«Prostituirsi è uno scambio intrinsecamente morale. È la sublimazione del godimento della propria indipendenza privata». Lo slogan «Siamo tutti puttane» di Annalisa Chirico, giornalista di Panorama, rilancia la morale di Silvio Berlusconi, sotto processo per sfruttamento della prostituzione: morale è far sognare, illudere, morale è evadere le tasse, morale è prostituirsi per fare carriera, morale è comprare e vendere qualsiasi cosa. Una rivendicazione che risolve la doppia morale borghese, assolutizzando il primo termine. I vizi privati sono pubbliche virtù.

La legittimazione delle «puttane» a vendersi per accedere alle risorse e fare carriera, è di fatto il paravento della legittimazione dei «puttanieri» a decidere la selezione, non per il godimento di tutti, ma per il proprio godimento privato e individuale. Le due parti a confronto, sono diseguali nel mercato. La libertà consensuale della prima fa da velo al potere reale della seconda, contro l’interesse pubblico.

Improbabile qualcuno desideri essere curato da un dottore, essere assistito da un avvocato, essere istruito, formato, da un professore, essere informato da un giornalista, che si trovi al suo posto, non per il valore delle sue competenze, ma solo per il valore del suo prezzo. A maggior ragione, se in attività intellettuali, politiche, scientifiche, mediche, il valore del suo prezzo è stato determinato dal suo corpo. Nessuno vorrebbe trovarsi in una sala operatoria sotto i ferri di una chirurga che ha saputo conquistarsi quel posto grazie alla sua capacità di brigare, prima con i suoi docenti, poi con il suo primario.

Esiste un nesso tra la valorizzazione del merito (per quanto il concetto non sia neutro) come criterio di selezione e un principio di selezione professionale aperta a tutti, senza discriminazioni. La prostituzione come modalità di accesso aderisce ad un sistema e lo rinforza. Un sistema di divisione sessuale del lavoro, nel quale alle donne competono le funzioni accessorie e subordinate. Lo slogan che titola il libro, reso al maschile universale (tutti), ignora o finge di ignorare che la prostituzione del corpo è proposta soprattutto dagli uomini, che occupano la maggior parte delle posizioni di potere, alle donne che invece ne sono escluse.

Sono le donne, in netta prevalenza, ad essere valorizzate per il loro corpo e ad essere svalutate sul piano intellettuale. Pubblicità e varietà televisivi in cui il nudo femminile è dilangante, non sono l'effetto della libera volontà, del desiderio, di miriadi di giovani veline, ma l'effetto del potere di autori e programmatori di palinsesti in funzione degli inserzionisti. Un mondo di uomini che usa il corpo delle donne e di donne che scelgono di fare buon viso a cattivo gioco o rinunciare. Se libera e vincente è la velina, altrettanto libera e vincente non è l’esperta di economia o di qualsiasi altra cosa. Con le consuete eccezioni che confermano la regola, in televisione gli autorevoli, i competenti, gli esperti continuano ad essere maschi, gli ornamenti, gli sfondi, i break, gli annunci, continuano ad essere femmine. Preferibilmente seminude, sezionate in pezzi di carne, magari in pose degradanti e umilianti. Da una indagine del Censis emerge che il 53% delle donne in televisione non ha voce, il 43% è associata a temi come sesso, moda, spettacolo e bellezza, e solo nel 2% dei casi a impegno sociale e professionalità. «I ruoli femminili nei media sono piuttosto deleteri per l’effetto depauperante che hanno nei confronti delle potenzialità delle donne: le ragazze oggi fanno più fatica, di qualche decennio fa a immedesimarsi in ruoli emancipati ed influenti, soprattutto se non crescono in contesti sociali evoluti, e in Italia molte zone sono ancora culturalmente depresse». [Paola Manfroni, art director]

In politica e nelle attività intellettuali (ad esempio il caso Minetti), la vendita del corpo femminile per poter accedere, non costituisce un pedaggio diverso, ma aggiuntivo. Se anche i colleghi maschi si possono vendere sul piano delle doti intellettuali, della coscienza civile, politica, per poter essere assunti, promossi, candidati, nominati, la donna non salda il suo debito soltanto con il corpo. Anche a lei poi tocca di vendersi con il cervello. Lo scambio sessuale per le donne, non è uno scambio diverso - già questo è comunque discriminatorio - ma uno scambio in più.

Altre sono le battaglie che il femminismo dovrebbe condurre, sostiene Annalisa Chirico. Non contro la strumentalizzazione del corpo delle donne, ma per la procreazione assistita, per l’aborto, per superare il tetto di cristallo nel mondo del lavoro. Tuttavia, lei stessa si dedica alla lotta contro il «femminismo moralista» invece che agli altri temi «più importanti» da lei usati evidentemente solo come diversivo. Come quelli che chiedevano di parlare del Darfur e non della Palestina, salvo poi passare il tempo a difendere Israele. Diversivi che non vogliono aprire altri discorsi, vogliono solo chiudere il discorso nel quale si inseriscono. Diversivi fondati in genere su falsi dilemmi. Il mondo che discrimina le donne sul lavoro e ne limita l’autodeterminazione riproduttiva è lo stesso mondo che ne mercifica e ne strumentalizza i corpi. 

Un diversivo è il tema della libertà. Un tema sul quale non si può dire niente, se dissociato dalla responsabilità e dal contesto in cui agisce, che viene evocato appunto per questo, perchè non si dica niente, per azzittire la critica, per inibire un’altra libertà, quella del giudizio pubblico su atti e comportamenti pubblici. Un diversivo che ritorna spesso sul sessismo, ma che sarebbe inconcepibile su altre rappresentazioni, per esempio sul razzismo. Nel film «Via col vento», i personaggi neri si esprimono in maniera scorretta e sgrammaticata, come a voler esprimere la loro inferiorità culturale. Ciò può essere considerato razzista o realistico, se ne può discutere, ma non sarebbe corretto e pertinente obiettare che gli attori neri si sono prestati liberamente e volontariamente a quel tipo di recitazione, argomento sul quale non c'è nulla da discutere. La libertà individuale di svestirsi o di vestirsi integralmente non può essere discussa di per sè, ma solo nel suo significato in rapporto ad un contesto. Rivendicare l'uso del velo nell'Iran dello Scià o in quello degli Ayatollah cambia il senso della rivendicazione: opposizione o adesione al potere. Allo stesso modo lo cambia rivendicare il nudo nell'Italia democristiana degli anni '50 o nell'Italia del ventennio berlusconiano.

Altri temi importanti sono il diritto di famiglia in materia di separazioni e affido e la violenza sulle donne. Temi su cui Annalisa Chirico è in linea con i padri separati e con i neomaschilisti. «Il diritto familiare è sbilanciato a favore delle donne. Troppo spesso le donne usano i figli come arma di ricatto a vita. C’è una legge sull’affido condiviso che è sistematicamente violata. Per non parlare degli alimenti». «Il femminicidio? Un business fondato su una "emergenza” che tale non è» «l’Italia non è un paese di maschi stupratori e assassini» i femminicidi sono il 30 per cento degli omicidi. I maschi continuano a essere ammazzati assai più delle femmine». Dunque, diversi temi antifemministi che delineano una visione complessiva, coerente con quella berlusconiana. Una visione che adotta la sua neolingua, definisce talebane le femministe, così come spesso l’antisemitismo definisce nazisti gli ebrei. Da segnalare anche un ardito tentativo in difesa di Calderoli, che insultò la ministra dell'integrazione paragonandola ad un orango tango. Chirico sostiene che ognuno somiglia ad un animale e lei stessa si dichiara somigliante ad una cavalla, per sostenere che Cecilie Kyenge, in effetti, somiglia ad un orango.

