di Maria Rossi


L'articolo dedicato da Beatriz Preciado alla critica della legge sull'abolizione della prostituzione, recentemente promulgata in Francia, si configura, a mio parere, come un'autentica apologia del capitalismo biopolitico, come un panegirico della mercificazione di ogni parte e di ogni liquido prodotto dal corpo femminile, come una rivendicazione della negoziabilità di fluidi, organi, pratiche corporee delle donne, tutti sfruttabili e sussumibili nel processo di valorizzazione capitalista. Della donna, come del maiale, si potrebbe dire, parafrasando con cinica amarezza un detto popolare, non si butta via niente, nel senso che la si usa tutta come merce da consumare. Preciado si rammarica della fine dei bucolici tempi in cui fluidi, organi e pratiche corporee femminili erano liberamente disponibili sul mercato.


Esclusi - scrive - [nella modernità] dal campo di applicazione del sistema produttivo in nome di una definizione che li rendeva beni naturali inalienabili e non negoziabili, i fluidi, gli organi e le pratiche corporee delle donne sono state oggetto di un processo di privatizzazione, cattura ed espropriazione che si confermano al giorno d’oggi attraverso la criminalizzazione della prostituzione.

Le scelte lessicali della celebre teorica queer destano più di una perplessità. L'applicazione del termine privatizzazione a fluidi come il latte, organi e pratiche corporee è alquanto incongrua, in quanto con questo vocabolo si designa il processo economico che comporta il trasferimento della proprietà di un ente o di un'azienda dal controllo statale a quello privato. In che senso latte e organi umani verrebbero ceduti dallo Stato ai singoli individui? E in che senso questa operazione potrebbe definirsi un'espropriazione, ossia una privazione della proprietà o di altro diritto reale, imposta dallo Stato, dietro indennizzo, per ragioni di pubblico interesse? Il periodo pare illogico. Inoltre, oggetto di privatizzazione sono enti e imprese, non esseri umani. Non si possono considerare questi ultimi alla stregua di beni alienabili!

Sia pure con lemmi impropri, Preciado ha inteso esprimere però un concetto ben preciso. Il suo cruccio è che alla fine del XVIII secolo liquidi e organi del corpo femminile siano stati sottratti al sistema produttivo e allo spazio pubblico, privati del loro valore di scambio, dichiarati intangibili e destinati ad essere consumati (il latte) e usati (gli organi) nella sfera privata. Benché più chiaro, il periodo rimane inquietante proprio per la rivendicazione e la glorificazione della mercificazione di ogni singola parte del corpo femminile.

Lo stesso passo ècaratterizzato da altre scelte terminologiche confuse e contemporaneamente allarmanti, come l'accostamento dell'espressione beni naturali inalienabili e non negoziabili ai fluidi, organi e pratiche corporee delle donne. Ora: i beni sono cose che possono formare oggetto di diritti (art. 810 del Codice Civile) o, in un'accezione economica, oggetti disponibili in quantità limitata, reperibile e utili, cioè idonei a soddisfare una domanda. Dunque, secondo Preciado, gli organi, i fluidi e le pratiche corporee delle donne sarebbero null'altro che cose, oppure oggetti disponibili, reperibili sul mercato e atti a soddisfare la domanda. E' questo il nuovo modo di declinare il femminismo e l'anticapitalismo?

Vi risparmio le mie considerazioni sul concetto di beni naturali, altrettanto impropriamente impiegato, mentre una breve riflessione merita l'uso senza specificazioni dei vocaboli fluidi ed organi. Dovremmo inferirne che Preciado propugna l'inserimento sul mercato e la conseguente alienazione di sangue, reni, porzioni di fegato? Sono sicura di no, ma l'assenza di aggettivi che qualifichino i sostantivi impiegati potrebbe suscitare fraintendimenti.

La teorica queer lamenta l'espulsione dalla sfera economica, ossia la sottrazione alla mercificazione, tanto dell'allattamento al seno dei bambini altrui, quanto delle pratiche sessuali femminili (prostituzione) e ci offre una sintetica ricostruzione storica del baliatico solo parzialmente corretta. Fino al XVIII secolo, osserva, le donne della classe operaia si guadagnavano da vivere come balie dei bimbi delle famiglie aristocratiche o borghesi, finché lo scienziato Carlo Linneo pubblicò un pamphlet intitolato La nutrice malvagia in cui esortava le donne ad allattare al seno i propri figli per evitare contaminazioni di razze e classi attraverso la suzione del latte e invitava i governi a vietare per queste ragioni la pratica del baliatico. La dissertazione di Linneo avrebbe condotto alla criminalizzazione delle nutrici, alla svalutazione del lavoro delle donne e alla loro reclusione nello spazio domestico".

La ricostruzione offertaci da Preciado presenta errori che vale la pena rilevare, semplicemente per dimostrare quanto edulcorata e poco corrispondente alla realtà sia la rappresentazione dell'attività e della vita della balia, così come - lo vedremo in seguito - quella della donna prostituita.

L'allattamento al seno (balie da latte) e talvolta l'allevamento per alcuni anni dei bambini altrui (balie da pane) nell'età moderna era praticato soprattutto dalle contadine, tra le quali costituiva una (non la sola) delle numerose occupazioni cui dovevano attendere e una fonte di integrazione del reddito. Non mancavano però le balie residenti in città, che non appartenevano però alla classe operaia.

Alla cura delle nutrici venivano affidati i bambini dei brefotrofi che potevano essere accolti nelle abitazioni delle balie oppure essere allattati e allevati all'interno degli ospedali. In quest'ultimo caso le donne assunte erano costrette ad abbandonare per un lungo periodo le proprie case, le proprie famiglie e qualsiasi altra attività. Olwen Hufton nel saggio Donne, lavoro e famiglia pubblicato nel volume Storia delle donne. Dal Rinascimento all'età moderna sostiene che le nutrici assunte dai brefotrofi si collocavano al livello più basso della categoria ed erano esposte al serio rischio di contrarre dai neonati malattie sessualmente trasmissibili come la sifilide.

Alle balie affidavano i figli gli aristocratici, gli esponenti del ceto medio cittadino che ritenevano che l'aria della campagna rendesse il latte delle nutrici più sano e corroborante e le lavoratrici impegnate in attività che si svolgevano in ambienti insalubri e pericolosi, impedendo loro di allattare i neonati. In questo caso si trattava di una pratica alternativa all'abbandono temporaneo dei lattanti al brefotrofio. Per le donne aristocratiche, invece, il ricorso alle nutrici era determinato dall'adempimento degli obblighi sociali, da ragioni estetiche, ma, soprattutto, dall'imposizione dei "doveri coniugali". Era infatti diffusa la convinzione che i rapporti sessuali durante l'allattamento corrompessero il latte e danneggiassero le facoltà cognitive del neonato e, poiché il matrimonio era finalizzato alla riproduzione, gli uomini (e sottolineo: gli uomini) decidevano di ricorrere alle balie per evitare di privarsi dei servizi sessuali delle mogli per troppo tempo (almeno 18-24 mesi). La storica Christiane Klapish-Zuber in La famiglia e le donne nel Rinascimento a Firenze sottolinea, a tal proposito, l'importanza dei valori patriarcali che riservavano ai padri le decisioni sullo svezzamento dei figli, riducendo al minimo l'influenza delle madri.

Inoltre i contratti di baliatico venivano stipulati solitamente tra uomini: tra i membri della commissione ospedaliera, oppure il capo famiglia che consegnava il figlio alle cure della nutrice e il marito di quest'ultima (il bayulo), che incassava i proventi del lavoro della moglie. Pertanto l'affermazione di Beatriz Preciado secondo cui "il latte" nel XVIII secolo "cessa di appartenere alle donne per appartenere allo Stato" non ha alcun fondamento, perché il "prezioso liquido biopolitico", per usare l'espressione della teorica queer, non apparteneva né allo Stato, né alle donne che lo producevano, ma era di proprietà dei mariti.

Gli aristocratici potevano consegnare i loro figli ( a Firenze le femmine) alle nutrici di campagna, oppure potevano ospitare le balie nelle loro dimore (nel capoluogo toscano per far loro allattare i maschi). Le nutrici ospitate nei palazzi dei nobili possono definirsi privilegiate rispetto alle altre: percepivano un buon salario e non erano sottoposte ad eccessive fatiche. Tuttavia, la loro esperienza comportava sacrifici non lievi: erano costrette ad abbandonare la famiglia e il proprio neonato, affidato ad un'altra donna, per almeno 18 mesi. I rapporti sessuali erano loro preclusi, perché, come affermava un medico: "una nutrice deve essere considerata soltanto come una mucca da latte. Dal momento in cui perde questa qualità, essa deve essere immediatamente licenziata". [citato da Yvonne Knibiehler, Corpi e cuori, in Georges Duby, Michelle Perrot, Storia delle donne. L'Ottocento, p.331].

La mortalità dei neonati affidati alle balie era molto elevata. Nel 1870, nel Morvan, in Francia, la morte colpiva dal 65% al 70% dei bambini assistiti dalle nutrici provenienti da Parigi, il 33% dei bimbi affidati alle balie, ma di origine locale, e il 16% dei bambini allattati dalle mamme. Oberate da impegni e occupazioni di ogni genere, le nutrici non potevano consacrare troppo tempo alla cura dei lattanti. [Ibidem, p.331] Ma le cause fondamentali dell'alto tasso di mortalità erano da imputare soprattutto alle condizioni malsane delle abitazioni e alla scarsità di igiene che generava malattie allora incurabili che colpivano soprattutto i bambini di costituzione più debole.

