par Attac France -  (Traduzione di Maria Rossi)


Stanno per concludersi i negoziati per la stipula di un accordo commerciale bilaterale tra Unione Europea e Stati Uniti estremamente deleterio per l'ambiente e per i diritti dei lavoratori e dei consumatori di entrambe le sponde dell'Atlantico. Un accordo simile tra Stati uniti, Canada e Messico ha già comportato, fra l'altro, la perdita di un milione di posti di lavoro. Questi pericolosi negoziati sono poco noti in Italia. Eppure sarebbe importante sapere  quali conseguenze potrebbero produrre  e organizzare una mobilitazione che li blocchi, com'è accaduto in passato per altre proposte di accordi multilaterali. Sono convinta, poi, che, come femministe, dovremmo prestare maggiore attenzione e interesse alle decisioni economiche e sociali che vengono assunte dai nostri rappresentanti politici, destinate inevitabilmente ad incidere sulla nostra vita quotidiana, rendendola ancora più difficile e precaria.


L'8 luglio 2013 l'Unione Europea e gli Stati Uniti hanno iniziato negoziati [n.d.t. che stanno per concludersi] miranti alla stipula di un accordo commerciale bilaterale: il Partenariato  Transatlantico sul Commercio e sugli Investimenti (Transatlantic Trade and Investment Partnership, TTIP). E' l'approdo di molti anni di lobbying dei gruppi industriali e finanziari europei e statunitensi.
Il  partenariato transatlantico potrebbe essere uno degli accordi di libero scambio e di liberalizzazione degli investimenti più importanti mai conclusi, rappresentando la metà del Pil mondiale e un terzo degli scambi commerciali. Come altri accordi bilaterali firmati recentemente o in corso di negoziazione - in particolare l'accordo UE-Canada - il TTIP non si limiterà ad abolire le barriere doganali; ma si estenderà anche alle "barriere non tariffarie". Infatti qualsiasi normativa di regolamentazione, anche se decisa democraticamente, può essere considerata un ostacolo al commercio. Il TTIP mira dunque allo smantellamento o all'indebolimento di tutte le norme che limitano i profitti delle imprese europee o statunitensi, a vantaggio dei loro interessi.
La parte relativa agli investimenti del mandato del negoziato del TTIP prevede inoltre un meccanismo particolarmente minaccioso: il "regolamento delle controversie" che potrebbero insorgere tra attori economici privati e un governo. L'accordo UE-Canada, che non è ancora stato ratificato, contiene la stessa procedura. L'introduzione di tale meccanismo ad hoc, che prevedrebbe la nomina di arbitri esperti che assumerebbero le loro decisioni in piena indipendenza dalle giurisdizioni pubbliche nazionali o comunitarie, permetterebbe alle imprese multinazionali di intentare causa contro gli Stati le cui norme sanitarie, ecologiche o sociali, o le cui normative a tutela dei consumatori o delle economie locali fossero considerate d'ostacolo agli investimenti stranieri. L'obiettivo perseguito è questo: estendere il campo degli investimenti possibili e garantire la libertà e i vantaggi degli investitori.
Il TTIP potrebbe avere notevoli conseguenze anche in altri campi che oltrepassano ampiamente i confini del commercio. Ad esempio, rafforzerebbe drasticamente i diritti di proprietà intellettuale degli attori economici privati, amplierebbe il campo di ciò che è brevettabile e potrebbe offrire alle multinazionali delle nuove tecnologie dell'informazione un maggiore potere di controllo sui dati di Internet, in particolare su quelli relativi ai cittadini. Per la Commissione Europea, che conduce i negoziati in nome di tutti i paesi della UE, si tratta di conformare il TTIP al "più alto livello possibile di liberalizzazione". Essa desidera anche elevare l'accordo a modello da imitare.
Quali sono i rischi insiti in questo progetto di accordo?

La  diminuzione dei diritti doganali e gli attacchi alle norme sociali, sanitarie ed ecologiche
Il mandato dato alla Commissione europea dal Consiglio dei ministri europei del commercio il 14 giugno 2013  insiste su una " riduzione sostanziale delle tariffe doganali". Se i diritti doganali sono in media piuttosto bassi su entrambe le sponde dell'Atlantico, restano elevati in determinati settori.
Nell'agricoltura, ad esempio, i diritti doganali medi sono del 7% negli Stati Uniti e del 13% nell'Unione Europea. Questi diritti doganali tutelano certi settori a fronte di un'agricoltura statunitense più industrializzata e più "competitiva", a causa soprattutto della modestia delle tutele sociali ed ambientali in vigore oltre Atlantico. I diritti doganali permettono anche all'UE di tutelarsi di fronte ad un tasso di cambio più favorevole alle produzioni statunitensi. Che cosa accadrà se questi diritti doganali verranno smantellati? Di fronte all'arrivo massiccio dei nuovi prodotti agricoli americani, la nostra agricoltura non avrebbe altra scelta che generalizzare il modello di esportazioni agroalimentari difeso dalle multinazionali europee.
L'accresciuta concorrenza condurrebbe alla contrazione dei costi di produzione, che richiederebbe di abbassare gli standards ambientali, alimentari, sociali. Scomparirebbero le possibilità di promuovere la filiera corta e le prospettive di reinsediamento delle attività agricole sul territorio, di impulso all'agricoltura biologica e di conservazione dell'agricoltura contadina.
Il principale argomento sollevato dai sostenitori del TTIP riguarda le ricadute economiche. Tuttavia, sulla base di uno studio della Commissione europea, il guadagno in punti di PIL è stimato pari allo 0,1% in 10 anni, cioè in meno dello 0,01% all'anno...."Ricadute" per la verità insignificanti comparate ai rischi che pesano sul lavoro e sui diritti sociali. Questi potrebbero infatti essere ridotti nel quadro dell'"armonizzazione" delle norme sociali.
Così, ad esempio, secondo la Confederazione sindacale statunitense AFL-CIO, l'ALENA (accordo simile stipulato tra il Messico, gli Stati Uniti e il Canada) è già costato un milione di posti di lavoro, a causa della riduzione delle tariffe doganali e delle ristrutturazioni delle imprese diventate "non competitive". A causa dell'estensione geografica della competizione economica, il mercato transatlantico favorirebbe le fusioni/acquisizioni di imprese, dando alle multinazionali un controllo sempre più ampio sull'economia e sulla finanza.

In sostanza: una nuova tappa decisiva nella storia della deregolamentazione
Dagli anni Novanta, l'Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) è stata il motore della liberalizzazione degli scambi. Al suo interno, più di 150 Paesi negoziano la riduzione dei diritti doganali su numerosi beni e servizi, la soppressione delle barriere non tariffarie, così come l'estensione del dominio del libero scambio e del mercato, ad esempio ai servizi pubblici e alla proprietà intellettuale.
La marcia dell'OMC verso la totale deregolamentazione del commercio si è rapidamente scontrata con numerosi ostacoli: da un lato, con la mobilitazione della società civile, che rifiutava le drammatiche conseguenze del libero scambio, dall'altro  con la denuncia della prepotenza e del predominio delle grandi potenze da parte dei Paesi in via di sviluppo. Constatando il relativo blocco dell'OMC, le grandi potenze e in particolare l'Unione Europea e gli Stati Uniti, si sono impegnati in una strategia bilaterale e biregionale con i loro partners commerciali. Le grandi potenze traggono profitto da un rapporto di forza molto sfavorevole ai Paesi più poveri. Quando gli accordi bilaterali si negoziano tra economie di potenza comparabile, il vantaggio dei negoziatori, al riparo dallo sguardo del pubblico, consiste nel potersi spingere più in là di quanto potrebbe avvenire nell'ambito dell'OMC nell'instaurazione di un sistema commerciale concepito con e a favore delle multinazionali.

La mercificazione di nuovi pezzi di economia
I negoziati del TTIP non consistono soltanto nell'abbattere le barriere tariffarie. Si tratterà anche di ridurre ogni barriera normativa all'estensione del dominio del libero scambio, in particolare nel settore dei servizi. La distribuzione dell'acqua e dell'elettricità, l'educazione, la sanità, la ricerca, i trasporti, la cura delle persone....questi settori che per molti costituiscono servizi pubblici, potrebbero anche essere aperti alla concorrenza.
I negoziati del  TTIP rischiano soprattutto di condurre all'apertura dei mercati pubblici in Europa, ma anche negli Stati Uniti, come vogliono le lobbies europee; le comunità locali potrebbero essere costrette a bandire gare  d'appalto aperte alle multinazionali. Dovranno essere rispettate norme vincolanti che non permetteranno più ai comuni di favorire le imprese, il lavoro e i prodotti locali (e quindi lo sviluppo locale), né di adottare norme ambientali e sociali che garantiscano un elevato grado di tutela.
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Nel campo delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione, il TTIP potrebbe riprendere gli elementi presenti nel progetto "ACTA" (Anti-counterfeiting Trade Agreement, Accordo commerciale anti-contraffazione), che prevedeva di rafforzare moltissimo i diritti di proprietà intellettuale e che un'ampia mobilitazione ha condotto al fallimento nel luglio 2012. In nome della lotta alla "pirateria",  il TTIP potrebbe infatti permettere il controllo generale della rete e ridurre la libertà di espressione in Internet. Altra conseguenza: potrebbe essere minacciato l'accesso dei consumatori ai farmaci generici, meno cari degli altri.
Verranno anche attaccate le norme sanitarie, ambientali - e soprattutto quelle che tutelano il benessere degli animali nel settore dell'allevamento - che "ostacolano" il commercio. Gli Stati Uniti approfitteranno del TTIP per costringere l'Unione Europea ad abbandonare le misure e i principi  (come il principio di precauzione) giudicati "protezionisti" e ad adottare le norme americane.