C’è da chiedersi però quale coerenza vi sia tra questa visione e la visione della Lista Tsipras, dopo che la capo comunicazione del movimento, Paola Bacchiddu, è tornata a far parlare di sè con una nuova foto in cui pubblicizza il libro di Annalisa Chirico insieme con la stessa autrice, dando così un più chiaro significato retrospettivo alla foto precedente, nella quale si mostrava in bikini e dichiarava di essere pronta ad usare ogni mezzo per far votare la sua lista. Immaginiamo la stessa capo comunicazione farsi fotografare insieme con Oscar Giannino, nel mentre pubblicizza un libro a favore della privatizzazione dell’acqua o con Alesina e Giavazzi per pubblicizzare il libro «Il liberismo è di sinistra». Presumo ne risulterebbe un messaggio che sarebbe giudicato incoerente e che indurrebbe i leader del movimento a pronunciarsi senza essere sollecitati, per chiarire la linea del movimento. Perchè sulle questioni che reputano importanti, i partiti aspirano ad avere una linea chiara.

A proposito del post elettorale con la foto in bikini, Barbara Spinelli ha così risposto ad una intervista al Manifesto: «Non è una stra­te­gia della lista. È una mossa pro­vo­ca­to­ria nata all’interno del gruppo comu­ni­ca­zione, dan­nosa per il nostro pro­getto e per molti can­di­dati: per giorni lo sber­leffo ha oscu­rato il pro­gramma. Non so dirle per­ché sia nata; so solo che si tende a tra­sfor­marla in un’offensiva ideo­lo­gica con­tro il fem­mi­ni­smo, e anche con­tro la mia can­di­da­tura. Per quanto mi riguarda, con­si­dero la dia­triba del tutto assurda: non ho mai fatto parte né del movi­mento «Se non ora quando», né di altri movi­menti femministi».

Come è corretto interpretare questa risposta? Barbara Spinelli, pur valutando il danno ricevuto, è neutrale rispetto ad una diatriba, che non dovrebbe coinvolgerla? Dice, come Grillo con l'antifascismo, che il femminismo non è di sua competenza?


Puoi leggere anche:
La comunicazione (con ogni mezzo) della Lista Tsipras
Moralista è il maschilismo
Donne e media in Europa (Censis)
Il fascino discreto del puttanismo (Marina Terragni) - Con citazioni del libro di Chirico
Il corpo deve essere nostro. Nè dello stato nè del mercato (Intervista a Silvia Federici)
Il corpo è mio e non è mio (Ida Dominijanni)
Fantasmi in libertà. Risposta ad Angela Azzaro (Ida Dominijanni)
Libera sarai tu? (Cristina Morini)
A proposito di corpo, libertà, differenza sessuale (Maria Luisa Boccia)
Il corpo non è solo mio (Marina Terragni) 
Il corpo della libertà (Paola Rudan)

La nomina di otto ministre nel nuovo governo Renzi è stata motivo di dibattito generale. Tutti ne hanno parlato. Per apprezzare il progresso. Per dire che non basta. Per dire che è stata una scelta di immagine. Per dire che il genere non conta, contano le persone. Ne ho parlato anch’io. Ho scritto un primo articolo, prendendo spunto da uno status di Alessandro Gilioli e della discussione che ne è seguita, per notare come all'esame di merito e competenza siano sottoposte le ministre e non i ministri. Questo articolo è stato ripubblicato dal sito di Se Non Ora Quando (Snoq) di Torino. Dai commenti ricevuti sulla mia bacheca di FB, sulla pagina del gruppo di Maschile Plurale e da un articolo di Alberto Leiss sul Manifesto, ho tratto spunto per scrivere un secondo articolo, per notare come la diffusa delegittimazione delle ministre nel dibattito si fondi sul fatto che le designate non corrispondono a parametri ideali di tipo ideologico o politico: se non sono donne «come diciamo noi» il superamento della discriminazione non conta nulla. Anche il secondo articolo è stato ripubblicato sul sito di Snoq -Torino.

Nel secondo articolo c'è un passaggio nel quale dico che se il potere è egemonizzato dagli uomini, lo è anche l'opposizione al potere. Dunque, tanto il potere maschile, quanto l'opposizione maschile al potere, possono strumentalizzare le donne. Nel primo caso usando le ministre, nel secondo usando le «femministe» che bocciano le ministre e con loro il governo. Citavo ad esempio la rivista ampiamente maschile Micromega che pubblica contro il governo delle donne un articolo di Eretica/Fikasicula. Una pubblicazione che può essere ritenuta strumentale, tanto quanto la nomina delle ministre bocciate da quell'articolo. In questi giorni, tanti uomini citano le femministe o alcune femministe, anche strumentalmente, per dire che la presenza rosa al governo non è importante o è persino dannosa. Con ciò, non volevo teorizzare che è destino ineluttabile delle donne essere strumentalizzate dall'egemonia maschile, ma proprio il contrario: che alla strumentalizzazione maschile può corrispondere un aumento del potere contrattuale femminile. Nel momento in cui gli uomini hanno bisogno delle donne, le donne hanno una opportunità in più per farsi valere e guadagnare nuovi spazi. Per cui con tutti i limiti presenti, sono un progresso le donne al governo, come sono un progresso le tante donne in più che si esprimono sui giornali e sulle riviste, mediante la rete, anche se non sono sempre le donne che ci piacciono. A me, ad esempio, non piace Eretica/Fikasicula. Mi riferisco alle sue idee. Dal mio punto di vista, lei è antifemminista e misogina. Tuttavia, una misogina è meglio di un misogino, il suo accesso al Fatto Quotidiano e a Micromega, a conti fatti, è comunque positivo, perchè tante donne insieme, non importa come sono individualmente, orienteranno in modo migliore la politica e l'informazione. Così ogni donna in più costituisce un vantaggio. Non perchè le donne siano meglio degli uomini, ma perchè ambienti paritari sono meglio di ambienti monosessuati.

Eretica ha dato una interpretazione egocentrica negativa a questo pezzo dell'articolo e alla scelta di Snoq di pubblicarlo. Una interpretazione che ha sintetizzato nell'idea che Snoq la stava facendo sculacciare da un paternalista. Che sarei io. Poichè, a suo dire, vorrei stabilire qual è il vero bene delle donne e quali sono le femministe da accreditare come tali, per scomunicare le altre. Se Snoq proprio voleva sculacciarla doveva farlo con parole sue e non affidarsi alle parole di un paternalista. Già solo in questa rappresentazione emerge la misoginia di Eretica. Se un uomo condivide quel che scrive una donna e lo divulga, è lui che accredita lei come «giusta». Se una donna condivide quel che scrive un uomo e lo divulga, lei prende in prestito le sue parole, perchè non sa dirne di proprie, lei si affida a lui. In entrambe le situazioni, la posizione della donna rispetto all'uomo è inferiorizzata.

Eretica ha espresso la sua protesta con due articoli sul suo blog [1] [2]. Con vari rilanci sulla sua fanpage e su altre fanpage ad essa collaterali. E con vari interventi sul profilo Twitter di Snoq. Su Twitter è stata sostenuta dalla vicedirettora degli Altri, Angela Azzaro e da Loredana Lipperini.

Secondo Angela Azzaro, Snoq ha fatto sue le posizioni di un paternalista che stalkerizza le femministe. Seguono insulti a Snoq. Angela Azzaro sembra non rendersi conto che lo stalking è un reato. Ed è un reato anche muovere ad altri false accuse di reato. Si dice calunnia e diffamazione. Oppure, se ne rende conto e non gliene importa. Io mi attengo ad un metodo, che contraddice un precetto popolare. Quello secondo cui si dice il peccato, ma non il peccatore. Penso sia giusto che i miei pochi lettori possano sempre capire di cosa parlo (i peccati) e di chi parlo (i peccatori). Se i peccatori si sentono perciò perseguitati, mi dispiace, ma è un principio di trasparenza. Nel dibattito e nella lotta politica ho sempre fatto così. E ci sono stati periodi in cui sono stato accompagnato sempre dagli stessi avversari, alcuni più spesso di altri. Così in questo ultimo anno ho avuto varie occasioni per polemizzare con Eretica, cioè con un insieme di blog e di fanpage che possono orientare potenzialmente migliaia di persone. Credo di averlo fatto comunque in numero inferiore alle tante occasioni in cui Angela Azzaro ha polemizzato contro Lorella Zanardo, per accusarla di moralismo, o contro la stessa Snoq. Secondo la sua logica, questo farebbe di Angela Azzaro una stalker di femministe. Il ragionamento può valere anche per Eretica. La quale per scomunicare i femminismi che non piacciono a lei - vero tema del suo blog invece della lotta al maschilismo - ha divulgato varie definizioni: femminismo autoritario, carcerario, coloniale, borghese, istituzionale, oltre che il donnismo (fascista e antifemminista), il matriarcato reazionario, etc. I suoi interlocutori mascolinisti sono più sintetici, parlano solo di «nazifemminismo».