Quando declina la pratica del baliatico? La dissertazione di Linneo assume davvero un'importanza cruciale? In Italia, per la verità, fin dal Quattrocento medici e predicatori avevano criticato aspramente l'affidamento dei lattanti alle nutrici, senza che ciò esercitasse la minima influenza sulla diffusione di questa consuetudine. Le critiche vennero riprese alla fine del Seicento e soprattutto nel Settecento, nell'età dei Lumi e furono, soprattutto, i philosophes come Jean-Jacques Rousseau e Pietro Verri ad enucleare una serie di prescrizioni da imporre alle donne, concepite esclusivamente come madri, come il dovere di allattare i propri figli per garantirne il corretto sviluppo e per arginare l'allarmante fenomeno della mortalità infantile. Ancora una volta era la cultura maschile, nell'esercizio di un'egemonia di lunga durata, a definire le qualità femminili da promuovere e da approvare. Carmela Covato nel saggio Fra norma e cura. Madri e padri nel secolo dei lumi riconduce il declino del baliatico alla preoccupazione di arginare l'elevato tasso di mortalità infantile manifestata dagli intellettuali illuministi e dai ceti dirigenti che nel Settecento mostrarono un'inedita attenzione per le politiche demografiche e sostiene che questa interpretazione sia condivisa da quasi tutti gli studiosi. Tuttavia, la preoccupazione dei governi per l'incremento della popolazione produsse anche esisti diversi. In Francia, dopo la disfatta di Sedan nel 1870, si ritenne indispensabile combattere efficacemente la mortalità infantile per accrescere il numero dei futuri coscritti e garantirsi la rivincita contro la Prussia, dai cui provvedimenti sociali si attinse ispirazione. Così, nel 1874 venne promulgata la legge Roussel che stabiliva che le nutrici dovessero essere sottoposte al controllo dei medici ispettori per garantire che il lattante venisse allevato nelle migliori condizioni igieniche. Per la storica Yvonne Knibiehler, da cui ho tratto queste informazioni, non sono le critiche degli illuministi e la loro mistica della maternità a decretare la scomparsa della pratica del baliatico, quanto piuttosto la diffusione del biberon nel Novecento. Anche Giovanna Fiume osserva come il ricorso al baliatico proseguì nel secolo dei lumi presso i ceti aristocratici e borghesi, mentre nell'Ottocento si diffuse tra le famiglie operaie, soprattutto nelle grandi città. [Giovanna Fiume, Nuovi modelli e nuove codificazioni. Madri e mogli fra Settecento e Ottocento, in Marina D'Amelia (a cura di), Storia della maternità, Laterza, Bari, 1997, p.91]. Nella campagna lombarda, ad esempio, ma anche in quella bellunese, il baliatico diventò una pratica frequente proprio nel corso dell'Ottocento, a causa del deterioramento delle condizioni di vita delle famiglie contadine e della polverizzazione del regime fondiario, che rese l'allattamento mercenario una indispensabile fonte di integrazione. A questo proposito scrive Elena De Marchi: "Le donne di campagna si potrebbero modernamente definire come una manodopera "flessibile" all'interno dell'aggregato domestico, adatta a svolgere attività diverse nell'arco della vita, senza risparmio di fatica. Se la nascita di nuovi mestieri e di nuovi ruoli femminili fa pensare alla pianura dell'Olona come un territorio in rapido cambiamento, al contrario l'autorità esercitata dai padri, dai mariti, dai fratelli, all'interno della famiglia, non fu minimamente scardinata. Ritroviamo spesso le figure maschili a ritirare i salari femminili nelle filande locali, i mariti delle balie a riscuotere semestralmente le sovvenzioni in "roba e denaro" presso il brefotrofio di Santa Caterina [...] Che, tra la seconda metà del Settecento e la prima metà dell'Ottocento, un rapido mutamento avesse coinvolto e scosso il mondo rurale è indiscutibile, tuttavia i rapporti di potere all'interno della famiglia e della società rimasero ancora pressoché immutati". [Elena De Marchi, Dai campi alle filande. Famiglia, matrimonio e lavoro nella "pianura dell'Olona" 1750-1850, Franco Angeli, Milano, p.312].

L'affidamento dei poppanti alle nutrici proseguì quindi nell'Ottocento, a dispetto delle veementi critiche degli Illuministi che lo consideravano una pratica innaturale. Le convinzioni dei philosophes, tuttavia, vennero progressivamente recepite dagli aristocratici e dai borghesi che nel XIX secolo ricorsero sempre meno di frequente alle balie, a differenza delle lavoratrici e ciò determinò, evidentemente, una riduzione del salario delle balie, ossia una svalutazione della loro attività, come osserva Beatriz Preciado. Tuttavia, la storica Olwen Hufton, che constata la presenza di questo fenomeno in Francia, aggiunge che, più che alla propagazione delle idee degli illuministi, la diminuzione della pratica del baliatico vada attribuita al fatto che, progressivamente, soltanto le donne povere che non potevano trovare altre fonti di sostentamento presero in considerazione la possibilità di diventare nutrici. Esse non erano adatte, peraltro, a soddisfare la domanda delle famiglie benestanti che desideravano rivolgersi a contadine sane e robuste che abitassero in belle fattorie. [Olwen Hufton, Donne, lavoro e famiglia, in Georges Duby e Michel Perrot (a cura di), Storia delle donne. Dal Rinascimento all'età moderna, pp.42-43].

Il declino della pratica dell'allattamento mercenario non comportò una svalutazione generale del lavoro delle donne, per il motivo, assai semplice, che quest'ultimo è sempre stato sotto remunerato e ipersfruttato e che il salario femminile veniva riscosso o consegnato ai padri o ai mariti. Né si può affermare come fa Beatriz Preciado che la scomparsa del baliatico abbia determinato la reclusione delle donne nello spazio domestico, in primo luogo perché quella di balia era di per se stessa un'attività che si svolgeva in casa, tranne che per le nutrici interne ai brefotrofi, e inoltre perché costituiva soltanto una delle numerose occupazioni cui erano addette le donne.

Questo rapido quadro dovrebbe indurci a comprendere quanto poco giustificato sia il rimpianto di Preciado per l'epoca in cui vigeva la pratica del baliatico. Erano bei tempi quelli in cui le nutrici venivano considerate "mucche da latte", i neonati morivano come mosche, alle lavoratrici era concessa come unica alternativa quella di affidare i figli a una balia o abbandonarli temporaneamente all'orfanatrofio, le donne erano gravate da mille impegni, lavoravano come dannate e i mariti passavano all'incasso? Nemmeno l'appartenenza all'aristocrazia garantiva un'esistenza così spassosa e divertente, dal momento che le donne benestanti trascorrevano l'esistenza tra adeguamenti ai doveri coniugali, gravidanze e parti che si susseguivano a ciclo continuo, costituendo quasi una sorta di catena di montaggio della nobiltà.

Se la rappresentazione dell'esistenza e dell'attività delle nutrici da parte di Beatriz Preciado appare idilliaca, quella della condizione delle prostitute sembra appartenere al regno della patafisica, tanto è assurda.

Per le definizioni la teorica queer si avvale del linguaggio marxista, impiegato però in modo improprio e scombinato, cosicché la figura della prostituta viene dipinta come un ircocervo capitalista sfruttato e precario, dotato di carne produttiva subalterna. (Gulp!).

Questa smisurata confusione deriva dall'uso errato dell'espressione "mezzi di produzione" che indicano quei mezzi (macchine, utensili, materie prime, terre), di proprietà dei capitalisti, che, attraverso l'applicazione della forza lavoro dei dipendenti, vengono impiegati per ottenere prodotti finiti a valore aggiunto. Di conseguenza, affermare che "la questione marxista della proprietà dei mezzi di produzione trova, nella figura della sex worker, una modalità esemplare di sfruttamento" non ha alcun senso, in quanto non si è mai visto un capitalista (vale a dire un proprietario dei mezzi di produzione) sfruttato! Al massimo potrà autosfruttarsi, se svolge nella propria azienda le stesse mansioni di un dipendente! E quali sarebbero poi questi famosi mezzi di produzione della prostituta? Le "risorse affettive, linguistiche e somatiche"? Ma neanche per idea! Queste semmai potrebbero configurarsi come la somma delle attitudini fisiche ed intellettuali che compongono la forza lavorativa, la quale, però, per riferirci ancora a Il capitale, è separata dalla persona che la possiede, sicché a costituirsi come merce è la capacità di lavoro, non l'individuo. Soprattutto, nutro seri dubbi sul fatto che i clienti si rivolgano alle prostitute per fruire delle loro competenze linguistiche e affettive. Riprenderò fra poco questo punto.

Per ora osservo come secondo Beatriz Preciado la principale ragione dell'alienazione della prostituta va individuata non tanto nell'estrazione del plusvalore dal suo lavoro, bensì nel disconoscimento della sua soggettività economica e politica. Si dà il caso, però, che nei Paesi Bassi e in Germania, Stati che hanno proceduto alla regolamentazione della prostituzione, le condizioni di vita delle donne che praticano rapporti mercenari siano a dir poco pessime, come ho già dimostrato in altri articoli. L'alienazione, lo sfruttamento, l'oppressione e, soprattutto, la violenza sono infatti strettamente connesse all'esistenza stessa della prostituzione. Sono gli stessi clienti, infatti, a non riconoscere le donne prostituite come esseri umani, ma a concepirle come merci da consumare, come oggetti sessuali da dominare. Altro che soggetti economici e politici! "Carne produttiva subalterna", appunto, per usare un'espressione di Preciado. Subalterna e sfruttata da qualsiasi uomo lo desideri e che si erge a suo padrone sessuale. E' giusto che esista una categoria di donne ridotta a mera carne, subordinata a chiunque?

Nel suo articolo Preciado si produce in una crepitante serie di paragoni virtuosistici e illusionistici, allo scopo di generare una sorta di "poetica della meraviglia" che colpisca il lettore distogliendolo da ogni considerazione critica sulla realtà della prostituzione, che viene abilmente rimossa. La sex worker - afferma- è un'osteopata, manipolatrice di muscoli, un'attrice che simula il desiderio (ma non si era scritto, qualche riga prima, che il corpo della prostituta è fonte di verità?), una pubblicista, o meglio, un'addetta alle pubbliche relazioni, quasi si trattasse di una persona che intrattenesse i clienti in piacevoli conversazioni sulla metafisica (o sulla patafisica?) e sulla fenomenologia dello spirito.

In conformità con la teoria degli atti locutori, Preciado pretende di produrre una realtà che al contempo occulta la crudezza dell'esperienza raccontata da tante ex prostituite, un'esperienza che rimane scolpita nei loro corpi, ad esempio in quelli di quel 68% di donne affette da sindrome da stress post-traumatico, tipica di chi ha subito violenze sessuali, di cui pare non importar nulla a nessuno. Di stupri (il 57% li ha subiti, secondo i dati riportati da uno studio di Melissa Fraley), di aggressioni fisiche (71%), di minacce con le armi (64%), di omicidi, di tasso di mortalità elevatissimo non c'è traccia nell'articolo di Beatriz Preciado.

E non viene neppure menzionata la penetrazione che pure costituisce l'essenza della prostituzione. Non si era detto che un pezzo di corpo vale l'altro, che tutti possono essere immessi sul mercato? Non si era rimpianta forse l'esclusione degli organi dal sistema produttivo? E allora perché una così ferrea volontà di negare che la sex worker venda il proprio corpo? E' come se Beatriz Preciado si fosse impegnata fino allo spasimo, adottando una strategia elusiva, a sottrarre materialità e concretezza all'esperienza della prostituzione per renderla asettica, banale, attraente, senza però riuscire a convincere pienamente neppure se stessa.

Il grado piùelevato di mistificazione viene raggiunto nella definizione del lavoro sessuale come "risultato della cooperazione tra soggetti viventi basata sulla produzione di simboli, linguaggio ed emozioni". Ad essere occultato è l'esplicito rapporto di dominio che sussiste tra prostituita e cliente prostitutore che pretende di consumare nel modo che preferisce una merce che ha pagato. Ancora una volta, poi, viene celata l'essenza della prostituzione che consiste appunto in atti di penetrazione reiterati non desiderati e non certo nella produzione di simboli e vengono impiegate espressioni raffinate e asettiche, politically correct, per mascherare la realtà.

