Un movimento contro le donne
Identificare e combattere il mascolinismo
II parte - 2010

Il movimento mascolinista del Quebec
I suoi miti e i suoi obiettivi


a cura di Stop masculinisme - tradotto da Maria Rossi


Il fenomeno mascolinista non è una particolarità del Québec. «E' comparso in Danimarca, in Australia, in Nuova Zelanda e in Gran Bretagna verso la fine degli anni Ottanta, poi negli Stati Uniti e in Canada e, ultimamente, in Francia, in Svizzera e in Germania. La presenza di associazioni di uomini può essere rintracciata dappertutto nel mondo occidentalizzato, ivi inclusa l'Argentina, l'Africa del Sud ed Israele. Ma è in Nuova Zelanda, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna che esse risultano più solide e più virulente  nei confronti delle femministe. In seguito alla globalizzazione culturale, soprattutto grazie ad Internet, i mascolinisti condividono le loro analisi, intrecciano legami e formano reti» (Pierrette Bouchard, « La stratégie masculiniste, une offensive contre le féminisme » en ligne sur http://sisyphe.org/spip.php?article329 vu le 10 juin 2009).
Tuttavia, noi abbiamo scelto di soffermarci sulla forma di mascolinismo sviluppatasi nel Québec. L'analisi deve molto all'opera collettiva Le mouvement masculiniste au Québec. L'antiféminisme démasqué curata da Mélissa Blais et Francis Dupuis-Déri, pubblicata nel 2008. Quest'opera delinea un quadro esaustivo del fenomeno del mascolinismo del Québec, completo di cronologia, protagonisti, temi prediletti e rivendicazioni. La vicinanza linguistica può risultare pertinente per l'analisi della diffusione delle teorie mascoliniste in Francia.
Il movimento mascolinista nel Québec emerge a metà anni Ottanta, in un momento in cui il movimento femminista detto della «seconda ondata» (dalla fine degli anni Sessanta fino  a metà degli anni Ottanta) appare in crisi, come la maggior parte dei movimenti progressisti. Il movimento mascolinista si è sviluppato allora, partendo dai gruppi di mutuo aiuto psicologico per gli uomini, dai gruppi apertamente militanti come quello dei padri separati, scontenti per il fatto di doversi sottomettere alle ordinanze delle corti di giustizia sul versamento dell'assegno alimentare ai propri figli o  per il fatto che i Tribunali affidavano i bambini alla persona che se ne occupava di più: la madre. Il mascolinismo si sviluppa anche  negli ambienti di studio della mascolinità,  là dove circolano specialisti, psicologi e sessuologi, turbati dalla crisi della mascolinità provocata dalle conquiste ottenute dal femminismo.
Un evento funge da detonatore per il movimento mascolinista del Québec: il 6 dicembre 1989, 14 studentesse del Politecnico di Montréal vengono uccise da Marc Lépine. In una lettera, l'assassino esplicita il movente del suo crimine: l'antifemminismo.
In quel periodo il Québec assume un orientamento liberista e ridimensiona il Welfare State sviluppato tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta. Le politiche pubbliche del Québec in quei due decenni avevano indotto mutamenti profondi nella società, sintetizzati nell'espressione "Rivoluzione tranquilla". Erano state attuate riforme come la separazione della Chiesa dallo Stato, l'istituzione del divorzio, la fine dell'autorità maritale, l'ampliamento dei diritti individuali, tra i quali la depenalizzazione dell'omosessualità.
A questa parentesi segue un periodo particolarmente favorevole ai mascolinisti del Québec.
Avendo denunciato i finanziamenti accordati alle donne come forme di discriminazione nei confronti degli uomini, i mascolinisti condividono integralmente le riduzioni di bilancio decretate dallo Stato.
A partire da temi chiave come quello della crisi della mascolinità, del suicidio maschile e dell'affido dei figli, essi foggiano un vero racconto mitologico.
Particolarmente attivo e presente dopo l'inizio del nuovo millennio, il discorso mascolinista è abbondantemente riportato nei media e la sua influenza si avverte anche nelle politiche pubbliche del Québec.

Chi sono?
Il movimento mascolinista del Québec è relativamente disomogeneo. Non esiste un Partito mascolinista o qualcosa del genere. Si tratta piuttosto di una rete, di un complesso di organizzazioni, di professionisti, di personaggi dei media che hanno in comune opinioni antifemministe e misogine, oltre che rivendicazioni politiche. Questa rete non è confinata nell'ambito del Québec; queste organizzazioni hanno contatti internazionali, giacché Internet permette una rapida circolazione delle loro teorie.
Questo movimento non è clandestino; è facile trovare siti Internet mascolinisti, gli interventi dei mascolinisti nei media sono molto frequenti e la loro influenza sul governo del Québec non è piccola, come mostrano le pesanti minacce, successive al 2003, volte alla soppressione del Consiglio sulla condizione della donna.
I baluardi del mascolinismo si trovano tra i gruppi separatisti di uomini, come la rete di aiuto psicologico per uomini, solo apparentemente poco politicizzata, o i gruppi di padri separati, dalle opinioni più scopertamente reazionarie. Il mascolinismo ha anche una diramazione nelle Università costituita da cerchie di studio della mascolinità che partono dall'idea della crisi della mascolinità, sono orientate verso lo studio delle «sofferenze degli uomini» e rimuovono la questione del patriarcato.

Il mascolinismo popolare
Guy Corneau e le Reti degli Uomini: psicanalista mancato, mascolinista riuscito
Guy Corneau (1951) è uno psicanalista junghiano del Québec e un autore di saggi popolari di psicologia e di sviluppo personale. Conquista la notorietà con la pubblicazione del libro Père manquant, fils manqué (Padre assente, figlio fallito), edito nel 1989, un testo che ha venduto 155.000 copie in lingua francese ed è stato tradotto in una dozzina di lingue. Questo libro tratta della ferita psicologica di cui soffrirebbero, secondo Corneau, alcuni uomini che non hanno avuto un rapporto con il proprio padre. Questo successo di vendite gli permette di organizzare conferenze e di partecipare a trasmissioni radiofoniche e televisive, dapprima in Québec e, in seguito, nei Paesi francofoni. E' diventato anche redattore di articoli in alcuni giornali del Québec e coanimatore, come specialista, di trasmissioni radiofoniche e televisive.
Nel 1992 riprende un'idea nata a Vancouver con il nome di M.E.N (Men Evolution Network) e lancia, assieme ad altri, la Rete Uomini del Québec. L'esperienza, avviata nel Québec, si è in seguito estesa ai paesi francofoni europei, ossia al Belgio, alla Francia e alla Svizzera  romanda. 
Se questa organizzazione non si presenta dichiaratamente come mascolinista, uno dei suoi obiettivi è però quello di «proporre la messa in discussione dei modelli maschili tradizionali e di rivalutare l'immagine degli uomini», ciò che presuppone che essa sia svalutata. Interessandosi particolarmente ai «bisogni» degli uomini, la Rete Uomini del Québec fonda la sua analisi su una visione antifemminista dell'evoluzione dei rapporti tra uomini e donne, giacché l'emancipazione delle donne viene presentata come una fonte di problemi per gli uomini. Questo antifemminismo latente può virare verso un franco mascolinismo.
«Molti credono che gli uomini intendano liberarsi dal sessismo nei gruppi di autocoscienza separatisti. Ma dipende da chi li organizza. Nella Rete Uomini del Québec, ho visto un leader di gruppo organizzare un rituale neojunghiano nel quale gli uomini erano invitati a ritagliare da un foglio l'immagine di una persona che "li aveva fatti soffrire" [le immagini rappresentavano delle donne], a sfogarsi contro questa persona e...a  bruciare l'immagine, in un passaggio all'atto rituale!» [Commento del 27 ottobre del 2003 di Martin Dufresne, intitolato «La victimité, cela s'apprend» [« Questo si impara: la vittimizzazione»], all'articolo «Homme atteint de "victimité"» [«Uomo affetto da vittimizzazione»] di Zelda Laliberté, http://sisyphe.org/spip.php?breve47.

Le Parole degli Uomini di Yvon Dallaire
Yvon Dallaire è psicologo, sessuologo, autore di successo e conferenziere di fama internazionale. E' specializzato in relazioni di coppia e gestisce il sito Couple heureux (Coppia felice) e optionsante.com.
Fa parte di un buon numero di associazioni di carattere psicologico. E' un habitué dei media,  poiché fa numerosi interventi pubblici, redige regolarmente articoli nei giornali  ad alta tiratura ed ha animato trasmissioni televisive.
Il tenore mascolinista di molti dei suoi libri è privo di ambiguità. Due dei suoi ultimi lavori recano il titolo di  Homme et fier de l'être. Un livre qui dénonce les préjugés contre les hommes et qui fait l'éloge de la masculinité (2001), [Uomo e fiero di esserlo. Un libro che denuncia i pregiudizi contro gli uomini e che tesse l'elogio della mascolinità] e di La violence faite aux hommes, Une réalité taboue et complexe. (2002) [La violenza sugli uomini. Una realtà tabù e complessa].
Yvon Dallaire ha presieduto tre congressi internazionali Paroles d'hommes. Il primo ha avuto luogo a Ginevra nel 2003. Si intitolava Quand l'homme reprend la parole [Quando l'uomo riprende la parola]. Il secondo Feminisme + Hominisme = Humanisme si è svolto a Montréal nel 2005 e l'ultimo si è svolto a Bruxelles nel 2008 con il titolo di Hommes: états des lieux: inventaire des ressources et besoins. (Uomini: il punto della situazione: inventario delle risorse e dei bisogni). Il prossimo dovrebbe tenersi a Parigi.
Sovvenzionato in parte da fondi pubblici, il congresso del 2005 si è tenuto nei locali dell'Università del Québec a Montréal. Questo congresso, particolarmente pubblicizzato e caratterizzato dall'invito di personalità pubbliche e di universitari, ha mirato ad offrire un'immagine pubblica rispettabile e scientifica del mascolinismo.
Sulla pagina Internet che presenta il congresso, si può soprattutto leggere la condanna del femminismo che i mascolinisti definiscono radicale. Una lettura degli Atti del Congresso ripropone l'idea che l'uguaglianza tra uomini e donne sia già stata realizzata e presenta la sempiterna frase : «le femministe devono tacere e lasciar parlare gli uomini».

I gruppi dei padri separati, la punta di diamante del mascolinismo
Gli anni Ottanta vedono il Québec svecchiare le proprie leggi, in particolare nell'ambito del diritto di famiglia. Nel 1981 viene riformata la Legge sul Divorzio e viene proclamata l'uguaglianza tra i coniugi. Le donne coniugate possono conservare il proprio cognome e trasmetterlo ai figli. Dal 1986 il divorzio può essere chiesto in seguito al fallimento del matrimonio, considerato ormai come causa sufficiente. Le province del Canada, tra le quali il Québec, si sono dotate di leggi che impongono il versamento obbligatorio dell'assegno alimentare ai figli, leggi approvate in seguito alla pubblicazione di studi che mostravano le difficoltà incontrate dalle madri ad ottenerlo dagli ex coniugi.
La crescente autonomia delle madri, in virtù di questi mutamenti legislativi, provoca l'ostilità di certi padri che creano molto rapidamente gruppi di pressione che denunciano queste leggi. Nel 1985 in Ontario viene fondato un primo comitato di Fathers for Justice. Il loro cavallo di battaglia: la questione del divorzio e degli assegni alimentari. Fathers for Justice è una lobby mondiale che ha ramificazioni nel Regno Unito, in Olanda, negli Stati Uniti, in Canada, in Australia. Questo gruppo, definito nel 2005 dalla BBC «come il gruppo in più rapida crescita nel mondo» è autore di parecchie imprese spettacolari nel corso delle manifestazioni.
Se F4J è il gruppo più noto, non è tuttavia il solo. I padri separati hanno infatti formato parecchi gruppi a partire dagli anni Ottanta. Si può citare l'associazione degli uomini separati e divorziati del Québec creata all'inizio degli anni Ottanta e il Canadian Council for Family Rights apparso nel 1987.
Il comune denominatore di questi gruppi di padri è l'agire come gruppi di pressione al fine di ottenere la diminuzione, se non l'annullamento, degli assegni alimentari  e pretendere l'affido condiviso incondizionato, anche nel caso di violenze commesse dal padre contro i bambini o contro la ex partner. Questa sorta di «sindacalismo patriarcale» si fonda su teorie (come la PAS) prodotte da psicologi antifemministi  e ciò mostra i legami che sussistono tra le differenti sfere del mascolinismo.

I miti mascolinisti del Québec
Il mascolinismo non conosce frontiere: l'uso intensivo di Internet e  la formazione di una rete diffusa in tutti i Paesi occidentali fanno sì che sia impossibile identificare dei temi mascolinisti specifici di questo o quell'altro Paese. Se le citazioni che presenteremo provengono da autori del Québec, le controversie che stiamo per decodificare si affermano a livello internazionale. Esse si articolano in tre tappe:
Prima tappa: porre sullo stesso piano il sessismo subito dalle donne e le diseguaglianze di cui sarebbero vittime gli uomini (non esitando a manipolare la realtà o a mentire);
Seconda tappa: negare le violenze sessiste subite dalle donne;
Terza tappa: chiedere misure che rinforzino il dominio maschile, tutelino gli aggressori o attentino ai diritti delle donne.

