oltre e ne nega il significato evidente. Ci è anche familiare l’idea che la persona psicopatica non ha coscienza, non fa nessuna distinzione tra giusto e sbagliato, buono o cattivo. Di conseguenza, quindi, egli non ha nessun senso di colpa. Perciò in casi estremi lo psicopatico arriverà a rubare o a truffare, come se facesse la cosa più naturale. Certamente sa che rubare è sbagliato ma non vede il proprio comportamento in questa luce. A causa di queste caratteristiche della loro personalità, gli psicopatici possono notoriamente passare anche per brave persone. Possono farvi credere che ciò che essi dicono è vero, forse perché lo credono essi stessi, o perché non credono nulla. Possono convincervi della loro innocenza anche quando siete stati testimoni personalmente della loro azione scorretta. (...) Fonte

Daniela Santanché ha paragonato Nicole Minette a Nilde Jotti, perchè la dirigente comunista è diventata presidente della camera, non vincendo un concorso, ma essendo l'amante di Palmiro Togliatti. Naturalmente questa provocazione insultante, per la sua volgarità, ha suscitato reazioni negative a destra e a sinistra, ma anche commenti favorevoli via web in calce agli articoli di giornali, all'insegna del "tutto il mondo è paese". Certe cose si possono dire perchè non tutti sono autorizzati a conoscere la storia e le biografie politiche. Si può supporre che qualcosa ignori la stessa Santanché. 

Nessun presidente della camera è divenuto tale per concorso, ma sempre perchè una maggioranza parlamentare, in genere qualificata (dei due terzi), lo ha eletto. L'elezione ad una carica istituzionale non è una assunzione al pubblico impiego. Nilde Jotti non era una olgettina, una igienista dentale o una persona estranea alla politica, entrata in politica grazie ad una relazione sessuale o sentimentale, come ricompensa. Era una partigiana, una dirigente del partito comunista, una deputata dell'assemblea costituente. E da deputata ha conosciuto il deputato Palmiro Togliatti. Il leader del Pci è morto nel 1964. Nilde Jotti è diventata presidente della camera nel 1979. Finchè Togliatti è stato in vita, lei non ha potuto avere il ruolo pubblico che meritava, perchè il PCI era un partito molto puritano, e Togliatti era già sposato con Rita Montagnana, importante dirigente del partito e della Resistenza, che nella testa di Daniela Santanché deve essere l'equivalente di Veronica Lario. 

Le volgarità di Daniela Santanché presuppongono la vecchia vulgata berlusconiana dell'Italia sempre governata dai comunisti. Non solo Togliatti non poteva determinare il presidente della camera quindici anni dopo la sua morte, ma non avrebbe potuto farlo neanche in vita. Egli nel tempo della guerra fredda era il capo di un partito soggetto ad una discriminazione politica, detta "conventio ad escludendum", che emarginava il partito dal governo e dalle più alte cariche istituzionali. Togliatti stesso potè parlare per la prima volta alla televisione pubblica nel 1962.

Una volta, Daniela Santanchè fece un'affermazione condivisibile, almeno negli auspici. (ANSA) - ROMA, 20 MAR - 'Quando metteremo la piu' cretina in un posto importante avremo raggiunto la piena pari opportunita'', afferma Daniela Santanche'. In realta' - afferma la candidata premier de La Destra in una trasmissione Tv - le donne in politica sono tutte donne del capo'. 'Io - prosegue - non parlo mai male delle donne, anzi quando le donne capiranno che devono fare squadra, allora avremo vinto'. Le note autobiografiche le riesco meglio dei cenni alle biografie altrui. Daniela Santanchè ha raggiunto posizioni importanti, ma la piena pari opportunità non è stata ancora raggiunta.


Riferimenti:
Nilde Jotti su Wikipedia


Valentina Nappi ha dichiarato che fare porno oggi è più interessante che fare design. E’ un mestiere come un altro? O è come prostituirsi?