I linguaggi e le emozioni prodotte da un rapporto mercenario sono infatti di questo genere:

In definitiva... da questo tipo di troie devi andare solo per infilargli lo spiedo nel culo... lasciando perdere tutto il resto.Testata ieri, missilazzo intercontinentale. Periziata, il test è ancora in corso.
E' una bella manza, la vado a trovare e glie lo butto nel culo.
Sfondato il culo.
Ottimo investimento per svuotate di emergenza. Per quanto si lamenti non lo fa mai con determinazione, ci prova e se come me non battete ciglio andate avanti nello sfondamento. Non è entusiastica, ma ricordate che state chiavando una rumena. La pecorina nonostante lei si lamentasse mi ha dato soddisfazione e quando parlava troppo sfondandole la fregna le ho fatto capire che era meglio stare zitta che con me non attaccava. Consiglio solo agli amanti delle zoccolacce rumene.
Per quel poco di romeno che mi sono trombato in questi anni, mi sento di concordare con l'atteggiamento di sfondafregne... visto che noi andiamo da loro con i soldi veri e loro, per tutta risposta, cercano di incularti prima possibile... invito tutti gli amanti della sorca romena a spaccare loro il culo per bene senza ritegno.

Potrei proseguire per ore con questi brani che più che recensioni di rapporti sessuali, paiono descrizioni di invasioni militari e di atti di colonizzazione del corpo delle escort . (Questi passi li ho tratti infatti da escort forum). Il linguaggio impiegato, oltre che ultra sessista e razzista, è infatti bellico per questa ossessione aggressiva per lo sfondamento, per la rottura del "fronte nemico". Ai lamenti, alle manifestazioni di dolore delle ragazze questi clienti reagiscono esercitando una violenza ancora maggiore. La volontà di soggiogare, di imporre il proprio dominio alle escort è evidentissima. Come definireste questi rapporti? Una forma di cooperazione tra soggetti viventi? Non vi sembra mistificante una simile espressione?



di Maria Rossi


Limitarsi alla difesa della legge 194 è controproducente - si sostiene in un recente articolo su incroci de-generi e rischia di produrre l'adeguamento all'indirizzo antiabortista ed abolizionista (della prostituzione), seguito rispettivamente dalla Spagna e dalla Francia. 
Non si comprende perché battersi per il mantenimento di un diritto: quello d'aborto debba condurre alla sua soppressione o all'abolizione della prostituzione, che non ha alcuna attinenza con l'argomento in questione, né risulta chiaro perché ci si ostini ad accomunare in modo totalmente arbitrario e illogico quest'ultimo orientamento al movimento pro-life. Del resto questa non è l'unica incongruenza di un articolo che, pur animato da buone intenzioni, appare costellato da incoerenze, fraintendimenti e ossimori concettuali.

Più che battersi per la conservazione di una legge: la 194 che riconferma la funzionalità della donna alla riproduzione sociale - si afferma - sarebbe necessario rivendicare, come faceva Carla Lonzi, una sessualità libera dal dogma della procreazione e, in generale, esigere il diritto alla costruzione di una soggettività che sia dotata degli strumenti, inclusi quelli economici, (disponibilità di un reddito) necessari all'esercizio della scelta di generare o meno figli e di disporre del proprio corpo, incluso quali parti mettere a valore, senza dover essere costretta a riprodurre l'ordine sociale funzionale a quello economico
Per sostenere questa tesi si cita Carla Lonzi, che viene così, anche se non in modo esplicito, indebitamente accostata alle femministe sostenitrici della prostituzione. Ciò deriva, a mio parere, da un'interpretazione riduttiva e, quindi, travisante, del suo pensiero. Secondo l'autrice dell'articolo in questione, Lonzi andrebbe annoverata tra le femministe che, negli anni Settanta, si batterono per l'affermazione di una sessualità libera non soggetta alle necessità di riproduzione della famiglia e dello Stato, espressioni del patriarcato. Quel che colpisce in questo testo è la totale assenza del protagonista del rapporto eterosessuale: l'uomo. La sessualità maschile sembrerebbe, infatti, configurarsi come una semplice espressione di conformità e obbedienza agli imperativi categorici della riproduzione imposti dalla famiglia e dallo Stato. Quasi che, senza le ingiunzioni del Leviatano e del capitale, l'uomo fosse ben disposto a rinunciare a una sessualità procreativa incentrata sul coito, dalla quale - ne discende come conseguenza - non ricaverebbe un gran piacere. Ciò non corrisponde però al pensiero di Carla Lonzi, che in Sessualità femminile e aborto invitava le donne a porsi questa domanda cruciale:

Per il piacere di chi sono rimasta incinta? Per il piacere di chi sto abortendo?

e osservava come questo interrogativo contenesse i germi della nostra liberazione: formulandolo, le donne abbandonano l'identificazione con l'uomo e trovano la forza di rompere un'omertà che è il coronamento della colonizzazione.
E ancora:

Ugualmente l'uomo fa l'amore come un rito della virilità e alla donna accade di restare fecondata nel momento stesso in cui le viene sottratto il suo specifico godimento sessuale, nel momento in cui si compie l'atto che la rende sessualmente colonizzata.

La sessualità meramente finalizzata alla riproduzione costituisce per Carla Lonzi l'espressione di una società patriarcale che blocca le donne in una posizione subordinata e servile che scaturisce dall'idealizzazione dell'uomo e dal disprezzo di sé.

Nel mondo patriarcale, cioè nel mondo dove la donna viene immobilizzata in una condizione subalterna e servile attraverso una mitizzazione dell'uomo e una svalutazione di sé sistematicamente sollecitate da ogni istante della vita privata e sociale, l'uomo ha imposto il suo piacere. Il piacere imposto dall'uomo alla donna conduce alla procreazione ed è sulla base della procreazione che la cultura maschile ha segnato il confine tra sessualità naturale e sessualità innaturale, proibita o accessoria e innaturale.

Non sono dunque le necessità di riproduzione della famiglia o dello Stato ad imporre modalità sessuali procreative, ma è l'uomo stesso che appaga in tal modo il suo desiderio, provocando l'assoggettamento della donna alle sue istanze di godimento. E' questo tipo di sessualità a generare in lui l'idea della propria superiorità e a dar vita alla famiglia patriarcale autoritaria, anziché il contrario.

Una può chiedersi: cos'è che manca nella elaborazione della teoria socialista che il femminismo avrebbe potuto apportare?- si chiede Carla Lonzi nel saggio La donna clitoridea e la donna vaginale - Noi rispondiamo: per esempio, questo: che la subordinazione della donna è sancita nell'atto sessuale del coito da cui l'uomo trae la convinzione naturale della sua supremazia, che questo è il presupposto della famiglia patriarcale autoritaria, oppressiva e antisociale [...]

E' a questo punto evidente come Lonzi auspichi l'affermazione di una sessualità clitoridea, o meglio, polimorfa non asservita alle istanze di godimento maschili, che si realizzi nell'incontro tra due soggetti umani, la donna e l'uomo, e i loro sessi e non tra il sesso di un soggetto egemone e il suo strumento. (Sessualità femminile e aborto). 
Ora: cos'è la prostituzione se non la riduzione di chi la pratica a mezzo per l'appagamento dei desideri dei clienti, ad oggetto sottomesso alla loro volontà di dominio? Come si può quindi far riferimento al pensiero di Carla Lonzi in un articolo che rivendica la messa a valore della sessualità? Si tratta di una sorta di ossimoro concettuale! E non si può sfuggire alla contraddizione rilevando che Lonzi criticava la sessualità finalizzata alla procreazione, mentre la prostituzione non tenderebbe a questo scopo. Non è così. I rapporti mercenari, riducendosi ad una serie di atti di penetrazione non desiderati, anziché sovvertire, riproducono e rafforzano il modello sessuale procreativo dominante e la sottomissione delle persone che la praticano, le quali rinunciano alla manifestazione della propria sessualità, alla volontà dei clienti. La prostituzione è un'istituzione patriarcale perfettamente compatibile con il matrimonio e con la famiglia eterosessuale. Lo confermano i clienti. Uno di questi, intervistato da Claudine Legardinier et Saïd Bouamama, teorizza la specializzazione delle prestazioni di servizio, per così dire. Per lui la moglie serve a stirare camicie e a cucinare, la prostituta a far sesso.

Avere una donna che non vi dà nulla a letto, ma che vi offre molte altre cose: un sorriso, un pasto, un abito stirato e da cui non ci si vuole separare. E si va da un'altra ragazza perché a letto non si ha niente. 

Interessante anche la testimonianza di un cliente italiano che, sul sito Gnocca Travel, discutendo dei benefici e degli svantaggi connessi all'eventuale introduzione anche in Italia di una normativa imperniata sulla regolamentazione della prostituzione e quindi sull'apertura dei bordelli, sottolinea come questo provvedimento produrrebbe un maggiore e desiderato assoggettamento delle compagne alla volontà del partner.

Comunque, pro e contro:
pro: finalmente posti decenti e seri dove divertirsi senza varcare i confini nazionali;
contro: per noi nessuno, per le mogli e fidanzate sì, perché dovrebbero abbassare le pretese e iniziare a scopare bene a letto.

Se citare Carla Lonzi nello stesso periodo in cui si rivendica il diritto di mettere a valore gli organi genitali è un ossimoro concettuale, lo è pure indignarsi per la resa della sinistra alle ragioni del capitale per rivendicare poi, con assoluta nonchalance, il diritto di sussumere la sessualità nel processo di valorizzazione capitalista. Non si combatte certo il capitalismo reclamando la sua estensione mercificante ad ogni sfera vitale e ad ogni parte del corpo! Semmai lo si contrasta sottraendo al suo dominio quante più relazioni ed attività possibili, la sessualità innanzitutto!

A questi due ossimori concettuali se ne affianca un terzo: l'accostamento dell'orientamento antiabortista a quello abolizionista, tendenze che sono in realtà antitetiche come ho già sostenuto in altri due articoli. Ispirandomi al pensiero di Carla Lonzi, potrei ora aggiungere che negare alla donna la libertà d'aborto significa far ricadere su di lei la responsabilità esclusiva di un atto che appaga l'uomo e che è stato imposto dalla cultura patriarcale come forma naturale della sessualità. Al contrario: abolire la prostituzione significa cancellare un'istituzione che incarna e riproduce in sommo grado la subordinazione della donna al dominio e al desiderio maschile, l'incontro tra un soggetto egemone e il suo strumento, la riduzione della donna ad oggetto sessuale, il primo concepito dall'uomo, l'archetipo della proprietà privata (Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel). 

Vorrei concludere l'articolo formulando una serie di auspici. Occorre anzitutto mobilitarsi per il mantenimento della legge 194 e per evitarne il completo svuotamento già in atto da tempo a causa dell'abnorme estensione dell'obiezione di coscienza e dell'autorizzazione legislativa concessa (nel Veneto ad esempio) ai volontari del Movimento per la vita di svolgere la loro propaganda nei consultori e nelle strutture sanitarie, per non parlare poi di quel che è appena avvenuto al Parlamento europeo. In un periodo di continua riduzione dei diritti, salvaguardare i pochi rimasti è tutt'altro che inutile! Tuttavia la legge 194 non soddisfa affatto, proprio perché prevede il diritto all'esercizio dell'obiezione di coscienza che, a mio parere, andrebbe abrogato. Ritengo, però, che ci si debba in particolare impegnare per l'affermazione di una sessualità non soltanto svincolata dal dogma della riproduzione e della eterosessualità, ma soprattutto libera dall'asservimento alle istanze di piacere maschili e in grado di manifestarsi come incontro tra soggetti posti su un piano di parità. Infine, è indispensabile che la scelta di riprodursi sia resa effettiva, assicurando quanto meno a chi la voglia intraprendere la disponibilità regolare di un reddito adeguato e l'accessibilità ad un'ampia rete di servizi pubblici. Su questo specifico punto concordo con l'autrice dell'articolo che ho criticato.



di Maria Rossi


C'è chi accosta il movimento antiabortista a quello per l'abolizione della prostituzione, in quanto entrambi lederebbero il diritto all'autodeterminazione delle donne e si configurerebbero come rivendicazioni di proprietà dei loro corpi. Si tratta di un'equiparazione di cui è possibile dimostrare l'arbitrarietà e la fallacia.

