Beppe Grillo ha inaugurato una rubrica sul suo blog per mettere all’iindice i giornalisti che criticano il M5S. La berlina è inaugurata oggi dalla giornalista dell’Unità Maria Novella Oppo. Mantenuta dai contribuenti da 40 anni grazie ai finanziamenti pubblici all'editoria. Finanziamenti che il M5S vuole abrogare in modo che la Oppo dovrà cercarsi un lavoro.
La giornalista così indicata è, a quanto riferisce il post, colpevole di aver scritto che i grillini fanno una pagliacciata al giorno; dimostrano di non saper fare niente per l’Italia; e che Grillo vuole il casino totale.
Impossibilitato a smentire, Grillo ha confermato a più non posso. Con l’ausilio di tanti commenti violenti e sessisti.
Maria Novella Oppo - che riceve la solidarietà di Giulia Giornaliste - è abituata agli insulti di stampo sessista. Ma noi possiamo smettere di essere abituati. Di certo, non possiamo abituarci al fatto che sia un intero partito e il suo leader ad assumere, amplificare, incentivare questa forma di aggressività verbale. Al comico che si fa politico non possono corrispondere i troll molesti che si fanno opinione pubblica. Dario Fo, sostenitore del movimento, si è dissociato.

Sulla sua pagina di Facebook ha indicato al pubblico ludibrio, la sua ossessione preferita: Laura Boldrini. Il testo introduttivo recita: La Boldrini si indigna. Ma su questo non apre bocca. Ultime tre parole scritte in maiuscolo. Foto allusiva della presidente, occhiali da sole, viso sorridente, testa reclinata all’indietro mentre in primo piano si erge un dito indice. Come a sollecitare commenti pornografici. Che immancabilmente arrivano e sono di una violenza misogina inaudita. Il post linkato attribuisce alla presidente presunte incoerenze. Ad esempio l'indignazione per il post di Grillo contro la giornalista Maria Novella Oppo, ma il silenzio su Nichi Vendola che ride per il microfono strappato al giornalista di Repubblica che tenta di interrogare Riva sui morti di tumore a Taranto. Un paragone piuttosto dubbio. Il post contro Oppo è un atto pubblico mirato a intimidire una giornalista, la risata di Vendola era in una conversazione telefonica privata, volta ad arruffianarsi un impreditore, al fine di tenere insieme la tutela ambientale e i posti di lavoro. Vendola imbarazzante, Grillo antidemocratico. Pubblicata l’intercettazione, Vendola in ogni caso si è scusato. Grillo invece continua a rilanciare.

Terzo colpo della giornata, la pubblicazione della lista dei deputati eletti alla Camera con il premio di maggioranza, dichiarato incostituzionale dalla Consulta. Il post dichiara abusivi i 150 parlamentari eletti - in testa Celeste Costantino - e dispone che sia loro impedito l’ingresso a Montecitorio. Con i consueti toni e relativi insulti nei commenti sul blog e sui Facebook.
La sentenza della Consulta implica solo che alle prossime elezioni, in mancanza di una riforma elettorale, si voterà con l’attuale legge, senza premio di maggioranza e senza liste bloccate. Le precedenti elezioni non sono invalidate. Nè è conferito ad un leader extraparlamentare il potere di sindacare sulla legittimità degli eletti, meno che mai di sciogliere il parlamento. Quello stesso leader che con la legge oggi incostituzionale solo due mesi fa dichiarava di voler vincere le prossime elezioni. Peraltro, essendo incostituzionali anche le liste bloccate, tutti gli eletti, compresi i 5 stelle, sarebbero abusivi.

Troppo spesso e sempre con maggiore intensità Grillo sollecita gli istinti peggiori per alimentare le sue campagne. Senza esitare a strizzare l’occhio ai fascisti e agli xenofobi. Prossima al fascismo è la modalità di schedare i giornalisti con tanto di foto, nome e cognome, per intimidirli e indurli ad autocensurarsi. In particolare, gli riesce di agitare il maschilismo contro le avversarie politiche. Lo fa in modo virtuale, ma ugualmente rinforza e legittima una subcultura prevaricante che agisce tutti i giorni nella quotidianità reale. Più di ogni razzismo, la misoginia è la matrice di tutte le violenze, chi la agita è il primo abusivo e va fermato.

Dopo la strage di Lampedusa e la vergogna di veder indagati i profughi sopravvissuti, due senatori del Movimento 5 Stelle, Andrea Buccarella e Maurizio Cioffi, hanno presentato un emendamento in commissione giustizia, per abrogare il reato di immigrazione clandestina

L'emendamento è stato approvato da PD, SEL, Scelta Civica, M5S e bocciato dalla Lega Nord. Il PDL si è diviso. L'iniziativa è stata una sorpresa che ha contraddetto l'immagine xenofoba che più volte Beppe Grillo ha voluto darsi in modo peraltro abbastanza convincente. Infatti Grillo ha reagito subito, ha reagito più volte dal suo blog. Prima pubblica un post in cui prova a presentare l'abrogazione del reato di clandestinità come un provvedimento che facilita l'espulsione dei clandestini. Poi, in un secondo post, prende posizione insieme con Gianroberto Casaleggio, contro l'emendamento dei due senatori, presentato come una illegittima iniziativa personale che non rispecchia il programma del movimento. Un terzo post avverte infine che eventuali cambiamenti di programma, concordati con il movimento, saranno comunque rinviati alla legislatura successiva.

I due leader si dichiarano in dissenso nel metodo e nel merito. Nel metodo, perchè i due senatori, definiti portavoce, non possono arrogarsi una decisione così importante su un problema molto sentito a livello sociale senza consultarsi con nessuno. Nel merito, perchè se durante le elezioni politiche avessimo proposto l'abolizione del reato di clandestinità, presente in Paesi molto più civili del nostro, come la Francia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, il M5S avrebbe ottenuto percentuali da prefisso telefonico. Sostituirsi all'opinione pubblica, alla volontà popolare è la pratica comune dei partiti che vogliono "educare" i cittadini, ma non è la nostra

E' sempre questione discutibile se i parlamentari debbano la loro elezione ad un partito o se il partito debba il suo consenso ai voti attratti dai candidati eletti. Sta di fatto che l'articolo 67 della Costituzione - quella Costituzione che i grillini sostengono di difendere arrampicandosi sul tetto del parlamento - sancisce che: Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato. Dunque, deputati e senatori non sono portavoce di un partito (di dio o del popolo) vincolati alla consultazione dei suoi leader, di un blog o di altre istanze, ma rappresentanti della nazione senza vincolo di mandato

Anche in altri paesi civili esiste il reato di clandestinità. Vero, ma riguarda proprio l'essere clandestini, cioè il fatto di nascondersi, di voler risiedere illegalmente entro i confini del paese ospitante, non la semplice condizione di irregolare. Viene valutata la persona: se si tratta di un delinquente o di un rifugiato richiedente asilo o di un lavoratore a cui è scaduto il permesso perchè licenziato. Negli altri paesi si fanno queste distinzioni, la legge italiana invece non distingue e infatti abbiamo la vergognosa assurdità di aver messo sotto inchiesta i profughi scampati alla strage di Lampedusa. Grazie alla legge voluta dalla Lega e oggi difesa da Grillo e Casaleggio, perchè - secondo la loro percezione - avrebbe il consenso popolare e il M5S non vuole assumersi il compito di educare ma solo quello di fare il portavoce. Come se i portavoce non alimentassero la voce. Come se gli amplificatori, motivati da ragioni di facile consenso, non svolgessero di fatto una cattiva pedagogia.