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E' il mestiere di attrice, di attore. Non lo confonderei con la prostituzione. Oppure, viceversa, ogni mestiere ha la sua unicità. Non sono molto convinto del fatto che le preferenze professionali di Valentina Nappi siano una novità. Già ai tempi di Ilona Staller e Moana Pozzi, quindi anni '80, quella della pornostar emergeva come prima preferenza in alcuni sondaggi su cosa avrebbero voluto fare da grandi le studentesse delle scuole superiori.

Nella prostituzione, una persona (in genere donna) vende prestazioni sessuali ad un cliente (in genere uomo), sotto la "tutela" di un protettore (in genere uomo) a cui porta il guadagno.

Anche nel caso (più raro) di una prostituta indipendente, si tratta sempre di una persona che vende prestazioni sessuali ad un cliente. La prostituzione è comunque espressione del rapporto di potere tra i sessi. La pornografia no. Nella pornografia ci sono un'attrice e un attore o più attrici e attori, che rappresentano rapporti sessuali, tutti a contratto da un produttore, e diretti da un regista. Le prostitute sono donne. E tra le donne, sono le povere, e tra le povere, sono le immigrate. La prostituzione ha una connotazione sociale. Molto meno nel porno dove troviamo attori e attrici, ricchi e poveri, bianchi e neri. Non si può dire che l'attore o l'attrice porno coincide con una classe, con una "razza", con un sesso. L'immaginario collettivo relega la prostituta in fondo alla scala sociale. Esistono grandi e potenti prostitute? Non sappiamo neanche come si chiamano e non danno lustro alla categoria. Quando pensiamo alla prostituzione, pensiamo a qualsiasi anonima battona. Quando pensiamo alla pornografia, gli diamo il nome e il volto dei grandi divi. In una società di eguali, la prostituzione sarebbe fenomeno marginale e trasversale. La pornografia continuerebbe invece ad esistere, cambierebbe solo la sua qualità.

Il partner dell'attrice è un attore, non è un cliente. La prostituta è pagata per fare sesso, per far godere il cliente. L'attrice è pagata per rappresentare il sesso e sta sullo stesso piano dell'attore.Quando un attrice e un attore girano scene di sesso in film "non pornografici" sono da considerarsi prostituti?Esistono anche film pornografici con una trama e dei dialoghi. Gola profonda lo era. E anche altri film di quel regista. Non sto dicendo che la pornografia sia apprezzabile. Una cosa è il genere, un'altra i suoi singoli prodotti. Posso pensare che la gran parte del genere poliziesco sia una schifezza, ma non il genere in sè. Anche nel porno c'è prodotto e prodotto, poi la gran parte è spazzatura: volgarità, banalità, violenza, incesto.

Che un film o una foto siano finalizzate a provocare eccitazione sessuale, in sè non c'è nulla di male. Ogni rappresentazione può voler provocare emozioni. Quella è una emozione. L'immaginario pornografico è prevalentemente un immaginario maschilista. Infatti, fa prevalentemente schifo. Ma non è l'unica pornografia possibile.

La prostituzione è solo rapporto mercenario. Per assurdo, se una prostituta concedesse gratuitamente i suoi favori sessuali (se “la desse gratis”, come riesce a dire qualcuno), cesserebbe di essere una prostituta. L’attrice porno, nel momento in cui concedesse gratis le sue esibizioni, invece continuerebbe ad essere un’attrice porno. Qualsiasi lavoro retribuito, compensato, pagato, può essere concesso gratis, senza che colui e colei che lo concede, perda la sua qualifica. Se ti aggiusto un tavolo gratis, sono lo stesso un falegname. Se ti aggiusto un rubinetto gratis, sono lo stesso un idraulico, se ti riparo la macchina gratis, sono lo stesso un meccanismo. Se invece che Windows mi metto a sviluppare Linux, resto lo stesso un informatico, ma lo faccio gratuitamente. Qualsiasi lavoro può esistere oltre il rapporto mercenario. Qualsiasi, tranne la prostituzione. E nel caso della pornografia, senza arrivare all’arte, l’espressione esterna al rapporto mercenario è già oggi probabilmente un fenomeno rilevante. Trovi coppie che fanno sesso, si filmano e si mettono su siti di condivisione, come Youporn (che è lo YouTube del porno). Senza guadagnarci nulla. Per il puro piacere di esibirsi. Anche questa è pornografia. Anzi, la pornografia amatoriale, ormai, è gran parte della pornografia.

