Il Gazzettino riferisce di un anonimo facchino egiziano che si licenzia dall'Hotel Danieli di Venezia, perchè non vuole prendere ordini da una donna. Ma non riesce a trovare un nuovo lavoro. Quindi ritorna all'Hotel e viene riassunto, poichè il suo lavoro è molto apprezzato. Per ovviare al suo problema un uomo farà da intermediario tra lui e la governante. Il direttore - riferiscono il Corsera e Repubblica - smentisce la notizia, dice di non sapere nulla delle rimostranze del facchino e di non aver deciso nessuna modifica dell'organizzazione del personale. Smentiscono anche le rappresentanze sindacali.

Forse la notizia è soltanto una bufala, o forse direttore e sindacati smentiscono per la vergogna. Certo, la notizia è singolare. Un facchino extracomunitario, che non riesce a trovare un altro lavoro, risulta così insostituibile da indurre l'Hotel ad impiegare, con l'intermediario maschile, tre lavoratori per fare il lavoro di due. Il facchino ha lavorato in quell'Hotel per anni, sempre gestito da governanti, e solo adesso si sarebbe svegliato il principio per cui non può prendere ordini da una donna. Se è vero, sarà successo qualcosa. In ogni caso, l'iman di Venezia smentisce il principio religioso e ricorda che lo stesso Maometto ha lavorato al servizio di una donna, poi sua futura moglie.

Vera o falsa che sia, la notizia si è subito guadagnata i suoi bravi commenti ostili al buonismo, al multiculturalismo, al politically correct della direzione dell'Hotel, rea di aver assecondato i principi del facchino egiziano. Tra i commentatori si distinguono la dichiarazione di Souad Sbai, deputata marocchina del Pdl, che chiede il rimpatrio del facchino (chissà perchè non basta il licenziamento) e una nota del professor Ugo Volli, che coglie l'occasione per evocare lo spettro dell'Eurabia.

In tutto questo commentare, il darla vinta al lavoratore egiziano fa molta più rabbia che non l'umiliazione della governante. Nel caso la storia sia realmente accaduta, il capo di imputazione per la direzione del Danieli dovrebbe essere lo stesso maschilismo che si contesta al facchino. Essa avrebbe ritenuto il principio della parità dei sessi, un principio svendibile per quieto convivere. Nei compromessi si concede quel che si considera poco importante, rinunciabile, non ciò che si ha di più caro. Evidentemente l'autorità delle governanti, in quell'albergo sarebbe negoziabile, perchè soltanto autorità delle donne. Altro che multiculturalismo! E' sempre la stessa cultura, la cultura misogina mediterranea di cui siamo parte insieme con gli egiziani.

Vedi anche:
Il facchino di Venezia e l'onorevole (Sabina Ambrogi, 27.07.2012)

Non trovo nessun motivo per essere contrario al matrimonio tra persone dello stesso sesso. Nessun motivo indipendente da un principio di discriminazione basato sull'orientamento sessuale. Principio dettato da una volontà o affermato come presupposto. Rosy Bindi ha dichiarato che il matrimonio tra gay sarebbe incostituzionale, ma nella Costituzione non vi è scritto nulla che lo precluda. L'art. 29 dice che «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull'eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell'unità familiare». Ma né la famiglia, né il matrimonio sono definiti come unione esclusiva tra un uomo e una donna. I limiti da definire sono rimandati alla legge ordinaria.

Le difficoltà del PD sono note. Il partito ha un'area cattolica. Mira ad allearsi con un partito cattolico, l'UDC. Il gruppo dirigente ha una lunga tradizione pessimista sulla maturità della società italiana e di quella cattolica in particolare, in materia di diritti civili, fin dai tempi dei referendum su divorzio e aborto, che ha conservato, nonostante la vittoria in quei referendum, e che ha rinforzato dopo il fallimento del referedum sulla fecondazione eterologa, tanto da far dichiarare all'allora segretario DS, Piero Fassino che il parlamento, sui temi sensibili, non deve mai mettere in minoranza il Vaticano.

