Rosen Hicher (ex prostituta ed esponente dell'associazione delle Sopravvissute)

(Traduzione di Maria Rossi)


Signore e Signori, che avete firmato la petizione lanciata da Antoine o il Manifesto dei 343 maiali, sapete cosa state difendendo? Voi celebrità che vivete sotto i riflettori, che non conoscete né la precarietà né la violenza, pensate davvero che la prostituzione sia un film?

Sono stata una prostituta per più di 20 anni. Nella penombra dei bar, sono stata sottomessa al volere dei clienti. Ho subito i loro insulti, le loro esigenze umilianti. Ho conosciuto Francesi indigenti e straniere vittime della tratta, originarie di Paesi in rovina, mentre si spegnevano lentamente, tutte o quasi tutte assoggettate a una rete di magnaccia o a un singolo bastardo, un piccolo prosseneta o un grosso trafficante il cui lavoro consiste nel fornire al cliente la merce che desidera.

Oggi, a nome di tutte queste donne  la cui voce non viene ascoltata, di tutte queste donne private del diritto di parola, io vi voglio esprimere la mia collera! Che cosa credete? Che il nostro silenzio sia il segno della nostra accettazione? Ma per favore! Noi tacciamo a causa del vostro giudizio, del vostro disprezzo! Perché abbiamo paura e ci vergogniamo. Malgrado tutti i bei discorsi, voi ci considerate delle nullità; in una parola ci considerate delle puttane.

Che cosa potete saperne voi, visto il vostro tenore di vita, delle nostre lacrime, quando il cliente se ne va? Della nostra disperazione, del nostro sentimento di abbandono, di ribellione nei confronti di quegli uomini che ci insudiciano e ci derubano dell'intimità? Che ne sapete del nostro sconforto? Della paura che ci assale ad ogni rapporto?

Vi piace pensare che abbiamo la libertà di scelta. Mi metterei a ridere se avessi ancora la forza di ridere. Per me, come per molte di quelle che ho incontrato, tutto è cominciato con le belle parole di un uomo. Era bello e ricopriva di regali proprio me, una che non ha mai ricevuto niente, se non la violenza di suo padre e gli stupri di suo zio. Gli ho creduto.

Non sono stata fortunata: era cattivo. Avevo 17 anni, fuggivo da casa. Mi ha fatto salire in macchina e mi ha sbattuto fuori, in prossimità di una curva, per prepararmi alla mia futura condizione di donna che si può vendere, di donna che si può buttar via. Questi uomini sono dei predatori. Si attaccano alle più vulnerabili, fiutano la buona puttana. Poi, spetta a noi fare in modo di evitare le violenze e le perversioni dei clienti che la nostra fragilità eccita.

Ci son caduta dentro e ci ho messo 22 anni per uscirne. Ventidue anni di violenze sessuali, affogate nell'alcool per riuscire ad andare avanti, per non vedere, per non sentire. Quando si è cadute dentro, non si può far altro che dire: va beh! E' per la mia famiglia, per i miei bambini! Altrimenti si crolla come un castello di carta. Io, un tempo, ho persino difeso la prostituzione e richiesto la riapertura delle case chiuse!

Perché non hai fatto nulla per cambiar vita, direte? Ma chi assumerebbe una donna senza un passato? Non vivo più, sì, vivo una vita spenta; una vita senza vita. Non so più cercare, non so più vendermi. Perché bisogna vendersi e io so soltanto vendere il mio corpo. Vendere il mio coraggio, il mio ardore, la mia forza, dimostrare di saper lavorare, ma come?  E per far cosa? Non lo so più.

Mi sono persa per strada; come se fossi morta senza rendermene conto. A forza di ricorrere alla dissociazione per resistere  alle aggressioni di tutti questi uomini, ho la sensazione di vivere sospesa al di sopra del mio corpo. Non sento più niente. Vorrei tanto riscattarmi! Ma non mi piaccio più, detesto la donna che sono diventata.  Mi tormenta il ricordo dei clienti: delle mani che mi toccano, delle pance, una più grossa dell'altra, delle pelli brutte e rugose.

I clienti non possono amare, possono soltanto scopare. Io sono una merce, che essi comprano. Come potrei essere ancora me stessa? Clienti, vi accuso! E accuso la società che non mi ha aiutata ad uscire da questa impresa di demolizione.

Credete che la mia storia  non sia più attuale? Che oggi le ragazze siano libere? No. Le incontro, mi parlano. E la loro storia non è per nulla cambiata. E' cambiato lo scenario: la via Saint-Denis è  stata rimpiazzata da internet, i bordelli dai bar con le accompagnatrici, ma la loro vulnerabilità è sempre la stessa. E voi continuate a sfruttarle senza voler sapere nulla, cullandovi nelle illusioni e facendo della letteratura sull'argomento.

Quando si sopravvive - perché molte ne sono morte e ne moriranno ancora - si è completamente distrutte. Oggi vi chiedo di guardare in faccia la realtà, anche se spiacevole. Voi parlate di rischi sanitari, di clandestinità. Ma la clandestinità è nella stanza, quando si chiude la porta e ci si lascia sole  nelle mani dei clienti! Quel che distrugge la nostra salute, è la prostituzione, non il posto dove si esercita.

E poi, infine, considerate le mie sorelle prostitute come donne, non come puttane! Donne che soltanto una legge potrà tutelare e disintossicare da tutte le dipendenze: dalla droga, dall'alcool, dagli uomini malvagi. Io voglio dir loro che si può fare. Io ci credo. Io ci sono riuscita.



di Maria Rossi


Non so come si chiami l'autrice di questa importante testimonianza. Legittimamente non rivela il suo nome. So, per averlo letto in altri suo post, che non si tratta di una prostituta che esercita in strada. Si tratta invece di una escort:  di una studentessa di 24 anni, consumatrice problematica di sostanze psicotrope (cocaina). Non è assoggettata ad un prosseneta. Nella traduzione ho conservato il termine "puttana",  (pute in francese), impiegato dalla ragazza, non perché  ne condivida l'uso, né perché intenda stigmatizzare le donne che praticano rapporti mercenari, ma solo per mantenermi fedele al testo e perché il vocabolo esprime sia l'incorporazione dello stigma da parte delle donne nella prostituzione, sia la loro tendenza a nutrire un profondo disprezzo per se stesse, come rivela in alcuni punti anche questa testimonianza.




Da qualche settimana vedo regolarmente passare sul mio profilo twitter dei twetts di virulenta indignazione per l'equiparazione tra stupro e prostituzione. Si tratterebbe, secondo chi redige questi messaggi, di un'affermazione di una violenza intollerabile che demolirebbe in un colpo solo il valore del consenso femminile e che, ancor peggio, stigmatizzerebbe gravemente le puttane e le donne stuprate. (Essa dipingerebbe le prime come persone incapaci di compiere delle scelte razionali e sminuirebbe le sofferenze e le violenze vissute dalle seconde). Suppongo che il revival di questo tema nel dibattito sulla prostituzione sia strettamente legato alla centralità che assume nei dibattiti abolizionisti.
[Il messaggio che equipara la prostituzione allo stupro è questo]:


Pagare una prostituta significa IMPORRE un atto sessuale non desiderato grazie al POTERE che conferisce il denaro.
Prostituzione = stupro
Il denaro non cancella un crimine.

Le abolizioniste ritengono che il bisogno economico e il potere del denaro che ne deriva (ricordiamo en passant che il potere economico nel mondo è detenuto in larga maggioranza dagli uomini e che la parità salariale è ben lontana dall'essere realizzata nella maggior parte degli Stati)  siano alcune delle cause che permettono ai clienti di imporre alle donne prostituite rapporti sessuali non desiderati e non consensuali (dal momento che cedere non significa acconsentire) e che, sotto questo profilo, l'equiparazione della prostituzione allo stupro sia pertinente.

Fin dalle prime volte in cui mi sono imbattuta in frasi che denunciavano l'intollerabile violenza di questa affermazione, ho sentito che qualcosa non andava. Non saprei dire cosa, ma sentivo uno strano disagio e, soprattutto, non riuscivo a capire dove stesse il problema.
Io stessa sono una puttana e una donna che è stata stuprata e, tuttavia, non considero questa equiparazione una cosa di inaudita violenza, benché ciò sembri platealmente evidente a molte altre persone.
Ho avvertito allora il bisogno di  soffermarmi a riflettere  sulle affermazioni e sugli slogan che vengono spesso ripetuti nel dibattito sulla prostituzione e ho sentito la necessità di cercare di essere il più possibile franca e onesta con me stessa per rispondere a questa domanda: "Percepisco queste parole come una violenza e perché?"
E' un esercizio difficile, perché di violenza nel mio ambiente ce n'è un sacco. (Le peggiori violenze non sono neppure quelle connesse al mio "stato" di puttana, ma quelle legate alla mia tossicomania). Violenze fisiche, verbali, intenzionali o meno, quelle che faccio a me stessa e quelle che mi fanno gli altri e tutto ciò finisce per produrre una sorta di rumore assordante che rende talvolta molto complicato comprendere il chi , il che, il che cosa, il come, il perché [ciò avvenga].
E infine, sono giunta alla conclusione che le frasi che mi urtavano di più erano quelle che banalizzavano radicalmente ciò che io (ed altre) viviamo, in particolare  mediante la negazione radicale della violenza rappresentata da un rapporto sessuale praticato per dovere.
Tutte quelle frasi che, ironia della sorte,  spesso si ritiene difendano i miei diritti e le mie libertà, come queste:

Le puttane offrono volontariamente un servizio, dunque  va tutto bene
[Il significato di questa espressione è questo]:
Tu offri le tue prestazioni e, dunque, le devi effettuare. E come qualsiasi  fornitore e fornitrice di servizi, devi mantenere i tuoi impegni, altrimenti non sei una  buona venditrice, nel qual caso non dovrai stupirti di avere dei cattivi clienti o una pessima reputazione.

Le puttane si prostituiscono liberamente. Non  sta a me dirgli che cosa fare della propria vita.
Uao! Fantastico! Io, personalmente, non sono affatto contraria all'idea che mi si faccia notare che mi sto facendo del male e che mi sto sfracellando la testa contro un muro, né sono contraria al fatto che, se lo desidero, ci sia qualcuno disposto ad aiutarmi. No, no, seriamente, io non trovo che la mia libertà sia negata  da questo.

