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Andrew Keen: «Dilettanti.com»

Ho letto un paio di mesi fa il libro di Andrew Keen, "Dilettanti.com", dedicato agli utenti autori dei blog, dei forum, dei social network, di YouTube e Wikipedia, dell'insieme del web 2.0. La tesi del libro è radicalmente negativa e pessimista: queste nuove forme di comunicazione e autopubblicazione affossano economicamente gli istituti della cultura tradizionale: i libri, i giornali, la discografia, il cinema e mettono sullo stesso piano il professionista e il dilettante.

L'esistenza di Wikipedia rende inutile l'esistenza dell'Enciclopedia Britannica, che è il frutto del lavoro rigoroso e dell'opera di selezione di autori prestigiosi e redattori professionisti, messi ora in crisi dalla caduta delle vendite della loro impresa. Rimasta invenduta la Britannica e privi di un reddito adeguato i suoi autori, l'opera di questa enciclopedia è destinata a sparire e sarà definitivamente rimpiazzata da Wikipedia, la cui qualità è inferiore perchè in essa l'esperto e il dilettante sono posti sullo stesso piano: chiunque può scrivere una voce o modificarla e i più competenti sono costretti a defaticanti discussioni con ignoranti e profittatori. Il web 2.0 avrebbe potuto essere una gran cosa se fosse stato utilizzato per portare a tutti la musica di Bach invece viene sfruttato per portare a tutti la musica di improvvisati musicisti, privi di qualsiasi talento o per piratare l'opera altrui. Così alla fine, la dittatura degli esperti sarà rimpiazzata dalla dittatura degli idioti, rappresentati come tante scimmie dotate di macchina da scrivere.

Riassunta in breve (da dilettante) la sostanza del libro è questa. In parte mi convince, anzi credo che ogni navigante con velleità di comunicatore dovrebbe leggerlo per essere avvertito di rischi, limiti e problemi di una promessa di democrazia digitale che potrebbe rivelarsi deludente per molte aspettative. E' vero, nel web siamo tutti uguali e il delirio sta sullo stesso piano della comunità scientifica. Si pensi solo all'immondizia dei vari negazionismi e dei tanti razzismi. Però, in rete possono finalmente avere spazio anche molti personaggi e molte associazioni ingiustamente escluse dai media tradizionali. Uno su tutti: Beppe Grillo in Italia, escluso dalla televisione di stato dal 1986, per una battuta sui socialisti, oggi protagonista del dibattito politico con il suo blog. Oppure la sinistra americana, Noam Chomsky che, grazie ad Internet, diventa l'autore più letto negli Usa sull'11 settembre. Si pensi anche al materiale che giornalisti, autori e politici, anche non discriminati, raccolgono nei loro blog, nelle loro pagine su Facebook o su Twitter e alle comunità virtuali che si organizzano intorno a loro. Si pensi anche alla censura bucata in Cina e in Iran, grazie alla rete.

Insomma, ci sono i "contro", ma ci sono anche i "pro". La crisi dei giornali è preoccupante. Il fatto che il quotidiano più prestigioso del mondo, il New York Times, possa anche solo discutere della sua chiusura mette tristezza. Ma qui, oltre alla rete, oltre alla concorrenza che gli stessi quotidiani fanno a se stessi attraverso i loro siti (cannibalizzandosi, dice Keen), incide la crisi economica e il peso tipico di una transizione, che non sappiamo ancora quali assetti troverà. Può essere la fine dei giornali o l'occasione di una loro grande riforma. Leggere su carta continua ad essere ancora molto comodo, specie per quanto riguarda gli articoli di approfondimento. Potrebbe essere una idea quella di giornali che non ti dicono tanto cosa è successo, quanto ti spiegano come e perchè è successo e cosa succederà. Le news sulla rete e le analisi, gli approfondimenti, le inchieste sulla carta e poi tutto in un archivio digitale consultabile online. Gli articoli in rete sono importanti non tanto per essere letti, quanto per essere conservati e consultati.

Riguardo i dilettanti che uccidono la cultura, mi sento quanto meno corresponsabile. Da anni sto facendo questo: scrivo nelle liste di discussioni, nei forum ed ora pure nei blog. Senza nessuna preparazione, competenza specifica, senza alcun titolo. Mi siedo davanti al computer e pontifico su quel che mi passa per la testa. E qui il mio testo vale quanto quello di Eugenio Scalfari. In verità, non è proprio così: il sito di Repubblica avrà un milione di accessi, io forse una decina. Ed anche tra i blog, i più visitati, quelli della classifica nazionale o mondiale dei primi cento, sono quasi tutti tenuti da autori professionisti che dispongono anche dei mezzi per offrire contenuti interessanti. Io non sarò mai competitivo nè con l'Huffington post, nè con Beppe Grillo, ma neanche con Paolo Attivissimo che pure risiede su Blogger (blogspot).

Milioni e milioni di blogger, e in particolare quelle migliaia che hanno la costanza di non chiudere, possono scrivere e divulgare molte idiozie e con ciò invadere del loro rumore la cultura, come magari sto facendo io in questo istante. Ma tutte queste persone non sono solo materiale di lettura, sono anche materiale di scrittura. In tutta onestà, non potrei dire a chi passa eventualmente di qui, che se mi legge ne saprà di più. Però, sono io che scrivendo ne saprò di più. Per scrivere, penso, metto ordine nella mia testa, mi sorge qualche idea, mi emancipo dalla mancanza di ispirazione e sono pure indotto a leggere meglio, così come chi fa attività fisica, senza nulla togliere all'agonismo sportivo, è indotto a mangiare meglio. Insomma, milioni o anche solo migliaia di persone che si mettono a scrivere sulla pagina bianca del loro monitor, produrranno si poca o tanta cacofonia a danno di chi sa veramente scrivere, come il signor Andrew Keen (che si legge agevolmente e piacevolmente), ma produrranno anche il miglioramento di se stesse, della loro cultura, e con ciò, della cultura.

(9 luglio 2010)

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