Si è costituito il governo di Enrico Letta. Sulla base di un accordo tra PD, PDL e Scelta civica.

Un accordo difficile da digerire per la base elettorale del PD. Che ha votato questo partito con la convinzione di dare il voto più utile per battere Berlusconi. Che esprime la stessa tensione al cambiamento degli elettori del M5S, pur preferendo canalizzarla nella scelta di un partito di più sicura fede costituzionale, o conciliarla con la tradizionale appartenenza al campo democratico e della sinistra.

Così, per fare digerire questo accordo si sono scelti nomi nuovi. Il presidente del consiglio: Enrico Letta invece di Giuliano Amato. Poi i ministri. Esclusi gli esponenti più marcatamente berlusconiani (a parte Alfano) e i mostri sacri del PD. Una presenza qualificata di donne, anche in ministeri pesanti, tuttavia ancora distante dalla democrazia paritaria del 50 per cento. E' stata nominata Cecil Kyenge, al ministero dell'Integrazione, primo ministro di origine africana.

Per favorire ancora meglio la digestione, analisti e commentatori favorevoli al nuovo governo, consolano la base di sinistra con il paragone di precedenti compromessi storici. Già Napolitano, ha evocato l’incontro tra Moro e Berlinguer. Ma è stato troppo facile obiettare che il PD oggi non ha un interlocutore della levatura di Aldo Moro. Allora, provvede Eugenio Scalfari a trovare precedenti importanti con interlocutori di levatura inferiore.

Ricorda Scalfari, la svolta di Salerno del 1944, l’appoggio di Togliatti al governo Badoglio. Poi ancora il Berlinguer della solidarietà nazionale, che nel 1978 votò la fiducia al governo Andreotti, quando Moro fu rapito. Da quel momento in poi fu Giulio Andreotti e non più Aldo Moro, l’interlocutore del PCI. E dunque, se ieri ci si è messi d’accordo con Badoglio e Andreotti, oggi si può fare altrettanto con Berlusconi.

Trovo questi paragoni molto improbabili, e non solo per la diversa levatura morale dei personaggi citati. Badoglio fu si, un monarchico reazionario, compromesso con il regime fascista, ma alla fine fu anche un «traditore» del regime fascista, e in quanto tale poté guidare la transizione ad un regime diverso. Oggi il PD non si accorda con i traditori del berlusconismo. Casini è ridotto ai minimi termini, Fini è escluso dal parlamento. Oggi il PD si accorda proprio con Berlusconi, il capo del più recente ventennio.

La fiducia ad Andreotti, nel 1978, avvenne nel quadro di una emergenza terroristica. Il PCI aveva deciso l’astensione, perchè insoddisfatto dalla scelta dei ministri, ma proprio nel giorno dell’insediamento fu rapito Aldo Moro, quindi votò la fiducia. E tutta la strategia del compromesso storico avveniva nella cornice di un periodo storico determinato dalla guerra fredda, dalla logica dei blocchi, dalla identificazione del PCI con il blocco avversario, quello sovietico, quindi dal fattore K, dalla conventio ad excludendum dei comunisti, alla ricerca di una legittimazione per fare finalmente accedere il primo partito della sinistra italiana all’area di governo, in un sistema bloccato. Tuttavia, il profilo degli interlocutori democristiani, senza Aldo Moro, fu determinante e alla fine il compromesso fallì.

Ma soprattutto, nel 1944 e nel 1978, il PCI non aveva una alternativa. Poteva solo autoescludersi, collocarsi all’opposizione o provocare una paralisi. Oggi, il PD un’alternativa ce l’ha. L’accordo con il Movimento 5 Stelle. Con cui ha eletto i presidenti delle camere, con cui poteva eleggere il presidente della repubblica. Con cui, volendo, poteva tentare anche un serio compromesso di governo, facendo offerte non rifiutabili. E se a Scalfari la levatura di Grillo proprio non piace, può sempre ricordarsi che il PCI già si mise d’accordo con Badoglio e poi con Andreotti.

Laura Boldrini, Milano 25 aprile 2013
Il blog di Grillo posta questa denuncia"Quanta falsità e ipocrisia di regime sui quotidiani italiani. Il pd (menoelle, ndr) fa un governo con piduisti (loggia massonica illegale che voleva sovvertire la Costituzione nata dalla Resistenza), ex picchiatori fascisti, la nipote del dittatore Mussolini, condannati e Grillo con il suo solito amaro paradosso (che vero può risultare indigesto) denuncia per questi motivi che hanno ucciso il 25 aprile parafrasando Guccini di "Dio è Morto". Ma oggi Grillo è il "fascista" e loro i "democratici". Naturalmente non si cita il fatto (a parte il Corriere va detto) che lo stesso Grillo ieri ha ricordato le parole di Pertini sulla Resistenza, e sul fatto che ovunque il M5S era alle celebrazioni (senza cercare la retorica dei pulpiti e dei palchi) chi invitato sul palco, chi tra la folla mentre il pdl no... Nessuno scrive una riga sull'assenza dei responsabili democratici del pdl.... E il pd (menoelle, ndr) sceso dal palco del 25 aprile è pronto a fare un governo con la Mussolini. Chi è più paradossale Grillo o tutto questo circo di regime di ipocriti?" Matteo Incerti

In parte penso abbia ragione. Rispetto al 25 aprile, il M5S non è certo il partito peggiore. In parte, credo che Grillo, così come non ha fatto quanto poteva per evitare il governissimo, non faccia tutto il necessario per evitare di essere equivocato in tema di antifascismo. Tema che lui stesso ha dichiarato non essere di sua competenza, conversando cordialmente con dirigenti e militanti di Casapound davanti a Montecitorio. Un precedente che influisce nel modo di interpretare parole e comportamenti in occasione della festa della liberazione. Come pure lo è il post della capogruppo al senato Roberta Lombardi in cui distingue alle origini il fascismo buono con un alto senso dello stato. Più altre iniziative sparse quà e là. Come la solidarietà votata dal M5S con il PDL a Casapound, nel quartiere bolognese di Naville, per una aggressione subita dalla sede del gruppo di estrema destra. D'altra parte, il candidato a sindaco di Roma, del M5S, Marcello De Vito, aveva annunciato il sottrarsi del movimento alle celebrazioni di un 25 aprile strumentalizzato dai partiti che fanno a gara per assumersene la parternità. Motivazione improbabile se si considera che anche il PDL e la Lega spesso si sono defilati o hanno fatto affermazioni sul fascismo e la Liberazione a dir poco revisioniste (da Dell'Utri a Berlusconi).

Grillo ha ricordato le parole di Pertini. Così gli antifascisti possono essere soddisfatti. Ha dichiarato che il 25 aprile è morto, con tante motivazioni che molti antifascisti possono condividere. Allora soddisfatti due volte. Ma alla fine ha concluso con un invito a non celebrarlo, a rimanere in silenzio con il rispetto che si deve ai defunti. Insomma, ha constatato il decesso e proposto la sepoltura, non la riscossa per una rinascita. Per una ricostruzione. Come se quella data non potesse più costituire il fondamento dell'Italia futura. E questo può essere soddisfacente per quelle aree di destra che si sentono attratte da questo movimento né di destra, nè di sinistra. Una ambiguità furbesca da partito pigliatutto.

Se a Beppe Grillo non piacevano le celebrazioni ufficiali, poteva organizzarne di alternative. Come già fece con il v2-day il 25 aprile 2008 a Torino. Invece ha rinunciato. Incassando reazioni e commenti assolutamente prevedibili, specie da parte di un grande comunicatore come lui, che quando vuole farsi capire, sa farsi capire. E' improbabile infatti che ad averlo frainteso, sia stato anche il «suo» candidato alla presidenza della repubblica, Stefano Rodotà, il quale gli ha ricordato che: «Quello di quest'anno è stato un 25 aprile diverso dagli anni passati. Perché diversa è la situazione in cui viviamo, immersi in un disfacimento civile e politico, ma è questa data e ciò che rappresenta che ci può aiutare in un momento di crisi. Mai come ora abbiamo bisogno di una politica costituzionale che abbia come presupposto la consapevolezza piena dei valori della Costituzione e delle loro radici».

Sfruttatori della prostituzione che si spacciano per militanti sex workers e conflitto di interessi

di Stella Marr - (traduzione di Maria Rossi)

Ho scritto questo articolo sul problema diffuso (solitamente taciuto) delle donne e degli uomini sfruttatori della prostituzione che si spacciano per militanti sex workers per il Survivors' View Blog [1]:

Beh, la gente pensa che il termine " organizzazioni /unioni di militanti sex workers" significhi che esse parlano a nome delle donne che si prostituiscono. Si sbaglia. Un numero impressionante di organizzazioni di sex workers è stato fondato da donne e uomini che hanno ammesso di essere prosseneti o madame o sono stati condannati per sfruttamento o favoreggiamento della prostituzione. Queste persone si definiscono lavoratori del sesso, ma è un trucco. Si tratta di un inaccettabile conflitto di interessi. A queste organizzazioni e ai loro soci ed affiliati non può essere permesso di parlare a nome delle donne che si prostituiscono e di raccogliere fondi per loro conto. Qualsiasi organizzazione non governativa, università, college od organizzazione no-profit che assume impegni nei confronti di queste organizzazioni che includono sfruttatori della prostituzione e con le loro affiliate collabora a questa mistificazione. Sono sicura che ci siano persone ben intenzionate che cercano ciò che vi è di buono all'interno di questi gruppi. Ma con prosseneti come fondatori e leader, questi gruppi, per lo più, sostengono predatori che traggono profitto dallo sfruttamento della prostituzione; raramente essi aiutano le donne che si prostituiscono.