Le puttane che si lamentano della durezza e della violenza della propria esistenza, possono smettere di prostituirsi: si è sempre liberi di scegliere nella vita.
Questa frase può tacitare la coscienza di chi è abbastanza privilegiato da crederci, ma non sarebbe male compiere un piccolo sforzo per mostrare un po' di empatia (verso le prostitute)

Le puttane che si lamentano della durezza e della violenza della loro vita sono delle opportuniste che vogliono approfittare di associazioni fin troppo caritatevoli, del governo, delle nostre tasse e vogliono ingannare la gente. In realtà non sono altro che delle sfaticate che non vogliono lavorare come tutti gli altri.
Certo! Come no! Perché in effetti prostituirsi è fantastico, remunerativo, non è faticoso e non è violento, in breve è un ottimo affare per le sfaticate.

Si può scegliere di essere una puttana così come di essere una segretaria o una professoressa di matematica. Non vedo quale sia il problema.
In contrasto con un'idea che tende a diffondersi sempre di più, gli atti sessuali non sono  banali, lasciano segni e quindi non sarebbe male che si educassero un pochino le persone, in particolare gli uomini, a non dire fesserie. Ritengo assai problematico normalizzare la prostituzione e considerarla un lavoro qualsiasi e una risposta valida e accettabile alla povertà. Ma, soprattutto, questa affermazione rende totalmente invisibili le violenze specifiche e connaturate alla prostituzione e credo che sia proprio questo quello che mi dà più fastidio.

Si può sempre dire di no, interrompere il rapporto, andarsene e restituire il denaro.
Considerando le volte in cui il guadagno derivante dalla prestazione sessuale  risulta essenziale per la vostra sopravvivenza, quelle in cui il rapporto comincia a non funzionare quando ormai è già iniziata la penetrazione, quelle in cui vi trovate con un cliente molto influente in internet [n.d.t.  le cui valutazioni nei forum sulle prestazioni della ragazza possono danneggiarla], dire di no, interrompere il rapporto e allontanare il cliente, non è così facile. Non è impossibile, certo (io l'ho già fatto), ma non  è tanto facile.

Queste frasi sono violente puttanate.
Questa sordità estrema, questa indifferenza, questa responsabilizzazione/colpevolizzazione, questa banalizzazione di ciò che io (e molte altre) viviamo, è peggiore, molto peggiore, di una sopravvalutazione della violenza della prostituzione.      
Perché, sì, effettivamente, assimilare in modo sistematico lo stupro alla prostituzione è forse un po' esagerato e non ho dubbi sul fatto che ciò possa apparire violento a certe persone.
Ma io, personalmente, ritengo molto più violento tutto ciò che tende a normalizzare o a dipingere come divertente e simpatico il fatto che mi prostituisca.
Percepisco come molto più violento l'ascolto esclusivo delle persone che affermano di vivere tranquillamente la prostituzione e la considerazione del mio caso come particolare e marginale.   
Sento come molto più violenta  l' ultracolpevolizzazione e il fatto che la mancanza di rispetto dei clienti sia inevitabile, una volta pubblicato il mio annuncio o le mie foto.  Percepisco come molto più violento il fatto che si pensi che lo "slittamento" del rapporto verso la violenza sia determinato dalla mia incapacità di porre dei limiti.
Considero molto più violenta la negazione radicale di ciò che c'è di violento, di penoso e di brutto nel fatto di dover scopare per dovere. (No, no, non è soltanto un disagio passeggero).
Certo: ci si può abituare rapidamente alla violenza. Ci si può abituare a minimizzarla, ad eluderla, ad ignorarla, a passarci su, al punto, talvolta, da non riuscire più a vederla, quando è presente.
Sul momento, quando "sono in servizio", ho un sacco di altre cose su cui concentrarmi: farmi dare i soldi, far usare il preservativo e fare attenzione al comportamento del cliente,  controllare il tempo dell'esecuzione della prestazione.
Ma talvolta, quando ripenso a certi appuntamenti, sento un retrogusto amaro e disgustoso, mi sento torcere le budella e mi sento gelare il sangue per qualche secondo.
E sono convinta che c'è qualcosa di più violento di questo  retrogusto fetido ed è la mia sensazione di non avere il diritto di sentirlo.
Perché, dopo tutto, ero là, quella era la mia libera scelta, bisognava effettuare la prestazione...Strano come ciò mi ricordi qualcosa...

E poi, come succede sempre, vi è un grande assente, qualcuno di cui non si parla mai, perché, sì, sono tutti d'accordo su questa questione e dunque non vale la pena discuterne.
Le puttane costrette, assoggettate alle reti dei prosseneti, chiamiamole pure come vogliamo.
Si accusano spesso le abolizioniste di non avere una mentalità aperta, ma discutere soltanto della prostituzione ritenuta liberamente scelta che cos'è, se non la rimozione di un grosso problema?
Che cos'è la prostituzione per queste donne se non uno stupro pagato?
Come si può parlare con indignazione di intollerabile violenza dell'assimilazione della prostituzione allo stupro senza prendere in considerazione questo problema neppure per un secondo?

Quello che appare strano in questo dibattito, è l'inversione delle priorità.
Si denuncia la violenza di certe frasi per una minoranza [di prostitute], prima di pensare a quel che significano per la maggioranza di esse.
Ci si indigna a nome di alcune che vivrebbero la prostituzione come una forma di realizzazione personale, se non di divertimento, senza considerare quelle per le quali essa è invece una reiterazione di violenze e di traumi e tanto meno quelle che sono costrette da altri a prostituirsi.
Ci si preoccupa dei clienti, oh poveri uomini!, stigmatizzati da tali frasi, mentre sarebbe necessario capirli: la miseria sessuale è una cosa così triste!
Allora: non nego che si possa percepire come una violenza l'assimilazione della prostituzione allo stupro. Capisco anche perfettamente perché essa possa urtare.
Ma, nella condizione attuale, credo di preferire che si esagerino forse un po' le violenze che avvengono nella prostituzione, piuttosto che vi ci si abitui al punto da considerarle normali.
Perché la vera violenza intollerabile per me, è proprio questa.

Anche questa volta - come le precedenti [1][2] - Loredana Lipperini ha reagito alle critiche con affermazioni ingiuriose e diffamatorie. I contenuti del mio ultimo post sono stati da lei definiti come manganellate, randellate, bastonate. Un cercare nemici da impallinare. Spaventoso, deumanizzante. Direttamente sul suo blog. Più allusioni varie, sparse per il web.

Nessun rispetto, nè per me, nè per il senso delle proporzioni. Eppure ho solo preso le sue parole, per metterle a confronto con quelle di altri. Se ci fa una bella o una brutta figura non è responsabilità mia. Non ho usato nei suoi confronti neanche un aggettivo negativo. Solo le parole che ha scelto di scrivere lei. Riassunte letteralmente, linkate ai suoi post, riprodotte in immagine. Integralmente. Se quando le tornano indietro le fanno male, non sono io che uso il manganello, è lei che lancia boomerang.

Non rimprovero la decisione di bloccare il mio account su Facebook e di fare lo stesso nei confronti di altre persone a me associabili anche solo per aver concesso un like, al fine di rendere inaccessibile la sua bacheca. E’ suo diritto. Sono affari suoi, se preferisce ospitare i commenti dei mascolinisti ed escludere i miei. Non è suo diritto invece scrivere cose così:



Per di più, senza dare alcun riferimento testuale. I lettori del suo blog, che immagino siano molte centinaia dato che è uno dei primi blog italiani, non possono verificare se quanto mi viene attribuito è vero, possono solo fidarsi degli insulti che mi vengono rivolti. Perchè le accuse, senza indizi, senza prove, sono solo insulti.

Essere una conduttrice radiofonica, una giornalista di Repubblica, una scrittrice di libri pubblicati da una delle più importanti case editrici italiane, la Feltrinelli, essere una delle prime blogger italiane, significa esercitare un potere d’influenza nei confronti dell’opinione pubblica. Un potere che può essere esercitato in modo autorevole, argomentando e confutando, cercando di spiegare e persuadere. Oppure in modo autoritario, delegittimando, denigrando, insultando. E’ paradossale, ma frequente, che l’uso del modo autoritario si accompagni alla recitazione del ruolo di vittima eretica perseguitata e oppressa dal potere ortodosso, secondo la scuola dell'amica di Abbattoimuri.

Io non ho nessun potere, salvo quello di qualsiasi utente navigante capace di aprirsi un blog e una pagina su Facebook. Non ho mai insultato Loredana Lipperini. Non l’ho mai qualificata in modo negativo. Non ho mai detto che non la riconosco come femminista. Più volte l’ho citata e linkata in modo favorevole. Era consenso, non baci e carezze. Consenso. Di recente, invece le ho espresso dissenso, non manganellate e bastonate. Dissenso.

Non ho colto alcun pretesto. Da un mese stiamo scrivendo a sostegno della legge francese che sanziona i clienti della prostituzione per combattere la tratta, cercando di confutare, gli argomenti contrari usati dai salauds e dagli intellettuali che li appoggiano. In Francia e in Italia. Pubblichiamo dati, informazioni, testimonianze, analisi. Non insultiamo nessuno. Loredana Lipperini è intervenuta sul suo blog con un breve post. Per esprimere contrarietà alla legge, a mio giudizio in modo superficiale. E per liquidare le posizioni favorevoli come semplicemente ostili alla persona di Elisabeth Badinter. Quindi, ho mostrato quel che ha scritto lei e quel che abbiamo scritto noi. Per mostrare che di Elisabeth Badinter disapproviamo i contenuti, non la persona. Anche se tra la persona e i contenuti, talvolta, c’è conflitto d’interesse.

Se avessi voluto cogliere pretesti, avrei potuto più agevolmente approfittare di altre occasioni. Per esempio, quella che vede Loredana Lipperini impegnata inutilmente in difesa di Costanza Miriano, contestata dalle donne spagnole, per il suo libro «Sposati e sii sottomessa». Autrice già tutelata in modo egregio da Camillo Langone, che oggi paventa il ritorno del rogo dei libri in Europa, mentre solo ieri voleva togliere i libri alle donne affinché tornassero a fare figli.



Una difesa superflua, buona per esibire un po' di tolleranza volterriana. Non condivido quello che dice, ma ha il diritto di dirlo, etc... discutiamone democraticamente... La sottomissione delle donne, una opinione discordante su cui ragionare, finchè qualcuno non pubblicherà l'elogio dello schiavismo o dell'antisemitismo, così giusto per cambiare tavola rotonda.