Ho già sostenuto in articoli precedenti come l'applicazione del concetto di autodeterminazione all'esercizio della prostituzione sia assai poco pertinente. Non ripeterò qui le considerazioni già svolte.

Osservo invece che si ricorre all'aborto per sottrarsi ad una gravidanza indesiderata. Gli Stati che riconoscono questo diritto ne garantiscono l'esercizio sancendone la gratuità e mettendo a disposizione il personale e le strutture nelle quali l'interruzione della gravidanza viene praticata. Vediamo invece cosa accade nel caso della prostituzione. Secondo uno studio di Melissa Farley, l'89% delle donne prostituite vorrebbe abbandonare la pratica dei rapporti mercenari, ma non può farlo per mancanza di alternative. Nei Paesi Bassi soltanto il 6% dei Comuni ha apprestato servizi di sostegno sociale e professionale per chi desidera fuoriuscire dalla prostituzione, ostacolando così l'esercizio del diritto all'autodeterminazione. Il dato, assai esiguo e comune ad altri Stati che si conformano ai medesimi principi, non dovrebbe destare alcuno stupore. Se la prostituzione viene concepita come una pratica banale, come un lavoro qualsiasi, non si comprende per quale motivo un governo dovrebbe erogare fondi destinati al finanziamento di servizi che offrano alternative a chi la esercita. La banalizzazione della prostituzione impedisce, dunque, la libera esplicazione della volontà di abbandonarla. 

La depenalizzazione o la legalizzazione dell'aborto evita i gravi rischi che derivano dalla sua pratica clandestina e, dunque, garantisce la tutela della salute della donna. Lo stesso effetto di salvaguardia dell'integrità psico-fisica della donna genera l'abolizione della prostituzione, in quanto la violenza è ad essa consustanziale. Ridurne la pratica, come è avvenuto in Svezia, produce un decremento dell'elevato tasso di mortalità, di stupri, di aggressioni fisiche e psicologiche, di disturbi e malattie connesse al suo esercizio. Né vale l'obiezione secondo la quale l'abolizione della prostituzione ne incrementerebbe la pratica clandestina e i rischi connessi. Questo non è accaduto in Svezia. Al contrario, nei Paesi Bassi la stragrande maggioranza della prostituzione è irregolare. Non solo. Le sopravvissute osservano giustamente come questa attività sia per natura sommersa, in quanto, com'è ovvio, i rapporti sessuali si consumano lontano dagli sguardi altrui, rendendo impossibile la prevenzione degli atti di violenza di cui si rende responsabile un certo numero di clienti. Neppure l'installazione di dispositivi come i pulsanti di emergenza nelle stanze ove si esercita la prostituzione garantiscono la sicurezza delle persone che la praticano. Nei Paesi Bassi, dove, teoricamente, tutte le camere dei bordelli e delle vetrine dovrebbero esserne provviste, il 70% delle donne prostituite confessa di aver subito uno stupro nell'esercizio della propria attività.  

Il ricorso all'aborto si configura come atto di sottrazione a una maternità imposta come ineluttabile destino femminile e tutela contemporaneamente il diritto della donna di non accollarsi controvoglia la responsabilità e l'impegno emotivo, pratico ed economico di accudire un bimbo non desiderato e il diritto di quest'ultimo a ricevere cure e affetto. Nessuno di questi interessi ovviamente è tutelato dal mantenimento della prostituzione. 

Gli aderenti al movimento pro-life sostengono che lo zigote sia già un essere umano con piena dignità. Per questo rivendicano il diritto a rifiutare la somministrazione della pillola del giorno dopo. Secondo la Chiesa Cattolica, dal momento che l'ontogenesi umana ha inizio nell'istante della fecondazione e che, una volta che il processo è iniziato, non vi è una particolare fase del suo sviluppo che sia più importante dell'altra, essendo tutte parte di un'evoluzione continua, sin dal concepimento l'embrione è da considerarsi vita umana che deve godere degli stessi diritti riservati ai nati. Ciò significa non solo attribuire la qualifica e la dignità di soggetto a un semplice ovulo fecondato o a un'aggregazione di poche cellule, ma implica anche una concezione della donna come mera incubatrice, come contenitore di un individuo che si sviluppa autonomamente, ossia indipendentemente da qualsiasi interazione con il corpo della futura madre, che è invece, come sappiamo, la condizione necessaria alla nascita di un bambino Ora: com'è trattata la donna prostituta dai clienti se non come una merce, un mero contenitore delle loro voglie? L'abolizionismo mira appunto ad eliminare questa condizione. 

Esso e il riconoscimento del diritto di aborto sono accomunati dalla volontà di assicurare alle donne la liberazione da un ordine patriarcale che assegna loro il ruolo di strumenti sessuali a disposizione degli uomini.
Non vi è, dunque, alcuna ragione per accostare il movimento pro-life all'abolizionismo, né si può affermare che quest'ultimo si proponga di riprodurre la famiglia eterosessuale.

Quanto alla rivendicazione di proprietà dei corpi delle donne, cosa implica l'esercizio della prostituzione se non l'appropriazione di chi la pratica da parte di qualunque uomo lo desideri ? 

In merito a questa questione, l'articolo che sto commentando riporta un periodo di un libro di Melinda Cooper: La vita come plusvalore che mi sento di sottoscrivere:

In questo risiede la novità del neofondamentalismo ai tempi dell’economia neoliberale: a fronte di una politica che opera in modo speculativo, il fondamentalismo diventa la battaglia che ripropone la forma della proprietà dentro e oltre l’incertezza del futuro. Questa forma di proprietà, come mostra evidentemente il movimento per la vita, è al contempo sessuale ed economica, produttiva e riproduttiva. E’, in ultima analisi, una rivendicazione di proprietà dei corpi delle donne.

Concepire e rivendicare il corpo come forma di proprietà che, in quanto tale, può essere ceduta, anziché come essere inalienabile significa aderire ai principi del capitalismo che trova un fondamento nell'esistenza della proprietà privata. Se il corpo si configura come soggettività incarnata, secondo la condivisibile definizione proposta dalla nostra blogger, non può appartenere a nessuno, ma può soltanto essere: dunque non può costituire oggetto di alienazione. Non è neppure possibile separare gli organi sessuali dal corpo e quest'ultimo dalla persona.

L'autrice dell'articolo che sto commentando, dopo aver liquidato in modo frettoloso e caricaturale le argomentazioni delle femministe abolizioniste, le quali, secondo lei, si limiterebbero a riproporre ossessivamente l'immagine della nigeriana violentata e sfruttata (non comprendo, sinceramente, a chi si riferisca), le accusa di occultare, appuntando esclusivamente l'attenzione sulle donne prostituite, lo sfruttamento e la violenza consustanziali a qualsiasi altro lavoro. A prescindere dal fatto che la prostituzione è un'istituzione patriarcale che presenta caratteri che la distinguono da qualsiasi occupazione, come ho già argomentato altrove, all'abolizionismo aderiscono femministe di qualsiasi corrente, incluse l'anarchica, la marxista e la materialista, interessate a denunciare la subordinazione e lo sfruttamento impliciti nei rapporti di produzione capitalisti. Basterebbe leggersi Il Contratto sessuale di Carole Pateman per rendersene conto. Al contrario, mi pare che molte persone che ritengono la prostituzione un lavoro riconoscano i caratteri alienanti ed oppressivi di tutte le occupazioni, ma tendano a minimizzare, quando non a negare, quelle connaturate alla pratica dei rapporti mercenari, contribuendo in tal modo, paradossalmente, ad espungerli dalla categoria del lavoro o, quanto meno, a collocarli in una zona privilegiata assieme alla professione di attore e attrice pornografica, a discapito della realtà documentata da parecchi studi. Il privilegio della sex worker migrante, sembrerebbe potersi arguire dall'articolo che sto criticando, consisterebbe nel fatto di non essere assoggettata ad alcuna forma di contratto. Immagino che l'affermazione desti perplessità in molte lettrici e lettori che considerano il contratto di lavoro come la fissazione per iscritto dei diritti esigibili dei lavoratori dipendenti e, dunque, come una fondamentale tutela. L'asserzione della blogger in questione, tuttavia, è molto interessante e merita attenta considerazione. Ne Il Contratto sessuale la femminista marxista Carole Pateman scrive: 

Il contratto genera sempre il diritto politico nella forma di rapporti di dominio e di subordinazione. Nel 1919 G.D.H Cole affermò che, quando la gente provava a rispondere alla domanda su cosa non andasse nell'organizzazione capitalistica della produzione, di solito dava la risposta sbagliata: rispondono la povertà (ineguaglianza), quando dovrebbero rispondere la schiavitù.

La questione per Cole è che i critici del capitalismo e del contratto guardano esclusivamente allo sfruttamento (diseguaglianza), trascurando in questo modo la subordinazione, ovvero la misura in cui le istituzioni sociali non sono il risultato di libere relazioni, ma di rapporti che somigliano a quello tra schiavo e padrone.
Anziché minare la subordinazione, i teorici del contratto giustificarono la moderna soggezione civile.

Il libro di Pateman è stato scritto negli anni Ottanta. Benché non lo dica apertamente, si può agevolmente supporre, considerato il suo orientamento politico, che l'autrice immagini un modello di organizzazione del lavoro fondato sull' autogestione della produzione e dunque sull'abolizione dei rapporti di subordinazione. Oggi potremmo parlare di cooperazione produttiva autonoma. Inoltre, Pateman auspica l'instaurarsi di relazioni di genere egalitarie, non imperniate cioè sul binomio dominio-subalternità. 