Un magnaccia è qualcuno che fa soldi sfruttando la prostituzione altrui. Una "madama" è un magnaccia di sesso femminile. Sia che si chiamino managers, proprietari di bordelli, proprietari di agenzie di escort - sono tutti sfruttatori. Come sopravvissuta a dieci anni di tratta/prostituzione, ho il diritto di usare questa parola. Se qualcuno avvelena una persona, non importa che si chiami soppressore di vite o imprenditrice che ridistribuisce in modo innovativo la longevità. Si tratta sempre di un assassino. Un magnaccia è sempre un magnaccia, non importa quale nome assuma.

Ma ai magnaccia non piace questa parola. Questi fondatori e leaders di organizzazioni di sex workers dicono di essere sex workers. Essi si appropriano dell'identità di coloro che sfruttano. E' un po' come se un proprietario di piantagioni a Blackface facesse finta di essere uno degli schiavi che opprime. Stanno cercando di rubare le nostre voci di sopravvissute.

Douglas Fox, il principale "attivista" dell'International Union of Sex Workers [2], sostiene di essere un sex worker. Ma lui e il suo partner John Dottery [3] sono stati presentati come proprietari di una grande agenzia britannica di escort nel documentario inglese 'The Escort Agency.’[4] In un sito web che cogestisce, Fox afferma che il suo partner gestisce un'agenzia di escort e sostiene assurdamente che i protettori siano lavoratori del sesso [5]. Così egli afferma: «Il fatto che i pedofili producano, distribuiscano e ricavino soldi dalla vendita di sesso può farne dei sex workers» [6].

Il primo sedicente gruppo di militanti sex workers negli Stati Uniti è stato "Puttane, Casalinghe ed Altre", che, in seguito, ha assunto il nome di COYOTE. E' stato fondato da Margo St. James [7], che, come Douglas Fox, affermò di essere una prostituta quando, in realtà, era una sfruttatrice della prostituzione. Ha ammesso di essere stata condannata per aver gestito un bordello nel 1962 [8].

Il Sex Workers’ Outreach Project USA (SWOP USA) è stato fondato da Robyn Few [9] l'anno dopo essere stata dichiarata colpevole di favoreggiamento della prostituzione per aver organizzato un giro di squillo interstatale. Si tratta di un reato federale. Ciò significa che come St. James, Few è stata condannata per un'accusa relativa allo sfruttamento della prostituzione. Come sopravvissuta a 10 anni di prostituzione, non mi fiderei mai di un magnaccia maschio o femmina. La maggior parte delle donne che si prostituiscono non si fiderebbe. Così organizzazioni come SWOP USA non possono parlare a nostro nome. Few si definisce una lavoratrice del sesso che pratica la prostituzione per la maggior parte del tempo, cosicché il conflitto di interessi non risulta evidente. Ma il sito web di SWOP cerca con molta determinazione di far accettare questa convinzione. Perché? Perché i magnaccia di tutto il Paese stanno usando SWOP per connettersi con i clienti, mentre reclutano giovani donne vulnerabili. Questo non è attivismo, questo è marketing, mentre si difendono gli interessi degli sfruttatori della prostituzione.

SWOP USA e COYOTE non sono le sole organizzazioni di sex workers fondate da donne sfruttatrici della prostituzione. L'Erotic Service Providers Union è guidato da Maxine Doogan [10] che è stata condannata per gestione di un servizio di escort. Come Robyn Few, Maxine Doogan si spaccia per sex worker. Sostiene che una legislazione favorevole ai prosseneti sia vantaggiosa anche per le donne che esercitano la prostituzione. Terri Jean Bedford, che è stata ampiamente rappresentata nei media canadesi come una patrocinatrice delle donne che praticano la prostituzione, è stata condannata come gestrice di un bordello [11]. Così anche lei è una magnaccia.

La direttrice esecutiva di COYOTE di Los Angeles: Norma Jean Almodovar è stata condannata per favoreggiamento della prostituzione quando era una poliziotta [12]. Come tale, appartiene ad una lunga tradizione di poliziotte implicate nello sfruttamento della prostituzione di altre donne. Si tratta di una diabolica connivenza che invia alle donne che si prostituiscono il messaggio che non possono uscire dalla prostituzione e che non possono ottenere aiuto. Come Robyn Few, Norma Jean Almodovar si autodefinisce una sex worker, ma i dettagli della sua accusa di favoreggiamento appaiono sul sito web della sua organizzazione no-profit [13].

Ora, quando una sopravvissuta alla tratta /prostituzione come me si impegna a far emergere questo conflitto di interessi, gli /le interessati/e reagiscono come se fossero brutalmente attaccati/e. Ma non c'è nulla di personale nel dire che qualcuno ha un conflitto di interessi. E' una esposizione della verità, non una vendetta. Gli azionisti di maggioranza di Walmart non possono parlare a nome dei dipendenti dell'azienda che percepiscono il salario minimo, perché i loro interessi possono costituire uno svantaggio per i lavoratori. Ma nel movimento delle sex workers, i magnaccia pretendono di essere dei lavoratori, quando in realtà essi esercitano la gestione, il controllo della prostituzione.

Non c'è da stupirsi se SWOP -USA, COYOTE, Erotic Services Providers’ Union, l' International Union of Sex Workers, così come i loro soci e affiliati, che includono la Desiree Alliance, il Progetto degli Ombrelli Rossi e le Prostitute di New York (PONY) sostengano politiche che difendono i prosseneti, piuttosto che le donne che si prostituiscono. Attualmente PONY afferma di accogliere tra i suoi membri le madame [14].

Noi sopravvissute della tratta/prostituzione ne abbiamo avuto abbastanza. Stiamo per chiamare le ONG, le Università e gli accademici che supportano tacitamente e incoraggiano questi gruppi guidati da sfruttatori della prostituzione. Qui si applica il concetto di frutto dell'albero velenoso [15]. Qualsiasi organizzazione si associ o collabori con questi gruppi è contaminata da questa associazione. Essi non possono parlare a nostro nome, né raccogliere fondi per nostro conto.

Note linkate tra parentesi quadre.
[3] Uno dei commentatori di questo articolo è John Dottery che si firma: John, CT Escorts, New Castle Upon Tyne
[6] Douglas Fox: «The fact that paedophiles produce and distribute and earn money from selling sex may make them sex workers», anche se poi aggiunge che questa definizione non giustifica ciò che i pedofili producono e vendono: «but that definition does not in any way condone what they produce and sell». Commento del 6 novembre 2011 delle 20:13.
[14] Sfruttatrici della prostituzione.
[15] Si tratta di una metafora legale impiegata negli Stati Uniti per descrivere le prove che si ottengono in modo illegale. La logica della terminologia è che se la fonte (l'albero) della prova è contaminata, lo è anche qualsiasi cosa ricavata da essa (il frutto).

Vedi anche:

Mi pare evidente che Michela Murgia non paragona le donne ai bambini (stabilendone l'innocenza? A che pro, poi. Se una donna viene massacrata da un uomo perchè non vuole essere di sua poprieta’, è l'innocenza della vittima che va indagata?). A meno di voler sostenere che le ha pure paragonate ai gatti!

A me sembra abbastanza chiaro che ad essere paragonate sono le differenti percezioni rispetto alla violenza esercitata su soggetti diversi. Lo stesso reato subito da un africano o un rom lascia ancora più indifferenti e la loro innocenza probabilmente messa ancora di più in discussione.

Dico basta a questi complessi di inferiorita': perchè mai dovrei sopravvivere all'ennesima "canzone machista" (diciamo pure misogina!).

Si oserebbe chiedere ad un ebreo di sopravvivere all'ennesima invettiva antisemita?
Io pretendo non sopravvivano il sessismo e la misoginia come l'antisemitismo.
Lo pretendo. 
Non me lo devo conquistare inventandomi fantasiose e creative modalita’ e improvvisandomi artista sovversiva.
Che diavolo vuol dire autoorganizzare le lotte? Ma perchè D.I.Re è costituita da patriarchi? 
Ma spingiamoci oltre, autoorganizzare le lotte che significa esattamente, che l'antisemitismo è un fatto che riguarda gli ebrei e solo loro? 
Che sono loro a doversi guadagnare rispetto e parita' facendo controcultura? Che l'antirazzismo è mettere sottotutela bambini rincoglioniti?

