di Maria Rossi


Pietro Saitta ha controreplicato al mio articolo, senza citarmi, neppure questa volta. Si sa mai che a qualcuno venga in mente di leggere quel che scrivo e di conoscere un punto di vista differente dal suo! Caro dottore, sarebbe opportuno citare chi si critica per rispetto nei suoi confronti e, soprattutto, delle lettrici e dei lettori, che hanno il diritto di sapere a che cosa ci si sta riferendo e di seguire, se lo desiderano, il dibattito che si sta svolgendo per formarsi un'opinione autonoma e informata attraverso il confronto tra differenti punti di vista.

Ciò detto, ritengo che la mia posizione non si possa liquidare sbrigativamente con la frase: la tratta esiste e non è connessa alle politiche migratorie, il cui significato meriterebbe di essere illustrato con maggior chiarezza e compiutezza. Reputo pertanto opportuno riportare i brani in cui l'ho esposta:

«Poiché la tratta non comporta necessariamente né il trasferimento al di fuori dei confini nazionali, né lo spostamento da e verso Paesi che non aderiscono agli accordi di Schengen che prevedono la libera circolazione dei cittadini degli Stati membri, ne consegue che essa può colpire anche le autoctone e le residenti nelle nazioni dell'Europa orientale che possono trasferirsi in Europa occidentale senza doversi procurare un permesso di soggiorno. Ciò significa che la tratta non costituisce un semplice epifenomeno delle politiche migratorie repressive che producono clandestinità, ma rappresenta invece una realtà che sussiste anche autonomamente, indipendentemente, cioè, dalle legislazioni di regolamentazione dei flussi migratori.
Sia chiaro. Sono assolutamente favorevole, per ragioni di giustizia sociale, all'applicazione del principio della libera circolazione di chiunque in qualsiasi regione del mondo, ma ritengo ingenuo e infondato ritenere che sia sufficiente abrogare le orrende legislazioni migratorie attuali per conseguire come effetto l'automatica abolizione della tratta che esiste anche laddove e nei casi in cui non vi sia immigrazione clandestina
Lungi da me, ovviamente, l'idea di negare l'influenza di queste ultime sul reclutamento in forma coercitiva delle cittadine africane, in quanto il costo del trasferimento negli Stati dell'Europa occidentale risulta proporzionale alle difficoltà di attraversamento delle frontiere»

Questa è la posizione che ho illustrato e che ho corredato di dati ed informazioni.

Nella sua replica, Saitta asserisce che affermare l'esistenza della tratta significa abbracciare la prospettiva dello Stato, differente da quella del migrante, per il quale quello che per alcuni è sfruttamento e alienazione [...] è – oltre che tutte queste cose – anche un’opportunità e un investimento. Nessuno disconosce l'aspirazione del migrante a veder realizzato il sogno di una vita migliore, ma senza essere assoggettato alle forme di coercizione e di violenza nelle quali si sostanzia la tratta. Quella che occorre adottare è la prospettiva del rispetto dei diritti umani che non possono essere violati. In nessun caso. O lei ritiene forse che l’impiego o la minaccia di impiego della forza o di altre forme di coercizione, di rapimento, frode, inganno, abuso di potere o di una posizione di vulnerabilità o tramite il dare o ricevere somme di denaro o vantaggi per ottenere il consenso di una persona che ha l’autorità su un’altra a scopo di sfruttamento possano essere definite da chiunque come un'opportunità o un investimento? Una risposta di straordinario acume e di grande chiarezza a questo quesito, l'ha offerta Isoke Aikpitanyi, che è stata vittima di tratta.

«Ma il problema non è questo, è che nessuna sceglie liberamente e davvero consapevolmente, ed è che tutte arrivano con un debito da pagare e che questa è la catena della quale nessuna sa liberarsi, né praticamente, né psicologicamente: e questa è una condizione di schiavitù. Chiedersi se sanno o non sanno è sbagliato, è come insinuare che se scelgono liberamente non ci si deve porre il problema della loro schiavitù».

E' questo problema che dobbiamo porci. Tutti.

Del resto l’impiego o la minaccia di impiego della forza o di altre forme di coercizione, del rapimento, della frode, dell'inganno, dell' abuso di potere o della posizione di vulnerabilità del soggetto escludono per definizione la libera esplicazione della volontà della vittima. Intendo dire: se ti costringono a fare una cosa, non puoi affermare di essere libero di farla. Mi pare logico. E' impossibile definire tutto ciò un'opportunità. Essere ingannate, abusate, stuprate è forse un investimento o un'opportunità? I migranti e le migranti degli Stati cui non si applicano gli accordi di Schengen ricorrono semmai per necessità a una rete di organizzazione clandestina dei viaggi, ma non scelgono di essere vittime di tratta!

Lei riporta come esempio di opportunità e di investimento (oltre che di sfruttamento) il debito contratto da una nigeriana per poter emigrare in uno Stato occidentale e la paragona ad un imprenditore soggetto al debito bancario. Supponiamo pure che per ottenere la restituzione del denaro prestato non venga esercitata sulla donna in questione alcuna forma di ricatto e di violenza fisica o psicologica, il che mi pare alquanto improbabile. Anche in questo caso, tuttavia, il suo paragone, Saitta, non regge. Le nigeriane sono costrette a saldare debiti che oscillano tra i 50.000 e gli 80.000 euro per fruire del diritto di trasferirsi in un Paese occidentale: questo non è un prestito, ma un'estorsione, una forma di usura che non può certo essere definita un'opportunità. L'elevato importo del debito rende pressoché obbligatorio per la donna il ricorso alla prostituzione e la fa precipitare in una condizione di autentica schiavitù, come afferma appunto Isoke Aikpitanyi. Non si può poi, a mio parere, paragonare lo status di persone che vivono con pochi dollari al giorno a quello degli imprenditori che ricorrono ad un prestito bancario, neppure in senso paradossale, perché ciò finisce, lo si voglia o meno, con il comportare la rimozione delle profondissime disparità economiche e sociali che sussistono tra queste due categorie di soggetti. Gli imprenditori semmai sono i trafficanti, non certo le loro vittime!

Saitta prosegue il suo discorso con questa osservazione: La critica rivoltami sostiene inoltre che vittime della tratta non sono solo i migranti, ma tutti coloro che sono forzati a lavorare e vengono sfruttati, anche dentro i confini nazionali di appartenenza. Lo confermo. La tratta a fini di sfruttamento sessuale, ad esempio, può essere messa in atto anche da soggetti che operano all'interno dei confini nazionali. Si pensi agli olandesi che, secondo le statistiche dell'agenzia specializzata CoMensha, sono i principali responsabili dei reati di tratta commessi nel Paese, così come le vittime sono principalmente autoctone.

