Può darsi che la mancata rinuncia di Barbara Spinelli al seggio di Strasburgo sia un male.

Tuttavia, gli argomenti contro la sua mancata rinuncia sono pessimi. Argomenti forse comprensibili nel fronte interno degli attivisti, ma piuttosto oscuri nel fronte più ampio degli elettori simpatizzanti, quelli che non si identificano con un pezzo preciso, hanno solo aderito ad un punto di vista di sinistra contro le politiche dell’austerità europea, contro il ritorno dei nazionalismi, e forse anche ad una occasione di riunificazione e di ricostruzione di una sinistra in Italia. 

Si può avere ragione con argomenti sbagliati. Cerco di capire la ragione. Per adesso, vedo solo gli argomenti sbagliati. Conditi da tanti, troppi insulti, che non possono che suscitare una reazione di solidarietà.

1) Il più gettonato è che Barbara Spinelli con la sua mancata rinuncia sarebbe venuta meno ad una promessa elettorale. Come spesso fanno i politici dopo le elezioni. Un simile argomento presuppone che Spinelli abbia ottenuto voti promettendo qualcosa di vantaggioso o appetibile per gli elettori. Come nel caso di un candidato che prometta di difendere lo Statuto dei lavoratori, ottiene i voti per questo, poi una volta eletto appoggia la manomissione dell’articolo 18. Qui è chiaro che la promessa corrisponde al vantaggio dei lavoratori e il successivo comportamento corrisponde allo svantaggio dei lavoratori. Contraddizione e incoerenza sono palesi. Nel caso di Barbara Spinelli invece non è affatto chiaro perchè mai gli elettori avrebbero dovuto pensare di trarre un vantaggio dalla sua annunciata rinuncia, addirittura decidere di votarla proprio per questo motivo e oggi dopo averla eletta quasi in 80 mila sentirsi defraudati dalla sua investitura invece che dalla sua rinuncia.

Quel che Barbara Spinelli avrebbe promesso poteva essere un vantaggio per i candidati della sua stessa lista, che non ce l’avrebbero fatta ad essere eletti con i loro voti, un vantaggio per SEL e Rifondazione, che non ce l’avrebbero fatta a raggiungere il quorum. Ed ora sono Marco Furfaro e SEL a sentirsi svantaggiati e defraudati. Si può ben capire, ma è una questione che attiene alla logica di partito, i suoi candidati, dirigenti, militanti, simpatizzanti. Diversa è invece la logica dell’elettorato, per cui conta il consenso.

Chi perde in una competizione elettorale (in competizione con gli altri partiti, o con i candidati della sua stessa lista), ha tutte le ragioni per sentirsi deluso. Non ne ha, per sentirsi vittima di un tradimento. Il ripensamento di Barbara Spinelli, giusto o sbagliato sul piano dell’opportunità politica, è inattaccabile sul piano del diritto e della morale, perchè attiene ad una questione che è nella sua piena e totale disponibilità. Come il ripensamento di una ragazza che prima ti dice di si e poi ti dice di no. La reazione di molti compagni di SEL somiglia infatti alla reazione di quei ragazzi delusi, incapaci di accettare un rifiuto, perchè prima lei si era impegnata. Talvolta quei ragazzi reagiscono in modo violento. Prima lei era grandissima, una ventata d’aria fresca, ora è una miserabile voltagabbana, una borghese piccola piccola, priva della facoltà politica. Trovo che insultare, attaccare sul piano morale, personale, denigrare, dileggiare, pretendere la sua rinuncia, come sta succedendo da giorni e in particolare in queste ore nei confronti di Barbara Spinelli, sia una violenza. Una modalità che definisce le identità politiche, molto più dei pasticci e dei ripensamenti.

2) Barbara Spinelli con la sua mancata rinuncia avrebbe rotto un equilibrio. Sarebbe stata una buona tripartizione avere come eletti Curzio Maltese, Marco Furfaro e Eleonora Forenza, perchè voleva dire avere eletti uno della società civile, uno di SEL e una di Rifondazione Comunista. Una parte dei militanti della lista possono ragionare così. Per tanti elettori invece questa tripartizione può avere scarso o nessun significato. Io non aderisco nè a SEL, nè a Rifondazione comunista dal 2009, non mi sono più legato a nessun gruppo, alle elezioni politiche 2013 ho votato RC alla camera e SEL al senato. Non mi sento in alcun modo «società civile». Possono essere significative altre ripartizioni. L’aver eletto due donne e un uomo. Un’anziana, un adulto e una giovane. Uno del nord, una del centro, una del sud. Anche sul piano più strettamente politico si può vedere un equilibrio, fuori dalle appartenenze, perchè Curzio Maltese è tendenzialmente filo-PD, Barbara Spinelli filo-M5S e Eleonora Forenza più autonoma.

La rottura dell'equilibrio tripartito sarebbe la fine del progetto. Perchè se un partito non ottiene il suo seggio, il progetto non vale più. Ergo, il progetto è il seggio. Come spiegare altrimenti? Buon senso vorrebbe che se si forma una lista insieme, qualunque eletto rappresenta tutta la lista e tutta la lista lo riconosce come suo rappresentante. Perchè mai i compagni di SEL non dovrebbero riconoscere come propria rappresentante Eleonora Forenza e viceversa i compagni di Rifondazione perchè non avrebbero dovuto riconoscersi in Marco Furfaro se fosse passato lui? Quali profonde differenze politiche giustificano queste rigide separazioni di appartenenza? Come si può pensare che tutto questo sia comprensibile a chiunque non frequenti assiduamente i direttivi di circolo?

3) Barbara Spinelli andrebbe a Strasburgo solo perchè è la figlia di Altiero Spinelli, poiché Alexis Tsipras ne ha fatto cenno nella sua lettera di sollecitazione. Come se fosse una giovinetta senza una sua biografia, una sua storia. Un argomento che squalfica la stessa scelta della Lista Tsipras di averla come sua garante, candidata e capolista e che ancora una volta disconosce il suo primato elettorale. Io, che sono una persona di media cultura, leggo Barbara Spinelli da molti anni, da quando scriveva sulla Stampa, l’ho sempre considerata una delle più autorevoli editorialiste italiane, non sempre d’accordo con lei specie ai tempi della prima guerra del golfo, più d’accordo sul conflitto mediorientale, solo da pochi anni ho scoperto che è figlia di Altiero Spinelli. Credo che ai più non sia affatto noto e che forse sia abbastanza ignota la stessa figura di Altiero Spinelli.

