par Attac France -  (Traduzione di Maria Rossi)


Stanno per concludersi i negoziati per la stipula di un accordo commerciale bilaterale tra Unione Europea e Stati Uniti estremamente deleterio per l'ambiente e per i diritti dei lavoratori e dei consumatori di entrambe le sponde dell'Atlantico. Un accordo simile tra Stati uniti, Canada e Messico ha già comportato, fra l'altro, la perdita di un milione di posti di lavoro. Questi pericolosi negoziati sono poco noti in Italia. Eppure sarebbe importante sapere  quali conseguenze potrebbero produrre  e organizzare una mobilitazione che li blocchi, com'è accaduto in passato per altre proposte di accordi multilaterali. Sono convinta, poi, che, come femministe, dovremmo prestare maggiore attenzione e interesse alle decisioni economiche e sociali che vengono assunte dai nostri rappresentanti politici, destinate inevitabilmente ad incidere sulla nostra vita quotidiana, rendendola ancora più difficile e precaria.


L'8 luglio 2013 l'Unione Europea e gli Stati Uniti hanno iniziato negoziati [n.d.t. che stanno per concludersi] miranti alla stipula di un accordo commerciale bilaterale: il Partenariato  Transatlantico sul Commercio e sugli Investimenti (Transatlantic Trade and Investment Partnership, TTIP). E' l'approdo di molti anni di lobbying dei gruppi industriali e finanziari europei e statunitensi.
Il  partenariato transatlantico potrebbe essere uno degli accordi di libero scambio e di liberalizzazione degli investimenti più importanti mai conclusi, rappresentando la metà del Pil mondiale e un terzo degli scambi commerciali. Come altri accordi bilaterali firmati recentemente o in corso di negoziazione - in particolare l'accordo UE-Canada - il TTIP non si limiterà ad abolire le barriere doganali; ma si estenderà anche alle "barriere non tariffarie". Infatti qualsiasi normativa di regolamentazione, anche se decisa democraticamente, può essere considerata un ostacolo al commercio. Il TTIP mira dunque allo smantellamento o all'indebolimento di tutte le norme che limitano i profitti delle imprese europee o statunitensi, a vantaggio dei loro interessi.
La parte relativa agli investimenti del mandato del negoziato del TTIP prevede inoltre un meccanismo particolarmente minaccioso: il "regolamento delle controversie" che potrebbero insorgere tra attori economici privati e un governo. L'accordo UE-Canada, che non è ancora stato ratificato, contiene la stessa procedura. L'introduzione di tale meccanismo ad hoc, che prevedrebbe la nomina di arbitri esperti che assumerebbero le loro decisioni in piena indipendenza dalle giurisdizioni pubbliche nazionali o comunitarie, permetterebbe alle imprese multinazionali di intentare causa contro gli Stati le cui norme sanitarie, ecologiche o sociali, o le cui normative a tutela dei consumatori o delle economie locali fossero considerate d'ostacolo agli investimenti stranieri. L'obiettivo perseguito è questo: estendere il campo degli investimenti possibili e garantire la libertà e i vantaggi degli investitori.
Il TTIP potrebbe avere notevoli conseguenze anche in altri campi che oltrepassano ampiamente i confini del commercio. Ad esempio, rafforzerebbe drasticamente i diritti di proprietà intellettuale degli attori economici privati, amplierebbe il campo di ciò che è brevettabile e potrebbe offrire alle multinazionali delle nuove tecnologie dell'informazione un maggiore potere di controllo sui dati di Internet, in particolare su quelli relativi ai cittadini. Per la Commissione Europea, che conduce i negoziati in nome di tutti i paesi della UE, si tratta di conformare il TTIP al "più alto livello possibile di liberalizzazione". Essa desidera anche elevare l'accordo a modello da imitare.
Quali sono i rischi insiti in questo progetto di accordo?