Lacrime di coccodrillo
Tema: La crisi della mascolinità
Luogo comune: Gli uomini vivono una crisi di identità in una società dominata dai valori femminili.
Citazione: «Quale uomo può vantarsi di non essere mai stato oggetto di derisione, di critica, di discriminazione o di rifiuto in quanto uomo? Possiamo constatare che gli attacchi contro gli uomini si sono moltiplicati   dopo la nascita del movimento femminista. [..] Per le femministe l'uomo rappresenta il nemico da abbattere o l'animale da domare» [Dr Janel Gauthier,  prefazione di Homme et fier de l’être, Yvon Dallaire, Québec, Option Santé, 2001]

Tema: La sofferenza degli uomini
Luogo comune: La sofferenza degli uomini è un argomento tabù nelle nostre società a causa del discorso politicamente corretto femminista.
Citazione: «La sofferenza delle donne è enfatizzata, mentre quella dei ragazzi e degli uomini è negata e rimossa. Per esempio, guardate l'industria sovvenzionata della violenza domestica nel Québec che si rivolge soltanto alle donne e che nega l'esistenza delle violenze fatte agli uomini, manipolando i sondaggi» [http://harakiri.ca/2009/01/le-mensonge-feministe-premiere-partie/ ]

La mitologia mascolinista si presenta in primo luogo come una grande litania: l'idea della crisi della mascolinità. Dalla nascita del movimento femminista negli anni Settanta fino ad oggi, ci sarebbero stati rivolgimenti così profondi nei rapporti tra i sessi, che gli uomini, un tempo dominanti e sicuri di sé, sarebbero oggi in preda all'insicurezza. Essi sarebbero destabilizzati, angosciati, ...la lista è interminabile. Questa visione apocalittica della «condizione maschile» potrebbe far sorridere, se non fosse così diffusa in Québec come altrove.
I mascolinisti presentano una serie di indicatori che attesterebbero, secondo loro, l'esistenza di questa crisi della mascolinità.
Questo discorso non è né più recente né più nuovo di quello sulla crisi economica. Come mostra Eve Marie Lampron, la crisi della mascolinità è un vecchio tema reazionario che è già stato impiegato a più riprese per accrescere il potere della classe degli uomini.
Questa tematica è stata in particolare impiegata per contrastare le aspirazioni egalitarie delle donne durante la Rivoluzione Francese, per limitare il loro accesso al lavoro salariato il secolo successivo, per neutralizzare le evoluzioni recenti del diritto verso una maggiore uguaglianza (divorzio, contraccezione) e le concrete misure assunte per ridurre l'impatto del patriarcato (azioni positive, aiuto alle donne vittime di violenza maschile).
Il discorso sulla crisi non dice null'altro, in fondo, che questo: L'uguaglianza tra uomini e donne reca pregiudizio agli uomini. Per dimostrare l'esistenza di questa crisi, i mascolinisti propongono allora un catalogo delle sofferenze maschili. Gli uomini divorziati sarebbero svantaggiati, gli uomini si suiciderebbero sempre di più a seguito dei divorzi, i ragazzi conseguirebbero risultati sempre meno brillanti a scuola.
Il repertorio sviluppato dai gruppi di padri separati può riassumersi così:
1) La giustizia nega quasi sempre ai padri divorziati l'affido dei figli,
2) L'affido condiviso sistematicamente applicato ( N.D.A qui si intende anche la doppia residenza) è la soluzione più egalitaria per i genitori e la migliore dal punto di vista del bambino.
Fathers For Justice non esita ad affermare che «in Québec più di 300 mila bambini sono privati della presenza del loro padre, si è distrutta la vita di centinaia di migliaia di padri nel corso degli ultimi  30 anni» [Daniel Forest, presidente di F4J «F4J veut un virage radical de la société québécoise» [«Father For Justice vuole una svolta radicale della società del Québec» www.fathers-4-justice.ca] Ora, un'inchiesta condotta nel 2003 riferisce che le separazioni giudiziarie non rappresentano che il 12,2% delle cause relative al diritto di famiglia nel distretto di Montréal e di Saint-Gérôme nel 2001. La stragrande maggioranza dei divorziati non  ricorre ai Tribunali, ma attua una separazione consensuale. Il fatto che la custodia dei bambini sia affidata per la maggior parte del tempo alla madre non può essere connesso ad un favoritismo giudiziario, quanto piuttosto ad un disimpegno volontario dei padri nei confronti dei propri figli, con la perpetuazione di un modello familiare tradizionale.
I giudici, contrariamente a quel che pretendono i mascolinisti,  sono già inclini a sancire l'affido condiviso, quando le condizioni lo permettono. In seguito alla legge sul divorzio, il tribunale deve emettere un'ordinanza di affido basata sul principio della equilibrata frequentazione del bambino con entrambi i genitori. Se da un punto di vista meramente contabile, l'affido condiviso sistematico nel caso di conflitti può sembrare la soluzione più egalitaria, un'analisi più precisa dimostra il contrario. Anche quando la madre è vittima di violenze da parte dell'ex coniuge e non vuole abbandonare i suoi figli, il tribunale non è obbligato a concederle l'affido esclusivo. Spesso i tribunali rigettano questo tipo di domanda perché il bambino non ha subito alcuna violenza.
Le donne vittime di violenze coniugali non sono dunque o sono poco tutelate dalla legge, come mostra un'inchiesta dell'Istituto di Statistica del Canada: «Il rischio di violenza è particolarmente elevato nel momento della separazione, soprattutto per le donne. Un terzo (34%) delle donne che sono state vittime di violenza durante la relazione hanno dichiarato che la violenza era stata più grave o più frequente dopo la separazione. Il numero di uomini che hanno risposto la stessa cosa era troppo piccolo per produrre stime affidabili».(Statistique Canada (14 juillet 2005), La violence familiale au Canada: un profil statistique, Le quotidien, Ottawa, Statistique Canada.)
Infine, i mascolinisti presentano le loro affermazioni a favore dell'affido condiviso sistematico [in questo caso si intende soprattutto il doppio domicilio) come interesse del bambino. Ora, numerosi studi dimostrano che i bambini possono vivere molto male questo tipo di affido. Infatti, questo principio li espone talvolta a padri violenti (in un numero non trascurabile di casi, la madre chiede l'affido esclusivo  a causa della violenza del coniuge), a conflitti tra i due genitori e a un cambiamento regolare del modo di vita che può turbarli. [Jacqueline Phélip, Le Livre noir de la garde alternée, préface de Maurice Berger, m.d., Dunod, Paris, 2006. Jacqueline Phélip, « Garde partagée ou résidence alternée : l’enfant d’abord », http://sisyphe.org/spip.php?article1775. Si tratta di un articolo molto interessante, che andrebbe tradotto.]

Il suicidio degli uomini
Il mito del suicidio degli uomini riposa su tre idee centrali:
1) Oggi gli uomini del Québec si suiciderebbero in numero sempre maggiore;
2) Si suiciderebbero più delle donne, ciò che sarebbe prova dell'esistenza di un malessere specificamente maschile;
3) Le cause del loro suicidio sarebbero legate al femminismo.
Aumenta il tasso dei suicidi degli uomini nel Québec? Francis Dupuis-Déri, in un articolo recente, [Francis Dupuis-Déri, « Le chant des vautours : de la récupération du suicide des hommes par les antiféministes », pp 145-177. in Le mouvement masculiniste au Québec] constata che «se le statistiche sul suicidio non sono mai completamente affidabili, gli specialisti nondimeno concordano nel constatare un aumento reale dei suicidi dopo il 1950. [..] Marie- France Charron, dei servizi e studi epidemiologici del Ministero degli Affari Sociali del Québec, nota che il tasso dei suicidi è "aumentato in proporzioni considerevoli in entrambi i sessi" tra il 1950 e il 1979». [Marie-France Charron, Le suicide au Québec : analyse statistique, Québec, Gouvernement du Québec, 1983, p.35, cité dans Le mouvement masculiniste au Québec,  già citato, p.154].
In questo stesso articolo Dupuis-Déri osserva che «il tasso [di suicidio] delle donne resta più o meno stabile, mentre quello degli uomini ha conosciuto una sensibile diminuzione, riducendosi del 35% dopo il 1999». [Danielle St-Laurent et Matthieu Gagné, Surveillance de la mortalité par suicide au Québec : ampleur et évolution du problème de 1981 à 2006, Québec, Institut national de santé publique du Québec, 2008, p.20, cité dans Le mouvement masculiniste au Québec,  già citato, p.155] Il tasso di suicidi degli uomini  del Québec nel 2006 è più basso di quello che va dal 1982 al 1984.
Per analizzare un fenomeno complesso come il suicidio nella sua completezza, bisogna prendere in considerazione i tentativi di suicidio. Un'inchiesta sanitaria  nel Québec (1998) riporta che il 2,9% degli uomini e il 4,2% delle donne riferiscono di aver commesso un tentativo di suicidio nel corso della loro vita. Questo dato - il 50% in più di donne che hanno tentato il suicidio- corrisponde da vicino ai più elevati tassi di depressione e di povertà ch colpiscono le donne. Se gli uomini, meno numerosi delle donne nei tentativi di suicidio, sono più numerosi nel portare a termine i suicidi,  ciò è verosimilmente una conseguenza della loro preferenza per metodi più efficaci (armi da fuoco, impiccagione, precipitarsi dall'alto, incidenti automobilistici ecc.). Ciò si spiega per altro con il  più frequente accesso degli uomini alle armi da fuoco (cacciatori, poliziotti, militari).
Interpretare le cause di un suicidio è  complesso. Si può nondimeno notare come i mascolinisti pretendano che il suicidio degli uomini sia principalmente dovuto ai divorzi e ai problemi di affido dei bambini. Ora «I dati più recenti indicano che il 16,9% degli uomini che si suicidano sono separati o divorziati» [Francis Dupuis-Déri, « Le chant des vautours »,  già citato ,p.156.] Ciò consente di rimettere in discussione l'affermazione secondo la quale la rottura del rapporto coniugale sarebbe la prima causa di suicidio degli uomini.
 Due elementi ben lontani dalle idee mascoliniste  hanno una forte incidenza sul suicidio degli uomini:
 Il tasso di suicidi più elevato nel Québec come in Francia riguarda i giovani uomini omosessuali e bisessuali: il «loro tasso di suicidio è dalle 7 alle 13 volte più elevato di quello dei giovani uomini eterosessuali» [ Ibidem]. Ora, gli atti omofobi sono commessi soprattutto da uomini.
Katharina Mayenfisch evoca anche un'altra correlazione: «di fatto, il tasso dei suicidi aumenta nelle fasi di recessione e diminuisce nei periodi di prosperità economica (Adjacic-Gross, 1999, dans OFSP, 2005) Secondo gli autori di questo rapporto, vi è una forte correlazione tra il tasso di suicidi degli uomini e le vendite forzose della propria azienda, i fallimenti e  la disoccupazione.» [Katharina Mayenfisch, « Le suicide des hommes, une problématique qui ne date pas du 21e siècle », http://sisyphe.org/sisypheinfo/spip.php?article64, vu le 10 juin 2009].

Studenti nella nebbia...
I mascolinisti suonano un campanello d'allarme: i ragazzi sarebbero in pericolo, il loro tasso di successo scolastico sarebbe in caduta libera! 
1) I ragazzi conseguirebbero risultati sempre meno brillanti a scuola
2) L'insegnamento attuale favorirebbe le ragazze.
3) Il ritorno alla scuola non mista consentirebbe ai ragazzi di ottenere risultati migliori.