Però non c'è modo di conciliare con i cattolici senza scontentare gravemente i laici, nonché i diretti interessati, i gay e le lesbiche. Per principio costituzionale hanno ragione loro. Art. 3: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Insomma, non c'è modo, non un modo che sia giusto, per escludere gli omosessuali dal diritto di famiglia, dal diritto di farsi una famiglia, o per concedere loro solo alcuni diritti parziali, approssimativi, confusi, comunque diversi da quelli di cui godono gli eterosessuali, senza cadere nella discriminazione, questa sì anticostituzionale.

E' in questi termini che un partito democratico, laico, di sinistra, per essere coerente con se stesso, pone la questione ai suoi cattolici, agli alleati cattolici, alla chiesa cattolica. E' in questi termini che la questione si è posta nei paesi più evoluti, ormai anche a destra. Altrimenti si sconta una lacerazione, al di là della sua rilevanza numerica (38 contro 700 o 120?). Infatti, è su quel finale di assemblea, sul contrasto per l'ammissione al voto dei documenti, sulle tessere strappate, che si è concentrata tutta l'attenzione. Perchè quel dibattito lungo, travagliato, sofferto, quel lungo lavoro di elaborazione e mediazione preparato da una commissione, è un dibattito ormai datato, incapace di fare una scelta semplice, la scelta giusta, una scelta ormai scontata, per la coscienza civile di un paese moderno.

Rosy Bindi, presidente dell'assemblea, non ha voluto mettere ai voti il documento della minoranza (Ignazio Marino, Anna Paola Concia, Ivan Scalfarotto), che voleva chiaramente introdurre il matrimonio gay nel programma del partito. D'altra parte la minoranza ha presentato la sua proposta come “contributo”, “integrazione” e non come emendamento diretto a modificare il documento ufficiale o come documento alternativo. Sarebbe stato impossibile non farlo votare. Pure queste modalità di misurarsi in forme surrettizie, in punta di fioretto, per evitare traumi e spaccature, che poi deflagrano in una grande bagarre, sono l'indicatore di un dibattito arretrato.

C'è poco da lamentarsi delle interferenze strumentali di Antonio Di Pietro e Beppe Grillo. Fanno il loro mestiere e hanno buon gioco a farlo. Anche se, nel caso di Grillo, potrebbero farlo con più civiltà. L'orientamento sessuale di Rosy Bindi non ha nessuna pertinenza con le sue ragioni o con i suoi torti. A Grillo si potrebbe ricordare il suo silenzio, quando un esponente del suo movimento, ruppe l'imbargo televisivo, per paragonare il matrimonio tra omosessuali al matrimonio con gli animali. Oppure gli si potrebbe chiedere come mai oggi vede nei diritti dei gay una priorità o un dato scontato, quando solo poco tempo fa dichiarò essere senza senso concedere la cittadinanza ai figli degli stranieri nati e cresciuti in Italia, una distrazione di massa per gli italiani afflitti dalla crisi economica e dai problemi sociali. Come i cattolici, come i democratici, anche i grillini è bene si chiariscano se i diritti devono essere uguali per tutti, sempre, si o no.