Sono un dilettante e non ho in progetto di diventare un collega professionista di Loredana Lipperini come invece lo è Costanza Miriano. Spero ugualmente lei voglia un giorno riconoscere lo stesso diritto e dedicare la stessa tolleranza anche a me. Altrimenti, pazienza, ne farò a meno.

Loredana Lipperini scrive che in queste settimane è vivissima la polemica sulla propsta di legge francese, che prevede di punire i clienti di prostitute con un’ammenda di 1.500 euro, raddoppiata in caso di recidiva.
Quali sono i termini della polemica?
Lipperini espone il punto di vista degli oppositori. Cita il manifesto dei 343 salauds, contrari alla legge perchè trovano ingiusto che il parlamento legiferi sui loro piaceri e desideri. Cita Elisabeth Badinter secondo cui lo stato non deve legiferare sulla sessualità degli individui, decidere cosa è bene o è male e reputa la legge una dichiarazione di odio contro la sessualità maschile.
Poi espone il punto di vista dei favorevoli: ce l’hanno con Badinter perchè è miliardaria (27esima Ora) e anche peggio (altrove).
Dopo questa esposizione delle parti in causa, espone la sua opinione: La posizione di Badinter è limpida. La prostituzione può essere una libera scelta, e la mentalità di un uomo che vuole comprare un rapporto sessuale non si cambia con una legge che reprime, ma con una legge che fa cultura. Quindi, suggerisce la lettura di un articolo di Elena Guicciardi su un saggio di Badinter. Per meglio chiarire le cose.
La morale dell'articolo allegato al post sembra questa: le femmine divengono donne naturalmente identificandosi con la madre, i maschi diventano uomini solo dopo essersi separati dalla madre, per potersi identificare con il padre. Molti vivono però il distacco con un senso di tradimento o un'ansia da castrazione, se non trovano un padre mentore che li aiuti nella conquista della loro identità virile, e dato che tante volte tale aiuto non lo ricevono, perchè i padri sono assenti, essi vanno incontro al destino del macho tutto muscoli senza cuore e cervello o dell’invertebrato incapace di assumere la sua virilità. Saranno costoro i potenziali clienti a cui non serve fare la multa?

Il saggio non è piaciuto al Ricciocorno Schiattoso, che ha così commentato:

Tutte queste affermazioni sono assolutamente prive di riscontri. Studi empirici sulla genitorialità hanno dimostrato che simili sciocchezze sulla mascolinità e femminilità non hanno niente a che spartire con il sano sviluppo di qualsiasi bambino, maschio e femmina che sia, e la realtà quotidiana delle famiglie “non ideali” (quelle, per intenderci, che non dispongono di una mamma e di un papà, perché hanno solo una mamma o solo un papà, o due papà o due mamme) ce lo dimostra ogni giorno. Un bambino ha bisogno di un genitore che sappia prendersi cura di lui: cosa quel genitore ha in mezzo alle gambe è irrilevante.
Gli unici che soffrono dell’ “assenza del padre” sono quegli uomini incavolati per la enorme mole di privilegi che sono spettati per secoli e secoli al virile “pater familias”, ed ora pensano di convincerci che il loro non essere più al centro del dibattito è una tragedia per il mondo intero… Se l’osservazione diretta dei bambini ci mostra che anche senza “il Padre” i bambini stanno benissimo (perché come ha anche dichiarato pubblicamente L’Associazione Italiana di Psicologia “le affermazioni secondo cui i bambini, per crescere bene, avrebbero bisogno di una madre e di un padre, non trovano riscontro nella ricerca internazionale […]. Infatti i risultati delle ricerche psicologiche hanno da tempo documentato come il benessere psico­sociale dei membri dei gruppi familiari non sia tanto legato alla forma che il gruppo assume, quanto alla qualità dei processi e delle dinamiche relazionali che si attualizzano al suo interno), quello che dovremmo davvero chiederci è cosa spinge questa signora a riempire pagine e pagine di vecchie favole, mentre dovremmo tutti adoperarci affinché anche questo paese segua la scia di quelli che hanno abbandonato la religione dei padri e cercano di affidarsi ad un sano buon senso.
Per il resto: se il genere maschile, che ha sempre goduto e gode a tutt’oggi del potere economico e politico, è in crisi perché ha sviluppato un “ego fragile”, perché non decide di prendersi un po’ di riposo, di abbandonare gli scranni per autorelegarsi in casa a sfornare torte e passare lo straccio; forse, assumere per un po’ un ruolo subordinato e un atteggiamento sottomesso potrebbe far diventare questi poveri uomini in crisi forti ed equilibrati come noi donne… (è ironia, si capisce?)

I 343 salauds devono allora trovarsi un'altra spiegazione. E altri 326 firmatari, poichè sono in realtà soltanto 17. Tra cui Frédéric Beigbeder, direttore di un mensile porno-soft, Richard Malka, avvocato di Dominique Strauss-Kahn, Ivan Rioufol, polemista, antifemminista, giornalista del quotidiano di destra Le Figaro, Eric Zemmour, altra firma del Figaro, scrittore di destra e reazionario, autore de Le premier sexe, dove scrive che la virilità va di pari passo con la violenza e che l'uomo è un predatore sessuale, un conquistatore. Basile de Koch strenuo oppositore dei matrimoni gay. [cfr. Maria Rossi 04.11.2013]

Il Manifesto dei 343 maiali fa il verso allo storico «Manifesto delle 343 sgualdrine» del 1971: oltre quarant’anni fa molte donne firmarono sul Nouvel Observateur un appello in cui affermavano di avere avuto un aborto, allora illegale. Il testo redatto da Simone de Beauvoir e sottoscritto da Marguerite Duras e Catherine Deneuve (tra le altre) fece scandalo e contribuì alla legalizzazione dell’interruzione di gravidanza, tre anni dopo. [Corsera 31.10.2013]
La ministra per i Diritti delle Donne e portavoce del governo, Najat Vallaud-Belkacem, ha commentato con indignazione: «Le 343 sgualdrine chiedevano di disporre del proprio corpo, i 343 mascalzoni vogliono disporre del corpo degli altri». Una delle «sgualdrine» del 1971, Anne Zalensky, oggi presidente della Lega dei diritti delle donne, ha immediatamente scritto su Le Monde che «questo appello umilia le donne. Nessuno è libero: né chi si prostituisce, costretto da ragioni economiche o psicologiche, né il cliente, preso in un sistema di relazioni uomo-donna fondato sul malinteso e la paura».[Corsera 31.10.2013]
Il logo della campagna contro la legge anti prostituzione è una mano aperta con la scritta Touche pas à ma pute , «Giù le mani dalla mia puttana», che ricalca lo slogan di Sos Racisme degli anni Ottanta Touche pas à mon pote , «Giù le mani dal mio amico (l’immigrato, ndr )». L’idea ha provocato la protesta di Sos Racisme. Che ha denunciato un uso improprio e desolante del suo slogan. Per l’organizzazione antirazzista l’aspettativa dei clienti di poter comprare rapporti sessuali non è un diritto e la campagna dei Salauds distorce troppe battaglie, quella per i diritti di cittadinanza degli immigrati, quella per la depenalizzazione dell’interruzione volontaria di gravidanza e il diritto fondamentale delle donne di poter disporre del proprio corpo. [cfr RTL.fr 30.10.2013]

Ai salauds rimane il consenso di Elisabeth Badinter. Una figura centrale del potere francese, scrive la 27esima Ora, che la qualifica nel titolo femminista miliardaria. In Italia femminismo è un concetto molto ampio e dilatato. Fino a comprendere lo stesso antifemminismo, se di parte femminile. In una libreria Feltrinelli, sotto la voce donne/femminismo si possono trovare tanto i libri di Simone de Beauvoir, quanto quelli di Costanza Miriano [Foto blogger UAGDC]. Miliardaria può far storcere il naso a sinistra, ma è dubbio che sul Corriere della Sera, primo giornale della borghesia, abbia un significato denigratorio. Quel titolo avrà voluto giocare sulla curiosità, usare una immagine somigliante ad un ossimoro. L'articolo, tutt'altro che polemico e personalistico, è persino lusinghiero. Le idee di Badinter sono riportate in modo acritico. Lei, celebre filosofa di sinistra, a cui l'Assemblea nazionale chiede spesso un parere autorevole in occasione dei dibattiti parlamentari, grande studiosa del secolo dei lumi, che combatte la molezza contro l'islam radicale, è definita eretica e coraggiosa.  Altrove, mi pare, non se ne sia parlato, a parte un favorevole articolo del Giornale d'Italia, direttore Francesco Storace. Dunque, chi ne parla male o addirittura peggio? Purtroppo, nessuno.

Qui, ne abbiamo parlato in due occasioni. Per commentare proprio l'articolo della 27esima Ora e mettere in evidenza la contraddizione tra il voler riconoscere (distorcendone il senso) l'autodeterminazione della donna quando si prostituisce e il volerla però disconoscere quando indossa il velo. [cfr 12.011.2013]. In una replica ad Eretica/Fikasicula che qualifica le femministe abolizioniste come borghesi, neoliberiste, colonialiste, per farle notare che personalità di quel tipo sono invece dalla sua parte.