L'idea di un crollo dei risultati scolastici dei ragazzi del Québec è falsa: 
«Nel 1979, il tasso di abbandono scolastico dei ragazzi di 19 anni era pari al 43,8% del totale. Nel 2004 esso era pari al 24,3%. Come spiegare allora il panico attuale? Il fatto è che le ragazze vanno ancora meglio, essendo passate da un tasso di abbandono del 37,2% ad un tasso del 13,9%. Le ragazze, in altri termini, sono così brave da modificare la nostra percezione della situazione dei ragazzi del Québec, che pure è migliore di quella dei loro coetanei del resto del Canada e dei paesi dell'OCDE. [Louis Cornellier, « L’école est-elle discriminatoire envers les garçons ? » Le Devoir, Édition du samedi 18 et du dimanche 19 août 2007,] «I ragazzi abbandonano la scuola molto meno che 10 anni fa. Per esempio, nel 2001 erano il 69% ad accedere alla classe quinta delle scuole superiori contro il 54% del 1982 [fonte: Ministero dell'Istruzione]».
La situazione è dunque ben lontana dall'essere catastrofica per i ragazzi. Anzi è migliorata! Ciò che sembra provocare l'ira dei mascolinisti, è che le ragazze fanno progressi più rapidi dei ragazzi, e hanno anche più chances di emanciparsi. Essi avanzano quindi l'idea che la scuola favorisca le ragazze:
. Perché ci sarebbero  nel Québec più donne che uomini nell'insegnamento ed esse eserciterebbero favoritismi nei confronti delle ragazze. Ora, se ci sono meno insegnanti uomini che donne nella scuola primaria, è perché un minor numero di uomini concorre a questi posti, senza dubbio perché sono meno considerati e remunerati dei posti di insegnamento nelle scuole secondarie, dove le donne non rappresentano più del 54% del personale e sono in minoranza nei posti di dirigente scolastico. E' negli ordini di scuola ove esistono meno insegnanti femmine che i ragazzi conseguono risultati meno brillanti ed hanno un maggior tasso di abbandono.
. Perché il metodo di insegnamento risulterebbe sfavorevole ai ragazzi: essi avrebbero particolarmente bisogno di dare libero sfogo alle proprie energie e dovrebbero praticare più sport delle ragazze. Sono state sviluppate esperienze di attività sportiva solo per ragazzi  nella scuola superiore. Esse  si basano su una concezione essenzialista che suppone la presenza di un eccesso di energia nei ragazzi, che deve essere dissipata per migliorare i risultati scolatici. Queste concezioni fanno sì che gli insegnanti tollerino meglio l'indisciplina dei ragazzi rispetto a quella delle ragazze. Secondo i dirigenti scolatici, gli effetti di questi provvedimenti non sarebbero apprezzabili sul piano dei risultati.
. Poiché gli adolescenti sono turbati dall'iperproduzione di ormoni, la presenza delle ragazze li ecciterebbe sessualmente e li renderebbe incapaci di concentrarsi. E' un ritornello ben noto, che vuol far ricadere sulle donne la responsabilità dello sguardo sessualizzato ( N.D.A noi diremmo reificante) che gli uomini posano su di loro e che ha il fine di restringere la libertà delle donne. Non è un fatto naturale, ma un fatto sociale. Ora, gli uomini parlano di sesso ed imparano ad avere una particolare visione eterosessuale maschile tra di loro. La responsabilità dei desideri maschili è dunque da cercare laddove sono prodotti, nella classe degli uomini, in condizioni di omosocialità.
Sono stati effettuati molti studi che hanno comparato i risultati conseguiti dai ragazzi nelle scuole miste e in quelle non miste. Jean-Claude St-Amant, che ha condotto molte ricerche sull'argomento, nota che: «Il ricorso alle classi non miste costituisce per il personale scolastico la misura ritenuta più adatta per i ragazzi. Essa si ritrova nel 37% delle scuole, con una frequenza più elevata alle elementari (40%). La separazione si fa sia per materie che per ciclo o livello». 
Questo tipo di intervento si ispira principalmente al discorso sul carattere disfunzionale dell'istituzione scolastica. Il rapporto del Gruppo di riflessione sull'educazione dei ragazzi indica paradossalmente che "in grande maggioranza, i dirigenti scolastici non hanno riscontrato alcun mutamento significativo nei risultati scolastici" [Rapport de recherche. S.l., Groupe de réflexion sur l’éducation des garçons, 2003, p.36].
Questa assenza di impatto positivo concorda con i risultati delle ricerche sulla separazione degli alunni per sesso. Secondo numerosi studi, le persone che abbandonano la scuola provengono principalmente dai ceti popolari, ma di ciò i mascolinisti non parlano.

Negazione delle violenze maschili
Tema: Gli uomini violenti
Luogo comune: Le associazioni femministe hanno volontariamente esagerato il numero degli uomini violenti per ottenere sovvenzioni dal governo del Québec.
Citazione: «Pochi sono gli uomini del Québec che non si siano visti prima o poi,rinfacciare da militanti o simpatizzanti femministe il fatto che 300.000 donne siano vittime di violenze coniugali nel Québec. Ma gli aggressori non appartengono soltanto al sesso maschile, ma anche a quello femminile e la violenza tra coniugi è bilaterale in una proporzione che supera il 50% dei casi. [..] Queste cifre [..] sono state deliberatamente "fabbricate" per creare un clima di psicosi vittimistica in senso alla popolazione femminile del Québec, probabilmente allo scopo di farla aderire agli stereotipi sessisti propagati da certe militanti femministe».

Il mascolinismo non è soltanto un tentativo di attirare l'attenzione e la pietà sulla crisi di cui soffrirebbero gli uomini; è anche un vasto movimento di negazione dell'ampiezza delle violenze maschili nei confronti delle donne e dei bambini. Questa propaganda dagli effetti particolarmente drammatici riceve conferma da qualche psicologo mascolinista che non esita ad inventare teorie su misura per difendere in giudizio gli uomini violenti e ritardare la condanna concreta e sistematica delle violenze fisiche e sessuali che essi commettono nei confronti delle donne e dei bambini.

Rimuovere la responsabilità degli uomini: la simmetria della violenza
La teoria della simmetria della violenza, richiamata notoriamente dallo psicologo Yvon Dallaire, nega  l'esistenza di una disparità tra uomini e donne nell'esercizio della violenza. Questa teoria suppone l'inesistenza di una violenza strutturale degli uomini nei confronti delle donne e ritiene che esistano piuttosto persone violente, che possono appartenere all'uno o all'altro sesso.
Yvon Dallaire tenta di dimostrare questa simmetria sotto tre aspetti:
la corresponsabilità: «la violenza coniugale è determinata da differenze psicologiche fra le donne e gli uomini, che si traducono in reazioni diverse di fronte  a situazioni stressanti». La violenza maschile sarebbe dunque legata ad incomprensioni reciproche. I partner diventano allora entrambi responsabili di questa violenza.
Questo tipo di ragionamento permette di giustificare tutte le violenze e di evitare di esplicitare chi siano gli autori, i veri responsabili e quali siano i meccanismi psico-sociologici della violenza maschile.
- La perdita di controllo: «gli uomini violenti sono incapaci di controllarsi». Questa teoria è facile da smontare: nelle situazioni in cui gli uomini sanno di poter subire una sanzione (nelle imprese, di fronte alla polizia ecc.), essi si mostrano capaci di dominarsi.
- La sofferenza: Gli uomini violenti sarebbero uomini che hanno sofferto traumi infantili. E' una teoria che non giustifica per nulla il numero di uomini violenti nei confronti delle donne e che non chiarisce perché le donne, che a priori non hanno subito meno traumi infantili degli uomini, non siano più violente. E' anche un metodo ben conosciuto in materia di violenza coniugale: utilizzare tutti gli argomenti possibili per manipolare l'altro - soprattutto giocando con i suoi sentimenti - e far dimenticare la propria responsabilità.

Queste teorie sono confortate dalle interpretazioni mascoliniste dei dati dell'Inchiesta sociale generale del 1999 di Statistica del Canada, ripresi nella pubblicazione dell'Istituto di Statistica del Québec La violence conjugale envers les hommes et les femmes au Québec et au Canada, 1999. Questi dati presentano la prevalenza in cinque anni  di diverse affermazioni relative all'essere state o meno vittime o meno di un atto di aggressione. Detto altrimenti, questa prevalenza misura il numero di persone che, appartenenti alla popolazione canadese, siano state almeno una volta oggetto di un atto di violenza da parte del coniuge. Il divario tra uomini e donne è flebile. Ma, come ricorda il Consiglio sulla condizione della donna, questo tipo di documento non costituisce evidentemente una misura della violenza coniugale. E ciò per la seguente ragione: una donna maltrattata 90 volte dal coniuge negli ultimi cinque anni e un uomo maltrattato una sola volta dalla coniuge nello stesso periodo verranno conteggiati allo stesso modo in queste statistiche.
Anche Yasmine Jiwani contesta i risultati di questa inchiesta:
«In un Paese in cui per ogni marito o compagno ucciso, 3 o 4 mogli o compagne subiscono la stessa sorte e nel quale le precedenti statistiche rivelano che il 98% delle aggressioni sessuali e l'86% dei reati violenti sono commessi da uomini, che le donne rappresentano il 98% delle vittime di violenza coniugale sotto forma di aggressione sessuale e di rapimento e dove l'80% delle vittime di molestia sono donne, mentre il 90% degli accusati sono uomini, le conclusioni dell'Inchiesta Sociale generale del 1999 risultanostupefacenti».[Yasmin Jiwani, « Enquête sociale générale de 1999 sur la violence conjugale : une analyse », http://www.vancouver.sfu.ca/freda/reports/gss01_f.htm.]
Analogamente, per il Consiglio sulla condizione della donna «l'idea che, nelle loro relazioni di coppia, gli uomini siano vittime di violenza in ugual numero rispetto alle donne, e il suo corollario, che le donne siano altrettanto violente degli uomini, non corrisponde alla realtà. Come sottolineano anche altri studi [Yasmin Jiwani, « Enquête sociale générale de 1999 sur la violence conjugale : une analyse », citato. Leslie Tutty. Violence à l’égard du mari : vue d’ensemble sur la recherche et les perspectives, Ottawa, Santé Canada, 1999], bisogna riconoscere che la violenza vissuta dalle mogli o dalle compagne si manifesta con atti più pericolosi, più frequenti e dalle conseguenze fisiche e psicologiche più severe. Essa deriva più spesso da una dinamica di terrorismo coniugale, di rapporti di dominio tra i sessi, vale a dire da un'autentica violenza coniugale, così com'è definita dalla Politica del Québec in materia di violenza coniugale, in opposizione ad una situazione di violenza situazionale. In più, questa dinamica ha conseguenze più negative e di maggior ampiezza per le donne» [Lucie Bélanger, Ampleur et nature de la violence subie par les femmes et les hommes : analyse sur quelques statistiques concernant la violence conjugale, Québec, Conseil du statut de la femme, 2005 http://www.csf.gouv.qc.ca/telechargement_publication/index.php?id=249]

Sulle armi a disposizione dell'impunità totale degli uomini: le false accuse e la Sindrome di alienazione genitoriale (PAS)
Per neutralizzare  l'evidenza di una violenza coniugale esercitata soprattutto dagli uomini nei confronti delle donne, i mascolinisti hanno inventato le false accuse. Essi hanno diffuso l'idea che molte delle donne che denunciano violenze commesse dagli uomini (aggressioni e abusi sessuali) mentirebbero.
L'analisi delle statistiche mostra piuttosto il contrario: lungi dall'essere sovrastimate, le violenze subite dalle donne sono sottostimate perché sono poco denunciate. Un rapporto sugli abusi sessuali indica che «secondo diverse inchieste, il tasso di denuncia  degli abusi sessuali  varia tra il 6% e il 38% in Canada. L'aggressione sessuale costituisce uno dei crimini meno denunciati alla polizia». [Gouvernement du Québec, Politique d'intervention en matière de violence conjugale. Prévenir, dépister, contrer la violence conjugale, 1995, p.31]. 
Ma questo basso tasso di denuncia è già troppo alto per i mascolinisti. Se certe querele possono rivelarsi infondate (come qualsiasi altro tipo di querela), ciò che appare chiaro è il carattere massiccio della mancata denuncia che si spiega anche con il sospetto che continua a pesare sulle vittime di stupro, sospetto che i mascolinisti contribuiscono particolarmente ad amplificare. La loro strategia serve da difesa agli stupratori, rendendo più difficile la denuncia di questo crimine da parte delle donne.
I bambini sono l'altro obiettivo delle negazioni mascoliniste. Richard Garner ha inventato verso il 1985 una teoria su misura che crea, a profitto dei padri separati, una zona di non diritto e riconduce i bambini al silenzio dal quale erano appena usciti.
E' la Sindrome di Alienazione Genitoriale che egli definisce così: « E' un disturbo proprio dei bambini, che si verifica quasi esclusivamente nei conflitti sull'affido, nei quali un genitore (abitualmente la madre) manipola il bambino conducendolo ad odiare l'altro genitore (abitualmente il padre). I bambini si schierano abitualmente a fianco del genitore che esercita questo condizionamento, creando il proprio complotto contro il padre». Secondo questo autore, questa sindrome sarebbe diventata sempre più diffusa, riguardando più del 90% dei conflitti sul diritto di affido su cui egli è stato consultato. Al punto che nel 1993 egli considerava le denunce di abusi sui bambini la «terza ondata di isteria» ad abbattersi sugli Stati Uniti.
Questa teoria, che colloca al di fuori di ogni sospetto i padri che hanno abusato dei figli e permette di gettare discredito sulle madri, è ancora molto utilizzata dagli avvocati che difendono i padri separati e dalle associazioni dei padri separati. Oggi molto diffusa, questa teoria è contestata dal punto di vista scientifico e legale: 
«Gli psichiatri David Jones e Mel McGraw (1987) hanno valutato tutti i dossiers relativi ai sospetti di abusi sessuali sui bambini segnalati nel 1983 al Dipartimento dei Servizi sociali di Denver (Colorado). Soltanto l'8% di queste dichiarazioni sono state ritenute probabilmente false. La quasi totalità di questo ristretto numero di false accuse era imputabile agli adulti, non ai bambini» [Stephanie J. Dallam, Le Syndrome d’Aliénation Parentale a-t-il une base empirique ? Examen critique des théories et opinions de R. Gardner, p.2, Adaptation française : Martin Dufresne, Hélène Palma et Léo Thiers-Vidal, disponible sur http://sisyphe.org/IMG/pdf/doc-164.pdf].
«Le migliori ricerche effettuate fino ad oggi hanno documentato la rarità delle accuse di abusi sessuali allegate nel'ambito delle controversie sull'affido (Thoennes & Tjaden, 1990; McIntosh & Prinz, 1993). Hanno anche rilevato che queste denunce hanno tante probabilità di essere valide quanto quelle formulate in contesti non legati all'affido(Hlady & Gunter, 1990). » [Ibidem, p.7]
Sul piano giuridico notiamo che il progetto di legge n.1903, presentato nel marzo 2003 all'Assemblea legislativa del Texas, mirava a negare la possibilità di far riferimento nei tribunali alla PAS, ritenuta falsa, non scientifica.
Anche i dati ufficiali contrastano con la teoria di Richard Gardner. Secondo un rapporto del Ministero della Giustizia del Canada basato sullo studio di Everson e Boat [Everson and Boat, False allegations of sexual abuse by children and adolescents, in J. Am. Acad. Child Adolesc. Psychiatry 28 : 230-235, 1989], le false accuse rappresentano l'1,6% delle dichiarazioni dei bambini di meno di 3 anni, l'1,7% di quelli di età compresa tra i 3 e i 6 anni e l'8% di quelle degli adolescenti, ossia una media del 4,7%.
L'idea che nel corso dei conflitti sull'affido le madri o i bambini accusino particolarmente i padri di violenza sessuale è dunque falsa:
«Questa questione è stata esaminata da un organismo di Denver (Colorado): l'Unità di ricerca dell'Association of Family and Conciliation Courts. Il suo studio, della durata di due anni, ha esplorato l'incidenza e la validità delle denunce di abusi sessuali sollevate nel corso di una lite sull'affido. In  contrasto con il luogo comune secondo cui le denunce di abusi sessuali sono relativamente frequenti nel corso di una lite sull'affido, questo studio ha concluso che, nei 12 Stati USA partecipanti allo studio, soltanto il 6% delle cause sull'affido contemplavano accuse di abusi sessuali». [Stephanie J. Dallam et Joyanna L. Silberg, « Des idées reçues compromettent la sécurité des enfants lors des litiges de garde (Partie I) », http://sisyphe.org/spip.php?article2750]

