di Maria Rossi 


In Francia esiste un forte movimento favorevole all'abolizione della prostituzione. E' sostenuto da una molteplicità di importanti associazioni e collettivi femministi e lesbici: 58 sono stati quelli che l'anno scorso, in vista delle elezioni, hanno stilato un appello per la promulgazione di una legge che abolisca il sistema della prostituzione. Vi hanno aderito anche il movimento maschile pro-femminista Zéro Macho e numerosi parlamentari appartenenti soprattutto al Partito Socialista, ma anche ad altri movimenti politici e al Front de Gauche (federazione del Partito Comunista e del Partito della Sinistra), che, schiettamente abolizionista, ha presentato interessanti proposte in merito.

Quest'anno al movimento si sono aggregati studenti e studentesse delle scuole superiori e dell'università che hanno costituito il collettivo Les jeunes pour l'abolition de la prostitution, (I giovani per l'abolizione della prostituzione) composto da 8 organizzazioni (tra le quali Osez le féminisme, (Osate [praticare] il femminismo), i giovani comunisti e socialisti, l'unione dei liceali e il sindacato degli universitari).

La mobilitazione della società civile ha indotto i parlamentari ad occuparsi della questione. Si è proceduto anzitutto all'abrogazione del reato di adescamento, introdotto dal governo di Nicolas Sarkozy, che dal 2003 condannava le donne che praticavano rapporti mercenari a due mesi di reclusione e al pagamento di un'ammenda di 3750 euro . Sono stati prodotti approfonditi rapporti informativi dell'Assemblea Nazionale e del Senato, si è costituita una Commissione apposita, la Ministra dei diritti delle donne Najat Vallaud-Balkacem si è dichiarata favorevole all'introduzione di sanzioni pecuniarie contro i clienti delle persone prostituite. Il 14 ottobre, poi, il gruppo parlamentare socialista ha depositato all'Assemblea Nazionale (corrispondente alla nostra Camera dei Deputati) un progetto di legge che dovrebbe essere discusso in novembre e che impone ai clienti il pagamento di un'ammenda di importo pari a 1500 Euro, raddoppiata in caso di recidiva.

Contro questa proposta sabato scorso a Parigi hanno protestato circa 300 prostitute, che costituiscono però una percentuale irrisoria, oscillante tra l'1,5% e lo 0,75% o anche meno, dell'intero universo delle persone che praticano rapporti mercenari. Il numero di queste ultime, infatti, si aggira tra le 20.000 e le 40.000, cifra fornita dalle forze di polizia, in particolare dall'Ufficio centrale per la repressione della tratta degli esseri umani, ma ritenuta da alcune associazioni sottostimata. L'89% di persone che esercitano rapporti mercenari è costituito da donne, il 3% da uomini frequentati da omosessuali e l'8% da transessuali.

L'80% delle prostitute ( l'85% a Parigi e a Nizza, il 90% a Bordeaux e sui marciapiedi) sono migranti, la maggior parte delle quali assoggettate a reti di trafficanti e di sfruttatori che gestiscono l'intero processo: dal reclutamento delle donne all'invio di denaro ai loro parenti.

Dunque, la gran parte della prostituzione francese coincide in realtà con la tratta e con lo sfruttamento praticato da una rete di sfruttatori, sicché risulta assai difficile, se non impossibile, combattere la seconda senza lottare contro la prima.

Il rapporto con i trafficanti trae origine in genere dalla contrazione di un debito per l'emigrazione in Francia, il cui ammontare oscilla dai 5000 Euro per le donne provenienti dai Balcani ai 50.000 - 65.000 Euro per le ragazze africane e che risulta difficile da estinguere per i molteplici prelevamenti di denaro applicati ai guadagni delle donne prostituite. Spesso la libertà si riconquista soltanto accettando di far parte, dopo anni di pratica dei rapporti mercenari, della rete dei prosseneti.

Le modalità di reclutamento e di assoggettamento delle ragazze nigeriane sono già state raccontate con drammatica forza da Isoke Aikpitanyi e da altre vittime di tratta.

Vorrei soffermarmi brevemente, invece, sul modo in cui avviene la sottomissione ai prosseneti delle ragazze dell'Est, provenienti soprattutto dalla Bulgaria, dalla Romania e dalla Moldavia. Esse, spesso in situazione di vulnerabilità economica e psicologica, vengono sedotte da uomini, i "lover boys" che sovente le vendono come capi di bestiame alle reti di prosseneti per poche centinaia di euro. Successivamente sono condotte in Turchia, nei Balcani o a Cipro dove vengono "addestrate" con il ricorso sistematico agli stupri collettivi, alla privazione di cibo, alla reclusione e alla violenza fisica. Una volta "domate" sono trasferite in Francia o in altri Paesi dell'Europa occidentale dove vengono costrette ad esercitare la prostituzione.

Se questa è la condizione delle migranti, qual è quella delle autoctone che costituiscono il 20% (15% a Parigi e a Nizza e 10% a Bordeaux) delle donne che praticano rapporti mercenari? La risposta ci viene offerta dal Rapporto redatto dall'Assemblea Nazionale nel 2011, dal quale ho attinto le precedenti informazioni, confermate dalla Relazione predisposta quest'anno dal Senato. A pag.60 si legge che, dopo la tratta, è la vulnerabilità in tutte le sue forme: sociale, economica e psicologica a costituire il motivo fondamentale dell'ingresso nella prostituzione, non esente, neppure in questo caso, dal controllo dei magnaccia. Altro che fierezza, come proclamavano le manifestanti di sabato, le cui maschere bianche e rosse, peraltro, occultandone l'identità, contraddicevano lo slogan! Altro che autodeterminazione! Secondo un dossier pubblicato sull'ultimo numero del mensile di Osez le féminisme soltanto il 5% delle persone scelgono liberamente di esercitare la prostituzione in Francia.  p.4. Anche se la cifra non fosse precisa, risulta chiaro come il sistema abbia subito negli ultimi vent'anni mutamenti decisivi, che hanno condotto ad una sempre più stretta identificazione delle donne prostituite con le migranti, in gran parte vittime della tratta o di reti di prosseneti, che esercitano un controllo sempre più spietato e vincolante sull'intero mercato del sesso.

E' questo il destino che vogliamo riservare alle donne più povere e vulnerabili e alle straniere? Intervenendo il 1 ottobre ad un seminario sulla realtà della prostituzione organizzato dalla Lobby europea delle donne a Bruxelles, Nusha Yonkova, originaria della Bulgaria e Presidente della Rete europea delle donne migranti, ha dichiarato con forza e passione: "Noi non accettiamo che la prostituzione venga considerata come un'autentica e valida opzione di lavoro per le donne che emigrano in Europa. Esortiamo il Parlamento europeo, la Commissione europea e gli Stati membri ad affrontare la questione della domanda di prostituzione e della tratta a fini di sfruttamento sessuale con determinazione e senza riserve, al fine di evitare di trasformare le donne migranti nella nuova coorte di donne povere ed emarginate che soddisfano le voglie di una minoranza di uomini europei autorizzati a farlo".

A me piacerebbe che la si ascoltasse e vorrei che si approntassero anche per le donne europee che versano in condizioni di miseria o di fragilità sociale e psicologica soluzioni diverse da quella consistente nella mercificazione del proprio corpo.

  


di TK


Concita de Gregorio scrive un articolo sullo stupro di gruppo denunciato da una ragazzina di 16 anni.

I referti medici sembrerebbero confermare la versione della ragazza ma le indagini sono ancora in corso. Siamo quindi ancora in quella fase delicatissima in cui solitamente la vittima è esposta ad un ulteriore stupro, questa volta non da parte del primo branco. In questa fase è alla mercè dell’opinione pubblica, su di lei grava il giudizio sociale, la condanna che la vede connivente quando non istigatrice. In questa fase il silenzio sarebbe dovuto. Invece Concita De Gregorio, che più volte nell’articolo ribadisce che non sa ciò che è successo, decide di raccontarcelo comunque. E non bastano i tanti “forse” e “probabilmente”a giustificare questa scelta.

Sostanzialmente De Gregorio sostiene che si tratta di un problema educativo, una questione culturale. E la colloca in questa generazione, come se lo stupro fosse un nuovo reato di cui nelle precedenti non c’è traccia. Chissà che ne penserebbero Rosaria Lopez e Donatella Colasanti.

Si, certo, il problema è culturale ma di quale cultura stiamo parlando? La individua bene il Ricciocorno, la cultura dello stupro, al cui servizio, usata come un manganello, è la colpevolizzazione della vittima.

Questione culturale che però non deve servire a diluire le responsabilità individuali (sarà mica questo il primo strumento da fornire ai nostri ragazzi?):

Il sindaco ieri ha detto che «inquieta che questi ragazzi non distinguano il bene dal male». Inquieta, certo. Pone il problema della responsabilità. È loro, che geneticamente, naturalmente non sanno distinguere o è della generazione che li ha cresciuti, e non gli ha fornito i ferri essenziali per l'opera di elementare distinzione? È dei figli o dei padri, la colpa?

La responsabilità individuale ha radici genetiche (il maschio violento in quanto portatore di cromosoma y?) oppure va attribuita in toto ai “padri” (e un po’ anche all’alcol suvvia!)? È questa la riflessione culturale di cui abbiamo bisogno, anzi di cui hanno bisogno i nostri ragazzi? Sono questi gli strumenti che dobbiamo fornire ai nostri figli?

