La rete è un terreno fertile per l'insulto. E l'insulto paga. Lo sostiene Federico Mello sull'Huffington Post, prendendo spunto dal caso di Maria Novella Oppo. Perchè la rete è un ambiente deumanizzato, in quanto si comunica solo con il testo. E perchè, per farsi notare esistono solo due modi: scrivere qualcosa di utile per le teste; scrivere qualcosa di emotivo per le pance. La seconda via è la più facile. E spiega il successo di Grillo, ma anche di blogger e giornalisti, tipo Andrea Scanzi.

Sembra una spiegazione verosimile - un po' deresponsabilizzante nei confronti di individui e subculture. Ciò vorrebbe dire che grazie alla rete abbiamo molta più violenza verbale. E' probabile però, che grazie alla rete abbiamo molto più di tutto. Ricordo una vignetta in circolazione un anno fa. Mostrava una serie di quadretti divisi in due colonne raffiguranti nella prima quello che facevamo ieri e nella seconda quello che facciamo oggi. Ieri guardavamo un film con la televisione, ascoltavamo musica con la radio o con lo stereo, leggevamo con un libro, giocavamo con le carte, la dama, il flipper, etc. scrivevamo con carta e penna o con la macchina da scrivere. Facevamo sesso con un altra persona. Nella seconda, oggi: facciamo tutto con un computer o con un dispositivo mobile connesso in rete. Compreso, l'insulto. La rete è terreno fertile per tutto e sovradimensiona tutto. Anche il riflettere, ragionare, argomentare, documentare, discutere civilmente. Esistono molti blog e molte pagine assolutamente civili e pensanti, che senza la rete non sarebbero mai state scritte.

L'esplosione della violenza verbale nella comunicazione mediatica ha anticipato la rete di almeno dieci anni. La prima volta accidentalmente, nel 1986, quando Radio Radicale trasmise senza filtro una sequenza non stop di messaggi telefonici, durante la quale si distinsero soprattutto lo scambio di insulti tra settentrionali e meridionali. Poi, alcuni anni dopo, con la caduta del sistema di potere democristiano e l'avvento della Lega Nord e di Forza Italia. Talk-show al posto delle tribune politiche, egemonizzati da personaggi tipo Vittorio Sgarbi con la compiacenza dei conduttori. La rissa come modalità di ripristino del monopolio maschile sul dibattito pubblico. Indubbiamente quelle trasmissioni e quei personaggi hanno avuto successo, perchè sono diventati popolari, ma è stata spesso una popolarità accompagna anche da un a diffusa disistima.

Su Facebook contiamo solo i Mi piace. Non esiste un pulsante che dica Non mi piace. Se esistesse, i click sarebbero altrettanti. E secondo un principio del marketing, un dissenziente (cliente insoddisfatto) vale tre consenzienti (clienti soddisfatti), perchè si mette a fare una pubblicità negativa con un impegno tre volte superiore a quello che vuole fare una pubblicità positiva. Ignoro quanti abbiano sentito il bisogno di scrivere un post per esprimere quanto gli piace Andrea Scanzi. Ne ho letti invece che esprimono il contrario, io stesso ne ho scritto uno a proposito del suo antifemminismo.

Ecco il punto: gli insulti trovano il loro terreno fertile, non tanto nella rete, quanto nella deumanizzazione. Quella prodotta soltanto dalla rete, che cita Mello, è una deumanizzazione individuale, una virtualizzazione dell'altro. Posso illudermi di avere davanti a me, non una persona, ma un avatar. Tuttavia, quello che induce all'insulto è in genere la deumanizzazione di intere categorie di gruppi umani. Chi insulta qualche volta è un maleducato, che diverrebbe educato se solo si esprimesse con garbo. Ma più spesso è una persona che cerca capri espiatori, che disprezza le donne, i neri, gli ebrei, i bassi, i grassi, i vecchi, gli zingari, etc. Uno che quando si esprime con garbo è un razzista occulto. Nella pagina di Grillo, i topic dedicati agli avversari maschili sono relativamente più composti. L'ultimo dedicato a Enrico Letta vede far stancamente capolino di tanto in tanto, qualche faccia di bronzo, faccia di tolla, faccia di merda e coglione. Molto più intensi e violenti sono i topic dedicati a Laura Boldrini, bersagliata da commenti sessisti e pornografici. Di nuovo un po' più stanchi i topic dedicati a Giorgio Napolitano, che però si impennano quando qualcuno decide di colpire il presidente nella sua età avanzata. 64 like concessi a Quando muore questo vecchio di merda. Ad essere terreno fertile sono i vari, tanti razzismi. I razzismi sono i sentieri aperti, blog e social media le autostrade asfaltate.

