E’ giusto e sacrosanto combattere la cultura dello stupro e la colpevolizzazione delle vittime. Ma lo si può fare con più efficacia, rivendicando di essere puttane?
Se una prostituta viene violentata e poi anche colpevolizzata, possiamo scendere in piazza e dire che
siamo tutte puttane. Cioè che siamo tutte e tutti assolutamente solidali con lei e con ogni prostituta. La
SlutWalk, però non è proprio questo. E’ la risposta a quel poliziotto di Toronto (e a tutti quelli come lui, ovvero moltissimi) che consiglìò alle donne di
non andare in giro vestite come troie, se volevano evitare di essere stuprate. Una risposta che vuole decostruire il termine
troia, ripulirlo dello stigma negativo, al fine di appropriarsene e rivendicarlo. Come a dire:
Ebbene si, siamo troie, abbiamo il diritto di esserlo e nessuno può stuprarci per questo, abbiamo ugualmente diritto ad essere tutelate.
Nel manifesto originario della
SlutWalk c’è un passaggio che, tradotto, dice all’incirca così:
Siamo stanche di essere oppresse nella colpevolizzazione dei comportamenti cosiddetti 'da troia' o di essere giudicate per la nostra sessualità, col risultato di sentirci perpetuamente a rischio. Essere in controllo della nostra vita sessuale non dovrebbe significare che ci stiamo rendendo disponibili alla violenza, a prescindere se si partecipi al sesso per piacere o per lavoro. Nessuno dovrebbe equiparare il godersi il sesso con l'attrarre violenza sessuale.
Il manifesto italiano delle
Ribellule, riecheggia lo stesso motivo e fa dire a
piazze che respirano di puttane: “
Mi vesto come mi pare, bacio chi mi pare e scopo con chi mi pare” per ribaltare l’attacco di chi dice “te la sei cercata”.
Alcune questioni lasciano perplessi.
1) Quella della prostituta è una
condizione di schiavitù. O comunque di servitù, di subalternità. Mentre molte persone, soprattutto uomini, ne hanno una idea superficiale, banale, persino ridanciana, come se la condizione della prostituta fosse oziosa, allegra, godereccia. Una che scopa, si diverte, e ci guadagna pure sopra. La Slut Walk non finisce per confermare e divulgare questa banalizzazione e per essere offensiva nei confronti delle prostitute vere, in primo luogo delle schiave sessuali? Si direbbe di si, a giudicare dalla
protesta dell’Associazione vittime ed ex vittime della tratta.
2)
Troia è l’antitesi della santa, nella dualistica definizione patriarcale della femminilità. Infatti, uno dei più celebri slogan femministi diceva:
nè puttane, nè madonne, solo donne. Ora, invece ci si acconcia a scegliere una delle due opzioni concesse dallo sguardo maschile, cercando solo di rivalutarla, ripulirla, migliorarla?
3) Fare sesso
per piacere o
per lavoro sono due cose molto diverse, persino opposte. Nella prima affermi la tua sessualità e sei soggetto, nella seconda neghi la tua sessualità e sei oggetto. E’ comprensibile che nella testa di tanti uomini la ragazza libertina e la prostituta siano in continuità e possano essere definite con la stessa parola, come se corrispondessero allo stesso concetto. Meno comprensibile è che ciò sia assunto nella testa delle donne, specie se femministe.
4) La minigonna non autorizza lo stupro. Ma è davvero una tentazione o è soltanto una scusa in sede di dibattito? Esistono studi, ricerche, statistiche, le quali dimostrino che ad essere maggiormente violentate sono le ragazze con le gonne corte piuttosto che quelle con le gonne lunghe o i pantaloni? Le giovani piuttosto che le adulte, le belle piuttosto che le brutte, le disinibite piuttosto che le inibite? Allora, la
SlutWalk non finisce per accreditare un immaginario maschlista per cui la violenza è il fenomeno di vicoli e parchi dove maniaci improvvisati dalla tentazione di due belle gambe, cedono ai loro impulsi, poiché confondono la libertà di lei con un segnale di disponibilità? Cioè non finisce per accreditare l'idea che lei, se solo si vestisse e comportasse diversamente, la violenza potrebbe davvero evitarla? La violenza è prevalentemente un fenomeno privato. Come si vestono mogli e fidanzate? Possono rivendicare il diritto di circolare in casa in minigonna e persino di sfilarsela quando vanno a dormire? Devono rivendicare di essere puttane? In effetti, non mancano gli uomini a sollecitare la propria compagna: “
Dimmi che sei la mia troia”. Ma non so quanto questo preluda ad un riconoscimento di soggettività.