Il grande arretramento: le rivendicazioni mascoliniste e i loro effetti 
Tema: Gli uomini vittime delle donne.
Luogo comune: La giustizia pratica un sessismo misandrico: gli uomini hanno meno spesso l'affido dei figli, sono falsamente accusati di abusi sessuali e di pedofilia.
Citazione: «Dieci mila false accuse di violenza coniugale ogni anno nel Québec [..] perché le politiche in materia di violenza coniugale e la legge sul divorzio avvantaggiano le donne e le madri a detrimento degli uomini e dei padri. La politica di intervento in ambito coniugale e la legge sul divorzio permettono troppo facilmente ad una donna di accusare falsamente suo marito per appropriarsi dei bambini, dei soldi, della residenza familiare ecc.» [Extrait tiré de « L'incroyable injustice envers les hommes », Louis Tremblay].

Tema: Il favoritismo del governo nei confronti degli organismi femminili
Luogo comune: Le associazioni di aiuto alle donne sono favorite dal governo del Québec perché i bisogni delle donne sono enfatizzati, mentre quelli degli uomini sono sottovalutati.
Citazione: «Nel corso degli anni, i contribuenti e fondazioni di ogni genere hanno finanziato a colpi di milioni ogni anno una moltitudine di case rifugio (centri antiviolenza) e di congressi consacrati alla difesa delle donne maltrattate, mentre erano gli uomini ad essere più spesso aggrediti dalla coniuge. Ciò ha consentito a una moltitudine di convegniste e di ricercatrici di ingrassarsi finanziariamente ai danni dei contribuenti, facendo credere alla popolazione che la violenza fatta alle donne fosse un flagello» [http://www.lbr.ca/article-4-6160.html ]

Hélène Palma, autrice di numerosi articoli che analizzano la crescita di questo movimento reazionario, mostra che il mascolinismo costituisce un vero gruppo di pressione patriarcale che avanza parecchie rivendicazioni:
a. contestazione delle disposizioni post-separazione relative all'affido dei bambini e al versamento dell'assegno alimentare;
b. negazione delle violenze domestiche /contestazione delle statistiche su queste violenze /affermazione che anche gli uomini sarebbero vittime;
c. contestazione del diritto di aborto e di contraccezione;
d. rimessa in discussione del diritto di divorzio.
Queste concrete rivendicazioni comportano per le donne effetti drammatici che si sono già prodotti o che rischiano di esserlo. Ecco diversi esempi. 
Un mascolinismo di Stato: destituire il Consiglio sullo statuto della donna
Dagli anni Ottanta, le pressioni reiterate dei gruppi mascolinisti hanno avuto l'effetto di indebolire un elemento importante delle politiche pubbliche del Québec: il Consiglio sullo statuto della donna. Da una trentina d'anni questo organo trasmette pareri e produce statistiche relative alle politiche pubbliche da condurre per lottare contro le discriminazioni delle donne. Il Consiglio si presenta come un organismo di consultazione e di studio creato nel 1973. Formula pareri su tutti gli argomenti sottoposti alla sua analisi relativamente all'uguaglianza e al rispetto dei diritti e della condizione giuridica della donna. L'assemblea dei membri del Consiglio è composta dalla Presidente e da dieci donne provenienti da associazioni femminili, dall'Università, da gruppi socioeconomici e dai sindacati.
Il fatto che esso costituisca una spina nel fianco dei mascolinisti e degli antifemministi spiega perché abbia rischiato di essere abolito nel 2003. E' stato mantenuto in vita solo grazie alla mobilitazione volta alla sua difesa. Questo episodio si è verificato nel momento in cui il governo Charest realizzava una riorganizzazione dello Stato, vale a dire una riduzione della spesa pubblica e  la sua concentrazione sulle funzioni assunte fin dalle origini (giustizia, ordine pubblico, esercito), a detrimento delle funzioni sociali. Il Consiglio è, da allora, oggetto di ricorrenti rimesse in discussione. La sua abolizione continua ad essere auspicata da certi personaggi pubblici.

Imporre il doppio domicilio
Una delle funzioni della leggenda dei padri destituiti dal loro ruolo, del mito del suicidio massivo dei padri divorziati e della PAS è quello di far pressione sui giudici, sul potere legislativo e sulle madri stesse per imporre sistematicamente la residenza alternata. Quando questo tipo di affido viene imposto, esso diventa un grave freno all'autonomia delle donne, costrette a vivere, fino  alla maggiore età dei figli, nelle vicinanze dell'abitazione dell'ex marito. L'imposizione della residenza alternata funziona anche a detrimento del bambino, che non ha la possibilità di scegliere il suo domicilio e che si trova costretto a permanenti cambiamenti che possono comportare disturbi psichici.
Un altro aspetto della residenza alternata è che questo sistema non prevede, in generale, il versamento dell'assegno alimentare ai figli. Imporre la residenza alternata permette così ai padri di evitare il pagamento di un assegno, una delle prime rivendicazioni mascoliniste, come sottolinea Hélène Palma.
Questa imposizione è un messaggio inviato a tutte le madri che desiderano divorziare: se voi divorziate, allora ecco il genere di vita cui sarete costrette.

Imporre il ritorno dell'apartheid sessista a scuola
Il discorso mascolinista dell'abbandono  della scuola da parte dei ragazzi è già preso sul serio dall'amministrazione del Québec e da numerosi responsabili dell'insegnamento.  L'episodio seguente è particolarmente rivelatore:
All'inizio di settembre 2003 la Scuola Superiore de la Ruche, sita a Magog, nel Québec, ha organizzato una giornata di attività chiamata "Le Gars Show" (Lo show dei ragazzi) per mostrare ai ragazzi che la scuola può essere interessante. Nel corso di questa giornata i ragazzi hanno potuto esprimere la loro virilità giocando con un tank dell'esercito o con una pala meccanica nel cortile della scuola, mentre le ragazze, spinte di forza fuori dalla scuola, hanno potuto andare al cinema o assistere ad uno spettacolo in un locale della città.
Negli anni scorsi in Québec, su impulso delle teorie mascoliniste, sono state realizzate diverse esperienze di classi non miste. Se il progetto  mascolinista di ritorno alle classi separate verrà attuato, esso si accompagnerà sicuramente, come l'esempio della scuola de la Ruche lascia immaginare, a una concezione essenzialista dei sessi. Detto altrimenti: le scuole femminili insegneranno prima di tutto alle ragazze...a comportarsi come delle ragazze. Una scuola non sessista è inconcepibile in una condizione di separazione dei ragazzi dalle ragazze, così come una società non razzista è inimmaginabile in un regime di apartheid. 

Punire di meno lo stupro e le altre violenze commesse contro le donne
L'effettiva punizione e criminalizzazione dello stupro e delle altre violenze sulle donne è un risultato, incompleto e fragile, delle recenti battaglie femministe. Lo stupro era e spesso resta una delle rare violenze in cui la vittima è presunta colpevole. Era e resta, anche se la situazione è un po' migliorata in questi ultimi anni, uno dei crimini meno denunciati e anche meno puniti.
La posta in gioco del mito dei "numerosi falsi abusi" è di tornare indietro, all'epoca precedente le recenti battaglie femministe. Se le donne non vengono più credute quando denunciano uno stupro, allora gli stupratori ritorneranno ad essere generalmente impuniti, come accadeva un tempo. Ciò scoraggerà molte donne dal presentare denuncia.
Allo stesso modo, le teorie che parlano di simmetria (bilateralità) della violenza, minimizzano la violenza maschile e non consentono di percepirla come una strategia di controllo. Insinuando che le cifre ufficiali sulla violenza coniugale sono falsi prodotti da una «fabbrica della vittimizzazione», i mascolinisti mirano a scoraggiare le donne dal presentare denuncia e a restaurare l'impunità del coniuge.

Impedire le denunce della violenza dei padri sui figli
La PAS mette gravemente in pericolo i recenti progressi realizzati in materia di protezione dell'infanzia. Esperti formatisi sull'apprendimento della teoria di Richard Gardner possono, infatti, influenzare i tribunali: né i bambini, né le madri possono più denunciare gli abusi commessi dai padri senza rischiare di vedere la loro parola screditata, di vedersi ritirare l'affido dei bambini, di vedersi - questi ultimi- costretti a vivere presso il padre. Concretamente, le teorie come la PAS provocano una condizione di non-diritto, danno «un'autorizzazione all'abuso» ai padri incestuosi. Queste teorie influenzano già i tribunali nord-americani ed europei, come denuncia il Collettivo femminista contro lo stupro.

Contestare il diritto all'aborto e alla contraccezione
Le associazioni maschili reclamano anche il diritto di avere un potere di codecisione sul proseguimento o meno di una gravidanza, sulla decisione di avere o meno dei bambini (cioè sulla libertà, per una donna, di decidere di usare un contraccettivo). Non è sempre facile  smascherare questo aspetto del loro discorso, che appare, quindi, pericoloso. Gilbert Claes dell'associazione del Québec: «L'après-rupture» dichiara ingiusto il fatto che le donne abbiano potere esclusivo sulle questioni concernenti la procreazione. Miryam Tonelotto ha infine mostrato che gli uomini che vogliono impedire ad una donna di abortire possono ricorrere al sostegno tattico e soprattutto giuridico dei gruppi anti-aborto.

Le pratiche del movimento mascolinista
Se le idee mascoliniste riscutono un certo successo e beneficiano di un'amplificazione mediatica, non è a causa di un clima reazionario nato dal nulla. Al contrario, il movimento mascolinista è particolarmente attivo nell'imporre i suoi miti e le sue rivendicazioni. Il suo attivismo, sempre maggiore dall'inizio del nuovo millennio, va dalla saturazione (n.d.a: occupazione militare) dei forum in internet fino alle minacce nei confronti delle femministe. Numerose loro pratiche possono essere assimilate alle molestie miranti a intimidire e a ridurre al silenzio il movimento femminista.

Internet
La militanza mascolinista è particolarmente  visibile in Internet. Redigere una lista completa dei siti e dei blog mascolinisti del Québec sarebbe troppo lungo. Ecco un piccolo florilegio.
Réseau Hommes Québec di YvonDallaire
Fathers for Justice
Coalition pour la défense des droits des hommes du Québec (gestito da
Georges Dupuy)
Content d’être un gars (gestito da Yves Pageau)
Égalitariste.org (gestito da Rémi Tremblay et Frédéric Pageau)
L’Après-rupture (gestito da Jean-Pierre Gagnon)
Québécois Libre ( diretto da Gilles Guénette)
Sarebbe illusorio limitare la visibilità mascolinista in Internet ai soli siti e blog. Lo spam dei forum politici è una pratica diffusa. Il Centro dei Media Alternativi del Québec è stato oggetto di spams ripetuti nel 2003-2004. Su Wikipedia, la famosa enciclopedia on line aperta al contributo di tutti, le definizioni relative ai temi cari ai mascolinisti sono spesso orientate in senso favorevole a questa ideologia.
La  consultazione della parola sexisme o della parola misandrie dà la misura dell'influenza dei mascolinisti.