Qualche riga dopo Saitta scrive: temo che quest’ultimo termine [il vocabolo tratta] abbia finito col determinare politiche di polizia e discorsi a carico pressoché esclusivo dei migranti. Scusi, come va interpretata questa espressione: nel senso che dovrebbero essere perseguiti anche i trafficanti autoctoni? Se è così concordo con lei, così come condivido l'asserzione che gli apparati di polizia e la magistratura provvedano a sanzionare molto più pesantemente e frequentemente i reati anche di lievissima intensità commessi dagli stranieri, anziché quelli, magari molto più gravi, perpetrati dagli italiani o dagli occidentali in genere (dal momento che in tutto l'occidente vengono adottate le stesse politiche). Ovviamente disapprovo questa modalità di amministrazione razzista e classista della giustizia.

Temo però che la mia interpretazione della sua frase non sia corretta, perché subito dopo lei aggiunge che Finendo, anzi, col diventare [il termine tratta] strumento ausiliario di quelle politiche di “tolleranza zero” che hanno caratterizzato la gestione del disordine nelle città italiane ed europee negli ultimi vent’anni o giù di lì (per lo più a carico dei migranti irregolari, vale la pena ripeterlo). Che cosa si deve inferire, scusi, da questo periodo? Che la tratta, secondo la definizione che ne dà il Protocollo di Palermo, non debba essere perseguita, perché finisce con l'alimentare le politiche di tolleranza zero? Spero proprio di aver frainteso il corretto significato del suo pensiero.

Ad alimentare le mie forti perplessità è poi questo ulteriore periodo: Con questo vorrei chiarire che nessuno – né Agustìn, né io – si sogna di giustificare lo sfruttamento. Quel che sostengo è soltanto che, nei termini di questa critica, la definizione di sfruttamento appare come un enunciato profondamente etnocentrico, che non tiene in nessuna considerazione la prospettiva dell’attore. Stiamo parlando di tratta, signor Saitta, un reato che viola diritti umani fondamentali, la cui applicazione deve essere universalmente garantita. Alle persone africane, est-europee, asiatiche e latinoamericane deve essere assicurato il godimento degli stessi diritti di cui fruiscono le occidentali. Non si può sostenere, ad esempio, che un prestito a tasso di usura si configuri come un reato se concesso ad una donna italiana e come un normale credito se erogato ad una donna africana. Né si può attribuire un significato diverso ai concetti di violenza, di frode, di inganno, a seconda che essi siano commessi o subiti da cittadini italiani o stranieri. Le norme giuridiche inoltre non possono avere un'applicazione differenziata a seconda delle nazionalità degli attori.

Saitta cita poi, per criticarla, la lettera b dell'art. 3 del Protocollo di Palermo: Il consenso di una vittima della tratta di persone allo sfruttamento di cui alla lettera (a) del presente articolo è irrilevante nei casi in cui qualsivoglia dei mezzi di cui alla lettera (a) è stato utilizzato. La lettera (a) dell'articolo, che ho già ripetutamente citata, è quella che definisce la tratta come l'impiego o la minaccia di impiego della forza o di altre forme di coercizione, di rapimento, frode, inganno, abuso di potere o di una posizione di vulnerabilità o tramite il dare o ricevere somme di denaro o vantaggi per ottenere il consenso di una persona che ha l’autorità su un’altra a scopo di sfruttamento. E' chiaro come il consenso prestato in queste circostanze risulti viziato ed invalido. Per me la lettera (b) dell'art. 3 può contribuire a tutelare la vittima della tratta dai ricatti ed impedire che l'autore del reato possa invocare il presunto consenso di quest'ultima per sfuggire all'applicazione della sanzione. Occorre tener conto della condizione di soggezione in cui versa la vittima del reato e dei rapporti di potere fortemente squilibrati che sussistono tra questa e il trafficante. In linea generale, è importante poi osservare come il consenso non muti la natura oggettiva di un reato.

Il dottor Saitta illustra poi la sua posizione sul termine tratta, che a suo parere, andrebbe abolito per ripensare il fenomeno. In che senso? Perché la definizione del Protocollo di Palermo, così completa e chiara, dovrebbe essere superata? Quali altre fattispecie criminali dovrebbe contemplare o, al contrario, non prevedere il fenomeno?

Perché mai punire poi i trafficanti dovrebbe configurarsi come un provvedimento che concorre a produrre le stragi nel Mediterraneo, il sovraffollamento carcerario e i rimpatri forzati? Ho già osservato nel precedente articolo come la tratta sia una nozione nettamente distinta da quella di traffico illecito dei migranti, ossia di organizzazione clandestina dei viaggi verso Occidente. Perseguirla, quindi, non concorre a produrre le stragi nel Mediterraneo. Lo stesso discorso vale per i rimpatri forzati. Quanto al sovraffollamento carcerario, caro Saitta, lei, che è sociologo, sa benissimo che le principali cause della detenzione degli stranieri nelle prigioni italiane sono la violazione del testo unico sugli stupefacenti e la commissione di reati contro il patrimonio (piccoli furti, in sostanza) e non la tratta. Che cosa propone lei? Di non sanzionare i trafficanti per non aggravare il fenomeno del sovraffollamento? Non sarebbe più opportuno procedere alla depenalizzazione di altri reati meno gravi?

Lei sostiene, poi, che i discorsi degli abolizionisti non affrontino mai il problema della ridistribuzione del reddito a livello globale e gli effetti delle politiche neoliberiste nei rapporti tra il centro e la periferia. Accusa totalmente infondata. Le analisi del marxista Richard Poulin ad esempio si incentrano con lodevole insistenza sui caratteri e sulle conseguenze devastanti della globalizzazione neoliberista sulle economie dei Paesi periferici. Le stesse attenzioni hanno riservato al rapporto tra prostituzione e capitalismo Jacqueline Pénit-Soria e Claudine Blasco, della commissione Genere di Attac France nel libro Mondialisation de la prostitution.

Se invece si riferisce a me, le ricordo che ho più volte accennato nei miei articoli al tema della femminilizzazione della prostituzione e alle conseguenze del capitalismo sulla diffusione e sull’industrializzazione della prostituzione. Nel precedente articolo, inoltre, ho scritto:

«Vorrei poi osservare come il fatto che spesso per le donne migranti o per quelle povere la prostituzione costituisca l'unica fonte di guadagno relativamente decente rappresenta la conseguenza del carattere sessista, razzista e capitalista della divisione tradizionale e di quella internazionale del lavoro, della diseguaglianza salariale e dell'appropriazione prevalente delle risorse da parte degli uomini, ossia della femminilizzazione della povertà».

Né accetto l’accusa di riecheggiare il pensiero della Lega Nord solo perché sostengo la necessità di lottare strenuamente contro la tratta. La Lega per altro auspica la riapertura delle case chiuse e l’abrogazione della legge Merlin. Non so cosa ne pensi lei, ma io le assicuro di non condividere affatto questa proposta.

Alle altre accuse che rivolge alle femministe abolizioniste ho già risposto nel precedente articolo.



di Maria Rossi


Il mio articolo su LauraAgustín ha sollecitato l'intervento critico di Pietro Saitta, ricercatore di sociologia generale all'Università di Messina. E' mia intenzione replicare.