In concreto
Il vitello  agli ormoni rappresenta la maggior parte della produzione e del consumo di carne di vitello negli Stati Uniti; per ragioni di salute, la produzione e l'importazione di carne agli ormoni è  vietata dalla UE. L'OMC (l'Organizzazione Mondiale del Commercio) aveva già dato ragione agli Stati Uniti e al Canada nella loro denuncia della UE, autorizzandoli ad adottare misure di ritorsione. Cosa accadrà dopo la sottoscrizione del TTIP?
La questione si pone anche per il pollame disinfettato con soluzioni al cloro, che gli Stati Uniti vogliono esportare nella UE. L'accordo UE-Canada, se fosse ratificato, autorizzerebbe le imprese a  intentare causa contro gli Stati che rifiutano il vitello agli ormoni e aprirebbe direttamente la strada ad un accordo tra la UE e gli Stati Uniti.
Attualmente sono autorizzate all'importazione nella UE 52 varietà  di prodotti OGM; le potenti multinazionali delle sementi e le lobbies agro-alimentari premono perché la lista sia ampliata. Le clausole di salvaguardia decise da alcuni paesi come la Francia, che vieta la semina di prodotti OGM sul suo territorio, potrebbero essere attaccate da una multinazionale attraverso il meccanismo di regolazione delle controversie sopra citato.
Per l'industria europea così come per quella statunitense e, in particolare, per le industrie estrattive, i negoziati del TTIP e l'accordo UE- Canada sono una manna: l'occasione per ottenere la messa in discussione di un certo numero di tutele o di norme a protezione dell'ambiente, ad esempio  l'estrazione del gas da argille vietata in Francia e in Bulgaria, o la normativa europea REACH sui prodotti chimici, ritenuta troppo rigida.
Le banche e le assicurazioni si fregano le mani: il TTIP sarà  anche l'occasione per le lobbies finanziarie di ridurre gli strumenti di regolazione finanziaria e bancaria e di accentuare la liberalizzazione dei servizi finanziari. Diventerà impossibile rinforzare i controlli sulle banche, tassare le transazioni finanziarie, lottare contro i fondi speculativi.

Un attacco senza precedenti alla democrazia: le multinazionali al comando, il controllo  dei cittadini ostacolato
Le multinazionali europee e le loro lobbies, come Business Europe, hanno dispiegato un'intensa azione di lobbying in vista dell'apertura dei negoziati del TTIP. Gli interessi industriali hanno il predominio presso le istituzioni europee, come testimonia la composizione e il funzionamento del gruppo di lavoro di alto livello creato dall'Unione Europea e dagli Stati Uniti per esaminare gli effetti dell'accordo e fare delle raccomandazioni.
La Commissione ha moltiplicato le consultazioni delle multinazionali europee. Così, tra i 130 incontri  della Commissione per discutere con le parti riceventi dell'accordo, 119 erano  con le multinazionali o con lobbies industriali di primo piano. Contemporaneamente il pubblico rimane totalmente disinformato. Senza una forte mobilitazione dei cittadini, l'opacità dei negoziati resterà la norma, poiché finora il mandato della Commissione europea ha potuto essere conosciuto soltanto grazie a fughe di notizie.
Ma il primo pericolo per la democrazia riguarda il meccanismo d'arbitraggio "investitore versus Stato" previsto nel mandato dato alla Commissione europea. Questo meccanismo di regolamento delle controversie, che figura già nell'accordo UE-Canada, permetterebbe alle multinazionali di denunciare uno Stato o una comunità locale allorquando una legge o un regolamento vengano considerati d'ostacolo al commercio e all'investimento.
Per le multinazionali, la posta in gioco è importantissima. Si tratta di ottenere la possibilità di agire da autentica "polizia dell'investimento", di obbligare gli Stati a conformarsi alle loro regole e di poter eliminare ogni ostacolo ai loro profitti presenti, ma soprattutto futuri: ostacoli come norme sanitarie, ecologiche, sociali, votate democraticamente, e rimesse in discussione in nome del sacro principio del diritto degli investitori!
Vi sono numerosi esempi di denunce delle multinazionali  fatte in base agli accordi bilaterali d'investimento già conclusi. Alcuni Stati sono già stati condannati al pagamento di ammende molto dissuasive, dell'ordine di milioni, se non di miliardi di dollari (Nuova Zelanda, Uruguay, Argentina...)

Lone Pine e i gas da argille
Sulla base di un meccanismo simile a quello di arbitraggio "investitore versus Stato" previsto dal TTIP, la multinazionale Lone Pine ha promosso una causa giudiziaria contro il governo canadese e chiede 250 milioni di dollari di risarcimento per gli investimenti e i profitti non realizzati a causa della moratoria sull'estrazione del gas da argille (gas da scisti) stabilita dal Québec. In Francia, grazie a importanti mobilitazioni popolari, la fratturazione idraulica è, per ora, vietata. Ma regolarmente le industrie del settore ritornano alla carica per convincere le autorità dei benefici economici di questa estrazione ultra-inquinante. Che accadrà se i giganti dell'energia europei o americani decidessero di utilizzare il TTIP per intentare causa contro il governo francese?

Conclusione
Nel 1998 una mobilitazione internazionale dei cittadini era riuscita a far fallire un progetto d'accordo internazionale negoziato nell'ambito dell'OCDE, che mirava alla liberalizzazione degli investimenti delle multinazionali : l'Accordo Multilaterale sugli Investimenti. Anche l'Accordo Commerciale anti-contraffazione è stato respinto nel luglio 2012 dagli eurodeputati in seguito ad un'ampia mobilitazione dei cittadini europei. E' dunque possibile impedire questa sottomissione della società e della natura agli interessi mercantili delle multinazionali.
Dobbiamo ottenere il rifiuto della ratifica del trattato tra il Canada e l'Unione Europea perché contiene già le principali disposizioni che respingiamo e il blocco dei negoziati sul TTIP perché rappresenta una minaccia per i cittadini e le cittadine europee/i e statunitensi.
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di Jean-Marie Blanchard -  (Traduzione di Maria Rossi)


Ho cominciato ad andare a prostitute a 22 anni circa. Un inizio piuttosto atipico, visto che la maggior parte dei clienti sono uomini sposati con figli. Non piacevo molto alle ragazze e mi concentravo sul mio dolore per il quale ritenevo di meritare una sorta di risarcimento. E' così che ho avuto il mio primo rapporto sessuale, con una prostituta.
Andavo a Parigi, in via Saint-Denis, una o due volte alla settimana. E' durato un mese. I primi rapporti costavano circa 50 euro, poi alcune hanno finito per propormi una tariffa di 30 euro senza che io chiedessi nulla.
Di fronte a questa riduzione di prezzi, ho capito che quelle ragazze erano sfruttate dai prosseneti, costrette ad avere ogni giorno molti rapporti. Allora ho smesso immediatamente di andare con le prostitute che esercitavano in strada. Erano in maggioranza Nigeriane anglofone. Non c'era alcuno spazio per la conversazione; l'imperativo di moltiplicare i clienti impediva qualsiasi interazione non meramente sessuale.

Le escorts sfruttate dai prosseneti non sono rare

Ho contattato allora delle escorts in Internet, pensando che la mia richiesta fosse banale, che queste donne fossero libere e che a loro piacesse avere rapporti con gli sconosciuti. Fandonie che i clienti si raccontano per legittimare i propri atti. Così mi sono reso rapidamente conto che la realtà era molto meno sfolgorante.
Nel corso dei rapporti pagati ad ore e non ad atto, alcune mi raccontavano a volte la loro vita. Il loro passato complicato, la loro infanzia e altri fattori che avevano condizionato il loro ingresso nella prostituzione.
Non sono poche le escorts sfruttate dai prosseneti. I Sudamericani, ad esempio, si trinceravano dietro una sedicente mutua assistenza per affittare il loro alloggio alle compatriote e intascare una percentuale sui rapporti sessuali. Gli articoli di stampa che ho letto all'epoca non lasciavano margine ad ambiguità su questa questione.
Il mio egoismo continuava ad imporsi e non potevo impedirmi di ritornare dalle escorts. Non ne ero affatto contento, ma non avendo alcuna relazione, mi dicevo che era sempre  meglio che restare da soli. Una solitudine prodotta principalmente dalla mia introversione. I miei fallimenti con le donne mi rendevano misogino e impermeabile all'idea di dover compiere degli sforzi per rendermi attraente.

Avevo la sensazione di abusare della situazione

Le escorts mi facevano spesso capire di non esercitare la prostituzione per la gioia di farlo. Avevo l'impressione di abusare della situazione, di essere l'artefice di un processo distruttivo. Neppure le Girlfriend experience che simulavano il desiderio, l'affetto e l'attenzione riuscivano più a convincermi che la prostituzione fosse un'attività banale.
Mi sono detto che era necessario che fissassi una data per dare un taglio a questa pratica e che meritavo ben altro che questa sessualità da stupidi. Ho smesso per la prima volta nel 2003, sei mesi dopo aver iniziato. Ci sono tuttavia ricaduto due volte nel 2004, poi altre due volte l'anno successivo.
L'ultima volta ero nel letto di una donna che mi raccontava la sua infanzia dolorosa. Poi, mi ha fatto capire che io ero l'esatto opposto del suo tipo di uomo. Mi sono immediatamente detto: "Ma che ci faccio io qui?" e ho smesso definitivamente di avere rapporti mercenari.
Successivamente, mi sono tenuto lontano da questo mondo, che mi ha tuttavia raggiunto, grazie alle amicizie intessute qua e là. Le confidenze che ho raccolto riecheggiano il contenuto delle ricerche della dottoressa Judith Trinquart e della psichiatra Muriel Salmona, la cui lettura ha confermato le mie prime impressioni. Carenze affettive e abusi sessuali sono potenti fattori che determinano la scelta prostitutiva. Attività globalmente nociva per chi la pratica, fatta eccezione per una minoranza di persone.

L'approccio più efficace è la penalizzazione dei clienti.

Sono diventato un militante abolizionista da un anno e mezzo, grazie al contatto con la persona che è diventata la mia migliore amica: un'ex prostituta che chiedeva 300 euro per ogni ora di rapporto. Malgrado condizioni di esercizio della prostituzione apparentemente buone, l'esperienza l'ha pesantemente traumatizzata. Dopo aver studiato le politiche adottate dagli Stati vicini, ci siamo resi conto che l'approccio più efficace, o, comunque, il meno cattivo, era la penalizzazione dei clienti delle prostitute. Il regolamentarismo tedesco o catalano ha prodotto risultati spaventosi.
Nel 2002 non mi sarei rassegnato ad essere punito. Mi sarei senza dubbio recato nei bordelli dei Paesi confinanti, dove le donne esercitano la prostituzione in condizioni atroci. Ma dopo aver frequentato come amico alcune donne che si prostituiscono e aver constatato gli effetti traumatici che tale pratica produce, non posso che essere favorevole alla penalizzazione dei clienti. Il nostro Paese resta maschilista. E' illusorio sperare che gli uomini si responsabilizzino e scoprano l'empatia.
La legge avrà dunque un impatto pedagogico e può servire da leva per l'uscita dalla prostituzione delle persone che lo desiderano. A condizione, tuttavia, di destinare a questo scopo una somma ben superiore a quella prevista oggi.
E' essenziale chiarire che il corpo delle donne non deve essere una merce. Anche se una minoranza di prostitute è felice, la maggioranza ne esce rovinata, se non distrutta. Constatazione che mi induce ad affermare che la prostituzione è una questione molto importante  perché distrugge la salute e il benessere di chi la pratica.
Il mio ideale è la fine graduale del sesso mercificato, nel quale l'uomo compra (con denaro materiale o simbolico) una donna-oggetto. Io sono favorevole ad una sessualità fondata sul desiderio e sul piacere, in modo tale da  eliminare questi vetusti comportamenti che condizionano le nostre scelte sessuali.