4) Vi sono argomenti che fanno leva su riflessi condizionati. Uno è un argomento «grillino»: Barbara Spinelli sarebbe attaccata alla poltrona. Come se fosse stata nominata e non eletta. Come se il suo eventuale successore non eletto, al posto suo, andrebbe ad accomodarsi su una panchetta di legno. L’altro è un argomento «renziano»: Barbara Spinelli è vecchia e toglie posto ai giovani. Come se il conflitto generazionale potesse essere una leva per la rinascita della sinistra. Se anche lo fosse il conflitto andrebbe praticato sul serio, prima, non dopo il voto. Matteo Renzi ha vinto le primarie contro il vecchio gruppo dirigente del suo partito, non si è fatto sdoganare da un candidato civetta.

5) Barbara Spinelli ha deciso da sola. Un sequestro proprietario. Una scelta elitaria e individualista. Oppure una piena assunzione di responsabilità rispetto a ciò che è di propria competenza? Poteva optare per il collegio centro, per il collegio sud o per nessuno dei due e lasciare decidere al sorteggio della cassazione. Ha scelto il collegio centro, dove era capolista, dove ha preso più voti, dove è la sua città. Una scelta razionale. In una lettera ai promotori della lista, spiega di aver deciso da sola l'ultimo tratto dopo il fallimento di tutti i negoziati.

Barbara Spinelli è dunque difendibile su tutta la linea? Penso di no. Ha sbagliato a prestarsi inizialmente come finta candidata e a candidarsi in più di una circoscrizione. Fare da specchietto per le allodole al fine di raccogliere voti a favore di chi non ha sufficiente consenso è un imbroglio ai danni degli elettori. Per questo va criticata. Anzi, andava severamente criticata. Oggi, i «delusi» esigono il rispetto di questo imbroglio. Lo fanno parlando senza veli, come se dicessero cose rispettabili.


Riferimenti:
Barbara Spinelli: «Accetto l'elezione al Parlamento europeo»
Barbara Spinelli a chi deve coerenza?
Prima le persone (Enrico Sitta)
Il file da ricominciare (Alessandro Gilioli)
Marco Furfaro, la risposta a Barbara Spinelli
Non c'è futuro possibile, a sinistra, per questo modo di fare politica (Maso Notarianni)
Paola Bacchiddu Vs Barbara Spinelli: "La sua decisione di andare a Bruxelles è una truffa"
Considero grave e sbagliata la scelta di Barbara Spinelli (Nicola Fratoianni)
Adesso costruiamo la Syriza italiana (Paolo Ferrero)
Lite Tsipras, Barbara Spinelli spiega
Barbara Spinelli lista Tsipras: "Vado in Europa per tutta la sinistra. Le accuse di Sel sono false e ingiuste"
Barbara Spinelli: «Vado in Europa per tutta la sinistra». Intervista a Repubblica.
Enrico Mentana difende Barbara Spinelli: «Ha cambiato idea? E dove sta il dramma?»

Il comportamento elettorale è influenzato da tanti fattori. Uno di essi è il significato attribuito alle elezioni. 
In Italia, le prossime elezioni europee sono considerate un test per valutare chi è più forte tra Renzi e Grillo e di quanto. Per sondare il gradimento del governo e le sue prospettive di sopravvivenza. Per ricalibrare i rapporti di forza al fine di rinegoziare le incerte riforme istituzionali. 
Per alcuni, le elezioni sono un referendum. Su un leader, sul governo, su un pericolo emergente, su un intero ordinamento economico e sociale. Per altri ancora il voto è l’esito di un calcolo, l’elargizione di un premio ad una singola proposta o ad una singola persona, lo scambio con un favore. 
C’è chi le affronta come fosse un concorso matrimoniale, dove in gioco è la scelta del partner. Scegliere bene chi sposare è molto difficile e impegnativo, tanto che può essere conveniente rimandare in attesa del principe azzurro o della fata turchina, mentre nel frattempo si sceglie di rimanere liberi da responsabilità e compromessi. Eppure gli eletti sono già liberi dal vincolo di mandato, non c’è ragione che proprio gli elettori si sentano vincolati.

Un comportamento elettorale è l’astensione. Da molti anni l’astensionismo cresce, è il primo o il secondo partito. Il partito più eterogeneo. In esso confluiscono i delusi di destra, di centro e di sinistra. Gli informati e i disinformati. I militanti e gli indifferenti. I sofferenti e gli appagati. Ci si astiene per dare un segnale. L’astensione di segnali ne dà una infinità in tutte le direzioni. Negando il voto a tutti, lo si dà un po’ ad ognuno, da Matteo Salvini a Barbara Spinelli, passando per Angelino Alfano, Silvio Berlusconi, Beppe Grillo e Matteo Renzi. L'astensione è priva di influenza diretta sull’esito del voto: le elezioni sono valide con qualsiasi percentuale di votanti e i seggi sono comunque redistribuiti al cento per cento. La delegittimazione che deriva da una elevata astensione è relativa e forse persino opportuna per un moderno sistema post-democratico, nel quale la politica ha da essere il più debole dei poteri forti, retto in modo traballante da un suffragio semipopolare. All’astensionismo manca un precedente storico da vantare a suo favore, una situazione per la quale poter dire di aver cambiato il mondo. A parte l'eccezione di Ponzio Pilato.

Per parte mia, concepisco le elezioni come una opportunità per concorrere ad indicare una direzione e a determinare un contesto. Le prossime elezioni eleggono il parlamento europeo. Il contesto è l’Europa originata dai parametri di Maastricht. Su questa Europa si confrontano tre posizioni.

1) La politica europeista dell’austerità dei partiti liberalconservatori e socialdemocratici, alternati al governo o al governo insieme in grandi coalizioni: pareggio di bilancio, risanamento finanziario, cioè pagamento del debito con tutti gli interessi, controllo dell’inflazione, privatizzazioni, moderazione salariale, flessibilità del mercato del lavoro. In Italia ha portato il governo Monti, retto da PD e PDL ad approvare il fiscal compact, ad introdurre il pareggio di bilancio in Costituzione, a manomettere l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Una politica che, volendo ridurre il debito, riduce anche il PIL. Il rapporto tra i due termini rimane invariato o addirittura peggiora. 

2) La politica antieuropeista degli euroscettici, partiti populisti, che vogliono uscire dall’Europa, rompere con l’Euro e tornare alla vecchia sovranità nazionale, alla vecchia moneta, per rilanciare le esportazioni con la svalutazione e il basso costo del lavoro. Identificano l’euro con la causa della crisi economica e l’Europa con la libertà dei migranti di trasferirsi in massa nel vecchio continente. Una destra nazionalista che soffia sul fuoco della xenofobia e della paura sociale. Il loro leader continentale è Marine Le Pen. In Italia sono la Lega di Matteo Salvini, i Fratelli d’Italia di Giovanna Meloni e, pur con tutti i distinguo e le distanze anche il M5S di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, che mette al primo punto del suo programma il referendum sull’euro. Il loro progetto di fatto è sostituire il liberismo globale con un liberismo locale, più autarchico e protezionista.