Alcune cose (la prostituzione) sono solo pura espressione di quella logica (sessista e mercificante). Altre cose (il matrimonio, la pornografia, la pubblicità, il lavoro) sono fortemente e prevalentemente condizionati da quella logica, ma possono evolvere in una logica diversa.

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Nel porno, si viene pagati da uno che ne trarrà utili maggiori, per fare sesso, che verrà venduto: corpi e sesso come merce. Non vedo sostanziali differenze con la prostituzione. Certo è un immaginario maschilista e ancora una volta il rapporto sesso-denaro-potere gira secondo un ben preciso schema. Come per la prostituzione. Stessa dinamica di potere e stessa merce venduta: sesso e corpo femminile.

Nella prostituzione il problema non è la trattativa diretta (come se le cose cambiassero nel momento in cui a trattare fosse un intermediario). Il punto è che durante la trattativa si può anche sostenere che sono due o più soggetti a interagire ma nel momento in cui dalla trattativa si passa al reale scambio: un soggetto dà denaro, l'altro diviene l'oggetto stesso. Perchè il corpo non è "altro" rispetto alla persona. Nella pornografia non succede molto altro. La chiami esibizione? Il cliente non compra una esibizione, compra sesso e corpi utilizzati per fare sesso. Ritengo anche che non solo il corpo è la persona ma anche il sesso dovrebbe essere qualcosa che non è al servizio di... dovrebbe essere una relazione umana, in cui almeno ci si scambia piacere reciproco. Diversamente uno è al servizio dell'altro, l'oggetto del piacere dell'altro in uno scambio squilibrato: uno è soggetto, l'altro solo oggetto. Così avviene anche nella pornografia.

Non è una questione solo di differenza sociale tra cliente e prostituta. Se avessimo prostitute comuniste che si vendono indifferentemente a ricchi e poveri, sarebbero meno prostitute? Il rapporto di potere è esercitato nel momento in cui una delle due porsone si oggettivizza, non perchè una è più ricca. Nel tuo immaginario la star porno è appunto una star, io le ho sempre sentite definire come "zoccole", per di più sfacciate e magari pervertite. Neanche si nascondono! Nel giudizio sociale, contano zero come persone. Al massimo contano i loro soldi. I loro mariti, li ho sentiti definire magnaccia. Alle olgettine, nonostante tutto, stendono i tappeti rossi. I padri non sognavano altro per loro. Delle star

Non escludo che dell'erotismo si possa fare arte, nè che ci siano o ci saranno modi sperimentali, perfino con valenza politica di fare pornografia. ma forse a quel punto non so neanche se è più pornografia, sembrerebbe che il fine ultimo di progetti di questo tipo non sia solo l'eccitazione sessuale di chi guarda. Ma quello che fino a oggi è principalmente la pornografia, non è molto diverso dalla prostituzione: il soddisfare il desiderio maschile, o quello che la cultura sessista impone sia il desiderio maschile (che forse neanche voi sapete quale sia realmente. In verità anche a voi non è dato modo di sperimentare molto altro. Sapete quello che culturalmente vi deve appartenere ma poi chissà...) utilizzando il corpo femminile, che è oggetto mai soggetto anche quando crede di esserlo.