Il mezzo il suo contributo lo dà, nel momento in cui permette ai bulli, razzisti e misogini, di riconoscersi, percepirsi in tanti, aggregarsi, sostenersi l'uno l'altro, e diventare una riconoscibile massa attraente. C'è da pensarci quindi, prima di difendere una acritica libertà di espressione. Chi gestisce pagine e blog e permette la divulgazione della violenza verbale a sfondo razzista e sessista o addirittura la sollecita, dovrebbe essere chiamato ad assumersene la responsabilità. Il mezzo però dà il suo contributo anche al movimento contrario.

Voglio dirlo anch'io: «Not in my name!». Non in mio nome! Non usate la tutela della mia libertà di espressione per difendere la «libertà di espressione» dei violenti, dei razzisti, dei misogini, degli omofobi, degli antisemiti. Le mie opinioni, giuste o sbagliate, non c'entrano nulla con il loro odio, con il loro disprezzo, con la loro intolleranza, con la loro violenza verbale e immaginifica. Posso pensare, parlare e scrivere, nonostante loro, non grazie a loro. Io sono solidale con Laura Boldrini.

Anche altri le hanno espresso due righe di solidarietà, a mo' di francobollo, prima di spedire pagine e pagine di allarmati sproloqui contro la censura e le leggi speciali. Eppure lei, non ha parlato di censura, nè di leggi speciali. Basta leggere la sua intervista su Repubblica, andando oltre il titolo. O il suo stato odierno su Facebook. Ha solo reso noto di essere stata continuamente oggetto di insulti, intimidazioni e minacce, soprattutto di stampo sessista. E ha posto tre questioni. L'impossibilità di procedere con denunce penali contro migliaia di persone che condividono contenuti violenti in modo virale. Il sessismo, lieve o feroce, sempre usato per combattere le donne che assumono incarichi pubblici. La tendenza della rete a considerare censura la cancellazione di qualsiasi messaggio offensivo. Ha posto un problema, prima di tutto culturale. Ha aperto una discussione. Che è assurdo pensare di censurare, per paura della censura.

Qualcuno può inserirsi nel dibattito, strumentalizzarlo e proporre strette alla libertà della rete. E' un rischio, che si può affrontare e combattere meglio se si rinuncia a fare gli struzzi di fronte alle questioni poste dalla presidente della camera. Perchè prima di tutto è la violenza ad essere censoria. Induce tante persone, soprattutto donne, ad autocensurarsi, a non esprimersi, a nascondersi nel burqa dell'anonimato. Il fascismo non è nato con le leggi autoritarie e repressive, ma con lo squadrismo e il lassismo delle autorità. Una rete lasciata libera come una giungla è la condizione più favorevole per imporre autoritarismi. L'autoritarismo si previene con le regole.

Concordo con Stefano Rodotà. Prima occorre una ricognizione delle norme esistenti. Capire come sono applicate ed eventualmente perchè non lo sono. Solo successivamente si può pensare a nuove regole. E a tal proposito va detto che una eventuale nuova norma se conforme alla Costituzione, non è una legge speciale o emergenziale, è una legge ordinaria. Immagino che alcune procedure vadano semplificate. Un procedimento presso la polizia postale deve poter essere avviato anche online. Esiste ormai la posta elettronica certificata. Una pagina che minaccia di morte deve poter essere rimossa in tempi ragionevoli, se non immediati.

La violenza virtuale presenta aspetti anche più gravi di quella reale, perchè non conosce limiti di spazio e di tempo. Insulti e minacce sono messi per iscritto, condivisi da tante persone, sono pubblici, pubblicati e archiviati, per giorni, mesi, anni per sempre. Reperibili da chiunque, sconosciuti, amici e parenti. Grandi e piccoli. Se pure tra un anno il violento ha smaltito la sua rabbia e si è ravveduto, i contenuti che ha messo in circolo, continuano a circolare, nemmeno il responsabile è più in grado di controllarli.