3) La politica europeista della sinistra europea, che guarda al partito greco Syriza e candida il suo leader alla presidenza della Commissione europea, Alexis Tsipras. Contro l’Europa neoliberista e contro il ritorno ai nazionalismi, per una Europa sociale. Per un new deal europeo, che metta fine all’austerità, cancellando il fiscal compact, eliminando il pareggio di bilancio dalla Costituzione, e rinegoziando tutti i trattati europei, a cominciare dal Trattato di Maastricht, sulla base di parametri sociali e non solo finanziari, in primo luogo relativi alla lotta alla disoccupazione. Per la quale, la sinistra europea propone la riduzione dell’orario di lavoro e politiche espansive, libere dai vincoli di bilancio: il debito dei singoli paesi si ristruttura, mediante un parziale consolidamento (si cancella la parte che non si può con ogni evidenza riscuotere e si dilaziona il pagamento del rimanente). La BCE assume gli stessi poteri della Federal Reserve (la banca centrale USA), diventa prestatore e pagatore, può comprare i titoli di stato dei paesi più in difficoltà, per arginare la speculazione contrastata anche dalla Tobin Tax, favorisce il credito alle banche che garantiscono prestiti alle piccole e medie imprese, mentre i risparmi dei cittadini sono protetti dalla separazione drastica delle banche commerciali dalla banche di investimento. Propone politiche di integrazione e di accoglienza per i migranti, politiche migratorie che rendano possibile il raggiungimento del continente per vie legali, senza mettere a rischio la vita.

Io scelgo di votare la Lista Tsipras per modificare il contesto europeo in questa direzione - parametri sociali, occupazione, lotta alla speculazione, accoglienza.

Credo questo sia il prioritario interesse dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati, dei giovani e dei migranti. E anche delle donne. Dopo, la vicenda che ha visto protagonista Paola Bacchiddu e un corteo di testi e immagini favorevoli ad una emancipazione berlusconiana secondo cui la libertà è la libertà di prostituirsi, ho letto molti commenti di amiche e compagne attiviste, intenzionate a negare il voto alla Lista Tsipras, ritenendola ambigua sui temi delle donne e del femminismo. Sicuramente buona parte del personale politico di questa formazione è impreparato su questi argomenti, come lo è il PD e tutta la sinistra italiana. A destra c’è il maschilismo, a sinistra c’è discussione, impaccio, imbarazzo, ambiguità, incertezza. Ma c’è uno spazio e va occupato. Se la Lista Tsipras supererà la soglia di sbarramento ha buone probabilità di essere eletta Lorella Zanardo, la migliore antitesi di quell’emancipazione berlusconiana che predica al soggetto di farsi oggetto. Se la Lista Tsipras supererà la soglia di sbarramento andrà in Europa a rafforzare la sinistra europea, la terza forza politica del continente, l’opposizione più coerente al liberismo. Cioè a quell’insieme di politiche economiche e sociali, quel sistema di valori, che tende a mercificare ogni aspetto della vita umana. E’ il neoliberismo il contesto nel quale l'emancipazione della donna si traduce in sfruttamento e autosfruttamento. Voto tenendo presente questa foto. Che è la foto del mondo.


 



Approvato il rapporto Honeyball
Lo sfruttamento della prostituzione 
è una violazione dei diritti umani


di Maria Rossi


Il Parlamento europeo ha approvato oggi con 343 voti a favore, 139 contrari e 105 astensioni il rapporto della deputata laburista Mary Honeyball sullo sfruttamento sessuale, sulla prostituzione e sul loro impatto sulla parità di genere, il cui contenuto ho illustrato in un precedente articolo.

La prostituzione viene riconosciuta come una violazione dei diritti umani e come una forma di violenza contro le donne, che concorre a perpetuare le diseguaglianze di genere. Ciò, del resto, è attestato da ricerche e testimonianze.

La risoluzione invita gli Stati membri dell'UE ad adottare una normativa ispirata al modello nordico (Svezia, Norvegia e Islanda, cui si è aggiunta recentemente la Francia), che prevede la sanzione dell'acquisto delle prestazioni sessuali e, contemporaneamente, la depenalizzazione della loro vendita. Tale modello si è rivelato molto più efficiente di quello regolamentarista, che ha prodotto risultati negativi.

La risoluzione sollecita, inoltre, le autorità nazionali ad approntare adeguati servizi sociali che consentano alle donne che lo desiderano di abbandonare la prostituzione e di fruire di altre fonti di reddito.

Viene caldeggiata anche l'implementazione di politiche di prevenzione della prostituzione e si raccomanda, in particolare,  agli Stati membri dell'UE di prestare attenzione all'impatto della recessione sull'incremento della pratica dei rapporti mercenari che dovrebbe essere evitato predisponendo soluzioni alternative per donne e ragazze disoccupate.

La risoluzione non è vincolante, ma la sua approvazione attesta comunque l'avvenuto mutamento di sensibilità dei deputati europei nei confronti di un'istituzione la cui esistenza concorre a riprodurre e ad eternare il sistema patriarcale e quello capitalista e a perpetuare la violenza contro le donne.

Riguardo a quest'ultima, una risoluzione approvata ieri dal  Parlamento europeo invita ad affrontare la questione a livello comunitario e sollecita la Commissione ad adottare, prima della fine dell'anno, misure legislative di prevenzione della violenza di genere.


La composizione del voto

Il voto favorevole alla risoluzione abolizionista della prostituzione è trasversale. I voti provengono sia dal  gruppo del PPE, che ha vinto con un'ampia maggioranza le elezioni europee del 2009, che da quello socialista, che ha votato a favore della risoluzione in grande maggioranza, compresa l'eurodeputata Edite Estrela. L'estrema sinistra: il GUE, gruppo esiguo, ha votato in maggioranza (sottolineo in maggioranza) a favore della risoluzione (15 deputati, tra i quali tre tedeschi della Linke, risultato interessante). 13 sono invece i deputati verdi (tra i quali due tedeschi) che hanno votato a favore, ma la maggioranza si è dichiarata contraria alla risoluzione e alcuni si sono astenuti. A favore hanno votato anche 11 deputati di estrema destra.

Altrettanto trasversale è il voto contrario alla risoluzione che include sia deputati del PPE, che del gruppo socialista, così come dei verdi (28), dell'estrema sinistra (9) e dell'estrema destra (9). Tra questi ultimi spicca il neofascista Jean-Marie Le Pen. Anche  l'ultracattolico Lech Wałęsa, contrario all'aborto, prima leader del sindacato Solidarnosc, abbondantemente finanziato da Roberto Calvi del Banco Ambrosiano e dallo IOR (la Banca del Vaticano) poi, come Presidente della Polonia, convinto sostenitore  di spietate politiche neoliberiste ha votato contro la risoluzione abolizionista.