Traduzione di Maria Rossi


Le persone prostituite sono in grado di farsi rapidamente un'opinione sui prostitutori che le pagano per avere il diritto di dominarle. Nella loro inchiesta sui clienti della prostituzione, Claudine Legardinier e Saïd Bouamama hanno raccolto le opinioni delle donne e degli uomini prostituiti sui clienti prostitutori. Ecco un brano del loro libro: Les clients de la prostitution - l'enquête. (2006)


Il tempo della disillusione
Certo, per un determinato periodo di tempo,  l'idea di non avere un orario fisso di lavoro e di rifiutare gli obblighi "borghesi" può far provare un senso di libertà. Un senso che si dissolve rapidamente, è vero, di fronte alla disillusione. "Volevo solo divertirmi" spiega Suzanne. "Me ne infischiavo di tutto. Le fatture, le leggi, avevo l'impressione di essermene liberata. Mi drogavo, fumavo. Bevevo whisky per darmi la forza di affrontare la prostituzione." Oggi Suzanne percepisce questa sensazione  come quella di una libertà che le ha "distrutto" la vita. Analogamente, alcune delle persone che abbiamo incontrato affermano di aver provato, almeno nell'ebbrezza dei primi tempi della prostituzione, un senso di potere. Leïla, tossicomane, spiega: "Per me era rassicurante sapere che gli uomini erano pronti a pagarmi". Mylène, prostituta di lusso in Germania, racconta di come ha avuto la percezione di "essere pagata troppo", tanto poco si stimava.
Le nostre interlocutrici e i nostri interlocutori che, di fronte alla durezza della vita quotidiana, mostrano forza e risorse stupefacenti, descrivono freddamente gli uomini che le/li pagano. A sentir loro, ce ne sono di tutti i tipi. "Ragazzi giovani e belli che hanno tutto quel che occorre per piacere, porci che lasciano le ragazze in lacrime, tizi che puzzano di sudore, uomini gentili, tizi odiosi che buttano i soldi per terra per costringervi a raccoglierli, tipi patetici che vivono una condizione di grande miseria umana, uomini che, per avervi pagato, avanzano mille pretese, perversi che chiedono di essere picchiati o frustati, tizi pronti a pagarvi una fortuna per  trasformarvi nella loro schiava, uomini infelici che vorrebbero essere amati dalla prostituta, altri per cui le donne non esistono, non hanno bisogni e sentimenti. Un enorme numero di uomini  cui piacciono le ragazzine. Ragazzi che pensano di avere il diritto di fare quello che vogliono perché vi hanno pagato. Maniaci, ma non troppi. Mariti che si tolgono la fede e la rimettono dopo il rapporto. Malati che vi dicono: «Potresti essere mia figlia». Violenti che tentano di strangolarvi con una cintura".
Ciascuna e ciascuno parla, a modo suo, spesso con molta emozione, di un'esperienza che l'ha profondamente segnata/o. Così Mylène, che dichiara di aver lucidamente scelto di prostituirsi, analizza a distanza di tempo quelle che ritiene essere le vere ragioni di questa scelta: la depressione, il disprezzo per se stessa, i maltrattamenti subiti in famiglia, i debiti del compagno, ma anche l'ignoranza della realtà della prostituzione. Qual era la sua idea di prostituzione? Belle de jour con Catherine Deneuve. "Se avessi saputo che cosa mi aspettava, non mi sarei prostituita". Mylène che oggi può raccontare il suo trauma per sette ore di fila senza mai riprendere fiato e  può pronunciare parole terribili: "Per poter dimenticare, dovrei avere l'Alzheimer" - era libera, non era costretta da nessuno a prostituirsi. Libera di abbandonare il suo impiego per  tuffarsi in una realtà che produce rassegnazione e impossibilità di parlarne. Libera di assumere il suo ruolo: "Non me ne importava nulla di nulla. Mi disprezzavo profondamente. D'altra parte praticavo paracadutismo, io che  ho le vertigini  a salire su una scala".

Uscire da se stesse. Il luogo dell'oblio  
L'apatia, l'obbligo di "non pensare" sono dei leitmotiv nel racconto delle persone che riflettono sulla propria esperienza di prostituzione. "E' un'esperienza comune, si entra in uno stato di torpore". Nicole Castioni confidava il suo stupore di aver accettato di vivere questa vita "senza porsi alcuna domanda" e con "un'incredibile facilità di adattamento", ma confessando: "Non ho mai sopportato questa domanda: "Quanto vuoi?" "Come ho potuto accettare tutto questo? " è una domanda tormentosa. Monika, prostituta in un bar dove si praticano rapporti mercenari, confida: "Avevo preso il ritmo. Ero un automa. Con l'alcool, riuscivo a far tutto".
La narcosi, lo stato di torpore descritte frequentemente sono l'altra faccia della medaglia, reale, di ciò che i clienti scambiano per "il piacere di prostituirsi". Le persone prostituite sarebbero, secondo un certo numero di loro, necessariamente conquistate dalle manifestazioni della loro virilità. Questo patetico desiderio si scontra con una realtà brutale. Suzanne ricorda il primo  rapporto con un cliente, un evento spesso vissuto come un vero e proprio stupro, che apre la via alla successiva apatia: "Dopo il primo rapporto, mi sono fatta una doccia. Un'ora; sono rimasta un'ora intera a ripulirmi. Piangevo. La mia amica mi aveva detto: "Vedrai, è il primo rapporto che è difficile". Inès, rimandata a 16 anni e che non sopporta di vedere la madre, divorziata e costretta a prendersi cura da sola di 5 figli, sgobbare in fabbrica, serra i denti prima di un rapporto. "Con il primo cliente sono scesa dall'auto a tutta velocità. Impossibile. Le altre ragazze mi hanno detto di bere: mi avrebbe aiutato. Era vero. Per poter avere un rapporto, era necessario che bevessi 4 o 5 Martini". Inès passa molto velocemente alla droga per riuscire a sopportare  la prostituzione. Difficile vivere i rapporti sessuali lucidamente. Mylène racconta a quali condizioni ha potuto affrontare i rapporti con i clienti. "Non avrei potuto senza Valium". Linda, fatta prostituire molto giovane da un fidanzato magnaccia, confessa: "Con la colla si fanno dei viaggi mentali. Con i clienti, è come essere addormentate". Barbara, abusata sessualmente dallo zio a 16 anni, poi allontanatasi da casa, "affittata per le serate importanti" racconta che assumeva "ansiolitici e sonniferi con un goccio d'alcool per "lavorare" assoggettata a un magnaccia" I clienti? "Non li vedevo nemmeno". Con voce monocorde, descrive la prostituzione  come una vita senza emozioni: "Alzarsi di sera, rientrare la mattina, dormire". Stessa cosa per Inès: " E' come se non l'avessi vissuta, come se l'avessi vista in un film".
Altre persone prostituite sono alle prese con un evidente malessere che tentano in permanenza di soffocare. "Non ho mai potuto abituarmi alle fantasie degli uomini" dice Sophie. Muriel sta male quando ricorda questi momenti dolorosi: "Mi ricordo che quando si avvicinava il momento di avere rapporti con i clienti, mi veniva mal di pancia o mal di testa". Alicia, "massaggiatrice" in un appartamento, lotta quotidianamente: "Mi metto i capelli davanti agli occhi quando sono con i clienti, non li guardo, mi chiudo in me stessa. Mi sento male, mi sento sporca, ho la sensazione di essere una "puttana". Non sono soltanto i rapporti sessuali con i clienti ad essere percepiti come  aggressioni. Ci sono anche le parole. Alicia sbotta quando sente quello che alcuni si permettono di dirle al telefono: " E' dura sentire tutto ciò che certi tizi chiedono: pissing, sadismo. Sono stupefatta". Alicia farebbe di tutto per eseguire veri massaggi, per liberarsi da questo peso. "Odio gli uomini". "Sporca" è un termine che ricorre frequentemente nei racconti. "Non toccavo mai i miei figli prima di essermi lavata", dice Anaïs, prostituta di pomeriggio negli hotel economici.
Il contrasto tra i discorsi dei clienti e quelli che noi sentiamo ogni giorno dalle persone prostituite è enorme: l'alcool, sostanza riservata alle feste dai primi, rende le seconde "dipendenti" soprattutto nei bar dove sembra diffuso l'uso di farmaci ad hoc.  I clienti apprezzano l'ambiente e l'atmosfera  soffusa dei bar, le persone prostituite li gradiscono per motivi meno erotici. Così Paule, prostituta che esercita a casa, crea  nella sua abitazione l'atmosfera soffusa dei bar, ma "solo per non vedere i clienti, per non incrociare il loro sguardo". Analogamente, là dove i clienti amano vedere delle "professioniste" sessualmente libere e senza tabù, si trovano persone  che hanno in primo luogo la preoccupazione di proteggersi il più possibile, di limitare o di evitare per quanto possibile i contatti fisici che sono costrette ad avere con loro. "Certi pensano che siamo animali da sesso. In realtà gli uomini non li toccavo nemmeno" - dice Paule. "L'odore, la pelle, rimuovevo tutto per vedere soltanto i soldi. Ponevo delle barriere tra me e loro per non vedere, per non sentire i loro denti, la loro traspirazione, il loro alito. Posavo soltanto la punta delle dita sulle loro spalle". Monika esprime la stessa idea con parole toccanti: "Per loro, la donna che si prostituisce è una bomba del sesso, una con molta esperienza; è il loro immaginario. Credono di poter fare quel che vedono nei film porno. Non si rendono conto che siamo esseri umani; che siamo donne come le altre, come quelle che hanno a casa".
I clienti parlano di fantasie, le prostitute di paura, dell'obbligo di stare costantemente all'erta. Il piacere? "Li disprezzavo  in modo incredibile. Il piacere non era fisico. Il piacere consisteva nello scucire loro  la massima quantità di denaro possibile". Brigitte, prostituta di strada, confida: "La paura c'è sempre. Quando salite in macchina, quando vi trovate prigioniere delle fantasie dei clienti. Vi sono anche dei  pazzi; per due volte sono dovuta scendere velocemente da un'auto in marcia". Alcune indagini mostrano come la maggioranza degli atti violenti subiti dalle persone prostituite siano perpetrati dai clienti. Questo fatto è confermato dalle persone che abbiamo intervistato. Nadine, cacciata da casa dalla madre a 18 anni e ora prostituta che si serve di Internet, ha incorporato la paura nella sua vita quotidiana. Per mantenere la distanza dai clienti, ha finito per optare per la "dominazione soft": frustini, umiliazioni, insulti. Racconta come il numero di chiamate dei clienti sia subito raddoppiato: " Vi sono uomini strani". Spiega come  sia fuggita a gambe levate, quando le ha aperto la porta un uomo vestito di nero armato di una mazza da baseball. Dice di aver voglia di "rassicurare" i clienti, di aver voglia di "aiutarli" perché hanno "problemi psicologici che si trascinano dall'infanzia, problemi di mancanza di affetto". Poi parla di soffocamento, di accessi d'odio, di voglia di essere violenta. Presa dal desiderio fortissimo di chiudere con questa storia, si dichiara "smarrita", in cerca d'amore, in cerca di un padre che le è sempre mancato, stanca di "mettersi in situazioni pericolose per far piacere agli altri".
La prostituzione  prevede l'attivazione di molte strategie volte a creare una distanza con i clienti. L'ideale e il vertice della gerarchia prostituzionale è  rappresentato dal fatto di non essere toccate, come accade nelle pratiche sadomasochiste. "Per sopportare si chiudono gli occhi. Mettevo il  mio braccio profumato davanti al viso. Questo permette di proteggere una parte di sé, una parte che i clienti non avranno", ricorda Mylène. Anestetizzarsi, sdoppiarsi, dissociarsi sembrano essere operazioni strettamente connesse alla pratica prostitutiva. "Si esce da se stesse, si contano le pecore. Se non ci si protegge in questo modo, si può diventare folli". "Stranamente non ero io a prostituirmi - dice Leïla- Ho cominciato ad avere veramente l'impressione di essere due persone". Naïma, prostituta per due anni in un bar, vittima di stupri e violenze da parte del padrone, descrive uno strano processo: "Quando arrivavo al bar, spegnevo la mente; un po' come se quella che era nel bar non fossi io, ma un'altra persona; così facevo molte cose che non avrei mai ammesso di fare fuori dal bar".  Naïma, che confessa di avere "problemi ad entrare in contatto con se stessa" quando non si sente sicura, racconta in dettaglio questa operazione di sdoppiamento rafforzata dall'assunzione di un altro nome e dal fatto di indossare abiti diversi rispetto a quelli che indossa quando non si prostituisce. "Si tratta di una forma di protezione nei confronti dei clienti, di una garanzia di anonimato". Vivere sdoppiata  conduce a una forma di schizofrenia difficile a volte da superare. "Ho finito per credere più all'esistenza di Tara, il mio nome da prostituta,  che a quella di Leïla. Conosco bene Tara. Come Leïla, invece, non so chi io sia e ho paura..."