La  diminuzione dei diritti doganali e gli attacchi alle norme sociali, sanitarie ed ecologiche
Il mandato dato alla Commissione europea dal Consiglio dei ministri europei del commercio il 14 giugno 2013  insiste su una " riduzione sostanziale delle tariffe doganali". Se i diritti doganali sono in media piuttosto bassi su entrambe le sponde dell'Atlantico, restano elevati in determinati settori.
Nell'agricoltura, ad esempio, i diritti doganali medi sono del 7% negli Stati Uniti e del 13% nell'Unione Europea. Questi diritti doganali tutelano certi settori a fronte di un'agricoltura statunitense più industrializzata e più "competitiva", a causa soprattutto della modestia delle tutele sociali ed ambientali in vigore oltre Atlantico. I diritti doganali permettono anche all'UE di tutelarsi di fronte ad un tasso di cambio più favorevole alle produzioni statunitensi. Che cosa accadrà se questi diritti doganali verranno smantellati? Di fronte all'arrivo massiccio dei nuovi prodotti agricoli americani, la nostra agricoltura non avrebbe altra scelta che generalizzare il modello di esportazioni agroalimentari difeso dalle multinazionali europee.
L'accresciuta concorrenza condurrebbe alla contrazione dei costi di produzione, che richiederebbe di abbassare gli standards ambientali, alimentari, sociali. Scomparirebbero le possibilità di promuovere la filiera corta e le prospettive di reinsediamento delle attività agricole sul territorio, di impulso all'agricoltura biologica e di conservazione dell'agricoltura contadina.
Il principale argomento sollevato dai sostenitori del TTIP riguarda le ricadute economiche. Tuttavia, sulla base di uno studio della Commissione europea, il guadagno in punti di PIL è stimato pari allo 0,1% in 10 anni, cioè in meno dello 0,01% all'anno...."Ricadute" per la verità insignificanti comparate ai rischi che pesano sul lavoro e sui diritti sociali. Questi potrebbero infatti essere ridotti nel quadro dell'"armonizzazione" delle norme sociali.
Così, ad esempio, secondo la Confederazione sindacale statunitense AFL-CIO, l'ALENA (accordo simile stipulato tra il Messico, gli Stati Uniti e il Canada) è già costato un milione di posti di lavoro, a causa della riduzione delle tariffe doganali e delle ristrutturazioni delle imprese diventate "non competitive". A causa dell'estensione geografica della competizione economica, il mercato transatlantico favorirebbe le fusioni/acquisizioni di imprese, dando alle multinazionali un controllo sempre più ampio sull'economia e sulla finanza.

In sostanza: una nuova tappa decisiva nella storia della deregolamentazione
Dagli anni Novanta, l'Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) è stata il motore della liberalizzazione degli scambi. Al suo interno, più di 150 Paesi negoziano la riduzione dei diritti doganali su numerosi beni e servizi, la soppressione delle barriere non tariffarie, così come l'estensione del dominio del libero scambio e del mercato, ad esempio ai servizi pubblici e alla proprietà intellettuale.
La marcia dell'OMC verso la totale deregolamentazione del commercio si è rapidamente scontrata con numerosi ostacoli: da un lato, con la mobilitazione della società civile, che rifiutava le drammatiche conseguenze del libero scambio, dall'altro  con la denuncia della prepotenza e del predominio delle grandi potenze da parte dei Paesi in via di sviluppo. Constatando il relativo blocco dell'OMC, le grandi potenze e in particolare l'Unione Europea e gli Stati Uniti, si sono impegnati in una strategia bilaterale e biregionale con i loro partners commerciali. Le grandi potenze traggono profitto da un rapporto di forza molto sfavorevole ai Paesi più poveri. Quando gli accordi bilaterali si negoziano tra economie di potenza comparabile, il vantaggio dei negoziatori, al riparo dallo sguardo del pubblico, consiste nel potersi spingere più in là di quanto potrebbe avvenire nell'ambito dell'OMC nell'instaurazione di un sistema commerciale concepito con e a favore delle multinazionali.

La mercificazione di nuovi pezzi di economia
I negoziati del TTIP non consistono soltanto nell'abbattere le barriere tariffarie. Si tratterà anche di ridurre ogni barriera normativa all'estensione del dominio del libero scambio, in particolare nel settore dei servizi. La distribuzione dell'acqua e dell'elettricità, l'educazione, la sanità, la ricerca, i trasporti, la cura delle persone....questi settori che per molti costituiscono servizi pubblici, potrebbero anche essere aperti alla concorrenza.
I negoziati del  TTIP rischiano soprattutto di condurre all'apertura dei mercati pubblici in Europa, ma anche negli Stati Uniti, come vogliono le lobbies europee; le comunità locali potrebbero essere costrette a bandire gare  d'appalto aperte alle multinazionali. Dovranno essere rispettate norme vincolanti che non permetteranno più ai comuni di favorire le imprese, il lavoro e i prodotti locali (e quindi lo sviluppo locale), né di adottare norme ambientali e sociali che garantiscano un elevato grado di tutela.
[...]
Nel campo delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione, il TTIP potrebbe riprendere gli elementi presenti nel progetto "ACTA" (Anti-counterfeiting Trade Agreement, Accordo commerciale anti-contraffazione), che prevedeva di rafforzare moltissimo i diritti di proprietà intellettuale e che un'ampia mobilitazione ha condotto al fallimento nel luglio 2012. In nome della lotta alla "pirateria",  il TTIP potrebbe infatti permettere il controllo generale della rete e ridurre la libertà di espressione in Internet. Altra conseguenza: potrebbe essere minacciato l'accesso dei consumatori ai farmaci generici, meno cari degli altri.
Verranno anche attaccate le norme sanitarie, ambientali - e soprattutto quelle che tutelano il benessere degli animali nel settore dell'allevamento - che "ostacolano" il commercio. Gli Stati Uniti approfitteranno del TTIP per costringere l'Unione Europea ad abbandonare le misure e i principi  (come il principio di precauzione) giudicati "protezionisti" e ad adottare le norme americane.