C'è da chiedersi se Grillo sia pronto allora a sostenere qualsiasi cosa, purchè voluta da quella che a lui sembra essere la maggioranza. Ad esempio, la pena di morte. Quello che appare sempre più chiaro è che la coppia Grillo-Casaleggio sia del tutto priva di una cultura democratica e liberale, e possieda piuttosto una visione plebiscitaria e fascistoide della politica. Conta solo la presunta maggioranza. Le minoranze sono annullate. Ed insieme ad esse l'autonomia del parlamento, mera cassa di risonanza di portavoce inquadrati da partiti amplificatori. O magari da un unico partito amplificatore (del 100%). Una visione estranea alla cultura dei diritti umani e dei diritti civili. I quali invece esistono anche per tutelarsi dal dispotismo e dalla follia delle maggioranze.


Vedi anche:
Beppe Grillo e l'immigrazione: le sparate degli ultimi anni (di Wil Nonleggerlo)
Cosa diceva Grillo su clandestini e flussi migratori un anno e mezzo fa

Tra i «limiti» del Movimento 5 Stelle, oltre l’uso e l’abuso della violenza verbale, vi è una costante confusione tra conflitto politico e conflitto istituzionale. 

Un partito attacca gli altri partiti. Se all'opposizione attacca la maggioranza parlamentare. Se in maggioranza attacca l’opposizione. Non dovrebbe attaccare le istituzioni in quanto tali, di cui egli stesso fa parte. Ad esempio, non dovrebbe attaccare il parlamento. 

Il M5S sembra non distinguere i due piani. Così, da questa estate assistiamo alla stravaganza di un partito di opposizione che assume come principale bersaglio, non il capo del governo, ma la presidente della Camera.

Opposizione al governo o al parlamento?

Il conflitto inizia a giugno, con Grillo che insulta il parlamento «non serve più ormai è una scatola vuota, una tomba maleodorante». Laura Boldrini difende l'istituzione che presiede «Attaccarlo è colpire la democrazia». Quindi, Grillo insulta la presidente «una nominata per grazia di Vendola (...) non in grado di capire quello che legge, se legge (...) che deve studiare la Costituzione».

In luglio la presidente della camera richiama alcuni deputati grillini per il loro linguaggio irrispettoso nei confronti del parlamento e del presidente della repubblica, che per regolamento non può essere coinvolto nei dibattiti parlamentari. Dice Laura Boldrini: «L'alternativa al parlamento è la dittatura».

Alla Cerimonia del ventaglio, Laura Boldrini ribadisce l’importanza di un corretto linguaggio istituzionale nel cuore della democrazia, tuttavia espone lei stessa l’affanno del parlamento, la compressione dell’attività parlamentare a causa di un uso eccessivo della decretazione d’urgenza da parte del governo e legittima il ricorso all’ostruzionismo da parte dell’opposizione, proprio nei giorni in cui esso è praticato dal M5S.

Grillo prende spunto da una frase - «La politica gratis è una pessima idea» - per attaccarla sui costi della politica: «Dimezzare lo stipendio ai parlamentari più pagati d'Europa, eliminare i rimborsi elettorali, cancellare odiosi privilegi che ci costano milioni di euro in un momento di crisi senza precedenti sono pessime idee?» Ma le effettive parole pronunciate dalla presidente espongono i tagli fatti per complessivi nove milioni di euro, quelli in programma, e sostengono l’allineamento degli stipendi dei parlamentari italiani a quello dei parlamentari europei, solo ricordano in conclusione che la democrazia comunque ha un costo e non può essere gratis.

Per il solo fatto di annunciare su Facebook, la convocazione della Camera il 20 agosto per la presentazione del decreto sul femminicidio, Laura Boldrini viene attaccata dalla Lega Nord e dal M5S. E così nei giorni a seguire. La presidente usa la camera come una TV commerciale (Roberto Fico). Anche durante la seduta, il M5S ribadisce l’accusa: la presidente ha convocato la camera in piena estate, solo per farsi pubblicità, con spreco di denaro pubblico. Eppure la convocazione è un obbligo costituzionale. L’art. 77 recita al secondo comma: Quando, in casi straordinari di necessità e d’urgenza, il Governo adotta, sotto la sua responsabilità, provvedimenti provvisori con forza di legge, deve il giorno stesso presentarli per la conversione alle Camere che, anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni. Per la Lega Nord, Boldrini è la «peggior presidente dal dopoguerra» (on. Bonanno).

Due giorni prima, Grillo se la prende con il «politicamente corretto». Non possiamo più parlare come pensiamo. All'ingresso di Montecitorio la politically correct Boldrini metterà la targa 'Non bestemmiare e non nominare Napolitano invano'.

Ai primi di settembre, dodici parlamentari del M5S si arrampicano sul tetto di Montecitorio per protestare contro il DDL sulle riforme che deroga alla procedura di revisione costituzionale prevista all'art. 138 della Carta. La presidente non può che censurare l’atto dimostrativo: «Il nostro regolamento ha tante possibilità per fare un'opposizione costruttiva, non c'era bisogno di gesti così eclatanti. Non è che da qui verrà qualcosa di meglio per il Paese». Un atto dimostrativo che ripropone la confusione tra opposizione ad una maggioranza parlamentare e opposizione al parlamento stesso. Scrive Laura Boldrini su Facebook: Occupare può essere una manifestazione di protesta di chi si sente escluso dalle sedi decisionali, non di chi, invece, ne fa parte a pieno titolo ed ha tutti gli strumenti necessari per opporsi e dissentire. Trovo veramente contraddittorio protestare per difendere la Costituzione violando la sede del Parlamento, cuore della democrazia, esponendo striscioni e bandiere di partito sulla facciata del palazzo in cui tutti devono sentirsi rappresentati.

Grillo reagisce postando sul blog contro la presidente l’accusa di essersi indignata per la protesta dei 5 stelle e non per l' acquisto degli F35, le infiltrazioni della ' ndrangheta nei cantieri Tav, lo sconto alle società di giochi d' azzardo. Seguono vari commenti insultanti lasciati in bella mostra: «ti odio», «parassita di stato», «signora ipocrisia», «serpe». Il più misogino e volgare dice: «Quando non possono più fare le prostitute, perché vecchie scope, le mandano a guidare il Paese». Al post replica la pagina di «Noi votiamo SEL». La retorica del post di Grillo è, con maggior pertinenza, facilmente ribaltabile. Poichè Grillo, a differenza della presidente della camera, in quanto leader di partito ha competenza su tutto, ma nonostante il resto del mondo se la prende spesso e prevalentemente con Laura Boldrini.