(...) Quanto ad Élisabeth Badinter, soltanto in Italia la ricca ereditiera viene gratificata del titolo di femminista. In Francia le militanti del movimento delle donne le assegnano il posto d'onore tra le compagne di strada dei maschilisti. Aspre critiche riceve anche dalle femministe canadesi ed inglesi. Nel nostro Paese, invece, è apprezzata in ugual misura, in uno stranissimo connubio, da femministe (per le sue posizioni sulla maternità) e da infervorati antifemministi, che sui loro siti pubblicano compiaciuti le sue interviste e stralci del libro La strada degli errori. Alla signora Bleunstein-Blanchet (Badinter è il cognome del marito) si possono tranquillamente attribuire tutti gli epiteti che l'autrice dell'articolo che sto commentando rivolge, a mo' di invettiva, alle femministe abolizioniste, a partire da quello di neocolonialista, nella singolare accezione in cui lo intende la nostra blogger, che indirizza l'insulto a chi in Francia si è dichiarato contrario a consentire alle donne di indossare il velo nei luoghi pubblici. Non solo Badinter sostiene questa posizione, ma esorta pure calorosamente le mussulmane che dimorano in Francia e si ostinano ad indossarlo ad emigrare in Afghanistan o in Arabia Saudita!
A Badinter si possono soprattutto indirizzare le accuse di collusione con la borghesia e con il capitalismo neoliberista rivolte dalla nostra blogger alle femministe abolizioniste. Mi correggo! La signora Badinter non è complice, ma prestigiosa esponente del club dei più facoltosi capitalisti francesi. Dal padre ha ereditato, infatti, la multinazionale Publicis, la terza agenzia pubblicitaria del mondo, che nel 2012 ha realizzato un fatturato di sei miliardi e seicento dieci milioni di euro.  La signora, che è azionista di riferimento e presidente del consiglio di sorveglianza della società, ha incassato l'anno scorso 1,4 miliardi di dollari. Non proprio un'anticapitalista, un'indignata o un'occupy Paris, come potete constatare!
La pubblicità, come sappiamo, concorre a perpetuare la divisione dei ruoli, il sessismo e l'oggettivazione del corpo delle donne. Non desta alcuno stupore, quindi, la posizione favorevole alla prostituzione e l'assenza di impegno antisessista di Badinter.  Persino la sua, pur legittima, scarsa simpatia per le madri e alcune sue posizioni, come quella contro l'allattamento al seno, lasciano palesare l'esistenza di un gigantesco conflitto di interessi. Uno dei migliori clienti della Publicis è, infatti, la Nestlé, produttrice di latte in polvere, che ha stipulato con la multinazionale della pubblicità contratti del valore di centinaia di milioni di euro. Del resto, alla giornalista di Le Monde che le chiedeva nel 2010 come fosse maturata in lei l'idea di scrivere il libro Le conflit: la femme et la mère, tradotto in italiano con il titolo di Mamme cattivissime, Élisabeth Badinter rispondeva così: La decisione di scrivere questo libro mi è venuta ascoltando una notizia alla radio nel 1998. Il Ministro della Sanità dell'epoca: Bernard Kouchner aveva appena firmato un decreto che, in conformità con le direttive europee, vietava la pubblicità del latte in polvere e l'offerta di campioni gratuiti nei reparti di maternità degli ospedali pubblici. Ciò significava che le donne che non volevano allattare dovevano pagare il latte in polvere, un'intollerabile ingiustizia per chi ricava profitti milionari dagli spot per la Nestlé. [Cit. Maria Rossi 4.11.2013].
 
Infine, poichè Elisabeth Badinter è molto apprezzata dai gruppi misogini e neomaschilisti, una scheda a lei dedicata, compare in uno dei saggi sul mascolinismo, quello relativo alla Francia, pubblicato qui la scorsa estate.

Elisabeth Badinter è professoressa di filosofia alle scuole superiori, oggi docente al Politecnico. E' una delle tre figlie del pubblicitario Marcel Bleunstein-Blanchet e Presidentessa del Consiglio di Sorveglianza di Publicis dal 1996. E' anche la seconda azionista del gruppo, di cui detiene circa il 10%, e figura ai primi posti tra le 500 persone più ricche della Francia.
Si può affermare che Elisabeth Badinter sia molto apprezzata dai mascolinisti: è citata nella home page del sito dei congressi Paroles d'Hommes e su numerosi altri siti mascolinisti.
Bisogna dire che la Badinter ce la mette tutta. Fin dal 1992, ella fustiga «l'uomo debole» che il femminismo avrebbe partorito:
«Le donne nordiche ne hanno abbastanza dell'uomo debole. Anche le donne più sensibili alla tenerezza maschile non vogliono più saperne di uomini di questo tipo, surrogati delle donne tradizionali. Gli uomini, da parte loro, sono stanchi di dover lavare i piatti e svolgere le faccende domestiche per avere il diritto a far sesso con la propria moglie». [Elisabeth Badinter, XY de l'identité masculine, Odile Jacob, Paris, 1992, p.230]. In Fausse route [La strada degli errori], una dozzina di anni più tardi, ella critica il femminismo, denigra l'inchiesta sulla violenza contro le donne, difende la PAS, critica le legge del 2002 sulle molestie sessuali che estende la sua definizione ai rapporti tra colleghi di lavoro: «non sarebbe stato meglio incoraggiare gli uomini e le donne a praticare l'autodifesa, piuttosto che considerarli vittime indifese?». In questo saggio, che segna, secondo molti, la sua rottura, qualsiasi cosa ne dica l'autrice, con il femminismo, si trova una buona parte dei miti mascolinisti. [Il mascolinismo in Francia 01.07.2013].

  


di Maria Rossi


L'antropologo Franco La Cecla, in un'intervista concessa a Laura Eduati sull'Huffington Post, propone una riflessione nella quale si intersecano più piani: la concezione della sessualità maschile adulta e femminile adolescenziale, la prostituzione minorile, il confronto tra il comportamento di Berlusconi e quello di Strauss-Kahn. 

Quest'ultimo punto è già stato affrontato con grande acume da Il Ricciocorno Schiattoso. Vorrei però riprenderlo, se non altro per ribadire quanto già scritto da lei, perché ritengo che le sue deduzioni siano estremamente importanti.

Nelle parole di Franco La Cecla, Silvio Berlusconi appare una figura meno tragicamente eroica e trasgressiva rispetto a quella di Dominique Strauss-Kahn, perché acquista quella sessualità sregolata e lussuriosa di cui l'ex direttore del Fondo Monetario Internazionale si appropria invece senza chiedere il permesso a nessuno e infrangendo le norme.

Se la sessualità maschile vorace e incontenibile come quella di Strauss-Khan viene messa al bando, allora personalità politiche come Silvio Berlusconi possono cavalcare il diritto a mostrarsi sessualmente onnivori e amanti delle donne opponendosi al moralismo. E infatti Berlusconi ha anche sdoganato nell'immaginario italico la sessualità con le minorenni, compiendo però un terribile errore. Ha comperato l'infrazione. Ha ottenuto cioè il proprio sesso sregolato e lussurioso pagandolo e dunque mercificandolo. Ha cioè compiuto un passo opposto rispetto a quello del suo antagonista francese Dominique Strauss-Kahn, potentissimo eppure letteralmente rovinato dal proprio appetito sessuale. A Berlusconi è rimasto il potere, ma non l'erotismo. Le intercettazioni e le descrizioni del bunga-bunga sono tutto fuorché erotiche, anzi, sono squallide. E ha rovinato per sempre l'immaginario erotico degli anziani.

Ex direttore del Fondo Monetario Internazionale, Dominique Strauss-Kahn, come ricorderete, è stato accusato di stupro dalla cameriera dell'hotel Sofitel di New York Nafissatou Diallo, originaria della Guinea-Bissau. In precedenza aveva esercitato un abuso di potere nei confronti dell'economista dell'FMI Piroska Nagy, che aveva costretto ad avere rapporti sessuali con lui. Dopo Nafissatou Diallo, anche la giornalista Tristane Banon lo ha denunciato per un tentativo di stupro avvenuto tempo addietro, ma la magistratura francese ha minimizzato il fatto, derubricando il reato a semplice aggressione sessuale e ne ha decretato la prescrizione. Infine, anche la giornalista italiana Myrta Merlino ha lamentato di essere stata oggetto da parte di Strauss-Kahn di pesanti avances che si configurano come una forma di violenza psicologica.

Suprema incarnazione del potere, l'ex direttore del Fondo Monetario Internazionale ne ha, quindi, ampiamente abusato. Lo stupro di Nafissatou Diallo, in particolare, assume evidentissime connotazioni classiste, razziste, padronali e neocoloniali. Da un lato il potentissimo e ricchissimo direttore francese di un organismo internazionale che promuove politiche di aggiustamento strutturale che determinano un brutale impoverimento delle popolazioni che ne sono oggetto, incentivandone la migrazione, dall'altro una donna, originaria di un'ex colonia francese, costretta da queste politiche ad abbandonare il suo Paese e a svolgere altrove un'attività scarsamente remunerata: in questo caso quella di cameriera. Da un lato, un uomo che può permettersi di spendere 3000 dollari per alloggiare nella stanza di un hotel, dall'altro una donna che percepisce 5-10 dollari all'ora per riassettarla. Si potrebbe sostenere che questa emblematica vicenda rappresenta la metafora dello stupro neocoloniale perpetrato dai dirigenti del Fondo Monetario internazionale sugli abitanti dei Paesi del cosiddetto Terzo Mondo, in particolare sulle donne, dal momento che la povertà presenta una spiccata connotazione di genere. Rievocare questi episodi ci consente dunque di comprendere a chi si riferisca l'antropologo La Cecla quando elegge Strauss-Kahn a simbolo di una sessualità maschile vorace e incontenibile che non dovrebbe essere criminalizzata.

Sono convinta che sia profondamente offensivo per gli uomini essere identificati con l'ex direttore del FMI, o veder descritta comunque la propria pratica sessuale come predatoria, prepotente, dispotica, aggressiva, irrispettosa, incontrollabile. Da un lato l'ordine simbolico patriarcale rappresenta gli uomini come gli autentici depositari della ragione, di cui disporrebbero in grado più elevato rispetto alle donne, dall'altro li dipinge contraddittoriamente come dominati da irrefrenabili pulsioni sessuali che ne plasmerebbero fatalmente le azioni.

Se La Cecla volge uno sguardo che pare colmo di ammirazione a Strauss-Kahn è perché concepisce la sessualità come costante infrazione di norme. Il significato di questa espressione è illuminato da un inquietante periodo, giustamente e intelligentemente evidenziato da il Ricciocorno Schiattoso.


Alcune femministe francesi spiegano bene come il femminismo abbia trasformato anche la sessualità in una trattativa tra uomo e donna, rinunciando totalmente alla lussuria. Se imponiamo delle regole, sacrosante quando vogliamo ottenere dei diritti sociali e politici, ma deleterie quando entriamo nel territorio del desiderio e dell'erotismo, togliamo al sesso quella capacità di infrangere le regole che per questa esperienza è incancellabile.

Una precisazione, anzitutto. Le femministe francesi cui si riferisce La Cecla sono con ogni probabilità Élisabeth Badinter, il cui appellativo di femminista in patria è fortemente contestato dalle esponenti del movimento, e Marcela Iacub, che è in realtà parecchio in sintonia con il maschilismo e ha composto una sorta di apologia di Strauss-Kahn, difeso dall'accusa di stupro e un Antimanuel d'éducation sexuelle in cui lamenta fra l'altro la reintroduzione in Francia del reato di zoofilia, abolito dalla Rivoluzione del 1789.