Azioni spettacolari
I mascolinisti del Québec in questi ultimi anni hanno compiuto numerose azioni. Ecco un campione  di azioni che hanno avuto particolare risalto sui media:
nel 2005 e nel 2006 alcuni mascolinisti  hanno scalato ed occupato il ponte Jacques Cartier (un ponte importante di Montréal), provocando la sua chiusura temporanea e la congestione del traffico. Nei media e nelle trasmissioni telefoniche molti ascoltatori hanno condannato il mezzo utilizzato, ma hanno detto di comprendere la motivazione del gesto.
La cima del Mont Royal (collina nel cuore di Montréal) è stata scalata da un mascolinista travestito da Spiderman.
Nel 2005 si è svolto un raduno davanti all'Hotel de Ville di Montréal per sostenere la richiesta di istituire una Giornata dell'Uomo presentata dal consigliere municipale Jean-François Plante.

Molestie giudiziarie (azioni giudiziarie temerarie)
I mascolinisti agiscono in modo contraddittorio nei confronti della giustizia. Da un lato sostengono che il sistema giudiziario non funziona (al punto che Fathers for Justice chiede un'inchiesta pubblica sul funzionamento giudiziario) e discrimina gli uomini, dall'altro utilizzano le procedure giudiziarie quando gli fa comodo.
Non esitano a prendere di mira i magistrati e gli avvocati quando le decisioni assunte non sono a loro favorevoli. Certi siti Internet, come quello di Papa t'aime, incitano a prendere di mira sistematicamente gli avvocati o i giudici allorché la sentenza o il servizio professionale reso non conduca ad una decisione favorevole ai mascolinisti.
La loro volontà è anche quella di perseguire giudiziariamente le persone che si oppongono alla loro visione delle cose. Nel 2006 Andy Srougi di Fathers for Justice, irritato dal fatto che il suo nome fosse stato associato al termine «mascolinista» in un articolo pubblicato dalla rivista A bâbord!, pretese  un risarcimento di 24 mila dollari. Ironia vuole che l'articolo in questione denunciasse giustamente le persecuzioni giudiziarie delle femministe da parte dei mascolinisti. Srougi dichiarò allora:
«Il consiglio di amministrazione di Fathers for Justice ha deciso di intraprendere una causa giudiziaria contro qualsiasi organo od individuo che tenti di diffamare Fathers for Justice. Abbiamo un avvocato stipendiato al nostro servizio. Altre persone citate da A bâbord!, hanno intenzione di intentare causa contro questa rivista. Nel 2007 vedrete molte, molte cause giudiziarie soprattutto contro i gruppi femministi radicali».
Se Andy Srougi ha perduto la causa (la sentenza è stata emessa nel 2008), questo caso non è che un esempio tra numerosi altri: la molestia (ossia le azioni giudiziarie temerarie) continua e minaccia finanziariamente la libertà di espressione e le iniziative femministe.

Minacce alle femministe
Il 6 dicembre 1989 Marc Lépine fa irruzione nel Politecnico di Montréal. Armato di fucile, entra in una classe, fa uscire i ragazzi e prende in ostaggio le ragazze. Dopo aver dichiarato che non gli piacciono le femministe, apre il fuoco e uccide 14 ragazze, ne ferisce una dozzina e si suicida. Lascia una lettera in cui spiega il movente del suo crimine.  Le sue affermazioni ricalcavano certi elementi del discorso mascolinista, in particolare la visione di una società che favorisce le donne a discapito degli uomini, l'accesso, presunto più facile, delle ragazze agli studi superiori...
Questa strage ha avuto ripercussioni importanti sulla società del Québec. Commemorata ufficialmente ogni anno, su impulso dei movimenti femministi, rappresenta l'occasione per ricordare la violenza degli uomini sulle donne. I mascolinisti sviluppano azioni per tentare di impedire o di recuperare queste commemorazioni (Marc lépine sarebbe un simbolo della «crisi della mascolinità») e, cosa ancora più grave, molti fanno dell'assassino un eroe martire da imitare, passando persino all'azione.
Così, come scrive Emile St. Pierre: «Nel 2005 Donald Doyle ha inviato minacce di morte a 26 persone (25 impiegate in gruppi di donne e un uomo). La sua lettera si concludeva così: «Io sono la reincarnazione di Marc Lépine, sto per riprendere e completare il lavoro che lui ha cominciato». Secondo l'autrice, nel 2007, 80 organizzazione di donne erano state contattate per sapere se fossero state oggetto di intimidazione da parte degli antifemministi. 30 lo erano state.
Telefonate anonime, pubblicazioni di nomi, indirizzi e foto di femministe e di uomini profemministi sui siti mascolinisti, disturbo ed interruzione di spettacoli femministi, invio di mail di insulti, pubblicazione dell'indirizzo dei centri per le donne vittime di violenza (case rifugio) (che hanno indirizzi segreti per evitare che i coniugi possano molestarle), molestie nei confronti delle persone che pubblicano rapporti scientifici ostili al mascolinismo...la lista degli atti di intimidazione e di molestia commessi dai mascolinisti nei confronti delle femministe è particolarmente lunga.
Jocelyne Caron, ex deputata del Partito del Québec, che faceva parte della commissione parlamentare sulla riforma del Consiglio sullo statuto della donna, istituisce un parallelo tra la strategia globale mascolinista e la violenza coniugale. «Questa corrente perpetua esattamente lo stesso ciclo, ben conosciuto, della violenza coniugale sulle donne. Ossia, si attaccano le donne, soprattutto le portavoci del movimento femminista, poi si estendono le proprie azioni sul piano collettivo, utilizzando gli stessi mezzi che si usano nei confronti dei singoli, cioè si evocano fatti falsi o erroneamente interpretati, si impiega talvolta un linguaggio calmo, posato, un linguaggio che sembra molto ragionevole - lo stesso che viene utilizzato nella violenza coniugale - per distruggere più facilmente la persona [presa di mira]».


Vedi anche:
Mascolinismo, un movimento contro le donne
Il movimento mascolinista del Quebec
Quebec, Italia... una faccia e una razza
Il mascolinismo in Francia
Difendersi dal mascolinismo



Un movimento contro le donne
Identificare e combattere il mascolinismo
I parte - 2010

a cura di Stop masculinisme - tradotto da Maria Rossi


INTRODUZIONE

Questa brochure si propone di descrivere in linea generale il movimento mascolinista, le sue origini, le sue posizioni, fondandosi particolarmente sulla situazione nel Québec. Il mascolinismo può essere definito come una reazione degli uomini ostili  al femminismo e all'emancipazione delle donne.
Così, per approcciare il mascolinismo, è necessario far riferimento al femminismo e alla sua ricezione da parte degli uomini. Il termine femminismo è apparso nel corso del XIX secolo per designare dei movimenti di liberazione delle donne. Più vicino ai nostri tempi, il femminismo detto della «seconda ondata» ha elaborato, alla fine degli anni '60, nuove teorie politiche, nuove rivendicazioni e ha condotto a nuove conquiste. Il patriarcato è esplicitamente nominato e designato come il nemico principale. Per mettere in luce l'oppressione delle donne, vengono teorizzati e descritti lo sfruttamento e l'appropriazione delle donne da parte degli uomini.
Sarebbe troppo lungo qui rendere concretamente conto delle differenti correnti del femminismo attuale. Noi ci soffermeremo sul femminismo radicale, materialista, perché è la corrente con la quale abbiamo maggiori affinità, quella che ci è servita a capire cos'è il patriarcato e a scrivere questa brochure.
Qualche anno dopo la rinascita del femminismo, alcuni uomini che si sono sentiti interpellati da questo movimento, hanno creato gruppi di autocoscienza e hanno inventato la parola mascolinismo, che designava inizialmente la versione maschile della liberazione delle donne. Si trattava allora di emanciparsi da un'educazione e da regole che costringevano i ragazzi a conformarsi al «ruolo» di uomini, ad appropriarsi degli attributi tradizionalmente associati al genere maschile come la forza fisica, il controllo della parola, l'occupazione dello spazio pubblico, l'eterosessualità definita attiva, con penetrazione vaginale...
Numerosi dibattiti hanno condotto questi gruppi ad affinare la propria posizione politica. La parola "mascolinista" era utilizzata sempre più spesso da uomini ostili al femminismo. Per distanziarsene e dichiararsi a favore del femminismo, altri uomini hanno creato, nel corso degli anni Novanta, i termini "antisessista", "profemminista" e anche "antimascolinista".
La parola "mascolinismo" designa oggi un discorso antifemminista elaborato a partire dagli anni Ottanta.  Gli uomini che si proclamano tali rispondono alle analisi e alle rivendicazioni femministe ponendo in primo piano gli uomini, negando attenzione ed interesse alle lotte delle donne, ignorandole volutamente, o addirittura, contestando l'esistenza delle violenze maschili e della struttura patriarcale.
Il mascolinismo è anche una forma di disprezzo, di odio delle donne in generale. Questa avversione non nasce dal nulla. Essa riflette il fatto che gli uomini sono coscienti di avere dei privilegi nelle nostre società patriarcali e sanno che difenderli comporta la denigrazione delle donne. Ciò spiega l'assenso massiccio degli uomini ai discorsi mascolinisti ed implica l'impossibilità di restringere il fenomeno mascolinista ai soli uomini che si proclamano tali.
Il discorso mascolinista fa parte delle ideologie reazionarie che, dopo gli anni Ottanta, si oppongono a ciò che è "politicamente corretto". «Il Politicamente Corretto nasce negli Stati Uniti, più precisamente negli ambienti universitari di sinistra. Il termine "politicamente" si riferisce al fatto che le relazioni personali si iscrivono in un contesto sociale generale e per questo diventano politiche». [Maries Pas Claires, « Le "Politiquement Correct" ? », http://1libertaire.free.fr/mariepasclaire1.html vu le 23 juin 2009].
La destra neoconservatrice statunitense sta contrastando ciò, mediante la deformazione del  significato del termine, tant'è che oggi l'espressione "politicamente corretto" è utilizzata soltanto in senso negativo, in quanto rinvia a una sorta di dittatura del pensiero. Le credenze propagate dagli anti-politicamente corretti possono riassumersi nell'idea che le minoranze oggi detengono il potere e che esse minacciano la coesione repubblicana o l'unità delle lotte. Peggio ancora, il gruppo dominante, quello degli uomini bianchi, borghesi, eterosessuali, sarebbe subordinato ai diktats dei gruppi dominati.
Considerata la propaganda «anti-politicamente corretta», non è sorprendente che il mito mascolinista, secondo il quale gli uomini sarebbero in crisi, si imponga con facilità. Secondo questa idea, gli uomini vivrebbero un malessere permanente, una profonda crisi di identità, di virilità, di ciò che farebbe di loro degli uomini.
E le donne, in primo luogo, le femministe, sarebbero le responsabili di questa «crisi».  Il mascolinismo presenta così la società occidentale come contraddistinta da una femminilizzazione pericolosa di tutta la società,  o addirittura come caratterizzata dal dominio delle donne sugli uomini in una o più sfere della società. Il mascolinismo si focalizza solo e soltanto sulla vita degli uomini nei suoi differenti aspetti.
Il mascolinismo è anche una rete di gruppi di uomini che si è sviluppata dopo l'inizio degli anni Ottanta come reazione ostile al femminismo e alle sue conquiste sociali. Queste conquiste sono, per esempio, in Francia, l'autorizzazione all'uso dei metodi contraccettivi (legge Neuwirth, 1967), il diritto all'Interruzione Volontaria di Gravidanza (legge Veil, 1975), o il diritto al divorzio consensuale (1975).
Il movimento mascolinista del Québec, in Canada, è particolarmente attivo e visibile. Vi è consacrata la terza parte della brochure, che deve molto all'opera collettiva Le mouvement mascoliniste au Québec.
La terza parte è dedicata, invece, all'analisi del mascolinismo in Francia.

FEMMINISMO, SFRUTTAMENTO ED APPROPRIAZIONE DELLE DONNE DA PARTE DEGLI UOMINI

E' possibile definire nel suo complesso il femminismo come il movimento di liberazione delle donne. A partire dalla fine del XVIII secolo, alcune donne tentano di occupare lo spazio pubblico politico, di promuovere rivendicazioni e di ottenere diritti che gli uomini hanno loro deliberatamente rifiutato, anche all'epoca della Rivoluzione Francese.
Esistono o sono esistite numerosi correnti femministe, particolarmente dopo il XIX secolo, diverse per la loro collocazione sullo scacchiere politico classico (sinistra-destra), la loro concezione della società e dell'individuo, dell'economia di mercato capitalista, dello Stato, del rapporto con l'ambiente, del riconoscimento o meno dell'esistenza di altri rapporti sociali antagonisti...L'idea che la liberazione delle donne non possa essere realizzata che dalle stesse donne, è propugnata dalla maggior parte dei gruppi femministi, che giustificano così la pratica politica del separatismo. Questa volontà di autonomia è riassunta da un famoso slogan: «Non mi libero, mi prendo carico di me!».