Che i limiti che la legge e l'etica devono imporre perchè il mondo non sia una giunla in cui la sopravvivenza è affidata alle capacita' di autodifesa dei singoli, fanno degli individui bambini sottotutela?

Basta.
Che le donne superino i complessi d'inferiorita': il giorno in cui avranno la consapevolezza di avere lo stesso diritto di un uomo bianco ed eterosessuale di non essere offese, abusate, discriminate e perfino massacrate, allora si che potremo cominciare a parlare davvero di autodeterminazione.

Sapersi difendere dalle brutture del mondo è prima di tutto pretendere rispetto. 

Su la testa, i diritti si pretendono!

L’elezione del presidente della repubblica ha messo in luce tre finte verità, da oltre vent’anni predicate dal gruppo dirigente del PDS/DS/PD.

La prima finta verità dice che una sinistra ridotta ad un solo partito è condizione per vincere e per governare. Condizione da realizzare con un sistema elettorale maggioritario che costringa qualsiasi minoranza riottosa a sottostare ad una alleanza subalterna o a vedersi esclusa e abbandonata dai suoi elettori attratti dal voto utile. Il risultato finale è stato il partito democratico, finalmente unico, a vocazione maggioritaria, con dentro tutti, laici e cattolici, pacifisti e guerrafondai, liberisti e socialisti, giovani rampanti e vecchi uomini di potere. Tutti uniti per vincere e governare. Spaccati in quattro, senza riuscire ad eleggere il proprio candidato presidente. Bersaniani, Renziani, Dalemiani, Popolari. Più Sel, corrente esterna. Partito unico, coalizione, teoria delle due sinistre. Forme diverse della stessa frammentazione, che per quanto costretta in questa o quella camicia di forza, alla prova dei fatti si manifesta e si realizza.

La seconda finta verità dice che il primo partito della sinistra italiana vorrebbe, ma non può. Predica il meno peggio in ossequio al riconoscimento dei rapporti di forza in attesa di tempi migliori. E’ un principio pragmatico e realista. Quello che gli fa candidare un moderato o un democristiano, perchè è l’unico candidato che può vincere. Quello che fin dal 1995, gli portava a dire: «Non possiamo regalare Dini a Berlusconi» e poi via via, questo o quel moderato. Nulla si poteva regalare alla destra, nemmeno la xenofobia. Avrebbe desiderato un principe, ma per principio di realtà baciava sempre un rospo. Questa volta il principe si è materializzato all'improvviso. Era lì a portata di mano, candidato da una forza che rappresenta un quarto dell’elettorato. Bastava aggiungere i voti democratici ed era fatta. Invece ancora una volta si sono preferiti in successione due democristiani. Sia pure da impallinare, come ai tempi della vecchia Dc. Stefano Rodotà a Grillo lo si è potuto regalare, persino con l’ansia di metterci il sigillo sopra. «Non potevamo votarlo, perchè era un candidato marchiato da Grillo» hanno dichiarato Finocchiaro e Fassino. Certo, alla fine senza i voti del PD è risultato marchiato da Grillo.

La terza finta verità dice che la sinistra, almeno quella di governo, ha una vocazione costituzionalizzatrice. Rotto di fatto il patto costituzionale a partire dal 1994, con l’emergere di partiti che non si riconoscevano nell’arco costituzionale, come gli ex fascisti di An, la Lega Nord, Forza Italia, l’allora PDS rifletteva e operava per costituzionalizzare la nuova destra. A Fini fu subito riconosciuta la svolta di Fiuggi, nonostante un anno prima celebrasse la marcia su Roma. Una Lega nord razzista e secessionista fu cooptata nella maggioranza del governo Dini e dichiarata «costola» della sinistra». Berlusconi e Forza Italia furono presto eletti a interlocutori privilegiati nella bicamerale delle riforme istituzionali presieduta da Massimo D’Alema, con il progetto del semipresidenzialismo, non un presidente della repubblica, ma una intera architettura istituzionale.. Perchè non si poteva votare Rodotà con Grillo? Perchè il M5S ha venature anticostituzionali. Meglio le venature della destra.

Carissimo, leggo ‘sta roba e anche questa e immagino si riferisca a te (e forse Gasparrini, per la recente polemica nata da un suo post). Immagino, perchè in effetti bisogna tirare a indovinare: se nei vostri post ho trovato riferimenti diretti corredati di link precisi, in quelli di questa signora non c’è nulla che permetta di farsi davvero un’idea propria, dal momento che si limita a una gogna virtuale contro ignoti (di cui sarebbe vittima? Si, no, boh, chissa’). L’oggetto della sua ronda virtuale va intuito, l’effetto auto-censorio che vorrebbe invece istillare nelle donne che condividono, divulgano e discutono delle cose che scrivi, rimarrebbe comunque efficace nonostante la vaghezza del suo bersaglio: basta condividere i contenuti di un uomo che scrive di non essere d’accordo con lei su un determinato argomento.

Essere uomo e non essere d’accordo con lei è sufficiente per fare di te un patriarca del terzo millennio (altrimenti detto “borioso idiota” più tutta una serie di sgradevoli insulti e volgarita’ sessiste) ed essere donne è sufficiente per chi apprezza i tuoi contenuti per divenire discepola, ancella, fanciulla, pronta a carezzarti non è chiaro cosa.

Capisco bene che dietro la boria e il livore che leggo spesso nei post del blog «abbatto i muri» ci sono questioni sconosciute ai più e che la stessa blogger intende non far comprendere, non permettendo a chi legge di farsi un’idea propria e permettendo invece a lei di continuare a insultare, scomunicare, denigrare, silenziare e delegittimare, in maniera vigliaccamente indiretta, chi assume e ha assunto posizioni diverse dalla sua, mentre si continua a dichiarare vittima di chissa’ chi per chissa’ cosa. (perché se anche si finisce in un letto di ospedale, vittima mai! Ma se si viene pubblicamente contraddette, è come finire martiri su un rogo. Potenza del gioco delle tre carte!)

Sorvolo sul linguaggio volgare (cacca-pipì come espressione di autodeterminazione pensavo avesse più a che fare con il periodo pre-adolescenziale), sorvolo sulla continua confusione (che trovo da irresponsabili) che viene fuori da molti scritti di «abbatto i muri», su temi invece complessi e delicati che richiederebbero cautela, precisione e lucidita’, dal momento che complessita’ non significa confusione ma certamente richiede ordine e chiarezza. Il gioco delle tre carte non aiuta.

Secondo me, eh.

Sorvolo sul fatto che se si può parlare con tutti, perfino con chi ti riduce in fin di vita (figuriamoci quindi se con sessisti, maschilisti e misogini non si può perfino prendere il tè) le cui “complessita’ vanno certo comprese e perfino giustificate con le colpe di “donniste” “femministe autoritarie” (cugine delle nazi-femministe?) “vittimiste” “mammiste” “ex mogli” sicuramente sanguisuge , non si può certo parlare con un uomo che ha la tracotanza di esprimere le sue opinioni senza chiedere il permesso ad «abbatto i muri» che pare abbia licenza di dare patentini e etichette all’intero mondo.

Insomma, sorvolo su tutto questo ma non sorvolo sul sessismo degli insulti indirizzati alle donne che si trovano a condividere certi tuoi contenuti: insultate e delegittimate per il solo fatto di essere donne e messe prepotentemente e violentemente, per il solo fatto di essere donne, nel ruolo di subalterne di un presunto patriarca, di cui non vengono confutati i contenuti ma che viene screditato con la sola motivazione di essere uomo.

Questo è becero sessismo, per di più ne viene fatto un uso intimidatorio: condividere un tuo contenuto, farti un apprezzamento, arruola una donna, per il solo fatto di essere donna, nella schiera delle fanciulle sedicenti offese, donne mute, delegittimate e private della propria voce poichè relegate ad un ruolo ancillare.

Questo è inaccettabile, lo è ancora di più se viene da una fonte sedicente femminista, (femminista di quel femminismo più femminismo di tutti e più autodeterminato di tutti, naturalmente).

Oggi leggo anche che Michela Murgia le conferisce non si capisce bene quale merito. Merito che certamente avra' ma che non emenda questo sessismo mascherato da femminismo che, secondo me, diviene preoccupante, perché evidentemente è ben mimetizzato. E allora magari vale la pena evidenziarlo, nonostante sul web si legga di tutto e non si può perdere tempo a commentare ogni sciocchezza che un/una blogger scrive. 

In ultimo, mi trattengo dal correre cavallerescamente in tuo aiuto (lo sai, sono Zorro dentro ) ma ti faccio addirittura un avvertimento: non lasciare che questa roba abbia effetto, continua a scrivere, a confrontarti, a discutere, a sollevare questioni e dubbi, continua anche a criticare ma non smettere mai di farlo in pubblico se il tuo interlocutore è donna.

Non fare scivoloni di questo tipo, io non te lo perdonerei. Le donne sono in grado di affrontare le critiche, di smontarle, di contro argomentare e sono perfino in grado di cambiare idea o di integrarla creativamente con quella del proprio interlocutore. Le donne ti sono interlocutrici alla pari.