Loredana Lipperini, gloriosa ogni giorno, ha scritto che questi sono i miei momenti di gloria e che voglio dare lezioni di femminismo alle donne. Eppure, Loredana Lipperini apprezza gli articoli di Christian Raimo, nei quali si spiega che il femminismo sbaglia ad essere moralista, vittimista, rivendicativo, ad interessarsi solo della ristretta questione femminile, deve assumere una visione più ampia, deve occuparsi anche e soprattutto della sofferenza maschile. Allora, non c'è nulla di male in un uomo che spiega alle donne come deve essere il femminismo. Sono proprio le mie idee a dispiacere. Ma Lipperini non spiega il perchè. Alla sollecitazione di commentare l'articolo e di non bersagliare Snoq, Lipperini dà una risposta da premio Sacharov: «Non commento una persona che attacca chi dissente, nè la frequento». Ora, avendo Eretica ed io opinioni diverse e contrastanti, chi è il dissidente? Siamo in dissenso reciproco.

Sono privo di una visione femminista organica e compiuta. Non sono un teorico. Sono consapevole del fatto che in questo ultimo quarto di secolo le definizioni politiche sono impazzite. Che le persone e i gruppi che se ne appropriano spesso esprimono significati diversi da quelli indicati dai dizionari e dalle enciclopedie, anche per questo preferisco ormai evitare di autodefinirmi e però mi concedo, in modo del tutto intuitivo, di mettere ogni tanto in dubbio le autodefinizioni altrui. Così mi permetto di dubitare del liberalismo di Silvio Berlusconi o del russo Vladimir Zhirinovsky anche se non tengo una cattedra di liberalismo. Dubitavo del socialismo di Craxi e ancora oggi di vari partiti socialdemocratici, anche se non tengo una cattedra di socialdemocrazia o di socialismo. Dubitavo e dubito del comunismo dei partiti dell'est, della Cina, della Corea del Nord, ed oggi di alcuni comunisti nostrani che tifano per Putin, senza con ciò tenere una cattedra di comunismo o di marxismo. Mi si permetta allo stesso modo di dubitare del femminismo di Eretica, di Angela Azzaro, e qualche volta persino di Loredana Lipperini. Mi oriento in modo semplice, vedo come femminismo quel movimento che soprattutto combatte contro le disparità e le discriminazioni, che lotta contro il patriarcato e il maschilismo, che combatte contro la violenza, mentre invece dubito di quel femminismo che combatte soprattutto gli altri femminismi variamente squalificati e che invece della violenza si preoccupa dell'antiviolenza. Fa specie che persone le quali tutti i giorni scrivono che le donne non devono fare le vittime di fronte alle molestie, alla violenza, al femminicidio (parola che a loro non piace), poi si presentino così facilmente come perseguitate ogni volta che ricevono una critica, fosse pure condita da toni polemici un po' accessi. Ecco, di queste femministe io dubito, ma è solo la mia opinione ed io ho il senso della relatività delle mie opinioni.

Ricordo che da bambino e da adolescente un valore fondamentale era dato dalla forza. In classe o nella banda di amici in strada era importante essere il più alto, il più robusto, il più forte. Bisognava prevalere nelle contese corpo a corpo. Era importante anche saper dileggiare e saper rispondere a tono ai dileggi. Se non si era abbastanza forti, si poteva provare a diventare amici dei più forti, in genere i ragazzi più grandi. Se si era perdenti si poteva scegliere tra il vendere cara la pelle - poteva valere la pena di prenderne un bel po’, ma una volta sola, perchè se anche il più forte ne prendeva, la volta dopo ci pensava bene prima di attaccare di nuovo briga - oppure si poteva scegliere la resistenza passiva, in modo che per l’altro l’infierire diventasse presto noioso. I bulli non solo picchiavano, offendevano e umiliavano, ma colonizzavano anche la mente delle loro vittime. Il codice d’onore di tutti, era il codice del bullo. Si poteva chiedere aiuto all’amico più grande, ci si poteva coalizzare, ci si poteva misurare una banda contro l’altra, ma una cosa era fuori discussione: non si poteva dire niente, nè ai genitori, nè agli insegnanti. Significava avere paura, essere deboli, essere vigliacchi.

Da adulti si forma una idea più matura delle relazioni personali. Anche se la prestanza fisica può rimanere un vantaggio, la forza è data dall’istruzione, dalla competenza, dal consenso, e dalla disponibilità di risorse. I rapporti si regolano con delle norme e si praticano mediante discussioni, trattative, votazioni. In caso di controversie non risolte, si ricorre all’arbitraggio di una parte terza. Se si ritiene di aver subito un danno, un sopruso, un reato, è reputato incivile farsi giustizia da sè, ci si appella alla giustizia dell’organizzazione sociale. La cui tutela è rivendicata da tutti come un diritto. Nella maturità, l’uomo che porta la sua denuncia al giudice non è più il bambino che lo dice alla mamma o alla maestra.

E la donna che porta la sua denuncia al giudice?

A leggere alcuni articoli di area queer o postfemminista, sembra che le loro autrici vivano il rapporto con il diritto alla tutela con le stesse inibizioni di quei bambini, di quegli adolescenti che avevano paura di fare una figuraccia nel ricorrere alla mamma. Come se le donne, per non sentirsi inferiori agli uomini, dovessero aspirare al pari di quei ragazzini ad un infantile modello di virilità autosufficiente e diventare capaci di salvarsi da sole: le donne che non devono chiedere mai. Altrimenti sono deboli e bisognose di protezione.

La storica di genere Natalina Lodato scrive che le sette deputate del PD, bersaglio di pesanti offese sessiste proferite da un disonorevole pentastellato, hanno sbagliato a sporgere denuncia. Una denuncia che lei rappresenta come un rifugiarsi all’ombra del penale. Molto simile ad andarsi a nascondere dietro le sottane della mamma. Esigere giustizia dall’autorità sarebbe quindi dimostrazione di debolezza. Proprio come la pensano i bambini. Natalina Lodato trova la prova di questa debolezza nel fatto che le deputate offese - in particolare Michela Marzano - non abbiano saputo reagire neanche con un liberatorio vaffanculo. Per poi magari impegnarsi in una spirale di insulti o in una rissa, come si usa tra persone invulnerabili. Il rimprovero di debolezza è declamato fin dal titolo dell’articolo: Le deputate offese che non trovano altre “parole per dire”… 

Poco male. Le parole per dire le offre Eretica/FikaSicula nel post successivo. Una descrizione delle proprie abilità nell’eseguire una fellatio. All’apparenza una banale provocazione. Invece è l’applicazione di una raffinata teoria performativa. Quella secondo cui puoi incassare una offesa, rivendicandola come fosse un complimento. Nella speranza che l’offensore si lasci incantare dal tuo nuovo ordine simbolico, almeno il tempo di divertirsi. Se l’incantesimo riesce, dura poco e lo intuisce la stessa performatora nelle due righe conclusive del suo post. Quando l’onorevole FikaSicula esporrà il suo pensiero sulle riforme istituzionali, la legge elettorale, la legge di stabilità, in dissenso con il suo maschile interlocutore, questi la rimanderà alla performance precedente.