La Costituzione

Vi ringrazio per la risposta.
La prima tappa del vostro percorso è chiarissima:
Avete deciso di non fare nessun nome, con la motivazione assolutamente condivisibile di non partecipare al “mercato dei nomi”. Avete chiesto:
1. Partecipazione femminile 50/50
2. Selezione di nomi di eccellenza, sostenendo che “chi ci governa ha tutti gli strumenti“ per reperirli. E ovviamente immagino che sia un chiaro riferimento ai cv, l’unico strumento valido per valutare competenze e eccellenze fuori da logiche di lottizzazione.
Però poi arriva la mossa a sorpresa di Bersani, con la sua richiesta, per “rompere il rito delle lottizzazioni” e decidete di cambiare rotta. Perché questo avete fatto e, scusatemi, lo avete fatto in un modo neanche tanto coraggioso.
Al di là di mille contorcimenti verbali, il dato di fatto è che non vi siete prese la responsabilità di fare un nome ma ne avete fatti una serie, operando comunque una scelta precisa (“carattere esemplificativo”?) e l’avete fatto utilizzando criteri che curiosamente non hanno più a che fare con competenze e eccellenze, addirittura non devono avere a che fare con abilità manageriali perché c’è già chi le ha (!).
a. “no a donne provenienti dalla politica” (ma Tobagi non era stata eletta nella lista Penati alle elezioni del 2009?)
b. “no a donne con un passato da dirigenti Rai. Volevamo volti nuovi per un’azienda Rai che deve darsi nuovi obiettivi.”
E su queste basi avete fatto dei nomi. Ne avete fatto alcuni e non altri. Questa è una scelta. Solo non ve ne siete assunte la responsabilità. E, da ciò che capisco, la scelta è stata fatta in funzione di nomi votabili, non necessariamente i nomi delle donne più competenti per quel ruolo.
Non è che non avete partecipato al sistema delle spartizioni, lo avete avallato: “Speravamo anche che una rosa di nomi con caratteristiche diverse potesse far convergere voti altrimenti non disponibili dei parlamentari che hanno il compito di scegliere i componenti del CdA”.
Ah si?
E ci siamo dimenticati “ No alla lottizzazione, no alla spartizione delle poltrone”?
Ora io davvero non riesco a comprendere cosa c’è di nuovo. In che modo vi sembra che sia accaduto qualcosa di diverso dalle solite logiche spartitorie della politica nostrana?
Analizzando i fatti, qual è stato il contributo di se non ora quando? se non quello di legittimare scelte di partito, secondo le solite dinamiche regolate da interessi di partito e non certo da una seria e trasparente valutazione delle competenze?
Certo, capisco bene che non abbiate visionato e selezionato gli oltre trecento cv che ad oggi giacciono in Commisione Vigilanza, in effetti non era compito vostro: quelli erano gli strumenti che chi ci governa aveva a disposizione per reperire le eccellenze, finalmente garantendo un buon servizio pubblico realmente al servizio delle cittadine e dei cittadini e non degli interessi di partito.
Strumenti dimenticati da tutti prevedibilmente ma in maniera davvero inaspettata da voi.
Ora io vorrei solo sapere una cosa, Se non ora quando? è disponibile a portare avanti, nelle sedi opportune, una forte e chiara richiesta di chiarimenti circa i destini degli oltre 300 cv che erano stati richiesti, in nome della trasparenza e di un vero superamento delle vecchie e sciagurate logiche partitiche che, da sempre, nel nostro Paese hanno impedito che merito e competenza fossero i criteri di selezione?
Oppure avendo di fatto accettato di avallare le solite dinamiche oggi non ve lo potete più permettere?
Questo naturalmente è quello che ho visto io, e conto solo uno.

Una giornalista “femminista e di sinistra” posta su Facebook la seguente domanda: «A me piace tantissimo vestirmi da infermiera così come conosco tanti uomini a cui piace fare i dottori! Insomma che male c'è?». Evidentemente, per qualcuno deve esserci qualcosa di male, al punto da suscitare un interrogativo così provocatorio?. Ignoro se si tratti di una persona in particolare o di un archetipo pensato, percepito o proiettato.