Un'analisi femminista radicale, materialista
Il femminismo radicale, corrente contemporanea del femminismo, si rivela particolarmente critico nei confronti del potere e si sforza di analizzarne accuratamente i meccanismi. Esso denuncia il patriarcato, cioè il sistema di leggi, di pratiche e di credenze messe in atto dagli uomini per asservire le donne. Esso lo descrive come un sistema di dominio particolare, mantenuto per e dagli uomini, contro il quale è necessario sviluppare un'autonoma battaglia delle donne. Questa concezione si oppone al femminismo «marxista», che considera il patriarcato come una semplice conseguenza del capitalismo, come una questione secondaria.
Benché sia caratterizzato anche da tensioni ed opposizioni interne, questa corrente del femminismo taglia i ponti con altre analisi, focalizzandosi sui rapporti sociali fra uomini e donne e sul sistema del patriarcato. La domanda cruciale che esso si pone potrebbe essere così formulata: che cosa fa sì che le nostre società «producano» uomini e donne e che i primi dominino le seconde? Questo femminismo si qualifica come «materialista» perché assume come punto di partenza le condizioni concrete (materiali) di esistenza delle persone e non una «natura», un'«essenza» biologica o psicologica che sarebbe propria di ciascun sesso. Si tratta qui di dire che esiste una costruzione sociale dei due gruppi, quella degli uomini e quella delle donne, che si realizza contemporaneamente alla subordinazione del gruppo delle donne a quello degli uomini.
Le femministe materialiste affermano che esiste un rapporto di sfruttamento di individui - le donne - da parte di altri individui - gli uomini-  e ciò costituisce due classi sessuali, poiché là dove esiste un rapporto di sfruttamento si formano due classi sociali antagoniste. E se c'è sfruttamento del lavoro delle donne, c'è ugualmente appropriazione di esso e più in generale appropriazione delle donne e del loro corpo. Nello stesso tempo, queste ricercatrici femministe hanno permesso di ridefinire il termine «politica»: esse hanno mostrato che nei luoghi pubblici, sul posto di lavoro, nelle scuole, nelle camere da letto, le relazioni tra uomini e donne sono politiche, perché inseparabili dai rapporti sociali di sesso.

Lo sfruttamento e l'appropriazione delle donne da parte degli uomini
Questo sfruttamento, da cui gli uomini traggono profitto - individualmente e collettivamente, che lo vogliano o meno, per il fatto stesso di appartenere alla classe degli uomini - permette loro di migliorare la propria qualità di vita. Studiato in particolare da Christine Delphy e da Colette Guillemin, questo rapporto si manifesta sotto il profilo economico, sessuale, relazionale ed affettivo.

Lo sfruttamento economico: l'appropriazione del lavoro domestico delle donne
Il lavoro domestico è qui quello che le donne effettuano nell'ambito della propria famiglia eterosessuale e che non è contabilizzato nel PIL. La specificità di questo lavoro è di essere non remunerato e di avvantaggiare gli uomini, anche se ciò che vi è prodotto giunge ed è scambiato sul mercato dei beni e dei servizi (produzioni artigianali, agricole, di servizi professionali come quella di segretaria del coniuge imprenditore). Il lavoro delle donne nella sfera domestica è anche specifico per ciò che indica: esso concerne la confezione dei pasti, la pulizia della casa, il bucato, la cura e l'educazione dei bambini, la gestione delle relazioni sociali, come le telefonate per intrattenere i rapporti con le amiche e con i famigliari.
Nel 1999, le donne consacravano in media 3 ore e 16 minuti del loro tempo quotidiano a questo lavoro, contro i 55 minuti degli uomini. Esse trascorrono quattro volte più tempo di loro a svolgere i lavori domestici e due volte di più ad occuparsi dei bambini.
Così, la convivenza, il matrimonio, la creazione di una famiglia sono basati sull'appropriazione della forza di lavoro delle donne da parte degli uomini. Attraverso questa appropriazione, attraverso la loro modesta o nulla partecipazione a questo lavoro, gli uomini conquistano tempo libero per sé, tempo di divertimento, di attività fuori di casa. Quando si tratta di lavoro di manutenzione dell'habitat, gli uomini scelgono il bricolage o il giardinaggio, lavori più visibili, più valorizzati e che richiedono meno tempo rispetto alle faccende domestiche svolte dalle donne. Possono anche essere più facilmente disponibili e impegnarsi in attività associative in rapporto con la vita della città,attività grazie alle quali si ottiene un riconoscimento pubblico.

Lo sfruttamento sessuale: l'appropriazione del corpo delle donne
I servizi sessuali sono i servizi resi, venduti o estorti alle donne dagli uomini, che ciò avvenga nell'ambito di una relazione di coppia eterosessuale, dell'incontro di una sera o di una relazione tra un cliente e una prostituta. Parlare di sfruttamento sessuale, significa che gli uomini impiegano diverse strategie al fine di ottenere un servizio sessuale da parte di una donna: ella è sia appropriata individualmente - in quanto fidanzata, convivente, sposa-, sia collettivamente, che ciò avvenga in uno spazio chiuso, privato o pubblico, in strada, sul luogo di lavoro, ecc.
Come mostra Paola Tabet «la sottomissione (l'assoggettamento) alla volontà sessuale del marito è ottenuta in numerosissime popolazioni non soltanto attraverso mezzi di pressione psichica, di ricatto economico ed affettivo, ma anche, e ciò è considerato come perfettamente legittimo - è un diritto del marito - con le percosse». «La "liberazione sessuale" conduce più ad un uso multiplo ed accelerato delle ragazze, secondo le modalità obbligatorie di una sessualità di consumo maschile [...] che a una pienezza erotica multiforme» (Paola Tabet, La construction sociale de l'inégalité des sexes, Editions L'Harmattan, coll. Bibliothèque du féminisme, 1998, pp. 102 et 132.) Da qui una sessualità esclusivamente centrata sul pene e sulla penetrazione (fellatio, sodomia, coito), l'erotizzazione del corpo e di parti del corpo delle donne, lo scambismo, o ancora, l'erotizzazione del dominio maschile.
L'assenza di piacere delle donne nei rapporti sessuali, così come l'interdizione al godimento fuori dalla relazione (fuori dalla coppia) sono forme di appropriazione sessuale. E' solo di recente che lo sfruttamento e le violenze sessuali nelle coppie eterosessuali sono state giuridicamente riconosciute: per esempio, fino al 1992, la legislazione francese non riconosceva lo stupro del marito sulla moglie.
La psicologa sociale italiana Patrizia Romito analizza questo tipo di meccanismo ne Un silenzio assordante (p.40):
« Da questa analisi non consegue che tutti gli uomini sono violenti. Ne consegue invece che tutti gli uomini, anche coloro che non sono violenti, ricavano dalla violenza esercitata da alcuni: facilità di accesso a rapporti sessuali, servizi domestici gratuiti, accesso privilegiato a posizioni lavorative più elevate e meglio retribuite».
Gli uomini sviluppano anche delle strategie al fine di ottenere un servizio sessuale da parte di una donna, come l'invito a una cena, il regalo di un bijou o di un mazzo di fiori. Un altra forma di sfruttamento sessuale è l'attività del prosseneta che si appropria delle donne e del loro corpo per ottenerne un beneficio attraverso la prostituzione. Quest'ultima può assumere anche la forma della tratta delle donne e dei bambini. Questo sfruttamento illustra la presa di possesso del corpo delle donne da parte degli uomini, che rivendicano l'accesso al corpo delle donne, considerate come non proprietarie di se stesse.

Lo sfruttamento relazionale ed affettivo: l'obbligo di essere empatiche, comprensive e di occuparsi degli altri
Che si verifichi nell'ambito della coppia e della famiglia eterosessuale, oppure nell'ambito del lavoro salariato, le donne sono oggetto di uno sfruttamento delle competenze associate al loro sesso. In quanto madri, spose, conviventi o fidanzate, le donne sono utilizzate dagli uomini per beneficiare della loro attenzione, del loro sostegno, del loro affetto.
Per esempio, in una conversazione, sono generalmente gli uomini al centro delle discussioni, sono loro che propongono un argomento, orientano e dirigono la discussione, le donne servono a rassicurare e confermare, sostenere, rilanciare lo scambio discorsivo. Per il fatto di interrompere, di parlare a voce alta, di usare il tono affermativo della certezza, molti uomini impongono il loro punto di vista in ciò che appare come uno spazio di lotta per il potere. [Corinne Monnet, « La répartition des tâches entre les femmes et les hommes dans le travail de la conversation », in Nouvelles Questions Féministes, vol.19, n°1, 1998, pp. 9-34]. Un uomo può anche beneficiare dell'attenzione e del sostegno di una o più donne quando soffre fisicamente o psicologicamente.
Generalmente reticenti sui propri stati emotivi, soprattutto fra di loro, gli uomini sanno, nondimeno, sollecitare l'ascolto di certe donne per essere consolati, sostenuti, consigliati, valorizzati.
Questo sfruttamento è generalmente abbinato a quello del lavoro domestico e tutte due possono manifestarsi attraverso un carico mentale. Questo concetto designa la preoccupazione permanente risultante dal fatto di essere e di sentirsi responsabili del buon andamento di una relazione e del buon compimento di una mansione. Per numerose donne, il doppio lavoro (lavoro salariato/lavoro domestico), affiancato all'attenzione ai bisogni degli altri (bambini, coniuge) che è loro richiesta, produce un continuo lavoro di organizzazione, particolarmente pesante.
Questo lavoro  non è mai fissato interamente in anticipo ed è suscettibile di essere modificato continuamente. Questo carico, invisibile, pesa sulle donne in misura via via maggiore con l'accumularsi delle responsabilità (per esempio, bambini da allevare, appuntamenti dal pediatra, permessi  da chiedere per assentarsi dal lavoro se  i bambini sono ammalati), delle costrizioni (problemi di trasporto, orari di lavoro flessibili e con turni nelle professioni poco o per nulla qualificate, occupate per l'80% dalle donne), degli ostacoli (un reddito modesto, l'assenza di asili nido)  e della scarsa o nulla partecipazione del coniuge. [NOTA: Secondo dati del 2008, le donne francesi occupano l'80% degli impieghi a tempo parziale, il 58%  di quelli a tempo determinato e rappresentano il 62,5% delle stagiste]

STORIA DEGLI UOMINI STIMOLATI DAL FEMMINISMO, DELLE LORO POSIZIONI POLITICHE

Evoluzione della parola mascolinismo
La prima comparsa del termine «mascolinismo» è contemporanea alla seconda ondata del femminismo degli anni Settanta, periodo nel quale alcuni uomini, compagni di strada delle femministe, cominciarono a riflettere collettivamente sulla socializzazione degli uomini nelle società patriarcali occidentali. La parola, benché poco diffusa, appariva come il parallelo maschile della liberazione delle donne: si trattava allora della volontà di emanciparsi da un'educazione e da regole sociali che costringevano i ragazzi ad assumere il «ruolo» di uomini, ad appropriarsi degli attributi tradizionalmente associati al genere maschile (come la forza fisica, il possesso, la determinazione, il controllo della parola, l'occupazione dello spazio pubblico, l'eterosessualità attiva con penetrazione vaginale ecc.) Questo «ruolo» tradizionale è quello di colui che provvede al sostentamento della famiglia eterosessuale e monogama, che beneficia del lavoro gratuito di una donna nella sfera domestica, donna che si occupa dell'allevamento e della cura dei bambini.
L'idea è allora quella di decifrare gli effetti del patriarcato sugli uomini. Vale a dire di comprendere dove conduce l'attribuzione, l'apprendimento e l'interiorizzazione dei modi di pensare, di dire, di fare dei «veri uomini», indispensabile per far parte del gruppo degli uomini. Parlare di gruppo è molto diverso che parlare di classe: il primo termine non implica necessariamente l'esistenza di un rapporto di sfruttamento né di appropriazione. Esso si riferisce piuttosto a una popolazione relativamente omogenea, alle sue rappresentazioni, norme, valori, codici, pratiche e, a partire da lì, a processi di integrazione, di riproduzione, di esclusione, di gerarchizzazione, di lotta per il potere, di riconoscimento, all'interno di questa popolazione. Le riflessioni prodotte da questi uomini, che sono in maggioranza eterosessuali, costituiscono allora essenzialmente una critica della «virilità obbligatoria», del virilismo, così come dell'omofobia.
La virilità è definita come:
«Gli attributi sociali associati agli uomini e al maschile: la forza, il coraggio, la capacità di lottare, il "diritto" alla violenza e ai privilegi associati al dominio di quelle e  di quelli che non sono, e non possono essere virili: donne, bambini...
La forma erettile e penetrante della sessualità maschile».[Pascale Molinier et Daniel WelzerLang, « Féminité, masculinité, virilité », in Helena Hirata et alii, Dictionnaire critique du féminisme, PUF, coll. Politique d'aujourd'hui, 2000, p. 71.]
Le persone che condividono questo discorso vogliono essenzialmente combattere la costrizione che sarebbe imposta ai giovani e agli uomini di comportarsi in modo virile, di svolgere il ruolo di uomini. L'idea è, dunque, quella di godere della libertà di comportarsi come si desidera, non necessariamente quella di criticare la virilità e la mascolinità in quanto tali. Quindi il virilismo, che è un neologismo, designerebbe l'esacerbazione, la dimostrazione ostentata e dannosa per le donne, i bambini e gli altri uomini, della virilità. Il virilismo sarebbe allora una sorta di «malattia infantile» della virilità, qualcosa di anormale. Parallelamente, è espressa una critica, se non addirittura un rifiuto, del servizio militare- essendo l'esercito fondato su valori, pratiche e rappresentazioni maschili tradizionali - così come delle violenze sulle donne e alcuni uomini si impegnano nella ricerca e nell'uso di metodi contraccettivi maschili.
Questi uomini si presentano come amici delle femministe e si concentrano anche sull'omofobia che partecipa alla costruzione del maschile e all'appartenenza al gruppo dei dominanti. Le violenze omofobe formano un continuum: le leggi discriminatorie, i discorsi ostili e le aggressioni fisiche. Omofobia è un termine spesso utilizzato come sinonimo di gayfobia (ostilità verso l'omosessualità maschile), ciò che testimonia dell'occultamento della lesbofobia, ossia dell'insieme di violenze che colpiscono specificamente le lesbiche (invisibilità, sessualità negata, ecc.). L'omofobia può essere anche interiorizzata dalle persone omosessuali attraverso il disprezzo di sé e la difficoltà ad accettare il fatto di non iscriversi nella norma eterosessuale.
Il rifiuto dell'omosessualità maschile salda, fra gli uomini, la definizione tradizionale di ciò che devono essere (eterosessuali, attivi, forti) con il rifiuto di ciò che si ritiene essere l'opposto: il femminile e tutti gli attributi che gli sono associati. Per creare e consolidare una solidarietà tra gli uomini, vi è l'esclusione delle donne e di ogni carattere assimilato al genere femminile. Abbiamo così, chiaramente, una forte costrizione all'eterosessualità, vista come superiore a qualsiasi altra forma di sessualità: essa sola è legittima e non ha bisogno di giustificazioni.
Così, partendo da una riflessione sull'educazione dei ragazzi, sulla socializzazione maschile, sul loro modo di pensare e di comportarsi, sollecitati dagli scritti e dalle rivendicazioni femministe, alcuni uomini cominciano a riunirsi, a discutere, a produrre testi, riviste, a partire dalla seconda metà degli anni Settanta.