Se mai oserai “riprenderle” (?!) in privato, io non te lo perdonerò.
Perché se è vero che non hai bisogno del mio permesso per esprimere ciò che pensi (proprio non vedo come e perché tu debba dire qualcosa in mio nome) non hai invece, né tu né altri, il permesso di trattarmi da “fragile fanciulla” che va “ripresa” privatamente, poiché incapace di reggere un confronto alla pari in cui portare avanti apertamente e pubblicamente (e non di sbieco) i propri argomenti.

Il cantante rapper Fabri Fibra è stato invitato al concerto del primo maggio. L'associazione D.I.re ha criticato questa decisione per via del carattere sessista e violento dei testi delle sue canzoni. Quindi, il sindacato ne ha deciso l'esclusione. Non conosco la discussione che ha portato alla decisione definitiva, perciò non so valutare se si sia trattato di una effettiva presa di coscienza della questione sollevata, o sia stata solo la concessione formale, simbolica fatta ad un gruppo di pressione. In ogni caso, è stato giusto alla fine escludere un sessista dalla manifestazione della festa del lavoro, così come sarebbe stato giusto escludere un razzista o un antisemita.

La decisione finale è stata contestata da alcuni blogger e commentatori. Contestazioni sono costruite, non su argomenti razionali, ma su parole magiche, parole d'ordine, metafore, pargoni improbabili, che evocano immagini da proiettare sulla controparte. Tra i contestatori si distinguono Annalisa Chirico su Panorama, Giorgio Capozzo su Gli Altri, Domenico Naso e Andrea Scanzi sul Fatto Quotidiano, giornale già noto per le comparsate misogine di Massimo Fini e la negazione del femminicidio di Marcello Adriano Mazzola. Mentre una reazione sobria l'ha avuta proprio Fabri Fibra.

1) La parola magica più gettonata è censura. Fabri Fibra sarebbe stato censurato. In verità, è solo stato escluso da una manifestazione politica i cui valori non sono compatibili con quelli espressi nei testi delle sue canzoni. Nessuno ha chiesto di vietargli di cantare, tenere concerti, ritirargli i cd dai negozi o gli mp3 dal web. Infatti, gli stessi che accusano la censura, accusano anche di avergli fatto troppa pubblicità e di averlo reso ancor più popolare. O è vero un argomento oppure è vero l'altro. E' vero l'altro, ma è stato anche aperto un dibattito. Chi ha più filo tesserà. Non è detto che quel linguaggio violento che esprime il cantante sia vincente, nel momento in cui ci si appresta ad ascoltarlo con orecchio critico. Anche se qualcuno lo ha paragonate al mare, cioè ad una indomabile forza naturale. Il dibattito, non solo rende più noto il cantante, ma anche tanti commentatori e le loro idee sulla violenza e sulla cultura della violenza. Che il sindacato abbia pieno diritto a decidere la partecipazione degli artisti alle sue manifestazioni, è facilmente riconoscibile e accettabile. Quello che stavolta non viene digerito, è che la decisione sia stata influenzata da una associazione di donne.

2) Una associazione che si batte contro le facezie. Una parola che ha poca magia, ma che riassume tutta una filosofia. Se la violenza è il mare, una forza della natura, si sarà poco disposti a riconoscere l'influenza degli aspetti ambientali, culturali, così i linguaggi delle canzoni, dei film, della pubblicità, delle narrazioni fantastiche, diventano questioni di poca importanza, che è ottuso pensare di correggere e contrastare. Le battaglie vere sarebbero altre. Che poi magari, chi muove questo tipo di critica, comunque non fa, preferendo impegnarsi nella difesa ad oltranza e nella rivendicazione delle facezie. Il principale argomento difensivo consiste nella negazione di un determinismo che nessuno ha mai proposto, per cui non sarebbe vero che un giovane ascolti un brano violento e poi vada a commettere violenza. Certo, è molto improbabile che succeda così, anche se la rara eventualità che comunque possa succedere è già sufficientemente grave, come pure l'eventualità che quel linguaggio pesantemente aggressivo e offensivo sia imitato. Quello che succede è che la violenza viene resa un fatto normale, qualcosa che può essere detta e cantata, constatata, senza prendere posizione. La violenza diventa una comune scartoffia, rispettato alla quale, il cantante, i commentatori, i fans, sono soltanto dei passacarte. Al limite, ci mettono un timbro sopra con una dicitura negativa. Magari "fastidiosa" o "bruttina". La violenza non appartiene alla straordinarietà di un Armageddon, ma proprio all'apparente normalità e soavità del Mulino bianco. E' endemica, non a causa dei troppi violenti, ma a causa dei troppi indifferenti. Di quelli che certo, la violenza è una brutta cosa, ma è una cosa da donne, mentre le cose più importanti, le cose da uomini, sono ben altre. Ad esempio la corruzione, il conflitto di interessi, la mafia. Cose per cui non ci si rassegna all'idea che il mondo non possa essere il Mulino bianco e che il mare non sia domabile.

3) Per le cose da uomini la parola scandalo parrebbe inappropriata. Le facezie infatti sono rivendicate come fossero una sfida al perbenismo e al moralismo. In effetti, fino al 1996 la violenza sessuale era considerata un reato contro la morale, non contro la persona. E alcuni continuano a percepirla come una  questione morale. Così simularla nei linguaggi sarebbe antimoralismo, o persino proficuo disincanto contro le illusioni. Qualcosa che va a confondersi con la volgarità del turpiloquio, con approcci e modalità di relazione contrarie al galateo, con rappresentazioni del sesso estremo o del sesso e basta. L'idea che il consenso della donna sia discriminante e che il violarlo sia una violazione dei diritti umani sembra perdersi nello sfondo. Certo, non si radica nei sentimenti. Qualsiasi persona civile abbia subito o assistito ad una violenza, non ha provato scandalo, ma paura, rabbia, impotenza, orrore, rigetto.

4) Ma violenti e indifferenti non possono essere oggetto di esclusione. Il primo maggio è la festa del diritto del lavoro, dovrebbe includere tutti quelli che vi si riconoscono, senza ulteriori discriminazioni. Tutti: carnefici e vittime, sessisti e antisessisti. E' l'idea che un diritto vale più degli altri. La violenza contro le donne viene dopo. E viene comunque attribuita a gruppi sociali ai quali occorre dedicare tolleranza. Una volta gli arabi, i musulmani, un'altra i proletari, gli emarginati. Se non sanno rispettare le donne come vorremmo noi salottieri radical chic, non perciò abbiamo il diritto di disprezzarli ed escluderli. Così, giusto per non sentirsi superiori. E' la variante buona e indulgente del razzismo e del classismo. Un pregiudizio sociologico che vuole dimostrare, senza essere dimostrato.

E dunque, la censura delle facezie, per cui ci si scandalizza e si esclude, non può che portare alla caccia alle streghe. Chi sarà il prossimo? Altro che muri. Il senso delle proporzioni e il senso del ridicolo abbattuti in un colpo solo.

Deconstructing la censura (Lorenzo Gasparrini)
Non è censura stigmatizzare la banalizzazione della violenza contro le donne (D.I.re)
Fabri Fibra e la soglia etica (Michela Murgia)
Le donne del sindacato su Fabri Fibra: testi inconciliabili
Perché no a Fabri Fibra e la percezione della violenza (Luisa Betti)
Abbattere i complessi di inferiorità
Il concerto del primo maggio, niente Fabri Fibra. Perché è buona notizia (LezPop)

Il blog Nocensura.com ha una pagina su Facebook con 417 mila fans. Moltissimi di sinistra. In effetti, sembra trattarsi di una pubblicazione di sinistra. Come da titolo, è contro la censura: "Dice le cose che nessuno ti dirà". Perchè, se non stiamo attenti i media ci faranno odiare le persone che vengono oppresse ed amare quelle che opprimono.

Tra le cose che nessuno ci dirà, compare per due volte una notizia riportata dal Corriere della Sera e dai principali quotidiani, ma che la pagina FB preferisce linkare da Signoraggio.it, relativa all'incontro tra il presidente della camera dei deputati Laura Boldrini e la comunità Rom della capitale. Incontro durante il quale, Boldrini dichiara che i Rom possono essere orgogliosi della propria storia, che bisogna fare di più per farla conoscere, per renderla nota ai giovani; altrimenti prevale il pregiudizio e con esso la discriminazione. E annuncia due richieste al parlamento: il riconoscimento dei rom tra le minoranze culturali tutelate e l’eliminazione dei campi rom a “favore di case popolari”. Due richieste di elementare civilità, che però, secondo la fonte, avrebbero generato lo stupore di tutti i cittadini italiani. La stessa fonte non manca di chiosare in conclusione che probabilmente sarebbe meglio destinare le case popolari alle famiglie italiane che si trovano in condizioni disperate. Chiosa introduttiva al primo post direttamente sulla pagina di FB. La notizia è commentata da oltre duecento interventi. Molti gli insulti vergognosi contro la comunità Rom e contro la stessa presidente della camera.