Nel suo contributo Saitta espone con chiarezza il pensiero dell'antropologa, di cui mostra di condividere gli assunti. In primo luogo contesta l'attribuzione a Laura María Agustín della definizione di negazionista della tratta, per contraddirsi qualche riga dopo osservando che la ricercatrice opera la destrutturazione di questo concetto e di questo problema e che la sua analisi prevede il compimento di un’operazione linguistica, che consiste fondamentalmente nell’abolizione del termine tratta. Come volevasi appunto dimostrare. Saitta conferma in tal modo la validità della mia tesi.

Laura Agustín, osserva il ricercatore dell'Università di Messina, constata come la legittima aspirazione alla mobilità dei migranti, determinata da motivi di natura economica, sociale, culturale e consumistica, sia costantemente osteggiata dalle legislazioni migratorie repressive e da apparati polizieschi di controllo delle frontiere che rendono indispensabile il ricorso a reti informali di facilitazione dell’immigrazione clandestina. In questa prospettiva, la tratta si configura come un effetto collaterale dell'adozione di politiche di regolamentazione dei flussi migratori di carattere proibizionista.

Quest'analisi è imperniata su un concetto di tratta riduttivo e sostanzialmente sovrapponibile a quello di traffico illecito di migranti: due nozioni che risultano, invece, sia giuridicamente che semanticamente, rigorosamente distinte. Constatare e preservare questa differenza costituisce, invece, un'operazione di cruciale importanza, se si vuole pervenire ad una corretta comprensione del fenomeno della tratta. Il Protocollo addizionale della Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale per prevenire, reprimere e punire la tratta di persone, in particolare donne e bambini, meglio noto come Protocollo di Palermo [1] all'art. 3, comma 1 offre una definizione del fenomeno incentrata sullo sfruttamento e sull'uso della violenza e della coercizione: “Tratta di persone” indica il reclutamento, trasporto, trasferimento, l’ospitare o accogliere persone, tramite l’impiego o la minaccia di impiego della forza o di altre forme di coercizione, di rapimento, frode, inganno, abuso di potere o di una posizione di vulnerabilità o tramite il dare o ricevere somme di denaro o vantaggi per ottenere il consenso di una persona che ha l’autorità su un’altra a scopo di sfruttamento. La Relazione esplicativa della Convenzione del Consiglio d'Europa sulla lotta contro la tratta di esseri umani, [2] a sua volta, precisa come quest'ultima si distingua nettamente dal traffico illecito di migranti (l'organizzazione di viaggi clandestini), perché persegue come fine lo sfruttamento delle persone e non comporta necessariamente il trasferimento fuori dai confini nazionali di chi ne è vittima. Al punto 8 dell'Introduzione della Relazione si legge, infatti: Il Protocollo di Palermo contiene la prima definizione comune (ripresa dalla Convenzione del Consiglio d’Europa) giuridicamente vincolante a livello internazionale dell’espressione “tratta di persone”. [...] E’ importante sottolineare a questo punto che la tratta di esseri umani deve essere distinta dal “traffico illecito di migranti”. [...] Mentre lo scopo del traffico illecito dei migranti è il trasporto illegale oltre i confini per ottenerne, direttamente o indirettamente, un vantaggio finanziario o un altro vantaggio materiale, il fine della tratta di esseri umani è lo sfruttamento. Inoltre, la tratta di esseri umani non comporta necessariamente un elemento transnazionale e può esistere a livello puramente nazionale.

Si tratta di precisazioni importanti per due motivi: in primo luogo perché la tratta non si può liquidare come un semplice affidamento del o della migrante a reti informali di facilitazione dell’immigrazione clandestina, in quanto essa comporta necessariamente lo sfruttamento e, inoltre, si sostanzia nel ricorso a forme di coercizione, di violenza, di inganno, di corruzione, di abuso di potere e della posizione di vulnerabilità della vittima. Quest'ultima, a sua volta, non può essere dipinta come un soggetto cosmopolita che vive inebrianti avventure in un ambiente chic, culturalmente stimolante, come afferma Agustín. Quest'operazione si configura come una risemantizzazione post-moderna dei vocaboli e dei concetti francamente discutibile e inevitabilmente destinata, che lo si voglia o meno, a consacrare la legittimità e l'accettabilità di ingiustizie che andrebbero invece combattute con estremo vigore. 

Il secondo motivo che rende indispensabile riconoscere e mantenere la differenza tra tratta e traffico illecito dei migranti è di carattere epistemologico e politico. Poiché la tratta non comporta necessariamente né il trasferimento al di fuori dei confini nazionali, né lo spostamento da e verso Paesi che non aderiscono agli accordi di Schengen che prevedono la libera circolazione dei cittadini degli Stati membri, ne consegue che essa può colpire anche le autoctone e le residenti nelle nazioni dell'Europa orientale che possono trasferirsi in Europa occidentale senza doversi procurare un permesso di soggiorno. Ciò significa che la tratta non costituisce un semplice epifenomeno delle politiche migratorie repressive che producono clandestinità, ma rappresenta invece una realtà che sussiste anche autonomamente, indipendentemente, cioè, dalle legislazioni di regolamentazione dei flussi migratori.

Sia chiaro. Sono assolutamente favorevole, per ragioni di giustizia sociale, all'applicazione del principio della libera circolazione di chiunque in qualsiasi regione del mondo, ma ritengo ingenuo e infondato ritenere che sia sufficiente abrogare le orrende legislazioni migratorie attuali per conseguire come effetto l'automatica abolizione della tratta che esiste anche laddove e nei casi in cui non vi sia immigrazione clandestina.

Quale utilità e validità empirica è possibile attribuire ai concetti che ho esposto? Per rispondere alla domanda è necessario analizzare la composizione etnica delle vittime della tratta almeno in qualche Stato europeo, per sapere quante di esse sono originarie dei Paesi che hanno aderito agli accordi di Schengen e occorre anche aggiungere qualche informazione sulla provenienza dei trafficanti.

In Francia, il 64% delle reti internazionali di tratta smantellate nel 2010 proveniva dall'Europa dell'Est e dai Balcani, come risulta dalle statistiche fornite dall'Ufficio Centrale per la Repressione della Tratta degli Esseri Umani (OCRTEH) [3]. Ciò corrisponde, del resto, alla composizione etnica prevalente delle prostitute in questo Paese in tutte le città, tranne Parigi, come viene più volte ribadito nel Rapporto d'informazione redatto dall'Assemblea Nazionale nel 2011, e come risulta dai dati dell'OCRTEH sulle prostitute accusate di aver commesso il reato di adescamento, introdotto dal governo Sarkozy nel 2003 [4].

In Spagna, secondo i dati forniti dalla polizia e da diverse ONG, il 70% delle vittime di tratta è originaria della Romania [5].