Una questione di collocazione politica
Queste riflessioni sono fondate sul concetto di «ruolo sessuale», che deriva da una concezione antisessista della società, piuttosto che da una concezione femminista. I militanti antisessisti vogliono combattere il sessismo. Si tratta della discriminazione basata sul sesso, in questo caso quello femminile, che implica il disprezzo, oppure una «valorizzazione» alienante, che valorizza  le donne solo alla condizione di corrispondere a un modello rigido e inaccessibile, quello della Donna Ideale, molto presente soprattutto in Femme Actuelle (= è una rivista femminile francese) e nelle canzoni romantiche.
Se la nozione di sessismo esprime una delle conseguenze del patriarcato, essa non permette necessariamente di pensare all'esistenza di questo sistema, di risalire alle radici dell'oppressione. A causa del rischio che comporta di concepire come simmetrici i rapporti sociali fra i sessi, la concezione antisessista è molto meno esigente nei confronti degli uomini: essa non li individua esplicitamente come beneficiari di un sistema di sfruttamento economico e sessuale. Gli uomini sono considerati, in base all'antisessismo, come potenzialmente vittime di una costrizione di genere.
La parola "sessismo" individua originariamente come vittime il gruppo delle donne. Tuttavia, è intesa da alcuni uomini come discriminazione nei confronti delle persone in base alla loro appartenenza a un gruppo sessuale, qualunque esso sia. Secondo questa concezione, anche un uomo potrebbe essere vittima di sessismo. Per esempio, in quanto escluso dalle donne da un luogo in quanto uomo.
E' soltanto  obliando l'esistenza del sistema patriarcale, che è possibile rendere le cose simmetriche. Allo stesso modo, parlare di razzismo anti-bianchi è un non senso che non prende in considerazione il fatto che certi subiscono le conseguenze del sistema coloniale e altri ne ricavano, al contrario, dei privilegi. La nozione di sessismo, così come quella di razzismo, hanno un senso solo se le si riferisce ai sistemi di dominio che le producono. Così, un atto che, a prima vista, può sembrare identico (il «rifiuto dell'altro») acquisterà un senso diverso a seconda del contesto e dell'appartenenza sociale di colui o di colei che lo realizza.

...e di attaccamento al maschile
E' a partire dalla creazione di gruppi di uomini antisessisti, alcuni dei quali si fanno chiamare «mascolinisti», che si va sviluppando questa idea che anche gli uomini soffrano, a causa dell'organizzazione attuale della società e dei rapporti fra uomini e donne. Alcuni, come Waren Farrell, scrivono libri come The liberated Man, pubblicato negli Stati Uniti nel 1974. Essi tentano allora di analizzare ciò che costituisce l'identità maschile nei suoi diversi aspetti (psicologico, relazionale, sessuale, ecc.), partendo dalla soggettività maschile.
In un primo tempo queste iniziative sono relativamente ben accolte dalle femministe che vi scorgono un serio impegno di messa in discussione del potere maschile, una volontà di aiutare la battaglia femminista. Ma assai rapidamente un certo discorso, distaccandosi dal pensiero femminista, si sviluppa sul fondamento della teoria funzionalista dei «ruoli sessuali».
Il funzionalismo, nella sociologia, considera che, in base al sesso, noi occupiamo un ruolo specifico nelle differenti sfere della società e che l'articolazione dei differenti ruoli, la loro complementarietà permette il buon funzionamento della società. Per il suo equilibrio, ciascuno dovrà restare nel posto che la «società» gli ha assegnato, in una complementarietà egalitaria fantasmatica: la realtà è che rispetto a 10 anni fa gli uomini consacrano solamente 8 minuti in più al giorno al lavoro domestico e di cura!. (Manière de voir n°68, « Femmes rebelles », 2003, p.79).
Parlare della «società» in modo astratto come di un'entità inafferrabile e potentissima serve a mascherare i rapporti di potere. Perché ciò che è astratto non si materializza né nelle strutture, né nelle istituzioni e ancor meno nei gruppi sociali o in persone ben identificate. La nozione di ruolo, oltre al fatto che rinvia al teatro, alla recitazione di attori e di attrici, ma anche in parte per questo, tende a deresponsabilizzare la persona che lo occupa, poiché essa non è se stessa - essa recita -, essa è dunque alienata.
Allora, inizialmente in un movimento che si voleva progressista, in rapporto con i movimenti femministi, alcuni uomini hanno espresso la loro volontà di non occupare o di non occupare più questo «ruolo» di uomo. Ma è successo che le motivazioni fossero spesso egoiste - uscire da una costrizione, allacciare un nuovo tipo di rapporto con le donne, gli uomini, i bambini -  più che  offrire un sostegno alla battaglia femminista.

Lo sviluppo di un movimento mascolinista
Negli anni Ottanta, in pieno «backlash»> antifemminista, gli uomini impegnati a realizzare l'uguaglianza con le donne abbandonano il termine "mascolinista" per quello più chiaro, benché insoddisfacente,  di "antisessista", oppure per quello di "femminista", non scorgendo l'antinomia che deriva dal fatto di occupare una posizione sociale dominante. Nei paesi anglosassoni emerge il termine "profemminista" per risolvere questo problema ed indicare più chiaramente il loro appoggio alla causa femminista. La parola "mascolinista" è , a sua volta, ripresa dagli uomini che si oppongono al femminismo e che difendono esplicitamente i «diritti degli uomini».
Warren Farrell, nelle sue riflessioni e nei suoi progetti destinati agli uomini, si è sempre più focalizzato sull'alienazione e sui «costi»  del ruolo maschile, in una prospettiva individualista, fino al punto di considerare le donne responsabili di questa alienazione. 
Herb Goldberg, in The hazard of being male : Surviving the myth of masculine privilege, apparso negli Stati Uniti nel 1976,  procede ampiamente nella stessa direzione, affermando che la posizione sociale maschile ha conseguenze disastrose per gli uomini, in termini di salute mentale e fisica.
Chiaramente, questi attivisti del movimento di liberazione degli uomini si impegnano ad ampliare la gamma delle loro emozioni e a favorire l'espressione dei propri sentimenti, a moltiplicare le scelte di vita degli uomini e a rendere l'esistenza di questi ultimi più piacevole, tutto ciò allo scopo di conservare, ritrovare o cambiare l'identità maschile. Ora, non esiste identità maschile senza dominio.
Per esempio, quando l'identità maschile incorpora l'idea che un uomo deve continuamente affermarsi, parlare a voce alta e aver sempre ragione, la conseguenza è il dominio dello spazio della parola, la riduzione del diritto di espressione delle altre persone e il disprezzo delle loro opinioni.
Certi uomini hanno preso atto delle questioni e delle critiche sollevate dalle femministe e delle loro implicazioni per gli uomini, che consistono nel riflettere sulle proprie responsabilità di dominanti, mettere in discussione i propri privilegi, sostenere le lotte femministe nella misura in cui lo le donne lo desiderano. Tuttavia, in un secondo momento, ponendo l'accento sulle difficoltà degli uomini di mantenere il proprio «ruolo», sui «costi» di questo esercizio, questi uomini hanno analizzato questi problemi come una conseguenza dell'evoluzione dei rapporti tra uomini e donne. Insomma, è nel punto di partenza della loro riflessione che risiede il rischio di un rovesciamento antifemminista: una riflessione condotta dai dominanti su se stessi, sul loro vissuto, si allontana dalle teorie e dal movimento femminista.
Se il termine "femminismo" designa il movimento delle donne che si attivano per la propria emancipazione, allora il vocabolo che designa il movimento degli uomini sarà «mascolinismo»: la parola, in se stessa, è rivelatrice di una delle pratiche di questi attivisti: il recupero del discorso femminista che viene ritorto contro le donne. Il termine è anche politicamente dannoso per il femminismo, perché può indurre a credere che femminismo e mascolinismo siano i due pendants simmetrici della lotta per l'uguaglianza tra uomini e donne, due battaglie affini nelle loro rivendicazioni, entrambe giuste.
Dall'inizio degli anni Novanta, il mascolinismo diventa aggressivo verso le donne, passando dalla retorica del lamento a quella della «crisi della mascolinità», fino ad elaborare un discorso sul dominio globale delle donne sugli uomini. Questi militanti della liberazione degli uomini hanno rivendicato diritti specifici per gli uomini, scontrandosi così con le rivendicazioni e con il discorso del movimento femminista e il termine di mascolinismo ha cominciato ad affermarsi fra l'opinione pubblica.
In reazione ai diritti sociali, limitati e precari, conquistati, attraverso la lotta, dalle donne, si è realizzato un ritorno all'antifemminismo e alla misoginia, sostenuto da personaggi dei media che denunciano gli «eccessi», i «guasti» prodotti dall'evoluzione dei rapporti tra gli uomini e le donne. Questo movimento si è sviluppato soprattutto nell'Europa Occidentale e nell'America del Nord, in particolare in Québec, dove le battaglie delle donne hanno portato ad una certa istituzionalizzazione del femminismo.

I fondamenti teorici e le implicazioni pratiche di queste posizioni
In funzione del rapporto con il femminismo e con le donne, si sviluppano dunque differenti posizioni politiche.

Posizione mascolinista
I militanti a favore dei diritti degli uomini affermano la loro opposizione al movimento femminista.  Così connotato il termine "mascolinismo", alcuni uomini scelgono di ribattezzarsi "uoministi". Tuttavia, che si denominino mascolinisti, uoministi oppure mascolinisti egalitari, questi uomini mantengono una posizione ostile al femminismo, che accusano di essere andato troppo oltre, di aver instaurato una situazione in cui gli uomini sarebbero discriminati, ciò che li conduce, logicamente, a rivendicare diritti specifici per gli uomini.
La teoria mascolinista riposa sull'idea centrale che le società occidentali debbano far fronte ad una femminilizzazione generale, sia in certi settori professionali che nell'ambito dei valori collettivi. Ciò avrebbe prodotto conseguenze disastrose per gli uomini, in termini di salute, di stima di sé, di percorsi scolastici, di carriera professionale, di relazioni di coppia (eterosessuale) e di famiglia ecc. Questa idea generale riposa particolarmente sul concetto di identità maschile (o mascolinità), che avrebbe subito profondi mutamenti dopo gli anni Settanta, sfociando in autentica crisi di una identità maschile che si sarebbe svuotata di contenuto.
E' per questo che i mascolinisti difendono l'idea che la mascolinità comporti  molti più costi che benefici. Gli uomini soffrirebbero perché dovrebbero sopportare il fardello rappresentato dai ruoli maschili, che implicherebbero la partecipazione alle guerre, la violenza, la fatica, l'angoscia, la solitudine, la repressione delle emozioni. Insistendo su questi aspetti, questi militanti tentano di far dimenticare il fatto che la posizione di oppressore offre più benefici e vantaggi che costi.
La femminilizzazione della società si accompagnerebbe anche alla svalutazione dei caratteri maschili tradizionali, detti «virili», e alla discriminazione degli uomini.
I mascolinisti forgiano un discorso e pratiche misogine, violente e sprezzanti nei confronti delle donne, nell'intento di difendere e riaffermare il patriarcato. Essi si oppongono al femminismo e lo considerano un movimento diretto contro gli uomini e la causa principale degli sconvolgimenti che caratterizzano le società occidentali.

