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La cittadinanza «senza senso» di Beppe Grillo

Beppe Grillo - non nuovo a certe prese di posizione - ha dichiarato che la cittadinanza a chi nasce in Italia, anche se i genitori non ne dispongono, è senza senso. Divide gli italiani in buonisti e xenofobi, distraendoli dai problemi reali. Si è così guadagnato molte critiche, come fosse un leghista, anche all'interno dello stesso Movimento a cinque stelle. Ma pure tante approvazioni: esiste una vasta area xenofoba oltre i padanisti, che non esita ad esprimersi appena un leader "credibile" le dà voce. Grillo si è difeso sostenendo di non essere per nulla contrario alla cittadinanza per gli immigrati, ma - afferma - vanno valutati modi e tempi a livello europeo. Ha inoltre lamentato che il suo movimento, poichè va forte nei sondaggi, è sempre più spesso bersagliato da vignettisti e pennivendoli della Repubblica e dell'Unità, la prima fila di una indistinta macchina della merda. Difensore di Grillo è Bruno Tinti, che lo paragona alla ministra degli interni Anna Maria Cancellieri. Secondo la ministra, lo ius soli non basta. Sì, invece, a una cittadinanza che «derivi da un insieme di fattori. Se un bambino è nato in Italia, i genitori sono stabilmente in Italia e magari ha già fatto parte degli studi qua ed è inserito, allora credo sia giusto». Bruno Tinti spiega il "corretto" pensiero di Grillo: la cittadinanza ai figli degli stranieri non è una priorità in tempi di crisi economica. E con ciò rimprovera i lettori superficiali e distratti, bene o male intenzionati.

Bruno Tinti confida troppo nel fatto che Grillo non sia letto con la dovuta attenzione, così per difenderlo meglio sostituisce una parola con un'altra. Grillo ha negato il senso, non la priorità della cittadinanza. Il senso è il motivo, la ragione (o forse il buon senso degli italiani). Invece motivo è evidente che c'è. Si tratta di bambini e ragazzi nati da genitori residenti da lunghi anni in Italia, che sono cresciuti in Italia, hanno frequentato le nostre scuole e che arrivati alla maggiore età rischiano di essere espulsi. In ogni caso restano privi dei diritti politici. Il più autorevole sostenitore della concessione della cittadinanza è il presidente della repubblica Giorgio Napolitano, non proprio un personaggio che ama dividere e contrapporre gli italiani in opposte fazioni di tifosi. Una soluzione europea (quale?) potrà essere auspicabile, ma non è una prospettiva immediata e non può essere usata come scusa per rimandare decisioni che competono alla sovranità nazionale. Competono nel quadro della legislazione ordinaria, nessuno sta sollcitando decreti d'urgenza.

Può aver ragione la ministra Cancellieri a voler valutare i criteri di uno ius soli temperato - anche se l'argomento della paventata invasione delle partorienti mi pare poco serio -  molto meno Beppe Grillo e Bruno Tinti a negare il problema (degli altri) o a volerlo rimandare alle calende greche di una legge europea o di una fuoriuscita dalla crisi. La crisi durerà dieci anni, secondo le previsioni più ottimistiche e non si può immaginare di legiferare solo in materia economica per così lungo tempo, sospendendo ogni altra questione. Si trattasse della sospensione dei nostri diritti civili e politici, non la riterremmo una questione secondaria. Non c'è ragione di considerarla tale solo perchè riguarda i diritti civili e politici di persone con colore della pelle, tratti somatici, sangue, diversi dal nostro. Una tale discriminazione nel modo di pensare e valutare è molto difficile inscriverla in qualcosa di diverso dal razzismo. Anche l'idea che gli italiani si possano dividere tra buonisti e razzisti, ha il suo presupposto nella convinzione che oggetto della divisione siano diritti esclusivi (che per altruismo concediamo, o per egoismo neghiamo) e non di diritti universali, rispetto ai quali è semplicemente in gioco il principio di uguaglianza.


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