Ora: per La Cecla la sessualità non dovrebbe contemplare una trattativa tra uomo e donna, ossia, se la logica non mi inganna, non dovrebbe prevedere l'assenso della partner, perché altrimenti si snaturerebbe, depauperandosi di un elemento fondamentale: la lussuria. Dunque: il consenso (non parliamo poi dell'incontro tra desideri) sarebbe un ostacolo alla libera esplicazione della sessualità. Chiedo scusa, ma questo significa per me legittimare lo stupro; perché un rapporto sessuale non consensuale non può che definirsi tale. Non imporre regole alla sessualità viene dunque a configurarsi come un modo per decretare l'irrilevanza del consenso nella sfera delle relazioni intime e, dunque, per legittimare sostanzialmente lo stupro.

L'infrazione alle regole della quale si nutrirebbe la sessualità spiegherebbe e giustificherebbe agli occhi di La Cecla anche il ricorso degli adulti alla prostituzione minorile. Il comportamento dei clienti che praticano rapporti mercenari con le quattordicenni riceve una duplice legittimazione: da un lato questi uomini si conformano all'unica norma alla quale, secondo La Cecla, dovrebbe attenersi la sessualità: quella di infrangere tutte le regole, dall'altro la responsabilità e la colpa viene dislocata, decentrata sulle ragazze in età puberale. Sono loro, secondo l'antropologo, ad offrire provocatoriamente sesso agli adulti per mettere alla prova la loro capacità seduttiva. Gli uomini maturi o anziani si limitano semplicemente a corrispondere ad un desiderio e ad una volontà chiaramente espressa da ragazze di 14 anni. A La Cecla non balza agli occhi l'enorme squilibrio di potere e di esperienza che sussiste tra un'adolescente e un uomo maturo od anziano, provvisto magari di ingenti risorse finanziarie. Il nostro antropologo non si pone neppure la domanda correttamente formulata da Massimo Lizzi in un suo recente articolo: se un uomo abbia, cioè, il diritto di comprare o noleggiare una donna, per farne un suo oggetto. Lizzi aggiunge che ".a questa domanda gli uomini devono rispondere, senza andare a nascondersi dietro l'alibi del consenso femminile". Sono assolutamente d'accordo con lui.

L'ipersessualizzazione delle bambine e delle ragazze in età puberale, la banalizzazione del sesso da parte delle adolescenti, il giovanilismo come istanza ideologica che si impone a tutti, pur essendo fenomeni reali, non possono essere invocati a legittimazione dello sfruttamento sessuale e della riduzione a merce delle quattordicenni da parte degli adulti. Gli uomini devono pur interrogarsi sul senso etico dei propri atti, sul diritto o meno di appropriarsi del corpo di chi è poco più che una bambina.

La dislocazione della responsabilità è un'operazione che La Cecla tende a reiterare con una certa frequenza. La applica, infatti, anche laddove afferma che il turismo sessuale è il prodotto della decisione di mamme sciagurate. Stupisce, anzitutto, che un antropologo liquidi una questione così complessa come la prostituzione infantile e minorile nei paesi del Terzo Mondo con un'attribuzione di responsabilità alle madri sciagurate senza approfondire temi come la schiavitù per debiti, la pauperizzazione delle popolazioni di questi Stati determinata dall'imposizione delle politiche neoliberiste e così via. Di nuovo poi si deresponsabilizzano gli uomini che ricorrono alle prestazioni sessuali delle bambine. Gli Italiani detengono in proposito un triste primato. Secondo l'Ecpat, un'organizzazione che lotta contro lo sfruttamento sessuale infantile, sono 80.000 i nostri connazionali che ogni anno si recano a Santo Domingo, in Colombia, in Brasile, in Kenya, in India e altrove per consumare come merci bambine di età compresa tra i 5 e i 14 anni. I turisti sono giovani e adulti tra i 20 e i 40 anni che vogliono "provare un'emozione nuova", in modo occasionale (60%), o addirittura abituale (35%). Nulla da dire su questi pedofili?

Discutibile mi pare anche la delineazione di un confine tra turismo sessuale e baby prostituzione, interpretati come fenomeni completamente diversi per la differente composizione demografica dei soggetti interessati. Il turismo sessuale, intanto, colpisce anche le quattordicenni, ma poi comprarsi una quindicenne è davvero così diverso dal comprarsi una dodicenne?

Infine, mi pare mistificatorio sostenere che nella prostituzione adulta le donne eserciterebbero un potere impressionante che si concretizzerebbe nella messa in scena di un entusiasmo inesistente. La simulazione del piacere, la pratica di una sessualità senza desiderio, l'appagamento esclusivo delle istanze di godimento maschili rappresentano, al contrario, altrettanti sintomi dell'asservimento ai bisogni e alle pulsioni altrui, del sacrificio di sé, della rinuncia alla propria autonomia e alle proprie aspettative. Non si tratta di un gran potere, mi pare. Al contrario, la mediazione del denaro conferisce al cliente lo status di padrone sessuale temporaneo della donna-merce acquistata.



di Maria Rossi


Sono infinitamente grata a chiunque abbia organizzato ieri iniziative di riflessione sulla pratica della violenza maschile sulle donne e alle giornaliste e femministe Adriana Terzo, Barbara Romagnoli e Tiziana Dal Pra per aver proclamato uno sciopero cui ho aderito con convinzione. Grazie, grazie a tutte! www.scioperodelledonne.it

Mi ha rattristato invece, da donna che ha vissuto certe esperienze, la pubblicazione di un articolo di Monica Pepe nel quale ho ravvisato, a torto o a ragione, una forma di victim blaming, di disprezzo profondo nei confronti dei soggetti cui la violenza è stata inflitta. Vi si parla infatti di autonarrazione di donne infelici con uomini violenti o traditori, il cui unico riscatto è l'evacuazione a trasmissioni televisive dell'industria del dolore. Evacuazione: vocabolo che indica, come ognun sa, o l'abbandono di un luogo, imposto da motivi di emergenza (ma in tal caso il lemma è seguito dalla preposizione semplice da e dal complemento di separazione o di allontanamento) o, come pare proprio in questo caso, l'eliminazione delle feci dall’intestino o lo svuotamento di una raccolta patologica di liquido (un versamento pleurico, ad esempio). Dunque, i racconti delle vittime di violenza sono degradati ad atti di defecazione o a flussi di materiale infetto, purulento, che rischia di contagiare le donne sane, quelle che la violenza non l'hanno mai subita e rimpiangono il tempo in cui essa veniva occultata, suscitava un sentimento di pudore, anziché essere pubblicamente narrata e apparire come concreta attestazione della condizione di oppressione in cui versano le donne, una condizione che ci si ostina a negare. Meglio ritornare disciplinatamente al silenzio, si raccomanda, per evitare la mercificazione del dolore o, al limite, affidarsi alle iniziative di movimento, quasi che quest'ultimo, in qualsiasi modo lo si intenda, possa sostituirsi alle narrazioni autobiografiche delle vittime, ritenute evidentemente incapaci di raccontare il proprio vissuto secondo i corretti parametri e paradigmi culturali elaborati da questa o quell'altra compagna. Ci si lasci espropriare dalle e dagli esponenti di questo ectoplasmatico movimento che sa produrre analisi, interpretazioni, decodificazioni, commenti, glosse, postille asettiche, senza abbandonarsi a disgustose evacuazioni purulente, per giunta spettacolarizzate e mercificate.

Né ci si rivolga ai Centri antiviolenza, perché si rischia di sfiancare le operatrici, costringendole ad un lavoro di ascolto continuo di storie che appartengono al secolo passato. Ora: immagino quanto sia difficile, dura ed emotivamente coinvolgente l'encomiabile attività delle operatrici di questi Centri e so che essa comporta un notevole carico di stress con il pericolo di incorrere nella sindrome da burnout. Io un lavoro simile non sarei proprio in grado di svolgerlo, in quanto richiede doti e competenze davvero sovrumane. Ciò detto, non è piacevole leggere che le vittime di violenza rappresentano soltanto un peso, una presenza ingombrante e snervante. Pare inoltre che la violenza si configuri per l'autrice di questo testo come una forma di rapporto arcaico, come il retaggio di un passato ancestrale e non come una modalità di oppressione patriarcale che, benché abbia radici antiche, si perpetua, assumendo caratteri sempre nuovi.

Compaiono poi nel testo che sto commentando espressioni di cui non riesco a comprendere l'utilità o il senso recondito, che mi pare piuttosto enigmatico. Vi è l'invito, rivolto a uomini e donne, ad essere reciprocamente dolci e gentili. Il valore della tenerezza e della cordialità è indiscutibile, ma perché viene evocato in occasione della Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza sulle donne e perché l'esortazione viene rivolta anche a loro? Sarò sospettosa, ma non è che si è convinte che sia la presunta insolenza femminile a provocare la giusta reazione maschile? Qualche riga dopo, si ritiene, infatti, opportuno tranquillizzare gli uomini, rassicurandoli sul fatto che, quando avremo conquistato i nostri diritti, saremo tenere con loro. Non devono, pertanto, temerci. Che significa questo ribaltamento del discorso? Si sta affrontando il problema della violenza perpetrata dagli uomini sulle donne e sono i primi, quindi, a non dover incutere paura alle compagne, anziché il contrario.

O forse la chiave interpretativa, il paradigma corretto di lettura della violenza maschile sulle donne va individuato nel materno che controlla l'uomo, evocato dall'autrice dell'articolo? La responsabilità della violenza viene fatta ricadere sulle madri e sull'ordine simbolico materno che, introiettato da tutte le donne, le indurrebbe ad esercitare un soffocante controllo sugli uomini, scatenandone la reazione violenta, ma pienamente giustificata, in quanto volta alla riconquista della libertà conculcata? Ho capito bene o ho frainteso il significato di questo periodo? E se la mia interpretazione è corretta, mi chiedo quando smetteremo di chiedere alle donne di farsi carico dei comportamenti maschili e quando cesseremo di ritenerle colpevoli delle violenze che subiscono.