Nei Paesi Bassi il gruppo assoggettato al maggior sfruttamento da parte dei prosseneti e dei trafficanti proviene dall'Europa dell'Est, soprattutto dalla Bulgaria, ad Amsterdam. [6] A livello nazionale prevalgono invece, secondo i dati registrati dall'agenzia specializzata CoMensha, le vittime olandesi, seguite dalle donne nigeriane, bulgare, romene e cinesi [7]. I prosseneti ad Amsterdam sono prevalentemente di origine turca, nazionalità seguita da quella albanese, romena, bulgara e ungherese [8]. Nell'intero Paese invece essi sono prevalentemente olandesi, cui seguono marocchini, romeni, turchi e bulgari [9].

Potrei fornire altre informazioni, ma ritengo che quelle riportate siano sufficienti a dimostrare la presenza rilevante nei Paesi dell'Europa occidentale delle vittime di tratta autoctone e di origine est-europea e l'importanza assunta dalle reti di sfruttamento della prostituzione della medesima provenienza e reputo di aver quindi documentato l'esistenza e il radicamento della tratta, come realtà che esiste indipendentemente dalle politiche migratorie adottate.

Lungi da me, ovviamente, l'idea di negare l'influenza di queste ultime sul reclutamento in forma coercitiva delle cittadine africane, in quanto il costo del trasferimento negli Stati dell'Europa occidentale risulta proporzionale alle difficoltà di attraversamento delle frontiere e può raggiungere i 60.000 Euro, un prezzo esorbitante che procrastina il momento della restituzione del debito, estendendo pertanto la durata della condizione di sfruttamento sessuale. Il saldo di questo elevato importo rende peraltro pressoché obbligatorio il ricorso alla prostituzione decisamente più redditizia delle altre attività offerte solitamente alle donne, soprattutto migranti.

Questo tuttavia non giustifica, ai miei occhi, la posizione espressa da Agustín secondo cui il debito è sostanzialmente accettabile e rimborsarlo fa parte di un comune progetto di vita. Ciò si configura come normalizzazione di un reato odioso e di un'enorme ingiustizia sociale e politica. Lo sfruttamento della posizione vulnerabile delle donne africane mediante l'imposizione di un enorme costo di trasporto e l'intensità dell'estorsione di plusvalore dai loro corpi mediante la prostituzione non può certo essere riconfigurata semanticamente come una forma di resistenza razionale a un ordine sovranazionale. Lo ripeto. Si tratta di un'ingiustizia e di un crimine odioso e non c'è nessuno che costringa i magnaccia ad estorcere 60.000 Euro da ciascuna donna trasferita in Europa. 

Procedendo nell'analisi, osservo come la contrazione di un debito sia una condizione comune alla maggioranza delle vittime della tratta (circa l'80% delle prostitute straniere in Francia) [10] indipendentemente dal Paese d'origine e rilevo come l'importo non determina le condizioni di trattamento delle donne che vi sono assoggettate. Pur dovendo esborsare una somma non elevatissima (5000 euro) in proporzione a quella che devono restituire le cittadine africane, le donne dell'Europa dell'Est subiscono modalità di reclutamento particolarmente crudeli, ben documentate dal Rapporto dell'Assemblea Nazionale francese [11]. Versando generalmente in condizioni di vulnerabilità economica e psicologica, esse vengono sedotte da uomini, i lover boys che sovente le vendono come capi di bestiame alle reti di prosseneti per poche centinaia di euro. Successivamente sono condotte in Turchia, nei Balcani o a Cipro dove vengono addestrate con il ricorso sistematico agli stupri collettivi, alla privazione di cibo, alla reclusione e alla violenza fisica. Una volta "domate" sono trasferite in Francia o in altri Paesi dell'Europa occidentale dove vengono costrette ad esercitare la prostituzione. 

Anche per questo ritengo inaccettabile e concettualmente scorretto collocare sullo stesso piano migranti e sfruttatori, entrambi concepiti da Agustín come vittime dell'ordine economico e legislativo mondiale, come risulta da questa frase:

In questa prospettiva, il concentrarsi sul basso, su migranti e sfruttatori, appare come un’operazione triviale e persino ipocrita, che scarica le responsabilità lì ove si annidano invece i bersagli (le vittime) di processi economici, sociali e legislativi di ordine globale, impegnati a trarre briciole di profitto in vario modo, con metodi moralmente esecrabili, ma pur sempre frutto di un ordine indipendente dalle loro volontà e subito (per quanto alcuni si adattino e riescono a ricavare benefici significativi.

Questa operazione comporta, tra l'altro, l'occultamento delle relazioni di dominio e di potere, anche di genere, che sussistono tra oppressi ed oppressori e che nella tratta assumono, per definizione, modalità coercitive e violente. 

Agustín auspica del resto persino il superamento del termine «tratta» in quanto produrrebbe e implicherebbe una «vittima» (il migrante inconsapevole), inducendo così lo sguardo a concentrarsi su quest’ultima, oltre che su figure criminali «minori» di contorno, come i passeur e tutti coloro che sono impegnati nel traffico o «contrabbando» di persone.

A prescindere dal fatto che il vocabolo vittima è qui impiegato in modo improprio, perché il concetto non presuppone affatto l'inconsapevolezza del migrante, quanto piuttosto il patimento di un danno e tralasciando pure la questione dell'applicabilità o meno della teoria degli atti linguistici di John Langshaw Austin in questo caso (sarebbe il lemma tratta a performare ossia a plasmare la realtà secondo Laura María Agustín. Senza quell'atto locutorio performativo la tratta non esisterebbe, il che per me è assurdo), resta il fatto che è assai grave, a mio modesto parere, che, per concentrarsi sulle politiche migratorie dello Stato, si decida di cancellare con un colpo di spugna lessicale la concreta realtà di vittime e sfruttatori, (ridotti - questi ultimi - a figure criminali minori), rendendola così invisibile e indicibile. Ma si è davvero convinti che rimuovendo dall'orizzonte visivo e mentale la realtà della tratta si riesca a combatterla meglio e a ottenere un mutamento delle politiche migratorie? Non è invece più probabile che il problema venga in tal modo trascurato?

Nel suo articolo il ricercatore Saitta cade poi in contraddizione quando afferma che Agustín rimarca l’importanza dell’autodeterminazione e della libera scelta nell’intraprendere percorsi migratori complicati e potenzialmente rischiosi, che appaiono tuttavia come una necessità in quadri economici, sociali e familiari che dipendono dalle rimesse dall’estero o che rendono l’immigrazione una scelta indifferibile per motivi politici o culturali. L'autodeterminazione e la libertà sono incompatibili con la necessità, le dipendenze, l'indifferibilità delle scelte (e già questa espressione pare un ossimoro). Una contraddizione che si ritrova pure in un altro brano dell'articolo:

"Giunti a questo punto dell’analisi, uno dei punti che più fanno infuriare i critici della studiosa argentina è la possibilità ammessa da questa che la prostituzione sia da annoverare tra i corsi d’azione razionali scelti da molte donne migranti. Persino da quelle che “scelgono” di affidarsi a quelle organizzazioni che finiranno magari con l’abusarne e sfruttarle. Il verbo “scegliere”, ovviamente, va messo tra virgolette perché la volontarietà è, in questa cornice, tutt’altro che libera; ma essa è tale non tanto perché vi siano delle organizzazioni che abusano di persone, quanto perché è il quadro delle politiche e la struttura economico-sociale che rende necessari questi percorsi tribolati".