In concreto
Il vitello  agli ormoni rappresenta la maggior parte della produzione e del consumo di carne di vitello negli Stati Uniti; per ragioni di salute, la produzione e l'importazione di carne agli ormoni è  vietata dalla UE. L'OMC (l'Organizzazione Mondiale del Commercio) aveva già dato ragione agli Stati Uniti e al Canada nella loro denuncia della UE, autorizzandoli ad adottare misure di ritorsione. Cosa accadrà dopo la sottoscrizione del TTIP?
La questione si pone anche per il pollame disinfettato con soluzioni al cloro, che gli Stati Uniti vogliono esportare nella UE. L'accordo UE-Canada, se fosse ratificato, autorizzerebbe le imprese a  intentare causa contro gli Stati che rifiutano il vitello agli ormoni e aprirebbe direttamente la strada ad un accordo tra la UE e gli Stati Uniti.
Attualmente sono autorizzate all'importazione nella UE 52 varietà  di prodotti OGM; le potenti multinazionali delle sementi e le lobbies agro-alimentari premono perché la lista sia ampliata. Le clausole di salvaguardia decise da alcuni paesi come la Francia, che vieta la semina di prodotti OGM sul suo territorio, potrebbero essere attaccate da una multinazionale attraverso il meccanismo di regolazione delle controversie sopra citato.
Per l'industria europea così come per quella statunitense e, in particolare, per le industrie estrattive, i negoziati del TTIP e l'accordo UE- Canada sono una manna: l'occasione per ottenere la messa in discussione di un certo numero di tutele o di norme a protezione dell'ambiente, ad esempio  l'estrazione del gas da argille vietata in Francia e in Bulgaria, o la normativa europea REACH sui prodotti chimici, ritenuta troppo rigida.
Le banche e le assicurazioni si fregano le mani: il TTIP sarà  anche l'occasione per le lobbies finanziarie di ridurre gli strumenti di regolazione finanziaria e bancaria e di accentuare la liberalizzazione dei servizi finanziari. Diventerà impossibile rinforzare i controlli sulle banche, tassare le transazioni finanziarie, lottare contro i fondi speculativi.

Un attacco senza precedenti alla democrazia: le multinazionali al comando, il controllo  dei cittadini ostacolato
Le multinazionali europee e le loro lobbies, come Business Europe, hanno dispiegato un'intensa azione di lobbying in vista dell'apertura dei negoziati del TTIP. Gli interessi industriali hanno il predominio presso le istituzioni europee, come testimonia la composizione e il funzionamento del gruppo di lavoro di alto livello creato dall'Unione Europea e dagli Stati Uniti per esaminare gli effetti dell'accordo e fare delle raccomandazioni.
La Commissione ha moltiplicato le consultazioni delle multinazionali europee. Così, tra i 130 incontri  della Commissione per discutere con le parti riceventi dell'accordo, 119 erano  con le multinazionali o con lobbies industriali di primo piano. Contemporaneamente il pubblico rimane totalmente disinformato. Senza una forte mobilitazione dei cittadini, l'opacità dei negoziati resterà la norma, poiché finora il mandato della Commissione europea ha potuto essere conosciuto soltanto grazie a fughe di notizie.
Ma il primo pericolo per la democrazia riguarda il meccanismo d'arbitraggio "investitore versus Stato" previsto nel mandato dato alla Commissione europea. Questo meccanismo di regolamento delle controversie, che figura già nell'accordo UE-Canada, permetterebbe alle multinazionali di denunciare uno Stato o una comunità locale allorquando una legge o un regolamento vengano considerati d'ostacolo al commercio e all'investimento.
Per le multinazionali, la posta in gioco è importantissima. Si tratta di ottenere la possibilità di agire da autentica "polizia dell'investimento", di obbligare gli Stati a conformarsi alle loro regole e di poter eliminare ogni ostacolo ai loro profitti presenti, ma soprattutto futuri: ostacoli come norme sanitarie, ecologiche, sociali, votate democraticamente, e rimesse in discussione in nome del sacro principio del diritto degli investitori!
Vi sono numerosi esempi di denunce delle multinazionali  fatte in base agli accordi bilaterali d'investimento già conclusi. Alcuni Stati sono già stati condannati al pagamento di ammende molto dissuasive, dell'ordine di milioni, se non di miliardi di dollari (Nuova Zelanda, Uruguay, Argentina...)

Lone Pine e i gas da argille
Sulla base di un meccanismo simile a quello di arbitraggio "investitore versus Stato" previsto dal TTIP, la multinazionale Lone Pine ha promosso una causa giudiziaria contro il governo canadese e chiede 250 milioni di dollari di risarcimento per gli investimenti e i profitti non realizzati a causa della moratoria sull'estrazione del gas da argille (gas da scisti) stabilita dal Québec. In Francia, grazie a importanti mobilitazioni popolari, la fratturazione idraulica è, per ora, vietata. Ma regolarmente le industrie del settore ritornano alla carica per convincere le autorità dei benefici economici di questa estrazione ultra-inquinante. Che accadrà se i giganti dell'energia europei o americani decidessero di utilizzare il TTIP per intentare causa contro il governo francese?