Ho letto un articolo di Lorenzo Gasparrini sulla prostituzione. Fin dal titolo, afferma che il relativo dibattito è impostato nei termini O sei con me o sei contro di me. Mentre lui propone di dialogare. Usa un modo binario (dialogo vs contrapposizione) per contestare una logica binaria (favorevoli vs contrari alla prostituzione). Sembra una posizione di buon senso. In questa versione del bianco e nero, al dialogo va la parte del bianco. Tuttavia, come Gasparrini ci insegna, ci sono tante gradazioni di grigio, per non dire degli altri colori e di tutte le sfumature. Così dipende sempre quando, come, con chi, su e per cosa.

La retorica del o come me o contro di me può esistere in vari modi. Ne ho trovati tre. Il primo è quello che pretende di farti scegliere tra due cose che possono coesistere. Ad esempio, tra l’appartenenza nazionale e l’appartenenza religiosa o l’appartenenza politica. Tedesco o ebreo, francese o musulmano, americano o comunista, ma anche cattolico o laico, etc. Possiamo fare tutte le combinazioni. Il secondo è quello che pretende di farti scegliere tra due termini, pur essendoci a disposizione termini intermedi o termini terzi. Ai tempi della guerra fredda, era la logica dei blocchi, Usa o Urss, nonostante la socialdemocrazia, il liberalsocialismo (termini intermedi) la Cina e il movimento dei non allineati (termini terzi), o la possibilità di riferirsi a classi e popoli, a prescindere da stati e ordinamenti, i campesinos latinoamericani, gli operai di Praga o di Budapest, gli studenti del ‘68, gli operai dell’autunno caldo, il movimento delle donne.

Il terzo modo è quello che, in negativo, sfrutta i primi due per cercare di aggirare il principio di non contraddizione. Al fine di produrre sintesi o terze vie che di fatto consistono nella ridefinizione e accettazione di uno dei due termini. Chi non sta al gioco, è accusato di essere vetero, manicheo e di sacrificare la complessità. Un esempio può essere la ridefinizione edulcorata del fascismo, ripulito dai suoi caratteri totalitari, rappresentato come una dittatura tollerante e bonaria che, almeno fino al 1938, ha fatto anche cose buone, una dittatura che in fondo poggiava su un considerevole consenso popolare. Chi propone questa ridefinizione, non si dichiara e non è fascista, ma intanto vede nel fascismo una fase necessaria della storia italiana, una risposta alla crisi dei ceti medi dopo la prima guerra mondiale e al pericolo rosso. In fondo, i principali oppositori - socialisti e comunisti - erano rappresentanti di dittature ancora più feroci. Altro corollario, gli eredi del fascismo possono partecipare a pieno titolo alla dialettica politica, come oppositori o come governanti, e i valori del fascismo possono essere opzioni valide quanto i valori ad esso avversi. Chi non aderisce a questa visione, è accusato di rifiutare la pacificazione e di voler proseguire la guerra civile del 1943-45.

Il fatto che alcuni vogliano negare o mutilare il pluralismo politico però, non significa che siano inesistenti le discrimianti democratiche. Dal punto di vista di una persona democratica e di sinistra, le opposizioni comunismo vs anticomunismo e fascismo vs antifascismo sono diverse. Rifiuta la prima in quanto riconosce al comunismo la titolarità di essere una parte in causa nel confronto democratico, senza pregiudicarlo, accetta la seconda in quanto vede nell’antifascismo il presupposto e il fondamento storico della democrazia concretamente realizzata, per cui disconosce i gradi intermedi. Qualsiasi grado intermedio tra fascismo e antifascismo sarebbe un po’ di fascismo, cioè un po’ di negazione della democrazia.

Allo stesso modo, il fatto che alcuni vogliano promuovere guerre di civiltà, non significa che siano inesistenti le discriminanti civili. Per esempio, sulla schiavitù, sulla tortura, sulla pena di morte. Difficile immaginare un dialogo tra favorevoli e contrari, anche se discussioni ce ne sono state e ce ne sono infinite ed io stesso le faccio e le ho fatte. Ma sono dialoghi tra sordi. Non per cattiva volontà, perchè qualcuno stabilisce che Voi fate schifo, non vi rivolgo neanche la parola. Semplicemente perchè, il dialogo presuppone alcune premesse comuni. Si discute quando si diverge nelle inferenze, nelle conclusioni. Quando si diverge sulle premesse, il dialogo è tecnicamente impossibile.

La prostituzione come la schiavitù o la tortura - spesso le comprende entrambi - costituisce una discriminante di civiltà. Faccio fatica ad immaginare un dialogo con chi pensa che una persona sia un oggetto sessuale, il suo corpo una merce, lo strumento meccanico di un servizio, una prestazione, che si può acquistare o noleggiare. Perchè non vedo la premessa comune. Il dibattito è pro o contro la prostituzione perchè è un dibattito sui principi. Il dissenso verte già sui principi.

I principi hanno per gli esseri umani l'utilità che gli istinti hanno per gli animali. Non possiamo soffermarci a valutare ogni cosa, in ogni momento. Perciò, spesso ci regoliamo secondo principio, come fosse secondo istinto. Dibattere pro o contro significa dibattere su quale debba essere il principio regolatore della società. Se gli esseri umani siano da considerarsi persone, soggetti inalienabili, uguali nella dignità, nei diritti, nelle opportunità, o siano da considerarsi anche cose, oggetti, merci, usabili, comprabili, vendibili, consumabili, poichè  dignità, diritti, opportunità sono diversi, per storia o per natura, e a questa differenza discriminante bisogna rassegnarsi. La prostituzione esiste perchè è egemone il secondo principio, perchè è il principio più congruente con lo stato di diseguaglianza e gerarchia che struttura la società. Lo riassume molto bene la testimonianza di un prostituto gay e immigrato.

Un bianco che sfrutta un nero, un vecchio che sfrutta un giovane, un uomo che sfrutta una donna, un etero che sfrutta una trans, un ricco che sfrutta un povero: questa è la prostituzione, una relazione diseguale di potere.

Accettare la prostituzione significa accettare questo diseguale rapporto di potere. Una questione dunque tutta politica, per niente moralistica, anche se i moralisti non mancano. Quali che siano le circostanze specifiche, la prostituzione esprime sempre questa diseguaglianza. Gli stessi fautori delle strade pulite e del decoro urbano, che ne scrivono [della prostituzione] non come qualcosa i cui attori sono esseri umani ma come una specie di malattia purulenta e fetente, da eliminare prima possibile dal corpo “sano” della società, vogliono eliminare la prostituzione solo dallo spazio pubblico, per meglio relegarla ad uso e consumo dei clienti, magari di loro stessi, in ghetti a luci rosse, ai margini o fuori città. Le autorità possono perseguire le prostitute proprio per preservare la prostituzione, così come possono perseguire i poveri proprio per preservare la povertà. Non ha senso rispondere rivendicando la prostituzione, così come non avrebbe senso rispondere rivendicando la povertà.

Una questione riguardo l’etichetta c’è. Perchè non abbiamo le parole. Il fenomeno andrebbe chiamato diversamente da prostituzione. Andrebbe nominato dal lato della domanda e non da quello dell’offerta, perchè è la domanda a determinarlo. La prostituzione definisce il vendersi e chi si vende, il lenocinio definisce lo sfruttamento o l’intermediazione, chi sfrutta o chi fa da intermediario - lenocinio è parola usata molto più raramente di prostituzione. Invece non esiste la parola che definisce il comprare, chi compra. Esiste solo clienti - definizione molto generica e gentileo qualche altro termine dispegiativo, che si riversa comunque di nuovo sulle prostitute. Colui che determina l’esistenza del fenomeno, non dà il nome al fenomeno, tra tutti i soggetti è quello che rimane più in ombra, anche sul piano delle parole. Eppure se le circostanze sono tante - in realtà, sono tre ad essere prevalenti: violenza, bisogno, induzione - la causa è una soltanto: la domanda dei clienti.

Questo è il punto vero. Che sgombra il campo da inutili dilemmi su quel che possono o non possono le donne. La questione è quel che possono gli uomini. Se un uomo ha il diritto di comprare o noleggiare una donna, per farne un suo oggetto. A questa domanda gli uomini devono rispondere, senza andare a nascondersi dietro l'alibi del consenso femminile. E la risposta è si o no.

Ritenere che servano le azioni citate nell’articolo - un’azione di supporto psicologico, di formazione delle forze dell’ordine, di contrasto all’economia sommersa legata alla prostituzione e alla tratta, di diffusione culturale di conoscenza del fenomeno, di organizzazione sociale per l’alto numero di persone coinvolte - presuppone il No alla prostituzione. Diversamente, se è Si alla prostituzione, non servono. Se è Ni alla prostituzione, è dubbio che servano. Il si o il no, l’abolizione o la regolamentazione, non stabiliscono la soluzione, ma la prospettiva. Non sono il superamento del traguardo, ma dicono quale traguardo vuoi superare. Se non siamo d’accordo su dove vogliamo andare, è inutile che intanto ci mettiamo in viaggio per trattare dei vari livelli del fenomeno.

Bisogna affrontare e risolvere ogni questione sociale, senza usarne una per eluderne o rimandarne un'altra. Tutte le povertà, materiali, culturali, e morali, vanno affrontate a prescindere dalla prostituzione. Esistono ragazze povere che non si prostituiscono. Vanno aiutate allo stesso modo di come va aiutata la prostituta indotta dal bisogno. Le politiche per il welfare, l’occupazione, la redistribuzione del reddito, ci devono essere in ogni caso. Almeno, secondo un punto di vista coerentemente di sinistra. Ciascuno ha le sue proposte: il reddito di cittadinanza, il reddito di esistenza, la riduzione dell’orario di lavoro, gli investimenti pubblici, il sostegno all’imprenditoria, etc. Ma, se pensiamo che la prostituzione riguardi una discriminante di civiltà, queste non sono condizioni necessarie per poterla affrontare. Come per la schiavitù. La sua abolizione è un principio civile incondizionato. Credo nessuno imposterebbe il problema nei termini: Si, va bene, è giusto abolire la schiavitù, però prima dobbiamo trovare un lavoro salariato a tutti gli schiavi, se no è l’abolizionismo è solo fuffa, senza contare che una parte degli schiavi non si trova poi tanto male, intanto vitto e alloggio ce l’hanno, e poi tutto viene chiamato schiavitù, ma sotto questa etichetta si raccolgono situazioni diversissime, da quello che si spezza la schiena nei campi a quello che fa il cocchiere, a quello che fa quasi il maggiordomo a casa, da chi tenta la fuga a chi non ci pensa proprio.