E alle nostre figlie? Che il nostro “tempo avariato” avrà fine quando sapremo insegnare loro a non mostrare le mutande, come i nostri nonni hanno insegnato alle nostre madri? L’analisi della cultura dello stupro oggi, proposta da De Gregorio, insomma cosa è? Le concause dello stupro sono ragazzi che non sanno cosa è bene e cosa è male (ma sanno che occorre un palo per nascondere le proprie gesta) e ragazze che mostrano le mutande per essere accettate ed entrare a far parte dell’harem? Un’equa distribuzione di colpe, anche se non di responsabilità.

Ma la cosa davvero drammatica è che questa analisi è fatta con colpevole leggerezza sulla pelle di una ragazzina di sedici anni che sta vivendo un dramma che la segnerà per la vita, comunque vada a finire. I fatti relativi a questa denuncia di stupro vanno ancora accertati, c’è solo un fatto certo: questa sedicenne ieri ha dovuto leggere una femminista che ci dà una lezione culturale usandola come esempio, per raccontarci che:

Forse non ha nemmeno lottato per evitare quel barbaro rituale che chissà, magari era proprio quello che l'avrebbe fatta diventare grande, finalmente. Forse per qualche tempo ha pensato: è stato quello che doveva essere.

Questa ragazzina ha dovuto leggere che “forse”, “probabilmente” non ha saputo dire di no quando le hanno chiesto di mostrare le mutande, perché è una fortuna essere ammessa nell’harem.

Questo è inaccettabile. Questo è vergognoso. Perfino peggiore delle esternazioni di Giovanardi.

Il blog Un altro genere di comunicazione scrive un duro post di critica ai contenuti espressi dalla De Gregorio, con tanto di evidenziazioni testuali e relativi commenti. Un post sostanzialmente condivisibile, in ogni caso legittimo. Loredana Lipperini ritiene di intervenire, non sui contenuti su cui più volte ribadisce di non volersi pronunciare, ma sui presunti infami moventi che spingono Uagdc a criticare De Gregorio. Una modalità già vista in altra occasione, per cui la dura critica a contenuti viene dirottata su un terreno non proprio corretto: attribuzione di presunti biechi moventi che screditano l’interlocutore e liquidano le critiche. Nonostante il diritto al rispetto di questa ragazza, calpestato con leggerezza da una femminista dotata di megafono, per di più in nome della cultura e dell’educazione delle giovani generazioni, sia ben più importante della lesa maestà di un personaggio pubblico, Lipperini sceglie di puntare il dito su chi muove critiche al personaggio pubblico. De Gregorio la risolve ribadendo: “Molti hanno capito, qualcuno no, lo ripropongo”. Non ritiene di spiegarsi meglio se per caso si fosse spiegata male.

Io credo che la radice culturale della violenza sulle donne sia davvero questione importante, che va affrontata con chiarezza e grande senso di responsabilità.
Se questa ragazzina è stata violentata non è certamente colpa  delle donne, anche quando sposano il punto di vista patriarcale, con o senza megafono. In questo dissento profondamente da Uagdc. Ma se davvero educazione e cultura sono la chiave, credo che massima dovrebbe essere l’attenzione a non lasciare spazio a pericolose ambiguità. E massima la disponibilità a chiarire eventuali fraintendimenti, qualora ce ne fossero, su questioni su cui i fraintendimenti non sono ammissibili. Soprattutto se si scrive sul primo quotidiano italiano per numero di lettori, nonchè giornale di riferimento del centrosinistra.
Ancora di più se queste ambiguità e confusioni passano sulla pelle di una ragazzina di sedici anni, ridotta a semplice pretesto per una riflessione che probabilmente vorrebbe essere di più ampio respiro ma che finisce per essere l’ennesima colpevolizzazione della vittima.

Sul cosiddetto DL femminicidio mi ha colpita una delle critiche mosse da De Gregorio e ripresa da molte altre. L’aggravante nel caso in cui la vittima è una moglie, compagna, fidanzata le appare comprensibile dal punto di vista del legislatore. È chiaro il vincolo di fiducia che viene tradito ma teme che questa aggravante possa segnare una discriminazione culturalmente delicatissima verso le donne che non hanno legami con un uomo. Confonde così la gravità dei moventi di un crimine con il presunto maggior valore di chi ne è vittima.
Io mi chiedo invece se questo stesso articolo non sia espressione di una discriminazione culturalmente accettata e trasversalmente condivisa nei confronti di quelle vittime (le più numerose) che sono legate in qualche modo ai loro carnefici e sulle quali, per questo, grava un giudizio di corresponsabilità.
Se questa ragazza avesse denunciato uno stupro subito da estranei in strada, sarebbe stata usata come pretesto per parlare con rimpianto dei moniti dei nostri nonni? E' una trappola, bambina. Se ti chiedono di mostare le mutande, vattene, ridigli in faccia e torna a casa.
Io credo di no. E mi convinco che quella aggravante sia importante, non tanto in senso repressivo ma proprio culturale.

Questo è il commento di una lettrice di De Gregorio, certamente non mossa da livore:  

Grazie Concita, quel giorno tornerà come per me è stato, mia nonna, classe 1907, mi diceva «fuggi! Ti vogliono fregare, se chiedono rispondi no, se ti toccano grida, guarda dritto negli occhi e non temere di essere te stessa, tu sei il tuo tesoro» Si questo yogurt è schifoso lo dissolveremo nell'acqua della fonte e la corrente lo porterà lontano, le mie figlie conoscono questa storia che è diventata mia ed ora appartiene loro come la libertà.

È questo che va detto a una ragazza che ha avuto il coraggio di denunciare uno stupro di gruppo (i cui fatti vanno accertati, certo. Senza “forse” e “probabilmente", però)? È questo il cambio di paradigma, di sguardo, che dobbiamo insegnare ai nostri figli e le nostre figlie? L’uomo è cacciatore, la donna deve sapere scappare.

È questo che dovevamo capire?


Riferimenti:
Sedicenne stuprata a una festa da cinque compagni di classe (Repubblica 19.10.2013) 
Franca, stuprata da 5 “amici” tutti a piede libero! (Mary 21.10.2013)
La sedicenne di Modena che ci svela il nostro abisso (Concita De Gregorio)
Concita De Gregorio e lo stupro di Modena: retoriche paternaliste, Billionaire e yogurt avariato (UAGDC 22.10.2013)
Loredana Lipperini sul post di UAGDC
La risposta di UAGDC a Loredana Lipperini
Un “cinque” allo stupro, con colpa o dolo (Doriana 22.10.2013)
Concita De Gregorio e l'analisi illogica di uno stupro (Detta Lallla)
Lo Stupro (Il Ricciocorno 23.10.2013)
Atlante dei luoghi comuni (Leonardo Tondelli 23.10.2013)
Da una ragazza di 16 anni. (Uagdc)
Concita De Gregorio e la cultura dello stupro (commenti su FB)