Le teorie del complotto sul signoraggio sono diffuse nelle aree politiche rosso-brune o nè di destra, nè di sinistra, Che, quando si parla di nazionalità o di altre diversità, fanno prevalere nettamente il bruno sul rosso, la destra sulla sinistra. Così anche sui Rom, invece delle cose che nessuno ci dirà, ritornano i feroci pregiudizi di sempre.

Pregiudizi suggeriti dallo stesso articolo linkato, il quale sembra sostenere che: 1) i rom non siano italiani; 2) gli italiani abbiano un diritto di precedenza o siano più disperati; 3) i Rom possano fare a meno delle case perchè in fondo sono nomadi, quindi parassiti, per i quali non si dovrebbero spendere soldi.

I rom sono 160 mila in Italia, lo 0,2% della popolazione. Il 70 per cento è nato in Italia. In 70 mila hanno la cittadinanza italiana (Repubblica, agosto 2010).

Il 60 per cento dei rom sono nomadi o seminomadi. Dunque, non hanno fissa dimora e questa è una condizione disperata: sono ospitati in strutture procurate a titolo provvisorio da enti o associazioni di volontariato, oppure in campi abusi. Non si tratta di stabilire una corsia preferenziale per i nomadi, ma di considerare la loro condizione tale e quale la condizione di emergenza abitativa dei sedentari che perdono la casa, quindi di stabilire un principio di uguaglianza e pari opportunità nell’assegnazione delle “case popolari”. Come ha dovuto fare il comune di Roma.

Il 40 per cento dei rom ha una casa, quindi è già integrato. Da una ricerca realizzata nel 2010 per l'Osservatorio nazionale permanente per la tutela dei diritti fondamentali e il contrasto alla discriminazione, risulta che: il 75 per cento vive dove si trova da almeno quattro anni, il 61 per cento pensa ad un suo futuro migliore e immagina una casa. Sei su dieci un lavoro ce l'hanno (fra ambulanti, operai, muratori o nella raccolta del metallo) e che proprio il lavoro è in cima ai loro desideri (76,5 per cento). Ma anche che l'accattonaggio non è la norma (2 per cento), né il campare genericamente di 'espedienti' (12 per cento). Pochi i domatori, trapezisti e musicisti (5 per cento) e ancora più rari i giostrai che, a sorpresa, sono meno dei mediatori culturali (3 per cento contro il 2,5). (...) quando gli chiedi: "Chi ti può aiutare a essere più felice?", il 55 per cento ti risponda "le istituzioni". Addirittura più della propria comunità (47,5). Una risposta da cittadini modello.

I rom non sono nomadi per cultura, ma per costrizione, a causa delle persecuzioni. Persecuzioni che di fatto proseguono con l'improvvisazione di periodici picchi emergenziali, per cui si procedere a sgomberi, senza offrire alternative, come hanno fatto per alcuni anni i nostri sindaci sceriffo, anche di centrosinistra, o persino a politiche di deportazione nazionale, come fece Sarkozy tre anni fa in Francia. Come altri paesi fanno alla chetichella. La Ue ha già denunciato di avere investito 20 miliardi di euro per i Rom, dal 2003, fondi spesi poco e male dai vari governi europei. Ricordo una intervista di un amministratore comunale italiano, il quale diceva che l'integrazione dei Rom è possibile, ma non conviene, perchè costa soldi e non porta voti. In termini elettorali sono molto più redditizi gli sgomberi. I Rom dell'est europeo emigrati dalla Romania o fuggiti dalle guerre balcaniche, in larga maggioranza vivevano in case, andavano a scuola e avevano un lavoro. Giunti ai nostri uffici stranieri per chiedere una sistemazione adeguata, si sono sentiti rispondere di appoggiarsi ai campi nomadi già esistenti.

Queste sono cose che vengono dette, ma molto raramente e poiché in genere non stiamo attenti, i media tradizionali e quelli pseudoalternativi ci fanno da sempre odiare i rom e amare i loro persecutori.

In molti simpatizzanti progressisti il Movimento 5 Stelle continua a suscitare diffidenza - causa incompetenza, dichiarazioni infelici, linguaggi insultanti, propensione alla logica del tanto peggio tanto meglio - fino al punto da essergli ancora preferito il PD. Io stesso se fossi chiamato ad una scelta secca tra PD e M5S, credo sceglierei il PD. Per storia, per retaggio culturale, per appartenenza. Perchè mi pare che tra le due forze politiche, i temi a me più cari, il diritto del lavoro, il femminismo, l'antirazzismo, siano più di casa tra i democratici. Qualcuno potrebbe storcere il naso e ricordarmi facilmente la concreta prassi di quel partito, anche solo recente, al governo con Monti. Ed avrei difficoltà a ribattere. Non per nulla, ho votato RC e SEL.

Tuttavia, passate le elezioni, i fatti più importanti hanno segnato uno spostamento a sinistra, soprattutto per impulso del M5S, nonostante esso non voglia essere nè di destra, nè di sinistra. Penso al programma degli otto punti di Bersani, insufficienti quanto si vuole, ma impensabili senza il proposito di conquistare l'adesione del partito di Grillo e soprattutto penso all'elezione a presidenti delle due camere di Laura Boldrini e Pietro Grasso, una rappresentante dei profughi e un rappresentante dell'antimafia ai vertici dello stato. L'elezione dei due presidenti sembrava voler prefigurare una maggioranza di governo PD-M5S, ma la stessa impostazione non è stata replicata per la formazione del governo, nel momento in cui l'incarico è stato assunto da Bersani e non da una personalità paragonabile a Boldrini e Grasso. Ed ora pare definitivamente abbandonata per l'elezione del presidente della repubblica.

Il PD propone una rosa composta da Franco Marini, Anna Finocchiaro, Massimo D'Alema, Giuliano Amato, Romano Prodi, forse anche Luciano Violante. A parte Prodi, tutti nomi fatti apposta per ottenere il consenso del PDL e il dissenso del M5S. Anche stavolta hanno fatto meglio i grillini con le quirinarie. Non si sa quanti hanno votato e quante preferenze siano state assegnate. Ma la consultazione di base virtuale ha sfornato una rosa di personalità di tutto rispetto, molto apprezzabili nel loro lavoro, non sempre, almeno apparentemente, idonee alla carica di capo dello stato.

Prima eletta, Milena Gabanelli, forse anche grazie alle recenti minacce di querela da parte di Alemanno.  Poi a seguire, Gino Strada, Stefano Rodotà, Gustavo Zagrebelsky, Ferdinando Imposimato, Emma Bonino, Giancarlo Caselli, Romano Prodi, Dario Fo. Unico nome comune alle due rose è quello di Romano Prodi, però piazzato molto indietro nelle preferenze grillini, e poco amato tra i democratici. Il professore non sarebbe utile per un accordo con il PDL, forse insufficiente per un accordo con il M5S. Gabanelli probabilmente declinerà. Su di lei credo abbia ragione Enrico Mentana: «Milena Gabanelli candidata al Quirinale è una bella scelta. Più che alla presidenza della repubblica però la vedrei bene a quella della Rai». Il nome migliore uscito dalle quirinarie è quello di Stefano Rodotà. Un perfetto garante della Costituzione nella migliore repubblica democratica possibile. Un alfiere dei diritti, un conoscitore della rete e delle nuove tecnologie, un uomo di sinistra, vicino al movimento operaio, svincolato dai dogmi liberisti e monetaristi. In un paese normale, una sinistra normale lo eleggerebbe ad occhi chiusi. In Italia viene candidato da un movimento definito populista. In ogni caso, ho firmato la petizione popolare che sostiene la sua candidatura. Tra tutti i nomi «improbabili» sarà il più difficile da respingere.

Guardo con simpatia alla campagna Voglio una donna al Quirinale. Ma i nomi che circolano sono quelli di Emma Bonino, troppo liberista in tempi di crisi globale, e di Anna Finocchiaro, troppo dalemiana in tempi di cambiamento. Entrambe poco significative per il movimento delle donne, salvo fare un balzo indietro fino agli anni '70 e recuperare le lotte per i diritti civili dei radicali. Ma è passato davvero tanto tempo. Non sottovaluto l'importanza del valore simbolico di una donna presidente della repubblica. Però non lo considero determinante. A certe condizioni, è anche controproducente. In Europa abbiamo Angela Merkel a capo della Germania. E' il leader che impedisce di fuoriuscire dalla politica di austerity che avvita l'intero continente nella recessione. In passato, abbiamo avuto Margaret Thatcher a capo della Gran Bretagna, prima promotrice insieme a Ronald Reagan in Occidente del lungo ciclo di egemonia liberista sfociato nella crisi globale di questi anni, una crisi per gravità paragonabile a quella del 1929. Una donna al vertice può simboleggiare un cambiamento, un progresso, ma anche essere soltanto una eccezione, un fiore all'occhiello, una personalità femminile alla guida di una struttura patriarcale, persino consolidata nella sua fondamenta.