Infine, un appunto sull’uso strumentale e propagandistico della parola proibizionismo, per definire le posizioni favorevoli all’abolizione della prostituzione. L’espressione corretta è abolizionismo. Usare proibizionismo significa suggerire che le prostitute sono come le bevande alcoliche o le sostanze stupefacenti e che i clienti sono come gli alcolizzati o i tossicodipendenti. Che i contrari sono i conservatori e i favorevoli sono i progressisti. Ovviamente, non è così. Non lo è neanche da parte degli sfruttatori. Mentre i narcotrafficanti sono contrari alla legalizzazione del consumo di droga poiché gli sottrarrebbe il mercato, gli imprenditori della tratta e dello sfruttamento sessuale sono invece favorevoli alla legalizzazione della prostituzione, poichè glielo ampliarebbe e già glielo ha ampliato dove questa è stata realizzata.



di Maria Rossi


Parteciperò allo sciopero indetto il 25 novembre in occasione della Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza maschile contro le donne.

Vi sono alcune femministe italiane che ritengono invece insensata la sua proclamazione, perché questa pratica sindacale presuppone l'esistenza di una controparte e comporta una definizione di subalternità, un'equiparazione alle dipendenti che prestano la propria forza lavoro ad un datore (in questo caso il compagno), gerarchicamente superiore, in vista della produzione delle attività domestiche e di cura. Queste femministe non comprendono poi quale nesso vi sia tra una rivendicazione di carattere sindacale e la lotta contro le molteplici e complesse forme di violenza maschile contro le donne.

Una risposta eloquente a quest'ultimo quesito la offre la psicologa sociale Patrizia Romito, quando nel fondamentale testo Un silenzio assordante, illustra il motivo per cui la violenza maschile finisce per avvantaggiare tutti gli uomini, inclusi quelli che sono ben lontani dall'esercitarla.

[...] tutti gli uomini, anche coloro che non sono violenti, ricavano dalla violenza esercitata da alcuni: facilità di accesso a rapporti sessuali, servizi domestici gratuiti, accesso privilegiato a posizioni lavorative più elevate e meglio retribuite [p.40]

Il legame tra violenza maschile sulle donne e lavoro domestico e di cura è esplicitato anche da Lundy Bancroft, che individua questo nesso, però, solo nel caso degli abusanti. Per l'autore di Uomini che maltrattano le donne i violenti si attribuiscono uno status speciale che conferisce loro diritti esclusivi e privilegi che perpetuano la disuguaglianza sociale e domestica tra i sessi. Si ritengono in diritto di ricevere, senza contraccambiarle, costanti ed ininterrotte cure domestiche ed emotive, deferenza, appagamento sessuale e pretendono di essere esentati da qualsiasi responsabilità. Se le partner non sono sufficientemente solerti nel soddisfare i loro desideri o richiedono reciprocità nelle manifestazioni di affetto, collaborazione nello svolgimento delle mansioni domestiche e nella cura dei bambini e assunzione di responsabilità, i maltrattanti si ritengono autorizzati a ribadire, anche con l'uso della violenza, la diseguaglianza dei diritti dei membri della coppia. Uomini di questo tipo non esitano, per appagare i propri desideri sessuali, a esercitare coercizione sulle compagne, ossia, a commettere stupri.

La pratica della violenza è quindi chiaramente funzionale al conseguimento di una serie di benefici che la rendono pienamente giustificabile agli occhi dei maltrattanti e assai difficile da abbandonare. Gli abusi garantiscono il mantenimento del potere e del controllo sulle partner e l'esercizio del dominio gratifica questi uomini. Adottando comportamenti aggressivi, i violenti ottengono dal rapporto la soddisfazione completa dei propri desideri, senza compiere alcun sacrificio e, soprattutto, senza darsi la pena di appagare le esigenze delle compagne. Si garantiscono, senza offrire reciprocità, l'esaudimento dei propri bisogni affettivi, la presa in carico dei propri problemi da parte delle compagne, il godimento, rispetto a queste ultime, di una maggior quantità di tempo libero, assicurato dal rifiuto ad accettare un'equa ripartizione del lavoro domestico e di cura. Si pongono al centro dell'attenzione, acquistano la certezza che la propria carriera ed altri obiettivi personali saranno sempre considerati prioritari, ricevono l'approvazione di amici e parenti che condividono il loro sistema di valori. Con l'esercizio della violenza, infine, gli uomini maltrattanti impongono alle partner norme che essi si esentano dal rispettare. Se vogliamo che [i violenti] cambino - osserva Lundy Bancroft - dobbiamo chiedere loro di rinunciare al lusso dello sfruttamento.

La violenza - afferma a sua volta Patrizia Romito - è una strategia sistematica per mantenere le donne subordinate agli uomini. Asserzione confermata dalla Convenzione di Istanbul, recentemente ratificata dal Parlamento italiano, che riconosce la violenza contro le donne come uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali esse sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini. Violenza e subalternità o tentativo di mantenere la donna in tale condizione sono, dunque, concetti strettamente connessi.

Quanto alle attività domestiche e di cura esse si configurano effettivamente come prestazioni di lavoro gratuito erogato anche a favore del compagno e al suo posto, nel senso che non esiste affatto una ripartizione egalitaria tra i sessi di questo genere di mansione. Già ho evidenziato il nesso tra violenza e fortissimo squilibrio nella distribuzione del lavoro non remunerato. L'ultimo rapporto dell'Ocse attribuisce, poi, alle donne italiane un non invidiabile primato planetario: quello di consacrare la maggiore quantità di tempo alle attività domestiche e di cura: 36 ore alla settimana contro le 14 degli uomini e di dedicare al lavoro 326 minuti al giorno più dei compagni. Il tasso di occupazione femminile è pari al 47% contro il 67% di quello maschile e contro il 60% della media Ocse (74% contro 84% per i laureati); anche i salari femminili sono inferiori. Un terzo delle italiane hanno un impiego part-time rispetto ad una media Ocse del 24%. Le differenze di genere rischiano di essere accentuate dalla crisi economica in atto.  In queste condizioni, affermare che le relazioni intime non devono assumere anche un carattere rivendicativo significa perpetuare lo status quo e cristallizzare i ruoli tradizionalmente attribuiti ai generi, a tutto svantaggio delle donne.

Il femminismo materialista francese, per fare un esempio, a differenza di quello italiano, non esita invece a denunciare l'esistenza di rapporti sociali gerarchici tra i sessi e a distribuire uomini e donne in classi distinte: i dominanti e le dominate. Per combattere e sconfiggere la subordinazione sociale, economica, simbolica femminile, bisogna anzitutto ammetterne l'esistenza. In Italia, al contrario, si temono i forti contrasti e si disconosce da parte di alcune la presenza del dominio maschile e della subordinazione femminile, quasi si trattasse di concetti umilianti, osceni, indicibili, mentre l'operazione che si compie, evocando queste nozioni, è quella di afferrare e di riconoscere la realtà sociale per meglio contrastarla.

Sono convinta che l'erosione, se non la dissoluzione, o quanto meno la risignificazione di questi concetti, non solo in Italia, sia anche connessa al trionfo di un capitalismo senza più rivali, benché costituzionalmente e perennemente in crisi, che ha reso impronunciabili o quasi nozioni come dominio e subordinazione, oppressori ed oppresse, lotta di classe, o il concetto gramsciano di classi subalterne.

E' ovvio allora che ad alcune paia assurdo associare la lotta contro la violenza maschile sulle donne a quella contro i padroni, (le molestie sessuali si subiscono anche da loro), le istituzioni, il governo. A me pare invece giusto e sacrosanto. Siamo o no subalterne e subiamo o no violenza anche dallo Stato? Le e i partecipanti ai movimenti sociali non sono forse oggetto di repressione da parte di quelle stesse forze dell'ordine che si mostrano così poco solerti nel perseguire gli uomini denunciati anche più volte per violenza?

Strettamente collegato al rifiuto dei termini oppresse ed oppressori, dominanti e dominate è il rigetto dei vocaboli vittima e carnefice (o meglio colpevole). Ma se la donna che subisce violenza non è vittima cos'è? Complice, corresponsabile, una che se l'è cercata? E' in fondo quel che pensano moltissimi uomini. Dalle risposte ad un questionario recentemente somministrato dall'Eurodap: Associazione Europea Disturbi da Attacchi di Panico ad un campione di 1200 uomini e donne si apprende che tre uomini su dieci ritengono che le donne stesse siano responsabili degli atti di violenza che gli uomini scatenano nei loro confronti. Gli altri sette, invece, pur condannando fermamente i maltrattamenti, non sanno effettivamente quanto e in che modo una donna possa incentivare e scatenare la violenza.  Mi chiedo se e quanto la rimozione del termine vittima, intesa nell'accezione propria di persona che subisce un danno senza esserne responsabile, possa involontariamente concorrere a mantenere simili convinzioni, se non addirittura ad alimentare o, comunque, a perpetuare la violenza. In fondo è lo stesso maltrattante a ritenere che la donna sia una provocatrice e meriti di essere colpita. Sarebbe opportuno riflettere seriamente su questa questione e su questa potenziale e imprevista conseguenza del disprezzo o della negazione del concetto di vittima.

La ricerca di Eurodap evidenzia altri dati preoccupanti. Il 70% degli uomini considera il tradimento femminile più grave di quello maschile ed esprime un giudizio fortemente negativo nei confronti delle donne che vestono in modo provocante. Dunque - ne deduco - le donne verrebbero stuprate a causa dell'abbigliamento che indossano e se la andrebbero a cercare.

Inoltre un intervistato su due non si rende conto di quanto un minore possa soffrire in ambienti violenti e conflittuali, che potrebbero provocargli notevoli danni psicologici.

Il lavoro informativo da compiere per modificare queste convinzioni è davvero imponente e non lo si può fare, a mio parere, cancellando vocaboli che servono a distinguere nitidamente chi è responsabile della violenza e chi invece la subisce.