La prima risposta che mi viene in mente è: la solita storia dove la divisione dei ruoli è sessuale e gerarchica insieme: il dottore e l'infermiera, il principale e la segretaria, il padrone e la cameriera, etc. Insomma, lui sopra e lei sotto, con il supplementare disappunto che dottori e infermiere invece di evocarmi i piaceri del sesso mi fanno pensare alle pene di una malattia o di un incidente traumatico. E' una risposta che riguarda una rappresentazione. O meglio, lo spazio illimitato che uno stereotipo dei ruoli ha nelle rappresentazioni. Ma pare che ciò sia ritenuto ipocrita: un prendersela tanto con questi giochi, mentre in privato li si gioca.

Allora, dovendo prendere la domanda alla lettera e cercando di dare una risposta puntuale, direi semplicemente che non c'è nulla di male. D'altra parte, se si resta nell'ambito di giochi e fantasie, non vi sarebbe nulla di male qualunque fosse il ruolo scelto, anche fosse estremo. Nell'immaginario intimo o ludico di una persona può starci di tutto, persino lo stupratore e la stuprata, il pedofilo e la bambina, l'incesto tra genitori, figli e fratelli. Finchè uno non fa del male a nessuno può sognare o giocare con tutti i ruoli che vuole.

Se racconta le sue fantasie in pubblico, però le espone al giudizio pubblico. E tale giudizio potrà essere inerente al proprio gusto privato o all'idea di quale dovrebbe essere la rappresentazione pubblica di una relazione umana, quale ad esempio la sessualità. Una idea che può voler avere valore normativo (la violenza e la pedofilia non devono mai essere rappresentate come relazioni lecite) o indicativo (occorre superare la divisione sessuale e gerarchica dei ruoli, o almeno la sua prevalenza).

L'immaginario o il gusto privato di una persona e la sua ideologia (intesa come visione del mondo, rappresentazione pubblica) sono due sfere distinte che non necessitano di essere conciliate, emendando una in funzione dell'altra. Posso amare la pipa ed essere contrario alla pubblicità del fumo. Possono adorare le macchine da corsa ed essere favorevole ai limiti di velocità. Posso essere ghiotto di carne e stimare i vegetariani. Posso essere contrario all'aborto e volere la sua legalizzazione. Posso detestare la droga e rivendicare le stanze del buco.

Allo stesso modo, posso sognare di essere un dottore o di avere a disposizione una infermiera e contemporaneamente trovare noiosa, banale, stereotipata, retrograda, sessista, una qualsiasi rappresentazione pubblica che narri di dottori seduttori o di infermiere destinate a far l'amore ai pazienti.

Perciò, va bene giocare, usare e poi buttare le proprie fantasie ancestrali senza pretendere di cambiarle con l'ideologia. Tuttavia non penso che gli stereotipi intorno ai ruoli sessuali siano leggi di natura e la loro critica siano ideologia. Al limite sono due ideologie. Certo lo è la presunzione che siano ruoli che tutti giochiamo ogni giorno. Io non li gioco. E se non mi sento rappresentato in una rappresentazione posso pure dirlo. A me l'infermiera non fa venire in mente il sesso, fa venire in mente l'esame del sangue. E in genere amo poco i travestimenti. In tutta la mia vita adulta non ho mai conosciuto una donna che volesse vestirsi da infermiera, senza con ciò escludere che ce ne siano.

Chi lavora nei giornali, nell'editoria, nella televisione, nella pubblicità, nella comunicazione, potrebbe fidarsi un po' meno della sua inventiva e della sua conoscenza, quando vuole presumere quello che ci piace giocare, immaginare, desiderare. L'immaginario, secondo la mia modesta pedanteria, è un campo in cui ciascuno fa bene a parlare per sè, senza generalizzare. E se generalizza l'ideologista è lui. O lei.