Da una ricerca della Casa delle donne in cinque licei bolognesi risulta che il 75% dei ragazzi e il 55% delle ragazze considera normale forzare la propria partner a fare sesso. Ignoro quanto e come la
SlutWalk possa interloquire con questi giovani. Che messaggio gli manda, che messaggio ricevono. Oggi su
Facebook, una blogger di
Uagdc mi scrive che: “
In molti hanno capito perfettamente quello che si decostruisce leggendo l'articolo (sulla SlutWalk), basta mettere un po' di attenzione. Quindi deduciamo che se molti hanno capito, la comunicazione magari sarà imprecisa, ma il messaggio arriva se ascoltato con attenzione”. Speriamo che nei licei di Bologna non siano distratti. Nel caso, ecco l’autrice dell’articolo spiegare la decostruzione in
uno dei commenti: “
Il senso di rivendicare la parola “puttana”, la parola “cagna” è il tentativo di sovvertirne il significato, da “feccia” a “libera”. Immagina un uomo che insulti un altro dicendogli “frocio!”. L’uomo insultato può dimostrare di non esserlo, può nascondere il fatto di esserlo oppure può dire: “sì, e ne sono orgoglioso.” e questo è un atto rivoluzionario, perchè chi lo insulta così probabilmente lo fa basandosi su stereotipi e pregiudizi”.
Tuttavia, "
troia" e "
frocio" non sono paragonabili, per il significato che hanno.
Frocio è percepito come insulto, ma è un modo dispregiativo per dire
omosessuale. Solo un omofobo può vedere in questo un insulto. Riappropriarsene, significa proprio privarlo della valenza dispregiativa. Se mi danno del
frocio, al di la' dell'intento insultante di chi me lo dice, non mi sento insultato. Un uomo che si vede appellato come
frocio, se non è omofobo, non può sentirsi offeso.
Riappropriarsi di un termine usato per disprezzare e caricato di razzismo o sessismo, ha senso solo se non si è costretti a cambiargli il significato (come dire che "cretino" da oggi significa "genio")
ma se posso rivendicare quel significato. Dunque cosa significa
troia? Ha per caso a che fare con la naturale e «biologicamente determinata» passivita' femminile? E la passivita', ha per caso a che fare con l'essere a servizio o a disposizione di..., gratuitamente o a pagamento?
La decostruzione di puttana, è probabilmente ispirata dal
Manifesto della cagna. La
cagna è la femmina del cane. Un animale adorabile, ma non proprio simbolo di indipendenza e libertà, semmai di sottomissione, docilità, fedeltà, addestramento, guardia.. Nel bdsm, la
cagna è la schiava di un master. Ma il manifesto è sovvertitore, così sovverte il significato.
La cagna è soggetto, non si sposa, viola le norme comuni del comportamento sessuale appropriato, si rifiuta di obbedire, onorare, servire, minaccia le strutture sociali che tengono le donne schiave, e i valori sociali che giustificano il mantenimento delle donne al proprio posto. Insomma, una cagna fantastica. Senonché, in principio la cagna viene paragonata al
negro.
Come il termine “negro”, “cagna” ha la funzione sociale di isolare e screditare una categoria di persone che non si conformano ai modelli di comportamento socialmente accettati. Cagna non usa questa parola in senso negativo. Dovrebbe essere un atto di affermazione di sé e non di negazione da parte di altri. Ma per reggere, il paragone avrebbe bisogno di un manifesto del negro, che lo descrivesse come pallido, bianco latte, albino, biondo. E' certamente vero che negro è un termine dispregiativo e razzista, ma questo implica un giudizio di valore (giustamente contrastato) su un significato certo condiviso: persona con la pelle nera.
Il manifesto risale al 1968 e fu redatto dalla femminista statunitense Joreen. Dal momento che gli afroamericani volevano appropriarsi del termine dispregiativo
nigger, ritenendo di potergli conferire un significato positivo, alcune femministe tentarono di compiere la stessa operazione, appropriandosi del vocabolo sprezzante "
cagne". Né gli uni né le altre riuscirono nell'intento. Dopo quasi mezzo secolo "negro" rimane infatti un termine offensivo, così come "cagna".
Che gli uomini (e talvolta le stesse donne) insultino le donne come puttane, per i più svariati motivi, ogni qual volta esse fanno qualcosa che non corrisponde alle aspettative di colui che proferisce l’insulto, è vero, ma ciò non conferisce alla parola tanti signficati, o un nuovo significato, tipo “violatrice di regole e canoni”, quanto una funzione normativa. Lo schiavo che si ribella, si rivolta, fugge, lotta per liberarsi, non perciò perde il titolo di schiavo agli occhi dei suoi padroni e se così lo chiamano, schiavo non arriva a significare “libero” o “trasgressore”, e la schiavitù non diventa rivendicabile con un sovvertimento di significato. L’uomo probabilmente chiama la donna “puttana”, ogni qual volta lei si ribella, per ricordarle che non può ribellarsi, in quanto è solo una puttana. Le ricorda qual è il suo posto, la rimette al suo posto. Una spiegazione ancora più semplice e diretta, che leggo in
un altro commento di Uagdc, è che l’uomo dispone solo di due definizioni, per cui ogni volta che la donna non è madonna, è puttana.