Io ritengo, con Patrizia Romito, che, 

se il termine vittima disturba, è proprio perché designa in maniera fin troppo chiara le relazioni di potere che sono in gioco: c'è un aggressore, che causa un danno, e una vittima, che lo subisce. Se così è, forse allora dovremmo reclamare, come scelta politica, il termine vittima


La violenza contro le donne nel mondo

603 milioni di donne vivono in Paesi nei quali la violenza contro le donne non è considerata un reato.
Ragazze e donne costituiscono l'80% delle circa 800.000 vittime di tratta annuali. Il 79% della tratta avviene a scopo di sfruttamento sessuale.
Tra 100 e 140 milioni di ragazze e di donne hanno subito mutilazioni genitali.
7 donne su 10 nel mondo riferiscono di aver subito nel corso della loro vita  episodi di violenza fisica e/o sessuale
Il 50% delle violenze sessuali sono state commesse nei confronti di ragazze di età inferiore ai 16 anni.
A causa degli aborti selettivi, mancano 100 milioni di bambine.
Sono oltre 60 milioni le spose bambine, maritate prima dei 18 anni.
1 donna su 4 ha subito violenza fisica o sessuale durante la gravidanza.



di Maud Gelly - 20 luglio 2004.
Lega Comunista Rivoluzionaria
(Traduzione di Maria Rossi)


Le violenze contro le donne non sono determinate da crisi individuali, come a molti piacerebbe credere, ma sono prodotte da un sistema: il patriarcato.

Le violenze esercitate sulle donne sono multiformi: si tratta di atti che, con la minaccia, la costrizione o la forza, infliggono loro, nella vita privata come in quella pubblica, sofferenze fisiche, sessuali o psicologiche allo scopo di intimidirle, di punirle, di attentare alla loro integrità fisica e psicologica. In contrasto con il puro e semplice conflitto, la violenza è perpetrata in modo distruttivo ed unilaterale: il vincitore è sempre lo stesso. Le violenze possono essere commesse nello spazio pubblico, nel luogo di lavoro e, soprattutto, nell'ambito della famiglia: due stupri su tre avvengono in famiglia e uno su due nell'ambito della coppia, una donna su dieci ogni anno è vittima di violenze coniugali [n.d.t si tratta, naturalmente, di statistiche francesi] [..] e la violenza è la prima causa di morte delle donne dai 16 ai 44 anni in Europa. Le violenze sono una colonna portante del patriarcato, che non è una sommatoria di discriminazioni, ma un sistema coerente che plasma tutti gli ambiti della vita collettiva ed individuale. La violenza contro le donne non è una sommatoria di infelici storie individuali, ma è un fatto sociale. [..]

L'appropriazione delle donne

Dalla mano sul sedere nel métro all'assassinio, tutte le donne conoscono la violenza. Benché le violenze fisiche sembrino più gravi, esiste un continuum tra violenze psicologiche, verbali e fisiche. Il tabù della violenza è così forte che bisogna spesso che essa evolva in violenza fisica perché quella psicologica sia percepita come tale dalle donne. Gli uomini violenti agiscono secondo una strategia ben precisa e controllano molto bene il progredire delle violenze: è per questo che dopo un periodo di violenze verbali, le percosse iniziano spesso durante la gravidanza, perché i violenti sanno che a questo punto le donne sono "intrappolate" e li lasciano meno facilmente; è per questo che si comportano gentilmente dopo aver commesso atti di violenza: per dissuadere le donne dal denunciarli (è la "luna di miele" tipica del ciclo della violenza); è per questo sono spesso molto affabili: per non suscitare sospetti negli ambienti che frequentano [...]

In breve, la violenza è connessa contemporaneamente ai rapporti sociali di dominio e a una strategia perfettamente calcolata che mira all'appropriazione della vita e del corpo delle donne. Siamo ben lontani dal mito che vuole che la violenza si spieghi con la perdita del controllo, con il "raptus", con la pulsione sessuale irrefrenabile. Il carattere sistematico delle violenze  mantiene le donne immerse in un clima di paura e la paura cambia il loro comportamento, le porta a piegarsi alle esigenze del compagno o del padre, a evitare i vicoli scuri o l'autostop, ad autocensurarsi e a non fare quel che vogliono, quando e dove lo vogliono: le violenze impongono un vero e proprio codice di condotta alle donne.

D'altro canto, le lesbiche e le donne che cambiano frequentemente partner sono più soggette alle violenze fisiche, come se dovessero pagare la loro estraneità alla norma sociale.

Strumento di controllo sociale delle donne, la violenza mostra fino a che punto gli uomini possano arrivare per mantenere i rapporti di forza a loro favore.

Un problema strutturale

Questa analisi femminista si contrappone ad altre interpretazioni di differente orientamento politico, ma che hanno in comune la minimizzazione delle violenze e la negazione del loro carattere strutturale. Si tratta di analisi che fanno della violenza una questione di incapacità di gestione delle relazioni interpersonali, un problema di cattivo carattere, una conseguenza dell'alcolismo, la manifestazione di una presunta arretratezza culturale, [...] un danno collaterale del capitalismo, la manifestazione di disturbi psichiatrici. La scelta dello schema di analisi delle violenze ha evidentemente delle conseguenze pratiche in termini di lotta per porvi fine. Le rivoluzionarie e i rivoluzionari devono contrastare queste interpretazioni delle violenze contro le donne, che portano a depoliticizzarle. La battaglia contro queste violenze non è una questione morale, è una questione politica, nel senso che esse sono l'espressione dei rapporti sociali [tra i sessi] e lo strumento della loro conservazione [...]

Le violenze attraversano tutte le classi sociali. Ma le condizioni di precarietà e di isolamento rendono più difficile la presa di coscienza dei propri diritti e il ricorso ai servizi appropriati, [...] e la mancanza del permesso di soggiorno rende molto difficile il ricorso alle istituzioni. In breve, se le violenze sono un fenomeno interclassista, le donne delle classi popolari devono superare molti più ostacoli per spezzare le loro catene.

Ostacoli creati dai governanti [...] La legge del 2002, adottata su iniziativa della lobby mascolinista, che la chiama infatti "legge Ségolène Royal /SOS Papa" [n.d.t. è una delle maggiori associazioni dei padri separati francesi] mistifica la rivendicazione femminista della condivisione del lavoro di cura e, rimuovendo il fatto che la metà delle separazioni sono dovute alle violenze coniugali, istituisce il principio del mantenimento dei rapporti del bambino con entrambi i genitori in caso di separazione, principio che ha comportato l'incarcerazione di donne che si opponevano al diritto di visita dei bambini da parte di padri violenti. La convenzione di Ginevra non riconosce come rilevanti ai fini dell'ottenimento del diritto di asilo le violenze sessiste o lesbofone, i matrimoni forzati, le mutilazioni genitali, gli stupri di guerra e ciò costituisce una negazione flagrante del carattere politico di queste violenze. Esiste quindi una vera e propria tolleranza sociale delle violenze, che si manifesta con tali provvedimenti politici, ma anche con la cattiva applicazione delle leggi, la pubblicità sessista o i discorsi che fanno l'apologia della prostituzione come vettore della liberazione sessuale e della sovversione dell'ordine morale.

Eppure la prostituzione, che mette a disposizione degli uomini, dei loro presunti desideri incontrollabili, un certo numero di donne spinte sul marciapiede dalla povertà e dalla globalizzazione neoliberista, non intacca minimamente né l'ordine sociale sessuale né la doppia morale sessuale. Ne è soltanto la caricatura. La prostituzione è una violenza e nessuna spiegazione psicologica fondata sulla libera scelta di prostituirsi resiste alla prova dei fatti: prima che i loro Paesi passassero da un'economia di piena occupazione al capitalismo selvaggio, le donne dell'Europa dell'Est non erano tentate dalla prostituzione ed è la rapida pauperizzazione che le ha fatte entrare nella prostituzione a migliaia. Quanto all'industria pornografica, è sufficiente fare un giro sui siti specializzati per comprendere che i suoi moventi sono, non il piacere sessuale, ma il piacere di dominare e di umiliare e le rappresentazioni razziste della sessualità delle donne straniere:quando, per 4500 Euro all'ora, delle donne africane sono riprese mentre fanno sesso con dei cani, di quale sessualità si tratta?

Una violenza minimizzata

Da qualche tempo, alcuni intellettuali come Marcela Iacub, Hervé Le Bras ed Élisabeth Badinter si fanno portavoce di questa pseudo liberazione sessuale e minimizzano la violenza che farebbe parte, secondo loro, della normale sessualità. Rimproverano alle femministe di "vittimizzare" le donne mediante la denuncia delle violenze e sostengono che le violenze non esistono se non in quelle che Badinter chiama "sacche di arretratezza". Ora: se non è effettivamente facile né esaltante scoprirsi vittima, si tratta però di una tappa necessaria per prendere coscienza dell'oppressione e per lottare per porvi fine. Sono piuttosto coloro che rifiutano di sentir parlare delle violenze che bloccano le donne nella loro condizione di vittime, privandole degli strumenti per ricostruire la propria vita. Queste teorie reazionarie, che assumono una parvenza sovversiva, riscuotono un certo successo, anche tra la sinistra radicale, e bisogna combatterle per quello che sono: un attacco politico al femminismo che si inserisce nel backlash (nel riflusso, cioè, dopo il conseguimento di alcune conquiste femministe).

L'altro ragionamento da combattere è quello che consiste nell'accusare le femministe di fare il gioco dei politici securitari denunciando le violenze. Nessuno oserebbe fare un ragionamento simile contro le denunce delle violenze razziste. Il suo uso contro le femministe significa che la lotta contro le violenze sessiste è considerata meno politica della lotta contro le violenze razziste. [...]

Cosa vogliamo

Vogliamo una legge quadro che si ispiri a quella ottenuta dalle femministe spagnole, che riguardi le violenze sessiste e lesbofobe, quelle fisiche, sessuali e psicologiche commesse nell'ambito della famiglia e della coppia (anche dopo la separazione), sul luogo di lavoro e nello spazio pubblico e che sia integrata da misure di carattere preventivo ed educativo; vogliamo il sostegno economico e giuridico alle vittime, la sanzione dei violenti, una casa e un impiego, il diritto d'asilo, il permesso di soggiorno alle vittime straniere, la formazione degli operatori interessati alla questione, il divieto della pubblicità sessista. Esigiamo gli strumenti per applicare una legge di questo tipo. Un grande sviluppo dei servizi pubblici contro la violenza sulle donne, con centri antiviolenza, case rifugio e personale preparato. L'abrogazione della legge Sarkozy sulla sicurezza, che criminalizza le prostitute.

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