Tra gli italiani hanno votato a favore della risoluzione, tra le altre, le deputate Sonia Alfano e Rita Borsellino, note per il loro impegno contro la mafia, mentre hanno espresso un voto contrario i deputati leghisti Fontana, Morganti, Scottà e Speroni (iscritti al gruppo EFD). Mario Borghezio e Matteo Salvini erano invece assenti.La Bizzotto si è astenuta e nessun leghista ha votato a favore della risoluzione.

Se tra gli abolizionisti non vi sono certo soltanto progressisti, i favorevoli alla prostituzione  non possono tuttavia rallegrarsi, trovandosi in compagnia di Le Pen,  di Wałęsa e  dei leghisti.


Documenti:
Relazione su sfruttamento sessuale e prostituzione, e sulle loro conseguenze per la parità di genere
Commissione per i diritti della donna e l'uguaglianza di genere
Relatore: Mary Honeyball
(2013/2103(INI))



Traduzione di Maria Rossi




L'associazione CAP (Coalition for the Abolition of Prostitution) International e i suoi membri, tra i quali il Mouvement du Nid, esprimono il loro pieno sostegno alla risoluzione "sullo sfruttamento sessuale e sulla prostituzione e sul loro impatto sulla parità di genere" sottoposta al voto del Parlamento europeo in seduta plenaria.
CAP International è una coalizione che raggruppa diverse associazioni che operano sul campo e offrono un sostegno sociale, giuridico e medico a migliaia di donne e di uomini in condizione di prostituzione in Europa.
E' a partire da questa esperienza sul campo che siamo in grado di affermare che la prostituzione è:
  • una forma di violenza, le cui conseguenze sulla salute fisica e psicologica sono estremamente gravi.
  • Un ostacolo fondamentale alla parità tra uomini e donne, tra paesi ricchi e paesi poveri, tra maggioranze e minoranze etniche.
  • Una violazione dei diritti umani, come afferma la Convenzione delle Nazioni Unite per la repressione della tratta degli esseri umani e dello sfruttamento della prostituzione (1949).

Richiamiamo anche la vostra attenzione sull'"Appello di Bruxelles. Insieme per un'Europa libera dalla prostituzione" che è stato firmato da più di 200 associazioni di tutta l'Europa, ivi compresi i sottoscrittori di questo comunicato. Questo appello richiede l'implementazione di politiche pubbliche che riconoscano i danni causati dalla prostituzione, rifiutino di criminalizzare le persone prostituite e colpiscano le strutture che permettono di perpetuare questo sfruttamento. La proposta di risoluzione sullo sfruttamento sessuale e sulla prostituzione e sul loro impatto sulla parità di genere accoglie queste osservazioni e queste raccomandazioni.
D'altra parte, questa proposta di risoluzione è perfettamente coerente con la risoluzione del Parlamento europeo del 6 febbraio 2013 sull'eliminazione di tutte le forme di violenza contro le ragazze e contro le donne, adottata in occasione della quinta sessione della conferenza delle Nazioni Unite sulla condizione della donna.
Invitiamo tutti i deputati e le deputate ad approvare questa proposta di risoluzione del Parlamento europeo.

Firmatari
Ruhama (Irlanda)
Reden International (Danimarca)
Malos Tratos (Spagna)
Solwodi (Germania)
Mouvement du Nid (Francia)
Fondation Scelles (Francia)
KFUKS (Danimarca)
Apne Aap (India)
La CLES (Canada)




sullo sfruttamento sessuale, sulla prostituzione 



Come rete globale di ricercatori noi sosteniamo la  mozione di Mary Honeyball volta all'approvazione di una risoluzione  sullo sfruttamento sessuale, sulla prostituzione e sul loro impatto sulla parità di genere. Lo facciamo in base alle profonde e sistematiche competenze acquisite nella ricerca sulle dinamiche della prostituzione, dell'industria del sesso, della tratta e della violenza sulle donne. La nostra ricerca  si fonda su prove, indagini storiche e filosofiche e soprattutto sulla testimonianza delle persone sopravvissute al sistema della prostituzione. Molti/e di noi hanno lavorato direttamente con le donne prostituite. Abbiamo legami individuali e collettivi con una vasta gamma di organizzazioni  impegnate nell'abolizione della prostituzione come istituzione della disuguaglianza di genere e dello sfruttamento. Per esprimere la nostra decisa approvazione della relazione di Mary Honeyball e della sua raccomandazione di adottare il "modello Nordico" come approccio europeo alla prostituzione, facciamo riferimento contemporaneamente  alle prove di cui disponiamo e ai nostri studi accademici.
Crediamo che sia importante sottolineare come la nostra posizione sulla prostituzione non sia fondata su un approccio moralistico o su una qualsiasi forma di ostilità nei confronti delle donne coinvolte nel sistema della prostituzione. Né la nostra posizione è legata a considerazioni relative al mantenimento dell''ordine pubblico'.  Le nostre fondamentali preoccupazioni sono i diritti umani che tutelano la dignità di tutte le donne e  la fine di tutte le forme di subordinazione e di degradazione di queste ultime.
Il rapporto Honeyball richiama l'attenzione su una serie di questioni fondamentali:
  • l'asimmetria di genere dell'industria del sesso, nel senso che gli uomini sono la schiacciante maggioranza di coloro che acquistano atti sessuali, mentre le donne e le ragazze sono le persone il cui corpo viene comprato;
  • i Paesi che hanno sanzionato l'acquisto degli atti sessuali hanno  assistito alla contrazione del mercato del sesso e alla riduzione della tratta. E' un successo per questi Stati e l'adozione da parte del Parlamento Europeo del modello Nordico offre la possibilità di replicare questo progresso in tutta l'Europa;
  • gli atteggiamenti mutano nei Paesi nei quali l'acquisto degli atti sessuali è stato criminalizzato. Le inchieste effettuate in Svezia, ad esempio, mostrano che una consistente maggioranza di cittadini ritiene inaccettabile l'acquisto di atti sessuali. La legge è un potente strumento che agisce sulla definizione e sul cambiamento di ciò che è o non è un comportamento socialmente accettabile.