(...) credo che il vestiario non c'entri nulla con la religione. Ma credo anche che la libertà di pensiero, di coscienza e di religione sia un diritto inalienabile. E credo fermamente che la capacità di riconoscere e proteggere questa libertà sia una delle principali differenze tra civiltà e inciviltà. E' ciò che manca al fanatismo, per esempio.
Se non ci sono controindicazioni legate alla salute, non c'è motivo alcuno per cui a queste donne si possa impedire di giocare. Nel rispetto della loro scelta di fede, quando di scelta libera si tratta. E nel rispetto della loro lotta per affrancarsi ed emanciparsi in barba a regimi fanatici che le vorrebbero chiuse in casa, quando non si tratta di libera scelta. 
In nessuno dei due casi, vince il fanatismo. Il fanatismo non vuole che queste donne realizzino i loro desideri, le vogliono a casa. Non c'è motivo alcuno per accontentare questo delirio. La scelta non è tra farle giocare velate o svelate, ma tra farle giocare oppure no.

* * *

(L'idea secondo cui la FIFA avrebbe recepito nei propri regolamenti l'umiliazione delle donne nello sport) è un giudizio di valore esattamente speculare a quello degli ayatollah: per loro l'umiliazione delle donne anche nello sport è andare in giro a capo scoperto e gambe nude.
Loro vogliono impedire alle donne di fare sport svestite, (noi vogliamo farlo) perchè troppo vestite. E tutto ciò in difesa della loro dignità. Questo è il male peggiore. Lo è per la civiltà.
La Fifa invece dimostra, agli incivili, che non è compito di nessuno stabilire come una donna deve vestirsi o svestirsi. Se non ci sono controindicazioni rilevanti e importanti, una donna può giocare in calzoncini oppure coperta. La sua dignità non sta là.

* * *

(...) non riesco a comprendere (...) perchè (la) "ostentazione" di una identità nazionale (nel caso dell'iran, quella islamica è una identità nazionale) è di principio sbagliata. Quale principio lede?

Sulla dignità delle donne, (se non se ne fa) una questione di cm di pelle coperti o scoperti (come invece fa il regime), se ne fa una questione di imposizione inaccettabile. Io credo però che le atlete siano oggi nella condizione almeno di scegliere se giocare oppure no. Non sono obbligate a farlo e non sono più obbligate a non farlo. Alcune di loro lo faranno perchè corrisponde anche al loro modo di vivere la loro identità. Altre lo faranno perchè per loro è più importante giocare che non giocare. E' per loro un passo verso l'emancipazione importante. Come, per esempio, andare all'università, a cui possono accedere solo se indossano l'hijab. Per loro è più importante raggiungere quel traguardo. E questo non glielo si può impedire perchè altri ritengono che sia lesivo della loro dignità. Altre ancora sceglieranno di non giocare. Per loro la partita dell'emancipazione si gioca anche accettando o meno di indossare un fazzoletto.
Grazie a questa modifica del regolamento oggi queste donne hanno più possibilità di scelta. E queste scelte vanno rispettate. Anche se non piacciono. Non si possono impedire in nome della difesa della loro dignità. Prima potevano solo non giocare.

* * *

La proposta di (penalizzare tutto l'Iran, anche la nazionale maschile) ha il suo perchè. Non fate partecipare le donne? Allora neanche gli uomini. Un po' come si fece con il Sudafrica. Ma c'è un problema, la versione ufficiale è che le giocatrici non vogliono togliersi il velo.
Sappiamo bene che se anche volessero farlo, il regime lo impedirebbe. Ma sappiamo anche che non è dato sapere quale sia la reale volontà di queste donne. A meno che non siano loro ad affrontare questa battaglia, a denunciare il regime che impedisce che possano giocare e magari non siano loro a rifiutarsi di indossarlo. La scelta di cosa fare di quel divieto o di quella imposizione è tutta loro, non la si può imporre.
E allora, secondo me, chi intende farsi portatore di principi laici e civili, dovrebbe non farsi sviare dal comprensibile desiderio di impartire una lezione al fanatismo religioso di certi regimi. In effetti ci sono donne che indossano volontariamente il velo, anche se ai più pare impossibile. E aggiungo che molte di loro fanno fronte comune con le donne che non vogliono indossarlo, le une a fianco delle altre difendono il diritto di scelta (che poi è ciò che dà un senso anche alla loro scelta di portarlo). Sinceramente non ho idea se effettivamente tra le giocatrici della squadra femminile ci sono donne che vogliono a tutti i costi indossare il velo ma è un fatto che ci sono donne che vogliono poterlo fare. Principio di civiltà è anche accettare questo.
Aggiungo che, secondo me, tutti questi giudizi sprezzanti sul velo su cui pare si giochi realmente la partita della difesa della dignità della donna, sono espressi dimenticando che non dovrebbe essere il velo in sè ad essere sotto accusa ma la sua imposizione. Con le stesse identiche motivazioni andrebbe messo sotto accusa il suo divieto. Le donne vanno tutelate da se stesse? Davvero occorre imporre loro scelte in difesa della loro dignità?
Inoltre penso che finchè non si parlerà della lesa dignità delle suore, pretendendo che si spoglino, tutte queste chiacchiere contro il velo islamico in sè, hanno il retrogusto del pregiudizio antiislamico.