La democrazia paritaria ha valore nella composizione delle assemblee elettive, degli organi esecutivi, nella formazione delle liste, per cui è giusto il principio del 50 e 50, ma questo non necessariamente porta a preferire una donna ad un uomo nella valutazione delle candidature individuali ad organi monocratici, quali i sindaci e i presidenti. Infatti, a Milano abbiamo preferito Giuliano Pisapia a Letizia Moratti, mentre nelle primarie genovesi abbiamo preferito Marco Doria a Marta Vincenzi. Allo stesso modo, oggi possiamo preferire per la presidenza della repubblica un uomo, Stefano Rodotà, a qualsiasi candidatura femminile poco convincente.

E’ giusto e sacrosanto combattere la cultura dello stupro e la colpevolizzazione delle vittime. Ma lo si può fare con più efficacia, rivendicando di essere puttane?

Se una prostituta viene violentata e poi anche colpevolizzata, possiamo scendere in piazza e dire che siamo tutte puttane. Cioè che siamo tutte e tutti assolutamente solidali con lei e con ogni prostituta. La SlutWalk, però non è proprio questo. E’ la risposta a quel poliziotto di Toronto (e a tutti quelli come lui, ovvero moltissimi) che consiglìò alle donne di non andare in giro vestite come troie, se volevano evitare di essere stuprate. Una risposta che vuole decostruire il termine troia, ripulirlo dello stigma negativo, al fine di appropriarsene e rivendicarlo. Come a dire: Ebbene si, siamo troie, abbiamo il diritto di esserlo e nessuno può stuprarci per questo, abbiamo ugualmente diritto ad essere tutelate.

Nel manifesto originario della SlutWalk c’è un passaggio che, tradotto, dice all’incirca così: Siamo stanche di essere oppresse nella colpevolizzazione dei comportamenti cosiddetti 'da troia' o di essere giudicate per la nostra sessualità, col risultato di sentirci perpetuamente a rischio. Essere in controllo della nostra vita sessuale non dovrebbe significare che ci stiamo rendendo disponibili alla violenza, a prescindere se si partecipi al sesso per piacere o per lavoro. Nessuno dovrebbe equiparare il godersi il sesso con l'attrarre violenza sessuale.

Il manifesto italiano delle Ribellule, riecheggia lo stesso motivo e fa dire a piazze che respirano di puttane: “Mi vesto come mi pare, bacio chi mi pare e scopo con chi mi pare” per ribaltare l’attacco di chi dice “te la sei cercata”.

Alcune questioni lasciano perplessi.

1) Quella della prostituta è una condizione di schiavitù. O comunque di servitù, di subalternità. Mentre molte persone, soprattutto uomini, ne hanno una idea superficiale, banale, persino ridanciana, come se la condizione della prostituta fosse oziosa, allegra, godereccia. Una che scopa, si diverte, e ci guadagna pure sopra. La Slut Walk non finisce per confermare e divulgare questa banalizzazione e per essere offensiva nei confronti delle prostitute vere, in primo luogo delle schiave sessuali? Si direbbe di si, a giudicare dalla protesta dell’Associazione vittime ed ex vittime della tratta.

2) Troia è l’antitesi della santa, nella dualistica definizione patriarcale della femminilità. Infatti, uno dei più celebri slogan femministi diceva: nè puttane, nè madonne, solo donne. Ora, invece ci si acconcia a scegliere una delle due opzioni concesse dallo sguardo maschile, cercando solo di rivalutarla, ripulirla, migliorarla?

3) Fare sesso per piacere o per lavoro sono due cose molto diverse, persino opposte. Nella prima affermi la tua sessualità e sei soggetto, nella seconda neghi la tua sessualità e sei oggetto. E’ comprensibile che nella testa di tanti uomini la ragazza libertina e la prostituta siano in continuità e possano essere definite con la stessa parola, come se corrispondessero allo stesso concetto. Meno comprensibile è che ciò sia assunto nella testa delle donne, specie se femministe.

4) La minigonna non autorizza lo stupro. Ma è davvero una tentazione o è soltanto una scusa in sede di dibattito? Esistono studi, ricerche, statistiche, le quali dimostrino che ad essere maggiormente violentate sono le ragazze con le gonne corte piuttosto che quelle con le gonne lunghe o i pantaloni? Le giovani piuttosto che le adulte, le belle piuttosto che le brutte, le disinibite piuttosto che le inibite? Allora, la SlutWalk non finisce per accreditare un immaginario maschlista per cui la violenza è il fenomeno di vicoli e parchi dove maniaci improvvisati dalla tentazione di due belle gambe, cedono ai loro impulsi, poiché confondono la libertà di lei con un segnale di disponibilità? Cioè non finisce per accreditare l'idea che lei, se solo si vestisse e comportasse diversamente, la violenza potrebbe davvero evitarla? La violenza è prevalentemente un fenomeno privato. Come si vestono mogli e fidanzate? Possono rivendicare il diritto di circolare in casa in minigonna e persino di sfilarsela quando vanno a dormire? Devono rivendicare di essere puttane? In effetti, non mancano gli uomini a sollecitare la propria compagna: “Dimmi che sei la mia troia”. Ma non so quanto questo preluda ad un riconoscimento di soggettività.

Da una ricerca della Casa delle donne in cinque licei bolognesi risulta che il 75% dei ragazzi e il 55% delle ragazze considera normale forzare la propria partner a fare sesso. Ignoro quanto e come la SlutWalk possa interloquire con questi giovani. Che messaggio gli manda, che messaggio ricevono. Oggi su Facebook, una blogger di Uagdc mi scrive che: “In molti hanno capito perfettamente quello che si decostruisce leggendo l'articolo (sulla SlutWalk), basta mettere un po' di attenzione. Quindi deduciamo che se molti hanno capito, la comunicazione magari sarà imprecisa, ma il messaggio arriva se ascoltato con attenzione”. Speriamo che nei licei di Bologna non siano distratti. Nel caso, ecco l’autrice dell’articolo spiegare la decostruzione in uno dei commenti: “Il senso di rivendicare la parola “puttana”, la parola “cagna” è il tentativo di sovvertirne il significato, da “feccia” a “libera”. Immagina un uomo che insulti un altro dicendogli “frocio!”. L’uomo insultato può dimostrare di non esserlo, può nascondere il fatto di esserlo oppure può dire: “sì, e ne sono orgoglioso.” e questo è un atto rivoluzionario, perchè chi lo insulta così probabilmente lo fa basandosi su stereotipi e pregiudizi”.

Tuttavia, "troia" e "frocio" non sono paragonabili, per il significato che hanno. Frocio è percepito come insulto, ma è un modo dispregiativo per dire omosessuale. Solo un omofobo può vedere in questo un insulto. Riappropriarsene, significa proprio privarlo della valenza dispregiativa. Se mi danno del frocio, al di la' dell'intento insultante di chi me lo dice, non mi sento insultato. Un uomo che si vede appellato come frocio, se non è omofobo, non può sentirsi offeso. Riappropriarsi di un termine usato per disprezzare e caricato di razzismo o sessismo, ha senso solo se non si è costretti a cambiargli il significato (come dire che "cretino" da oggi significa "genio") ma se posso rivendicare quel significato. Dunque cosa significa troia? Ha per caso a che fare con la naturale e «biologicamente determinata» passivita' femminile? E la passivita', ha per caso a che fare con l'essere a servizio o a disposizione di..., gratuitamente o a pagamento?

La decostruzione di puttana, è probabilmente ispirata dal Manifesto della cagna. La cagna è la femmina del cane. Un animale adorabile, ma non proprio simbolo di indipendenza e libertà, semmai di sottomissione, docilità, fedeltà, addestramento, guardia.. Nel bdsm, la cagna è la schiava di un master. Ma il manifesto è sovvertitore, così sovverte il significato. La cagna è soggetto, non si sposa, viola le norme comuni del comportamento sessuale appropriato, si rifiuta di obbedire, onorare, servire, minaccia le strutture sociali che tengono le donne schiave, e i valori sociali che giustificano il mantenimento delle donne al proprio posto. Insomma, una cagna fantastica. Senonché, in principio la cagna viene paragonata al negro. Come il termine “negro”, “cagna” ha la funzione sociale di isolare e screditare una categoria di persone che non si conformano ai modelli di comportamento socialmente accettati. Cagna non usa questa parola in senso negativo. Dovrebbe essere un atto di affermazione di sé e non di negazione da parte di altri. Ma per reggere, il paragone avrebbe bisogno di un manifesto del negro, che lo descrivesse come pallido, bianco latte, albino, biondo. E' certamente vero che negro è un termine dispregiativo e razzista, ma questo implica un giudizio di valore (giustamente contrastato) su un significato certo condiviso: persona con la pelle nera.

