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Stato-mafia, petizione del Fatto per i pm

Ho aderito alla petizione del Fatto Quotidiano a sostegno dei pm di Palermo, della loro inchiesta sulla trattativa stato-mafia. E' vero che a rigore l'azione della magistratura deve trovare il suo fondamento nella legge e non nel consenso dell'opinione pubblica. Ma ciò implica che gli inquisiti non organizzino il dissenso e non intraprendano iniziative volte a ostacolare e delegittimare le inchieste. Quando gli inquisiti sono politici, essi non esitano a politicizzare la loro vicenda giudiziaria accusando la magistratura di fare politica o comunque di agire in modo illegittimo. Nel caso dell'inchiesta di Palermo addirittura il presidente della repubblica ha deciso di sollevare di fronte alla Corte Costituzionale un conflitto di attribuzione contro la procura di Palermo, poichè essa non ha distrutto immediatamente le intercettazioni telefoniche tra l'intercettato Nicola Mancino, indagato per falsa testimonianza e il capo dello stato. Distruzione non disposta da nessuna legge. In questo contesto diviene lecito e persino doveroso che altri soggetti della politica, dell'informazione, della società civile intraprendano iniziative volte a sostenere l'azione giudiziaria che gli inquisiti e i loro sostenitori vorrebbero indebolire, neutralizzare, impedire.

Perciò, non ha fondamento l'accusa di eversione mossa al Fatto e ai pm di Palermo, da Piero Sansonetti. Il principio di separazione dei poteri è messo a repentaglio in primo luogo da chi si contrappone all'indipendenza della magistratura, per scardinare un altro principio costituzionale: l'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. L'articolo qui citato riprende il principale argomento contro i giudici dai tempi di Tangentopoli: Il potere della magistratura si è mostruosamente espanso, ha invaso il campo del potere politico. Ma non sono state approvate leggi che hanno aumentato il potere della magistratura. Nè i magistrati si sono attribuiti poteri abusivi. Se lo si sostiene bisogna dimostrarlo. L'articolo, come il suo genere letterario di appartenenza, non lo dimostra. A sostegno si ricorre a prove indirette: la caduta extraparlamentare di tre governi (Berlusconi primo, Prodi secondo e, seppure di rimbalzo, Berlusconi terzo col caso Ruby) e anche la caduta di numerose giunte e consigli regionali (valga per tutti l’esempio barbarico della persecuzione contro Ottaviano Del Turco).

In verità, i governi cadono quando la loro maggioranza è divisa. E la loro maggioranza si divide quando perde il consenso. Berlusconi non fu certo abbattuto dall'invito a comparire inviatogli dalla procura di Milano, mentre presiedeva il G7 a Napoli. La maggioranza del primo governo Berlusconi si presentò divisa già alle elezioni, con un polo della libertà al nord (Forza Italia-Lega Nord) e un polo del buon governo al sud (Forza Italia-An). Il governo di centrodestra fu travolto dalle proteste contro la riforma delle pensioni, motivo per cui la Lega, sentendosi penalizzata dal rapporto privilegiato con An, tolse la fiducia anche in considerazione del peso specifico della classe operaia al nord. Il secondo governo Prodi non fu abbattuto dall'arresto della moglie di Clemente Mastella, ma da una caduta verticale di consensi dovuta all'indulto e ad una esosa finanziaria di risanamento. Oltre che dal conflitto latente tra il presidente del consiglio e il nuovo segretario del partito democratico, Walter Veltroni il quale annunciò una trattativa con Berlusconi per giungere all'approvazione di una legge elettorale che avrebbe permesso al Pd e al Pdl di presentarsi da soli alle elezioni successive. Vero motivo per cui, Mastella rovesciò il tavolo e anche il governo. Il terzo governo Berlusconi, come è noto, non è caduto per via di Noemi, Patrizia D'Addario, o Ruby, ma per aver perso per strada Gianfranco Fini e non aver retto la prova della crisi finanziaria. Proprio con la caduta del governo ci siamo dimenticati di Ruby ed abbiamo conosciuto lo spread.

Che la magistratura abbia accresciuto il suo potere, è solo un effetto ottico. E c'entrano ben poco i giornali e l'opinione pubblica. Basti dire che oggi tutti i giornali sono schierati con il presidente della repubblica. In realtà è il potere politico ad aver diminuito il proprio, anzi più precisamente ad aver perduto credibilità, per via della dimensione endemica dalla corruzione politica, che fa un giro di affari di 60 miliardi, per la collusione con la criminalità organizzata, che riguarda almeno un quarto del territorio, e per gli elevati costi della politica, non giustificati da capacità e competenza di governo. La politica prima non ha creato sviluppo, poi non ha protetto i cittadini dalla crisi. Così, rispetto ai suoi privilegi e alle sue illegalità, la politica è meno protetta. E' più facile che un imprenditore denunci, che un mafioso parli. E di fronte ad una notizia di reato un magistrato ha il dovere di procedere, non può preoccuparsi che non cada il governo, che il tal politico non abbia stroncata la carriera, che il tal partito perda le elezioni. Di fronte ad una notizia di reato un magistrato deve applicare la legge, non mettersi a fare valutazioni di opportunità politica. E' paradossale che i magistrati siano accusati di essere politicizzati, proprio perchè non tengono conto delle ragioni di opportunità politica dei loro inquisiti.

La politica ha tutti i mezzi per tutelarsi. Anche troppi. La destra non ha esistato ad usarli: ha depenalizzato reati, ha allungato i tempi della prescrizione. Ha approvato una serie di leggi, alcune bocciate dalla corte costituzionale, per favorire o per sottrarre l'imputato Berlusconi ai processi. La politica può ripristinare l'immunità parlamentare.

Un editorialista può pure scrivere che la trattativa tra stato e mafia fu sacrosanta perchè servì per salvare vite umane (ma c'è chi pensa invece che servì per salvare le vite dei politici, spostando il mirino su magistrati e cittadini, a cominciare dall'assassinio di Paolo Borsellino perchè contrario a qualsiasi trattativa). E' una legittima opinione dell'editorialista. Che risponde al suo senso dell'opportunità. A fondamento dell'azione giudiziaria però c'è la legge. Al magistrato interessa valutare se con quella trattativa si sono commessi reati. Per il politico, per l'editorialista, potrà esistere il reato sacrosanto. Per il magistrato no. Chi pensa che la trattativa sia stata giusta, non deve chiedere ai magistrati di non indagare, deve chiedere al potere politico di mettere il segreto di stato.

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