Mentre riconosciamo che alcune donne sostengono di individuare nella vendita di atti sessuali una forma di piena realizzazione economica e personale, queste  singole storie non sono una prova della legittimità della prostituzione come istituzione sociale. Il sistema della prostituzione ci ricorda il persistere delle diseguaglianze tra uomini e donne: il divario retributivo fra i generi, la sessualizzazione dei corpi femminili nella cultura popolare, le storie di violenze e di abusi  subiti sia durante l'infanzia che nell'età adulta che spingono molte donne ad entrare nell'industria del sesso. La persistenza di queste diseguaglianze economiche e sociali in tutti i Paesi europei (e nel mondo) è ben documentata da una miriade di ricerche accademiche. Questi molteplici svantaggi esperiti dalle donne stanno a significare che le cosiddette libere scelte sono in realtà decisioni prese in condizioni caratterizzate dall'esistenza di diseguaglianze e discriminazioni. Le scelte delle donne non dovrebbero essere valutate a partire semplicemente dalla decisione finale (la prostituzione), ma dovrebbero essere considerate le circostanze nelle quali le scelte sono state effettuate. Scelte fatte in condizioni di disuguaglianza non possono essere considerate "libere".
Il rapporto Honeyball  rappresenta un punto di svolta perché sposta l'attenzione sulla scelta degli uomini di acquistare atti sessuali. Un'articolata ricerca effettuata in Norvegia e nel Regno Unito, in particolare, rivela che gli uomini che comprano atti sessuali lo fanno perché credono che esistano pulsioni che spingano ad aver bisogno di far sesso con molte donne. Alcuni uomini riferiscono apertamente di acquistate atti sessuali perché agiscono in un contesto (la prostituzione) in cui non devono pensare alle donne come esseri umani uguali a loro e dotati di sentimenti, desideri ed esigenze proprie. I racconti degli uomini sulla prostituzione, raccolti sul sito The Invisible Men, offrono un quadro agghiacciante della realtà della prostituzione per le donne: [una realtà fatta di] violenza, disperazione, subordinazione e perdita della speranza.
Questo è il motivo per cui il rapporto Honeyball chiarisce che l'idea e la realtà che il corpo delle donne possa essere comprato - e venduto - dagli uomini per gli uomini crei e perpetui relazioni gerarchiche tra gli uomini e le donne.
La prostituzione, come afferma il rapporto Honeyball, è un tipo, una causa e una conseguenza della diseguaglianza di genere. Realizzare la parità tra i sessi significa compiere passi verso un mondo nel quale i progressi vadano oltre il  miglioramento  dello status di ciascuna donna  che si trovi in una condizione di discriminazione, ma combattano tali condizioni. Criminalizzare l'acquisto di atti sessuali, depenalizzarne la vendita e fornire supporto specialistico alle donne che vogliono abbandonare la prostituzione sono misure che combattono direttamente le diseguaglianze di genere.
Questa settimana deciderai con il tuo voto se contestare o meno la finzione che sia naturale ed inevitabile per gli uomini comprare l'accesso ai corpi delle donne per godere della libertà sessuale, e se opporti o meno a questa forma profondamente radicata di diseguaglianza di genere.
Il Parlamento Europeo ha l'opportunità storica di agire come un faro a livello mondiale  per promuovere l'uguaglianza di genere, seguendo il pioneristico esempio dei Paesi nordici. Invitiamo te e tutti i membri del tuo partito a non sprecare questa opportunità e a votare la mozione Honeyball.