Conclusione
Nel 1998 una mobilitazione internazionale dei cittadini era riuscita a far fallire un progetto d'accordo internazionale negoziato nell'ambito dell'OCDE, che mirava alla liberalizzazione degli investimenti delle multinazionali : l'Accordo Multilaterale sugli Investimenti. Anche l'Accordo Commerciale anti-contraffazione è stato respinto nel luglio 2012 dagli eurodeputati in seguito ad un'ampia mobilitazione dei cittadini europei. E' dunque possibile impedire questa sottomissione della società e della natura agli interessi mercantili delle multinazionali.
Dobbiamo ottenere il rifiuto della ratifica del trattato tra il Canada e l'Unione Europea perché contiene già le principali disposizioni che respingiamo e il blocco dei negoziati sul TTIP perché rappresenta una minaccia per i cittadini e le cittadine europee/i e statunitensi.
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Il confronto tra Loretta Napoleoni e Michele Boldrin a Piazzapulita è stato raccontato da alcuni blog come una «caduta di Napoleoni» che ne sarebbe uscita con le «ossa rotte». Perchè ha compiuto due errori, che le avrebbero fatto fare una brutta figura.

Ho guardato il video del faccia a faccia, mediato da Claudio Formigli, per vedere se è andata così e mi è parso di no. Certo, in televisione Loretta Napoleoni pare più impacciata, con la respirazione in affanno, poco abile nell’incassare il sarcasmo del suo avversario. Michele Boldrin è invece più tranquillo e disinvolto. Loretta Napoleoni espone le sue tesi. Michele Boldrin espone le sue tesi ma le condisce continuamente con battute e provocazioni a scopo di irritare l'interlocutrice. Alla fine le nega anche la qualifica di economista e lei gli dà del cafone. In ambienti in cui l'arroganza e l'aggressività sono stimate, sono sinonimo della capacità di farsi valere, i cafoni possono dare effettivamente l'impressione di essere vincenti, di aver ottenuto ragione. Ma vediamo cosa è successo.

La prima domanda di Formigli chiede se e come è possibile mantenere i servizi pubblici e abolire l'Imu, cioè mantenere la spesa sociale e rinunciare ad una entrata fiscale così importante. Loretta Napoleoni risponde che è possibile, capovolgendo lo schema di Reagan e Thatcher. Loro dicevano: «Lo stato è il problema, il mercato la soluzione». Il mercato lasciato a se stesso ha portato alla crisi finanziaria. Oggi dobbiamo tornare allo stato sociale. Che è solidarietà. Per esempio, istituendo il reddito di cittadinanza. Che esiste in quasi tutti i paesi europei.
Annunciata da un po' di smorfie e sguardi di sufficienza, qui si introduce la prima interruzione del Boldrin: il reddito di cittadinanza non c'è in quasi tutti i paesi europei e non c'è in Germania, in Spagna, dove Napoleoni non sarebbe stata consulente di Zapatero. Napoleoni ribadisce l'esistenza del reddito di cittadinanza in Spagna. Sul punto specifico invece ha ragione Boldrin. Zapatero fece solo il progetto del reddito di cittadinanza, senza riuscire a legiferarlo. Loretta Napoleoni si confonde con il salario minimo interprofessionale spagnolo innalzato a oltre 600 euro. L'impressione che se ne ricava, e che verrà riportata su articoli e post, è che questo punto se lo aggiudica Boldrin. Ma è solo un'impressione. Perchè lo stesso Boldrin stava negando l'esistenza del reddito di cittadinanza anche in Germania, dove invece esiste: vi è lo Arbeitslosengeld II - Allo Arbeitslosengeld II, in più, sono aggiunte le coperture statali dei costi di affitto e di riscaldamento. Tutto questo per garantire una dignitosa dimora a qualunque cittadino. Dunque, un errore per uno. Inoltre, l'argomentazione principale di Napoleoni non viene inficiata dalle obiezioni di Boldrin: il reddito di cittadinanza esiste praticamente in tutta Europa. Non basta togliere un paese per dire che non è vero. Dunque, è possibile anche in Italia.
Ma con quali risorse abolire l'Imu e istituire il reddito di cittadinanza. Loretta Napoleoni snocciola le cifre di alcune gravi anomalie italiane, che costituiscono pensantissimi costi e che possono essere superate con una rivoluzione sociale, con un ritorno all'etica: 70 miliardi di corruzione, 150 miliardi di evasione fiscale, 150 miliardi di fatturato per la mafia, 23 miliardi di costi per la politica. Oltre 400 miliardi. Il solo fondo salva stati europeo è di 300 miliardi.
Prima di rispondere a sua volta, Boldrin rivendica il secondo posto del suo movimento (Fare per fermare il declino - Oscar Giannino) nei consensi degli artigiani veneti. Formigli lo corregge: solo quarto. Errore condonato nei commenti. Secondo Boldrin i numeri citati da Napoleoni sono «fantasie». Non perchè non esistano, ma perchè è rassegnato a non recuperarli. Per togliere l’Imu bisogna tagliare i costi veri, cioè quelli disponibili. Boldrin usa «vero» e «falso» per dire «disponibile» e «non disponibile». Le cifre da tagliare per lui «vere» sono ben più ridotte: 8 miliardi della casta burocratica e 25 miliardi di sussidi alle imprese (Trenitalia, Rai, Poste). Tagli che forse - ma lui non lo dice - aggiungerebbero un po’ di disoccupazione.
E il reddito di cittadinanza si può fare? Si, per Napoleoni, a condizione che non si conferisca a lavoratori in nero, ma si accompagni ad una attività di volontariato. No, per Boldrin perchè non ci sono i soldi. Però si può abolire la cassa integrazione e istituire il sussidio di disoccupazione per tutti. Cita l’esempio della Spagna e torna a rinfacciare a Napoleoni l’errore precedente sul reddito di cittadinanza. Sussidio di disoccupazione che con il tempo diminuisce e incentiva a cercarsi un nuovo lavoro. Boldrin non fa cifre nè sui soldi nè sui tempi, ma se il riferimento è la Spagna, funzionerebbe così: In Spagna per l'indennità di disoccupazione serve aver lavorato almeno tre anni negli ultimi sei. E' previsto un sussidio di "assistenza" con un minimo di tre mesi di contribuzione. L'indennità di disoccupazione è pari al 70% della base contributiva media negli ultimi sei mesi. La percentuale scende dopo i primi sei mesi al 60%. C'è un tetto massimo per l'indennità di disoccupazione che varia dal 175% al 225%, a seconda del numero dei figli, dell'Iprem (indicatore del reddito minimo), pari per il 2011 a 532,51 euro al mese*.