Seduta della Camera sul ddl Riforme per approvare il comitato parlamentare dei 40 su riforme istituzionali e elettorali. Dopo il voto favorevole, bagarre in aula, i grillini alzano cartelli di protesta “No deroga art. 138”. I commessi rimuovono i cartelli. I grillini restano con le braccia alzate. La presidente sospende la seduta. Il grillino Alessandro Di Battista dice: «Il Pd è peggio del Pdl, sanzionateci, ma prima sbattete fuori dalle istituzioni i ladri». Fa il gesto delle manette. Pronto il richiamo della presidente: «Non offenda». Curiosamente, alcuni giornalisti definiscono il richiamo una gaffe, pensando che ad essere offeso sia stato il Pd, come se il gesto delle manette, il riferire l’appellativo di ladri ai partiti di maggioranza, l’assumere un partito come parametro del peggio, non costituissero toni e parole offensive.

I dodici deputati grillini arrampicati sul tetto sono sanzionati con cinque giorni di sospensione. Andrea Scanzi, giornalista del Fatto, apertamente schierato con il M5S definisce la Bodrini docente del decoro presunto, maestrina dalla voce stanca e dal partitino rosso, preside compiaciuta, attentissima ai dettagli, alla forma, al nulla e distratta su tutto il resto. Il resto sta forse nell’elenco delle indignazioni di Grillo. Tuttavia, le stesse sanzioni sono solo una formalità, non ci sarebbe allora motivo di prendersela così tanto per nulla.

Nuovo attacco grillino contro Laura Boldrini, seduta della camera, in discussione la legge sullomofobia. Dopo le dimissioni del relatore del PDL, con la maggioranza divisa sul testo, la presidente acconsente ad una sospensione della seduta. Quindi viene attaccata dal grillino Christian Iannuzzi: «Dovrebbe essere imparziale, se non riesce a esserlo, si dimetta». Dopo il dibattito, la presidente diffonde una nota: «va a discapito della qualità stessa del dibattito democratico il fatto che la Camera e la sua Presidenza siano il bersaglio di una costante e strumentale opera di delegittimazione, in Aula come in rete». Giorgio Napolitano esprime solidarietà a Laura Boldrini.

Insulti a sfondo sessista

All'ambiguità anti istituzionale Grillo aggiunge l'ambiguità sessista. Con un surreale post dal titolo «Rispetto, esigo rispetto», Grillo scrive: «Non voglio sentire i queruli rimproveri di una signora che dal suo scranno tratta i nostri rappresentanti come degli scolaretti. Chi le dà questa autorità? La Boldrini, un oggetto di arredamento del Potere, non è stata eletta, ma nominata da Vendola». Con ciò ispira un breve e divertente articolo di Sebastiano Messina, ma anche la risposta della presidente della Camera e di quaranta parlamentari donne: «Attacco a tutte le donne». La ragione la sintetizza bene, una blogger di UAGDC: «(...) a prescindere da quello che si vuole intendere, il paragone con il pezzo di arredamento, l'allusione alla voce querula e all'autorità da maestra, visto che li tratta da "scolaretti" sono commenti a sfondo sessista. Se l'obiettivo era quello di dire che Laura Boldrini non è adatta a ricoprire il suo ruolo per tutti i motivi che si fosse ritenuto opportuno portare ad argomento, non era che da fare in modo esplicito».

L'autore di una offesa vergognosa, per quanto sottointesa, gira la frittata: scrive che la Boldrini deve vergognarsi delle sue parole. Nascondendosi dietro a un dito, accusa la presidente di volersi rifugiare dietro l'intero popolo femminile. «C'è uno sport diffuso tra questi politici d'accatto. Quando ne tiri in ballo uno, quello si intesta un'intera categoria. Come se fosse roba sua». Quale altro «politico d'accatto» tirato in ballo si è intestata una intera categoria? Viene in mente solo Cecile Kyenge. Le si è augurato di essere stuprata da chi aveva il colore della sua pelle, è stata paragonata ad un orango, le si sono lanciate banane addosso. Si è ritenuto che queste offese fossero razziste. Marcello Veneziani ha chiosato che la ministra non può essere toccata perchè è nera. Il M5S si è distinto per l'intervento dell'on. Serenella Fucksia: «Il paragone con l’orango? Ci sta (...) Ma cos’ha detto di così negativo? Io proprio non lo capisco (...) Si tende sempre a strumentalizzare tutto, come nel caso del femminicidio (...) Può anche darsi che le volesse fare un complimento. Quando a lui gli dicono che assomiglia a un maiale non se la prende nessuno». Una blogger di Panorama rivela di sentirsi somigliante ad una cavalla. Sallusti ricorda che Berlusconi è stato paragonato ad un Caimano. A ciascuno il suo animale. Peccato che l'unico figurante nella vecchia associazione razzista tra l'africano e la scimmia sia toccato proprio alla Kyenge. Come l'unico figurante nella vecchia associazione maschilista tra donna e oggetto sia toccato a Laura Boldrini. La continguità tra gli attacchi a Laura Boldrini e quelli a Cecile Kyenge si può notare da questo post fresco di giornata. Dice che «La Boldrini questo non lo sapeva» e linka un articolo del blog titolato «Gli extracomunitari siamo noi» cioè i cinque milioni di italiani poveri. Sottointeso: la Boldrini difende gli immigrati invece dei poveri italiani.

Come succede in questi casi, l'offensore e i suoi sostenitori, soliti od occasionali, si mettono a ricamare sull'ambiguità per negare o relativizzare lo stampo sessista dell'offesa: Boldrini non rappresenta tutte le donne, oggetto ornamentale potrebbe essere detto anche a un uomo (pur mancando l'evidenza empirica), Grillo insulta tutti, ce l'ha con lei perchè è una politica, perchè è parziale, non perchè è una donna, etc. Se la Laura Boldrini è un oggetto ornamentale del potere, chi è il potere? Dato che la lotta dei grillini si caratterizza in prevalenza contro la «casta» e contro i costi della politica, il potere da combattere, nella visione a 5 stelle, deve essere prima di tutto il potere politico. Il presidente della repubblica, il presidente del consiglio, i ministri, i vecchi capi dei partiti. Gli uomini della politica. La prima donna è solo un loro oggetto. Non è questione di durezza (il sessismo può essere anche morbido, persino benevolo), non è questione di insultare una invece che tutti. Un uomo può essere insultato duramente (sei un delinquente), una donna meno duramente (sei l'oggetto di un delinquente). Con un uomo si polemizza per l'uso pessimo della sua soggettività. Con la donna si polemizza negandole la soggettività. Nei confronti dell'uomo si esprime dissenso radicale. Nei confronti della donna si esprime delegittimazione. L'uomo si combatte. La donna si inferiorizza. I toni e le parole di Grillo, oltre che inequivocabilmente allusive, sono maschiliste, non perchè particolarmente dure o uniche, ma perchè inferiorizzanti.

Grillo prova comunque a darsi ragione montando il caso del tweet scomparso, come a insinuare che la Boldrini, dopo il suo post, abbia ritirato l'accusa di aver offeso tutte le donne. Grillo posta più volte durante la giornata sulla sua pagina di Facebook, che la Boldrini ha fatto una figuraccia, che il tweet da lui citato non c'è più, che i giornali non ne parlano, etc. Il tweet effettivamente è scomparso, ma il suo contenuto è riprodotto in tutta evidenza sulla pagina della presidente con oltre un migliaio di condivisioni e seimila like. Per due o tre giorni, l'uso che Grillo fa di Facebook contro la Boldrini somiglia al comportamento del troll di un forum che vuole infastidire e molestare. Tanto da provocare la reazione di Nichi Vendola.