Firme:
1. Dr Maddy Coy, Reader in Sexual Exploitation and Gender Equality, London Metropolitan
University
2. Dr Helen Pringle, Senior Lecturer, School of Social Sciences, University of New South
Wales, Australia
3. Dr Esohe Aghatise, Visiting Lecturer, United Nations Interregional Crime and Justice
Research Institute (UNICRI), Turin and Faculty of Law, University of Turin (Master of Laws
in International Crime and Justice Programme), Italy
4. Professor Ivana Bacik, Law School, Trinity College Dublin, Ireland
5. Professor Kathleen Barry, PhD, Professor Emerita, Penn State University, US
6. Dr Karen Bell, Faculty of Social Sciences and Law, University of Bristol, UK
7. Janine Benedet, Associate Professor, Faculty of Law, University of British Columbia,
Canada
8. Ciaran Benson, Emeritus Professor of Psychology, University College Dublin, Ireland
9. Dr Oona Brooks, Lecturer in Criminology, The Scottish Centre for Crime and Justice
Research, University of Glasgow, UK
10. Thema Bryant-Davis, Associate Professor of Psychology, Pepperdine University, US
11. Lisa Carson, doctoral researcher, University of Melbourne, Australia
12. Heather Cole, doctoral researcher, London Metropolitan University, UK
13. Dr Emma Dalton, Lecturer, Japanese Studies Research Institute, Kanda University of
International Studies, Chiba, Japan
14. Professor Michelle M. Dempsey, Professor of Law, Villanova University School of Law, US
15. Dr Gail Dines, Professor of Sociology and Women's Studies, Wheelock College, Boston,
US
16. David Duriesmith, doctoral researcher, University of Melbourne, Australia
17. Helen Easton, Senior Lecturer and PhD candidate in Criminology, London South Bank
University, UK
18. Gunilla S. Ekberg, international human rights lawyer, PhD in Law candidate, University of
Glasgow, UK
19. Fiona Elvines, doctoral researcher, London Metropolitan University, UK
20. Professor Maria Eriksson, Professor of Social Work, School for Health, Care, and Social
Welfare, Mälardalen University, Sweden
21. Dr Elizabeth Evans, Faculty of Social Sciences and Law, University of Bristol, UK
22. Dr Karen Evans, Senior Lecturer, School of Sociology, Social Policy and Criminology,
University of Liverpool, UK
23. Dr Matthew Ezzell, Assistant Professor in Sociology, James Madison University, US
24. Kate Farhall, doctoral researcher, University of Melbourne, Australia
25. Dr Melissa Farley, Prostitution Research and Education, US
26. Maria Garner, doctoral researcher, London Metropolitan University, UK
27. Professor Gene Feder, Professor of primary health care, School of Social and Community
Medicine, University of Bristol, UK
28. Dr Aisha K. Gill, Reader in Criminology, University of Roehampton, UK
29. Professor Victor Goode, Professor in Law, CUNY Law School, US
30. Dr Kieran McGrath, Visiting Research Associate, Dept of Social Studies, Trinity College,
Dublin, Ireland
31. Professor Marianne Hester, Chair in Gender, Violence and International Policy, School for
Policy Studies, University of Bristol, UK
32. Dr Miranda Horvath, Reader in Forensic Psychology, Middlesex University, UK
33. Donna M. Hughes, Professor & Eleanor M. and Oscar M. Carlson Endowed Chair, Gender
and Women's Studies Program, University of Rhode Island, US
4
34. Professor Sheila Jeffreys, School of Social and Political Sciences, University of Melbourne,
Australia
35. Dr Robert Jensen, Professor, School of Journalism, University of Texas at Austin, US
36. Helen Johnson, Doctoral Candidate in Criminology, University of Kent, UK
37. Patricia Kelleher, PhD, Adjunct Senior Lecturer in Social Exclusion, University of Limerick,
Ireland
38. Professor Liz Kelly, Director, Child and Woman Abuse Studies Unit, London Metropolitan
University, UK
39. Dr Christopher Kendall, Barrister, John Toohey Chambers, Honorary Research Fellow,
Law School, The University of Western Australia
40. Dr Mark P. Lagon, Professor in the Practice of International Affairs, Georgetown
University, and Former U.S. Ambassador at Large to Combat Trafficking in Persons, US
41. Dr Ronit Lentin, Associate Professor, Department of Sociology, Trinity College Dublin,
Ireland
42. Dr Nancy Lombard, Lecturer of Sociology and Social Policy, Glasgow Caledonian
University, UK
43. Dr Julia Long, Lecturer in Sociology, Anglia Ruskin University, UK
44. Jo Lovett, Senior Research Fellow, London Metropolitan University, UK
45. Professor Kathleen Lynch, UCD Professor of Equality Studies, Head of the UCD School of
Social Justice, University College Dublin, Ireland
46. Dr Finn Mackay, Centre for Gender & Violence Research, University of Bristol, UK
47. Catharine A. MacKinnon, Elizabeth A. Long Professor of Law, University of Michigan,
James Barr Ames Visiting Professor of Law (long term), Harvard Law School, Special
Gender Adviser to the Prosecutor, International Criminal Court, 2008-2012 (affiliations
for identification only)
48. Professor Jeffrey Masson, New Zealand
49. Kristina Massey, Lecturer in Criminal Psychology, Canterbury Christchurch University, UK
50. Professor Roger Matthews, Professor of Criminology, University of Kent, UK
51. Dr Melanie McCarry, Guild Research Fellow, School of Social Work, University of Central
Lancashire
52. Professor Hiroshi Nakasatomi, University of Tokushima, Japan
53. Dr Izabela Naydenova, Lecturer, School of Physics, College of Sciences and Health, Dublin
Institute of Technology, Ireland
54. Dr Caroline Norma, Lecturer in Global, Urban and Social Studies, RMIT University,
Australia
55. Dr Monica O'Connor, Independent Researcher, Ireland
56. Ruth Phillips, doctoral researcher, London Metropolitan University, UK
57. Dr Jane Pillinger, Independent Researcher and Policy Advisor, Ireland
58. Professor Keith Pringle, Professor in Sociology with a specialism in social work, Uppsala
University, Sweden; Adjungeret Professor, Aalborg University, Denmark; and Honorary
Professor, University of Warwick, UK
59. Dr Kaye Quek, Lecturer in Political Science, University of Melbourne and RMIT University,
Australia
60. Jody Raphael, Visiting Professor of Law, De Paul University College of Law, US
61. Professor Janice G. Raymond, Professor Emerita, University of Massachusetts, Amherst,
US
5
62. Dr Emma Rush, Lecturer in Ethics and Philosophy, Charles Sturt University, Australia
63. Nicola Sharp, Research Fellow, London Metropolitan University, UK
64. Professor Helena Sheehan, Professor Emerita, Dublin City University, Ireland
65. Dr Olivia Smith, Lecturer in Criminology, Anglia Ruskin University, UK
66. Dr Mary Sullivan, Independent Researcher, Australia
67. Dr Jackie Turner, Research Fellow, London Metropolitan University, UK
68. Dr Meagan Tyler, Lecturer in Sociology, Victoria University, Australia
69. Dr Bridget Vincent, McKenzie Postdoctoral Research Fellow, University of Melbourne,
Australia
70. Max Waltman, PhD Candidate, Department of Political Science, Stockholm University,
Sweden
71. Professor Nicole Westmarland, Co-Director, Centre for Research on Violence and Abuse,
Durham University, UK
72. Dr Rebecca Whisnant, Associate Professor in Philosophy and Director of Women's and
Gender Studies, University of Dayton, US
73. Dr Emma Williamson, Senior Research Fellow, Centre for Gender and Violence Research,
School for Policy Studies, University of Bristol, UK
74. Nusha Yonkova, doctoral researcher, School of Social Justice, University College Dublin,
Ireland
75. Dr Eileen Zurbriggen, Professor of Psychology, University of California, Santa Cruz, US



di Maria Rossi


Il 23 gennaio 2014 la Commissione dei diritti delle donne e dell'uguaglianza di genere del Parlamento europeo ha approvato un rapporto sulla prostituzione, redatto dalla deputata laburista inglese Mary Honeyball, che verrà sottoposto alla fine di febbraio al voto dell'assemblea.

Dopo aver richiamato dichiarazioni, risoluzioni e anche convenzioni internazionali di ispirazione abolizionista mai rispettate, la relatrice osserva come la prostituzione sia intrinsecamente connessa alla disuguaglianza tra i generi ed influenzi la percezione delle relazioni tra uomini e donne, rileva come il mercato del sesso alimenti la tratta, in particolare nei Paesi regolamentaristi come i Paesi Bassi, una delle principali destinazioni delle vittime. Mary Honeyball osserva poi come lo sfruttamento della prostituzione sia legalizzato in Germania, in Olanda e in Grecia, come il governo del primo dei tre Stati succitati abbia ammesso nel 2007 che "non esistono valide indicazioni che consentano di pensare che la legge che regolamenta la prostituzione abbia ridotto la criminalità" connessa al settore. Un terzo dei giudici tedeschi ritengono, anzi, che la normativa in questione ostacoli la loro attività di repressione della tratta e del prossenetismo.

Il rapporto sottolinea come la prostituzione e lo sfruttamento sessuale possano produrre effetti devastanti sulle persone che vi sono implicate, oltre al fatto di costituire contemporaneamente la causa e la conseguenza della diseguaglianza di genere e di concorrere a perpetuare stereotipi come l'idea che il corpo delle donne e delle ragazze debba essere venduto al fine di soddisfare la domanda maschile di sesso. Tra gli effetti devastanti citati la sindrome da stress post-traumatico che colpisce il 68% delle prostitute. Il 62% di queste donne dichiara di essere stata stuprata durante la propria attività e ciò dimostra come l'esercizio di rapporti mercenari presenti fortissimi rischi. I dati sono attinti da uno studio di Melissa Farley e collaboratori pubblicato nel 1998 (Prostitution in five countries: violence and post-traumatic stress desorder) e confermati dalla ricerca della medesima autrice effettuata nel 2003 ed estesa a nove Stati (Prostitution and trafficking in nine countries: an update on violence and post-traumatic stress desorder). L'89% delle persone coinvolte vorrebbe abbandonare la pratica della prostituzione.