di Maria Rossi


Cristina Morini, femminista che stimo e apprezzo molto per i libri e i saggi che ha scritto, per la sollecitazione ad introdurre il reddito di esistenza, per l'importanza che attribuisce ai beni comuni, per l'evocazione di pratiche di cooperazione sociale produttiva, ha tradotto un articolo di Nancy Fraser che non condivido e di cui non comprendo l'utilità. Come si inserisce questo testo nel contesto italiano? Il titolo: Come il femminismo divenne ancella del capitalismo si presta a possibili strumentalizzazioni da parte di agguerriti movimenti maschilisti, ma sarebbe comprensibile se le accuse mosse fossero pertinenti, mentre, a mio parere, sono soltanto ingenerose e generiche. Inoltre lo spazio consacrato alle critiche è molto più chiaro, ampio ed articolato rispetto a quello dedicato all'enunciazione di proposte che appaiono piuttosto nebulose, se non altro perché formulate in modo eccessivamente sintetico.
Nella prima parte dell'articolo, Nancy Fraser, femminista marxista statunitense, esprime preoccupazioni e critiche condivisibili, anche se dirette ingiustamente contro tutte le esponenti del movimento e non soltanto contro l'indubbiamente egemonica corrente del femminismo liberale, istituzionale ed individualista. L'autrice lamenta che le femministe abbiano abdicato alla critica di una società che promuove il carrierismo, per sollecitare invece l'integrazione delle donne nel sistema capitalista e celebrare l'individualismo e la meritocrazia. Sono d'accordo, ma questi rimproveri dovrebbero essere rivolti soltanto ad una frazione più o meno ampia del movimento delle donne. [Considero, ad esempio, come molte altre, un tradimento della radicalità del femminismo, anziché una conquista, aver introdotto le quote rosa (30% entro il 2015) nei consigli di amministrazione delle società quotate, coinvolgendo in tal modo le donne nella gestione del sistema capitalista che andrebbe destrutturato e non rafforzato. Queste decisioni, comunque, non godono dell'approvazione dell'intera e articolata galassia del femminismo.] Reputo ingiusto, comunque, accusare l'intera seconda ondata del movimento di essere "diventata ancella del capitalismo contemporaneo", così come ritengo infondate alcune delle motivazioni di tale rimprovero.
Analizziamole una ad una. Un contributo che il femminismo avrebbe dato all'ethos neoliberista consisterebbe nell'aver "rifiutato l'economicismo e politicizzato il "personale", concentrando la propria attenzione sui temi dell'identità di genere (violenza domestica, stupro, oppressione riproduttiva, sessismo), fino a rimuovere il ricordo delle lotte per l'uguaglianza sociale.
In primo luogo, riflessioni raffinate su argomenti non economici come quelli riguardanti la costruzione del genere sono state elaborate anche dal femminismo della terza ondata (quello queer). Al contempo, quello della second wave include correnti come quella marxista, radicale materialista ed anarchica che non hanno mai cessato di formulare una serrata critica dell'economia politica. Anche il femminismo della differenza ha prospettato alternative allo scambio di mercato, sviluppando considerazioni approfondite sull'economia del dono e sul denaro come istituzione patriarcale. Penso ad esempio alle elaborazioni teoriche di Généviève Vaughan e di Daniela Pellegrini. Non si può quindi affermare che il femminismo della seconda ondata abbia manifestato indifferenza nei confronti dei temi economici.
E' vero, invece, che negli ultimi anni la questione del femminicidio e della violenza maschile sulle donne ha acquistato un particolare rilievo nel dibattito pubblico, [oscurando probabilmente altri temi, forse anche per il declino della speranza di sovvertire il sistema capitalista, in seguito al crollo del muro di Berlino.] L'opposizione al patriarcato in tutte le sue sfaccettature costituisce, però, l'obiettivo principale del femminismo e prefiggersi lo scopo di ridurre e poi abolire la violenza maschile e di destrutturare i rapporti di dominio che regolano le relazioni tra i sessi non può essere considerata una colpa. Certo, è opportuno, come osserva Nancy Fraser, coniugare la lotta contro il sistema patriarcale a quella per il conseguimento della giustizia economica ed è possibile anche individuare un nesso tra le due questioni. Un articolo de "La Repubblica" di due anni fa poneva in luce come fossero soprattutto le casalinghe e le disoccupate a manifestare difficoltà a troncare le relazioni con gli uomini violenti. Rendere le donne economicamente indipendenti, magari con l'erogazione di un reddito di esistenza, potrebbe facilitare la decisione di infrangere rapporti caratterizzati dalla pratica maschile della violenza.
Il femminismo, secondo Nancy Fraser, avrebbe contribuito al trionfo del neoliberismo anche con la critica al paternalismo del welfare state, l'esaltazione dell'attività delle Ong e del microcredito, fiorito proprio nel momento in cui gli Stati abbandonavano gli impegni macro-strutturali per combattere la povertà, impegni che i prestiti su piccola scala non possono assolutamente sostituire. Chiedo di nuovo: a quale corrente del femminismo ci si riferisce? A quella liberale o a quella individualista la cui esponente più significativa: Wendy McElroy si definisce anarco-capitalista e celebra le lodi del libero mercato, oltre che della pornografia e della prostituzione ? E di quale nazione si sta parlando? Solo degli USA o anche di altri Stati? L'accusa mi pare troppo generica. In Italia, che io sappia, nessuna femminista ha mai formulato la richiesta di un abbattimento del welfare state, in base all'assunto che esso rispecchierebbe l'ordine simbolico patriarcale. Si è sempre lottato, anzi, per conseguire un potenziamento dei servizi pubblici.
Ma l'accusa più grave e, a mio parere, pericolosa rivolta al femminismo da Nancy Fraser è quella di aver concorso all'affermazione del neoliberismo e del capitalismo flessibile, mediante la critica al concetto di "salario familiare" e al modello del marito breadwinner e della moglie casalinga. Si tratta di un'accusa che, oltre che ingiusta, potrebbe essere formulata da qualsiasi maschilista tradizionalista. Non intendo qui ricostruire dettagliatamente la genesi dell'ideologia (tale è sempre stata) del salario famigliare, ma ritengo utile proporre un rapido excursus storico, facendo riferimento ad un'utilissima dispensa universitaria intitolata Lavoro e povertà femminile predisposta dalla professoressa Bruna Bianchi e disponibile in rete.

Come nasce il salario famigliare

L'idea di erogare al salariato una retribuzione sufficiente a mantenere se stesso e la famiglia si affaccia nell'Ottocento, quando la Rivoluzione Industriale, con l'introduzione delle macchine, rende superfluo il lavoro tecnico e specializzato, prerogativa degli uomini, e determina il massiccio ingresso di donne e bambini nelle fabbriche tessili. Gli uomini, a causa delle mani meno agili e più robuste di quelle delle donne, si rivelano meno adatti ad azionare i telai meccanici e i filatoi, poiché il lavoro consiste essenzialmente nel riannodare i fili spezzati. Nel 1839 nell’impero britannico solo il 23% degli addetti a queste macchine è costituito da uomini adulti.
I profondi sconvolgimenti prodotti dall'industrializzazione sollecitano molti riformatori a svolgere inchieste di denuncia delle durissime e disumane condizioni di lavoro nelle fabbriche. Una sezione di questi scritti è costantemente consacrata allo studio dell'attività salariata femminile, che viene indagata, descritta e documentata con un’attenzione senza precedenti, dal momento che i contemporanei si interrogano sull'appropriatezza, sulla moralità e sulla legittimità del lavoro delle donne in fabbrica e spesso la negano.
Lo stesso Friedrich Engels, che pure ha il grande merito di aver formulato un'importante teoria sull'origine del patriarcato e della contraddizione di genere, nella Situazione della classe operaia in Inghilterra, accanto ad osservazioni sul prolungamento disumano della giornata lavorativa, sull'intensificazione dello sfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici, sull'esiguità dei salari e accanto a riflessioni vertenti sul fatto che l'attività protratta in fabbrica senza alcuna considerazione per la gravidanza, il puerperio e l’allattamento costituisce una violenza esercitata sul corpo delle donne e dei bambini, inserisce nella sua inchiesta una serie di valutazioni morali.
La promiscuità del lavoro, l’oscenità del linguaggio e dei comportamenti favoriscono, a suo parere, “l’impudicizia femminile “, ma l'attività salariata provoca soprattutto la disgregazione delle famiglie. La donna operaia, per Engels, non sa svolgere alcun lavoro domestico, non sa cucire, né cucinare, non è una madre premurosa, ma trascura i figli e li espone al rischio della malattia e della morte per infortuni.
Talvolta il lavoro di fabbrica non produce la disgregazione, bensì il sovvertimento dei ruoli familiari: la madre si occupa del mantenimento della famiglia e il padre dell'accudimento dei figli e del disbrigo delle faccende domestiche; nella sola Manchester sono presenti “parecchie centinaia di questi uomini condannati al lavoro domestico”.

"Eppure questa situazione che svirilizza l’uomo e toglie alla donna la sua femminilità, - afferma Engels - [...], questa situazione che nel modo più infame degrada i due sessi e con loro l’umanità, è la conseguenza ultima della nostra tanto decantata civiltà [...] dobbiamo ammettere che un così totale capovolgimento nella posizione dei sessi può derivare unicamente dal fatto che, fin dal principio, i sessi sono stati posti uno di fronte all’altro in una posizione sbagliata. Se la supremazia della donna sull’uomo, che inevitabilmente è provocata dal lavoro di fabbrica è inumana, anche l’originaria supremazia dell’uomo sulla donna doveva essere inumana" (p.375).

Engels, come i contemporanei, sopravvaluta le dimensioni della sostituzione delle donne agli uomini nelle fabbriche. Nella maggior parte dei paesi industrializzati il servizio domestico femminile nell'Ottocento è molto più diffuso dell'occupazione nell'industria tessile. In Inghilterra nel 1851 il 40% di tutte le lavoratrici sono domestiche e solo il 22% risulta impiegato nell’industria tessile; in Francia, nel 1866, le stesse percentuali raggiungono rispettivamente il 22% e il 10%. Molte donne inoltre continuano a svolgere attività tradizionali, come quelle di venditrici, lavandaie, sarte e cucitrici. La maggior parte delle operaie è minorenne e abbandona l'attività extradomestica dopo il matrimonio.
Benché le donne occupate nell’industria tessile rappresentino pur sempre una minoranza nel complesso della forza-lavoro femminile, benché molte di loro non siano sposate, nell’opinione pubblica si afferma e si consolida l'immagine della donna lavoratrice immorale e inadeguata all'adempimento dei "doveri" domestici e di cura.
E' proprio in questo periodo che operai e organizzazioni sindacali propongono l'introduzione del salario famigliare allo scopo di eliminare la presunta concorrenza delle donne nel mondo del lavoro e ricondurle all'interno della sfera domestica.
Anziché rivendicare l'uguaglianza salariale che avrebbe collocato uomini e donne sullo stesso piano (il salario femminile nell'Ottocento corrisponde più o meno alla metà di quello maschile), le organizzazioni sindacali optano per la lacerazione del fronte operaio.
I filatori di cotone, la vera aristocrazia operaia, capeggiano il movimento diretto ad escludere le donne dall'attività extradomestica e dai sindacati. La loro azione è apprezzata da artigiani e lavoratori qualificati che esaltano il ruolo della casalinga e denunciano la disgregazione della famiglia prodotta dall'impiego delle donne nelle fabbriche. Allo scopo di estromettere queste ultime dal mondo del lavoro si ricorre all'intimidazione, agli insulti, agli scioperi, al rifiuto di dotarle di una formazione professionale.
I bassi salari femminili, inferiori al minimo vitale, vengono giustificati e interpretati come normale conseguenza della loro minore produttività.
L’ostilità maschile all’ingresso delle donne in fabbrica e allo svolgimento delle loro stesse mansioni riflette un timore più profondo: quello di vedere messa in discussione e scalfita la preminenza e l'autorità dell'uomo nella sfera domestica.
L’ideale del marito che mantiene la famiglia inizia così a diffondersi in tutti i ceti sociali e il confinamento della donna nell'ambito casalingo comincia a configurarsi come un orizzonte auspicabile e come un segno di rispettabilità anche per gli operai.
Questa ideologia non produce l'estromissione delle donne dal mercato del lavoro, ma offre un contributo decisivo alla loro marginalizzazione, all'erogazione di salari sensibilmente inferiori a quelli maschili, al mantenimento della segregazione orizzontale e verticale dell'occupazione femminile. Concorre, in altri termini, alla perpetuazione della divisione sessuale del lavoro.
La femminista marxista Mila De Frutos, in un articolo tradotto e pubblicato sulla rivista sindacale Proteo, intitolato Per una società senza classi e senza generi,  riprendendo le argomentazioni mirabilmente sviluppate da un'altra femminista della stessa corrente: Heidi Hartmann in un saggio fondamentale intitolato "Capitalism, Patriarchy, and Job Segregation by Sex", tradotto anche in francese e proposto sul numero 4 della rivista Questions Féministes del novembre 1978, così commenta questo periodo storico:

"Il primo movimento operaio e i sindacati della seconda metà del XIX secolo - il periodo in cui vissero Marx ed Engels - sia in Europa sia negli Stati Uniti contribuirono all’adattamento della struttura patriarcale al capitalismo fiammante dell’epoca. [..] Fu così stipulato un deplorevole patto interclassista contro le operaie che si spiega attraverso le relazioni patriarcali tra uomini e donne e non solo attraverso gli interessi del capitalismo".