Un altro dato dell’adolescenza è l’ossessione per il sesso. Gli adolescenti lo hanno scoperto da poco e ne parlano in continuazione. Lo vivono come una grande trasgressione. Visto con occhi adolescenziali, l’offensore a cinque stelle è un Pierino. Le sette deputate del PD, donne un po’ rigide e moraliste, che stigmatizzano il sesso invece di farci su una risata. Magari ammiccante. Con occhi adulti, è più chiaro che il sesso è cultura. Può essere mezzo e metafora di tante cose. Può comunicare amore, dare piacere, esprimere arte, essere un espediente per aumentare il traffico nel proprio blog,  essere usato come clava per umiliare e offendere. La dignità delle donne è un concetto ambivalente. Può riferirsi alla tradizionale idea di moralità sessuale femminile o riferirsi semplicemente alla dignità umana delle donne. Da riconoscere e rispettare alla pari di quella degli uomini.

La sostanza dell’offesa ricevuta dalle deputate del PD, non c’entra nulla con lo stigma di questa o quella pratica sessuale. C'entra con la riduzione della donna a mero sesso, ad organi genitali al servizio di questo o quell'uomo, che rappresenta una grave forma di mutilazione della donna, mai percepita come persona dotata di corpo e mente. C’entra con il pregiudizio fortemente sessista per cui qualsiasi donna abbia conseguito una carica o abbia raggiunto una posizione mediamente elevata lo debba non tanto alle sue competenze intellettuali, alle sue doti organizzative ecc ecc, ma soltanto alle sue capacità sessuali. Perché pare ovvio che la donna sia intellettualmente inferiore all'uomo e che l'unica dote che possieda sia, accanto al cucinare e allo stirare, fare sesso, ossia porsi al servizio dei bisogni e dei desideri maschili. Qualsiasi posizione una donna ricopra, la occupa  immeritatamente. 

In sostanza, quella offesa dice semplicemente State zitte e ritornate al vostro posto. In effetti è stata proferita da chi cercava di impedire ad una commissione parlamentare di svolgere le sue funzioni. Al di là del tempo e del luogo, quella offesa continua a dirlo, perchè in rete è diventata un virus. Perciò, bene hanno fatto quelle deputate a riappropriarsi della propria soggettività, nella forma che hanno ritenuto più opportuna. Se un uomo pubblico venisse accusato ingiustamente di essere un ladro, un corrotto, un corruttore, un mafioso, e decidesse di tutelarsi con una querela, non ci sarebbe discussione, nessuno si sognerebbe di immaginarselo solo per questo debole, vulnerabile, bisognoso di protezione.

Vedi anche:
Wonder Woman (Il Ricciocorno 01.02.2014)
Le italiane non sono brave solo a fare quello (Lucina Di Meco 01.02.2014)
M5S, insulti sessuali: perchè le donne? (Monica Lanfranco 02.02.2014)

A Bologna, almeno cinque donne sono state aggredite e molestate. Pare sempre dalla stessa persona. Un uomo, forse straniero di origine anglosassone. I giornali lo chiamano “il maniaco di Bologna”. Su Facebook, nasce una fan page intitolata al Palpeggiatore di Bologna, che ne fa una parodia. La pagina conquista subito migliaia di adesioni e divide i commentatori tra chi la trova divertente e chi pensa che sulla violenza di genere non ci sia niente da ridere. Ad apprezzare la fan page, con un articolo scritto in sua difesa su Betty&Books, c’è la ricercatrice Gaia Giuliani, studiosa di storia e filosofia politica, traduttrice italiana di Judith Butler e di Chandra Mohanty.

Gaia Giuliani scrive che la fan page è esilarante e la sua ironia accettabile. Prende in giro, non la violenza, ma il discorso pubblico sulla violenza. Un discorso che rappresenta padri protettori, padroni usurpatori, donne vittime e indifese da una violenza connaturata al maschio. Che non fa i conti con l’ambiguità della figura del molestatore, un personaggio di bella presenza, che in teoria non avrebbe bisogno di molestare, uno dei tanti autori della violenza quotidiana che subiscono le donne ovunque, a casa, al lavoro, sui mezzi pubblici, per strada, uno come i nostri padri, fratelli, figli, mariti, che mai chiameremmo molestatori seriali, ma soltanto un po’ viscidi. Un discorso che confonde un palpeggio con uno stupro, creando allarmismo e psicosi per fatti non drammatici. Una psicosi non giustificata dalla stessa bravura delle ragazze in gambissima capaci di reagire e di cavarsela bene da sole, anche se le ultime forse hanno denunciato perchè suggestionate proprio dalla psicosi del mostro sbattuto in prima pagina.

Tante sono le nostre morali, spesso in disaccordo tra loro. Una ci dice che dobbiamo rifiutare la violenza. Un'altra che dobbiamo avere il senso dell'umorismo. Dunque, possiamo ridere della violenza? In teoria la risposta potrebbe anche essere si. A condizione che il messaggio sia chiaro. Cosa molto difficile, bisogna essere degli umoristi molto bravi, perchè l'ironia è una modalità di comunicazione ambigua. Possiamo essere ambigui sulla violenza? 

Gaia Giuliani sostiene che la fan page prende in giro il discorso pubblico sulla violenza - i buoni, i brutti, i cattivi, le povere indifese, l'allarmismo, la psicosi, etc. - ma questa è una sua interpretazione. Gli autori della fan page nelle informazioni scrivono soltanto: Giusto tributo al leggendario Palpeggiatore dalle caratteristiche fattezze, che con le sue mirabolanti peripezie fa sognare grandi e piccini. Alle critiche, di persone che non hanno capito il senso della pagina e che si prendono troppo sul serio, hanno dato risposte tipo: ironizzare su un fatto specifico - e lo sottolineo nuovamente, non sulle molestie sessuali - è fare sì che le informazioni al riguardo circolino. - Ragazzi, vogliamo davvero ringraziarvi per aver reso quella che era stata concepita come una cagata un po' divertente, una cagata molto divertente. - (...) Dato che noi non misuriamo la felicità in "likes", e che quest'ultimi sono restii a tramutarsi in danaro, credo venga da sé che tutto ciò è fatto per il puro fine di farsi due risate

L'impressione è che la pagina sia solo una goliardata fine a se stessa. Può piacere alla ricercatrice queer che vi proietta sopra la propria decostruzione del discorso pubblico e può piacere al misogino il quale pensa che le donne dovrebbero accettare i palpeggi maschili senza fare tante storie, magari disinibirsi e scoprire che in fondo piacciono anche a loro. Come forse suggerisce uno dei primi post di presentazione: Bello, dannato, fuggitivo, deciso: 4 caratteristiche che farebbero impazzire anche la più indomita delle pupe. La pagina trova tra i suoi difensori Alessandro: Quando succedono queste cose esplode la rabbia e la intolleranza femminile che grida allla criminalizzazione e punizione dei colpevoli. Pensiamo a cosa sarebbe successo se fossero state delle donne a palpeggiare gli uomini: tutto sarebbe finito in tv come una semplice goliardata - ma cosa c'è poi di così tragico se vi hanno toccato le tette, finitela di fare le isteriche, non è successa nessuna tragedia. E' possibile che pensieri di questo tenore siano il più probabile sottotesto della pagina.




Nello suo stesso articolo, Gaia Giuliani non propone un discorso alternativo che parli del carattere strutturale della violenza, piuttosto sottovaluta e minimizza atti di violenza non drammatici che apparterrebbero alla quotidianità di tutte le donne. Moderiamo le parole e descriviamo fenomeni diversi con nomi diversi, altrimenti rischiamo di confondere le cose facendo sì che altre forme di violenza, molto più pesanti e continuative siano messe al pari di eventi come questi. (...) Il palpeggiatore, finché non ha commesso i reati a cui ci si riferisce con la parola ‘mostro’, non può essere definito tale. Non si può condannare l’intezione. L'ironia secondo lei permette di trasgredire i codici del discorso pubblico che ci vuole inerti consumatori di favole disastrose, inconsapevoli della differenza tra palpeggio e stupro, tra spaccio d’erba e traffico di eroina, tra calcio nel sedere e spedizione omicida.

Questa sottovalutazione è diffusa nel senso comune, e non è meno sovradeterminante dell'allarmismo mediatico. Con buona pace della testimonianza di una delle ragazze, che non parla della lievità del palpeggio, ma racconta di persecuzione e aggressione fisica.