Altra domanda di Formigli: referendum sull’euro, siete favorevoli?. Risponde Napoleoni. Non si può fare perchè l’euro, come il fondo salva stati, è un trattato internazionale, e la nostra Costituzione esclude i trattati internazionali dalla competenza dei referendum. Se si cambiasse la Costituzione, lei sarebbe favorevole, perchè da dieci anni l’euro ha aggravato la nostra condizione economica, non permettendo più la rivalutazione del marco e la svalutazione della lira. L’euro avrebbe dovuto essere un punto di arrivo di una convergenza economica e fiscale e non, come è stato, un punto di partenza, che dal 1998 ad oggi ha divaricato gli indicatori economici tra aree forti e aree deboli.
Risponde Boldrin. Il referendum sull’euro non si può fare per motivi legali (aggiunge battuta: almeno queste cose che ha detto sono corrette), ma se si potesse fare sarebbe un errore uscire dall’euro, perchè non è vero che è stata una rovina. Grazie all’euro abbiamo tenuto lo spread basso per dieci anni. Non è colpa dell’euro se la giustizia non funziona, se la scuola non funziona, se la produttività è bassa. Competere con la Cina con la svalutazione della lira significa abbassare i salari operai al livello di quelli cinesi, cioè abbassarli del 60-70% (sguardi stralunati di Napoleoni). La competitività si fa migliorando il prodotto, non affamando i salari.
Replica Napoleoni, ricordando la svalutazione del 1992. E qui fa un secondo errore di nozione. Dice che è stata del 40%. I salari non furono affamati e la bilancia dei pagamenti fu messa in ordine, aiutando il risanamento fino al 1996. Boldrin contesta il dato della svalutazione del 40%, ma lo sbaglia anche lui. Dice che è stata solo del 12% (la signora fa confusione). E che non ha comportato nessun effetto (secondo errore). Il risanamento si è fatto solo con le tasse di Ciampi e Prodi.

La sera del 13 settembre, Amato comunicava in diretta tv agli italiani la svalutazione della lira «che a conti fatti – rievoca – si attestò tra il 20 e il 25 per cento. Grazie all'accordo di luglio, tenemmo fermissimo il controllo dei costi interni, il che permise alle imprese di guadagnare 20-25 punti veri di competitività» (Il Sole24Ore 30 aprile 2010). La percentuale del 40% arriva forse dal confronto diretto con il marco. (...) la lira in 3 mesi perse il 40% circa del suo valore antecedente rispetto al marco tedesco (Intermarket & More 30.09.2011), mentre la percentuale del 12% potrebbe riguardare il dato immediato della svalutazione decisa il 13.09.92 o dei giorni immediatamente successivi.

Ultima domanda, sempre sulle proposte di Grillo. Abolire la pignorabilità della prima casa per mancato pagamento del mutuo. E’ possibile. Si, secondo Napoleoni, distinguendo la casa che vale cinque milioni da quella che vale 250 mila euro e ricorda l’Inghilterra del dopo 1992, quando a causa della recessione molti inglesi persero la casa. Siamo di nuovo in una situazione di crisi molto forte, la proposta è giustificata.
Replica Bordin con un’altra battuta sferzante: la gente dice cose incorrette e fa confusione. Abolire la pignorabilità della casa per mancato pagamento del mutuo, significa abolire i mutui con i crediti al consumo, che in mancanza di garanzia, avrebbero tassi molto alti.

Conclusione: su queste cose anche gli economisti litigano tra loro. Boldrin: No, Napoleoni non è una economista. Napoleoni: Boldrin è un cafone. io non sono venuta qui per farmi insultare.