Su questi specifici temi si registra una perfetta consonanza tra operai e organizzazioni sindacali socialiste ottocentesche da un lato e cattolici dall'altro. Le idee qui esposte, già affermate nel IV Congresso dell'Opera, svoltosi a Bergamo dal 10 al 14 ottobre 1877, vengono riprese nell'enciclica sociale Rerum Novarum promulgata da papa Leone XIII il 15 maggio 1891, pure così profondamente ostile al pensiero socialista. La strana alleanza si manifesta nell'espressione della preoccupazione del mantenimento di una rigida divisione dei ruoli tra i sessi, nell'attribuzione all'uomo della preminenza nella famiglia e del dovere di mantenere la prole, nell'evocazione del concetto, se non del termine, di "salario famigliare". Nell'enciclica si possono leggere queste espressioni: "Ora, quello che dicemmo in ordine al diritto di proprietà inerente all'individuo va applicato all'uomo come capo di famiglia: anzi tale diritto in lui è tanto più forte quanto più estesa e completa è nel consorzio domestico la sua personalità".
"Per legge inviolabile di natura incombe al padre il mantenimento della prole".
"Così, certe specie di lavoro non si addicono alle donne, fatte da natura per i lavori domestici, i quali grandemente proteggono l'onestà del sesso debole, e hanno naturale corrispondenza con l'educazione dei figli e il benessere della casa". Di conseguenza si propone "un salario sufficiente a mantenere l'operaio e la sua famiglia".
Nella Quadragesimo Anno del 15 maggio 1931 papa Pio XI riprende gli stessi concetti reclamando per l'operaio una "mercede" che basti al sostentamento suo e della famiglia. Questa richiesta è dettata dal timore che l'attività extradomestica impedisca alla donna il corretto svolgimento delle incombenze casalinghe e dell'educazione dei figli.

"Le madri di famiglia prestino l'opera loro in casa sopra tutto o nelle vicinanze della casa, attendendo alle faccende domestiche. Che poi le madri di famiglia, per la scarsezza del salario del padre, siano costrette ad esercitare un'arte lucrativa fuori delle pareti domestiche, trascurando così le incombenze e i doveri loro propri, e particolarmente la cura e l'educazione dei loro bambini, è un pessimo disordine, che si deve con ogni sforzo eliminare. Bisogna dunque fare di tutto perché i padri di famiglia percepiscano una mercede tale che basti per provvedere convenientemente alle comuni necessità domestiche".

Il principio del salario famigliare viene in seguito recepito e consacrato dalla nostra Costituzione all'art. 36, senza essere mai realmente applicato. "Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa".
La finzione del salario famigliare e la diffusione del modello dell'uomo breadwinner ha indotto a considerare l'attività extradomestica della donna come non indispensabile e a concepire la sua retribuzione come integrativa, e dunque necessariamente inferiore, complementare a quella maschile. Ne è derivata la perpetuazione della divisione sessuale del lavoro, il mantenimento rigido dei ruoli di genere e, soprattutto, la dipendenza della donna dall'uomo, marito, convivente o padre che sia.
Dovrebbe risultare chiaro da quanto ho scritto che non mi oppongo affatto all'erogazione di un salario elevato agli uomini, né al principio che il reddito dei genitori debba essere sufficiente a mantenere i figli. Avverso, invece, la corresponsione alle donne di una retribuzione inferiore a quella degli uomini, così come la loro espulsione dal mercato del lavoro, in base al criterio che spetta al marito mantenere la famiglia e alla moglie svolgere l'attività domestica e di cura, ovviamente gratuita.

Precarietà e bassi salari non sono colpa delle donne lavoratrici

Nancy Fraser attribuisce alla critica femminista del modello dell'uomo breadwinner e del criterio del salario famigliare la responsabilità di aver legittimato il capitalismo flessibile. In pratica, sarebbe stato l'accesso massiccio delle donne al mercato del lavoro ad aver provocato il dilagare della precarietà, la riduzione drastica del costo del lavoro e l'erosione dei diritti dei salariati.
Eh, no! Non è così! Non è affatto così!
Per smentire la tesi di Fraser, basta riferirsi al contesto italiano. Il nostro mercato del lavoro è caratterizzato da un elevatissimo grado di flessibilità; eppure il tasso di occupazione femminile è molto basso, poiché raggiunge soltanto il 47,1%, secondo i dati Istat di agosto. Il tasso di disoccupazione delle donne è pari al 12,9% e quello di inattività, ossia di assenza di ricerca attiva di un lavoro, è pari al 45,9%. Secondo i dati ISTAT del 2011 4 milioni e 579 mila donne cosiddette inattive (il termine mi pare alquanto improprio) sono casalinghe. Il sociologo Domenico De Masi osserva :”C’è ancora una grande presenza di casalinghe in Italia perché il Paese si basa su una cultura che guarda alla donna come all’angelo del focolare domestico e anche come una vera e propria cameriera” . Com'è possibile, in base a questi dati, attribuire la responsabilità della selvaggia precarietà italiana all'ingresso delle donne nel mercato del lavoro?
Inoltre, la segmentazione occupazionale e la segregazione di genere escludono l'effetto della concorrenza e la configurazione delle donne come esercito di riserva. In Italia, infatti, persiste una distribuzione dell’occupazione rigorosamente distinta per sesso: se il 50% del lavoro maschile si dispiega su un ventaglio di 51 professioni, il 50% di quello femminile rimane confinato nell'ambito di 18 attività. Commesse, colf e segretarie sono le professioni che raccolgono il maggior numero di occupate (1 milione 737 mila unità, 18 per cento del totale dell’occupazione femminile). Il peggioramento delle condizioni generali del mercato del lavoro ha intensificato il fenomeno, rafforzando la presenza delle donne nelle professioni già fortemente femminilizzate relative al pubblico impiego, dove l’incidenza femminile è pari al 71 per cento e ai servizi sanitari e alle famiglie dove la percentuale è pari al 63,4 per cento. Dall'altro lato, le professioni artigiane e operaie, dei conduttori di macchinari e veicoli, degli imprenditori e dei dirigenti d’impresa hanno assunto una connotazione sempre più spiccatamente maschile. (Istat Rapporto Annuale 2013)
Negli anni Settanta, quando si affermò il regime di accumulazione flessibile, il tasso ufficiale di occupazione femminile in Italia non raggiungeva neppure il 20%, anche se questa percentuale andrebbe in realtà incrementata, aggiungendovi le lavoratrici a domicilio classificate dall'ISTAT come casalinghe (800.000-1 milione). Così corretto, comunque, il tasso di occupazione femminile non supererebbe il 26,2%, mentre nel 1975 quello di disoccupazione era pari al 4,6%.
Ritengo, quindi, profondamente ingiusto ed errato dal punto di vista epistemologico imputare all'accesso delle donne sul mercato del lavoro la responsabilità di aver prodotto l'avvento del capitalismo flessibile connotato da un'elevatissima precarietà e disoccupazione, dai bassi salari, dall'assenza di diritti dei lavoratori.
Il regime di accumulazione flessibile e la conseguente ristrutturazione dell'assetto produttivo ha origine negli anni Settanta, in seguito all'abbandono, nel dicembre 1971, degli accordi di Bretton Woods, ossia della convertibilità del dollaro in oro, che dà avvio alla fluttuazione dei cambi  e in seguito alla crisi petrolifera del 1973.
In Italia un ruolo estremamente importante è svolto dalla controffensiva padronale all'intensa conflittualità operaia che si manifesta nel 1969 e negli anni seguenti.
La crisi petrolifera ed inflazionistica e soprattutto il vigore della lotta di classe generano, allora, una dura reazione padronale che mira a colpire le basi strutturali della composizione di classe mediante un’articolata serie di strumenti: dal blocco delle assunzioni e del turn-over nelle imprese di maggiori dimensioni, all’introduzione di tecnologie labor-saving, al decentramento o esternalizzazione di una vasta gamma di fasi di lavorazioni industriali. Nelle grandi unità produttive e in quelle di medie dimensioni l’occupazione scende dell’1 per cento all’anno e nella sola Lombardia vengono distrutti nei primi sette mesi del 1977 50.000 posti di lavoro. Ne deriva un incremento dei tassi di disoccupazione e di occupazione irregolare. Secondo le rilevazioni Istat, il primo si colloca, a metà del 1977, attorno al 7 per cento della forza lavoro complessiva (1.450.000 unità su 21.357.000), cifra cui vanno aggiunti 556.000 «sottoccupati» e 907.000 «occupati precari», sicché il 13-14 per cento degli attivi risultano impegnati in prestazioni di carattere temporaneo. Il 65-70 per cento di questi sono giovani di età compresa fra i 14 e i 29 anni, oltre un terzo dei quali ha conseguito la laurea o un diploma di scuola media superiore. Alla conferenza governativa sull’occupazione giovanile, svoltasi a Roma dal 3 al 5 febbraio 1977, si asserisce, invece, che ragazzi e ragazze in cerca di lavoro siano oltre due milioni, circa la metà dei quali diplomati o laureati.
A caratterizzare lo sviluppo economico dell’Italia negli anni Settanta non è soltanto l’altezza del tasso di disoccupazione e la consistenza dei fenomeni di espulsione di forza-lavoro dal processo produttivo, ma anche la restrizione della base occupazionale <<regolare>>. Ne deriva un mutamento significativo della composizione di classe che registra un incremento considerevole dei precari. Si estendono modalità di organizzazione della produzione imperniate sull’isolamento degli operai come il lavoro a domicilio e il contoterzismo, si espande il circuito del lavoro nero che, assieme al precariato, imperversa anche nel settore dei servizi. La frammentazione, anche giuridica, delle aziende di maggiori dimensioni produce la dispersione della forza-lavoro in una miriade di piccole imprese disseminate sull’intero territorio urbano e caratterizzate da un basso tasso di sindacalizzazione e da un elevato grado di flessibilità per quanto concerne i ritmi, l’imposizione di straordinari, i licenziamenti.
Non sono dunque le lavoratrici ad aver provocato l'affermazione del modo di produzione neoliberista.
Dopo aver ampiamente criticato il femminismo, Nancy Fraser ammette che il rapporto tra critica al salario familiare e trionfo del regime di accumulazione flessibile è in realtà "spurious", ossia falso, illegittimo, ma intanto quel che è stato recepito e si è impresso nella mente delle lettrici e dei lettori dell'articolo è che quel legame sia invece verissimo e concretissimo, dal momento che l'autrice vi fa riferimento per metà del testo, presentandolo come autentico.