Spesso succede che un uomo rivolga ad una donna un insulto sessista, non per definirla, ma per rimetterla al suo posto. Sono proprio le donne più indipendenti che si prendono della troia (epiteto che, in tutte le sue varianti, si spreca contro Laura Boldrini tra fascisti, leghisti e pentastellati), poichè quell'insulto nomina in modo dispregiativo la condizione estrema di servitù femminile. Dato che fai l'indipendente, ti ricordiamo che dovresti essere una serva e se non sei serva nostra ti diciamo che sei la serva dei nostri nemici. Infatti, Laura Boldrini è accusa dal M5S di eccessivo protagonismo. Cosa insolita per oggetti ed ornamenti. Siamo abituati a pensare le cariche istituzionali come cariche notarili, ai margini o del tutto assenti dal confronto politico. Laura Boldrini, per quanto ricordo ed osservo, è invece probabilmente la presidente della Camera più attiva e dinamica di ogni suo predecessore, e con l'idea di dover investire le proprie qualità personali, non per fare la passacarte, ma per ridare credibilità all'istituzione che rappresenta.

Una presidente in difesa dei diritti

Un dinamismo attivo su temi difficili, impopolari in un paese conservatore, estranei ai vertici delle istituzioni, con il filo rosso della difesa dei diritti: dei lavoratori, degli omosessuali, degli immigrati, delle donne. Apre il Gay Pride a Palermo. Dopo la parata militare del 2 giugno incontra i pacifisti. E' la più esposta nel difendere la ministra dell'integrazione dagli attacchi razzisti. Combatte la violenza sulle donne, il femminicidio, ma anche la violenza molesta e intimidatoria, il cyberbullismo praticato sul web in forme dilaganti. Si schiera a favore dello Ius soli. E' a Lamezia Terme, per il conferimento della cittadinanza onoraria a 400 bambini di origine straniera ma nati e cresciuti qui: «Chi nasce in Italia è italiano». Sollecita un linguaggio corretto nella rappresentazione dei migranti. Riceve in delegazione i lavoratori della Fiom, ma rifiuta l'invito di Marchionne a visitare i suoi stabilimenti, afferma che non si scambia il lavoro con i diritti e che senza dialogo con i sindacati non c'è ripresa. Su Berlusconi: «Vale l'articolo 3 della Costituzione». Riporta a Bologna, in occasione della commemorazione della strage, la presenza delle istituzioni, una presenza che, dopo anni, per la prima volta non viene fischiata, ma applaudita.

Secondo il capogruppo PDL alla Camera Renato Brunetta, la presidente Laura Boldrini è totalmente dissonante rispetto alla larga maggioranza del parlamento e del paese. Una maggioranza, si presume, fatta di interessi e umori particolaristici, individualisti, conservatori e reazionari. Una parte del paese a cui tentano di dare voce, di volta in volta, fascisti, leghisti e ormai anche i grillini, prendendola a bersaglio. Sono tanti, che siano la maggioranza è da vedere.

Grillo voleva eleggere presidente della repubblica Stefano Rodotà, «un ottuagenario miracolato dalla Rete, sbrinato di fresco dal mausoleo dove era stato confinato dai suoi». In prima battuta però avrebbe preferito Milena Gabanelli, una falsificatrice da trascinare in tribunale. Ora sappiamo che ha pure concorso, sia pure indirettamente, ad eleggere presidente della camera una nominata per grazia di Vendola (...) non in grado di capire quello che legge, se legge (...) che deve studiare la Costituzione. Magari, da Roberta Lombardi.

Grillo sostiene di aver denunciato che da vent'anni il Parlamento viene spogliato dei suoi poteri, sanciti dalla Costituzione, senza che nessun partito abbia da ridire. Un Parlamento di "nominati" dai partiti, non di votati dai cittadini, il cui potere di legiferare e' stato di fatto trasferito al Governo con i decreti legge, un Parlamento neppure messo in grado di sfiduciare il Governo, come è stato per Berlusconi e Monti, e che prende ordini dai partiti. Questo è il Parlamento oggi. Negarlo è negare la realtà.

In effetti, l’abuso dei decreti legge era già contestato al governo Craxi (1983-87) dall’allora segretario del Pci Alessandro Natta. Che attaccava la maggioranza, senza svilire il parlamento. Era il decisionismo della democrazia governante, la fine del consociativismo, esercitato dal predicatore della grande riforma, che avrebbe permesso ai socialisti italiani di ribaltare i rapporti di forza nella sinistra, come già fecero i socialisti francesi nel sistema semipresidenziale.

Laura Boldrini non ha glissato sull’argomento, anzi ha rimproverato Grillo di ostinarsi a chiudere gli occhi sui cambiamenti in corso: la riforma del regolamento della Camera, avviata nelle prime settimane della legislatura, porterà proprio a ridare centralità all'attività parlamentare, limitando il ricorso ai decreti legge, rafforzando il ruolo delle commissioni e dando un iter certo e rapido alle proposte di legge di iniziativa popolare, fin qui troppo spesso ignorate. Lanciare invettive è facile. Cambiare le cose lo è meno, ma alla Camera, anche senza l'apprezzamento di Grillo, ci stiamo provando.

Ma non ha glissato neppure sui toni e le parole scelte dal leader 5 stelle: Le dichiarazioni di Beppe Grillo, scomposte e offensive, tendono di nuovo a colpire il Parlamento e quindi la democrazia. Sono dannose per il paese, per la sua immagine all'estero, per chi lavora a rinnovare le istituzioni rendendole più sobrie, efficaci e trasparenti e per gli stessi deputati del gruppo M5S.

Se frainteso, Grillo ha fatto di tutto per esserlo. Non è la prima volta, come si vede dall'immagine tratta dal suo magazine del 5 agosto 2012 (in alto a sinistra). I grillini accusano che si veda il fascismo dappertutto, ma è il loro stesso capo a provocare e a giocare con questa evocazione.

Oltre ad aver denunciato che il parlamento con l’attuale legge elettorale è di fatto nominato dai partiti (anche se alcuni hanno fatto le primarie) ed è svuotato del suo potere legislativo mediante i decreti del governo, Grillo non ha indicato nessuna soluzione, anzi ne ha prospettate genericamente due: la riforma o l’abolizione. Sempre accostando l’istituzione a immagini squalificanti. Il Parlamento ha ancora un senso? Va riformato, abolito? Una cosa è certa, oggi non serve praticamente a nulla. Il Parlamento potrebbe chiudere domani, nessuno se ne accorgerebbe. È un simulacro, un monumento ai caduti, la tomba maleodorante della Seconda Repubblica. O lo seppelliamo o lo rifondiamo. La scatola di tonno è vuota. Ripeto: la scatola di tonno è vuota".