Riferimenti:
Indennità di disoccupazione in Europa
Reddito di cittadinanza in Europa
Lira nello Sme 1979-1992
Un tuffo nella storia: la svalutazione della Lira del 1992
Aggiornamento: Tutte le balle di Boldrin con la Napoleoni
Loretta Napoleoni intervistata da Claudio Messora


La Stampa si compiace della rivincita di Bill Clinton alla convention democratica di Charlotte. Vede Obama virare verso le posizioni moderate non ostili a Wall Street del suo predecessore, capace di guidare una delle amministrazioni di maggior successo sul piano economico nella storia americana.

Ma, senza nulla togliere alle colpe di Bush, proprio Bill Clinton è tra i responsabili della crisi finanziaria globale. Sua è la revoca del Glass-Steagall-Act.

(...) Il cosiddetto Tarp (Troubled asset relief program) prevedeva un programma di interventi statali in più fasi nel cuore dell'economia Usa, ponendo fine al modello economico della deregulation reganiana impiegato negli Stati Uniti durante gli anni seguiti alla caduta del muro di Berlino e alla fine della Guerra Fredda. Gli ingenti piani di nazionalizzazione e di intervento nel sistema economico americano ponevano fine a un'epoca in cui l'amministrazione americana, soprattutto negli anni 90 (presidenza Clinton), aveva esercitato pressioni sulle banche semipubbliche perché concedessero più credito ai ceti meno abbienti, secondo il credo nel sogno americano, adoperandosi per rimuovere la separazione del sistema bancario americano (sostituendo il Glass-Steagall Act con il Gramm-Leach-Billey Act che ha legittimato la nascita di grandi conglomerati finanziari) tra attività bancaria tradizionale e investment banking. 
(Crisi economica del 2008-2012 - Wikipedia)



Accusa classica da parte conservatrice contro la sinistra, la socialdemocrazia in Europa e i liberals in America, è quella di essere troppo spendaccioni. Di far correre la spesa pubblica facendo crescere le tasse o il debito o entrambi a danno complessivo dell'economia. Accusa che ha finito per persuadere gran parte della stessa sinistra. Così per un trentennio è stata praticata la politica inversa: risanamento dei conti pubblici, taglio della spesa, riduzione delle tasse. Oggi, lo stato complessivo dell'economia occidentale è paragonabile alla Grande Depressione degli anni Trenta. Anch'essa capolinea di un lungo ciclo liberista.

L'egemonia liberista sulla sinistra è stata tale da generare persino inversioni di ruoli, per esempio in Italia dove i governi più spendaccioni sono stati quelli di centrodestra, come ha spiegato Oscar Giannino e come si può leggere in questa scheda di Linkiesta. Lo ammise pure Renato Brunetta: i governi Berlusconi del 2001-2006 hanno aumentato la spesa corrente, ma non la spesa sociale: all'aumento della spesa non è corrisposto un aumento delle prestazioni e della qualità dei servizi. Lo stesso centrosinistra in periodo pre-elettorale ha allargato i cordoni della borsa, vedi Amato nel 2000-2001, nonostante dalla crisi del 1992 sia tra gli interpreti della sinistra rigorista.

Come si comporterebbe la sinistra di ispirazione comunista o alternativa? Nell'immaginario consueto spenderebbe molto di più di liberals e socialdemocratici, mandando definitivamente in bancarotta lo stato. In effetti, ci sono cose per le quali questa sinistra vuole spendere di più: salari, pensioni, sanità, istruzione pubblica. Ma ci sono anche cose per le quali questa sinistra vuole spendere meno: esercito, grandi opere, megastipendi, detassazioni e finanziamenti indiscriminati. E poi lotta all'evasione e alla corruzione. Patrimoniale. Chi lo dice che il saldo alla fine non sarebbe positivo?

Esiste la contromanovra finanziaria di Sbilanciamoci che rispetta il pareggio di bilancio.

Ricordo una delle parole d’ordine di Bettino Craxi: “democrazia governante”. Il segretario del Psi era perciò definito decisionista. Non perchè volesse decidere, ma perchè intendeva l’elmento della decisione a scapito della partecipazione e della rappresentanza. E’ stato il difetto di tutte le idee di riforma elettoral, istituzionali, volte a realizzare un governo stabile ed efficiente. Così dopo anni di semplicazioni maggioritarie, uninominali, alternanze, presidenzialismi e premierati di fatto, scopriamo di aver originato una democrazia improduttiva, peggiore di quella del pentapartito e della prima repubblica. E ci affidiamo ad una nuova semplificazione: quella dei tecnici. In verità, non per la prima volta. Abbiamo già avuto Ciampi e Dini. Lo stesso Prodi non era propriamente un politico. Nè i cosiddetti tecnici sono propriamente tali. Si tratta di personalità che passano da un ruolo all’altro. Una volta al governo si appoggiano comunque su maggioranze parlamentari, quindi su coalizioni di partiti. Monti è sostenuto da Pdl, Pd e Terzo Polo (Berlusconi, Bersani e Casini). Difficilmente può decidere qualcosa contro gli interessi di questi tre, in particolare del primo, il più “interessato”. Piuttosto li esonera dal compito di assumersi direttamente e visibilmente la responsabilità di scelte “impopolari”. Tipo il sacrificio sulle pensioni. Tutti a prendersela con Fornero. Si ignora quale rapporto esista tra il sacrificio sulle pensioni e il risanamento del debito (il debito lo ha fatto l’Inps?) e questo non è sano. Altro argomento incomprensibile - già molto caro ai precedenti governi Berlusconi e alla Confindustria di D’Amato - è l’articolo 18, con relativa sequenza di battute incredibili: dalla monotonia del posto fisso ai giovani mammoni che vogliono trovare lavoro solo vicino a mamma e papà. Il debito, lo spread, lo ha fatto lo statuto dei lavoratori, lo hanno fatto questi giovani? Sono questi i problemi sul tappeto?