Io davvero invece fatico a comprendere la posizione di Snoq. Sicuramente è colpa mia ma trovo di difficilissima comprensione la logica che è stata seguita.
Viene chiesto a Snoq di proporre dei nomi e Snoq li fa. Ma così… tanto per dire, mica seriamente. Snoq si defila, e se ne fa vanto, perché, pare di capire, non intende esprimere nomine fiduciarie, avallando e perpetuando il sistema delle lottizzazioni.
E quindi, sostanzialmente, lascia che ciò avvenga.
E infatti così è avvenuto.
Insomma Snoq confidava nella capacità delle istituzioni di autoriformarsi. Praticamente una barzelletta.
Gli obiettivi erano due.
- Scardinare il sistema delle lottizzazioni (metodo). Ed era così importante da sacrificare la possibilità di proporre con serietà e determinazione i nomi delle donne giuste, con le competenze giuste per assicurare una televisione che rispetti l’immagine femminile, restituendoci quella dignità fino ad oggi calpestata e fornendo modelli nuovi alle giovani donne e ai giovani uomini che ci guardano. In proposito Snoq non ha fatto nulla ma ha lasciato carta bianca ai soliti noti.
Al limite Snoq se ne lava le mani. Si defila. Perdendo l’occasione per dimostrare come si fanno le nomine in modo corretto, puntanto sulla seria selezione dei cv. Snoq non ha ritenuto di spendere una parola sulla questione competenze e cv. Obiettivo non raggiunto, nella migliore delle ipotesi per mancanza di coraggio.
- Il 50% di presenza femminile. Obiettivo ancora una volta non raggiunto e solo per il fatto di esserci vagamente avvicinate, si ritiene di avere fatto un buon lavoro?
Ma state scherzando o dite seriamente? Strategia pasticciata, nella migliore delle ipotesi. Assoluta assenza di Snoq, proprio in un momento in cui si veniva perfino chiamate a contribuire. Secondo me, dovete delle spiegazioni e invece di rallegrarvi (di che?) dovreste fare un’analisi seria degli errori grossolani commessi. Lo dovete a tutte noi che abbiamo risposto alla vostra chiamata.
Ci avete danneggiate.
Evidentemente non sono tra le donne che vi hanno capite ma temo che siamo un discreto numero. E' necessario che vi sforziate di farvi capire meglio. E' necessaria maggiore chiarezza, per fare comprendere a tutte noi qual è questa grande partita che avete giocato, di che battaglia parlate e da dove intendete ripartire.
Questo mutamento della Rai, “vero, profondo e radicale” in che dovrebbe consistere e, soprattutto, visti gli esiti della grande battaglia, su che basi ve lo auspicate?