Si osserva che certi contenuti violenti sono comunque presenti nella società, meglio lasciarli esprimere alla luce del sole, per controllarli meglio, piuttosto che renderli occulti. In parte concordo. Ma considero anche due problemi. Il primo è che quei contenuti non possono essere legittimati come fossero opinioni diverse, con le quali occorre confrontarsi e convivere. Il secondo è che i blog, le pagine di Facebook, i forum, non sono soltanto vetrine e specchi che riflettono parti della società. Sono anche luoghi di aggregazione e di proselitismo. Se si chiudono, rinasceranno sotto insegne nuove, ma intanto una parte del loro seguito viene disgregata. Anche questo è utile e necessario.

Resta vero che le subculture non si affrontano soltanto con mezzi repressivi. Se dilaga il sessismo in rete, non dipende tanto dal mancato intervento dei carabinieri, quanto dalla diffusa condivisione, tolleranza, indifferenza, sottovalutazione, che riguarda soprattutto la stragrande maggioranza degli uomini e anche molte donne. La violenza contro la donne è normalizzata. Dal modo di dire al raptus. Tanto che persino una nota giornalista può dire in televisione che ammazzare la moglie è una cosa normale. Infine, l’odio e la violenza sono tollerati dai gestori dei social-network, tanto per motivi culturali, quanto per motivi commerciali, perchè l’odio coinvolge e mantiene utenti, e genera traffico. Finchè non si contrappone una massa più grande, razzisti e sessisti sono economicamente convenienti. Anche per questo motivo le loro pagine non scompaiono mai o risorgono facilmente. Non c’entra niente con la libertà, c’entra con la vendita di pubblicità.

Un’altra forma di normalizzazione della violenza è quella di considerarla una spontanea manifestazione di protesta plebea. Ci si immagina che da un lato ci sia una donna colta, ricca, borghese e potente (un politico) e dall’altra masse di poveri cristi, diseredati e ignoranti, che dicono «troia» solo perchè impossibilitati ad articolare bene un discorso di opposizione. Andrebbero educati e magari emancipati dai loro problemi materiali. Istruiti e rinfocillati, saprebbero rispettare persino le donne. E’ un vecchio pregiudizio sociologico. Un modo di collocare ancora una volta i diritti di metà del genere umano al capolinea della storia. Diritti affermati come conseguenza ultima della soluzione di tutti i problemi dell’umanità. Che naturalmente hanno la precedenza.

Vedi anche:
Se questa è libertà (Giorgia Vezzoli)
La Boldrini e la censura… ma di cosa? (Un altro genere di comunicazione)
La libera espressione del pensiero e la censura (Il Ricciocorno Schiattoso)
Libertà di espressione (Maria G. Di Rienzo)
Cari amici, non sempre chiari compagni: sul caso Boldrini con delusione (Loredana Lipperini)

Qui ho scritto che l’eReader, in particolare il Kindle di Amazon, può presentare molti vantaggi rispetto alla carta stampata. Vantaggi di risparmio, quantità e archiviazione. Poi, qui ho scritto che il Kobo presenta alcuni vantaggi sul Kindle: legge il formato quasi universale .epub, non dipende dalla libreria Amazon, e i libri con esso comprati sono effettivamente comprati e non soltanti noleggiati in modo revocabile a discrezione del noleggiatore.

Ora aggiungo un’alternativa. Dato che gli eReader hanno un prezzo che varia dagli 80 ai 130 euro, a secondo del tipo e della marca e dato che essenzialmente gli eReader leggono soltanto libri elettronici, chi vuol spendere questo prezzo può considerare anche la possibilità di acquistare un mini-tablet o mini-ipad. Gli stessi Kindle e Kobo ne producono uno dai 160 ai 200 euro. E’ possibile trovarne anche intorno ai 100 euro. Uno l’ho trovato sul portale di Miglior Tablet. E’ il Mediacom Smart Pad. Con questo catalogo. L’unico che ho provato è il 706i. Si trova tra i 70 e i 90 euro. Il rapporto qualità/prezzo sembra buono. Per trovare altri prodotti basta cercare tablet confronta prezzi su Google, o cercare su un negozio online. 