Da vent’anni siamo ancorati ad una questione. Come tenere in ordine i conti pubblici, entro i vincoli di Maastricht e dei successivi trattati europei. Con l’alternanza tra un centrosinistra un po’ più rigorista e un centrodestra un po’ più spendaccione. Nel quadro della medesima politica neoliberista. Che non ha mai prodotto sviluppo, che non ha mai redistribuito il reddito, che non ha mai creato occupazione se non precaria. E alla fine non ha risolto neanche il problema del debito, non solo e non tanto perchè si è speso di più, ma soprattutto perchè si è prodotto di meno. E con la crisi adesso ci troviamo in recessione. Ci siamo tolti la distrazione degli scandali giudiziari e sessuali del cavaliere, ma nella politica economica non siamo passati ad altro. Siamo in continuità con la politica neoliberista di sempre, meno soft, un po’ più hard. La Germania ci paga il debito e ci dice cosa dobbiamo fare e con quali uomini di governo, accelerando sulla riduzione dello stato sociale e dei diritti del lavoro.

Stare dentro una spirale di risanamento/depressione aderente al ciclo recessivo, con la speranza che poi si avvi (non si capisce come) un nuovo ciclo espansivo, può essere una idea (l’idea attualmente praticata). Ma esistono almeno altre due idee. Quella di far pagare il debito a quella parte della società, il 10%, che detiene il 44% della ricchezza nazionale, una tassa patrimoniale sopra gli 800 milioni euro come proposto dalla Cgil. E quella di rinegoziare il debito, non falcidiare salari, pensioni, consumi per trasferire ulteriore ricchezza agli speculatori. Oppure ancora, una combinazione di queste ultime due. Chi lo decide? Gli elettori. Ci si presenta con un programma di risanamento, gli elettori scelgono, quel programma sarà attuato. Se sono convinti della linea Monti, PD, PDL, e Terzo Polo possono presentarsi insieme e fare del senatore a vita il proprio candidato. La democrazia (deliberante, ok) non è un treno che passa, è un intero sistema ferroviario, entro cui si deve poter scegliere su quale treno salire.


Riferimenti:
Bertinotti: Con governo Monti annichilita la democrazia. Sindacati subalterni (Facebook)

Leggo dall'editoriale di Galapagos sul Manifesto, che nel 2009 il debito pubblico della Grecia era il 120% del Pil e dopo due anni di cure da cavallo è diventato il 180% del Pil. L'austerità non ha risanato i conti, ha depresso l'economia, quindi il Pil, costringendo la Grecia a indebitarsi ulteriormente e a decidere ulteriori sacrifici. Una spirale perversa fino alla bancarotta (default). L'Italia in recessione (Pil -0.7% ultimo trimestre 2011, più 55 miliardi di debito per il solo mese di dicembre) è sulla stessa strada?

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Perchè non possiamo fare come l’Islanda? Un paese molto più grande come l’Argentina lo ha fatto.

Se io faccio un debito, poi devo restituirlo. Perciò, evito di farne. Ma qualcuno può decidere di farne al posto mio, senza che io possa oppormi. La mia banca o il mio governo. E se le cose vanno male, le conseguenze ricadono su di me. Se la banca fallisce, magari devo salvarla come contribuente. Se lo stato si avvicina alla bancarotta, devo rimetterci salario, servizi sociali o pagare più tasse. Perchè, insieme con tanti altri che sono stati indebitati a loro insaputa, dovrei accettare questo sistema?

Può succedere che io sia obbligato dal bisogno a fare un debito. E mi rivolga alla banca, a istituti finanziari, a privati. E che il credito mi venga concesso con tassi di interesse esosi. Se anche riesco a ripagare il debito, devo continuare ad indebitarmi per pagare gli interessi. E’ immorale ribellarsi agli strozzini?

In Italia, una grande quantità di risorse è assorbita dall’evasione fiscale, dalla corruzione politica, dalla criminalità organizzata. Inoltre, il 45% della ricchezza nazionale è posseduto dal 10% delle famiglie. Pagando il prezzo del debito, di fatto, non continuo a finanziare ruberie e diseguaglianze?