Che cosa propone Nancy Fraser in alternativa alla precarietà capitalista?

"First, we might break the spurious link between our critique of the family wage and flexible capitalism by militating for a form of life that de-centres waged work and valorises unwaged activities, including – but not only – carework." (The Guardian)
Il testo viene così tradotto da Cristina Morini:
"In primo luogo , si dovrebbe rompere il falso legame tra la nostra critica al “salario familiare” e ciò che sono diventati gli attuali approdi del capitalismo del lavoro precario, combattendo per una forma di vita che non metta al centro il lavoro di scambio ma valorizzi le attività che producono valore d’uso , tra cui – ma non solo – il lavoro di cura".
Si tratterebbe, quindi, di ridurre drasticamente l'importanza del lavoro produttore di valori di scambio e, quindi, di capitale (quello manifatturiero e dei servizi alle imprese) e di valorizzare, al contrario, le attività che creano valore d'uso come quelle domestiche e di accudimento, ma anche, ad esempio, quelle che comportano l'erogazione di servizi pubblici o che si traducono nella riproduzione e nella circolazione delle informazioni e della conoscenza. Sono d'accordo, ma il testo di Nancy Fraser non esplicita chiaramente la necessità di valorizzare economicamente tali attività, mediante l'erogazione di un reddito di esistenza.
Non solo. Pur ritenendo nel complesso la traduzione di Cristina Morini ottima, pregevolissima, perfettamente aderente al testo e mille volte migliore di quella che avrei potuto proporre io, non concordo con la resa delle espressioni "waged work" con "lavoro di scambio" e " unwaged activities" con "attività che producono valore d’uso". Io avrei tradotto letteralmente " waged work" "lavoro salariato, retribuito" e " unwaged activities" "attività non retribuite". Il passo risulterebbe quindi così strutturato:
"In primo luogo , si dovrebbe rompere il falso legame tra la nostra critica al “salario familiare” e ciò che sono diventati gli attuali approdi del capitalismo del lavoro precario, combattendo per una forma di vita che non metta al centro il lavoro retribuito, ma valorizzi le attività non retribuite, tra cui – ma non solo – il lavoro di cura".
Questa traduzione, a mio parere, modifica profondamente il significato del periodo in questione o, almeno, lo rende molto ambiguo. Nancy Fraser proporrebbe semplicemente alle donne di non mettere al centro della propria vita il lavoro salariato, ma di apprezzare ed esaltare le attività domestiche e di cura che resterebbero non retribuite, in quanto la valorizzazione di cui parla non sembrerebbe essere assunta in un'accezione economica. Si tratterebbe, in sostanza, di sollecitare le lavoratrici extradomestiche a ritornare ad occuparsi esclusivamente o quasi della casa, sentendosi appagate e gratificate dall'assunzione del ruolo di "angeli o di regine del focolare". Di qui l'evocazione del concetto di salario famigliare e del modello dell'uomo procacciatore di cibo.
Certo, la posizione di Nancy Fraser è molto più articolata di quanto parrebbe leggendo questo articolo.
Riguardo al reddito universale di cittadinanza, questa femminista sostiene ad esempio che in un regime neoliberista e patriarcale esso "servirebbe a consolidare un mercato del lavoro flessibile e discontinuo, in larga misura femminile, alimentato dalla maternità, rafforzando in tal modo le strutture profonde dell'ingiustizia economica di genere", mentre in uno Stato social democratico femminista esso "potrebbe avere effetti di profonda trasformazione" dello status quo. (Nancy Fraser, Qu’est-ce que la justice sociale?, Paris, La Découverte, 2005, p.96). La questione, però, è questa: il governo nazionale, europeo, mondiale si connota come neoliberista e patriarcale o come socialdemocratico e femminista? Io non ho dubbi in proposito e so che la risposta esatta è la prima. Dovremmo quindi attendere l'instaurazione di uno Stato ideale, prima di poter richiedere ed ottenere l'erogazione di un reddito universale e incondizionato di esistenza? Non sono disposta ad aspettare così a lungo.
In conclusione, l'accusa rivolta da Nancy Fraser al femminismo della seconda ondata di essere diventato ancella del capitalismo, potrebbe essere tranquillamente indirizzata al suo pensiero.
Le sue critiche, infatti, rischiano di risultare funzionali a questa fase produttiva.
La crisi finanziaria del 2007, infatti, è stata affrontata adottando politiche di austerità che, producendo una grave recessione economica, mirano a ridurre drasticamente il costo del lavoro, mediante licenziamenti, collocamento dei salariati in cassa integrazione, intensificazione della precarietà e incremento della disoccupazione, attraverso l' aumento, cioè, dell'esercito di riserva, al fine di incentivare le esportazioni. Si tratta di un obiettivo irrealizzabile e fondato su presupposti assurdi. Se tutti gli Stati incentivano le esportazioni, quale nazione assorbirà, infatti, tutte le merci prodotte e conserverà il carattere di Paese prevalentemente importatore? Resta il fatto che le politiche di austerità generano gli effetti recessivi succitati.
Ora: Nancy Fraser, con la sua tesi, rischia di legittimare massicci licenziamenti di donne in base all'assunto che il ruolo di mantenere la famiglia spetti all'uomo. E' già accaduto. Nel 2011 il proprietario dell'azienda Ma-Vib dichiarò esplicitamente: "Licenziamo le donne così possono stare a casa a curare i bambini, e poi quello che portano casa è il secondo stipendio...". Altri padroni, più diplomatici, hanno proceduto a estromettere le donne dalle loro aziende senza esporsi con compromettenti proclami, che forse, però, condividevano. Nel 2009 l'occupazione femminile nel settore industriale si è ridotta più del doppio rispetto a quella maschile (-7,5 contro -3,0 per cento). L’arretramento è stato sensibile nei comparti in cui la presenza delle donne è particolarmente significativa: nel tessile, abbigliamento e cuoio, dove è occupato circa un quarto delle donne (a fronte del 5,9 per cento degli uomini) e in cui si è registrato un calo complessivo dell'occupazione femminile del 13,1 per cento su base annua. Molto elevata è risultata però anche la riduzione del lavoro delle donne nel comparto meccanico e metallurgico, tre volte superiore a quella degli uomini (-6,5 e -2,1 per cento)
Sia chiaro che non sto auspicando una migliore ripartizione di genere dei licenziamenti. Nessuno deve essere espulso dal posto di lavoro, né uomo, né donna. Quel che sto sostenendo è, piuttosto, che l'evocazione nostalgica di un mai applicato "salario famigliare" rischia di legittimare e di rendere più agevole l'estromissione delle donne dal mercato del lavoro.
Non intendo celebrare un'attività produttiva di valore di scambio spesso precaria, scarsamente remunerata, non corrispondente al proprio titolo di studio, poco gratificante, pesante e alla quale si aggiungono le incombenze domestiche, che rimangono in gran parte affidate alle donne.
Preferisco di gran lunga rivendicare un reddito di esistenza universale e incondizionato che concepisco anch'io, al pari dell'autore dell'articolo La banalizzazione della precarietà, come una forma di "riappropriazione e di critica della produzione". Non pretendo, però, che tutte le donne condividano questa impostazione. C'è chi trova la propria realizzazione nel lavoro.
Quel che intendo invece rilevare è che l'applicazione, comunque fittizia, dell'ideologia del "salario famigliare" escluderebbe la donne sia dalla percezione di una remunerazione da lavoro, che dalla fruizione di un reddito di esistenza, costringendole a dipendere dalle fonti di sostentamento fornite dal marito, dal convivente o dal padre e riducendo drasticamente la loro possibilità di recidere legami violenti o comunque poco appaganti.



di Maria Rossi


Aderisco allo sciopero generale indetto dai sindacati di base (USB, Confederazione Cobas, CUB con l’ adesione di SNATER,  OR.S.A. Scuola Università e Ricerca, Sindacato SIAE, USI e Unicobas).