Simulazione, dissimulazione
I clienti pensano che alle prostitute piaccia esserlo, mentre queste ultime riferiscono della loro totale incomprensione del comportamento dei clienti. "Ma come possono pagare per questo?" esclama Alicia. "All'inizio si cerca di capire; poi si lascia perdere" confessa Naïma "E' dura confrontarsi con la realtà dell'uomo. Per me i clienti sono violenti. Ci sono quelli che commettono violenze fisiche - io pago, tu taci e obbedisci - ma anche gli altri sono violenti psicologicamente, con i loro mezzi di pressione". Naïma parla di una clientela di managers, dirigenti di impresa, medici, operai, il cui comportamento lei interpreta come "il piacere di pagare" "il possesso della donna" "l'esercizio del potere sul più debole". Quando ripensa senza alcun piacere a questi due anni, ha la sensazione che "i clienti preferiscano le ragazze più disperate" perché "questo li eccita di più". "Essi amano la sfida".
Certo, le prostitute affermano anche di incontrare clienti che soffrono di solitudine e che sono alla ricerca di una relazione. Ma lo dicono con indifferenza. Cliente frustrato, cliente timido? "Non credo - dice Christine . - Per il cliente, il piacere è quello del possesso, della sottomissione, della vendetta. C'è anche il piacere di sfogare la collera, l'impotenza, sottomettendo una donna". L'eventuale desiderio di relazione dei clienti è, per il fatto stesso di erogare denaro, destinato alla sconfitta. Le persone prostituite, soprattutto le donne, esprimono soprattutto diffidenza o rifiuto, rifiuto del dialogo, ferma volontà di mantenere le distanze dagli uomini che le pagano. Soprattutto volontà di non dire nulla di sé, di non lasciarsi sfuggire nulla. Simulare e dissimularsi. Simulare al punto da far credere a certi clienti di provare piacere. Una convinzione che molte di loro valutano con una sola parola: "Grave!" Dissimularsi. Paule esprime chiaramente il suo bisogno di fuggire davanti alla richiesta di certi clienti di intrecciare una relazione: "Ero colta dal panico quando qualcuno prendeva tempo e sembrava voler mescolare il sesso con i sentimenti. Sono rimasti tutti clienti. Niente di più. Non avrei mai potuto avere una relazione sentimentale con un uomo che mi aveva in precedenza pagato. Avrei pensato che potesse pagarne altre". Per lei la prostituzione è falsità. "Quegli uomini mentivano. E anch'io mentivo. Sorridevo sempre. Mai avrei loro confidato i miei problemi. La prostituzione è un mercato di falsari". "Ai clienti - dice Monika - ho detto le cose che volevano sentire. Menzogne". Brigitte ricorda freddamente gli uomini che hanno bisogno di parlare: "Non li si può aiutare. L'idea secondo la quale le prostitute sarebbero terapeute del sesso è assolutamente falsa. Se li ascoltavo, era solo perché in tal modo avrei trascorso meno tempo a far sesso". Brigitte, assunta in un club di scambisti dove l'ha trascinata il marito, descrive il suo progressivo inabissamento nella prostituzione, ma anche la sua capacità di resistere. "La maggior parte dei clienti mi dava del tu. Io gli davo sempre del Lei. Per mantenere le distanze". Aggiunge, parlando dei clienti: "Molti mi chiedevano perché lo facessi. Generalmente rispondevo che lo facevo liberamente, in modo autodeterminato. Così troncavo il discorso. I clienti non devono saper niente della nostra vita". 

Magnaccia: dalla violenza alla manipolazione
Come si può  affermare che piaccia qualcosa da cui si mantengono saggiamente le distanze? E cosa significa aver scelto? Se Mylène è caduta nella prostituzione, è a causa dell'urgenza di rimborsare i debiti di gioco contratti da suo marito. La pressione dei conviventi, la manipolazione dei prosseneti, categoria che è elegante ritenere che sia in via di estinzione fatta eccezione per i bruti e rozzi individui che sarebbero presenti solo in Albania o in Ucraina, costituiscono una dimensione banale del paesaggio della prostituzione. Se in Francia i vecchi pezzi grossi sono scomparsi, rimane però un gran numero di "magnaccia di prossimità", che le dirette interessate, spesso le donne che hanno un rapporto sentimentale con loro, non sono in grado di identificare e di rifiutare, allo stesso modo delle vittime delle violenze coniugali. Spesso uomini, ma anche donne, diventate maestre nell'arte di giocare con sentimenti quali il bisogno di affetto, di riconoscimento e di valorizzazione. Il  continuo ricambio di donne prostituite sembra assicurato dal fatto che procacciatori molto giovani setacciano i locali notturni o i centri commerciali per trovare  le eventuali prede. Certi prosseneti sono in grado di esercitare una fortissima influenza. "E' nella mia testa, è dentro di me", dice Laldja parlando del marito magnaccia che l'ha indotta ad entrare in un bar dove si esercita la prostituzione a sua insaputa, avvalendosi di due minacce: inviare delle foto compromettenti alla sua famiglia in Tunisia, privarla della possibilità di vedere la figlia di cui lui ha l'affido. "A 20 anni ero manipolata come l'adepta di una setta", dice a sua volta Nicole Castioni. 
I gesti "affettuosi", la generosità (temporanea), la sapiente banalizzazione della prostituzione, l'introduzione in un ambiente presentato come "glamour" sono le efficaci armi impiegate dagli zelanti compagni. Quando non viene usata la violenza fisica: Brigitte, schiacciata da un debito di 700.000 franchi per  essersi fatta garante del marito per l'acquisto di un bar,  stanca, molestata e picchiata, finirà per prostituirsi. Violenze coniugali e prostituzione sono d'altronde strettamente connesse in molti racconti autobiografici. La "massaggiatrice" Anaïs è apparentemente la tipica donna giovane, libera, seducente e colta che fa sognare i clienti. I retroscena? Abbandonata dalla madre, sballottata in 17 successive famiglie, manipolata da un marito disoccupato e violento che le vanta i meriti della sua ex, naturalmente "massaggiatrice ": "Mi ha instillato il timore che mi avrebbero tolto il figlio, per cui mi sono prostituita". Manipolazione, molestie: l'arte raffinata di un prosseneta che sa perfettamente che nulla sarà più insopportabile alla sua compagna dell'idea che il figlio soffra quel che lei stessa ha sofferto; che sfrutta la mancanza di autostima di Anaïs,  il dolore di essere stata abbandonata da piccola. "Mi metteva in una situazione tale da indurmi a pensare di avere assolutamente bisogno di lui. Quando in realtà ero io  a pagare tutto. Ero io che mantenevo la famiglia. Davo un sacco di soldi a questo porco. Lui se li è tenuti tutti. Se potessi, lo ammazzerei. Lo odio. La cosa peggiore non è la violenza fisica: i lividi passano. La cosa peggiore è la violenza psicologica, le molestie".
Che cosa sanno i clienti delle vere ragioni che inducono a prostituirsi questa giovane francese che a volte rientra a casa in lacrime? La sua libertà? Sì, esiste. Anaïs "conta su di sé". "Dopo tutto, - dice - ne ho passate di cotte e di crude, perciò vado avanti". Che cosa pensano i clienti di una giovane donna che in loro presenza mostra un'incredibile loquacità? Che le piaccia prostituirsi? In realtà, questo comportamento le serve a scongiurare la paura: "Mi mostro talmente sicura di me da riuscire a cacciare quelli che non mi piacciono. In effetti, essi sono convinti che io abbia un protettore".