So che la Cgil ha proposto una tassa straordinaria dell’1% sui redditi superiori agli 800 mila euro l’anno. Riguarderebbe il 5% della popolazione e raccoglierebbe 18 miliardi in un anno, quasi l’equivalente dell’intera manovra annuale. Ma, l’argomento, non è neanche discusso.

Perchè è meglio dissanguare l’economia nazionale, i redditi dei ceti medio e medio bassi, per pagare un debito che non finisce mai?

* * *

In una intervista Loretta Napoleoni propone: "L'Italia faccia come l'Islanda, scelga il 'default pilotato' ed esca dall'euro".

La sua soluzione non sarà semplice e lei stessa dice che è impraticabile a causa dell’opposizione francese, ma rischia di dover prima o poi diventare obbligata, se anche le manovre di risanamento si riveleranno inutili. Potrà diminuire il debito, ma se diminuisce anche il PIL, o crescono i tassi di interesse, il rapporto debito/PIL resta invariato o può persino peggiorare. Qual’è allora la soluzione semplice?

Tagliare pensioni, sanità, enti locali? Ma non sono soluzioni semplici per chi ne deve pagare le conseguenze. Inoltre cosa è questa soluzione se non un prelevare soldi da lavoratori, pensionati, malati, per darli ai creditori banchieri. Il meccanismo del debito e del suo continuo risanamento funziona come una permanente redistribuzione alla rovescia.

I fautori più convinti del risanamento del debito, per interessi di classe o per facilità di soluzione, non si concentrano sull’evasione fiscale, sulla concentrazione delle ricchezze, sulle risorse assorbite da corruzione e criminalità organizzata. Si concentrano sullo stato sociale. Sui redditi, sulle pensioni. Che però sono anche una leva dello sviluppo. Anche lo stato sociale è reddito redistribuito. E come si concilia la riduzione dello stato sociale con l’emancipazione dal Welfare privato e familistico e la possibilità per le donne di andare a lavorare?

All’inizio degli anni ‘80 il debito pubblico era al 60% del PIL e fino al 1990 era sotto il 100%. Poi, oltre la spesa pubblica - e va bene tagliare gli sprechi - hanno inciso i tassi di interesse, l’evasione e l’economia sommersa.

Infine, mi sfugge la razionalità e la necessità di un sistema in cui ogni stato è creditore e debitore, e si deve dannare per farsi pagare il debito e per ripagarlo a sua volta. Tra governo, imprese e famiglie, la Francia arriva ad un debito del 175% sul PIL. L'Italia al 220%

Senza il debito non potremmo fare investimenti? Ma anche il risanamento del debito sottrae risorse agli investimenti.


Riferimenti:

Un commento a "Fuori orario" (Metilparaben)

E va bene che ‘sti commercianti sono ladri per principio e evasori per vocazione ma adesso non hanno neanche voglia di lavorare?
E capisco anche che milioni di persone vogliano vivere un tantino meglio. Resta da chiedersi se ‘sti negozianti hanno diritto a farsi la ceretta, tagliarsi i capelli, comprarsi il maglioncino, fare la spesa e magari chissà anche loro avranno un marito, una moglie, dei figli e perfino degli amici.
Naaaa, il negoziante no, avido fannullone, “non tiene famiglia”, diciamo pure che non “tiene” una vita! E se proprio vuole, si organizzi gli orari in modo da averne una, un po’ come può fare qualsiasi libero professionista (deve proprio tagliarsi i capelli o comprarsi il maglioncino la notte? Si organizzi gli orari!). E i dipendenti? Beh, i dipendenti si considerino fortunati ad avere ferie, giorni di riposo e festivi e perfino la malattia o la maternità (per i piccoli negozianti sono lussi).
Da negoziante non sono contraria alla liberalizzazione degli orari. Ognuno ne faccia ciò che crede. Urta assai invece il piglio con cui sembra lo si pretenda.
Sarà forse per il mio sangue bastardo, un po’ italico un po’ extracomitario, che conferisce attitudine allo spezzarsi la schiena per bene, anche io come il signore sotto casa sua ho prolungato l’orario, un giorno alla settimana perfino fino alle 22. Certo lasciando a casa marito e figli, l’ultima quasi partorita al lavoro, e aspetto, aspetto fiduciosa questi milioni di italiani che, ahime, più che non avere il tempo per spendere, non hanno i soldi!
Ah che triste guerra tra poveri! 
Orari dei negozi, al via la liberalizzazione, ma i commercianti preparano la resistenza (Repubblica)
Al via la liberalizzazione degli orari dei negozi di Roma, ma ai commercianti non piace (Liquida)



Il significato implicito in questo articolo (o che a me è parso di vedere e se non era nelle intezioni dell'articolista, ce lo metto io) è il seguente: se quello che conta per valutare la solidità finanziaria di uno stato è il debito totale, quindi non solo il debito pubblico, ma anche il debito privato, il risanamento del debito (pubblico) può non risolvere il problema della solidità finanziaria, in quanto esso richiede più tasse, meno salari, meno pensioni, meno sussidi, meno servizi e, di conseguenza, un aumento del debito privato, senza modificare sostanzialmente l'entità del debito totale.

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