di Maria Rossi


Le interpretazioni che vengono offerte della violenza maschile perpetrata nel contesto delle relazioni intime si ispirano a teorie psicologiche che tendono spesso  ad attribuire alla donna il ruolo di corresponsabile dei maltrattamenti subiti, se non di coautrice degli stessi.

Un esempio perfetto in tal senso è rappresentato da un articolo di Patrizia Mattioli, pubblicato sul blog che gestisce su "Il Fatto Quotidiano". Il post reca un titolo incongruo: "Violenza, chi la agisce se ne deve assumere la responsabilità". In realtà, nel corso del testo, l'asserita responsabilità del maltrattante viene fortemente attenuata dal riferimento ad una pulsione incontrollabile che ne determinerebbe il comportamento, ovviamente, sofferto, lacerante. "La persona che si comporta violentemente - secondo l'autrice dell'articolo - agisce un impulso che non riesce a contenere". E' da notare l'uso del vocabolo neutro "persona" che occulta il fatto, tutt'altro che irrilevante, che sono in  prevalenza gli uomini gli autori della violenza domestica.

L'altro partner  non è mai definito "vittima", termine che ha subito una fortissima distorsione di significato in alcuni ambienti, anche femministi, tanto da essere ormai assunto in  un'accezione spregiativa, che rischia, a mio parere, di  condannare le donne che hanno subito violenza al silenzio, alla vergogna o, addirittura, all'impotenza.

In questo articolo, però, il termine viene accuratamente evitato  per un altro motivo, in coerenza, cioè, con l'assunto che la dinamica della violenza domestica non contempla la presenza di una vittima e di un aggressore e quindi non avviene all'interno di un rapporto di dominio e di subordinazione,  ma si realizza piuttosto nell'ambito di una coppia disfunzionale, nella quale entrambi i partner sono responsabili di quanto accade. Il rapporto, infatti, viene descritto come  intriso di complicità e di dinamiche collusive. Anzi: alla conclusione dell'articolo si afferma a che la violenza è reciproca.

E' interessante e impressionante constatare come, per l'autrice dell'articolo che sto commentando, il comportamento di chi viene maltrattato sia sempre e comunque sbagliato, inadeguato, ispiratore di atti violenti. Chi subisce un maltrattamento, infatti, può assumere una posizione complementare, accettando l'assunzione della colpa e la punizione che ne consegue. Questo atteggiamento conduce ad "epiloghi drammatici".

La vittima, però, può adottare anche il comportamento opposto; può collocarsi, cioè, in una posizione definita simmetrica e  ritenere che la violenza che subisce vada imputata al carattere di chi la commette. Anche questo atteggiamento può produrre, secondo Patrizia Mattioli, "un' escalation di aggressività reciproca che può portare a conclusioni altrettanto drammatiche".

Si  opera così la dislocazione completa della responsabilità della violenza sulla persona che la subisce. Il maltrattante, infatti, è semplicemente dominato da un impulso incontrollabile che, oltretutto, provoca in lui grande sofferenza. E' la vittima che, agendo  sempre in modo inappropriato, provoca l'esplosione della violenza. Faccio notare come questa concezione coincida esattamente con il punto di vista del maltrattante.
Vorrei anche rilevare come spesso sia invece  il superamento  dell'autocolpevolizzazione e l'attribuzione della responsabilità della violenza che si subisce a chi la commette, ossia la collocazione in una posizione "simmetrica", a consentire alla vittima di avviare un percorso di liberazione dalla violenza. Alle donne che conosco è accaduto proprio questo, ma, evidentemente, esse non sono contemplate dalla teoria  formulata dalla dottoressa Mattioli.

Un'altra forma di colpevolizzazione della vittima che emerge da questo articolo consiste nella  manifestazione della convinzione che il mantenimento del rapporto con il maltrattante corrisponda alle esigenze profonde di chi subisce la violenza e che hanno determinato l'avvio della relazione.  La realtà è che gli uomini violenti, lungi dal manifestare immediatamente comportamenti abusanti, sanno imbastire una relazione che nei primi mesi si rivela idilliaca. E' proprio questo inizio elegiaco ad affascinare le donne e ad intrappolarle in rapporti che solo più tardi sveleranno  la propria natura violenta.  Esse saranno  comprensibilmente disorientate, destabilizzate dai comportamenti aggressivi dei loro compagni nei quali non riusciranno a riconoscere gli uomini cortesi e rispettosi che le avevano fatte innamorare. Per conciliare queste due opposte realtà e preservare l'immagine positiva che coltivano dei loro partner, esse saranno inclini ad interpretarne gli atti di violenza come il prodotto di problemi temporanei che si affanneranno a comprendere e a risolvere.
La conclusione dell'articolo che sto commentando mi lascia ugualmente esterrefatta.