Qui l'ossimoro è plateale: la volontarietà di un atto non può risultare non libera. Se si configura come tale si chiama coercizione, non libertà. Mi pare di cogliere nell'espressione impiegata dall'autore dell'articolo un ricorso alla circonlocuzione involuta allo scopo di eludere la necessità di nominare una realtà che dà fastidio e che si cerca dunque di seppellire sotto strati di perifrasi incoerenti. 

Questo brano merita comunque un'esegesi più articolata. Presentare, sia pure con cautela, l'affidamento delle donne migranti ad organizzazioni che le abuseranno e le sfrutteranno come scelta appare discutibile proprio perché presuppone un'autodeterminazione che in questo caso è inesistente. Perché questa vi sia, secondo il filosofo di sinistra Josehp Raz, [12] il cui pensiero condivido, è necessario che si verifichino tre condizioni. La prima è la capacità di essere soggetti in grado di compiere scelte razionali e questa capacità, a differenza di quanto pensa Saitta, non è mai stata negata da nessuna femminista. La seconda condizione è la disponibilità di un'adeguata gamma di opzioni, ossia l'assenza di coercizioni esterne, la terza è l'indipendenza dell'individuo, che si traduce nell'assenza di oppressioni interne e di forti condizionamenti sociali (si pensi ad esempio all'introiezione delle norme che perpetuano i ruoli di genere). Prescindiamo pure dalla terza condizione, la cui assenza rende, a mio parere, la maggioranza di noi soggetti non autodeterminati. Concentriamoci invece sulla seconda. Dove sta la presenza di un opportuno ventaglio di scelte nella necessità in quadri economici, sociali e familiari che dipendono dalle rimesse dall’estero o che rendono l’immigrazione una scelta indifferibile per motivi politici o culturali, sottolineata dal ricercatore Saitta? Dove sta? Come si fa in queste condizioni a riferirsi, come Agustín, all’agency degli oppressi e definire la scelta di prostituirsi come una delle armi che compongono il repertorio delle forme di resistenza all’ordine globale? E' resistenza affidarsi ad organizzazioni che "magari ti sfrutteranno e ti abuseranno", per usare le parole di Saitta? E' resistenza essere assillati dalle necessità economiche proprie e dei famigliari che dipendono dalle rimesse all'estero od essere costrette ad emigrare per motivi culturali e politici? E' la necessità impellente di non morire di fame, altro che resistenza! A mio parere si attua qui un ribaltamento della realtà e si compiono innovazioni lessicali che fanno precipitare la dura materialità delle cose nel gorgo degli eufemismi minimizzanti. Mi chiedo se a nessuno venga in mente che questa edulcorazione di autentici drammi possa fare il gioco del capitalismo e del patriarcato. 

La prostituzione - osserva ancora Saitta - in questa prospettiva sembrerebbe fornire a molte donne la possibilità di accumulare rapidamente denaro. Dal momento che ci stiamo riferendo alla tratta e, poiché, in via generale, l'immigrazione è spesso connessa alla contrazione di un debito più o meno consistente, questo contante è in parte cospicua estorto dagli sfruttatori. Inoltre i ricavi della prostituzione si stanno riducendo. In Italia - osservano i clienti di Escortforum - i prezzi praticati dalle donne prostituite in strada (dove esercitano soprattutto le straniere) si aggirano tra i 20 e i 50 euro, ma le africane riducono il costo di una prestazione sessuale a 10 euro [13]. Nel celebre quartiere a luci rosse di Amsterdam l'affitto di una vetrina costa 100 euro al giorno e rende difficile realizzare guadagni decenti [14]. Nel Pascha, il più grande bordello d'Europa, a Colonia, in Germania, i costi delle prestazioni sessuali sono stati recentemente ridotti. Per 30 euro viene praticato un rapporto sessuale convenzionale od orale della durata di 15 minuti. Dalle 9 alle 15 la prestazione è gratuita e lo è anche per i pensionati, per chi festeggia il compleanno o, di venerdì, l'addio al celibato. In compenso l'affitto della stanza ove prostituirsi ha un costo di 160 euro al giorno e la fellatio deve essere praticata obbligatoriamente senza l'uso del preservativo, con il rischio di esporsi al contagio del virus dell'HIV [15].

Vorrei poi osservare come il fatto che spesso per le donne migranti o per quelle povere la prostituzione costituisca l'unica fonte di guadagno relativamente decente rappresenta la conseguenza del carattere sessista, razzista e capitalista della divisione tradizionale e di quella internazionale del lavoro, della diseguaglianza salariale e dell'appropriazione prevalente delle risorse da parte degli uomini, ossia della femminilizzazione della povertà. La prostituzione non costituisce una forma di resistenza, ma, piuttosto, di inevitabile adattamento al vigente ordine economico e sociale. 

Vorrei riportare, a questo proposito, le parole di Silvia Federici, femminista marxista:

"(...) la nuova divisione internazionale del lavoro veicola un progetto politico ferocemente antifemminista e, lungi dal costituire uno strumento di emancipazione delle donne, l'espansione delle relazioni capitaliste intensifica lo sfruttamento delle donne. In primo luogo essa ripropone l'immagine della donna come oggetto sessuale e come riproduttrice (...) La nuova divisione internazionale del lavoro significa che numerose donne del terzo mondo devono lavorare come domestiche o come prostitute, nel loro Paese o all'estero, perché non hanno altra scelta (...) Il carattere antifemminista della nuova divisione internazionale del lavoro è così evidente che viene da chiedersi in che misura essa sia il prodotto della «mano invisibile» del mercato o invece di una pianificazione deliberata come risposta alle lotte che le donne hanno combattuto sia nel Terzo mondo che nelle metropoli [occidentali] contro la discriminazione, il lavoro non retribuito e il «sottosviluppo» in tutte le sue forme. Comunque sia, è evidente che in Europa e negli Stati Uniti le femministe devono organizzarsi contro le soluzioni coercitive che la nuova divisione internazionale del lavoro impone alle donne (...)". [16].

Ritiene il professor Saitta che anche Silvia Federici meriti gli epiteti di "reazionaria e sessuofoba"?