Quale sia il rapporto con gli altri mini-ipad di marche più blasonate (Apple, Samsung, Sony, Google Nexus), è certamente superiore agli eReader. Unico punto di relativo svantaggio potrebbe essere la retroilluminazione tipica dei monitor, anche se ormai di aggressività molto ridotta. Tuttavia, permette di leggere qualsiasi cosa in qualsiasi formato. Oltre libri, riviste, giornali e qualsiasi documenti di testo, direttamente gli stessi siti, qualsiasi pubblicazione online. Leggere e scrivere, guardare video, ascoltare musica, fare foto, consultare la posta e i vari social-network.

In sintesi, a parità di prezzo, il mini-tablet o mini-ipad mi sembra vantaggioso rispetto all’eReader. Ma per saperne di più consultate e chiedete nei forum di supporto, per esempio nel forum di Android (sistema operativo per dispositivi mobili).

L’apprezzamento iniziale per gli ebook-reader lo posso confermare. Presentano un bel po’ di vantaggi, anche se non proprio tutti quelli che ho citato qui. Per esempio, causa codici proprietari è difficile poterli condividere con altri, salvo riuscire ad usare i programmi per la rimozione dei DRM, non sempre aggiornati. Altrimenti, continua ad essere più semplice condividere libri di carta. Per il resto la praticità dell’ebook-reader è notevole, specie per gli accumulatori di libri. Più di mille, duemila in un normale appartamento è difficile farceli stare. Con un dispositivo digitale, si archiviano in una piccola memoria e si portano ovunque. Font e grandezza della pagina sono regolabili e leggere è più facile che su molti testi di carta.

Più di un dubbio invece sulla scelta di Kindle. Tecnicamente, facendo il rapporto costi/benefici, il Paperwhite appena uscito sembra essere considerato il numero uno. Ma secondo il sito Wired, il canadese Kobo è il miglior e-reader del 2012. Ecco una comparazione tecnica dei due modelli sovrailluminati. Qui un confronto più generale. Credo che per la maggior parte di noi, i due prodotti siano sostanzialmente equivalenti. Il Kindle però ha due limiti importanti. E’ vincolato alla libreria di Amazon, perchè non legge il formato .epub, solo il formato .azw, mentre il Kobo, pur alleato di Mondadori, è più versatile, legge in .epub e può caricare libri acquistati in qualsiasi libreria online, poichè tutte le principali librerie online vendono in .epub. E’ vero che Amazon via email converte quasi tutti i formati, ma se questi hanno il codice proprietario, non può farlo. Per il medesimo motivo, gli stessi .azw non sono convertibili negli altri formati. Il secondo limite di Kindle è spiegato in un articolo di Paolo Attivissimo. Gli ebook acquistati in realtà sono soltanto noleggiati e il noleggio è revocabile. Se Amazon decide che un suo cliente sta violando le condizioni di servizio, può bloccargli l’account e riprendersi tutti gli ebook dal suo ereader. Dunque, è probabile convenga un’alternativa. In ogni caso, consultare Google o altri motori di ricerca: «kindle vs kobo». O altre marche.

Questo blog oggi compie un anno. Di tutti i blog che ho creato, è il primo che raggiunge questo traguardo temporale. Forse per una sollecitazione amica, forse perchè grazie ai social-network è più facile avere riscontri. O forse perchè ho indovinato la skin giusta.

Come per i blog precedenti, anche questo ha avuto una spinta propulsiva iniziale e poi è andato declinando. Basta consultare l'archivio e contare i post per mese: sopra i venti da ottobre a dicembre 2011, sopra i dieci da gennaio ad aprile 2012, e poi poche unità da maggio ad oggi. Un declino che però stavolta non è stato sufficiente per spegnersi del tutto.

Credo che un blog declini per tre motivi. 1) Perchè nei primi tempi si dice gran parte di quello che si ha da dire. Poi ci si ripete soltanto. 2) Perchè strada facendo qualcuno ti legge e quando ti senti osservato, stai più attento a quello che dici. 3) Perchè è difficile esprimersi per bozze e pensieri immediati, dopo aver pubblicato i primi post strutturati. Come quando cammini con il passo più lungo, dopo un po' la gamba tende a irrigidirsi. Naturalmente, parlo solo per me.