... la violenza non va giustificata, ma capita perché porta problemi ma non è in sé il problema, è piuttosto il segnale di una sofferenza altra che se colta può interrompere la reciprocità violenta.

No. La violenza non è il segnale di una sofferenza altra, ma è l'espressione di un rapporto di controllo e di dominio sulla vittima  e, quindi,  è tutt'altro che reciproca. E' unilaterale E sì. Rappresenta un problema in sé.
A questo punto, visto il proliferare di teorie che imputano alle vittime la colpa della violenza che subiscono, mi pare opportuno concludere il mio articolo con  le acute osservazioni della psicologa sociale Patrizia Romito:

Alcune teorie psicologiche possono diventare strumenti potenti per colpevolizzare le vittime e ridurle all'impotenza.  Più in generale, la psicologizzazione consiste nell'interpretare un problema in termini individualistici e psicologici piuttosto che politici, economici o sociali e nel rispondere di conseguenza in questi termini. E' un meccanismo sociale potente per disinnescare la consapevolezza dell'oppressione e la potenziale ribellione. La psicologizzazione è quindi una tattica di depoliticizzazione a sostegno dello status quo e dei rapporti di potere dominanti.


Vedi anche:

Come fa una persona a respingere l'accusa di razzismo, antisemitismo, sessismo, omofobia, xenofobia, nella stessa conversazione in cui esprime parole offensive nei confronti dei neri, degli ebrei, delle donne, dei gay, degli immigrati, dei rom, dei musulmani? Come può succedere che altre persone siano pronte a difenderlo e a giurare sulla sua buona fede?

Non siamo in grado di fare una diagnosi su una persona, ma la citazione qui sotto potrebbe spiegare la contraddizione a cui si accenna qui sopra. Ci sono varie corrispondenze con quanto avviene in molte discussioni: la negazione dell'intento, quella del significato evidente, la naturalezza del comportamento, il passare per vittima o comunque per brava persona.

Può succedere se si vedono i razzismi (anche) come forme di psicopatia. La psicopatia non è pazzia. Potrebbe collocarsi in una posizione intermedia tra pazzia e normalità. Ed è una condizione molto diffusa, anche solo in modo tendenziale. In fondo, potremmo che di fronte ad alcune realtà, tutti ci comportiamo come fossimo psicopatici. Quali realtà? Quelle nei confronti delle quali non proviamo empatia.

Consideriamo sicuramente crudele e malvagia una persona che abbandona il cane in autostrada, per poter andare in vacanza. Perchè? Perchè empatizziamo con il cane. Ma non consideriamo  crudele e malvagio il macellaio. Perchè? Perchè non empatizziamo con bovini, ovini e suini.

Questa è una caratteristica del razzista. Egli non empatizza con l'oggetto della sua indifferenza, della sua avversione, del suo disprezzo. L'antisemita non empatizza con gli ebrei, il misogino non empatizza con le donne, l'omofobo non empatizza con i gay, lo xenofobo non empatizza con immigrati e rom, l'islamofobo non empatizza con i musulmani. Perciò queste realtà le offende, pensando di non fare nulla di male, e rifiutando (anche con stupore) per questo suo comportamento qualsiasi definizione negativa particolare.

Comportamento psicopatico e personalità psicopatica
di Alexander Lowen

(...) Un altro aspetto del comportamento psicopatico è la quasi totale indifferenza per i sentimenti e la sensibilità degli altri. Egli potrà fare o dire cose che feriranno un altro e tuttavia rimanere inconsapevole dell’effetto delle sue azioni. Potrebbe a ragione negare l’intento, ma va oltre e ne nega il significato evidente. Ci è anche familiare l’idea che la persona psicopatica non ha coscienza, non fa nessuna distinzione tra giusto e sbagliato, buono o cattivo. Di conseguenza, quindi, egli non ha nessun senso di colpa. Perciò in casi estremi lo psicopatico arriverà a rubare o a truffare, come se facesse la cosa più naturale. Certamente sa che rubare è sbagliato ma non vede il proprio comportamento in questa luce. A causa di queste caratteristiche della loro personalità, gli psicopatici possono notoriamente passare anche per brave persone. Possono farvi credere che ciò che essi dicono è vero, forse perché lo credono essi stessi, o perché non credono nulla. Possono convincervi della loro innocenza anche quando siete stati testimoni personalmente della loro azione scorretta. (...) Fonte

Powered by Blogger.
© 2010 Massimo Lizzi Suffusion theme by Sayontan Sinha. Converted by tmwwtw for LiteThemes.com.