La blogger il cui articolo sto criticando auspica appunto la soppressione del disciplinamento dei corpi e della subordinazione codificata nei contratti e tipica del lavoro salariato. Sono d'accordo con lei. L'errore grave che commette, però, nell'individuare nella sex worker migrante il paradigma della lavoratrice autonoma libera dalla sottomissione ad un padrone, è, a mio parere, quello di confondere forma e contenuto, cioè di identificare il contratto con la stipula di un accordo scritto. Per lei la sex worker migrante ne è svincolata perché non ne ha sottoscritto alcuno. Ma nella teoria di Pateman , che condivido, è il rapporto di subordinazione ad istituire il contratto, non la forma scritta. Quest'ultima, anzi, assieme al carattere collettivo della contrattazione, elimina l'arbitrio assoluto del padrone, ne circoscrive il dominio, attribuisce al dipendente una serie di diritti esigibili. Non a caso nell'Ottocento i liberisti, che definivano, mistificandolo, il rapporto di lavoro come un accordo tra due contraenti in posizione di uguaglianza, si opposero strenuamente al riconoscimento dei sindacati e della loro titolarità a stipulare contratti collettivi. L'assenza di forma scritta non esclude dunque la sussistenza di un rapporto di dominio e di subordinazione, ma gli conferisce, anzi, un carattere più arbitrario ed oppressivo. Il lavoro nero comporta livelli di sfruttamento molto più intensi di quello regolare. Inoltre, come giustamente osserva la nostra blogger, il contratto non è soltanto quello di lavoro, ma anche quello sessuale, ad esempio. Ecco perché ritengo errato definire la migrante che si prostituisce una lavoratrice autonoma non subalterna ad un padrone. In realtà, le forme di assoggettamento e di coercizione cui è sottoposta sono molteplici e raggiungono un'intensità senza pari. In primo luogo, nella maggioranza dei casi, per approdare in un Paese occidentale, la migrante ha contratto un debito, il cui ammontare spesso la costringe ad esercitare la prostituzione. Non a caso si parla di schiavitù per debito. In secondo luogo, il 90% delle donne che praticano rapporti mercenari nel mondo è sottomessa ad un singolo pappone o ad una rete di prosseneti, http://www.csf.gouv.qc.ca/modules/fichierspublications/fichier-29-1655.pdf che estorcono loro, ricorrendo a forme di coercizione più o meno violente, una parte consistente di guadagni. Una migrante può essere assunta dal proprietario di un locale (di lap dance, ad esempio) dove si praticano clandestinamente rapporti mercenari. Inoltre, ed è la considerazione più importante, è la prostituzione stessa a configurarsi come un contratto sessuale, ossia come un rapporto di subordinazione ai clienti. Con essa, osserva Carole Pateman, "gli uomini vengono pubblicamente riconosciuti come padroni sessuali delle donne". La migrante che si prostituisce subisce, dunque, una pluralità stratificata e oppressiva di rapporti di dominio non formalizzati da accordi scritti. Tra questi rapporti vi è anche quello dettato dal desiderio del cliente di praticare una forma di colonizzazione razzista inferiorizzante e non di rado violenta del corpo della straniera. Osserva a questo proposito, con un linguaggio peraltro sconvolgente, a tratti impregnato di agghiacciante realismo cinico, un operatore di strada intervistato da Emilio Quadrelli nel saggio Corpi a perdere, incluso in La città e le ombre, libro scritto in collaborazione con Alessandro Dal Lago:

L'arrivo delle straniere [...] ha modificato i comportamenti dell'utenza [...] Con l'arrivo sul mercato di un "prodotto" estero ho assistito a un mutamento radicale del rapporto tra merce e acquirente e una scoperta dei tratti italiani molto significativi. Il maschio medio italiano [...] tende a frequentare con insistenza questa nuova prostituzione. Le molle scatenanti: il dominio e l'inferiorizzazione. Nei racconti che raccolgo prevale un desiderio e un diritto di praticare violenza senza che questa venga neppure in qualche modo contrattata. Non ci troviamo pertanto di fronte a degli amanti particolari del genere sado-maso, non ci troviamo di fronte a delle richieste tecniche, ci troviamo di fronte a un sentirsi padroni completi e totali di un altro corpo, un corpo da poter utilizzare e martirizzare perché per sua natura sottomesso. 

E ancora: 

La molla attrattiva delle prostitute straniere non è dovuta né al prezzo, né alla bellezza, piuttosto e in maniera decisiva all'idea del diritto di conquista, del diritto alla dominazione che queste ragazze suscitano nell'utente. Va detto che l'utenza non ha né particolari connotazioni sociali, è pertanto decisamente interclassista, né connotazioni culturali. Può essere un operaio, un commerciante o un manager o un libero professionista.

Le osservazioni di questo operatore, per altro confermate da altri ricercatori e ricercatrici come Bridget Anderson e Julia O' Connell Davidson che si sono interrogate sulle motivazioni che inducono i clienti a ricorrere alle donne prostituite straniere, (pp.32-33), sono così commentate da Emilio Quadrelli:

I corpi delle donne straniere possono essere insultati, irrisi, colpiti, violati, usati sessualmente. [...] La brutalità non è estranea a un codice culturale di sottomissione degli stranieri, tollerabili solo [..] se in una posizione servile. La brutalità, dunque, sembra discendere più che da anomalie del comportamento, da una cultura ormai istituzionalizzata che assegna in partenza agli stranieri una posizione subordinata e strumentale [...] A noi sembra che questa cultura della sottomissione possa essere definita, senza esagerazioni, coloniale. Tipicamente coloniali sono l'ambivalente percezione (un misto di attrazione e repulsione) del corpo del nativo come lascivo, la sua rappresentazione come carne indifferente, priva di "anima" e di individualità, la sorridente indifferenza con cui il cliente umilia o brutalizza la donna - un comportamento analogo a quello del colonizzatore che spia le contorsioni di un nativo sotto la sferza

Lungi dal configurarsi come corpi pericolosi, come ritiene l'autrice dell'articolo in questione, le migranti prostituite sono, dunque, percepite dai clienti occidentali come corpi esotici da sottomettere e colonizzare. Perché la blogger li reputa invece pericolosi? Anzitutto perché rischiano di compromettere l'identità dello stato nazione contaminandone la purezza del colore della pelle. Ma non aveva in precedenza accusato le femministe abolizioniste di riprodurre ossessivamente l'immagine della migrante nigeriana? In effetti, la maggioranza delle donne prostituite straniere nell'Europa occidentale è costituita da donne di pelle bianca, se non diafana, originarie dell'Europa centrale ed orientale. Chi ha mai sostenuto il contrario? Qui mi pare che sia la blogger a riprodurre uno stereotipo.

La pericolosità della migrante prostituita deriverebbe anche dal fatto che la sua presenza metterebbe in crisi "la validità assoluta di un contratto come strumento d'accesso alla cittadinanza, attraverso l'esercizio del diritto alla libera ed esclusiva proprietà del corpo". Ho già osservato come la migrante sia in realtà sottomessa ad una molteplicità di rapporti di subordinazione. Vorrei qui notare come la normativa italiana sull'immigrazione condiziona il godimento dei diritti civili e sociali al possesso del permesso di soggiorno rilasciato in genere (ma non solo) per motivi di lavoro dipendente o autonomo. Dunque è la disponibilità o meno di questo documento a decidere della fruizione o meno dei diritti civili e sociali, non il tipo di lavoro che si svolge e non è affatto pericoloso per l'identità dello stato nazione richiedere un permesso di soggiorno per lavoro autonomo, anziché dipendente. Semmai è ingiusto e scandaloso che sia necessario possedere un documento per poter fruire di un minimo di diritti. 

La nostra blogger si dilunga poi sul concetto di empowerment che dovremmo promuovere, offrendocene, verso la conclusione del suo articolo, una definizione bellissima, ma, al contempo, sorprendente.

Emporwement significa sottrarre i corpi  tanto al disciplinamento dei contratti, siano essi di lavoro, matrimoniali o sessuali, quanto alle retoriche, tanto in voga, del bene comune, che di nuovo fanno dei corpi un bene a disposizione della comunità, a suo uso e consumo.

Sottoscrivo. Poiché la prostituzione è un contratto sessuale (definizione della marxista Pateman) che fa del corpo delle persone che la esercitano un bene a disposizione della comunità dei clienti, a loro uso e consumo, questa frase basta a contraddire l'intero impianto argomentativo dell'articolo della blogger e ad annoverarla di diritto tra le femministe abolizioniste. Benvenuta tra noi!




Un incontro con Silvia Federici - Traduzione di Maria Rossi


La violenza contro le donne è  una piaga sociale che ha diverse e cangianti manifestazioni. La pornografia sta virando  verso la rappresentazione esplicita del maltrattamento della donna, una rappresentazione nella quale il confine tra il piacere e il dolore della donna è sempre più confuso. " In  questo ultimo periodo si sta assistendo all'affermarsi di un tipo di pornografia più violenta, meno ludica: essa è l'espressione diretta della crescente violenza contro le donne". Sono le parole della prestigiosa attivista femminista Silvia Federici (Parma, 1942), che ieri, nella libreria di Madrid Traficantes de Sueños, ha analizzato la condizione della donna in un sistema capitalista che pretende di imporle limiti, attraverso il controllo del suo corpo.

Donne imbavagliate, stupri collettivi, ragazze colpite da percosse e insulti sono alcune delle pratiche che si possono vedere nei video che riempiono i siti pornografici di tutto il mondo. Come osserva Federici, nella sua ricerca sulle caratteristiche della pornografia contemporanea, ha raccolto materiale " così sgradevole" da "non osare" proiettarlo nelle sue classi di studi di genere de la Hofstra University di New York.

Per l'autrice de il grande calibano, questo tipo di pratica evidenzia la "crisi del rapporto tra uomini e donne. Il potere che non si può esercitare attraverso il pagamento di denaro, si cerca di usarlo in altri modi più violenti".  Il fatto è che, dietro la violenza di genere, si nasconde l'intenzione di cercare di limitare le capacità e i diritti delle donne.

Il capitalismo ha bisogno di manodopera e questa nasce dalle donne, cosicché, per Federici, il modo per controllare e assicurare le basi del sistema consiste nel controllare le donne, a partire dal loro corpo. Le donne sono state colpite in modo molto acuto dalle diverse crisi storiche. Ma oggi sono diventate ancora più vulnerabili, perché sono loro che ammortizzano i colpi dei tagli alla sanità  e dello smantellamento dello stato sociale. Questi provvedimenti fanno sì che le donne possano essere costrette a svolgere tre lavori (due dei quali invisibili e non remuerati): lavoro extradomestico, domestico e di cura delle persone inferme o non autonome.

Il capitalismo come cerca di controllare il corpo delle donne?

Controllare il corpo della donna significa assumere decisioni sulla riproduzione e sulle questioni sociali e demografiche. " In tutto il mondo si stanno adottando molti provvedimenti per riprendere il controllo sulle donne, perso dopo pochi decenni di libertà apparente (in alcuni Paesi). Non è un problema di numeri, di quante persone nascono, perchè mentre in alcuni Paesi si cerca di limitare il tasso di natalità, in altri lo si incentiva. Il sistema cerca di controllare dove, quando e quali caratteri avrà la nuova manodopera". Così, il controllo del corpo della donna diventa la miglior garanzia del mantenimento delle strutture capitaliste.

La difficoltà o la negazione dell'accesso all'aborto (attraverso, ad esempio, la riforma della legge vigente, nel caso della Spagna) o le proposte di legge che criminalizzano qualsiasi comportamento "bizzarro" che le donne incinte possano adottare (30 Stati USA stanno elaborando un codice di condotta che le donne incinte dovranno seguire) sono alcune delle politiche specifiche indirizzate alle donne.