Questo blog dipende molto da quello che scrivo altrove. Su Metaforum, su Facebook. Sono anni che scrivo in rete, dal 1998 credo, esprimendomi in scambi diretti, polemiche, battibecchi e tutto finisce disperso. Poco male per il resto del mondo. Dato però che lo strumento c'è, fa poco male anche se tengo traccia dei miei modesti pensieri. Dice Gloria Steinem che troppo spesso non teniamo conto di ciò che scriviamo. Se lo dice lei che scrive libri, figurarsi uno che scrive su tanti foglietti virtuali sparsi per il web. Così qui capita che io scriva soprattutto estratti da altre conversazioni, a volte adattati a volte no, qualche volta poco comprensibili perchè davvero fuori contesto. Diceva Palmiro Togliatti che la miglior scuola di formazione politica è la redazione del verbale delle riunioni e lui redigeva personalmente i verbali delle riunioni della Direzione. Ecco, condurre un blog può essere in fondo come la redazione di un verbale delle voci che hai in testa, quelle che si formano nel confronto tra sè e gli altri o anche solo nel commento di un articolo di giornale.

In questo senso, il blog non ha una missione, non si propone uno scopo o una causa precisa e neanche di promuovere qualcuno o qualcosa. In questo anno il tema prevalente è stato il sessismo, insieme con la politica. Ma avrebbe potuto essere il razzismo, il pacifismo, il conflitto israelo-palestinese. Un tempo mi sarei appassionato di più ai partiti e ai leader della sinistra. Oggi solo leggere un articolo sulle primarie mi affatica. Il blog è titolato a me stesso, perchè non sono riuscito a individuare un titolo che non fosse pomposo o banale e navigando a vista non ho un tema da riassumere in un nome o una frase. Inoltre è così che si chiama la mia pagina su Facebook.

Da oggi Pubblico è in edicola. Il nuovo giornale di Luca Telese. Una scissione dal Fatto Quotidiano (e da Marco Travaglio). Sul come e perchè posso intuire, ma ne so poco. Invece mi colpisce questa cosa: un nuovo giornale di carta, mentre tutti i giornali perdono lettori e le grandi testate di fama internazionale discutono della loro possibile futura chiusura in vista di una trasmigrazione integrale sul web. Già il Fatto Quotidiano mi aveva stupito. Ha avuto un successo notevole, 50-100 mila lettori. Sono tanti, per un giornale di carta. Mi stupisce il Manifesto che resiste, resiste, resiste a voler sopravvivere in edicola per qualche migliaio di lettori. Perchè puntare ancora sulla carta? E' una questione di status o c'è un vantaggio reale? E' scomodo leggere sul monitor, specie gli articoli di approfondimento, ma non è detto. Sul monitor puoi regolarti lo zoom e i font come preferisci. Puoi stamparti la pagina che ti interessa. Una edizione online può prevedere il formato pdf, per i singoli articoli o per tutto il giornale, magari pensato proprio per il formato A4. E può prevedere altri formati per i nuovi dispositivi. Ormai si legge sul cellulare, sull'iphone, sull'ebook-reader (es. Kindle), sull'ipad, dispositivi sempre più diffusi, destinati forse a soppiantare non solo quel che resta della carta, ma gli stessi computer. Allora perchè puntare ancora su un supporto obsoleto e costoso, che ci racconta oggi offline quello che abbiamo già letto ieri online?

Ho letto un paio di mesi fa il libro di Andrew Keen, "Dilettanti.com", dedicato agli utenti autori dei blog, dei forum, dei social network, di YouTube e Wikipedia, dell'insieme del web 2.0. La tesi del libro è radicalmente negativa e pessimista: queste nuove forme di comunicazione e autopubblicazione affossano economicamente gli istituti della cultura tradizionale: i libri, i giornali, la discografia, il cinema e mettono sullo stesso piano il professionista e il dilettante.

L'esistenza di Wikipedia rende inutile l'esistenza dell'Enciclopedia Britannica, che è il frutto del lavoro rigoroso e dell'opera di selezione di autori prestigiosi e redattori professionisti, messi ora in crisi dalla caduta delle vendite della loro impresa. Rimasta invenduta la Britannica e privi di un reddito adeguato i suoi autori, l'opera di questa enciclopedia è destinata a sparire e sarà definitivamente rimpiazzata da Wikipedia, la cui qualità è inferiore perchè in essa l'esperto e il dilettante sono posti sullo stesso piano: chiunque può scrivere una voce o modificarla e i più competenti sono costretti a defaticanti discussioni con ignoranti e profittatori. Il web 2.0 avrebbe potuto essere una gran cosa se fosse stato utilizzato per portare a tutti la musica di Bach invece viene sfruttato per portare a tutti la musica di improvvisati musicisti, privi di qualsiasi talento o per piratare l'opera altrui. Così alla fine, la dittatura degli esperti sarà rimpiazzata dalla dittatura degli idioti, rappresentati come tante scimmie dotate di macchina da scrivere.