Per non essere frainteso, Grillo può scegliere cosa vuole rappresentare. Se la centralità del parlamento o gli umori anti parlamentari, anti istituzionali, della destra fascistoide, della zona grigia del paese. Rappresentare entrambi può riuscirgli nella gag di uno spettacolo comico. Se invece ci prova nelle dichiarazioni di leader politico, finirà per risultare pericolosamente ambiguo. In Italia, il parlamento è già stato chiuso per vent’anni. Per poi essere riaperto dall’antifascismo. Cioè, da quella cosa che Grillo reputa non essere di sua competenza.

Così è normale che la presidente della camera lo bacchetti. Al che Grillo chiarisce ogni dubbio. La violenza e l'insolenza verbale sono propri degli anti istituzionali, non dei sostenitori della centralità del parlamento.

Laura Boldrini, Milano 25 aprile 2013
Il blog di Grillo posta questa denuncia"Quanta falsità e ipocrisia di regime sui quotidiani italiani. Il pd (menoelle, ndr) fa un governo con piduisti (loggia massonica illegale che voleva sovvertire la Costituzione nata dalla Resistenza), ex picchiatori fascisti, la nipote del dittatore Mussolini, condannati e Grillo con il suo solito amaro paradosso (che vero può risultare indigesto) denuncia per questi motivi che hanno ucciso il 25 aprile parafrasando Guccini di "Dio è Morto". Ma oggi Grillo è il "fascista" e loro i "democratici". Naturalmente non si cita il fatto (a parte il Corriere va detto) che lo stesso Grillo ieri ha ricordato le parole di Pertini sulla Resistenza, e sul fatto che ovunque il M5S era alle celebrazioni (senza cercare la retorica dei pulpiti e dei palchi) chi invitato sul palco, chi tra la folla mentre il pdl no... Nessuno scrive una riga sull'assenza dei responsabili democratici del pdl.... E il pd (menoelle, ndr) sceso dal palco del 25 aprile è pronto a fare un governo con la Mussolini. Chi è più paradossale Grillo o tutto questo circo di regime di ipocriti?" Matteo Incerti

In parte penso abbia ragione. Rispetto al 25 aprile, il M5S non è certo il partito peggiore. In parte, credo che Grillo, così come non ha fatto quanto poteva per evitare il governissimo, non faccia tutto il necessario per evitare di essere equivocato in tema di antifascismo. Tema che lui stesso ha dichiarato non essere di sua competenza, conversando cordialmente con dirigenti e militanti di Casapound davanti a Montecitorio. Un precedente che influisce nel modo di interpretare parole e comportamenti in occasione della festa della liberazione. Come pure lo è il post della capogruppo al senato Roberta Lombardi in cui distingue alle origini il fascismo buono con un alto senso dello stato. Più altre iniziative sparse quà e là. Come la solidarietà votata dal M5S con il PDL a Casapound, nel quartiere bolognese di Naville, per una aggressione subita dalla sede del gruppo di estrema destra. D'altra parte, il candidato a sindaco di Roma, del M5S, Marcello De Vito, aveva annunciato il sottrarsi del movimento alle celebrazioni di un 25 aprile strumentalizzato dai partiti che fanno a gara per assumersene la parternità. Motivazione improbabile se si considera che anche il PDL e la Lega spesso si sono defilati o hanno fatto affermazioni sul fascismo e la Liberazione a dir poco revisioniste (da Dell'Utri a Berlusconi).

Grillo ha ricordato le parole di Pertini. Così gli antifascisti possono essere soddisfatti. Ha dichiarato che il 25 aprile è morto, con tante motivazioni che molti antifascisti possono condividere. Allora soddisfatti due volte. Ma alla fine ha concluso con un invito a non celebrarlo, a rimanere in silenzio con il rispetto che si deve ai defunti. Insomma, ha constatato il decesso e proposto la sepoltura, non la riscossa per una rinascita. Per una ricostruzione. Come se quella data non potesse più costituire il fondamento dell'Italia futura. E questo può essere soddisfacente per quelle aree di destra che si sentono attratte da questo movimento né di destra, nè di sinistra. Una ambiguità furbesca da partito pigliatutto.

Se a Beppe Grillo non piacevano le celebrazioni ufficiali, poteva organizzarne di alternative. Come già fece con il v2-day il 25 aprile 2008 a Torino. Invece ha rinunciato. Incassando reazioni e commenti assolutamente prevedibili, specie da parte di un grande comunicatore come lui, che quando vuole farsi capire, sa farsi capire. E' improbabile infatti che ad averlo frainteso, sia stato anche il «suo» candidato alla presidenza della repubblica, Stefano Rodotà, il quale gli ha ricordato che: «Quello di quest'anno è stato un 25 aprile diverso dagli anni passati. Perché diversa è la situazione in cui viviamo, immersi in un disfacimento civile e politico, ma è questa data e ciò che rappresenta che ci può aiutare in un momento di crisi. Mai come ora abbiamo bisogno di una politica costituzionale che abbia come presupposto la consapevolezza piena dei valori della Costituzione e delle loro radici».

In molti simpatizzanti progressisti il Movimento 5 Stelle continua a suscitare diffidenza - causa incompetenza, dichiarazioni infelici, linguaggi insultanti, propensione alla logica del tanto peggio tanto meglio - fino al punto da essergli ancora preferito il PD. Io stesso se fossi chiamato ad una scelta secca tra PD e M5S, credo sceglierei il PD. Per storia, per retaggio culturale, per appartenenza. Perchè mi pare che tra le due forze politiche, i temi a me più cari, il diritto del lavoro, il femminismo, l'antirazzismo, siano più di casa tra i democratici. Qualcuno potrebbe storcere il naso e ricordarmi facilmente la concreta prassi di quel partito, anche solo recente, al governo con Monti. Ed avrei difficoltà a ribattere. Non per nulla, ho votato RC e SEL.

Tuttavia, passate le elezioni, i fatti più importanti hanno segnato uno spostamento a sinistra, soprattutto per impulso del M5S, nonostante esso non voglia essere nè di destra, nè di sinistra. Penso al programma degli otto punti di Bersani, insufficienti quanto si vuole, ma impensabili senza il proposito di conquistare l'adesione del partito di Grillo e soprattutto penso all'elezione a presidenti delle due camere di Laura Boldrini e Pietro Grasso, una rappresentante dei profughi e un rappresentante dell'antimafia ai vertici dello stato. L'elezione dei due presidenti sembrava voler prefigurare una maggioranza di governo PD-M5S, ma la stessa impostazione non è stata replicata per la formazione del governo, nel momento in cui l'incarico è stato assunto da Bersani e non da una personalità paragonabile a Boldrini e Grasso. Ed ora pare definitivamente abbandonata per l'elezione del presidente della repubblica.

Il PD propone una rosa composta da Franco Marini, Anna Finocchiaro, Massimo D'Alema, Giuliano Amato, Romano Prodi, forse anche Luciano Violante. A parte Prodi, tutti nomi fatti apposta per ottenere il consenso del PDL e il dissenso del M5S. Anche stavolta hanno fatto meglio i grillini con le quirinarie. Non si sa quanti hanno votato e quante preferenze siano state assegnate. Ma la consultazione di base virtuale ha sfornato una rosa di personalità di tutto rispetto, molto apprezzabili nel loro lavoro, non sempre, almeno apparentemente, idonee alla carica di capo dello stato.