Dopo aver fornito questi dati, il rapporto invita gli Stati Membri dell'UE ad abrogare le norme che criminalizzano le persone prostituite, sottolinea come i dati confermino l'effetto dissuasivo sulla tratta del modello nordico che sanziona l'acquisto delle prestazioni sessuali, osserva come la legalizzazione aumenti la vulnerabilità delle persone prostituite allo sfruttamento e il rischio di subire violenze.

Il rapporto richiama poi l'attenzione dei governi sull'impatto esercitato dalla crisi economica sull'incremento del numero delle ragazze costrette a prostituirsi e li invita a predisporre per loro soluzioni alternative e ad approntare servizi adeguati che consentano a chi lo desidera di uscire dalla prostituzione.

Esorta infine gli Stati membri a prendere in considerazione la possibilità di sanzionare l'acquisto delle prestazioni sessuali.


Vedi anche:
Appello a favore della relazione di Mary Honeyball



par Attac France -  (Traduzione di Maria Rossi)


Stanno per concludersi i negoziati per la stipula di un accordo commerciale bilaterale tra Unione Europea e Stati Uniti estremamente deleterio per l'ambiente e per i diritti dei lavoratori e dei consumatori di entrambe le sponde dell'Atlantico. Un accordo simile tra Stati uniti, Canada e Messico ha già comportato, fra l'altro, la perdita di un milione di posti di lavoro. Questi pericolosi negoziati sono poco noti in Italia. Eppure sarebbe importante sapere  quali conseguenze potrebbero produrre  e organizzare una mobilitazione che li blocchi, com'è accaduto in passato per altre proposte di accordi multilaterali. Sono convinta, poi, che, come femministe, dovremmo prestare maggiore attenzione e interesse alle decisioni economiche e sociali che vengono assunte dai nostri rappresentanti politici, destinate inevitabilmente ad incidere sulla nostra vita quotidiana, rendendola ancora più difficile e precaria.


L'8 luglio 2013 l'Unione Europea e gli Stati Uniti hanno iniziato negoziati [n.d.t. che stanno per concludersi] miranti alla stipula di un accordo commerciale bilaterale: il Partenariato  Transatlantico sul Commercio e sugli Investimenti (Transatlantic Trade and Investment Partnership, TTIP). E' l'approdo di molti anni di lobbying dei gruppi industriali e finanziari europei e statunitensi.
Il  partenariato transatlantico potrebbe essere uno degli accordi di libero scambio e di liberalizzazione degli investimenti più importanti mai conclusi, rappresentando la metà del Pil mondiale e un terzo degli scambi commerciali. Come altri accordi bilaterali firmati recentemente o in corso di negoziazione - in particolare l'accordo UE-Canada - il TTIP non si limiterà ad abolire le barriere doganali; ma si estenderà anche alle "barriere non tariffarie". Infatti qualsiasi normativa di regolamentazione, anche se decisa democraticamente, può essere considerata un ostacolo al commercio. Il TTIP mira dunque allo smantellamento o all'indebolimento di tutte le norme che limitano i profitti delle imprese europee o statunitensi, a vantaggio dei loro interessi.
La parte relativa agli investimenti del mandato del negoziato del TTIP prevede inoltre un meccanismo particolarmente minaccioso: il "regolamento delle controversie" che potrebbero insorgere tra attori economici privati e un governo. L'accordo UE-Canada, che non è ancora stato ratificato, contiene la stessa procedura. L'introduzione di tale meccanismo ad hoc, che prevedrebbe la nomina di arbitri esperti che assumerebbero le loro decisioni in piena indipendenza dalle giurisdizioni pubbliche nazionali o comunitarie, permetterebbe alle imprese multinazionali di intentare causa contro gli Stati le cui norme sanitarie, ecologiche o sociali, o le cui normative a tutela dei consumatori o delle economie locali fossero considerate d'ostacolo agli investimenti stranieri. L'obiettivo perseguito è questo: estendere il campo degli investimenti possibili e garantire la libertà e i vantaggi degli investitori.
Il TTIP potrebbe avere notevoli conseguenze anche in altri campi che oltrepassano ampiamente i confini del commercio. Ad esempio, rafforzerebbe drasticamente i diritti di proprietà intellettuale degli attori economici privati, amplierebbe il campo di ciò che è brevettabile e potrebbe offrire alle multinazionali delle nuove tecnologie dell'informazione un maggiore potere di controllo sui dati di Internet, in particolare su quelli relativi ai cittadini. Per la Commissione Europea, che conduce i negoziati in nome di tutti i paesi della UE, si tratta di conformare il TTIP al "più alto livello possibile di liberalizzazione". Essa desidera anche elevare l'accordo a modello da imitare.
Quali sono i rischi insiti in questo progetto di accordo?

La  diminuzione dei diritti doganali e gli attacchi alle norme sociali, sanitarie ed ecologiche
Il mandato dato alla Commissione europea dal Consiglio dei ministri europei del commercio il 14 giugno 2013  insiste su una " riduzione sostanziale delle tariffe doganali". Se i diritti doganali sono in media piuttosto bassi su entrambe le sponde dell'Atlantico, restano elevati in determinati settori.
Nell'agricoltura, ad esempio, i diritti doganali medi sono del 7% negli Stati Uniti e del 13% nell'Unione Europea. Questi diritti doganali tutelano certi settori a fronte di un'agricoltura statunitense più industrializzata e più "competitiva", a causa soprattutto della modestia delle tutele sociali ed ambientali in vigore oltre Atlantico. I diritti doganali permettono anche all'UE di tutelarsi di fronte ad un tasso di cambio più favorevole alle produzioni statunitensi. Che cosa accadrà se questi diritti doganali verranno smantellati? Di fronte all'arrivo massiccio dei nuovi prodotti agricoli americani, la nostra agricoltura non avrebbe altra scelta che generalizzare il modello di esportazioni agroalimentari difeso dalle multinazionali europee.
L'accresciuta concorrenza condurrebbe alla contrazione dei costi di produzione, che richiederebbe di abbassare gli standards ambientali, alimentari, sociali. Scomparirebbero le possibilità di promuovere la filiera corta e le prospettive di reinsediamento delle attività agricole sul territorio, di impulso all'agricoltura biologica e di conservazione dell'agricoltura contadina.
Il principale argomento sollevato dai sostenitori del TTIP riguarda le ricadute economiche. Tuttavia, sulla base di uno studio della Commissione europea, il guadagno in punti di PIL è stimato pari allo 0,1% in 10 anni, cioè in meno dello 0,01% all'anno...."Ricadute" per la verità insignificanti comparate ai rischi che pesano sul lavoro e sui diritti sociali. Questi potrebbero infatti essere ridotti nel quadro dell'"armonizzazione" delle norme sociali.
Così, ad esempio, secondo la Confederazione sindacale statunitense AFL-CIO, l'ALENA (accordo simile stipulato tra il Messico, gli Stati Uniti e il Canada) è già costato un milione di posti di lavoro, a causa della riduzione delle tariffe doganali e delle ristrutturazioni delle imprese diventate "non competitive". A causa dell'estensione geografica della competizione economica, il mercato transatlantico favorirebbe le fusioni/acquisizioni di imprese, dando alle multinazionali un controllo sempre più ampio sull'economia e sulla finanza.