Riassunta in breve (da dilettante) la sostanza del libro è questa. In parte mi convince, anzi credo che ogni navigante con velleità di comunicatore dovrebbe leggerlo per essere avvertito di rischi, limiti e problemi di una promessa di democrazia digitale che potrebbe rivelarsi deludente per molte aspettative. E' vero, nel web siamo tutti uguali e il delirio sta sullo stesso piano della comunità scientifica. Si pensi solo all'immondizia dei vari negazionismi e dei tanti razzismi. Però, in rete possono finalmente avere spazio anche molti personaggi e molte associazioni ingiustamente escluse dai media tradizionali. Uno su tutti: Beppe Grillo in Italia, escluso dalla televisione di stato dal 1986, per una battuta sui socialisti, oggi protagonista del dibattito politico con il suo blog. Oppure la sinistra americana, Noam Chomsky che, grazie ad Internet, diventa l'autore più letto negli Usa sull'11 settembre. Si pensi anche al materiale che giornalisti, autori e politici, anche non discriminati, raccolgono nei loro blog, nelle loro pagine su Facebook o su Twitter e alle comunità virtuali che si organizzano intorno a loro. Si pensi anche alla censura bucata in Cina e in Iran, grazie alla rete.

Insomma, ci sono i "contro", ma ci sono anche i "pro". La crisi dei giornali è preoccupante. Il fatto che il quotidiano più prestigioso del mondo, il New York Times, possa anche solo discutere della sua chiusura mette tristezza. Ma qui, oltre alla rete, oltre alla concorrenza che gli stessi quotidiani fanno a se stessi attraverso i loro siti (cannibalizzandosi, dice Keen), incide la crisi economica e il peso tipico di una transizione, che non sappiamo ancora quali assetti troverà. Può essere la fine dei giornali o l'occasione di una loro grande riforma. Leggere su carta continua ad essere ancora molto comodo, specie per quanto riguarda gli articoli di approfondimento. Potrebbe essere una idea quella di giornali che non ti dicono tanto cosa è successo, quanto ti spiegano come e perchè è successo e cosa succederà. Le news sulla rete e le analisi, gli approfondimenti, le inchieste sulla carta e poi tutto in un archivio digitale consultabile online. Gli articoli in rete sono importanti non tanto per essere letti, quanto per essere conservati e consultati.

Riguardo i dilettanti che uccidono la cultura, mi sento quanto meno corresponsabile. Da anni sto facendo questo: scrivo nelle liste di discussioni, nei forum ed ora pure nei blog. Senza nessuna preparazione, competenza specifica, senza alcun titolo. Mi siedo davanti al computer e pontifico su quel che mi passa per la testa. E qui il mio testo vale quanto quello di Eugenio Scalfari. In verità, non è proprio così: il sito di Repubblica avrà un milione di accessi, io forse una decina. Ed anche tra i blog, i più visitati, quelli della classifica nazionale o mondiale dei primi cento, sono quasi tutti tenuti da autori professionisti che dispongono anche dei mezzi per offrire contenuti interessanti. Io non sarò mai competitivo nè con l'Huffington post, nè con Beppe Grillo, ma neanche con Paolo Attivissimo che pure risiede su Blogger (blogspot).

Milioni e milioni di blogger, e in particolare quelle migliaia che hanno la costanza di non chiudere, possono scrivere e divulgare molte idiozie e con ciò invadere del loro rumore la cultura, come magari sto facendo io in questo istante. Ma tutte queste persone non sono solo materiale di lettura, sono anche materiale di scrittura. In tutta onestà, non potrei dire a chi passa eventualmente di qui, che se mi legge ne saprà di più. Però, sono io che scrivendo ne saprò di più. Per scrivere, penso, metto ordine nella mia testa, mi sorge qualche idea, mi emancipo dalla mancanza di ispirazione e sono pure indotto a leggere meglio, così come chi fa attività fisica, senza nulla togliere all'agonismo sportivo, è indotto a mangiare meglio. Insomma, milioni o anche solo migliaia di persone che si mettono a scrivere sulla pagina bianca del loro monitor, produrranno si poca o tanta cacofonia a danno di chi sa veramente scrivere, come il signor Andrew Keen (che si legge agevolmente e piacevolmente), ma produrranno anche il miglioramento di se stesse, della loro cultura, e con ciò, della cultura.