Prima eletta, Milena Gabanelli, forse anche grazie alle recenti minacce di querela da parte di Alemanno.  Poi a seguire, Gino Strada, Stefano Rodotà, Gustavo Zagrebelsky, Ferdinando Imposimato, Emma Bonino, Giancarlo Caselli, Romano Prodi, Dario Fo. Unico nome comune alle due rose è quello di Romano Prodi, però piazzato molto indietro nelle preferenze grillini, e poco amato tra i democratici. Il professore non sarebbe utile per un accordo con il PDL, forse insufficiente per un accordo con il M5S. Gabanelli probabilmente declinerà. Su di lei credo abbia ragione Enrico Mentana: «Milena Gabanelli candidata al Quirinale è una bella scelta. Più che alla presidenza della repubblica però la vedrei bene a quella della Rai». Il nome migliore uscito dalle quirinarie è quello di Stefano Rodotà. Un perfetto garante della Costituzione nella migliore repubblica democratica possibile. Un alfiere dei diritti, un conoscitore della rete e delle nuove tecnologie, un uomo di sinistra, vicino al movimento operaio, svincolato dai dogmi liberisti e monetaristi. In un paese normale, una sinistra normale lo eleggerebbe ad occhi chiusi. In Italia viene candidato da un movimento definito populista. In ogni caso, ho firmato la petizione popolare che sostiene la sua candidatura. Tra tutti i nomi «improbabili» sarà il più difficile da respingere.

Guardo con simpatia alla campagna Voglio una donna al Quirinale. Ma i nomi che circolano sono quelli di Emma Bonino, troppo liberista in tempi di crisi globale, e di Anna Finocchiaro, troppo dalemiana in tempi di cambiamento. Entrambe poco significative per il movimento delle donne, salvo fare un balzo indietro fino agli anni '70 e recuperare le lotte per i diritti civili dei radicali. Ma è passato davvero tanto tempo. Non sottovaluto l'importanza del valore simbolico di una donna presidente della repubblica. Però non lo considero determinante. A certe condizioni, è anche controproducente. In Europa abbiamo Angela Merkel a capo della Germania. E' il leader che impedisce di fuoriuscire dalla politica di austerity che avvita l'intero continente nella recessione. In passato, abbiamo avuto Margaret Thatcher a capo della Gran Bretagna, prima promotrice insieme a Ronald Reagan in Occidente del lungo ciclo di egemonia liberista sfociato nella crisi globale di questi anni, una crisi per gravità paragonabile a quella del 1929. Una donna al vertice può simboleggiare un cambiamento, un progresso, ma anche essere soltanto una eccezione, un fiore all'occhiello, una personalità femminile alla guida di una struttura patriarcale, persino consolidata nella sua fondamenta.

La democrazia paritaria ha valore nella composizione delle assemblee elettive, degli organi esecutivi, nella formazione delle liste, per cui è giusto il principio del 50 e 50, ma questo non necessariamente porta a preferire una donna ad un uomo nella valutazione delle candidature individuali ad organi monocratici, quali i sindaci e i presidenti. Infatti, a Milano abbiamo preferito Giuliano Pisapia a Letizia Moratti, mentre nelle primarie genovesi abbiamo preferito Marco Doria a Marta Vincenzi. Allo stesso modo, oggi possiamo preferire per la presidenza della repubblica un uomo, Stefano Rodotà, a qualsiasi candidatura femminile poco convincente.

Alla domanda postagli dal vicepresidente di CasaPound «Sei antifascista?», Beppe Grillo risponde che non gli compete, che il M5S è ecumenico, che «è come chiedere se sei razzista o antirazzista, sono domande che non hanno risposta». Almeno, non da parte sua.

Eppure la risposta può essere ovvia. Sono antirazzista perchè gli uomini sono tutti uguali. Sono antifascista perchè sono contro il ducismo, il militarismo, il nazionalismo, il partito unico, il razzismo, l'uso della violenza per eliminare gli oppositori politici. Questo fascismo non è una definizione astratta. E' la storia del regime fascista. E' la pratica politica dei fascisti negli anni '60 e '70. E' l'assalto alla scuola Diaz e le torture di Bolzaneto, dove ai reclusi si faceva cantare faccetta nera e baciare la foto del duce. La democrazia italiana, con tutti i suoi limiti e le sue imperfezioni, è nata nella lotta contro il fascismo e sempre nella lotta al fascismo si è salvaguardata ed ha vissuto la sua stagione migliore, dopo la sconfitta del governo Tambroni. Per converso, la democrazia italiana ha smesso di evolversi ed ha iniziato a declinare quando l'antifascismo si è ridotto prima a celebrazione, poi ha cessato di essere una discriminante nei rapporti politici, ed è stato infine ribaltato nella lettura storica del revisionismo, fino al chiasso sul «sangue dei vinti».

Nel momento in cui Grillo apre ai fascisti, le sue critiche al PD o a qualsiasi altro partito, diventano irrilevanti, e il M5S si colloca, per me, tra i partiti a cui non è neanche pensabile dare il voto. Lo chiarisco, perchè proprio su questo blog avevo scritto che il M5S era tra i partiti votabili. Si sbaglia e ci si corregge. Avevo comunque anche evidenziato l'idea grillina secondo cui concedere la cittadinanza agli immigrati fosse «senza senso». Come è senza senso dirsi antirazzista o antifascista. Ecco il senso.

Per replicare alle critiche, Grillo ha scritto un minipost.

«Il M5S non è di destra né di sinistra». Questa affermazione è stata fatta da altri movimenti al loro esordio. L’Uomo Qualunque, nel dopoguerra, ma anche i Verdi e la Lega Nord a fine anni ‘80. I Verdi superate le prime prove elettorali si sono esplicitamente collocati a sinistra. La Lega Nord, pur essendosi alleata con Forza Italia, An e poi Pdl, ancora oggi nega di essere un movimento di destra. Lo stesso Berlusconi ha più volte detto di essere di destra solo in Italia, mentre in America starebbe con i democratici. La destra non ha mai amato il dualismo destra/sinistra. Questo dualismo è un modo di sinistra di leggere il confronto politico, presuppone almeno due parzialità, ma la destra non vuole essere parziale, vuole essere rappresentativa di tutti, di un tutto, dei ricchi, ma anche dei poveri, di tutta la nazione, o di tutto il nord, o di tutto il popolo. La destra in Italia non ama definirsi destra anche per distinguersi dal fascismo, per questa ragione si è sempre detta di centro. Ma neppure il fascismo si diceva di destra, non si collocava in uno schieramento politico (nella destra o nella sinistra), ma in una posizione superiore e alternativa ai partiti, al parlamento, alla democrazia. Pino Rauti rifiutava esplicitamente la collocazione del fascismo a destra.