Un mese fa questo ragazzo, uno straniero, biondo, ha tentato di abbordare me e mia cugina in un locale di piazza Verdi. Non gli abbiamo dato corda. Lui mi ha riconosciuta. Mi ha detto che sapeva dove lavoro. A fine dicembre, il 28, ce lo siamo trovato davanti in una discoteca del centro. Di nuovo ha tentato di agganciarci, e l’abbiamo respinto. Venerdì sera era nel locale in cui faccio la barista. Mi sono ricordata che ero lo stesso dei due approcci di dicembre. Pensavo fosse finita lì. (...) Chiuso il locale, ormai era sabato, mi sono fermata a bere una birra con alcuni colleghi e mia cugina. Poi ho accompagnato lei a casa, a piedi. Ho rivisto questo ragazzo, immagino ci abbia seguito, quando siamo arrivate a destinazione. Non ci ho badato più di tanto. Mi sono incamminata verso la mia abitazione, in via San Felice. Come faccio abitualmente a fine turno, senza problemi. (...) In via San Felice ho avuto come l’impressione di essere seguita. Ma ho anche pensato che, nonostante l’ora, potesse essere una persona normale, come me. Succede. Comunque ho attraversato la strada, per vedere se avessi qualcuno dietro, ma senza paura. Questo ragazzo, che ancora non avevo visto in faccia, ha fatto lo stesso. Mi sono bloccata alla fermata del bus, lui idem. Gli sguardi si sono incrociati e l’ho riconosciuto. Però non ho pensato male, perché lui sembrava tranquillo. Sotto casa, un edificio a sei piani, ho tirato fuori le chiavi per aprire il portone. Lui ha fatto finta di telefonare col cellulare. Sono entrata nell’androne, è entrato anche lui. Ho chiamato l’ascensore e, come faccio di solito, mi sono seduta sulle scale in attesa della cabina, in discesa dal sesto pianto. Lui ha salito i gradini, convinto che andassi di sopra a piedi, e poi è tornato indietro, verso di me. (...) Lui non parlava, io non sapevo che cosa fare. E la paura è arrivata. Quando ho aperto la porta dell’ascensore, mi si è fiondato addosso. Mi ha preso la faccia con le mani, per baciarmi. L’ho respinto. E lui mi ha infilato le mani nelle mutande, cercando di abbassarmi i pantaloni. Mi ha trascinata a terra, facendomi cadere, e mi ha tirato un pugno in faccia. Poi mi ha messo due dita in gola e mi ha tagliato la lingua. Sono riuscita lo stesso a gridare. Mia mamma ha sentito le urla. Il ragazzo è scappato, io sono salita in casa con il viso imbrattato di sangue. Mia madre mi ha convinta a chiamare subito la polizia. (...) Al pronto soccorso mi hanno medicata e mi hanno dato dieci giorni di prognosi (...) [Repubblica 15 gennaio 2014]

E tuttavia, quando solo di un palpeggio indesiderato si tratta, è una drammatizzazione parlare di violenza? La moderazione di linguaggio e la descrizione di fenomeni diversi, proposta da Gaia Giuliani sembra rimandare alla vecchia distinzione tra congiunzione carnale e atti di libidine violenta, precedente la riforma della legge sulla violenza sessuale del 1996. Una distinzione che poteva avere un senso dal punto di vista della moralità pubblica, ma che può non averne dal punto di vista della libertà sessuale individuale. Con la nuova norma, il cosiddetto bacio rubato, il palpeggiamento del seno, la pacca sul sedere sono comportamenti che rientrano tutti nella nozione di atti sessuali e se indesiderati possono incorrere nel reato di violenza sessuale. Quindi, non è affatto detto che di fronte ad una molestia che non arriva ad essere stupro dobbiamo moderare il linguaggio ed evitare di drammatizzare.

Anche se è possibile che si tratti di una persona disturbata, è vero che parlare di mostro o di maniaco sembra spiegare la violenza come devianza e non come modalità di relazione e di dominio di un genere sugli altri. Ma considerare soltanto consueta e abituale questa violenza, alzare l'asticella per chiamare violenza solo i casi più estremi, non mette in discussione questo discorso. Rappresentare tutti i padri, fratelli, figli, mariti, amici, conoscenti, e colleghi come un po' viscidi, non è diverso che rappresentare la violenza come connatura al maschio. La gran parte degli uomini non è responsabile di violenza lieve o grave, semmai di indifferenza, così come le loro istituzioni sono responsabili di tolleranza, poichè la violenza di pochi ha un effetto intimidatorio, che porta benefici e vantaggi per l'intero genere maschile. Ad esempio, la violenza di alcuni fa si che alcune facciano meno storie anche con uomini assolutamente non violenti, perchè chi lo sa come lo prenderebbero un rifiuto.

E se la violenza è strutturale, cioè connaturata non al maschio, ma ad un rapporto di potere tra i generi, vale a poco enfatizzare l'abilità delle singole nel cavarsela da sole. Salvo immaginare, come propone la Lega Nord, ma anche tante postfemministe, corsi di autodifesa individuali per contrastare la violenza di genere. Peraltro alimentando un'idea per cui se lei ha subito violenza alla fine è anche un po' colpa sua, perchè non ha saputo reagire, è stata debole, non è stata in gamba, è stata una vittima. E poi giornali e manifesti la ritraggono debole e bisognosa di protezione e tutela. Sovradeterminati (?) dal valore patriarcale della forza.

A fronte della violenza, protezione e tutela, prima che un bisogno, dovrebbe essere considerato un diritto. E non si tratta di affidarsi a padri buoni. Il criterio per distinguere la tutela paternalistica dalla tutela normale di cui ogni persona ha diritto, per preservare la sua vita e la sua incolumità, è la libertà. Ha senso definire paternalistiche tutte le misure protettettive che limitano la libertà della vittima, come imporle un certo abbigliamento, impedirle di uscire di casa quando fa buio, limitarle l'accesso a certe zone della città, pretendere che sia sempre accompagnata. Mentre definire alcuni comportamenti offensivi come reati e perseguirne gli autori non ha niente a che vedere con la protezione dei bisognosi. E' la tutela pubblica a cui tutte e tutti hanno diritto.

Nel suo articolo, Gaia Giuliani non nega che ciò che ha prodotto il palpeggiatore seriale non sia da rubricare come ‘violenza di genere’, al contrario: d’altra parte, bisogna chiamare le cose con il proprio nome. E se le ragazze, le ultime a sporgere denuncia sono state un tantino vittima della psicosi del ‘sbatti il mostro in prima pagina’ (...) il loro denunciare ha avuto un effetto importantissimo (...): hanno detto che, nonostante fosse di bella presenza, il diritto a dire no e che questo no sia rispettato vale sempre e comunque. Dunque, il palpeggiatore non è un violento, ma lo è, le ragazze denuncianti sono state suggestionate, ma hanno fatto bene. Un po' una cosa e un po' l'altra. Anche se l'altra sembra più una copertura verbale da opporre ai critici, in un discorso che diventa ambivalente come l'ironia della fan page.

Loredana Lipperini mi ha bloccato su Facebook, per rendermi inaccessibile la sua pagina. E' suo diritto. Le pagine di Facebook come i blog, esistono per iniziativa privata e volontaria. Ciascuno seleziona i suoi amici e i suoi ospiti come meglio crede. Anch'io escludo qualcuno, escludo gli incivili e i fascisti. Dato che, nonostante gli insulti che lei mi proferisce, non sono né l'uno, né l'altro, immagino di essere stato bloccato per le mie idee, a volte discordanti dalle sue, che lei confonde come attacchi personali, poiché discuto a tutto campo, spesso da questo blog, e dismetto la vecchia e cattiva abitudine di nominare il peccato, ma non il peccatore, poiché penso che i lettori abbiano sempre il diritto di sapere e di capire di cosa sto parlando. Allo stesso modo faccio quando rendo merito. Alla stessa Loredana Lipperini.