(9 luglio 2010)

Facebook uccide i blog, i forum, il web? Sembra proprio di si. Soprattutto nel senso che non gli permette più di acquisire nuovi utenti.

Pare che due terzi dei naviganti giovani viva solamente all'interno dei social-network, dove trovano di tutto: notizie, discussioni, video, foto. Ogni espressione di Internet. E tutto quel che sta al di fuori cerca di integrarsi con i social-network: quotidiani, blog, forum, portali. L'introduzione dell'FB connect e i pulsani di condivisione, può far riprendere un flusso di iscritti, che però è molto più liquido di quello che era un tempo, in genere non si ferma nessuno. I naviganti, fatte le loro escursioni, rientrano nei social-network.

Potremmo paragonare Internet al sistema operativo Dos. I singoli quotidiani, blog, forum, portali, ai singoli programmi che funzionavano da terminale. Facebook a Windows 3.1, il programma ambiente del Dos. Una volta entrato in Win 3.1 non usavi più i singoli programmi del Dos, ogni tanto davi un'occhiata all'emulatore del Dos, ma rimanevi su Windows. Il Dos era il genitore di Windows, il primo sistema operativo dei personal computer. Schermata nera e operazioni scritte da riga di comando. Aprivi un editor e magari ti compariva la schermata blu su cui potevi comporre il testo. Poi è arrivato Windows 3.1, un programmone che faceva funzionare il Dos con icone e finestre, muovendo il mouse su di esse. Non era più un programma come gli altri, era l'ambiente del Dos.

Allo stesso modo, Facebook non è un sito come gli altri, solo molto più grande. E' ormai l'ambiente di Internet. Al momento sembra così. E anche la competizione tra social-network determina selezione e concentrazione.

Kindle sono tentato di provarlo. Potrei leggere più comodamente qualsiasi documento in pdf, dai giornali ai rapporti dell'Istat. Qualsiasi documento. (Salvo doverli convertire, perchè Kindle - e questo è un inconveniente importante - usa un formato proprietario - azw. Amazon ha un servizio di conversione, che richiede di inviare da una propria email autorizzata il documento da convertire in allegato al proprio indirizzo [nome]@free.kindle.com).

Potrei archiviare in 2 GB di memoria, 1400 libri, quasi l'equivalente della mia attuale libreria, composta ormai anche dal mio tavolo. Potrei acquistare libri in formato digitale risparmiando il 30%. E in futuro spero anche di più. Potrei acquistare libri senza entrare in casa con il sacchetto della libreria, cioè senza essere visto da mia moglie. Potrei portare la mia libreria dappertutto, andare in vacanza senza scegliere quali libri portarmi dietro. Potrei leggere libri voluminosissimi sempre al peso di 170 grammi. Potrei leggere al buio la sera, la notte, senza dover accendere la luce o sistemarmi in prossimità di una lampada. Potrei leggere qualsiasi libro, senza che nessuno possa vedere che libro sto leggendo e a che pagina sono arrivato.

Non esisterebbe più il problema di prestare i libri. Puoi regalarli e tenerteli nello stesso tempo. Il libro è sempre come nuovo. Certo, puoi danneggiare il dispositivo e perdere tutto. Ma basta conservarne copia sul computer, su un qualsiasi hard disk separato, o meglio ancora sul web. Amazon credo conservi la libreria dei libri acquistati.  

Insomma, mi sembra di vederci un bel po' di vantaggi, sia pure con l'indole del visionario o del selvaggio che si entusiasma per gli specchietti.

Controindicazioni? 

Di ogni opera potrebbero esistere alcune copie cartacee. Lo stesso dispositivo cartaceo fa si che si perdano una infinità di dati. Tantissimi libri, tante traduzioni sono irreperibili, perchè non hanno più mercato, perchè passato il tempo dei 45 giorni in libreria, nessuno più li ristampa. Con i dispositivi digitali la ristampa dei libri non sarà più ostacolata da nulla, non dipenderà da previsioni di mercato. Una copia a zero download non causa alcuna perdita. Ma di più: con gli e-book, ciascuno potrà essere editore di se stesso (almeno potenzialmente). Non si dovranno più pubblicare libri a proprie spese, per poter iniziare.