La ministra Fornero ha dichiarato che il lavoro non è un diritto, ma una conquista. Con ciò, ha sollevato molte critiche. Quindi si è corretta. O ha corretto la traduzione: il lavoro è un diritto, non lo è il posto di lavoro. Distinzione un po' bizantina, se si pensa che la frase incriminata è stata pronunciata a commento di una riorganizzazione del lavoro che permette ai datori di sbarazzarsi più facilmente dei loro dipendenti. Fornero ha ricevuto anche apprezzamenti. I radicali su Facebook e molte persone di fede liberista, l'hanno difesa a spada tratta. Pure contro la Costituzione. Definita un brutto compromesso tra democristiani e comunisti. Come se il fatto che la Costituzione non piaccia, autorizzasse a non riconoscerla, a violarla. Addirittura da parte di un ministro. Come fosse chiaro che il lavoro non è competenza della politica e dunque, gli articoli costituzionali che lo riguardano siano solo una ipocrita copertura verbale ad un lassismo obbligato.

Il discorso della ministra può sembrare di buon senso: «Non aspettatevi il lavoro per diritto, preparatevi ad agire per conquistarlo». Qualsiasi genitore o insegnante lo direbbe ai suoi ragazzi. Ma un ministro non è un genitore, un insegnante, un maestro di vita, un autore di self-help, tipo i best-seller che spiegano come conquistare un amico, una ragazza, un cliente e, appunto, un lavoro. Il compito di un ministro non concerne la saggezza individuale, ma la saggezza collettiva: cosa deve fare un governo per creare o per favorire la creazione di lavoro. Altrimenti, un ministro responsabilizza i cittadini, deresponsabilizzando se stesso.

La dichiarazione della ministra risulta irritante, perchè troppo congruente con la sua politica. La riforma del mercato del lavoro è infatti indirizzata ad affermare, non il diritto al lavoro, bensì il diritto a licenziare anche senza giusta causa. La ministra del lavoro non è riuscita a manomettere l'articolo 18 come voleva, ma è comunque riuscita a ridurre le tutele contro i licenziamenti. Fornero afferma che «Resta illegale licenziare per motivi discriminatori. Ma i motivi economici ora possono essere citati». Ciò concretamente vorrà dire che sarà possibile giustificare i licenziamenti discriminatori con motivi economici e sarà molto difficile per i licenziati provare che i motivi economici non sussistono. La filosofia della riforma dice che è più facile assumere se è più facile licenziare. Ma non è dimostrato che il saldo tra assunti e licenziati diventi così più positivo. Questo dipende dall'andamento del ciclo. E adesso siamo in recessione: Confindustria prevede per il prossimo anno un tasso di disoccupazione al 12,4% e calcola in un milione e mezzo i posti di lavoro persi dal 2008 al 2013. Presupposto di una tale filosofia è che il lavoro sia subordinato alla libertà di impresa e solo di conseguenza possa trarne eventualmente dei benefici.

Il compromesso sociale scritto nella Costituzione invece mette il lavoro e l'impresa sullo stesso piano, afferma parimenti il diritto dell'uno e il diritto dell'altra. Vincola lo stato alla conciliazione dei rispettivi interessi. Negare il diritto al lavoro, significa scardinare il compromesso. Di fatto è quello che è tendenzialmente successo nell'ultimo ventennio. Da quando le politiche economiche di integrazione europea sono state vincolate esclusivamente a parametri finanziari, a scapito di qualsiasi parametro sociale. Uno stato deve avere deficit e inflazione sotto controllo, conti pubblici in ordine a garanzia del pagamento del debito e poco importa con quale tasso di disoccupazione si presenta ai vertici con i suoi partner. L'assoluto monetarista del pareggio di bilancio è stato elevato al rango di norma costituzionale e a quanto sembra mal sopporta di convivere anche solo sulla Carta con i diritti del lavoro.


Riferimenti:
Il 36,2% dei giovani è disoccupato: il dato peggiore di sempre (Redattore Sociale 2.07.2012)

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