Un'esperienza devastante
Il malessere, il male di vivere che rappresentano la sorte delle moltissime persone che hanno vissuto o vivono ancora la prostituzione sono rimossi, ignorati, a beneficio di un discorso che si vende meglio, più mediatico e, soprattutto, più adatto al liberismo. "Le violenze fisiche non sono nulla rispetto a un dolore interiore che vi dilania, vi impedisce di respirare" - dice Leïla. "Quello che facciamo, ci divora interiormente, allo stesso modo di una malattia. Ci divora interamente: fisicamente, moralmente, psicologicamente. Ci sprofonda nella depressione", dichiarava Alexandre, prostituta di 26 anni in una trasmissione televisiva. Monika, casalinga a 14 anni e che, all'età di 20 anni, ha subito rapporti con 20-30 clienti al giorno in un bar in cui si pratica la prostituzione, descrive un vero incubo: "Come si sopporta questa cosa? Non la si sopporta: la si vive, si fa il vuoto dentro di sé. Non si può piangere. Se si provano emozioni, diventa intollerabile. Quindi non si sente più niente. I clienti sono sovrani: hanno pagato, vogliono palparvi. Non si ha diritto di rifiutare un cliente. E ce ne sono di violenti." Mylène, aprendo la porta del bagno, mostra una sfilza di detergenti: prodotti che, dieci anni dopo il suo passaggio attraverso la prostituzione in Germania, "di lusso" e regolamentata, continua ad usare per lavarsi. "La cosa più pesante è di essere stata comprata: io pago e tu non sei niente. Mi servo di te come di un vaso da notte, per svuotarmi".
Le parole usate sono dure. Rémi, che dopo un'infanzia di tenerezza ha conosciuto soltanto la violenza della famiglia, descrive la crudezza quotidiana dell'ambiente in cui si prostituisce, il modo in cui gli uomini che incontra lo usano per poi buttarlo via. "All'inizio, nessun problema. Si è come pezzi di carne su uno scaffale. Finché è fresca, si vende bene". Paul, transessuale, è rassegnato: "Quando si è transessuali, si viene continuamente presi in giro". Parla con brio della clientela danarosa: "borghesi col sigaro", "persone che si divertono", " il marito che non ha mai avuto avventure con gli uomini e viene da me per provare", omofobi. "I più schifosi non siamo noi" - dice Paul che si guarda in modo spietato. "I più schifosi sono i burattini seduti in macchina". Paul ricorda quando arrivava sul marciapiede con una sbarra di ferro per difendersi. Quando ha smesso di battere il marciapiede, pesava soltanto 56 chili. 
Per alcune come Monika che non andrà mai a raccontarlo in Tv, i mesi di prostituzione sono stati l'esperienza dell'annientamento. "Non nutro più alcuna fiducia in me stessa. Sono stata distrutta. Sono stata stuprata. Ho perso la mia identità. Quanti anni ho? Chi sono io? Come mi chiamo? Assumo antidepressivi. Mi sembra di  non essere in grado di far altro che di provocare gli uomini". Come Naïma, si preoccupa "per tutte quelle ragazzine che non sono accorte e che i fidanzati possono indurre a prostituirsi". Vorrebbe parlare, anche urlare, raccontare la sua storia, evitare ad altre ed altri di vivere, per ignoranza o incoscienza, quel che lei ha vissuto. Muriel subisce il divieto di parlare: "Mantengo il silenzio su ciò che ho vissuto. Se ne parlassi, sarei presa in giro come ex prostituta. Le persone non mi considererebbero più un essere umano, non sarei più in grado di far nulla. Non posso svelare il mio passato, anche se a volte la testa mi esplode". Tutte o quasi tutte provano una sorta di impedimento a parlare. Il rischio dell'onta, dello stigma, il rifiuto della società di capire.
Obbligo del silenzio, difficoltà di uscirne, senza una mano tesa, senza un legame con l'esterno. "Si vive in un mondo a parte, si mette una pietra sopra  ciò che c'è fuori. In effetti, è come vivere in una setta", riassume Christine, alludendo alla difficoltà di uscire dall'ambiente per rimettere piede nella società. La prostituzione costituisce infatti una delle forme più compiute di reclusione: reclusione a causa dello stigma, della perdita di autostima, dell'isolamento crescente, dei debiti contratti, della percezione che la società "normale" sia terrificante e ipocrita, della paura di essere smascherate dai vecchi clienti. Abbandonare la quotidianità della prostituzione, per quanto dura  essa sia, significa affrontare l'angoscia dell'ignoto, il vuoto, il giudizio degli altri; significa lacerare il tessuto della propria biografia, i legami intrecciati nell'ambiente, dimenticare i bei momenti. E' la stessa cosa che accade alle vittime della violenza coniugale. Molte restano nell'ambiente non perché a loro piaccia prostituirsi, ma perché la società le abbandona alla marginalità e all'onta, rifiutandosi di offrire loro delle alternative.
Alcuni ed alcune, fortunatamente, spesso grazie ad un'attività di accompagnamento lunga e paziente, riescono a sfuggire da questa realtà  senza prospettive. Il lavoro di ricostruzione della propria esistenza è talvolta lungo e doloroso: bisogna trovare un impiego, avere un reddito, un alloggio, nel momento stesso in cui lo Stato reclama  imposte arretrate di importo astronomico [ n.d.t in Francia le prostitute  pagano le tasse], che spingono di nuovo a prostituirsi. Sorgono anche difficoltà relazionali, la necessità di riconciliarsi, soprattutto con gli uomini, la cui immagine non è certo positiva dopo aver fatto esperienza della prostituzione. "Non ho alcuna voglia di stare con gli altri. Dopo quello che ho passato, mi sento sporca. Sono incapace di intraprendere una relazione con qualcuno" dice Gisèle, che si è prostituita per quattro anni per comprarsi l'eroina. Mylène ha impiegato degli anni per poter ricominciare a vivere normalmente. "Dopo essere uscita dalla prostituzione, non sopportavo più il sesso. Una mano maschile sulla spalla bruciava come il fuoco. Per tre anni non ho più avuto alcun rapporto sessuale. Non potevo proprio. Ero totalmente apatica, anestetizzata".
Brigitte, partita da casa a 14 anni "per essere libera", prostituta in un appartamento e assoggettata ai prosseneti, parla dei soldi come di una droga simile alla cocaina e della prostituzione come di un'esperienza distruttiva. Oggi è priva di illusioni: "Non batto più il marciapiede. Ho incontrato un uomo; tradisce la moglie....Non c'è dialogo nelle coppie. Non fanno sesso, non ne parlano nemmeno. Non c'è dialogo. La norma è quindi il tradimento". E' diffusa la diffidenza nei confronti degli uomini, reputati "falsi", "subdoli" ,"bugiardi". Mylène l'esprime con rabbia: "Bisognerebbe dir loro: se sapeste cosa pensiamo di voi! A che punto vi detestiamo, vi disprezziamo per il fatto che ci comprate. Vi disprezziamo anche quando vi trattiamo con gentilezza e vi ricopriamo di lusinghe".
Molte e molti di loro esprimono un senso di rivolta: "Lo Stato sembra volere che ci siano delle prostitute! Ne ha bisogno! Ebbene! Io lo sono stata! E mi sono drogata per sopportare tutti quegli uomini!" "La differenza tra noi e le ragazze dell'Est consiste nel fatto che loro hanno dei clienti più pericolosi. Ma la prostituzione è devastante nello stesso modo. Si vivono le stesse esperienze". Mylène vive la sua condizione in modo ancora più duro: "Per di più, io l'ho voluto! Non ho mai avuto una pistola puntata alla tempia! Quando è così, non si ha nemmeno la scusa di essere state vittime. Si è scelta questa vita. Ma che la si sia scelta o meno, il trauma è lo stesso". Conclude Christine: "I prosseneti sono dei criminali che mercificano le persone, ma i clienti sono dei ladri d'anima, degli stupratori d'anima". 



L'Humanité - Traduzione di Maria Rossi


[...] Incontro con Laurence Noëlle che all'età di 17 anni finisce in strada e diventa un'ombra fra le ombre. L'autrice di Renaȋtre de ses hontes racconta anni di drammatiche esperienze e di tentativi di sfuggire al sistema prostituente.

Laurence Noëlle ci accoglie in salotto, in Bretagna. Accavalla le gambe e sprofonda nel divano. Racconta, anticipa spesso le domande, si espone. E' rimasta in silenzio per 28 anni. Poi, nell'aprile 2013, è uscita dall'ombra pubblicando il libro Renaȋtre de ses hontes. A 46 anni affida alle pagine del libro tutti quegli anni di violenze, di abusi sessuali e di prostituzione, l'esperienza "più distruttiva" della mia vita. Penalizzazione dei clienti, abolizione della prostituzione o, ancora, "libera scelta" delle persone che affittano il proprio corpo, Laurence Noëlle entra nel merito dell'attuale dibattito e  offre, a viso scoperto, una testimonianza dell'inferno della prostituzione. Un modo, per lei, di dare l'esempio alle donne che rimangono ancora chiuse nella loro sofferenza. Oggi, questa formatrice professionale ritiene di essere la prova vivente che da questo inferno si possa uscire e si possa  compiere un percorso di autorealizzazione.

Qualche anno fa, Lei ha raccontato la sua esperienza nella prostituzione a viso coperto. Perché oggi si mostra pubblicamente?

Laurence Noëlle: Avere il coraggio di mostrarmi fa parte del mio percorso verso la guarigione. Non è che si esce immediatamente da una situazione difficile perché si capisce quel che ci sta accadendo. Ho avuto bisogno di percorrere una tappa per volta. Prima di scrivere questo libro, non mi sarei mai mostrata in pubblico. Provavo troppa vergogna. Ma dopo la sua pubblicazione, confesso di essere ancora molto turbata. Ho continue sinusiti, nausee. Non posso ingannare nessuno: il mio corpo esprime disagio. E' come se subissi una depurazione ancora più profonda. E' doloroso per me uscire dall'ombra. Ma bisogna pure che qualcuno inizi. Lo faccio perché altre si sentano autorizzate a  farlo. Per dire che è possibile uscirne, che è possibile crearsi una vita diversa, che è possibile uscire dalle violenze che abbiamo subito.