In primo luogo, ritengo importante che si prenda in considerazione l'articolata composizione tecnica e sociale del lavoro in Italia e ci si rivolga    alla moltitudine dei soggetti colpiti dalla crisi: non soltanto i precar*, ma anche i lavoratori e le lavoratrici pubbliche e private a tempo sempre meno indeterminato (per l'inesistenza nelle piccole imprese dell'art.18  o per la sua sostanziale abrogazione), pensionat* e migranti per i quali i sindacati che hanno proclamato lo sciopero richiedono la regolamentazione generalizzata, oltre all'abolizione della legge Bossi Fini. 

Ricordo che la legge di stabilità prevede il blocco della contrattazione nel pubblico impiego e quello del turn over fino al 2018.  Ciò si aggiunge alla drastica riduzione (10%) del personale della pubblica amministrazione decretato dal governo Monti. Ad essere maggiormente colpite da questi provvedimenti sono le donne. Nel pubblico impiego vi è, infatti, una prevalenza di personale femminile che rappresenta il 55% del totale. In alcuni settori (Scuola e Servizio sanitario nazionale), l’occupazione femminile è tradizionalmente predominate. Tale assetto tende, anzi, a consolidarsi: nel primo settore, la percentuale di donne è passata dal 77,3% al 78,8% negli ultimi anni, e nella Sanità dal 62,2% al 64,7%. I provvedimenti che colpiscono il settore pubblico, dunque, esercitano anzitutto ripercussioni sull'occupazione femminile, anche perché  si traducono in  una riduzione del welfare state.

Alla fine di luglio vi erano decine di contratti collettivi nazionali di lavoro che dovevano essere rinnovati. L’Istat  rilevava la presenza di 6,8 milioni di dipendenti ancora in attesa del rinnovo contrattuale.  La percentuale corrispondente  era pari al 52,7% del totale  e al 38,9%  con esclusivo riferimento al settore privato. 

I lavoratori precari presenti in Italia sono  3.315.580. La più alta concentrazione  si ha nel pubblico impiego. Infatti, nella scuola e nella sanità ne troviamo 514.814, nei servizi pubblici e in quelli sociali 477.299. Se includiamo anche i 119.000 circa che sono occupati direttamente nella pubblica amministrazione (Stato, Regioni, enti locali, ecc.), il 34% del totale dei precari italiani risulta alle dipendenze del settore pubblico. Gli altri settori che registrano una forte presenza di questi lavoratori atipici sono il commercio (436.842), i servizi alle imprese (414.672) e gli alberghi e i ristoranti (337.379). Tutti questi comparti sono caratterizzati da una consistente  presenza femminile. 

Ad agosto 2013 il tasso di disoccupazione  ha raggiunto il 12,2% , mentre la disoccupazione giovanile   interessa ormai il   39,5% dei giovani, con un picco del 51% per le  ragazze meridionali. 

Quanto alle pensioni, circa quattro pensionati su dieci ricevono meno di 1.000 euro al mese: più in particolare il 13,3% dei pensionati riceve meno di 500 euro al mese, il 30,8% tra i 500 e i 1.000 euro, il 23,1% tra i 1.000 e i 1.500 euro e il restante 32,8% percepisce un importo superiore ai 1.500 euro. L'importo medio dei trattamenti percepiti dalle donne è pari al 70% circa di quello degli uomini (13.228 euro contro 19.022 euro). Oltre la metà delle donne (53,4%) riceve meno di mille euro al mese, a fronte di circa un terzo (33,6%) degli uomini. 

I salari dei lavoratori e delle lavoratrici italiane sono tra i più bassi d'Europa. I migranti vivono in condizioni di estrema subordinazione e di carenza di diritti. Le politiche di austerità producono l'incremento della disoccupazione e della precarietà del lavoro e un'ulteriore drastica riduzione del welfare state. Queste sono per me ragioni sufficienti per partecipare a uno sciopero indetto "contro le drastiche ricette del FMI, della BCE e dell’Unione Europea che in nome della stabilità monetaria impongono al nostro paese  rovinose politiche sociali; per un serio piano nazionale sull’occupazione basato su opere socialmente necessarie (e la Tav non lo è), contro ogni forma di precarietà, per il rilancio qualificato di una pubblica amministrazione al servizio dei cittadini , per lo sblocco dei contratti del pubblico impiego e per un rinnovo reale dei contratti del settore privato, per seri aumenti salariali e pensioni adeguate a sostenere una vita dignitosa, per la nazionalizzazione delle aziende strategiche, contro la privatizzazione dei servizi pubblici, per un fisco equo che scovi gli evasori e riduca la pressione fiscale sui lavoratori dipendenti e sulle fasce più deboli della popolazione; per la difesa della scuola, dell'università, della ricerca  e della previdenza pubblica,  per la regolarizzazione generalizzata di tutti i migranti e l’abolizione della Bossi Fini; per la democrazia sui posti di lavoro".

 


di Maria Rossi


Le interpretazioni che vengono offerte della violenza maschile perpetrata nel contesto delle relazioni intime si ispirano a teorie psicologiche che tendono spesso  ad attribuire alla donna il ruolo di corresponsabile dei maltrattamenti subiti, se non di coautrice degli stessi.

Un esempio perfetto in tal senso è rappresentato da un articolo di Patrizia Mattioli, pubblicato sul blog che gestisce su "Il Fatto Quotidiano". Il post reca un titolo incongruo: "Violenza, chi la agisce se ne deve assumere la responsabilità". In realtà, nel corso del testo, l'asserita responsabilità del maltrattante viene fortemente attenuata dal riferimento ad una pulsione incontrollabile che ne determinerebbe il comportamento, ovviamente, sofferto, lacerante. "La persona che si comporta violentemente - secondo l'autrice dell'articolo - agisce un impulso che non riesce a contenere". E' da notare l'uso del vocabolo neutro "persona" che occulta il fatto, tutt'altro che irrilevante, che sono in  prevalenza gli uomini gli autori della violenza domestica.

L'altro partner  non è mai definito "vittima", termine che ha subito una fortissima distorsione di significato in alcuni ambienti, anche femministi, tanto da essere ormai assunto in  un'accezione spregiativa, che rischia, a mio parere, di  condannare le donne che hanno subito violenza al silenzio, alla vergogna o, addirittura, all'impotenza.

In questo articolo, però, il termine viene accuratamente evitato  per un altro motivo, in coerenza, cioè, con l'assunto che la dinamica della violenza domestica non contempla la presenza di una vittima e di un aggressore e quindi non avviene all'interno di un rapporto di dominio e di subordinazione,  ma si realizza piuttosto nell'ambito di una coppia disfunzionale, nella quale entrambi i partner sono responsabili di quanto accade. Il rapporto, infatti, viene descritto come  intriso di complicità e di dinamiche collusive. Anzi: alla conclusione dell'articolo si afferma a che la violenza è reciproca.

E' interessante e impressionante constatare come, per l'autrice dell'articolo che sto commentando, il comportamento di chi viene maltrattato sia sempre e comunque sbagliato, inadeguato, ispiratore di atti violenti. Chi subisce un maltrattamento, infatti, può assumere una posizione complementare, accettando l'assunzione della colpa e la punizione che ne consegue. Questo atteggiamento conduce ad "epiloghi drammatici".

La vittima, però, può adottare anche il comportamento opposto; può collocarsi, cioè, in una posizione definita simmetrica e  ritenere che la violenza che subisce vada imputata al carattere di chi la commette. Anche questo atteggiamento può produrre, secondo Patrizia Mattioli, "un' escalation di aggressività reciproca che può portare a conclusioni altrettanto drammatiche".

Si  opera così la dislocazione completa della responsabilità della violenza sulla persona che la subisce. Il maltrattante, infatti, è semplicemente dominato da un impulso incontrollabile che, oltretutto, provoca in lui grande sofferenza. E' la vittima che, agendo  sempre in modo inappropriato, provoca l'esplosione della violenza. Faccio notare come questa concezione coincida esattamente con il punto di vista del maltrattante.
Vorrei anche rilevare come spesso sia invece  il superamento  dell'autocolpevolizzazione e l'attribuzione della responsabilità della violenza che si subisce a chi la commette, ossia la collocazione in una posizione "simmetrica", a consentire alla vittima di avviare un percorso di liberazione dalla violenza. Alle donne che conosco è accaduto proprio questo, ma, evidentemente, esse non sono contemplate dalla teoria  formulata dalla dottoressa Mattioli.

Un'altra forma di colpevolizzazione della vittima che emerge da questo articolo consiste nella  manifestazione della convinzione che il mantenimento del rapporto con il maltrattante corrisponda alle esigenze profonde di chi subisce la violenza e che hanno determinato l'avvio della relazione.  La realtà è che gli uomini violenti, lungi dal manifestare immediatamente comportamenti abusanti, sanno imbastire una relazione che nei primi mesi si rivela idilliaca. E' proprio questo inizio elegiaco ad affascinare le donne e ad intrappolarle in rapporti che solo più tardi sveleranno  la propria natura violenta.  Esse saranno  comprensibilmente disorientate, destabilizzate dai comportamenti aggressivi dei loro compagni nei quali non riusciranno a riconoscere gli uomini cortesi e rispettosi che le avevano fatte innamorare. Per conciliare queste due opposte realtà e preservare l'immagine positiva che coltivano dei loro partner, esse saranno inclini ad interpretarne gli atti di violenza come il prodotto di problemi temporanei che si affanneranno a comprendere e a risolvere.
La conclusione dell'articolo che sto commentando mi lascia ugualmente esterrefatta.