Come racconta Federici, uno dei migliori esempi a tal proposito sono gli Stati Uniti, Paese dove "circa 50 donne sono state accusate di omicidio di primo grado per aver  abortito dopo aver fatto uso di droghe". Il fatto che esistano rapporti medici che attestano l'inesistenza di qualsiasi correlazione tra l'assunzione di droghe e l'aborto (determinato da altre cause) non le ha liberate dall'accusa di omicidio.

Un altro esempio di tentativo di coercizione, come spiega la femminista Federici, è costituito dalle campagne di pressione del Fondo Monetario Internazionale su alcuni Stati africani e latinoamericani, che vengono minacciati di non ricevere prestiti se non acquistano importanti quantità di contraccettivi, arrivando ad accusare le loro donne di essere la causa della povertà" di questi Paesi.

Nuovo patriarcato o ritorno alle vecchie forme di controllo?

Federici rivela che, una volta superato il periodo (gli anni Settanta) nel quale i movimenti sociali (incluso quello femminista) hanno minacciato l'esistenza del capitalismo "conducendolo alla crescita 0", viviamo in un periodo di transizione nel quale esistono due correnti nettamente divise all'interno del sistema.

Da un lato, ci sono coloro che individuano l'esistenza di un "nuovo patriarcato che riconosce alle donne la possibilità di comportarsi come gli uomini, di entrare nel mercato del lavoro e di fruire della libertà". Dall'altro lato, ci sono coloro che ritengono che possa risultare "pericoloso che le donne abbiano il controllo del proprio corpo".

In risposta a questa situazione, la femminista italiana invita donne e uomini a lottare per i diritti della donna, non limitandosi all'accesso all'aborto, ma estendendo la lotta ai diritti fondamentali, perché la "riproduzione sociale è il motore della vita".



di Maria Rossi


Cristina Morini, femminista che stimo e apprezzo molto per i libri e i saggi che ha scritto, per la sollecitazione ad introdurre il reddito di esistenza, per l'importanza che attribuisce ai beni comuni, per l'evocazione di pratiche di cooperazione sociale produttiva, ha tradotto un articolo di Nancy Fraser che non condivido e di cui non comprendo l'utilità. Come si inserisce questo testo nel contesto italiano? Il titolo: Come il femminismo divenne ancella del capitalismo si presta a possibili strumentalizzazioni da parte di agguerriti movimenti maschilisti, ma sarebbe comprensibile se le accuse mosse fossero pertinenti, mentre, a mio parere, sono soltanto ingenerose e generiche. Inoltre lo spazio consacrato alle critiche è molto più chiaro, ampio ed articolato rispetto a quello dedicato all'enunciazione di proposte che appaiono piuttosto nebulose, se non altro perché formulate in modo eccessivamente sintetico.
Nella prima parte dell'articolo, Nancy Fraser, femminista marxista statunitense, esprime preoccupazioni e critiche condivisibili, anche se dirette ingiustamente contro tutte le esponenti del movimento e non soltanto contro l'indubbiamente egemonica corrente del femminismo liberale, istituzionale ed individualista. L'autrice lamenta che le femministe abbiano abdicato alla critica di una società che promuove il carrierismo, per sollecitare invece l'integrazione delle donne nel sistema capitalista e celebrare l'individualismo e la meritocrazia. Sono d'accordo, ma questi rimproveri dovrebbero essere rivolti soltanto ad una frazione più o meno ampia del movimento delle donne. [Considero, ad esempio, come molte altre, un tradimento della radicalità del femminismo, anziché una conquista, aver introdotto le quote rosa (30% entro il 2015) nei consigli di amministrazione delle società quotate, coinvolgendo in tal modo le donne nella gestione del sistema capitalista che andrebbe destrutturato e non rafforzato. Queste decisioni, comunque, non godono dell'approvazione dell'intera e articolata galassia del femminismo.] Reputo ingiusto, comunque, accusare l'intera seconda ondata del movimento di essere "diventata ancella del capitalismo contemporaneo", così come ritengo infondate alcune delle motivazioni di tale rimprovero.
Analizziamole una ad una. Un contributo che il femminismo avrebbe dato all'ethos neoliberista consisterebbe nell'aver "rifiutato l'economicismo e politicizzato il "personale", concentrando la propria attenzione sui temi dell'identità di genere (violenza domestica, stupro, oppressione riproduttiva, sessismo), fino a rimuovere il ricordo delle lotte per l'uguaglianza sociale.
In primo luogo, riflessioni raffinate su argomenti non economici come quelli riguardanti la costruzione del genere sono state elaborate anche dal femminismo della terza ondata (quello queer). Al contempo, quello della second wave include correnti come quella marxista, radicale materialista ed anarchica che non hanno mai cessato di formulare una serrata critica dell'economia politica. Anche il femminismo della differenza ha prospettato alternative allo scambio di mercato, sviluppando considerazioni approfondite sull'economia del dono e sul denaro come istituzione patriarcale. Penso ad esempio alle elaborazioni teoriche di Généviève Vaughan e di Daniela Pellegrini. Non si può quindi affermare che il femminismo della seconda ondata abbia manifestato indifferenza nei confronti dei temi economici.
E' vero, invece, che negli ultimi anni la questione del femminicidio e della violenza maschile sulle donne ha acquistato un particolare rilievo nel dibattito pubblico, [oscurando probabilmente altri temi, forse anche per il declino della speranza di sovvertire il sistema capitalista, in seguito al crollo del muro di Berlino.] L'opposizione al patriarcato in tutte le sue sfaccettature costituisce, però, l'obiettivo principale del femminismo e prefiggersi lo scopo di ridurre e poi abolire la violenza maschile e di destrutturare i rapporti di dominio che regolano le relazioni tra i sessi non può essere considerata una colpa. Certo, è opportuno, come osserva Nancy Fraser, coniugare la lotta contro il sistema patriarcale a quella per il conseguimento della giustizia economica ed è possibile anche individuare un nesso tra le due questioni. Un articolo de "La Repubblica" di due anni fa poneva in luce come fossero soprattutto le casalinghe e le disoccupate a manifestare difficoltà a troncare le relazioni con gli uomini violenti. Rendere le donne economicamente indipendenti, magari con l'erogazione di un reddito di esistenza, potrebbe facilitare la decisione di infrangere rapporti caratterizzati dalla pratica maschile della violenza.
Il femminismo, secondo Nancy Fraser, avrebbe contribuito al trionfo del neoliberismo anche con la critica al paternalismo del welfare state, l'esaltazione dell'attività delle Ong e del microcredito, fiorito proprio nel momento in cui gli Stati abbandonavano gli impegni macro-strutturali per combattere la povertà, impegni che i prestiti su piccola scala non possono assolutamente sostituire. Chiedo di nuovo: a quale corrente del femminismo ci si riferisce? A quella liberale o a quella individualista la cui esponente più significativa: Wendy McElroy si definisce anarco-capitalista e celebra le lodi del libero mercato, oltre che della pornografia e della prostituzione ? E di quale nazione si sta parlando? Solo degli USA o anche di altri Stati? L'accusa mi pare troppo generica. In Italia, che io sappia, nessuna femminista ha mai formulato la richiesta di un abbattimento del welfare state, in base all'assunto che esso rispecchierebbe l'ordine simbolico patriarcale. Si è sempre lottato, anzi, per conseguire un potenziamento dei servizi pubblici.
Ma l'accusa più grave e, a mio parere, pericolosa rivolta al femminismo da Nancy Fraser è quella di aver concorso all'affermazione del neoliberismo e del capitalismo flessibile, mediante la critica al concetto di "salario familiare" e al modello del marito breadwinner e della moglie casalinga. Si tratta di un'accusa che, oltre che ingiusta, potrebbe essere formulata da qualsiasi maschilista tradizionalista. Non intendo qui ricostruire dettagliatamente la genesi dell'ideologia (tale è sempre stata) del salario famigliare, ma ritengo utile proporre un rapido excursus storico, facendo riferimento ad un'utilissima dispensa universitaria intitolata Lavoro e povertà femminile predisposta dalla professoressa Bruna Bianchi e disponibile in rete.

Come nasce il salario famigliare

L'idea di erogare al salariato una retribuzione sufficiente a mantenere se stesso e la famiglia si affaccia nell'Ottocento, quando la Rivoluzione Industriale, con l'introduzione delle macchine, rende superfluo il lavoro tecnico e specializzato, prerogativa degli uomini, e determina il massiccio ingresso di donne e bambini nelle fabbriche tessili. Gli uomini, a causa delle mani meno agili e più robuste di quelle delle donne, si rivelano meno adatti ad azionare i telai meccanici e i filatoi, poiché il lavoro consiste essenzialmente nel riannodare i fili spezzati. Nel 1839 nell’impero britannico solo il 23% degli addetti a queste macchine è costituito da uomini adulti.
I profondi sconvolgimenti prodotti dall'industrializzazione sollecitano molti riformatori a svolgere inchieste di denuncia delle durissime e disumane condizioni di lavoro nelle fabbriche. Una sezione di questi scritti è costantemente consacrata allo studio dell'attività salariata femminile, che viene indagata, descritta e documentata con un’attenzione senza precedenti, dal momento che i contemporanei si interrogano sull'appropriatezza, sulla moralità e sulla legittimità del lavoro delle donne in fabbrica e spesso la negano.
Lo stesso Friedrich Engels, che pure ha il grande merito di aver formulato un'importante teoria sull'origine del patriarcato e della contraddizione di genere, nella Situazione della classe operaia in Inghilterra, accanto ad osservazioni sul prolungamento disumano della giornata lavorativa, sull'intensificazione dello sfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici, sull'esiguità dei salari e accanto a riflessioni vertenti sul fatto che l'attività protratta in fabbrica senza alcuna considerazione per la gravidanza, il puerperio e l’allattamento costituisce una violenza esercitata sul corpo delle donne e dei bambini, inserisce nella sua inchiesta una serie di valutazioni morali.
La promiscuità del lavoro, l’oscenità del linguaggio e dei comportamenti favoriscono, a suo parere, “l’impudicizia femminile “, ma l'attività salariata provoca soprattutto la disgregazione delle famiglie. La donna operaia, per Engels, non sa svolgere alcun lavoro domestico, non sa cucire, né cucinare, non è una madre premurosa, ma trascura i figli e li espone al rischio della malattia e della morte per infortuni.
Talvolta il lavoro di fabbrica non produce la disgregazione, bensì il sovvertimento dei ruoli familiari: la madre si occupa del mantenimento della famiglia e il padre dell'accudimento dei figli e del disbrigo delle faccende domestiche; nella sola Manchester sono presenti “parecchie centinaia di questi uomini condannati al lavoro domestico”.

"Eppure questa situazione che svirilizza l’uomo e toglie alla donna la sua femminilità, - afferma Engels - [...], questa situazione che nel modo più infame degrada i due sessi e con loro l’umanità, è la conseguenza ultima della nostra tanto decantata civiltà [...] dobbiamo ammettere che un così totale capovolgimento nella posizione dei sessi può derivare unicamente dal fatto che, fin dal principio, i sessi sono stati posti uno di fronte all’altro in una posizione sbagliata. Se la supremazia della donna sull’uomo, che inevitabilmente è provocata dal lavoro di fabbrica è inumana, anche l’originaria supremazia dell’uomo sulla donna doveva essere inumana" (p.375).