Il manifesto risale al 1968 e fu redatto dalla femminista statunitense Joreen. Dal momento che gli afroamericani volevano appropriarsi del termine dispregiativo nigger, ritenendo di potergli conferire un significato positivo, alcune femministe tentarono di compiere la stessa operazione, appropriandosi del vocabolo sprezzante "cagne". Né gli uni né le altre riuscirono nell'intento. Dopo quasi mezzo secolo "negro" rimane infatti un termine offensivo, così come "cagna".

Che gli uomini (e talvolta le stesse donne) insultino le donne come puttane, per i più svariati motivi, ogni qual volta esse fanno qualcosa che non corrisponde alle aspettative di colui che proferisce l’insulto, è vero, ma ciò non conferisce alla parola tanti signficati, o un nuovo significato, tipo “violatrice di regole e canoni”, quanto una funzione normativa. Lo schiavo che si ribella, si rivolta, fugge, lotta per liberarsi, non perciò perde il titolo di schiavo agli occhi dei suoi padroni e se così lo chiamano, schiavo non arriva a significare “libero” o “trasgressore”, e la schiavitù non diventa rivendicabile con un sovvertimento di significato. L’uomo probabilmente chiama la donna “puttana”, ogni qual volta lei si ribella, per ricordarle che non può ribellarsi, in quanto è solo una puttana. Le ricorda qual è il suo posto, la rimette al suo posto. Una spiegazione ancora più semplice e diretta, che leggo in un altro commento di Uagdc, è che l’uomo dispone solo di due definizioni, per cui ogni volta che la donna non è madonna, è puttana.

Il sessismo è l'orientamento ideologico o semplice tendenza culturale che porta a discriminare un sesso rispetto all'altro, in genere decretando la superiorità di quello maschile, e a valutare le capacità intrinseche delle persone sulla base dei loro ruoli sessuali.

Tra le critiche che mi è successo di ricevere nel corso di conversazioni e discussioni sul sessismo, vi è quella di essere unilaterale, poichè avrei il torto di difendere le donne, ma non gli uomini, o comunque di non riconoscere che esiste anche un sessismo contro gli uomini. Rispetto a questa critica, sono reo confesso: è vero, non lo riconosco. E se anche mi capitasse di riconoscerlo, di questo sessismo anti maschile non mi importerebbe nulla, come non mi importa nulla della cosiddetta misandria (odio contro gli uomini), evocata spesso dai misogini per pareggiare il conto con la misoginia.

In natura, possono esistere casi di misandria, che saranno interessanti per psicologi o psichiatri, ma non costituiscono un fenomeno politico e sociale. Non possono essere interessanti da un punto di vista politico.

Sfido a citare un regime femminile in cui gli uomini siano lapidati dalle donne, oppure frustati sulla pubblica piazza, per avere sbagliato abito, oppure costretti a vestirsi dentro una tuta da palombaro. A citare organizzazioni femminili che fanno la tratta dei maschi. Protettrici che li sfruttano e clientesse che godono nel dominarli. Sfido a citare la condizione di centinaia, forse migliaia di uomini sfigurati dall'acido muriatico, per aver osato dire di no ad una donna. O uccisi a centinaia ogni anno, per lo stesso motivo. Di uomini intrappolati tra le mura domestiche, privi di un reddito e di relazioni sociali, oggetto di violenze fisiche e psicologiche. Uomini costretti a leccare una figa per poter accedere ad un posto di lavoro. Uomini ridotti a soprammobili televisivi, a mute figure decorative, del protagonismo femminile. Uomini che fanno da harem ad una sultana, in una delle sue tante ville private. Sfido a trovare nel mondo una Ciudad Juárez con tante croci azzurre. A trovare una qualsiasi organizzazione con un tetto di cristallo contro cui sono gli uomini a sbattere la testa. Ad entrare in un’azienda o in un qualsiasi palazzo della pubblica amministrazione e trovare dirigenti tutti donna e gli adetti alle pulizie tutti maschi.

In un mondo fatto così, parlare di misandria, di sessismo contro gli uomini sarebbe qualcosa di diverso da una mistificazione. In questo mondo il sessismo è il maschilismo, è quello dei maschi eterosessuali contro tutti gli altri generi e orientamenti: le donne, i gay, i trans.

Pregiudizi di genere formalmente sfavorevoli ai maschi sono spesso prodotti e alimentati dagli stessi uomini, come il mito secondo cui l'uomo è una bestia, schiavo dei suoi impulsi sessuali. Mito utile ad ampliare la libertà degli uomini e limitare quella delle donne. Infatti, cosa ci si può aspettare da una bestia? La si può veramente condannare? Sta agli altri, ovvero alle altre, stare attente, non uscire la sera, non uscire da sola, non mettersi la minigonna, non essere troppo assertiva, camminare in punta di piedi, sulle uova, rasente ai muri, essere gentili, dolci e sorridenti, mai essere respingenti, ma senza lanciare segnali di disponibilità, altrimenti la bestia sentendosi umiliata oppure provocata chissà come reagirà.

Il sessismo, come il razzismo, è la funzione di un rapporto gerarchico. E' agito dai superiori contro gli inferiori. Può succedere che gli inferiori, provino a restituirne un po', ma non è la stessa cosa. Quello che sta al piano di sopra può sbattare la sua tovaglia dal balcone e buttare le briciole in testa a quello che sta al piano di sotto. Ma quello che sta al piano di sotto, non può buttare la sua immondizia in testa a quello che sta al piano di sopra. Anche se fisicamente ci prova, il risultato sarà che gli torna tutto in testa, poiché dona alibi e argomenti al vittimismo dei dominanti.

Il sessismo come il razzismo, mi interessa in quanto produttore di gerarchia e di discriminazione, non come questione formale. Se l’oggetto del pregiudizio non è sottomesso o discriminato, il pregiudizio è innocuo. Ragion per cui è ben diverso dire che i genovesi sono attaccati al denaro o dire che gli ebrei sono attaccati al denaro. Dare del polentone o dare del terrone; udire le espressioni viso pallido o viso bianco o udire negro.

E’ vero che l’espressione sessismo nella sua formale neutralità può finire per essere usata in modo ambiguo, cioè per dar adito all’idea che entrambi i sessi possano esserne egualmente vittima. Cito a proposito le riflessioni di un collettivo femminista francese (Stop masculinisme), un collettivo  formato da uomini, che spiega come anche con l'uso ambivalente del termine sessismo abbiano voluto giustificarsi i primi gruppi mascolinisti.

(...) Se la nozione di sessismo esprime una delle conseguenze del patriarcato, essa non permette necessariamente di pensare all'esistenza di questo sistema, di risalire alle radici dell'oppressione.
A causa del rischio che comporta di concepire come simmetrici i rapporti sociali fra i sessi, la concezione antisessista è molto meno esigente nei confronti degli uomini: essa non li individua esplicitamente come beneficiari di un sistema di sfruttamento economico e sessuale. Gli uomini sono considerati, in base all'antisessismo, come potenzialmente vittime di una costrizione di genere.
La parola "sessismo" individua originariamente come vittime il gruppo delle donne. Tuttavia, è intesa da alcuni uomini come discriminazione nei confronti delle persone in base alla loro appartenenza a un gruppo sessuale, qualunque esso sia. Secondo questa concezione, anche un uomo potrebbe essere vittima di sessismo. Per esempio, in quanto escluso dalle donne da un luogo in quanto uomo.
E' soltanto obliando l'esistenza del sistema patriarcale, che è possibile rendere le cose simmetriche. Allo stesso modo, parlare di razzismo anti-bianchi è un non senso che non prende in considerazione il fatto che certi subiscono le conseguenze del sistema coloniale e altri ne ricavano, al contrario, dei privilegi. La nozione di sessismo, così come quella di razzismo, hanno un senso solo se le si riferisce ai sistemi di dominio che le producono. Così, un atto che, a prima vista, può sembrare identico (il «rifiuto dell'altro») acquisterà un senso diverso a seconda del contesto e dell'appartenenza sociale di colui o di colei che lo realizza.

Un interesse prevalente, quale quello del contrasto al sessismo, può essere reso da chi non lo apprezza come una crociata. Me lo sono sentito dire sia da un uomo beta, sia da una anarcofem: la tua è una crociata. La parola è intesa nell'accezione dispregiativa: lotta intollerante e fanatica contro qualcosa o qualcuno.

Poiché è difficile che il sessismo sia considerato buono in modo esplicito, quindi da non combattere, si reputa evidentemente che la reazione nei suoi confronti debba essere praticata in modo diverso: con un comportamento tollerante ed equilibrato.

Secondo lo scrittore israeliano Amos Oz, il fanatico è un punto esclamativo ambulante. La ricetta per guarirlo è il compromesso. Egli si riferisce al conflitto israelo-palestinese. Il fanatico, da ambo le parti, è contrario alla convivenza. Il compromesso serve per realizzare la convivenza. «I fanatici sono convinti che il fine, qualunque sia questo fine, giustifichi i mezzi, gli altri sono convinti invece che la vita sia un fine, non un mezzo. La ricetta per guarire il fanatico è il compromesso, che non significa capitolare al volere altrui abdicando alle proprie esigenze, ma incontrare l’altro, più o meno a metà strada».