Nell'articolo che sto commentando leggo poi che secondo Laura Agustín le statistiche prodotte da Ong attive nel campo e riprese spesso da organismi come le Nazioni Unite, presentino gravi carenze metodologiche e siano trattate con tecniche statistiche povere e difettose. L'accusa mi pare così generica da risultare priva di valore informativo. Soprattutto è contestabile l'affermazione secondo cui queste statistiche influenzerebbero le scelte dei legislatori e degli organi sovranazionali. L'azione di questi ultimi mi pare invece fortemente condizionata dalle posizioni espresse da Ong favorevoli alla prostituzione. Basti pensare che il direttore esecutivo dell'UN AIDS Organisation Michel Sidibe ha recentemente proposto di legalizzare la prostituzione per combattere l'AIDS, come già aveva fatto l'OMS nel 2001. Potrei dimostrare (magari lo farò in un altro articolo) come la regolamentazione dei rapporti mercenari non comporti affatto la tutela della salute delle persone che la praticano. La stessa distinzione tra prostituzione e tratta (che non era contemplata dalla Convenzione Onu del 1949) è stata proposta da ONG regolamentariste, ma pare che Laura Agustín non ne sia soddisfatta, dal momento che propone la destrutturazione di questo concetto e di questo problema, nonché l'abolizione del termine tratta

Le ONG favorevoli alla prostituzione hanno esercitato una forte influenza sulle politiche adottate da Paesi regolamentaristi come la Germania e i Paesi Bassi. Non solo. Quest'ultimo Stato finanzia numerose organizzazioni sui diritti delle donne, ma il suo sostegno è condizionato all'adozione delle posizioni politiche governative in materia di prostituzione [17].

E' importante soprattutto osservare come le statistiche nazionali sulle vittime di tratta siano raccolte ed elaborate, a cura dei Ministeri degli Interni dei vari Stati, dagli apparati di polizia e da agenzie specializzate come CoMensha nei Paesi Bassi. Il caso olandese meriterebbe di essere approfondito perché illustra in modo esemplare dinamiche e problemi connessi alla tratta. Non vorrei però tediare troppo lettrici e lettori.

Nell'ultima parte del suo articolo Pietro Saitta lancia una serie di accuse offensive alle femministe abolizioniste che sarebbero reazionarie, sessuofobe e patriarcali, oltre che privilegiate e incapaci di compiere esperienze emiche. Io e molti dei miei amici e delle mie amiche, signor Saitta, siamo precari e di estrazione proletaria. Ho vissuto per anni in condizioni di povertà, anche se certo la mia condizione e quella delle mie amiche non può essere paragonata a quella di donne che vivono con 1 o 2 dollari al giorno. Si figuri, poi, se sono incapace di compiere un'esperienza emica! Frequento molti più sottoproletari di quanti Lei possa immaginare e non per ragioni di lavoro, ma per pura amicizia. Fra di loro vi sono anche persone che si sono prostituite e che mi hanno raccontato esperienze sconvolgenti.

Le femministe abolizioniste appartengono a molte correnti: radicale, radicale materialista, della differenza, marxista ed anarchica, ma nel suo personale schema di classificazione, sono tutte collocabili nel campo reazionario. Ciò significa forse che marxismo, materialismo ed anarchia costituiscono ideologie reazionarie? Mi parrebbe una valutazione alquanto bizzarra! 

Quanto alla sessuofobia e al patriarcato che si estrinsecherebbero nel rifiuto della prostituzione, potrei confutare le sue affermazioni con diverse argomentazioni più o meno convincenti, (l'ho già fatto altrove), ma ritengo più efficace presentarle le opinioni di alcuni clienti sulle donne in genere e su quelle prostituite in particolare e sui motivi che li inducono a ricorrere a rapporti mercenari. Le ho trovate sul sito Gnoccatravels.

- Quando un uomo ha bisogno di figa in qualche modo la figa se la prende, o con una donna free con la speranza che duri, o una donna a pagamento oppure con la violenza sessuale... di qui non ci si scappa.
- Io ritengo che una donna non debba risiedere in parlamento, una donna non deve legiferare perché fa danni. Il femminismo sta uccidendo la civiltà. [...]Le donne devono tornare a cucinare, stirare, lavare i panni e far bambini.
- ...il giro sta quasi per terminare si trovano ora come ora,tossiche,rumene,moldave russe, ucraine, negre,ecc.ecc. Una volta potevi trovare perle dipinte da Dio, adesso le perle sono rarissime e più che altro trovi solo spazzatura.
- ma ora diventa si difficile scopare merce buona a sti prezzi, quindi bisogna cambiare location.
- Purtroppo in troppi preferiscono pagare e queste si puttane non sono costrette ad imparare a lavorare. Bene fanno quindi a ripulire le strade e a spedirle,possibilmente a calci in culo, a casa loro, dove se il padreterno aiuta magari muoiono pure di fame insieme ai loro papponi.
- Caro [..], senza nulla togliere al tuo nick che capisco essere soprattutto una filosofia, se vai al mercato ci vai per vendere o comprare qualcosa, dal momento che è lì che domanda e offerta si danno appuntamento: chi compra porta i soldi, chi vende porta la merce. Ma se vuoi procurarti ciò che ti serve senza un esborso in danaro, eviti il mercato (anche se a volte vi si fanno incontri interessanti) e bazzichi direttamente campi, frutteti, pollai ecc. insomma quei posti dove le cose si trovano in natura. Certo, non è proprio free perché devi comunque sbatterti, ma il concetto che voglio far passare è che se vai dove vanno tutti gli altri, contribuisci a creare "mercato" che è proprio il luogo deputato al pay.
- Le italiane erano brave a cucinare ed a badare alla famiglia quando erano piu' umili e meno "donne in carriera" come ora!!. Adesso pensano solo ai soldi ed al potere, hanno perso semplicita' e sensualita'. Che vadano a prenderlo dove piu' gli garba; a me sinceramente non mancano: preferisco Cuba!!"
- Io vado a puttane perché non mi piacciono le donne!!!!! a me piace la figa!!!!!! tutto quello che sta al di fuori dell' atto sessuale con una donna non mi interessa! "
- Quoto tutti in particolare le contro questioni acute di [..] che invito a porre alle fanciulle melanzane che vomitano sempre le stesse stronzate da scuola media...inoltre propongo che si va a mignotte anche per vivere tutto il rapporto allo stato di natura... insomma loro che fanno tutto cio' il maschio vuole e che spesso piace molto anche a loro a prescindere da tutti i giusti teatrini. [...] O mia cara e adorata schiava puttana!!!
- Io vado a puttane perché è chiaro da subito il sinallagma. Io ti pago perché voglio godere, tu ti pieghi perché ti do dei soldi!!

Non mancano, poi, i clienti sadici che si eccitano se la ragazza manifesta segni di sofferenza e che percepiscono il rapporto sessuale come una forma di violenza, di umiliazione, di coercizione, di sfogo rabbioso, avvalorando l'idea, espressa da femministe, ma anche da survivors, che la prostituzione si traduca in una serie di stupri mascherati, o meglio, resi possibili dalla dazione di denaro. Riporto alcune dichiarazioni di clienti individuate sul sito Escortforum.