Engels, come i contemporanei, sopravvaluta le dimensioni della sostituzione delle donne agli uomini nelle fabbriche. Nella maggior parte dei paesi industrializzati il servizio domestico femminile nell'Ottocento è molto più diffuso dell'occupazione nell'industria tessile. In Inghilterra nel 1851 il 40% di tutte le lavoratrici sono domestiche e solo il 22% risulta impiegato nell’industria tessile; in Francia, nel 1866, le stesse percentuali raggiungono rispettivamente il 22% e il 10%. Molte donne inoltre continuano a svolgere attività tradizionali, come quelle di venditrici, lavandaie, sarte e cucitrici. La maggior parte delle operaie è minorenne e abbandona l'attività extradomestica dopo il matrimonio.
Benché le donne occupate nell’industria tessile rappresentino pur sempre una minoranza nel complesso della forza-lavoro femminile, benché molte di loro non siano sposate, nell’opinione pubblica si afferma e si consolida l'immagine della donna lavoratrice immorale e inadeguata all'adempimento dei "doveri" domestici e di cura.
E' proprio in questo periodo che operai e organizzazioni sindacali propongono l'introduzione del salario famigliare allo scopo di eliminare la presunta concorrenza delle donne nel mondo del lavoro e ricondurle all'interno della sfera domestica.
Anziché rivendicare l'uguaglianza salariale che avrebbe collocato uomini e donne sullo stesso piano (il salario femminile nell'Ottocento corrisponde più o meno alla metà di quello maschile), le organizzazioni sindacali optano per la lacerazione del fronte operaio.
I filatori di cotone, la vera aristocrazia operaia, capeggiano il movimento diretto ad escludere le donne dall'attività extradomestica e dai sindacati. La loro azione è apprezzata da artigiani e lavoratori qualificati che esaltano il ruolo della casalinga e denunciano la disgregazione della famiglia prodotta dall'impiego delle donne nelle fabbriche. Allo scopo di estromettere queste ultime dal mondo del lavoro si ricorre all'intimidazione, agli insulti, agli scioperi, al rifiuto di dotarle di una formazione professionale.
I bassi salari femminili, inferiori al minimo vitale, vengono giustificati e interpretati come normale conseguenza della loro minore produttività.
L’ostilità maschile all’ingresso delle donne in fabbrica e allo svolgimento delle loro stesse mansioni riflette un timore più profondo: quello di vedere messa in discussione e scalfita la preminenza e l'autorità dell'uomo nella sfera domestica.
L’ideale del marito che mantiene la famiglia inizia così a diffondersi in tutti i ceti sociali e il confinamento della donna nell'ambito casalingo comincia a configurarsi come un orizzonte auspicabile e come un segno di rispettabilità anche per gli operai.
Questa ideologia non produce l'estromissione delle donne dal mercato del lavoro, ma offre un contributo decisivo alla loro marginalizzazione, all'erogazione di salari sensibilmente inferiori a quelli maschili, al mantenimento della segregazione orizzontale e verticale dell'occupazione femminile. Concorre, in altri termini, alla perpetuazione della divisione sessuale del lavoro.
La femminista marxista Mila De Frutos, in un articolo tradotto e pubblicato sulla rivista sindacale Proteo, intitolato Per una società senza classi e senza generi,  riprendendo le argomentazioni mirabilmente sviluppate da un'altra femminista della stessa corrente: Heidi Hartmann in un saggio fondamentale intitolato "Capitalism, Patriarchy, and Job Segregation by Sex", tradotto anche in francese e proposto sul numero 4 della rivista Questions Féministes del novembre 1978, così commenta questo periodo storico:

"Il primo movimento operaio e i sindacati della seconda metà del XIX secolo - il periodo in cui vissero Marx ed Engels - sia in Europa sia negli Stati Uniti contribuirono all’adattamento della struttura patriarcale al capitalismo fiammante dell’epoca. [..] Fu così stipulato un deplorevole patto interclassista contro le operaie che si spiega attraverso le relazioni patriarcali tra uomini e donne e non solo attraverso gli interessi del capitalismo".

Su questi specifici temi si registra una perfetta consonanza tra operai e organizzazioni sindacali socialiste ottocentesche da un lato e cattolici dall'altro. Le idee qui esposte, già affermate nel IV Congresso dell'Opera, svoltosi a Bergamo dal 10 al 14 ottobre 1877, vengono riprese nell'enciclica sociale Rerum Novarum promulgata da papa Leone XIII il 15 maggio 1891, pure così profondamente ostile al pensiero socialista. La strana alleanza si manifesta nell'espressione della preoccupazione del mantenimento di una rigida divisione dei ruoli tra i sessi, nell'attribuzione all'uomo della preminenza nella famiglia e del dovere di mantenere la prole, nell'evocazione del concetto, se non del termine, di "salario famigliare". Nell'enciclica si possono leggere queste espressioni: "Ora, quello che dicemmo in ordine al diritto di proprietà inerente all'individuo va applicato all'uomo come capo di famiglia: anzi tale diritto in lui è tanto più forte quanto più estesa e completa è nel consorzio domestico la sua personalità".
"Per legge inviolabile di natura incombe al padre il mantenimento della prole".
"Così, certe specie di lavoro non si addicono alle donne, fatte da natura per i lavori domestici, i quali grandemente proteggono l'onestà del sesso debole, e hanno naturale corrispondenza con l'educazione dei figli e il benessere della casa". Di conseguenza si propone "un salario sufficiente a mantenere l'operaio e la sua famiglia".
Nella Quadragesimo Anno del 15 maggio 1931 papa Pio XI riprende gli stessi concetti reclamando per l'operaio una "mercede" che basti al sostentamento suo e della famiglia. Questa richiesta è dettata dal timore che l'attività extradomestica impedisca alla donna il corretto svolgimento delle incombenze casalinghe e dell'educazione dei figli.

"Le madri di famiglia prestino l'opera loro in casa sopra tutto o nelle vicinanze della casa, attendendo alle faccende domestiche. Che poi le madri di famiglia, per la scarsezza del salario del padre, siano costrette ad esercitare un'arte lucrativa fuori delle pareti domestiche, trascurando così le incombenze e i doveri loro propri, e particolarmente la cura e l'educazione dei loro bambini, è un pessimo disordine, che si deve con ogni sforzo eliminare. Bisogna dunque fare di tutto perché i padri di famiglia percepiscano una mercede tale che basti per provvedere convenientemente alle comuni necessità domestiche".

Il principio del salario famigliare viene in seguito recepito e consacrato dalla nostra Costituzione all'art. 36, senza essere mai realmente applicato. "Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa".
La finzione del salario famigliare e la diffusione del modello dell'uomo breadwinner ha indotto a considerare l'attività extradomestica della donna come non indispensabile e a concepire la sua retribuzione come integrativa, e dunque necessariamente inferiore, complementare a quella maschile. Ne è derivata la perpetuazione della divisione sessuale del lavoro, il mantenimento rigido dei ruoli di genere e, soprattutto, la dipendenza della donna dall'uomo, marito, convivente o padre che sia.
Dovrebbe risultare chiaro da quanto ho scritto che non mi oppongo affatto all'erogazione di un salario elevato agli uomini, né al principio che il reddito dei genitori debba essere sufficiente a mantenere i figli. Avverso, invece, la corresponsione alle donne di una retribuzione inferiore a quella degli uomini, così come la loro espulsione dal mercato del lavoro, in base al criterio che spetta al marito mantenere la famiglia e alla moglie svolgere l'attività domestica e di cura, ovviamente gratuita.

Precarietà e bassi salari non sono colpa delle donne lavoratrici

Nancy Fraser attribuisce alla critica femminista del modello dell'uomo breadwinner e del criterio del salario famigliare la responsabilità di aver legittimato il capitalismo flessibile. In pratica, sarebbe stato l'accesso massiccio delle donne al mercato del lavoro ad aver provocato il dilagare della precarietà, la riduzione drastica del costo del lavoro e l'erosione dei diritti dei salariati.
Eh, no! Non è così! Non è affatto così!
Per smentire la tesi di Fraser, basta riferirsi al contesto italiano. Il nostro mercato del lavoro è caratterizzato da un elevatissimo grado di flessibilità; eppure il tasso di occupazione femminile è molto basso, poiché raggiunge soltanto il 47,1%, secondo i dati Istat di agosto. Il tasso di disoccupazione delle donne è pari al 12,9% e quello di inattività, ossia di assenza di ricerca attiva di un lavoro, è pari al 45,9%. Secondo i dati ISTAT del 2011 4 milioni e 579 mila donne cosiddette inattive (il termine mi pare alquanto improprio) sono casalinghe. Il sociologo Domenico De Masi osserva :”C’è ancora una grande presenza di casalinghe in Italia perché il Paese si basa su una cultura che guarda alla donna come all’angelo del focolare domestico e anche come una vera e propria cameriera” . Com'è possibile, in base a questi dati, attribuire la responsabilità della selvaggia precarietà italiana all'ingresso delle donne nel mercato del lavoro?
Inoltre, la segmentazione occupazionale e la segregazione di genere escludono l'effetto della concorrenza e la configurazione delle donne come esercito di riserva. In Italia, infatti, persiste una distribuzione dell’occupazione rigorosamente distinta per sesso: se il 50% del lavoro maschile si dispiega su un ventaglio di 51 professioni, il 50% di quello femminile rimane confinato nell'ambito di 18 attività. Commesse, colf e segretarie sono le professioni che raccolgono il maggior numero di occupate (1 milione 737 mila unità, 18 per cento del totale dell’occupazione femminile). Il peggioramento delle condizioni generali del mercato del lavoro ha intensificato il fenomeno, rafforzando la presenza delle donne nelle professioni già fortemente femminilizzate relative al pubblico impiego, dove l’incidenza femminile è pari al 71 per cento e ai servizi sanitari e alle famiglie dove la percentuale è pari al 63,4 per cento. Dall'altro lato, le professioni artigiane e operaie, dei conduttori di macchinari e veicoli, degli imprenditori e dei dirigenti d’impresa hanno assunto una connotazione sempre più spiccatamente maschile. (Istat Rapporto Annuale 2013)
Negli anni Settanta, quando si affermò il regime di accumulazione flessibile, il tasso ufficiale di occupazione femminile in Italia non raggiungeva neppure il 20%, anche se questa percentuale andrebbe in realtà incrementata, aggiungendovi le lavoratrici a domicilio classificate dall'ISTAT come casalinghe (800.000-1 milione). Così corretto, comunque, il tasso di occupazione femminile non supererebbe il 26,2%, mentre nel 1975 quello di disoccupazione era pari al 4,6%.
Ritengo, quindi, profondamente ingiusto ed errato dal punto di vista epistemologico imputare all'accesso delle donne sul mercato del lavoro la responsabilità di aver prodotto l'avvento del capitalismo flessibile connotato da un'elevatissima precarietà e disoccupazione, dai bassi salari, dall'assenza di diritti dei lavoratori.
Il regime di accumulazione flessibile e la conseguente ristrutturazione dell'assetto produttivo ha origine negli anni Settanta, in seguito all'abbandono, nel dicembre 1971, degli accordi di Bretton Woods, ossia della convertibilità del dollaro in oro, che dà avvio alla fluttuazione dei cambi  e in seguito alla crisi petrolifera del 1973.
In Italia un ruolo estremamente importante è svolto dalla controffensiva padronale all'intensa conflittualità operaia che si manifesta nel 1969 e negli anni seguenti.
La crisi petrolifera ed inflazionistica e soprattutto il vigore della lotta di classe generano, allora, una dura reazione padronale che mira a colpire le basi strutturali della composizione di classe mediante un’articolata serie di strumenti: dal blocco delle assunzioni e del turn-over nelle imprese di maggiori dimensioni, all’introduzione di tecnologie labor-saving, al decentramento o esternalizzazione di una vasta gamma di fasi di lavorazioni industriali. Nelle grandi unità produttive e in quelle di medie dimensioni l’occupazione scende dell’1 per cento all’anno e nella sola Lombardia vengono distrutti nei primi sette mesi del 1977 50.000 posti di lavoro. Ne deriva un incremento dei tassi di disoccupazione e di occupazione irregolare. Secondo le rilevazioni Istat, il primo si colloca, a metà del 1977, attorno al 7 per cento della forza lavoro complessiva (1.450.000 unità su 21.357.000), cifra cui vanno aggiunti 556.000 «sottoccupati» e 907.000 «occupati precari», sicché il 13-14 per cento degli attivi risultano impegnati in prestazioni di carattere temporaneo. Il 65-70 per cento di questi sono giovani di età compresa fra i 14 e i 29 anni, oltre un terzo dei quali ha conseguito la laurea o un diploma di scuola media superiore. Alla conferenza governativa sull’occupazione giovanile, svoltasi a Roma dal 3 al 5 febbraio 1977, si asserisce, invece, che ragazzi e ragazze in cerca di lavoro siano oltre due milioni, circa la metà dei quali diplomati o laureati.
A caratterizzare lo sviluppo economico dell’Italia negli anni Settanta non è soltanto l’altezza del tasso di disoccupazione e la consistenza dei fenomeni di espulsione di forza-lavoro dal processo produttivo, ma anche la restrizione della base occupazionale <<regolare>>. Ne deriva un mutamento significativo della composizione di classe che registra un incremento considerevole dei precari. Si estendono modalità di organizzazione della produzione imperniate sull’isolamento degli operai come il lavoro a domicilio e il contoterzismo, si espande il circuito del lavoro nero che, assieme al precariato, imperversa anche nel settore dei servizi. La frammentazione, anche giuridica, delle aziende di maggiori dimensioni produce la dispersione della forza-lavoro in una miriade di piccole imprese disseminate sull’intero territorio urbano e caratterizzate da un basso tasso di sindacalizzazione e da un elevato grado di flessibilità per quanto concerne i ritmi, l’imposizione di straordinari, i licenziamenti.
Non sono dunque le lavoratrici ad aver provocato l'affermazione del modo di produzione neoliberista.
Dopo aver ampiamente criticato il femminismo, Nancy Fraser ammette che il rapporto tra critica al salario familiare e trionfo del regime di accumulazione flessibile è in realtà "spurious", ossia falso, illegittimo, ma intanto quel che è stato recepito e si è impresso nella mente delle lettrici e dei lettori dell'articolo è che quel legame sia invece verissimo e concretissimo, dal momento che l'autrice vi fa riferimento per metà del testo, presentandolo come autentico.