«Il tempo delle ideologie è finito». Il fascismo si proclamava pragmatico e antidogmatico. Mussolini diceva che «la nostra ideologia è la politica che facciamo oggi». La fine delle ideologia, da trent’anni a questa parte, è stata predicata soprattutto da destra, in riferimento alle ideologie di sinistra, il comunismo, il marxismo. Il liberismo non si riconosce come ideologia, ma come legge di natura. La fine delle ideologie è stata predicata dai movimenti rosso bruni, quelle componenti del fascismo che hanno ricercato alleanze e ibridazioni con l’estrema sinistra in funzione anticapitalista e antiamericana.

«Il MoVimento 5 Stelle non è fascista». Ma non è antifascista. Rispetto alla discriminante fascismo/antifascismo, non si schiera. Sostiene che quella discriminante non è importante, è superata, ma anche questo è un collocarsi, non nuovo peraltro. Persino nel ‘43-’45 molti italiani, forse la maggioranza, non attribuirono importanza a quella discriminante e stettero alla finestra. Era il ventre molle del paese, la base del consenso passivo del fascismo prima e del regime democristiano poi e infine dell’Italia berlusconiana. Una prateria elettorale per qualsiasi movimento nè di destra, nè di sinistra, nè fascista, nè antifascista.

«Il M5S non ha pregiudiziali nei confronti delle persone». Ma CasaPound non è una persona, è un gruppo politico, con un programma, dei valori di riferimento, e una pratica politica. Si presume, dal punto di vista di Grillo, migliore di tutti i partiti a cui si contrappone, a cui ha chiuso la porta, perfino Di Pietro, perfino Ingroia. A CasaPound la porta non si chiude, anzi la si spalanca per discutere  amabilmente davanti a tutti. In parlamento gruppi politici diversi od opposti possono convergere nel voto favorevole o contrario ad un provvedimento, ma ciò non significa allearsi o legittimarsi reciprocamente. Il fatto che il PCI e l’MSI abbiano votato tante volte insieme in quanto opposizioni non ha mai portato il PCI a legittimare l’MSI. Essere d'accordo su una misura economica non può significare nulla, se si ha uno sguardo diverso su donne, neri, ebrei, omosessuali. Se non si è d'accordo sul fatto che siamo tutti esseri umani con lo stesso valore, la stessa dignità, gli stessi diritti.

«Il M5S si è alleato e si alleerà con i movimenti di cui condivide gli obiettivi, come è avvenuto per i No Tav, i No Gronda, i No Tav, l'acqua pubblica, i rifiuti zero, i No Dal Molin, il nucleare e tanti altri». La lotta contro il Tav, per l’acqua pubblica, i beni comuni, la raccolta differenziata dei rifiuti, contro il nucleare, sono contenuti ambientalisti e di sinistra. Quando la sinistra non li appoggia è in contraddizione con se stessa. Cosa sono oggi questi obiettivi per il M5S? Il baricentro della sua attuale politica o un retaggio del passato, da usare a sinistra come carta di credito (o specchietto per le allodole), mentre verso destra si fa valere più attualmente la retorica antipolitica e qualunquista, ormai anche possibilista su razzismo e fascismo?

«Il M5S vuole realizzare la democrazia diretta, la disintermediazione tra Stato e cittadini, l'eliminazione dei partiti, i referendum propositivi senza quorum: il cittadino al potere». Di questo argomento bisognerebbe parlare con idee un po' più precise, e con un linguaggio rigoroso, dato che riguarda l’organizzazione della convinvenza e del pluralismo in un paese di 60 milioni di abitanti e non di un condominio o di un piccolo villaggio. Nella storia del nostro paese, i partiti sono già stati eliminati una volta, sotto un ventennale regime per il quale quelle persone che sembrano grillini provano ancora oggi sentimenti di simpatia e nostalgia. C’erano anche referendum propositivi, si chiamavano plebisciti.


Sul forum ex leghisti e berlusconiani dichiarano di voler votare Grillo. Conferma, nel nostro piccolo, che Grillo attrae soprattutto voti da destra. Per portarli dove, è una incognita. Sui giornali più vicini al centrosinistra si sostiene che ciò è naturale perchè il M5S ha alcune caratteristiche attraenti per l'elettorato di destra: il populismo, il leaderismo, il qualunquismo, una certa ostilità all'immigrazione. Però, è vero che il M5S si caratterizza pure per temi di sinistra: la contrarietà al precariato, alla Tav, l'ambientalismo. La questione morale. E' un movimento prossimo a Di Pietro, al Fatto Quotidiano, a Michele Santoro. Poi si caratterizza per un fatto inedito, l'uso della rete come strumento di aggregazione. Il movimento operaio si aggregava intorno a giornali e case del popolo, la politica americanizzata intorno alla televisione, il M5S, per la prima volta, intorno ad un blog e ai socialnetwork. Questo è più o meno democratico? Al punto da esigere l'inibizione della partecipazione in TV da parte di tutti suoi aderenti, pena l'espulsione. Forse l'attrazione che il Movimento Cinque Stelle esercita sull'elettorato di destra dipende dal fatto che in questo frangente è la destra ad essere in disfacimento. Nel 2008, avrebbe forse potuto esercitare una maggiore attrazione sull'elettorato di sinistra. Il suo blog si è affermato come soggetto politico proprio sull’onda della delusione per il governo Prodi. Fino a pochi anni fa, Grillo era percepito come un comico di sinistra. Suoi collaboratori erano Michele Serra e Stefano Benni. Ho visto un suo spettacolo nel 2007 a Torino e, ricordo, ne rimasi entusiasta. Altro che Rifondazione, mi dicevo, perchè un partito non lo crea lui? Nel 2007.

Vedi anche:
Voteresti Movimento 5 stelle?
La cittadinanza «senza senso» di Beppe Grillo
Caso Salsi: il sessismo è violenza di genere

Penso di confermare il voto alla Federazione della Sinistra. Ma esiste un insieme di partiti che reputo votabili, Sel, Pd, Idv. Altri non li voterei mai: Terzo Polo, Pdl, Lega, e tutto quel che si può trovare a destra. Il Movimento cinque stelle, è un soggetto politico votabile. E capisco chi lo vuol votare, data l'attrazione che esercita, si presenta come la forza che più credibilmente può dare una spallata al sistema. 

In quale direzione, è una incognita fino ad un certo punto, se si guarda alle battaglie di Grillo in questi anni. Contro la Tav, gli inceneritori, i termovalorizzatori, per la raccolta differenziata, contro la Telecom e Parmalat in difesa di consumatori e risparmiatori, contro il potere delle banche, contro la legge Biagi, in difesa dell'articolo 18. Vittorio Feltri diceva che il programma di Beppe Grillo somiglia molto a quello di Rifondazione Comunista. Per molti anni i testi glieli ha scritti Stefano Benni umorista del Manifesto. Ha collaborato con lui anche Michele Serra, già direttore di Cuore. 

A parte la Tav, forse negli ultimi tempi, Grillo ha attenuato questi temi, per concentrarsi su quelli che gli portano più facilmente consenso, soprattutto da destra, dato che Pdl e Lega sembrano in disfacimento: i costi della politica, il finanziamento ai partiti, il finanziamento ai giornali, qualche parola ambigua nei confronti degli immigrati e pure verso la mafia. Sono difetti, ma non sono inediti. Il tema del finanziamento pubblico è da sempre cavallo di battaglia dei radicali, sui quali ci hanno fatto anche un referendum, peraltro vinto e poi aggirato dai partiti sconfitti. Parole (e politiche) ambigue sugli immigrati sono state dette e fatte anche dal centrosinistra, dall'introduzione dei centri di detenzione temporanea alle ordinanze dei sindaci sceriffo.