Molte persone idealizzano la figura della call-girl. Lei ha usato parole dure per descrivere la prostituzione, che ha vissuto

Laurence Noëlle: Lavoravo in via Saint-Denis a Parigi. Ero giovane e carina. Carne fresca. Ogni giorno avevo una trentina di rapporti sessuali. Mi ricordo che le donne che si prostituivano da più tempo erano molto gelose perché non avevano quasi più rapporti. Ero un automa che saliva e scendeva in continuazione dalle auto dei clienti. Nel momento stesso in cui sono finita sul marciapiede, sono diventata un'ombra fra le ombre. Ho perso la mia dignità di persona. Una parte di me è morta. Ero diventata un oggetto, un rifiuto, esattamente come lo ero stata all'inizio della mia vita. Ero soltanto vergogna e umiliazione. Sembra più bello definirsi call-girl che prostituta. Ciò non toglie che si tratti di una strategia di evitamento della vergogna. Anche le call-girls si detestano, ma ritengono di valere perché hanno clienti benestanti. Ma il pagamento di denaro da parte di un cliente costituisce di per stesso una violenza. Quando si compra qualche cosa, si ha il diritto di essere esigenti.

Lei scrive nel suo libro che la prostituzione è stata l'esperienza più distruttiva della sua vita. Come ha fatto a sopportarla?

Laurence Noëlle: La sopportavo bevendo e drogandomi. Sono anestetizzanti. C'è la prostituta: l'oggetto. E c'è l'essere umano. Si opera una dissociazione. Provavo ribrezzo per me stessa. Dopo ogni rapporto, mi precipitavo in doccia, tanto mi sentivo sporca. Umiliata. Dovevo allora bere un altro bicchiere o farmi un'altra pista di coca. Tutto il corpo e in particolare la vagina mi faceva terribilmente male. La prostituzione non è quel che accade nel film Pretty Woman. Quando ero sul marciapiede, ho aspettato un Richard Gere. Non è mai venuto a salvarmi.

Che pensa delle persone che affermano di prostituirsi per libera scelta?

Laurence Noëlle: Lo dicevo anch'io quando c'ero dentro. Per farsi accettare dalla società, è meglio parlare della propria libera scelta che evocare il proprio dolore. Tutti dicono che ci prostituiamo per libera scelta. Questo mi fa pensare agli alcolisti. Essi affermano di saper gestire la propria situazione. Chi ne esce confessa di aver sofferto. Quando si è dentro la prostituzione, non si vede nulla, si nega tutto. Quando eravamo piccole, non sognavamo forse di fare le dottoresse o le panettiere? Che ne abbiamo fatto dei nostri talenti e delle nostre qualità? Non penso che fare un pompino sia il sogno di una bambina. La prostituzione consiste nell'affittare il proprio corpo a qualsiasi uomo lo desideri. E non sono tutti Brad Pitt. Chieda ad una donna che si ama, che si stima di prostituirsi. Non lo farà, nemmeno se è povera.

Com'è finita nella prostituzione?

Laurence Noëlle: La prostituzione è una scelta disperata. Sono caduta in una rete di magnaccia. Ero una preda ideale: una ragazzina povera, abbandonata a se stessa, bisognosa di affetto. Poiché da bambina ho subito abusi sessuali, mi sono percepita come un oggetto schifoso e ripugnante. Mi disprezzavo. In tal caso, perché concedersi il diritto alla felicità? La prostituzione era anche un modo per punirmi. Mi sentivo in colpa fin da piccola. E poi, adottando una strategia di sopravvivenza, mi dicevo di lasciare che gli altri mi facessero quello che volevano e di tacere. Non volevo essere lasciata. Avevo 17 anni ed ero sola. Preferivo prostituirmi piuttosto che perdere l'affetto della mia sfruttatrice e del mio sfruttatore. Temevo anche le loro minacce. Ho rimpianto spesso di non essere fuggita prima. Ero così convinta di essere capace soltanto di prostituirmi! Non mi è mai venuto in mente di rivolgermi alla polizia.

La prostituzione è una violenza di gravità pari all'incesto che ha subito?

Laurence Noëlle: E' la stessa cosa. Ha lo stesso significato. Lascia che ti facciano quello che vogliono e taci. Faccio quello che voglio di te. In un rapporto normale, c'è il rispetto reciproco, c'è lo scambio. Non c'è una persona che intima all'altra di aprire le gambe, che esige un pompino. Che ne è del desiderio dell'altra, che ne è dell'amore? Non c'è amore nella prostituzione.

Non è esagerato affermare che spesso le persone prostituite hanno subito violenze nell'infanzia?

Laurence Noëlle: No, non lo è. Tutte le donne dell'ombra che conosco hanno vissuto storie orribili. Avendo subito abusi sessuali nell'infanzia, da adulte, sviluppano comportamenti distruttivi. E' l'umiliazione che ci fa credere di essere soltanto degli oggetti, di essere disprezzabili. Perché una ragazza lavorerà da MacDonald's per pagarsi gli studi e un'altra si prostituirà? La differenza è che la prima si rispetta,  ha un buon grado di autostima, la seconda no. Se amo me stessa, mi rispetto. Non affitto il mio corpo a chiunque.

Alcuni parlano della riapertura delle case chiuse, della regolamentazione. Che ne pensa?

Laurence Noëlle: Il dolore per le persone prostituite rimarrà lo stesso. I clienti saranno sempre gli stessi, con le stesse pretese, le stesse fantasie. Si parla spesso della prostituzione con vocaboli edulcorati. Si discute per stabilire se si tratta di un lavoro, si invoca la libertà. La verità è soffocata. Si dice che alle prostitute piaccia quel che fanno. Ma come può piacere il fatto di avere una trentina di rapporti sessuali per notte con uomini di ogni genere, di qualsiasi età e classe, bassi, alti, grassi, magri, aggressivi, perversi, dipendenti dal sesso, malati mentali, svitati? Molti di loro disprezzano le donne e pensano ancora che esse si dividano in due categorie: le sante e le puttane. Vogliono sfogarsi, vendicarsi, insultare le prostitute durante il rapporto. E far loro male. Dal momento che i clienti pagano, si sentono autorizzati a fare qualsiasi cosa. Penetrano le donne immediatamente, ritenendo che non abbiano bisogno di preliminari. Un giorno dovrò spiegare dettagliatamente che cosa significa passare una notte con i clienti. Parlarne è troppo doloroso per me.




Cosa pensa del dibattito sulla penalizzazione del cliente e sull'abolizione della prostituzione?

Laurence Noëlle: E' una discussione annosa! L'80% delle donne soffrono nella prostituzione e noi dovremmo ascoltare invece un'infima minoranza che non soffre? Si dovrebbe forse impedire la promulgazione della legge, [n.d.t sull'abolizione della prostituzione] perché non la vogliono quelle che si proclamano orgogliose di prostituirsi? Sì, la penalizzazione dei clienti può determinare un'evoluzione della situazione. Ma non sarà l'esistenza di una legge a risolvere immediatamente il problema. Essa segna però dei limiti invalicabili. L'abolizione è la risposta alla domanda: in quale società vogliamo vivere? E' un bene, perché è l'affermazione della possibilità di cambiare il mondo.

Perché così poche persone uscite dalla prostituzione osano parlare in pubblico?

Laurence Noëlle: Temono il giudizio degli altri. Molte sono contente che tutti sappiano che cos'è la prostituzione grazie al mio racconto. Ma non sono pronte a mostrarsi in pubblico, neppure quelle che ne sono uscite bene, come quell'infermiera o quella animatrice socio culturale che conosco. Le capisco. Anch'io ho avuto molta paura di perdere il mio lavoro di formatrice. E paura anche del trattamento che le persone avrebbero potuto riservare ai miei bambini, alla mia famiglia. Ho paura di essere disprezzata. Devo ancora pagare un prezzo 28 anni dopo essere uscita dalla prostituzione? Ci si trascina questo peso come un detenuto che non riesce a liberarsi dalle catene.

Il suo libro ha provocato reazioni ostili?

Laurence Noëlle: Per ora, ho ricevuto piuttosto messaggi di simpatia. Molte persone mi appoggiano e mi dicono che il mio libro può aiutare a cambiare la mentalità. Scrivendo questo libro, cioè ricomponendo le tessere del puzzle della mia vita, ho cercato di capire perché avessi assunto comportamenti distruttivi. E mi trovo con un mare di inviti da ogni parte. Sono una delle prime donne ad uscire dall'ombra, quando per 28 anni non sono stata in grado di sopportare la visione di trasmissioni o di film che trattavano della prostituzione o degli abusi sessuali. Ho scoperto l'esistenza dell'Unione delle Sopravvissute alla tratta degli Stati Uniti, che mi ha contattato per far parte della loro rete. Non ho la passione della militante. Potrei rifiutare questi inviti, ma penso che la vita mi richieda di esserlo. Sono stata ascoltata dall'Assemblea Nazionale la prima volta il 29 maggio 2013 a porte chiuse. Uscendo ho pianto per ore, ma di gioia. E' un bel regalo per me constatare che il mio libro può rendere possibile un progetto di legge contro il sistema prostituente. E' una forma di autorealizzazione. E' offrire un piccolo contributo e se ciascuno di noi lo offre, il mondo cambia.

Come è riuscita ad uscire dalla prostituzione?

Laurence Noëlle: Chiedendo aiuto. Ma bisogna scegliere le persone giuste, quelle che non giudicano, quelle che si prendono il tempo necessario per capire. Saper ascoltare è fondamentale. Mi hanno aiutato persone che hanno valorizzato le mie capacità, che hanno creduto in me. Se si è convinte di poterne uscire, ci si offre delle chances per raggiungere questo traguardo.

I mezzi sono sufficienti?

Laurence Noëlle: E' vero che non esiste nulla al di fuori delle associazioni. Non c'è reinserimento sociale. Tutto deve essere ripensato. Quando si esce dalla prostituzione, si è oppresse dalla vergogna, dall'alcool, dalla droga, dalla frigidità, dall'umiliazione. Si è distrutte. Ed è allora facile ricaderci. La società deve cambiare il modo di concepire la prostituzione. Si devono formare assistenti sociali che capiscano bene come funziona il sistema prostituente. Si possono approntare tutti gli strumenti materiali possibili, ma se non cambia il modo di considerare le prostitute, non cambierà nulla.