Con il sessismo bisogna trovare un modo per convivere? Bisogna fare un compromesso? Vogliamo incontrarlo a metà strada? La risposta può essere affermativa solo se pensiamo che il sessismo (come un popolo, una religione, un partito politico) abbia legittimità di esistere (così siamo tolleranti invece che intolleranti) e magari gli riconosciamo pure alcuni aspetti positivi (così siamo equilibrati invece che fanatici). Altrimenti, non ci rimane che rifiutarlo integralmente. E allora, nei suoi confronti, non possiamo che essere integralisti. O corrispondenti a qualsiasi altra definizione venga detta per significare questa cosa: da fondamentalisti a tifosi. La scelta delle parole dipende dal punto di vista da cui si guarda. Esistono parole equivalenti con accezione positiva: coerenti, conseguenti, appassionati, rigorosi, determinati, tenaci. Qualcuno le femministe le chiama anche talebane con lo stesso gusto perverso e provocatorio con cui gli ebrei vengono equiparai ai nazisti.

Nel caso del razzismo e dell'antisemitismo, non avremmo dubbi. Nel caso del sessismo, i dubbi li abbiamo, perchè viene più facile distinguerlo in forme violente ed estreme (lo stupro o la teorizzazione esplicita della superiorità dell'uomo sulla donna) e in forme più blande e ordinarie (gli stereotipi, il linguaggio, le battute), che sarebbero ormai come l'aria che respiriamo. Aria inquinata. Nelle sue forme più blande, il sessismo è metabolizzato. Come nell'argomento difensivo di Norimberga, non siamo noi che agiamo lui, è lui che agisce noi e noi non ci possiamo fare più niente. A chi pensa di poterci fare qualcosa, gli si dice di non esagerare.

Una tale distinzione avrebbe senso se tra le due forme ci fosse un confine chiaro e condiviso, molti comprendono tra le forme blande il bacio rubato, la pacca sul sedere, l'insistenza molesta o persino il sesso forzato tra partner. Avrebbe senso, se le due forme fossero realmente separabili, se quelle blande, quelle meno intense ma molto estese, non riflettessero e rinforzassero la cultura che presiede quelle estreme e che permette in fondo di tollerarle.

Perchè la verità è che la nostra società, nei confronti della violenza sulle donne (la forma più estrema di sessismo) è tutt'altro che fanatica e intollerante. A parole lo si bolla come un reato odioso, per cui si arriva a richiedere anche l'ergastolo o la pena di morte, ma nei fatti è narrato come istintivo, naturale, passionale. La responsabilità è facilmente trasferita sulle vittime, a cominciare dal rifiuto di riconoscerle come vittime, rifiuto interiorizzato persino da una parte del femminismo. Vittime che non sono adeguatamente sostenute. I processi durano in media sei anni, durante i quali le vittime sostengono le spese legali, non sono protette, possono essere continuamente sottoposte alle angherie dei loro aguzzini. I centri antiviolenza sono tagliati. Il fenomeno non è studiato. La prima e ultima ricerca dell'Istat sulla violenza risale al 2006. L'andamento del PIL è monitorato una volta ogni tre mesi. E' la differenza tra ciò che non è importante e ciò che è importante.

Linguaggi, battute e stereotipi, sono lo sfondo culturale della violenza, non l'alternativa preferibile, il maschilismo dal volto umano, quello accettabile. Vedi i miti sullo stupro.

Se distinzione va fatta, va fatta rispetto alle persone. Anche se sospetto come Gramellini, che nulla rivela l'uomo come la sua barzelletta preferita, penso che una persona non vada identificata con le sue battute, le sue parole, i suoi pregiudizi. Non basta esprimere talvolta maschilismo per essere maschilisti. Questa distinzione sono più che disposto a farla e cerco di farla sempre. Ad esempio, la farei volentieri per Battiato, Travaglio e Vauro. Ma loro, e quelli come loro, sono disposti a farla per se stessi? Sono disposti a non identificarsi totalmente nelle loro battute, nelle loro parole, nei loro insulti, nei loro stereotipi, fino al punto di smetterla di rivendicarli, fino al punto di saper chiedere scusa quando gli succede di esprimerli?

La croce non sta nelle insegne di chi critica, ma sullo scudo alzato di chi si difende ad oltranza, con ostinazione, perchè non vuol concedere a se stesso di essere altro dalla povertà di spirito che esprime.

P.s. Precisazioni di una anarcofem

Dibattendo qua e là sui forum e i social network, di tanto in tanto, anzi spesso, ricevo critiche e contestazioni. Dopo aver condiviso questo articolo sulla mia pagina di Facebook, ho ricevuto la seguente obiezione: «Max quand'è che posterai qualcosa che non riguardi il sessismo? Oramai sei veramente monotematico e non ti si legge nemmeno più». In realtà, è casuale, dipende dai giorni, non ho un piano editoriale, nè per la pagina, nè per il blog, nè per il forum. Tuttavia, è vero - basta leggere il numero dei tag - che con il tempo, il sessismo è diventato il mio argomento prevalente, senza che mai lo decidessi.

A ripensarci, direi che ci sono arrivato un po' per volta, attraverso varie questioni. 1) L'incontro, tutt'altro che gradevole, con i mascolinisti, cyber attivisti misogini che occupano forum e blog in modo molto aggressivo per rappresentare un mondo rovesciato dove sono gli uomini a doversi liberare dall'oppressione delle donne. 2) L'immaginario berlusconiano divenuto discorso pubblico sulle donne, per cui i vizi privati (dei maschi) sono pubbliche virtù e come tali vanno ostentate, mentre rivendica di indicare alle donne la via della prostituzione per mantenersi, affermarsi, fare carriera. 3) La strumentalizzazione del femminismo in funzione xenofoba e islamofoba, insieme con il rifiuto di riconoscere il maschilismo della «nostra cultura». 4) Il rifiuto di riconoscere il sessismo in genere, il volerlo sempre contestualizzare, come «forma» lecita per esprimere una «sostanza» condivisibile o accettabile, o anche solo come innocua ironia, che pretende di essere accettata, pena il non avere il senso dell'umorismo, o peggio l'essere sessuofobo. Insomma, una idea secondo cui, il maschilismo andrebbe contrastato nelle sue forme più estreme e violente, ma tollerato nelle sue forme più lievi e ordinarie, giudicate talvolta persino divertenti. Come se tra le une e le altre vi fosse soluzione di continuità. Una distinzione che sarebbe ritenuta inaccettabile per il razzismo e l'antisemitismo, ma che viene ritenuta naturale per il maschilismo. Anche se i militanti dell'ostilità al politicamente corretto, ormai provano a predicare indulgenza anche per gli altri razzismi.

Dunque, mi sono ritrovato a trattare di più l'argomento riconosciuto di meno. Forse in assoluto non il più importante (qual è il più importante?), ma di certo il meno rappresentato in proporzione alla sua importanza.

Se guardiamo alle primarie e all'ultima campagna elettorale, vediamo che si apprezza come concreta conquista la promessa di affiancare ai diritti degli eterosessuali alcuni dirittucci per gli omosessuali. Vediamo che il femminicidio, la violenza sulle donne, hanno guadagnato di fisso una dichiarazione formale e una citazione nei punti programmatici di quasi tutti i candidati di sinistra. Un bel passo avanti. Ma quasi nulla rispetto a ciò di cui ci sarebbe bisogno, mentre vengono tagliati i fondi ai centri antiviolenza e mentre nella rappresentazione mediatica il femminicidio continua ad essere un delitto passionale, un raptus, imprevedibile, ineluttabile, una cosa che capita, avulsa da cultura e società. Al limite, una buona idea per vendere strofinacci.

Siamo in un paese dove le donne sono vivisezionate in pezzi di carne, per spot pubblicitari e programmi di intrattenimento. Dove nella fiction, come nella realtà, sono sempre casalinghe, segretarie, cameriere, infermiere, donne delle pulizie, e prostitute. Dove la metà delle mogli dipende economicamente dal marito, dove la metà delle lavoratrici se diventa madre perde il lavoro. In un paese civile, sarebbero al tempo stesso emergenze e problemi strutturali da mettere ai primi posti nell'agenda politica, perchè la parità, l'uguaglianza, sono metri di civiltà e presupposti dello sviluppo. Invece sono condizioni e dislivelli accettati come sfondo naturale, o persino rimossi in luogo di una astratta coscienza paritaria, secondo cui la servitù della donna è una realtà ormai sostanzialmente alle spalle e in via di inesorabile estinzione.

Basta avere pazienza e intanto trattare argomenti diversi dal sessismo.

Un attendismo culturale che rinvia ciò che è giusto alle future generazioni, ma soprattutto opportunista, perchè lasciare nel frattempo le donne nelle attuali condizioni vuol dire continuare a garantirsi una importantissima risorsa assistenziale gratuita. Un welfare femminile che non costa nulla nè allo stato, nè ai privati.

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