Se l'esercizio del diritto di esclusione non si può negare, si può invece giudicare come una persona gestisce il rapporto con il pubblico, come gestisce il dissenso. Se lo gestisce o soltanto lo rifiuta. Se vuole un pubblico interlocutore con cui confrontarsi o solo un pubblico plaudente, per sentirsi apprezzata e confermata. Quel che mi ha colpito, è che insieme a me siano stati bloccati molti altri, secondo un evidente criterio di similitudine politica. Persone associabili, anche solo per un like, a questo blog, al blog del Ricciocorno, al blog di Lunanuvola. Un bannaggio simile, per ampiezza e composizione, a quello avvenuto l'anno scorso su Femminismo a sud, dopo la svolta filo-mascolinista di quel blog, svolta da cui originò Abbatto i muri.

Si può inoltre giudicare il fatto che le persone escluse da una bacheca con 5000 amici e 4000 fans, siano fatte oggetto su quella stessa bacheca di commenti insultanti, sgradevoli e deformanti. Quello che è appunto successo sulla bacheca di Loredana Lipperini e che potete leggere qui. Anche il bannaggio più esteso non rende una bacheca perfettamente impermeabile, specie se la si usa chiamando in causa, in modo scorretto, chi ne è escluso. Nella conversazione, oltre a ribadire che sono violentissimo, falso, etc, si attribuiscono – a me e ad altri bannati con me – opinioni e posizioni che non mi sono mai sognato di sostenere. Quindi, voglio ristabilire quel che invece corrisponde al mio pensiero, sia in riferimento a quanto è stato detto in modo molto serio, sia a quanto è stato detto con dubbia e tendenziosa ironia.

E' falso che voglia solo bersagliare e distruggere alcunché. Da oltre un anno è FikaSicula/Eretica (fondatrice di Femminismo a sud e poi di Abbatto i muri) a bersagliare il femminismo e le femministe - da lei definite donniste, uteriste, ancelle di patriarchi, etc. - sparando su generici gruppi femministi che si aggirano sul web. Ronde antisessiste (e fasciste) a cui attribuisce a suo piacimento nefandezze varie. Le sue accuse sono volutamente generiche, nessun link a testi precisi che permettano di individuare esattamente di chi si tratta. Non attribuisce precise responsabilità a singoli individui. Scredita genericamente le voci di chi si dichiara abolizionista e anti pas. Allo stesso modo prende di mira l'antiviolenza. Tutti infilati in un generico calderone di proibizionisti con i forconi che mettono al rogo le «puttane» e fantomatici pro-madre reazionari che dettano l'agenda del femminismo. Questo è sputare, in effetti, sul femminismo. Gli stessi articoli di Eretica sul Fatto sono questo. E l'operazione messa in atto da Lipperini nei nostri confronti è prestarsi a questa cosa. Questo va nella direzione di chi sostiene che femminismo e maschilismo sono le due facce della stessa medaglia. In verità, per Eretica non sembrano la stessa cosa, se consideriamo la gentile ospitalità riservata sulle sue pagine ai padri separati, di cui pubblica diari, buste paghe e lunghe interviste settimanali. Per parte mia, ho solo contrastato questa direzione.

E' falso che chieda la censura di Costanza Miriano. O che la voglia morta, verbalmente silente. Sono solo contrario alla denigrazione della petizione delle femministe spagnole. Non considero la censura di un libro un tabù, anche se in linea di massima, sono sfavorevole all'esercizio della censura. Tuttavia, si può ritenere che l'invito della donna alla sottomissione violi palesemente il principio e il diritto di uguaglianza e incentivi la violenza, dal momento che, come sostiene il Preambolo della Convenzione di Istanbul, il "raggiungimento dell’uguaglianza di genere de jure e de facto costituisca un elemento chiave per prevenire la violenza contro le donne" e che "la violenza contro le donne sia una manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi". L'iniziativa delle femministe spagnole può essere interpretata come una semplice richiesta di applicazione dell'art 13 della legge contro la violenza di genere promulgata nel 2004 (LEY ORGÁNICA 1/2004, de 28 de diciembre, de Medidas de Protección Integral contra la Violencia de Género). Tale articolo recita: "Le Amministrazioni pubbliche vigileranno sull'applicazione della legge riguardo alla tutela e alla salvaguardia dei diritti fondamentali prestando particolare attenzione alla eradicazione nei mezzi di comunicazione delle condotte che incentivano la diseguaglianza delle donne”. il primo comma dell'art. 14 della suddetta legge, a sua volta, recita: "I mezzi di comunicazione promuoveranno la tutela e la salvaguardia dell'uguaglianza tra uomini e donne, evitando qualsiasi discriminazione”.
Dunque, se un libro fa apologia di reato, o offende gravemente individui o intere categorie di individui, può anche essere censurato. Censura può intendersi come biasimo, riprensione severa della condotta o delle azioni altrui, o delle opere dell’ingegno. «Sposati e sii sottomessa» predica l'inferiorizzazione della donna e può creare aspettative sbagliate, perciò non mi sembra peregrina l'accusa secondo cui il libro possa giustificare la violenza maschile. Trovo più sana la reazione spagnola che quella italiana, piuttosto blanda. Anche se la specifica richiesta di ritirare il testo dalle librerie può essere discutibile, resta il fatto che nei confronti delle donne si ritiene che tutto sia permesso. Camillo Langone ha scritto che si vuol vietare di dire che era meglio la donna tradizionale. Mi domando come si reagirebbe, se un libro affermasse che era meglio il «negro tradizionale» o «l'ebreo tradizionale». Camillo Langone ha difeso Costanza Miriano per convinzione. Loredana Lipperini solo per opportunismo. O per malintesa cavalleria. Quindi, nessuna equiparazione tra i due. Il mio appunto riguarda l'inutilità, non il merito, della sua difesa. Oltre al fatto di aver definito opinione discordante, la sottomissione femminile, come fosse una divergenza come un altra. Nadia Somma scrive che chiederne la censura significa farle pubblicità. Bene. Dato che il rischio di essere censurata non lo corre, né in Spagna, né tantomeno in Italia, anche mettersi inutilmente a difenderla significa solo farle pubblicità. E farne un po' a se stessi. Un accreditarsi tra colleghi avversari. Come che sia, prendo atto del punto di vista di Loredana Lipperini e - a proposito di censura – per poter accedere alla sua bacheca vorrà dire mi travestirò da Costanza Miriano.

E' falso che abbia fatto cenno al censo di Loredana Lipperini o mi sia presentato come persona del popolo in contrapposizione ad una persona dell'elite. Ho scritto che Loredana Lipperini è una conduttrice radiofonica, una giornalista di Repubblica, una scrittrice, una delle prime blogger italiane, dunque una intellettuale professionista che ha un notevole pubblico rispetto ad un blogger comune, quindi le sue parole sono molto più influenti delle mie. Dovrebbe sentirne il peso. Al posto suo – ma ormai anche al posto mio – la prima cosa che farei (e che cerco di fare) è questa: stare attento a quello che dico, ai contenuti che divulgo, perché chi mi segue, può prendermi sul serio. In Lipperini, come in altre personalità pubbliche in verità, non avverto questa tensione, non vedo questo senso di responsabilità. La stessa conversazione oggetto di questo post, ne è un ulteriore esempio.

E' falso che mi presenti come mite, o dolce, o mellifluo o buono. Dunque, falso e ipocrita. Cerco solo di essere civile ed educato. Ma dico quello che penso. E lo faccio pubblicamente. Nel modo più descrittivo possibile.

E' falso che abbia stigmatizzato le prostitute. Non ho mai scritto o pubblicato nulla che potesse somigliare a Le prostitute sono cattive. Secondo la mia visione, le prostitute sono vittime. Della violenza. Del bisogno. Dell'induzione. Vittima di un sistema e di una cultura che oggettivizza il corpo delle donne e lo tratta come merce. Io sono e mi sento solidale con tutte le prostitute, anche con quelle che si autodefiniscono sex workers. Il mio stigma è tutto e soltanto per i protettori e per i clienti. 
Ciò detto, non è esatto dire che voglio i clienti in galera. La legge svedese e adesso anche la legge francese prevedono la multa per i clienti. Capisco la praticità della scelta. Per fare una multa basta un poliziotto, non è necessario istruire un processo. Quindi, come deterrenza potrà forse essere la scelta più efficace. Ma in linea di principio, osservo che il tipo di sanzione dice del tipo di reato. Le multe si fanno per le infrazioni del codice stradale, per gli illeciti amministrativi. Secondo me, i clienti, incentivando la tratta, umiliando e asservendo delle persone dietro compenso in denaro, commettono un reato molto più grave, che merita una condanna penale. Questo principio mi piacerebbe veder affermato. Poi la sua concreta applicazione mi interessa secondariamente. Può essere la condizionale, i domiciliari, le pene alternative, o anche solo la pena pecuniaria. Non è necessario mettere i clienti in galera.