Posizione antisessista
Quando si presentano come progressisti, gli uomini sollecitati dalle femministe possono adottare una posizione antisessista. Questi uomini possono ugualmente definirsi «femministi». Ciò riduce implicitamente il femminismo ad una corrente politica tradizionale che si rivolge ad individui astratti. Ci si definisce femministi come ci si definirebbe socialisti.
Ora, il femminismo si indirizza ad individui collocati in una precisa classe sociale. La classe delle donne è il soggetto di questa lotta.
Definirsi femminista, per un uomo, significa che  anch'egli sarebbe un soggetto del femminismo,  e dunque sarebbe oppresso dal patriarcato e soprattutto non occuperebbe la posizione di oppressore. 
Analogamente, l'antisessismo individua come nemico il sessismo, un nemico molto spesso considerato come esterno. Ciò non  rende così esplicito il fatto che sono proprio gli uomini  a comportarsi in modo sessista con le donne.
I rapporti sociali tra i sessi sono presentati in modo astratto:
 - sia individuando come responsabile del sessismo la «società» in generale, una cultura nella quale tutti e tutte siamo immersi e di cui noi non siamo veramente responsabili (teoria «culturalista» che deriva dall'antropologia);
- sia individuando come responsabili figure mitiche (lo stupratore nel vicolo buio, il tipo macho dal brutto ceffo, l'uomo violento) che possono essere costruite avvalendosi di stereotipi razzisti o classisti (il ragazzo arabo o l'operaio, per esempio).
Queste astrazioni possono allora sfociare nella designazione, da parte degli antisessisti, di altri uomini come responsabili e beneficiari del sessismo e del patriarcato  e, dunque, nel considerarsi come non partecipanti a queste violenze, limitando così il lavoro di riflessione, di messa in discussione di se stessi.
La concezione del nemico come soggetto esterno al proprio ambiente non è specifica degli antisessisti. E' piuttosto un modo di sottrarsi alla critica piuttosto frequente nei milieux militanti. Due esempi: pochi militanti di sinistra mettono in discussione la propria partecipazione all'economia capitalista e pochi militanti bianchi si interrogano sul proprio razzismo interiorizzato e sui privilegi connessi alla propria posizione sociale.
La posizione antisessista comporta inoltre il rischio di concepire come simmetrici i rapporti sociali tra i sessi. Particolarmente attraverso l'utilizzazione di nozioni come quella di «ruolo sessuale» o di «stereotipo di genere» che distolgono l'attenzione dal fatto che gli uomini partecipano attivamente al patriarcato e non si limitano ad occupare un «posto» nel «sistema». Benché sia utile per presentare in modo semplice i rapporti tra gli uomini e le donne, la nozione di «ruolo sessuale» ha rivelato molto rapidamente i suoi limiti ed è stata criticata da alcune ricercatrici, perché rinvia al funzionalismo e all'idea della complementarietà tra i sessi (poiché ad un sesso o ad un genere sarebbe associato uno o più ruoli che l'altro sesso non potrebbe esercitare).
La nozione di ruolo sessuale è semplicemente un effetto [del patriarcato].
Analogamente, esistono stereotipi associati ai generi maschile o femminile, che sono imposti ai bambini, sono propri di ciascuna cultura e sono prodotti socialmente. Ma per gli uomini antisessisti, il fatto stesso di partire da queste conseguenze ha per corollario l'affermazione che anche gli uomini sono vittime del sessismo, del patriarcato, ciò che fa dimenticare, per esempio, che i ragazzi beneficiano, in ragione del proprio sesso, di margini di libertà maggiori rispetto alle ragazze.
Vediamo qui che esiste una possibile continuità con la posizione mascolinista: da un lato, con il ricorso alle nozioni di ruolo sessuale, di alienazione, e di costrizioni di genere, e dall'altro lato con l'uso che si fa del termine "sessismo", che i mascolinisti e gli antisessisti impiegano per designare fenomeni che colpirebbero gli uomini sia come individui che come  gruppo sessuale e di cui sarebbero responsabili le donne o alcune di loro, accusate di praticare il «sessismo contro gli uomini». Dall'uno come dall'altro lato, si tratta di pratiche relativiste (o liberali) che nascondono la realtà delle posizioni diseguali nelle strutture sociali e che rimuovono il fatto della partecipazione attiva degli uomini al dominio maschile.

Posizioni profemministe e antimascoliniste
Sempre fra i progressisti, si trovano degli uomini che, coscienti della contraddizione costituita dal fatto di presentarsi come femministi, scelgono di definirsi profemministi, denominazione apparsa in America del Nord negli anni Novanta e diffusasi in seguito negli ambienti progressisti europei ed anglosassoni. Questi uomini hanno voluto rimuovere le ambiguità del termine "antisessista", considerato troppo liberale e assai poco chiaro in rapporto al femminismo. Si tratterebbe di prendere seriamente in considerazione il proprio posto nella gerarchia sociale e di offrire un sostegno alle lotte femministe.
L'impegno profemminista caratterizza soprattutto intellettuali della classe media superiore. Tra di essi si trovano docenti universitari coinvolti nelle lotte femministe ed impegnati in studi sui rapporti sociali tra i sessi, o sugli uomini e la o le mascolinità (i gender's e i men' studies). I men's studies sono spesso collegati all'orientamento non eterosessuale di questi uomini.
La maggioranza di essi ha operato uno spostamento della riflessione dai rapporti sociali tra gli uomini e le donne ai rapporti di genere, manifestando il rifiuto di qualsiasi discriminazione basata sul genere, piuttosto che la volontà di abolire i generi.
E succede che, benché profemministi, essi restino nondimeno dei dominanti nell'ambito della struttura patriarcale e nelle loro interazioni con le donne dotate di una cultura nata dallo svolgimento di ricerche femministe. Ciò che ha dato luogo a comportamenti sprezzanti e paternalisti, all'appropriazione, all'occultamento o alla strumentalizzazione dei lavori femministi (mai citati), all'uso del potere sulle donne, a violenze praticate nel corso di incontri misti sul patriarcato, a molestie sessuali, sia negli squats che nelle Università. [NOTA MIA:  Questo  periodo allude anzitutto al comportamento di Pierre Bourdieu, che, secondo le accuse rivoltegli dalla femminista Nicole-Claude Mathieu di cui è stato allievo, e da Léo Thiers Vidal, nel libro Il dominio maschile avrebbe mutuato, distorcendone o fraintendendone parzialmente il significato, parecchi concetti dal femminismo, evitando accuratamente di citare le fonti. Di molestie sessuali e di altre forme di violenza nei confronti delle proprie studentesse, è stato invece accusato il sociologo e docente universitario Daniel Welzer-Lang, originariamente profemminista. Di lui si ritorna a parlare nella terza parte di questa brochure].
Peraltro, alcuni di questi uomini hanno manifestato la volontà di sviluppare il profemminsimo. Questo termine è stato spesso sinonimo della volontà di costruire un movimento autonomo di uomini e ciò è problematico. Per «autonomo» non dobbiamo qui intendere l'opposto di «istituzionale», ma piuttosto il fatto di distaccarsi dal pensiero e dal movimento femminista, esplicitamente rivendicato da certi uomini:
«La grande maggioranza delle tematiche e delle lotte femministe non mi riguarda. E' normale. Io sono un uomo. Ho anch'io la mia lotta da combattere, indipendente da quella delle femministe. E i miei problemi non riguardano le femministe. Sta a noi uomini assumerci le nostre responsabilità e impegnarci attivamente per le cause che ci riguardano».
Non conoscendo direttamente gli effetti dell'oppressione che esercitano, avendo interesse a mantenerla, questi uomini sono, isolatamente o insieme, poco efficaci nella lotta contro questa oppressione, o, nel peggiore dei casi, contro-produttivi. Malgrado la buona volontà che può essere presente nel momento della fondazione di questi movimenti autonomi di uomini, la distanza presa dalle teorie femministe, l'assenza di resoconti di questi incontri alle femministe che lo desidererebbero li rende propizi a produrre una dinamica mascolinista.

Per ultimo, all'inizio del nuovo millennio, è apparso il termine "antimascolinista" per indicare chi si oppone all'ideologia, ai discorsi e alle pratiche mascoliniste, siano le proprie o quelle altrui. Poco impiegato, frutto delle riflessioni di uomini che hanno familiarità con le teorie femministe, il termine permette di prendere di mira il mascolinismo e la posizione sociale degli uomini come origine dell'oppressione delle donne.
L'interesse del termine «antimascolinista» è apparso chiaro ad alcuni (come Leo Thiers-Vidal) che desideravano smarcarsi dalle pratiche violente di uomini che si definivano profemministi. Utilizzare la denominazione «antimascolinista» ha potuto allora sembrare un modo di presentarsi come «migliori», mentre, fondamentalmente, non è il nome che fa di uomini impegnati dei validi compagni di strada delle femministe, ma i loro atti.

Riassumendo
Léo Thiers-Vidal, nella sua ultima ricerca, [Léo ThiersVidal, De « L'Ennemi Principal » aux principaux ennemis. Position vécue, subjectivité et conscience masculine de domination, thèse de doctorat en sociologie, sous la direction de Christine Delphy, Ecole Normale Supérieure – Lettres Sciences Humaines, Lyon, 2007] propone una tipologia che riguarda le posizioni etiche degli uomini.

Mascolinismo esplicito
Gli uomini che esprimono questa posizione pensano che vi sia una differenza e una gerarchia tra i sessi, in base alla quale le donne risultano inferiori agli uomini. Essi affermano il carattere politico di questa gerarchia e dello sfruttamento delle donne e lo giustificano ricorrendo ad un discorso naturalista («l'ordine naturale e il giusto posto degli uomini e delle donne»). Questi uomini sono coscienti del loro interesse a perpetuare questo ordine sociopolitico.

Mascolinismo implicito
In questo caso gli uomini ritengono giusto trattare le donne in modo diverso dagli uomini. Essi rifiutano di vedervi un rapporto di dominio e avanzano il pretesto di voler promuovere «l'uguaglianza nella diversità». Questa differenza di trattamento è giustificata, come nel caso del mascolinismo esplicito, ricorrendo all'idea di natura e/o a quella della complementarietà tra i sessi. Essi offrono una lettura psicologizzante del loro vissuto nei rapporti di genere e rifiutano di riconoscere il  carattere sociale e politico di questi rapporti.

Anti-mascolinismo disincarnato
Gli uomini che si conformano a questo modello di pensiero hanno adottato un'etica egalitaria di tipo liberale che può essere fondata sulle teorie dei ruoli sessuali: essi fanno un'analisi  dall'esterno dei rapporti di genere (l'oppressione delle donne esiste malgrado loro) e si pensano innanzitutto come vittime di certe conseguenze del dominio maschile (un virilità alienante), evitando di criticare le proprie concrete pratiche.
Questi uomini effettuano una lettura selettiva delle analisi femministe, compatibile con il loro desiderio di conservare almeno in parte i vantaggi delle pratiche oppressive e un'immagine positiva di se stessi.
Essi mostrano un profondo attaccamento all'eterosessualità.
Questi uomini ignorano e o squalificano il punto di vista femminista lesbico e/o lesbico radicale che interroga in modo molto acuminato l'eterosessualità. Quest'ultima è concepita dalle femministe lesbiche come un sistema di norme e di pratiche (individuali e collettive) che consolidano i privilegi degli uomini eterosessuali attraverso l'oppressione di altri gruppi, classi ed individui. Insomma, l'eterosessualità rinforza la posizione di potere degli uomini sulle donne.

Anti mascolinismo incarnato
Questa posizione, rara, è il frutto delle interazioni con le femministe materialiste e con le lesbiche radicali e della lettura e della comprensione delle analisi femministe materialiste. L'impegno di questi uomini è motivato dal desiderio di giustizia e dal rifiuto dell'ingiustizia. Dalle relazioni e  dalle letture femministe, deriva la consapevolezza di trarre attivamente profitto dall'oppressione delle donne. Questi uomini sono ugualmente coscienti che la loro posizione  di oppressori li limita nell'analisi e nella lotta contro l'oppressione delle donne: essi conoscono dall'interno il versante privilegiato dei rapporti patriarcali e non possono tirarsene fuori, per poter pensare i rapporti di genere nella loro totalità. Questa posizione vissuta di oppressori implica la necessità di riflettere attentamente sulle forme del sostegno al femminismo. Sulla scia di John Stoltenberg (autore di Refusing to be a man. Essays on sex and justice, Portland, Meridian, 1990), questi uomini propugnano l'abolizione della mascolinità. Vi è dunque la volontà di posare uno sguardo critico su di sé e di creare dei modelli non oppressivi di rapporto con le donne.


Vedi anche:
Mascolinismo, un movimento contro le donne
Il movimento mascolinista del Quebec
Quebec, Italia... una faccia e una razza
Il mascolinismo in Francia
Difendersi dal mascolinismo

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