Ora faccio un paragone azzardato. azzardato perchè implica un giudizio etico forte che certo non voglio appioppare anche a tutto ciò (condivisibile o meno) che ha a che fare con la sessualità. Continuando il tuo gioco: un killer se smette di farlo per lucro diviene un assassino. dalla sua definizione si elimina l'aspetto mercenario ma ciò che fa rimane la medesima cosa. Con le dovute differenze, penso in questi termini anche alla prostituzione. Se una prostituta gratuitamente continua a fare ciò che faceva prima, la chiamiamo diversamente ma nella sostanza fa la medesima cosa: porsi in una relazione anche solo sessuale come oggetto, ad uso e consumo (gratuito) di un uomo che la utilizza per soddisfare il suo di piacere. l'oggettivazione della donna, resa tocco di carne utilizzabile consiste in una precisa collocazione della donna all'interno di un rapporto che non la prevede come soggetto. Se questa dinamica prosegue anche senza scopo di lucro, potrai anche non chiamarla prostituzione, ma la donna continua a fare quella cosa lì, a ridursi a quella cosa lì, in un rapporto di quel genere lì, dove c'è chi prende e usa e chi si lascia gratuitamente usare come una cosa. Una donna che vive la sua sessualità liberamente non è diversa da una prostituta solo perchè non si fa pagare.

La sostanza della prostituzione non è solo il pagamento in denaro ma il ruolo che la donna si dà all'interno di un rapporto anche solo sessuale. Non basta non farsi pagare, perchè "il darla via" sia libertà sessuale. Chi ha detto che è male usarsi reciprocamente per fare sesso? Il punto di svolta sta proprio in quel "reciprocamente". Non lo trovo bello (ma sono giudizi personali). ammetto che non sarei contenta di rendermi conto che il mio compagno in quel momento lì non c'ha voglia ma si fa oggetto per farmi contenta e quindi non è lì con me veramente, non siamo insieme. Poi ci sono i casi anche all'interno del matrimonio in cui lo si fa per dovere. E io in questo caso non vedo una differenza sostanziale rispetto alla prostituzione. è il ruolo che è stato asegnato alle donne dalla società sessista e patriarcale. la donna come oggetto del marito.

La prostituzione prevede un pagamento, in soldi, in posizione, in status sociale, in avanzamenti di carriera ecc... e si basa sul perpetuarsi di un modello che vede la donna oggettivata e quindi in un ruolo subalterno all'uomo, sempre soggetto. Qualsiasi rapporto uomo donna che ripercorre questo tipo di modello è fatto della stessa sostanza. Ripeto, non basta che una donna non si faccia pagare per essere realmente sessualmente libera e pari alla sua controparte. E non mi appioppare giudizi sulle donne che non ho espresso. Non li ho espressi talmente che ti sto dicendo che ritengo che in buona sostanza perfino il modello di matrimonio largamente diffuso tra le persone tanto perbenino è, per me, non molto dissimile dalla prostituzione. E' talmente difficile per me un giudizio severo nei confronti delle prostitute o di chi "la dà via" che ti sto dicendo che, in buona sostanza, il modello sessita, maschilista, patriarcale che ci è stato insegnato, ci vuole puttane. Anche sposate ma puttane. (Tk)


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Con l'ultima proposta di Riforma del mercato del lavoro del governo Monti-Fornero, torna la possibilità del reintegro anche nei licenziamenti giustificati per motivi economici, rivelatisi insussistenti. Il giudice potrà scegliere tra reintegro e indennizzo (12 e 14 mensilità). Un passo avanti rispetto alla proposta precedente, ma un passo indietro rispetto all'articolo 18 vigente che prevede invece l'obbligo di reintegro. Non si comprende come dovrebbe orientarsi tale discrezionalità del giudice. Come e perchè un licenziamento ingiustificato comporti un risarcimento invece che la reintegrazione nel proprio posto di lavoro. Nè è chiara la motivazione di tale modifica. Ufficialmente è per favorire gli investimenti esteri e per trattenere le aziende che delocalizzano. Ammesso che sia accettabile, il rapporto tra la libertà di licenziare ingiustamente i lavoratori e gli investimenti andrebbe quanto meno dimostrato, a fronte di ben altri fattori fiscali, infrastrutturali e criminali che scoraggiano l'impresa su larga parte del territorio nazionale. Piuttosto preoccupa la combinazione con l'aumento dell'età pensionabile. Una riforma insoddisfacente anche dal punto di vista di chi l'ha promossa, ma che tuttavia riesce a rompere il tabù. Nessuna tipologia di contratto precario viene rimossa e le maglie della "flessibilità in uscita" potranno ulteriormente allargarsi in un prossimo futuro.




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