E' falso che reputi le madri tutte buone e i padri tutti bruti. Sono soltanto contrario a sottrarre i figli alle madri sulla base di sindromi psichiatriche inesistenti come la Pas, anche derubricata a disturbo come mobbing genitoriale. Provvedimenti che consistono di fatto nel far rientrare dalla finestra il reato di plagio dichiarato incostituzionale nel 1981. Se si vuole essere garantisti, antiautoritari e libertari, questa è una buona occasione. Sono contrario all'affido condiviso, quando un genitore è un violento e un abusante. Sono contrario all'affido alternato, perché il bambino non è un pacco postale. Sono favorevole al diritto all'ascolto dei minori. Siano loro a dire chi è buono e chi è cattivo. Sono contrario a fare della questione dei padri separati una questione di rilievo generale. La grande maggioranza delle separazioni avviene in forma consensuale. Se in caso di conflitto, continuano a prevalere gli affidi alle madri, è conseguenza del fatto che sono ancora le madri a dedicare più tempo ed energie ad accudire i figli, e sono in prevalenza i padri ad esercitare abusi e violenze. I padri devono rivendicare il loro ruolo dal principio non dalla fine. Si battano per il congedo di paternità, sono con loro. Anche in sede di separazione saranno più credibili. Questi argomenti sono seguiti con rigore e competenza dal blog del Ricciocorno Schiattoso e dal blog Infobigenitorialità di Andrea Mazzeo (entrambi bannati). E' inaccettabile che il loro lavoro sia liquidato con tanta insultante superficialità sulla bacheca di Loredana Lipperini.

E' falso che abbia un gruppo. A meno che le persone che si trovano d'accordo con Loredana Lipperini non siano il gruppo di Loredana Lipperini. Le persone con le quali mi sento più d'accordo e in sintonia, non costituiscono un gruppo. Peraltro è scorretto nei confronti dei singoli individui che vengono annullati in questo fantomatico "gruppo". E' la negazione delle loro individualità espresse anche nelle sfumature e differenze di pensiero oltre che di modalità scelta per espimerlo. Questo è un modo particolarmente arrogante e sminuente di zittire i propri interlocutori. Al solito, ad essere citati per nome, dunque riconosciuti come individui, sono gli uomini – Stefano Dall'Agata ed il sottoscritto, detentore del gruppo – a scomparire come persone, ad essere annullate nel gruppo sono le donne.

E' falso che voglia un femminismo che non dialoga con gli uomini. Oltre che falso è una evidente amenità, anche solo per il fatto che io stesso sono un uomo. Non ho nessun interesse nel proporre alle femministe il separatismo. Lo rispetto quando viene scelto, ma è ovvio che non può essere da me desiderato. Il punto è il dialogo, o peggio la convergenza con i mascolinisti. Gruppi organizzati di misogini in rete che praticano la violenza verbale contro le donne. Sono realtà simili alle formazioni xenofobe o antisemite. E' grave immaginare di riconoscere a loro qualsiasi rappresentatività del genere maschile. Se affermo che Borghezio e Boso o persino la Lega nord, non possono essere interlocutori, non mi si può obiettare che non voglio parlare con i settentrionali.

E' falso che abbia una black-list. L'unica black list esistente è quella che forma l'elenco dei bannati dalla bacheca di Loredana Lipperini.

E' falso che voglia la scomunica Eretica. La scomunica presuppone il battesimo e l'ambito di una comunità ecclesiastica. Nelle organizzazioni politiche il battesimo è il tesseramento. Nei movimenti politico-culturali, non esiste. Quindi, non può esistere neanche il suo invalidamento o la sua revoca. La scomunica presuppone che la definizione politica delle persone sia un sostantivo. Ad esempio, comunista in quanto iscritto e militante del Partito comunista. Su questo piano, non essere d'accordo con il fatto che io sia un comunista significa proporre la mia espulsione dal partito. E' un provvedimento disciplinare e rituale che mi esclude da una comunità. Tuttavia, una definizione politica può essere intesa anche come aggettivo. Ad esempio, comunista in quanto pensiero, dichiarazioni e azioni sono comuniste. Ma qualcuno può obiettare che no e trovare le mie idee più simili a quelle dei socialdemocratici o dei liberaldemocratici. Se sono tollerante, vivrò la controversia come una opinione discordante. Se sono intollerante, la vivrò come una espulsione e mi rappresenterò come vittima di una scomunica. Se infine, mi metto ad esprimere contenuti somiglianti a quelli di leghisti e fascisti e li ospito pure sul mio blog, sarebbe strano che qualcuno non mettesse in dubbio la mia adesione ideale al comunismo. Ciò detto, al di fuori di vincoli organizzativi, è sempre questione di dibattito e mai di sentenze. Nello specifico, la mia opinione è che nel femminismo ci possa stare di tutto e di più, tranne l'antifemminismo. Dunque, non riconosco nei post di Eretica contenuti femministi, dopo di che non l'ho mai esclusa o bannata da nulla, né auspicato che altri lo facessero. Altri possono invece riconoscerla come tale. Riguardo a me, se qualcuno dice che sono femminista e di sinistra lo prendo come un bel complimento, ma di norma nelle cose che scrivo non mi presento o autodefinisco in nessun modo.

E' falso che sia stato bannato dopo un post su uno status di Loredana Lipperini. Sono stato bannato dopo aver commentato un post di Lipperatura. Non so che senso abbia affermare che se vuole dirmi qualcosa, deve avere il fegato di venirla a scrivere su Lipperatura, e non fare il postarello sui miei status. Mi chiedo perché ci voglia fegato per intervenire su Lipperatura. Perchè potrei intervenire su Lipperatura, mentre non posso intervenire sulla bacheca della stessa blogger. Quando Loredana Lipperini dice qualcosa riferita a me, non lo dice sul mio blog. Lo dice sul suo blog e soprattutto sulla sua bacheca. Che io non posso leggere. Mi domando se questo sia dimostrare di avere fegato. Io mi regolo in questo modo: se devo dire qualcosa solo a qualcuno, gli scrivo in privato. Se voglio fare un dibattito pubblico, dunque rivolgermi a tutti, scelgo la forma che mi permetta la maggiore divulgazione. Non esiste motivo di recintare discussioni di interesse pubblico in spazi predeterminati. Ad ogni modo, quando mi sono riferito a cose scritte da Loredana Lipperini o da altri miei interlocutori, ho sempre linkato la fonte originale o riprodotto il testo integrale. Posso anche interpretare male e sbagliare nel riferire il pensiero altrui, ma chi mi legge può sempre verificare l'originale. Chi legge Lipperini o Eretica che mi attribuiscono questo o quello, invece, non ha nulla da verificare, a meno che non venga a cercarmi di sua iniziativa.