Il porsi contro tutto e tutti è tipico dei movimenti che debuttano nel sistema politico. Persino i verdi, nel 1985, attraverso i volti educati e signorili di Gianni Mattioli e Massimo Scalia, contrapponevano se stessi ai partiti tradizionali, rifiutando di sbilanciarsi in anticipo in tema di alleanze, prima di diventare una componente stabile delle alleanze progressiste.

Demagogia, populismo, antipolitica, qualunquismo sono le parole magiche con cui il M5S viene demonizzato. Sono parole che, appellandosi alla paura, evitano di spiegare perchè la maggioranza degli elettori mostra di non fidarsi dei partiti attuali. Emanuele Macaluso ha contestato il paragone tra Grillo e Guglielmo Giannini, fondatore dell'Uomo Qualunque, poichè Giannini aveva un altro spessore, un altra cultura. Insomma, il paragone sarebbe troppo edificante per Grillo. Possibile. D'altra parte, tutto il quadro di quell'epoca, presentava un altro spessore e un'altra cultura. Bersani non è Togliatti e neppure Nenni, Berlusconi non è De Gasperi. Dire di quegli uomini, di quei partiti, che erano tutti uguali, pur avendo idee di politica economica, di politica estera, di modello di società, alternative, poteva non avere senso. Dirlo degli attuali partiti una verosimiglianza ce l'ha. Non sono forse insieme sui fondamenti della politica estera, economica, sull'idea di sviluppo? Tutti insieme a far la guerra alla Libia, tutti insieme a costruire la Tav, tutti insieme a precarizzare il lavoro, prima Treu e poi Maroni.

I rapporti tra Grillo e Casaleggio sono opachi, la democrazia interna del movimento è molto dubbia, forse inesistente. Ma siamo alle solite, tutta la politica ha un rapporto opaco con il potere economico, politici diventano banchieri, banchieri diventano politici. Chi finanzia chi, chi fa le leggi in favore di chi. Se Grillo non è proprio nuovo, mal che vada sarà una replica di quel che c'è. Al momento non sembra presentare pericoli più rilevanti, per ora il M5S non ha fatto nulla di male, non si è affacciato alla politica come la Lega, sparando su immigrati e meridionali, minacciando la secessione, non è sceso in campo come Forza Italia, per salvare un padrone dai debiti e dalle inchieste giudiziarie. Può esserci più o meno simpatico, ma perchè averne paura?

Forse il Movimento si sposterà più a destra, se Lega e Pdl non riusciranno a riprendersi, se nessun altro movimento li sostituirà, se il confronto sarà soprattutto con il Partito democratico. Resta comunque molto interessante l'esperimento di un soggetto politico aggregatosi, anche grazie alla popolarità di un comico, intorno ad un blog e poi spopolato sui social network. L'affermazione di Grillo è anche l'affermazione della politica in Internet. Oltre al suo umorismo, anche questo me lo rende simpatico. Ma credo, per quanto mi riguarda, dovrà accontentarsi di un attestato di simpatia.

Beppe Grillo - non nuovo a certe prese di posizione - ha dichiarato che la cittadinanza a chi nasce in Italia, anche se i genitori non ne dispongono, è senza senso. Divide gli italiani in buonisti e xenofobi, distraendoli dai problemi reali. Si è così guadagnato molte critiche, come fosse un leghista, anche all'interno dello stesso Movimento a cinque stelle. Ma pure tante approvazioni: esiste una vasta area xenofoba oltre i padanisti, che non esita ad esprimersi appena un leader "credibile" le dà voce. Grillo si è difeso sostenendo di non essere per nulla contrario alla cittadinanza per gli immigrati, ma - afferma - vanno valutati modi e tempi a livello europeo. Ha inoltre lamentato che il suo movimento, poichè va forte nei sondaggi, è sempre più spesso bersagliato da vignettisti e pennivendoli della Repubblica e dell'Unità, la prima fila di una indistinta macchina della merda. Difensore di Grillo è Bruno Tinti, che lo paragona alla ministra degli interni Anna Maria Cancellieri. Secondo la ministra, lo ius soli non basta. Sì, invece, a una cittadinanza che «derivi da un insieme di fattori. Se un bambino è nato in Italia, i genitori sono stabilmente in Italia e magari ha già fatto parte degli studi qua ed è inserito, allora credo sia giusto». Bruno Tinti spiega il "corretto" pensiero di Grillo: la cittadinanza ai figli degli stranieri non è una priorità in tempi di crisi economica. E con ciò rimprovera i lettori superficiali e distratti, bene o male intenzionati.

Bruno Tinti confida troppo nel fatto che Grillo non sia letto con la dovuta attenzione, così per difenderlo meglio sostituisce una parola con un'altra. Grillo ha negato il senso, non la priorità della cittadinanza. Il senso è il motivo, la ragione (o forse il buon senso degli italiani). Invece motivo è evidente che c'è. Si tratta di bambini e ragazzi nati da genitori residenti da lunghi anni in Italia, che sono cresciuti in Italia, hanno frequentato le nostre scuole e che arrivati alla maggiore età rischiano di essere espulsi. In ogni caso restano privi dei diritti politici. Il più autorevole sostenitore della concessione della cittadinanza è il presidente della repubblica Giorgio Napolitano, non proprio un personaggio che ama dividere e contrapporre gli italiani in opposte fazioni di tifosi. Una soluzione europea (quale?) potrà essere auspicabile, ma non è una prospettiva immediata e non può essere usata come scusa per rimandare decisioni che competono alla sovranità nazionale. Competono nel quadro della legislazione ordinaria, nessuno sta sollcitando decreti d'urgenza.

Può aver ragione la ministra Cancellieri a voler valutare i criteri di uno ius soli temperato - anche se l'argomento della paventata invasione delle partorienti mi pare poco serio -  molto meno Beppe Grillo e Bruno Tinti a negare il problema (degli altri) o a volerlo rimandare alle calende greche di una legge europea o di una fuoriuscita dalla crisi. La crisi durerà dieci anni, secondo le previsioni più ottimistiche e non si può immaginare di legiferare solo in materia economica per così lungo tempo, sospendendo ogni altra questione. Si trattasse della sospensione dei nostri diritti civili e politici, non la riterremmo una questione secondaria. Non c'è ragione di considerarla tale solo perchè riguarda i diritti civili e politici di persone con colore della pelle, tratti somatici, sangue, diversi dal nostro. Una tale discriminazione nel modo di pensare e valutare è molto difficile inscriverla in qualcosa di diverso dal razzismo. Anche l'idea che gli italiani si possano dividere tra buonisti e razzisti, ha il suo presupposto nella convinzione che oggetto della divisione siano diritti esclusivi (che per altruismo concediamo, o per egoismo neghiamo) e non di diritti universali, rispetto ai quali è semplicemente in gioco il principio di uguaglianza.


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