... la violenza non va giustificata, ma capita perché porta problemi ma non è in sé il problema, è piuttosto il segnale di una sofferenza altra che se colta può interrompere la reciprocità violenta.

No. La violenza non è il segnale di una sofferenza altra, ma è l'espressione di un rapporto di controllo e di dominio sulla vittima  e, quindi,  è tutt'altro che reciproca. E' unilaterale E sì. Rappresenta un problema in sé.
A questo punto, visto il proliferare di teorie che imputano alle vittime la colpa della violenza che subiscono, mi pare opportuno concludere il mio articolo con  le acute osservazioni della psicologa sociale Patrizia Romito:

Alcune teorie psicologiche possono diventare strumenti potenti per colpevolizzare le vittime e ridurle all'impotenza.  Più in generale, la psicologizzazione consiste nell'interpretare un problema in termini individualistici e psicologici piuttosto che politici, economici o sociali e nel rispondere di conseguenza in questi termini. E' un meccanismo sociale potente per disinnescare la consapevolezza dell'oppressione e la potenziale ribellione. La psicologizzazione è quindi una tattica di depoliticizzazione a sostegno dello status quo e dei rapporti di potere dominanti.


Vedi anche:

Cara Loredana Lipperini, mi dispiace che il precedente post di questo blog ti abbia fatto arrabbiare. Soprattutto mi dispiace che ad una critica politica tu abbia voluto rispondere con un attacco morale.

Hai scritto di essere stata lapidata, di aver subito fascismo e squadrismo. Perchè tu sei colpevole di aver condiviso l'articolo di una persona che si vuole distruggere. A sua volta colpevole di voler costruire ponti con i padri separati, mentre chi rifiuta questo dialogo vuole la guerra dei sessi.

Il fascismo era dittatura, violenza e repressione. Era l'olio di ricino. Lo squadrismo erano bande armate di energumeni che andavano a picchiare oppositori e a distruggere sedi. Qui ti è stata solo scritta una lettera aperta. Come si fa ogni tanto con i personaggi pubblici. Nella lettera non c'era un solo granello di violenza. La tua reazione è stata virulenta. Hai accusato di scorrettezza ed infamia. Eppure la lettera qui pubblicata non ha violato nessuna regola. Nè scritta, nè tacita. Diversamente, dicci tu quale.

In effetti, sono convinto che i vari gruppi neomaschilisti o mascolinisti, anche quando si presentano come padri separati, non possano essere interlocutori. Ma non per questo voglio una guerra dei sessi (concetto a loro molto caro, per denigrare il femminismo). Allo stesso modo, rifiuto l'interlocuzione con le formazioni xenofobe. Non per questo voglio la guerra tra le razze. Rifiuto l'interlocuzione con i gruppi fascisti. Non per questo voglio la guerra partigiana. Penso semplicemente che qualsiasi democrazia abbia dei limiti e che il riconoscimento dei suoi principi sia la condizione per poter interloquire. L'antisemitismo, il razzismo, la misoginia, l'omofobia, per me sono incompatibili con questi principi e di conseguenza non hanno diritto di cittadinanza. Questo per me è il principio. E sono contrario a che si affermi il principio opposto. Nella pratica, per senso di opportunità, di volta in volta si può anche derogare. I gruppi fascisti non li sciogliamo d'autorità, ma nella Costituzione il fascismo continua ad essere messo al bando. Il principio rimane. Infine, c'è una bella differenza tra il parlare con i neomaschilisti da posizioni di dissenso, come in fondo già facciamo in tanti nei nostri blog, e il dargli ragione su quasi tutta la linea, come sostanzialmente fa il blog Abbatto i muri.

Tu hai condiviso un articolo sulla tua bacheca di FB. L'articolo di un blog che esprime una visione secondo me incoerente e tante volte avversa al femminismo. E' la mia opinione. Ovviamente, tu puoi averne una diversa e apprezzare i contenuti di quel blog. Non si tratta di persone o questioni personali. Quando parliamo di Berlusconi, Grillo, Renzi, parliamo di visioni politiche. E' la stessa cosa, quando parliamo di un blogger, per pura comodità espositiva, senza doverlo specificare ogni volta. Di un blog, come di qualsiasi pubblicazione, possiamo rifiutare singoli contenuti, oppure se la riconosciamo, come si direbbe per un giornale, la linea editoriale. Ovvio che le persone non vadano prese a bersaglio. Non vanno però neanche usate come scudo per sottrarsi alla critica.

L'articolo che hai condiviso narra in modo vago dell'esistenza di un movimento pro-madri, reazionario, sessista e moralista, che vuol fare la guerra ai padri e che sta colonizzando l'agenda del femminismo. Ti abbiamo chiesto conto del motivo per cui condividi questi contenuti. Non perchè sia illecito, ma perchè ci sembra strano. Così come ci sembra strana la tua risposta secondo cui c'è stato un trasferimento di "poteri" alle madri, c'è un pregiudizio positivo favorevole alle madri, che pure le ingabbia. E perciò, se si è per la parità di genere, anche su questo versante bisogna riequilibrare, perchè la madre non è sempre il miglior genitore possibile. E così dicendo ci sarebbe pure l'occasione di farla uscire dalla sua gabbia.

Lo ritengo un discorso ingannevole. Anche se fatto in buona fede. Il miglior genitore possibile, penso io, è quello con il quale il bambino vuole stare. Anche i bambini hanno diritto all'ascolto. La condizione di operaio è senz'altro una gabbia. Ma questo non mi porta a magnificare la libertà di licenziamento, come possibilità di maggior tempo libero. Allo stesso modo, la gabbia della madre come ruolo di genere, non mi porta a fare il tifo per il ripristino della podestà dei padri. Nell'antichità, i mariti ripudiavano le mogli e gli portavano via anche i figli. Non per questo le donne uscivano dalle loro gabbie. Il pregiudizio a favore di un genitore o di un altro è un falso problema. Si supera mettendo al centro la soggettività dei figli. Per quanto riguarda gli uomini che vogliono essere buoni padri, comincino a lottare per il congedo parentale e ad accollarsi la loro parte di lavoro domestico. Così diverranno più credibili anche nelle cause di separazione e non avranno bisogno di inventarsi perizie psichiatriche contro la ex moglie. Gli assegni di mantenimento (vero cruccio dei padri separati) si risparmiano realizzando la parità economica tra uomini e donne, non sottraendo i figli alle madri, per affidarli alle proprie madri o alle nuove compagne.

Da una gabbia si esce aumetando i diritti e i poteri dell'ingabbiato, non diminuendoglieli. Il pregiudizio a favore delle madri esiste nella misura in cui consente ai padri di scansare il lavoro di cura e di accudimento. Quando invece i padri si separano e vogliono scansare l'assegno di mantenimento, ecco che i pregiudizi verso le madri cambiano di segno: diventano calunniatrici, manipolatrici, sfruttatrici di uomini bancomat. Il dominio perfetto non esiste. Un qualche margine di potere anche i dominati se lo costruiscono. Diversamente non potrebbero sopravvivere. Ma nessuno immagina di liberarli riducendogli proprio quel margine. O bollandolo come un potere cattivo come un altro. E no, non c'è equiparazione possibile. Se le donne trovano una conferma identitaria nel lavoro di cura, è per come sono state educate alla costruzione della propria identità e per le opportunità (che non hanno) una volta adulte. Come tu ci insegni, si comincia dalla scuola e dal lavoro. E non dalla "repressione" del ruolo materno, per la sua liberazione. Ad esempio nelle sottrazione dei figli sulla base di perizie psichiatriche fondate su malattie immaginarie come la pas e altre. Casi come quello di Cittadella o Battipaglia sono ingiustizie, non opportunità di liberazione, come invece suggerisce la filosofia di Abbatto i muri.

Dici che l'articolo del blog da te condiviso non tratta queste questioni. Indirettamente lo fa. L'articolo riferisce di uno scambio in cui si tentava di screditare l’azione o la opinione di una donna mostrando una foto, tratta da un calendario, in cui era ritratta in posa sexy e poco vestita. Riguarda un post della Rete Interattiva. Che ho criticato io stesso. Alla presidente di questa assocazione, Immacolata Cusmai è stata sottrata la figlia di sei anni, prelevata da scuola alla fine di settembre e proprio in questi giorni sta conducendo uno sciopero della fame davanti al Palazzo di Giustizia di Milano. Articoli del genere di quello da te condiviso, creano un clima rispetto a queste vicende in corso. In modo intempestivo. O tempestivo.

Tu dici complessità. Ti è stato detto confusione. Nella complessità gli elementi che la compongno si possono distinguere. Nella confusione invece si fondono. Ti è stato chiesto cosa c'entra l'immaginario e il potere del materno dei tuoi interventi con il matriarcato che avanza negli articoli di Eretica. Il tuo immaginario con il suo movimento politico reale. Sono riandato a cercare la tua risposta, ma non l'ho trovata. E' vero che hai replicato tante volte, e ti ringrazio della disponibilità, ma non sono rimasto soddisfatto. Nulla di male. Si può rimanere con opinioni diverse o con una confusione in sospeso. Così come si può riprendere e rilanciare la discussione a tutto campo e condividerla su più bacheche. E' quello che è stato fatto con il post di questo blog, che ha provocato la tua reazione così inspiegabilmente risentita.