L'indistruttibilità dei dispositivi digitali credo fosse una illusione dei primi tempi. Negli anni '80 ci dicevamo che i cd erano indistruttibili. Puoi anche saltarci sopra e lo riascolti come prima. Basta affidare un cd ad un bambino di due anni e si vede come è indistruttibile. Oggi sappamo che non è così, è consapevolezza diffusa, ed esistono copie di backup di tutto.


Argomenti correlati:

Anni fa, la pensavo così (abbastanza rigidamente):

Succede nella gestione di un forum di trovarsi di fronte a due o più persone che manifestano tra loro una decisa incompatibilità di carattere, fino ad entrare in conflitto e proporsi uno l'esclusione dell'altro, magari cercando di ottenere l'alleanza dell'admin e l'aiuto determinante a conseguire l'obiettivo, a volte in modo surrettizio, a volte in modo ultimativo: "o me o lui, o me o lei", fino all'esternazione del tipico dilemma: "come puoi rinunciare a questo per tenerti quello?"
Bisogna scegliere? Secondo me, è importante, prima di trovarsi in situazioni di questo tipo, stabilire un principio sul modello di forum. Cosa voglio? Un'associazione selezionata di tipo privato, tipo il circolo Arci? Oppure, un luogo di discussione pubblico che funzioni secondo le regole neutre, imparziali di un servizio pubblico, tipo l'esercizio commerciale ottenuto con pubblica licenza?
A me viene sempre in mente il modello del tram. Fa il suo percorso e ad ogni fermata apre le porte, chi sale sale, chi scende scende. Porte aperte a tutti, in entrata e in uscita, si penalizzano, quando occorre, solo i comportamenti. Ho sempre predicato, e cercato di praticare, questo modello, anche quando amministravo in coppia.

Oggi la penso in modo più flessibile. Credo che i comportamenti recidivi possano comportare bannaggi od esclusioni per periodi molto lunghi. L'importanza dei forum - di ogni forum - con il tempo si è di molto relativizzata. All'epoca, a cavallo tra gli anni '90 e i 2000, pochi forum erano l'unico effettivo spazio virtuale di dibattito pubblico. Esserne esclusi significava quasi essere messi a tacare. Oggi i forum sono tantissimi e chiunque può con facilità aprirsi un blog o una pagina su Facebook, registrarsi su Twitter e far valere quel che pensa su qualsiasi cosa e pure su chi lo ha bannato.

Non so dire se i forum vadano male rispetto ai blog o ai social-network, perchè non esiste nulla che stia a monitorarli. Qui stiamo andando come l'anno scorso. E se facessi rientrare i bannati (che sono ben cinque tutti molto attivi) andremmo persino meglio. Però i forum hanno sicuramente un difetto. Blog e socialnetwork permettono i confronti alle giuste distanze e ciascuno è responsabile della sua tribuna. Frequentazioni e non frequentazioni si autoregolano. I forum invece, oltre a dipendere da admin «dittatori», funzionano come una classe scolastica, un ufficio aziendale, un reparto di lavoro. Le persone che entrano in conflitto sono costrette a continuare quotidianamente a vedersi, a incontrarsi, a frequentarsi. E questo forma il clima.



Mario Monti supera Belen Rodriguez tra le personalità più cliccate in Italia nei motori di ricerca durante il mese di dicembre. Ce lo dice Vanity Fair. Sorpassata in tempismo dal quotidiano Repubblica. A significare che il presidente del consiglio batte in popolarità persino la regina delle showgirls.

Vero, ma se diamo una occhiata a Google Trends vediamo che il sorpasso di Monti su Belen è determinato da un picco in suo favore avvenuto nella prima settimana. Sono i giorni della presentazione della manovra finanziaria, i giorni delle lacrime della Fornero per i sacrifici. In quei giorni anche la ministra sorpassa la showgirl.

 

Un dato eccezionale, non necessariamente indice di miglior apprezzamento. Se osserviamo gli ultimi trenta giorni, la redistribuzione del numero dei click già torna a posto.




Mario Monti batte Belén sui motori di ricerca (Liquida)

Powered by Blogger.
© 2010 Massimo Lizzi Suffusion theme by Sayontan Sinha. Converted by tmwwtw for LiteThemes.com.