(Traduzione di Maria Rossi)

Il quotidiano Die Tageszeitung (n.d.t: conosciuto anche con l'abbreviazione Taz) ha pubblicato una dura polemica contro Alice Schwarzer e a favore della prostituzione, scritta da Juanita Henning dell'associazione di prostitute  Dõna Carmen di Francoforte. Juanita Henning è finita sotto la luce dei riflettori nel giugno del 2009 quando ha chiesto, a nome di "77 puttane",  che venisse concesso ai bordelli il diritto di praticare tariffe flat (n.d.t. esborsando una certa somma, ad esempio, 70 euro, il cliente si garantisce la possibilità di avere qualsiasi tipo di rapporto sessuale con tutte le ragazze che desidera, per tutto il tempo che vuole. Si tratta, dunque, di una modalità di pagamento tutt'altro che favorevole alle prostitute!). Ha acquistato, a questo fine, ampi spazi pubblicitari su diversi quotidiani (il costo di  un annuncio è di 25.000 euro sulla Süddeutsche Zeitung). Ora l'associazione Dõna Carmen sostiene su Taz che parlare di "povertà delle donne che esercitano la prostituzione" sia una forma di "xenofobia" e di "razzismo mascherato". Per Henning, la prostituzione migrante è una sorta di " accordo amichevole tra le parti". Dopo la pubblicazione del testo, Heide Oestreich,  redattore di Taz, ha chiesto a Sabine Constabel se era disposta a replicare. Questa assistente sociale  svolge da 22 anni attività di sostegno alle prostitute di Stoccarda. Circa il 90% delle donne con cui lavora  si prostituisce per costrizione o per povertà e proviene dall'Europa dell'Est, mentre è assai  rara la "prostituta autodeterminata" di cui ama parlare Dõna Carmen. Constabel ha scritto la replica a  Juanita Henning che le era stata richiesta da Taz. Ma a Taz il suo testo non è piaciuto. La redattrice Ines Kappert lo ha respinto e la caporedattrice Ines Pohl, che è stata informata, non si è opposta. Probabilmente ha altro di cui preoccuparsi: deve spiegare perché ha censurato un articolo di un redattore di Taz che denunciava il rapporto con la pedofilia del Partito dei Verdi.

Perciò qui propongo il pezzo di Sabine Constabel che avrebbe dovuto essere pubblicato su Taz.


Dove  avete lasciato la coscienza? 

La prima volta che ho incontrato Juanita Henning dell'associazione Dõna Carmen è stata nel 2009, dopo una tavola rotonda che aveva organizzato a Stoccarda. Aveva criticato il raid al Pussy Club, la chiusura del bordello che praticava tariffe flat e l'arresto dei proprietari.  Riteneva che la decisione fosse il frutto dell'esistenza di una "coalizione conservatrice e fondamentalista che nutriva sentimenti xenofobi". Si riferiva principalmente alla polizia e alla pubblica accusa. La sua reazione di indignazione di fronte all'applicazione di tariffe flat  nel bordello fu questa: " Le donne venivano retribuite 10 euro all'ora. Era tutto perfetto!"

Questa frase mi è rimasta impressa nella mente. Henning pensava che 10 euro all'ora fossero una retribuzione adeguata per le prostitute. Due delle donne del bordello chiuso dalla polizia avevano soltanto 16 anni! Dieci euro per avere rapporti sessuali con un cliente dopo l'altro. I clienti aspettavano in fila dietro una tenda che fungeva da porta, attendendo che l'uomo che avevano di fronte finisse il rapporto e  toccasse finalmente a loro.

Il modo di esprimersi di Hanning è lo stesso di allora. Di nuovo, l'ex assistente sociale vede soltanto la prostituta indipendente autodeterminata, che ha scelto liberamente di prostituirsi e non è soggetta ad alcun vincolo coercitivo. L'età, la provenienza, il grado di istruzione, le violenze subite, nulla di tutto ciò conta, nulla di tutto ciò significa qualcosa.

Ma che dire allora di Ancuta di 24 anni, che ha appena chiamato in lacrime perché ha forti dolori all'addome e non può lavorare? Deve pagare ancora tre giorni di affitto. 240 euro, vale a dire 7 clienti. Lasciarsi penetrare sette volte o avere sette rapporti orali. Sette volte sono troppe per Ancuta. Ma se ora perde la sua stanza d'affitto, dovrà ritornare al bordello e dovrà pagare il doppio .

E che dire  di Angela che vuole imparare a leggere e a scrivere bene? Perché lei non vuole più  fare la "puttana". O di Donka, che è di nuovo incinta e ha bisogno di soldi per il suo terzo aborto?. Ha solo 19 anni e tanta voglia di tornare a casa dal suo bambino di 4 anni. Mi mostra continuamente le sue foto e dice che pensa solo a lui, giorno e notte. Dice che è l'unica ragione per cui sopporta questo "orribile lavoro".

E Rajna? Si prostituisce in strada da tre giorni. Perché è più conveniente. In precedenza ha lavorato come prostituta in una sauna. Pagava 70 euro al giorno per il biglietto d'ingresso, 40 euro per il pernottamento, 25 euro di tasse e 30 euro per la sistemazione del marito che è il suo protettore. Senza  cibo e senza soldi, che il marito spende nei bar e nelle sale giochi. E senza aver ancora inviato un soldo a casa. Poi ci sono stati dei problemi. Il marito l'ha riempita di pugni e ora lei ha un occhio nero. Ancora una volta.

E Noemi? Lei conta qualcosa per Dõna Carmen? Noemi ha mal di gola e ha il terrore di aver contratto di nuovo la sifilide. Molte ce l'hanno. Perché i clienti non usano i preservativi. Soprattutto per i rapporti orali. Noemi esegue ogni due mesi un test per la diagnosi delle malattie sessualmente trasmissibili, si lava continuamente i denti, ma ha comunque il mal di gola.

Noemi dice che le ci è voluto un anno  per abituarsi a questo lavoro. Il primo anno provava un tale disgusto da vomitare dopo ogni rapporto. Ora non piange più tutti i giorni. Solo a volte, quando pensa che quasi tutti a casa si aspettano che lei invii loro denaro. Almeno 500 euro al mese. Ha due fratelli disoccupati e una madre che le chiede aiuto. "Cosa posso fare? Tutti contano su di me!"

"E' possibile avere un rapporto sessuale, ad esempio orale, senza preservativo? " Ognuno ha il diritto di fare quel che vuole", dice Henning in un'intervista al periodico Stern.

E che dire di Monica, Ruska, Veronica e di tutte le altre? Tutte le storie sono simili. Ragazze come queste si trovano dappertutto: nei bordelli, nei clubs, negli appartamenti, per strada, nelle agenzie di escort. Ovunque si volga lo sguardo, si trovano ragazze come loro. E non sono eccezioni pietose. La percentuale di prostitute straniere registrate di recente a Stoccarda è pari al 90%. Provengono soprattutto dall'Europa dell'Est.

Alice Schwarzer sostiene che la prostituzione sia una questione di potere. Certo! E' a causa dell'esistenza di rapporti gerarchici di potere che molti uomini pensano di avere il diritto di comprare le donne. E di fare con loro quello che vogliono. I clienti più giovani  si credono i migliori, perché non provengono da un ghetto dell'Europa dell'Est e non  gliene importa nulla del fatto che le ragazze parlino il tedesco. Che si vuole di più?

Ci sono un bel po' di clienti che acquistano prodotti del commercio equo e solidale. Le uova di cui si nutrono a colazione non provengono da galline allevate in gabbia ed essi evitano di mangiare la carne degli animali d'allevamento. Lo considerano doveroso; sono sensibili a queste questioni. In questo caso ce l'hanno la coscienza.

Cosa disattivi quando il tuo cazzo devasta il corpo della donna? La coscienza. Perché interpreti la fatica della prostituta come " la gioia di svolgere il proprio lavoro"? Dove ficchi la coscienza quando  noti un occhio mal truccato, ma non ti accorgi delle bruciature sulla pelle della donna?  Hai pagato per questo?

E chi è solidale con queste donne? Chi sta al loro fianco?

Certamente non la signora Henning con la sua associazione Dõna Carmen. Queste persone negano le esperienze delle prostitute, negano la loro realtà, si oppongono al sostegno e alla tutela di cui queste donne hanno urgentemente bisogno.

Perché a loro conviene che la polizia non possa ispezionare i bordelli e gli appartamenti in affitto, dal momento che con la riforma del 2002 le  forze dell'ordine sono state private del diritto di accesso e di intervento nei locali dove si esercita la prostituzione. Ora Dõna Carmen, che si autodefinisce un "progetto per puttane", chiede che vengano abrogate le seguenti sezioni del codice penale tedesco: la sezione 180  che sanziona "lo sfruttamento della prostituzione", la sezione 181 sulla concessione degli appalti e anche la sezione 233 che punisce "il favoreggiamento della tratta degli esseri umani"!

Naturalmente non basta ai lobbysti il fatto che la riforma del 2002 faccia dipendere i procedimenti penali contro lo sfruttamento della prostituzione e contro la tratta dalla testimonianza delle vittime. Troppo spesso ciò significa che le giovani donne dovrebbero testimoniare contro i genitori, i mariti, i fratelli, i vicini di casa. Non sorprende che la polizia chieda da tempo la riforma della legge.

Henning si presenta come fondatrice di Dõna Carmen un'  "Associazione per la tutela dei diritti sociali e politici delle prostitute". Non sarebbe molto più onesto definirsi esponente della lobby dei proprietari di bordelli?

Nel 1988 una donna  affermò quanto segue in una pubblicazione di Hydra (un'associazione di prostitute) intitolata "Beruf: Hure" (Professione: puttana): "Tuttavia, trovo che uscire dalla prostituzione, uscire da quel giro sia la cosa più importante per una prostituta". Una frase del genere  in quell'ambiente significherebbe oggi essere inclusi nella lista nera. Proprio come  un' espressione come questa: "  Ho avuto problemi psicologici: la repulsione per ogni tipo di cliente, problemi di identità , la perdita di fiducia in me stessa".

Tra tutti questi lobbysti, l'unica cosa che mi rimane è la fiducia nella tenacia di Alice Schwarzer. La fiducia nel fatto che ella proseguirà la lotta contro la banalizzazione della prostituzione e contro il mercato degli schiavi che si sta diffondendo tra di noi e che rappresenta una tragedia. Una tragedia che colpisce tutti.  