- Timbrata oggi foto autentiche palazzina puzzolente di viso niente di che molto alta (senza tacchi sfiora 1.80) 1 ora 3 sorkuzze rai1 rai2 fk passiva quasi triste, ma stì cazzi ero andato per puntellare di brutto un ano, e il goal della missione è stato segnato, anche se sofferente lo ha preso per tutto il tempo che mi è garbato, e nonostante  si lamentasse (con garbo) se i colpi erano troppo duri, se non te la cachi subisce senza bloccare l'operazione.
- La furbetta non lo infila tutto e tenta di farmi venire subito, ma io affondo un paio di colpi con lei che si lamenta per il dolore (senza esagerare, solo dei gridolini che mi hanno eccitato ancor di più); la metto a pecora e comincio a scoparmela da dietro mentre le infilo il POLLICE nel culo... anche qui gridolini di dolore ai miei affondi: a quel punto le puntello il culo, lei se lo inumidisce (no crema) e continuando a sentire i suoi strilletti, pian piano lo infilo nel secondo canale, cominciando a tampinarla per bene! le chiedo se posso venirle in faccia e rifiuta, lo chiedo ancora, e rifiuta e ad ogni rifiuto do un colpo più forte, finchè accetta...
- Ho levato [il nome della ragazza] dal palmares delle inchiappettate, ho notato che traeva in inganno altri colleghi, è un mezzo missile, buono solo per martellate d'ano in quelle giornate in cui spaccheresti la testa al primo che incontri.. e decidi che è meglio scaricarsi trombando..".
- In definitiva   buona    solo  per martellarle  lo sfintere  con cattiveria .....svuotare ....e togliere il disturbo.

Credo che sia chiaro a tutt* ora perché definire la prostituzione un'istituzione patriarcale non sia il prodotto di una sessuofobia latente o manifesta. Ritengo anche di aver dimostrato perché non si possa affermare che chi rifiuta tutto ciò "abbia introiettato la sostanza del discorso patriarcale", come afferma il ricercatore Saitta.

Quanto alla concezione della prostituzione come atto autodeterminato, in particolare nel caso delle migranti, mi pare, signor Saitta, che sia Lei stesso a dubitarne, dal momento che il suo testo è costellato di riferimenti alle necessità economiche, sociali e famigliari, alle dipendenze dalle rimesse dall'estero alle scelte indifferibili, tutti vincoli e coercizioni che mal si conciliano con l'autonomia delle decisioni.

Concludo osservando che, convinta come sono che il femminismo, come il comunismo, sia il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente mi sento impegnata a combattere contro le soluzioni coercitive che la nuova divisione internazionale del lavoro impone alle donne, come ci invita a fare Silvia Federici, femminista marxista.


Note:
1. http://www.fondazionefalcone.it/falcone/TESTIDEFAPPR/1Protocolloit.pdf
2.http://www.coe.int/t/dghl/monitoring/trafficking/Source/CETS197_%20Italian%20_exp%20report.pdf
3. Assemblée Nationale, Rapport d'information...sur la prostitution en France, n.3334, 2011, http://www.assemblee-nationale.fr/13/pdf/rap-info/i3334.pdf, p.40.
4. Ibidem, pp.47-48.
5. Maria Rossi, La prostituzione in Spagna, http://www.scribd.com/doc/138056886/La-Prostituzione-in-Spagna. Chiedo scusa per l'autocitazione.
6. Anton van Wijk et al., Kwetsbaar beroep Een onderzoek naar de prostitutiebranche in Amsterdam (Una professione vulnerabile. Un'indagine sul settore della prostituzione ad Amsterdam), 2010, pp.38, 48, 166-167, 173. http://www.beke.nl/doc/2010/Kwetsbaar_beroep_download.pdf
7. National Rapporteur on Trafficking in Human Beings, Trafficking in Human Beings. Ten years of independent monitoring, 2010, p.112. www.dutchrapporteur.nl/.../8e%20rapportage%20NRM-ENG-web_tcm64-...
8. Anton van Wijk et al., Kwetsbaar beroep..., cit. p.170.
9. National Rapporteur on Trafficking in Human Beings, Trafficking in Human Beings., cit. p.132-133. 
10. Assemblée Nationale, Rapport d'information...sur la prostitution en France, n.3334, cit., p.41.
11. Ibidem, p.44.
12. Joseph Raz, The Morality of Freedom, Oxford, Clarendon Press, 1986
13. http://forum.escortforumit.xxx/index.php?/topic/105260-prezzi-in-cadura-libera-finalmente-ne/
14. Anton van Wijk et al., Kwetsbaar beroep..., cit, p.33.
15. http://www.prostitutionetsociete.fr/IMG/pdf/178dossierbordelsenversdecor.pdf
16. Silvia Federici, Reproduction et lutte féministe dans la nouvelle division internationale du travail in «Cahiers Genre et développement» diretti da Christine Verschuur e Fenneke Reysoo, ed. l’Harmattan, Ginevra, , n.3, 2002, p.60. http://ccsi.ch/images/stories/pdf/federici_article.pdf Saggio originariamente pubblicato con il titolo di "Riproduzione e lotta femminista nella nuova divisione internazionale del lavoro» in Maria Rosa Dalla Costa e Giovanna Franca Dalla Costa (a cura di), Donne, sviluppo e lavoro di riproduzione: questioni delle lotte e dei movimenti, Franco Angeli, Milano, 1996.
17. Malka Marcovich, « La traite des femmes dans le monde », dans Christine Ockrent (dir.), Le livre noir de la condition des femmes, Paris, XO, 2006, p.470. Citata da Richard Poulin, Prostitution et traite des êtres humains, controverses et enjeux, in « Cahiers de recherche sociologique», n° 45, janvier 2008», pp.133-152. http://sisyphe.org/IMG/pdf/Prost.traitePoulin.pdf, p.14.

Difficile credere che un'alleanza tra PD e PDL sia fatta per integrare gli immigrati ed estendere i diritti di cittadinanza. Possibile invece che il tema dell'immigrazione sia utile al PD per coprirsi a sinistra. Era già questa l'intenzione del governo Monti poi spazzata via dalle bordate di Grillo contro lo jus soli e dalle invasioni di partorienti paventate dall'allora ministra dell'interno Anna Maria Cancellieri. Copione replicato sotto il governo Letta con il presidente del Senato Pietro Grasso nella parte di Cancellieri e Grillo nella parte di Grillo. Primo atto di delegittimazione della ministra all'integrazione.

Con una variante. Appunto: Cecile Kyenge. Prima ministra nera nella storia della repubblica. Nominata come fiore (dei diritti) all'occhiello del governo. Divenuta ben presto il bersaglio di una violenta e crescente sequenza di insulti e minacce di stampo razzista, da parte di fascisti e leghisti, fino ai vertici istituzionali nella persona del vicepresidente del senato Roberto Calderoli. Una campagna rivelatrice dell'arretratezza e dell'inciviltà di una parte del Paese.