Che cosa propone Nancy Fraser in alternativa alla precarietà capitalista?

"First, we might break the spurious link between our critique of the family wage and flexible capitalism by militating for a form of life that de-centres waged work and valorises unwaged activities, including – but not only – carework." (The Guardian)
Il testo viene così tradotto da Cristina Morini:
"In primo luogo , si dovrebbe rompere il falso legame tra la nostra critica al “salario familiare” e ciò che sono diventati gli attuali approdi del capitalismo del lavoro precario, combattendo per una forma di vita che non metta al centro il lavoro di scambio ma valorizzi le attività che producono valore d’uso , tra cui – ma non solo – il lavoro di cura".
Si tratterebbe, quindi, di ridurre drasticamente l'importanza del lavoro produttore di valori di scambio e, quindi, di capitale (quello manifatturiero e dei servizi alle imprese) e di valorizzare, al contrario, le attività che creano valore d'uso come quelle domestiche e di accudimento, ma anche, ad esempio, quelle che comportano l'erogazione di servizi pubblici o che si traducono nella riproduzione e nella circolazione delle informazioni e della conoscenza. Sono d'accordo, ma il testo di Nancy Fraser non esplicita chiaramente la necessità di valorizzare economicamente tali attività, mediante l'erogazione di un reddito di esistenza.
Non solo. Pur ritenendo nel complesso la traduzione di Cristina Morini ottima, pregevolissima, perfettamente aderente al testo e mille volte migliore di quella che avrei potuto proporre io, non concordo con la resa delle espressioni "waged work" con "lavoro di scambio" e " unwaged activities" con "attività che producono valore d’uso". Io avrei tradotto letteralmente " waged work" "lavoro salariato, retribuito" e " unwaged activities" "attività non retribuite". Il passo risulterebbe quindi così strutturato:
"In primo luogo , si dovrebbe rompere il falso legame tra la nostra critica al “salario familiare” e ciò che sono diventati gli attuali approdi del capitalismo del lavoro precario, combattendo per una forma di vita che non metta al centro il lavoro retribuito, ma valorizzi le attività non retribuite, tra cui – ma non solo – il lavoro di cura".
Questa traduzione, a mio parere, modifica profondamente il significato del periodo in questione o, almeno, lo rende molto ambiguo. Nancy Fraser proporrebbe semplicemente alle donne di non mettere al centro della propria vita il lavoro salariato, ma di apprezzare ed esaltare le attività domestiche e di cura che resterebbero non retribuite, in quanto la valorizzazione di cui parla non sembrerebbe essere assunta in un'accezione economica. Si tratterebbe, in sostanza, di sollecitare le lavoratrici extradomestiche a ritornare ad occuparsi esclusivamente o quasi della casa, sentendosi appagate e gratificate dall'assunzione del ruolo di "angeli o di regine del focolare". Di qui l'evocazione del concetto di salario famigliare e del modello dell'uomo procacciatore di cibo.
Certo, la posizione di Nancy Fraser è molto più articolata di quanto parrebbe leggendo questo articolo.
Riguardo al reddito universale di cittadinanza, questa femminista sostiene ad esempio che in un regime neoliberista e patriarcale esso "servirebbe a consolidare un mercato del lavoro flessibile e discontinuo, in larga misura femminile, alimentato dalla maternità, rafforzando in tal modo le strutture profonde dell'ingiustizia economica di genere", mentre in uno Stato social democratico femminista esso "potrebbe avere effetti di profonda trasformazione" dello status quo. (Nancy Fraser, Qu’est-ce que la justice sociale?, Paris, La Découverte, 2005, p.96). La questione, però, è questa: il governo nazionale, europeo, mondiale si connota come neoliberista e patriarcale o come socialdemocratico e femminista? Io non ho dubbi in proposito e so che la risposta esatta è la prima. Dovremmo quindi attendere l'instaurazione di uno Stato ideale, prima di poter richiedere ed ottenere l'erogazione di un reddito universale e incondizionato di esistenza? Non sono disposta ad aspettare così a lungo.
In conclusione, l'accusa rivolta da Nancy Fraser al femminismo della seconda ondata di essere diventato ancella del capitalismo, potrebbe essere tranquillamente indirizzata al suo pensiero.
Le sue critiche, infatti, rischiano di risultare funzionali a questa fase produttiva.
La crisi finanziaria del 2007, infatti, è stata affrontata adottando politiche di austerità che, producendo una grave recessione economica, mirano a ridurre drasticamente il costo del lavoro, mediante licenziamenti, collocamento dei salariati in cassa integrazione, intensificazione della precarietà e incremento della disoccupazione, attraverso l' aumento, cioè, dell'esercito di riserva, al fine di incentivare le esportazioni. Si tratta di un obiettivo irrealizzabile e fondato su presupposti assurdi. Se tutti gli Stati incentivano le esportazioni, quale nazione assorbirà, infatti, tutte le merci prodotte e conserverà il carattere di Paese prevalentemente importatore? Resta il fatto che le politiche di austerità generano gli effetti recessivi succitati.
Ora: Nancy Fraser, con la sua tesi, rischia di legittimare massicci licenziamenti di donne in base all'assunto che il ruolo di mantenere la famiglia spetti all'uomo. E' già accaduto. Nel 2011 il proprietario dell'azienda Ma-Vib dichiarò esplicitamente: "Licenziamo le donne così possono stare a casa a curare i bambini, e poi quello che portano casa è il secondo stipendio...". Altri padroni, più diplomatici, hanno proceduto a estromettere le donne dalle loro aziende senza esporsi con compromettenti proclami, che forse, però, condividevano. Nel 2009 l'occupazione femminile nel settore industriale si è ridotta più del doppio rispetto a quella maschile (-7,5 contro -3,0 per cento). L’arretramento è stato sensibile nei comparti in cui la presenza delle donne è particolarmente significativa: nel tessile, abbigliamento e cuoio, dove è occupato circa un quarto delle donne (a fronte del 5,9 per cento degli uomini) e in cui si è registrato un calo complessivo dell'occupazione femminile del 13,1 per cento su base annua. Molto elevata è risultata però anche la riduzione del lavoro delle donne nel comparto meccanico e metallurgico, tre volte superiore a quella degli uomini (-6,5 e -2,1 per cento)
Sia chiaro che non sto auspicando una migliore ripartizione di genere dei licenziamenti. Nessuno deve essere espulso dal posto di lavoro, né uomo, né donna. Quel che sto sostenendo è, piuttosto, che l'evocazione nostalgica di un mai applicato "salario famigliare" rischia di legittimare e di rendere più agevole l'estromissione delle donne dal mercato del lavoro.
Non intendo celebrare un'attività produttiva di valore di scambio spesso precaria, scarsamente remunerata, non corrispondente al proprio titolo di studio, poco gratificante, pesante e alla quale si aggiungono le incombenze domestiche, che rimangono in gran parte affidate alle donne.
Preferisco di gran lunga rivendicare un reddito di esistenza universale e incondizionato che concepisco anch'io, al pari dell'autore dell'articolo La banalizzazione della precarietà, come una forma di "riappropriazione e di critica della produzione". Non pretendo, però, che tutte le donne condividano questa impostazione. C'è chi trova la propria realizzazione nel lavoro.
Quel che intendo invece rilevare è che l'applicazione, comunque fittizia, dell'ideologia del "salario famigliare" escluderebbe la donne sia dalla percezione di una remunerazione da lavoro, che dalla fruizione di un reddito di esistenza, costringendole a dipendere dalle fonti di sostentamento fornite dal marito, dal convivente o dal padre e riducendo drasticamente la loro possibilità di recidere legami violenti o comunque poco appaganti.

Powered by Blogger.
© 2010 Massimo Lizzi Suffusion theme by Sayontan Sinha. Converted by tmwwtw for LiteThemes.com.