Rebecca Mott
(Traduzione di Maria Rossi)


Recentemente, c'è stato un robusto contrattacco da parte di donne che si autodefiniscono femministe e, al contempo, sostengono lo status quo del mercato del sesso.
Oh, scusate! Esse vogliono apportare qualche piccolo cambiamento alle condizioni di lavoro delle donne prostituite - punto importante, esse non vogliono sentirsi a disagio nei confronti di persone come le prostituite minorenni o le donne prostituite che sono state costrette ad entrare nel mercato del sesso.
In altre parole, queste "femministe" possono dipingere un piacevole quadro della prostituzione, perché si estraniano dalla realtà, per quanto possibile.
In altre parole, queste donne possono autodefinirsi femministe e, nello stesso tempo, abbandonare [al proprio destino] un'intera classe di donne e di ragazze prostituite. Abbandonate al normale sadismo che è proprio del mercato del sesso - essere stuprate su scala industriale, essere nient'altro che un giocattolo porno che clienti e sfruttatori usano e gettano, avere il più alto tasso di omicidi rispetto a qualsiasi altra classe di donne e di ragazze.
Ignori questo - e hai il coraggio di chiamarti femminista - allora non aspettarti che io ti rispetti o che mi prenda addirittura la briga di ascoltare le tue assurdità.
So che ti piace rendere la prostituzione pulita ed ordinata, parlando di sex workers, e poi andare a fare quattro chiacchiere su come funzionerà tutto bene, in modo eccellente, se le sex workers saranno organizzate nel sindacato.
Suona meraviglioso, fino a quando si svela chi beneficia del fatto che le donne prostituite siano chiamate lavoratrici.
Non la media delle donne prostituite e certamente non le prostituite che lavorano in strada, che generalmente provengono da ambienti nei quali sono state abusate, e nella stragrande maggioranza non sono né bianche né borghesi, esercitano la prostituzione per necessità economica e possono essere tossicodipendenti. Non ne beneficiano le prostituite intrappolate nei bordelli, nei sex clubs o nelle saune - con managers che se ne fregano dei loro diritti o della loro sicurezza e a cui interessa soltanto che esse siano merci usa e getta.
Parlare di che cosa sia il lavoro o di che cosa verrà organizzato in sindacato, è solo una presa in giro per quelle donne e per quelle ragazze prostituite il cui unico pensiero è soltanto quello di tenere a mente che in qualche modo sono ancora vive - quando la norma è  la morte e uno stato di pre-morte.
Sindacati e "lavoratrici" nel mercato del sesso vanno sempre a beneficio degli sfruttatori e dei clienti e sono impiegati come cortina fumogena affinché chi non si prostituisce smetta di indagare in profondità le condizioni reali delle donne prostituite.
Ai clienti piace fingere che tutte le prostitute siano più che disponibili; essi spesso inventano un mondo in cui il cliente viene manipolato dalla prostituta.
Tu la definisci una sex woker e poi il cliente coltiva la fantasia porno di essere dominato. Non importa che egli possa stuprare la prostituta, non importa che le causi terribili danni fisici, non importa che il suo linguaggio e i suoi modi siano considerati una forma di odio nell'ambiente esterno alla prostituzione - e di certo non importa che egli "accidentalmente" uccida la prostituta, che può sempre essere eliminata.
La consideri come una sex worker - e questo odio e  questa degradazione possono essere concepiti come uno scambio  economico. Lo definisci uno scambio economico e tutti noi possiamo fingere che la prostituta e il cliente siano uguali - non che lei sia una merce e che lui la stia consumando. Poi noi possiamo attribuire la colpa a lei se qualcosa va storto e rendere invisibile la violenza del cliente.
La consideri, in questa fantasia, una sex worker autodeterminata, potente ed emancipata - e poi non dai credito al fatto che la stragrande maggioranza delle donne e delle ragazze prostituite non ha potere e che il concetto di libertà è così lontano da non poter neppure essere sognato.
No, la prostituta libera e potente è poco più di un'invenzione degli sfruttatori del mercato del sesso - usata all'interno dalla maggior parte dell'industria del porno, usata per far credere che la prostituzione esercitata al chiuso sia più sicura e che, naturalmente, non sia come la prostituzione di strada, usata per reclutare nel mercato del sesso donne e ragazze ancora più vulnerabili.
Naturalmente il mercato del sesso userà la sex worker nella sua propaganda, la userà per alterare i risultati di tutte le "ricerche", al fine di dimostrare che la prostituzione può essere esercitata in modo accettabile e veramente sicuro, che la tratta è rara e al fine di dimostrare anche che le minorenni prostituite hanno liberamente scelto il loro stile di vita.
Come diavolo si può immaginare che il termine "sex worker" sia un termine femminista - e non un termine che mantiene nell'oppressione le donne prostituite e dà ai clienti la libertà di essere violenti quanto vogliono senza pagarne le conseguenze, un vocabolo che viene utilizzato per incrementare i disgustosi profitti del mercato del sesso?
Non c'è nulla di radicale nel parlare di sex workers - si sta sostenendo la più orribile forma di capitalismo che gli uomini abbiano inventato.
Come altro vorresti fossero chiamate donne e ragazze costrette ad essere nulla, soltanto merci sessuali, che vengono vendute a vantaggio dei clienti, perché siano usate come giocattolo porno e per la masturbazione?
Per la stragrande maggioranza delle donne e delle ragazze prostituite la prostituzione non è altro che stupro su domanda [del cliente].
Come può  una qualsiasi donna sostenere la prostituzione e avere il coraggio di definirsi femminista?
Sii una vera femminista e lotta per porre fine alla prostituzione!



Per farla finita con la prostituzione
Fred (gruppo Proudhon, Besançon) - Le Monde Libertaire
(Traduzione di Maria Rossi)


Contrariamente a ciò che alcune persone sostengono, non si possono collocare sullo stesso piano le prostitute e i loro clienti (poiché si tratta, evidentemente, nella stragrande maggioranza dei casi, di prostitute donne e di clienti uomini). Gli uni e le altre non hanno interessi comuni. Gli uni e le altre sono inseriti in una relazione diseguale caratterizzata dalla sottomissione delle prostitute e dalla dominazione dei clienti. Alcune persone tentano di assimilare la prostituzione a un lavoro qualsiasi: vendere i propri organi genitali equivarrebbe a vendere le proprie braccia o il proprio cervello. Questo confronto si basa sul fatto che noi saremmo tutti e tutte le "puttane" dei nostri padroni. Questo radicalismo verbale che mira a riappropriarsi delle parole insultanti e stigmatizzanti non deve farci perdere di vista l'analisi concreta della realtà. La prostituzione è certamente fondata su una relazione imperniata sulla diseguaglianza (come il rapporto tra dipendente e padrone), ma anche sulla sottomissione, sul dominio, sullo sfruttamento, se non addirittura sulla violenza. E' proprio per questo che gli anarchici e le anarchiche non possono sostenere la creazione dello statuto di "lavoratrici/lavoratori sessuali".

E' proprio in base al rifiuto di tutte le forme di violenza e di sfruttamento che noi condanniamo lo stupro (ivi compreso quello coniugale) e l'incesto e che la magistratura prende in considerazione l'abuso di autorità (ad esempio quello di un professore sull'alunna). Non c'è uguaglianza, né libertà, quanto piuttosto soggezione, violenza, condizionamento affettivo o altro.

Le anarchiche e gli anarchici devono condannare la prostituzione. Ciò non significa condannare le prostitute. Noi dobbiamo essere al loro fianco per fornire aiuto e sostegno in caso di bisogno e per lottare contro la loro criminalizzazione (contro la legge Sarkozy tra l'altro. N.d.t. La legge è stata recentemente abrogata). Questo non comporta il riconoscimento e la legalizzazione della prostituzione e della condizione di prostituta.

Al contrario, noi dobbiamo essere favorevoli alla criminalizzazione dei clienti (applicazione di ammende). E che non mi si venga a dire che, in quanto anarchici e anarchiche, non possiamo sostenere questa posizione perché siamo contrari alle sanzioni, alla polizia, alla magistratura ecc. Noi sappiamo denunciare padroni, sbirri, fascisti in caso di aggressione e di attacco ai nostri diritti e alle nostre libertà. E anarchia non significa assenza di leggi, di regole comuni, di interdetti (interdetti = detti tra di noi, accettati). I nostri fondamentali divieti sono lo sfruttamento degli altri, il dominio, la violenza sulle persone. Noi siamo favorevoli alla libertà effettiva, all'uguaglianza economica e sociale, all'aiuto reciproco, alla solidarietà, alla mutua assistenza, alla reciprocità. Su questi principi, costruiamo un complesso di regole comuni di convivenza, di organizzazione, di assunzione delle decisioni ecc.

La posizione massimalista delle anarchiche e degli anarchici deve essere abolizionista: favorevole all'abolizione della prostituzione. Non si può accettare qualsiasi cosa, col pretesto dell'anarchia. E non è che bisogna difendere qualcosa solo perché è contrastato dalla società (e, d'altra parte, prendendo in considerazione la prostituzione, si tratta piuttosto dell'organizzazione di un sistema di sfruttamento e di violenza gestito in modo più  o meno palese con l'approvazione di diversi poteri).

Quelli che pongono sullo stesso piano il lavoro salariato e la prostituzione danno prova di disonestà intellettuale, secondo me. I sindacati studenteschi denunciavano tempo addietro la costrizione di certe studentesse a prostituirsi occasionalmente per riuscire ad arrivare a fine mese. E' una vera scelta? E' la stessa cosa che servire da McDonald's o in mensa? Se avessero la possibilità di studiare senza problemi economici, si prostituirebbero?

L'amore libero che difendono le anarchiche e gli anarchici si contrappone alla soggezione economica (per esempio, delle casalinghe che non godono di autonomia economica e sono dipendenti dal marito) e ai modelli prestabiliti. Si può vivere da soli, in coppia, in gruppo, avere una sola o molteplici relazioni contemporaneamente, si può avere un rapporto  che dura un'ora, un giorno, una settimana, un anno, una vita. Ci si può unire o separare liberamente. Tutto questo è possibile, purché siano rispettati i nostri principi di uguaglianza, libertà e reciprocità.

Su queste ed altre questioni, esiste una scissione tra "gruppi radicali" (una radicalità dei discorsi più che delle pratiche) e le altre correnti egalitarie. Forse non è radicale gestire un centro d'accoglienza per donne maltrattate e garantire loro un percorso di formazione professionale, ma è vitale per molte donne. Quando denunceremo le violenze commesse sulle donne che portano alla morte di centinaia di loro ogni anno?

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