Forse tu da scrittrice di libri, giornalista di Repubblica, conduttrice di trasmissioni radiofoniche, ospite di programmi televisivi, relatrice di convegni, sei abituata ad un rapporto più tradizionale con il tuo pubblico, anche se sei presente in rete con un tuo blog e con una tua pagina di Facebook. La rete funziona così. Uno dice una cosa e viene commentato e contraddetto da altri. Spesso le discussioni si condividono e si rilanciano. In rete, i confini del dibattitto non sono recintati. Anche le persone comuni hanno diritto di parola. E di parola, vuol dire proprio di parola, non di sussurro. Cioè, ciascuno ha il diritto di prendersi la parola anche nel modo che gli permette di ottenere la maggior amplificazione possibile, cercando almeno di mettersi in pari con i suoi interlocutori. Credo che in tutto questo tu possa starci serenamente. In ben altri conflitti, hai saputo essere un'ottima incassatrice. Puoi accettare di ricevere qualche obiezione, qualche critica anche da qui.


Riferimenti:
Il matriarcato immaginario
Duro, importante, da leggere
Una spaccatura tra donne intellettuali e donne comuni
Un'altra bella lapidazione mi serviva
Ecco quel che succede. Ecco il perché
Il matriarcato immaginario (FB)


Lettera aperta a Loredana Lipperini


di TK


Cara Loredana, ti chiedo scusa ma anche se tu l’hai espresso, non ho capito le motivazioni della condivisione di questo articolo. Sarei davvero felice se tu mi volessi aiutare a comprendere. Nell’articolo sostanzialmente si sostiene che esiste un non ben definito movimento pro-madri, che propone un matriarcato sessista peggiore del patriarcato stesso. Non si parla di “immaginario” si parla di un movimento politico che addirittura detta l’agenda politica del femminismo. Questo giusto per rimanere al singolo testo. Hai condiviso l’articolo poiché condividi questo contenuto? In effetti anche tu sostieni che esiste uno spostamento di “poteri” (le virgolette sono tue) verso le madri. Di quali poteri parli esattamente? E te lo chiedo, sottolineando che qui, con questo articolo si sta facendo un discorso politico.

Nell’articolo non si sostiene che una delle conseguenze del patriarcato è la costruzione dell’identità femminile sul ruolo di madre, perfettamente interiorizzato da molte donne ma si sta sostenendo che esiste una controparte del patriarcato, il matriarcato o un certo matriarcato, che assegna maggiori poteri (senza virgolette) alle madri. E si sostiene che questo movimento matriarcale abbia colonizzato il femminismo o parte di esso, dettandone l’agenda politica. Questo lo si sostiene per l’intero articolo, nonostante l’evidente contraddizione della parte finale in cui si legge:

Ho il diritto di dire che non accetto che si sposti il dibattito sempre più a destra con parole e modi che vanno bene nel programma di Barbara D’Urso, con tanto di commenti della Mussolini e di tutte le promotrici del modello dellabeddamatresantissima. Ho il diritto di dire che chi afferma che vi sia una “guerra contro le madri” fa lo stesso errore che compie chi dice che c’è “una guerra contro il padre“, ed è come dire che “le femministe odiano gli uomini“, perché di questo irrigidimento di ruoli può anche non importare a tanta gente che non vive per questo.

Curioso, tutto ciò in chiusura di un lungo articolo in cui si sostiene che esiste un movimento pro-madre, sessista, moralista (un po’ come le femministe?) e reazionario che, a volte (!) detta l’agenda politica del femminismo, all’insegna della criminalizzazione dei padri. Un movimento che fa guerra ai padri quindi. Direi che “le pro-madri (!!) (con la connivenza del femminismo) odiano i padri” è parente molto prossimo di “le femministe odiano gli uomini”. Una roba alla d’Urso insomma. O alla Timperi? Ma io non sono un’esperta di comunicazione  e sicuramente sbaglio. Tu che ne pensi? Aggiungo una piccola nota al tuo riferimento a Timperi che immagino non sia alla persona ma ai contenuti da lui espressi. Prova a vedere questo video. Esprime contenuti assolutamente in linea con quelli di questo articolo. Immagino che tu li condivida a questo punto. Nell’articolo si legge anche:

Il movimento pro/madri è reazionario per tanti versi e non importa che mi si dica che dall’altro lato c’è il patriarcato da sconfiggere perché il mio patriarcato io l’ho già sconfitto, in casa mia non c’è, ma non l’ho fatto certamente promuovendo il matriarcato come alternativa.

Che significa questa cosa? Me la puoi spiegare tu che la condividi? Io che da donna comune ho bisogno di trovare punti di riferimento nel discorso pubblico che mi aiutino nel mio percorso personale di emancipazione, capisco che ci sono i “patriarcati”. Il mio, il tuo, il suo… ognuno ha il proprio. Quella contro il patriarcato, con due righe, diventa una battaglia individuale, direi una faccenda privata che si consuma tra le mura della propria casa. Istanbul in poche righe diventa una barzelletta. Questa si chiama confusione, non complessità.

Vorrei proporti una riflessione e, credimi, non voglio in alcun modo essere sgradevole. C’è chi sostiene che è in atto una spaccatura tra “giovani” (magari ultraquarantenni  ) e “vecchie” femministe. C’è chi sostiene che la spaccatura è invece tra borghesi e precarie. Mi chiedo invece se la principale spaccatura che comincia a delinearsi non sia tra intellettuali, donne che fanno cultura e donne comuni. Non so se è solo un mio sentire o se è condiviso da altre donne “comuni” come me, è chiaro che parlo solo a nome mio, ma sento di dovere ricordare a chi oggi, come te, ha voce in capitolo nel dibattito pubblico e intende occuparsi della questione culturale, cioè quella che giustamente è stata individuata come la radice del sistema di dominio patriarcale che ad oggi grava sulla vita delle donne, la grossa responsabilità che questo comporta.

Io credo che spesso, troppo spesso, si confonda la complessità con la confusione, la diversità con il relativismo. E questo in nome di chi viene fatto? Delle donne che quotidianamente si muovono nel mondo confrontandosi con quel sistema di dominio? Questa è davvero una grossa responsabilità.

Com’è che da questo articolo si sente chiamato in causa una persona come Andrea Mazzeo? Dovrebbe sentirsi chiamata in causa anche Luisa Betti? Com’è che non si capisce di quale femminismo si sta parlando? Non si capisce neanche se si parla di un femminismo. Insomma di che movimento si parla? "Pro-madri" è davvero definizione generica che vuole dire tutto e nulla e che, alla fine, esattamente quale immaginario va ad alimentare? Che confusione! Com’è che certi signori qui intervenuti si sentono legittimati proprio dal contenuto di quell’articolo? Io credo che nella migliore delle ipotesi ci sia un serio problema di comunicazione. Di scelta comunicativa. Forse va ripensata.

La complessità che diventa confusione, la diversità di opinioni che diventa relativismo, e purtroppo accade spesso (su Abbatto i muri è una costante. Spero di avere diritto a questa mia opinione), soprattutto quando si è individuato nella cultura e nella formazione l’unico modo per porre fine al patriarcato e alla violenza ad esso necessaria per conservare il suo dominio, una donna comune come me (nel cui nome si fanno battaglie anche culturali) viene colta dall’avvilimento. E la distanza tra il mio sentire e chi nel dibattito pubblico prende voce e porta avanti battaglie in mio nome, diviene incolmabile. Confusione e relativismo rendono quella culturale una battaglia persa in partenza. A me rimane di sperare in leggi dure che modifichino a forza il sentire comune. E così abbiamo perso tutti.

* * *

Nel momento in cui si sostiene che quella contro la violenza sulle donne è una battaglia prima di tutto culturale (e concordo perfettamente con te) e tu proprio di questo ti occupi, si tratta di una battaglia anche in mio nome.

Se la tua opinione è che la posizione subordinata rispetto agli uomini in cui sono costrette le donne anche attraverso la violenza è strettamente dipendente dalla questione culturale, se sostieni che “E molte di noi hanno detto e ripetuto che nessuna repressione e nessun giro di vite porterà a risultati se non si insiste sulla prevenzione. Scuola. Formazione degli educatori. Libri di testo delle elementari. Educazione al genere, all’affettività, alla sessualità. Da subito” stai dando indicazioni su qualcosa che riguarda anche me. E bada bene che non è una critica, è la constatazione di un’evidenza. 

In questa stessa discussione dici per esempio che: “Quindi, certamente bisogna che gli uomini facciano non poco lavoro, ma che lo facciano anche le donne. Che a quel ruolo di cura tengono eccome, e che vi trovano spessissimo una conferma identitaria.” Mi pare ovvio che tu stia esprimendo una tua opinione, c’è bisogno di ribadirlo? 

Sto dicendo che il ruolo di chi fa cultura in quella che, come tu stessa sostieni, è una battaglia prima di tutto culturale, è un ruolo di grande responsabilità. Ti sto semplicemente esprimendo il disagio di una donna comune che viene a leggere te, Murgia, Betti, Spinelli e altre per trovare spunti utili per il personale percorso di emancipazione e ti sto dicendo che a volte (e questa è una di quelle) ho trovato quella che secondo me è confusione più che complessità. Una confusione tale che l’obiettivo sembra allontanarsi incredibilmente e non rimane che sperare nella legge più che nella cultura. Prendilo per quello che è, uno spunto di riflessione, non una critica da cui smarcarsi. Ma insomma, fanne ovviamente ciò che vuoi. Anche liquidarmi come tifoseria.


Riferimenti:
Muri abbattuti o spostati?

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