E' falso che sia giustizialista. Che voglia gogna, forca e galera. Se adottiamo questo termine nell'uso giornalistico e polemico che ne viene fatto, giustizialista è colui che vuole agire una giustizia sommaria contro alcuni reati, mentre garantista è colui che vuole sanatorie e colpi di spugna. Non voglio né l'una, né l'altra cosa.
In generale sono favorevole alla depenalizzazione dei reati minori. Pene alternative invece che il carcere. Sono assolutamente contrario alla pena di morte. Sono predisposto favorevolmente all'abolizione dell'ergastolo e delle pene detentive più lunghe. Al limite si può stabilire – faccio un esempio – che la pena più alta prevista dal codice penale sia molto più bassa di quelle attuali. Mettiamo dieci anni. In fondo, gli autori di omicidio fanno in media otto anni di carcere. Stabilito questo, penso che ai reati più gravi competano le pene più gravi e che commettere reati contro qualcuno per motivi di odio razziale, sessista o omofobo, debba comportare il riconoscimento di un'aggravante. Anche all'interno di pene ridotte al minimo, è importante quel riconoscimento simbolico. Penso inoltre, che una società abbia il dovere di riconoscere alcuni comportamenti lesivi come reati e che tra questi ci sia la violenza contro le donne, il femminicidio in tutte le sue forme, fino allo stalking. E che non si possa ridurre questa violenza ad una questione di educazione e di supporto psicologico. La violenza contro le donne, non è un disturbo, non è maleducazione, non è mentalità. E' un crimine. E' cultura riconoscerlo!
Un sistema giudiziario deve prevedere procedure e garanzie a tutela degli imputati e del diritto alla difesa e ricorrere alla custodia cautelare in caso di indizi fondati di pericolo sociale, rischi di reiterazione del reato, inquinamento delle prove e fuga. Ritengo che i principi di garanzia vadano commisurati a due aspetti. La necessità di tutelare le potenziali vittime, e la necessità di fronteggiare lo squilibrio nei rapporti di forza tra le parti in causa. Questo dovrebbe valere secondo me, non solo per la violenza sulle donne, ma anche per altri tipi di reato, tipo il mobbing, i licenziamenti discriminatori e le violazioni in materia di sicurezza sul lavoro e di sicurezza ambientale, la tortura o altre forme di repressione delle forze dell'ordine. Per questo genere di reati, data la disparità dei contendenti, l'onere della prova, a mio avviso, andrebbe invertito.
Non voglio neanche le gogne. La gogna è esporre qualcuno al dileggio, allo scherno, al disprezzo, sui giornali, o su una qualsiasi pubblicazione. Si riconosce dal fatto che si usano testi violenti e insultanti, incintanti all'odio, foto deformanti, caricaturali, titoli violenti. Non ho mai fatto nulla di tutto questo. Ed è molto scorretto, molto insultante che mi sia attribuito. Non si possono usare questi metodi per sottrarsi alla critica. Ad essere oggetto di gogna sono io (con tanto di nome e cognome) e il fantomatico gruppo sulla bacheca di Loredana Lipperini, a noi inaccessibile, con i commenti offensivi di persone che non ci conoscono e non sanno di cosa si parla.

E' falso che reputi Loredana Lipperini non femminista. Per me va bene la definizione che lei ha dato di se stessa: una femminista sui generis. Letteralmente vuol dire di genere suo proprio, atipica. A me pare che ingredienti di questa atipicità siano una discreta superficialità e genericità. Una femminista surfeggiante. Con la quale, in caso di discordia, è meglio evitare di approfondire troppo, altrimenti sospetterà un tentativo di affogamento. In ogni caso, una femminista. Quindi, né nemica, né avversaria, per quanto possa comportarsi in modo discutibile. D'altra parte, la sinistra ha avuto esponenti come Rutelli, Fassino, Veltroni. Oggi, Renzi. Tutti di sinistra. Sono la sinistra che siamo capaci di avere in questo paese. Anche il femminismo che abbiamo è quello che siamo capaci di avere.

Anche questa volta - come le precedenti [1][2] - Loredana Lipperini ha reagito alle critiche con affermazioni ingiuriose e diffamatorie. I contenuti del mio ultimo post sono stati da lei definiti come manganellate, randellate, bastonate. Un cercare nemici da impallinare. Spaventoso, deumanizzante. Direttamente sul suo blog. Più allusioni varie, sparse per il web.

Nessun rispetto, nè per me, nè per il senso delle proporzioni. Eppure ho solo preso le sue parole, per metterle a confronto con quelle di altri. Se ci fa una bella o una brutta figura non è responsabilità mia. Non ho usato nei suoi confronti neanche un aggettivo negativo. Solo le parole che ha scelto di scrivere lei. Riassunte letteralmente, linkate ai suoi post, riprodotte in immagine. Integralmente. Se quando le tornano indietro le fanno male, non sono io che uso il manganello, è lei che lancia boomerang.

Non rimprovero la decisione di bloccare il mio account su Facebook e di fare lo stesso nei confronti di altre persone a me associabili anche solo per aver concesso un like, al fine di rendere inaccessibile la sua bacheca. E’ suo diritto. Sono affari suoi, se preferisce ospitare i commenti dei mascolinisti ed escludere i miei. Non è suo diritto invece scrivere cose così:



Per di più, senza dare alcun riferimento testuale. I lettori del suo blog, che immagino siano molte centinaia dato che è uno dei primi blog italiani, non possono verificare se quanto mi viene attribuito è vero, possono solo fidarsi degli insulti che mi vengono rivolti. Perchè le accuse, senza indizi, senza prove, sono solo insulti.

Essere una conduttrice radiofonica, una giornalista di Repubblica, una scrittrice di libri pubblicati da una delle più importanti case editrici italiane, la Feltrinelli, essere una delle prime blogger italiane, significa esercitare un potere d’influenza nei confronti dell’opinione pubblica. Un potere che può essere esercitato in modo autorevole, argomentando e confutando, cercando di spiegare e persuadere. Oppure in modo autoritario, delegittimando, denigrando, insultando. E’ paradossale, ma frequente, che l’uso del modo autoritario si accompagni alla recitazione del ruolo di vittima eretica perseguitata e oppressa dal potere ortodosso, secondo la scuola dell'amica di Abbattoimuri.

Io non ho nessun potere, salvo quello di qualsiasi utente navigante capace di aprirsi un blog e una pagina su Facebook. Non ho mai insultato Loredana Lipperini. Non l’ho mai qualificata in modo negativo. Non ho mai detto che non la riconosco come femminista. Più volte l’ho citata e linkata in modo favorevole. Era consenso, non baci e carezze. Consenso. Di recente, invece le ho espresso dissenso, non manganellate e bastonate. Dissenso.

Non ho colto alcun pretesto. Da un mese stiamo scrivendo a sostegno della legge francese che sanziona i clienti della prostituzione per combattere la tratta, cercando di confutare, gli argomenti contrari usati dai salauds e dagli intellettuali che li appoggiano. In Francia e in Italia. Pubblichiamo dati, informazioni, testimonianze, analisi. Non insultiamo nessuno. Loredana Lipperini è intervenuta sul suo blog con un breve post. Per esprimere contrarietà alla legge, a mio giudizio in modo superficiale. E per liquidare le posizioni favorevoli come semplicemente ostili alla persona di Elisabeth Badinter. Quindi, ho mostrato quel che ha scritto lei e quel che abbiamo scritto noi. Per mostrare che di Elisabeth Badinter disapproviamo i contenuti, non la persona. Anche se tra la persona e i contenuti, talvolta, c’è conflitto d’interesse.

Se avessi voluto cogliere pretesti, avrei potuto più agevolmente approfittare di altre occasioni. Per esempio, quella che vede Loredana Lipperini impegnata inutilmente in difesa di Costanza Miriano, contestata dalle donne spagnole, per il suo libro «Sposati e sii sottomessa». Autrice già tutelata in modo egregio da Camillo Langone, che oggi paventa il ritorno del rogo dei libri in Europa, mentre solo ieri voleva togliere i libri alle donne affinché tornassero a fare figli.



Una difesa superflua, buona per esibire un po' di tolleranza volterriana. Non condivido quello che dice, ma ha il diritto di dirlo, etc... discutiamone democraticamente... La sottomissione delle donne, una opinione discordante su cui ragionare, finchè qualcuno non pubblicherà l'elogio dello schiavismo o dell'antisemitismo, così giusto per cambiare tavola rotonda.

Sono un dilettante e non ho in progetto di diventare un collega professionista di Loredana Lipperini come invece lo è Costanza Miriano. Spero ugualmente lei voglia un giorno riconoscere lo stesso diritto e dedicare la stessa tolleranza anche a me. Altrimenti, pazienza, ne farò a meno.

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