Campagna fronteggiata da alcune reazioni forti nel mondo politico istituzionale: Laura Boldrini, Enrico Letta e Nichi Vendola. E da tante reazioni blande, volte a stigmatizzare gli insulti, facendo molta attenzione a non qualificarne la matrice xenofoba e razzista. Reazioni contente di attestarsi sull'abilità della ministra di incassare i colpi e di reagire in modo misurato e talvolta persino ironico.

Infine, sussurra e silenzi da parte dei protagonisti della politica, quelli considerati più importanti ed autorevoli. Il presidente della repubblica Giorgio Napolitano ha fatto cenno all'imbarbarimento del linguaggio nel dibattito politico, dopo che Calderoli ha paragonato Cecilie Kyenge ad un orango durante un comizio. Beppe Grillo ha ricordato chi è Calderoli: colui che andò in televisione a esibire una maglietta con l'immagine di una vignetta contro Maometto, provocando undici morti in Libia. Colui che seminava sterco di porco sui terreni dove dovevano sorgere le moschee. Grillo è sensibile all'islamofobia. Ma non alla xenofobia. Per Cecile Kyenge non ha speso una parola di solidarietà. La ministra potrebbe somigliare anche ad uno dei tanti Kabobo d'Italia. Titolo di un post, competitivo con gli argomenti leghisti. 

Berlusconi, Alfano, Monti, Casini, D'Alema, Veltroni, Bersani, Franceschini, Renzi, spesso presenzialisti e loquaci, in queste circostanze sono stati molto discreti, per non dire assenti. Forse hanno dichiarato qualcosa. A me è sfuggito.

Il PDL ha comunque ritenuto di salvare il vicepresidente del senato, opponendosi alle sue dimissioni e il PD non ne ha fatto un dramma. Intanto, la Lega ha convocato a Torino, per settembre, una manifestazione contro gli immigrati.

Una deputata del M5S, Serenella Fucsia ha ritenuto di essere leggera, ma anche seria. Da animalista attribuisce una accezione positiva a tutti gli animali. L'orango è anche bello. Forse Calderoli voleva fare un complimento. Lei per autoironia si autodefinisce papera. Una blogger di Panorama, Annalisa Chirico, ha sdrammatizzato allo stesso modo: a lei succede di essere paragonata ad una cavalla e di riderci su. Secondo una commentatrice, riderebbe di meno se fosse paragonata ad una vacca. Il Giornale della famiglia Berlusconi - uno dei due principali azionisti del governo - ha pubblicato una delicata vignetta in cui la Kyenge dichiara di non aver bisogno di essere stuprata perchè dispone della scorta. Sempre sul Giornale un intellettuale di punta, Marcello Veneziani, ha scritto che la Kyenge non si può toccare perchè è nera. Il direttore Alessandro Sallusti ha ricordato che Berlusconi è stato paragonato ad un caimano. Che un paragone voglia prendere di mira il comportamento di una persona, mentre un altro voglia colpire l'appartenenza ad un intero popolo, per il direttore non conta. Sul Corriere della Sera, Giovanni Sartori ha scritto che Cecile Kyenge non è competente in materia di integrazione, perchè è un medico oculista. Avvocando tale competenza a sè stesso, forse in quanto esperto di sistemi elettorali.

Dunque, non siamo in presenza di una minoranza di stolti (Mara Carfagna) isolata da un popolo accogliente e antirazzista. Siamo in presenza di una divisione nazionale. Due Italie. Di cui una, quella favorevole all'accoglienza, si dimostra troppo tranquilla. Pensa di avere il corso storico dalla sua parte.

L'Italia sarà un paese multietnico. In parte lo è già. Il razzismo non può cambiare questa realtà. Può però incidere sulla qualità della convivenza. Si può essere multietnici su basi di pari diritti e pari dignità o in uno stato di sostanziale apartheid. Il razzismo non ha il potere di respingere ed espellere gli immigrati. Ma può negare loro i diritti. O rallentarne di molto l'estensione.

Nel nostro paese, fin dai tempi della legislazione di centrosinistra (legge Turco-Napolitano) abbiamo centri di identificazione, che consistono in strutture paracarcerarie per immigrati irregolari, finalizzate all'identificazione e all'espulsione. Strutture più volte messe sotto accusa dalle associazioni per i diritti umani. Abbiamo un'assurda legge capestro, la Bossi-Fini, la quale pretende che gli immigrati entrino in Italia già con un contratto di lavoro in tasca. E che rientrino nel loro paese per regolarizzarsi ancora, qualora perdano il lavoro e ne trovino un altro. Nel mezzo sono irregolari. Potenziali reclusi nei CIE. Abbiamo un accordo con la Libia affinchè i migranti possano essere da noi respinti in mare e da loro bloccati e trattenuti alla partenza, infine destinati a campi di detenzione. Abbiamo il reato di clandestinità, che prevede il carcere per chi non ottempera al mandato di via. Una legge inapplicabile. Che però costituisce un principio di criminalizzazione. Mentre sullo sfondo campagne di stampa xenofobe danno periodicamente ampio spazio alla cronaca nera che ha per protagonisti gli stranieri immigrati dall'est o dal sud del mondo. E abbiamo ancora lo Ius sanguinis: i figli degli immigrati, anche se cresciuti e scolarizzati in Italia, non possono ricevere automaticamente la cittadinanza italiana. Tutto questo, mentre il lavoro degli immigrati costituisce un argine ad una rovinosa recessione e al crollo del Welfare.

Rifiutare la violenza verbale ed esigere un linguaggio corretto e rispettoso nei confronti degli stranieri e dei diversi è una elementare questione di civiltà. Va fatto e non si fa abbastanza. Non ci si può però accontentare di convertire il razzismo in ipocrisia. Occorre convertire l'antirazzismo in una concreta politica di accoglienza e di estensione dei diritti, a cominciare dallo smantellamento di una legislazione vessatoria dettata dalla paura e dalla introduzione dello Ius soli. Il governo Letta queste cose in agenda non le ha o le ha solo nominalmente. Perciò le sue dure prese di posizione sono ignorate e i vari big che si contendono la leadership restano in silenzio. Se c'è da agire dal basso, come dice Gad Lerner, c'è agire anche su di loro. Su tutti quelli che nella sinistra al governo hanno paura di una fantomatica invasione di partorienti invece di chi piazza manichini insanguinati e lancia banane.



La cittadinanza è un diritto universale. Ogni essere umano deve poter avere uno status giuridico. La cittadinanza può essere conferita per diritto del sangue (jus sanguinis) o per diritto del suolo (jus soli). L’uno e l’altro possono essere usati in senso inclusivo, nel senso dell’universalità del diritto, o in senso esclusivo, violando l’universalità del diritto e formando situazioni di apartheid. La prevalenza dello jus sanguinis ha senso nei paesi di emigrazione, la prevalenza dello jus soli nei paesi di immigrazione. Per questa ragione, e in conseguenza della sua evoluzione, è necessario che l’Italia assuma sempre di più il criterio dello jus soli.

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