In sostanza: una nuova tappa decisiva nella storia della deregolamentazione
Dagli anni Novanta, l'Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) è stata il motore della liberalizzazione degli scambi. Al suo interno, più di 150 Paesi negoziano la riduzione dei diritti doganali su numerosi beni e servizi, la soppressione delle barriere non tariffarie, così come l'estensione del dominio del libero scambio e del mercato, ad esempio ai servizi pubblici e alla proprietà intellettuale.
La marcia dell'OMC verso la totale deregolamentazione del commercio si è rapidamente scontrata con numerosi ostacoli: da un lato, con la mobilitazione della società civile, che rifiutava le drammatiche conseguenze del libero scambio, dall'altro  con la denuncia della prepotenza e del predominio delle grandi potenze da parte dei Paesi in via di sviluppo. Constatando il relativo blocco dell'OMC, le grandi potenze e in particolare l'Unione Europea e gli Stati Uniti, si sono impegnati in una strategia bilaterale e biregionale con i loro partners commerciali. Le grandi potenze traggono profitto da un rapporto di forza molto sfavorevole ai Paesi più poveri. Quando gli accordi bilaterali si negoziano tra economie di potenza comparabile, il vantaggio dei negoziatori, al riparo dallo sguardo del pubblico, consiste nel potersi spingere più in là di quanto potrebbe avvenire nell'ambito dell'OMC nell'instaurazione di un sistema commerciale concepito con e a favore delle multinazionali.

La mercificazione di nuovi pezzi di economia
I negoziati del TTIP non consistono soltanto nell'abbattere le barriere tariffarie. Si tratterà anche di ridurre ogni barriera normativa all'estensione del dominio del libero scambio, in particolare nel settore dei servizi. La distribuzione dell'acqua e dell'elettricità, l'educazione, la sanità, la ricerca, i trasporti, la cura delle persone....questi settori che per molti costituiscono servizi pubblici, potrebbero anche essere aperti alla concorrenza.
I negoziati del  TTIP rischiano soprattutto di condurre all'apertura dei mercati pubblici in Europa, ma anche negli Stati Uniti, come vogliono le lobbies europee; le comunità locali potrebbero essere costrette a bandire gare  d'appalto aperte alle multinazionali. Dovranno essere rispettate norme vincolanti che non permetteranno più ai comuni di favorire le imprese, il lavoro e i prodotti locali (e quindi lo sviluppo locale), né di adottare norme ambientali e sociali che garantiscano un elevato grado di tutela.
[...]
Nel campo delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione, il TTIP potrebbe riprendere gli elementi presenti nel progetto "ACTA" (Anti-counterfeiting Trade Agreement, Accordo commerciale anti-contraffazione), che prevedeva di rafforzare moltissimo i diritti di proprietà intellettuale e che un'ampia mobilitazione ha condotto al fallimento nel luglio 2012. In nome della lotta alla "pirateria",  il TTIP potrebbe infatti permettere il controllo generale della rete e ridurre la libertà di espressione in Internet. Altra conseguenza: potrebbe essere minacciato l'accesso dei consumatori ai farmaci generici, meno cari degli altri.
Verranno anche attaccate le norme sanitarie, ambientali - e soprattutto quelle che tutelano il benessere degli animali nel settore dell'allevamento - che "ostacolano" il commercio. Gli Stati Uniti approfitteranno del TTIP per costringere l'Unione Europea ad abbandonare le misure e i principi  (come il principio di precauzione) giudicati "protezionisti" e ad adottare le norme americane.

In concreto
Il vitello  agli ormoni rappresenta la maggior parte della produzione e del consumo di carne di vitello negli Stati Uniti; per ragioni di salute, la produzione e l'importazione di carne agli ormoni è  vietata dalla UE. L'OMC (l'Organizzazione Mondiale del Commercio) aveva già dato ragione agli Stati Uniti e al Canada nella loro denuncia della UE, autorizzandoli ad adottare misure di ritorsione. Cosa accadrà dopo la sottoscrizione del TTIP?
La questione si pone anche per il pollame disinfettato con soluzioni al cloro, che gli Stati Uniti vogliono esportare nella UE. L'accordo UE-Canada, se fosse ratificato, autorizzerebbe le imprese a  intentare causa contro gli Stati che rifiutano il vitello agli ormoni e aprirebbe direttamente la strada ad un accordo tra la UE e gli Stati Uniti.
Attualmente sono autorizzate all'importazione nella UE 52 varietà  di prodotti OGM; le potenti multinazionali delle sementi e le lobbies agro-alimentari premono perché la lista sia ampliata. Le clausole di salvaguardia decise da alcuni paesi come la Francia, che vieta la semina di prodotti OGM sul suo territorio, potrebbero essere attaccate da una multinazionale attraverso il meccanismo di regolazione delle controversie sopra citato.
Per l'industria europea così come per quella statunitense e, in particolare, per le industrie estrattive, i negoziati del TTIP e l'accordo UE- Canada sono una manna: l'occasione per ottenere la messa in discussione di un certo numero di tutele o di norme a protezione dell'ambiente, ad esempio  l'estrazione del gas da argille vietata in Francia e in Bulgaria, o la normativa europea REACH sui prodotti chimici, ritenuta troppo rigida.
Le banche e le assicurazioni si fregano le mani: il TTIP sarà  anche l'occasione per le lobbies finanziarie di ridurre gli strumenti di regolazione finanziaria e bancaria e di accentuare la liberalizzazione dei servizi finanziari. Diventerà impossibile rinforzare i controlli sulle banche, tassare le transazioni finanziarie, lottare contro i fondi speculativi.

Un attacco senza precedenti alla democrazia: le multinazionali al comando, il controllo  dei cittadini ostacolato
Le multinazionali europee e le loro lobbies, come Business Europe, hanno dispiegato un'intensa azione di lobbying in vista dell'apertura dei negoziati del TTIP. Gli interessi industriali hanno il predominio presso le istituzioni europee, come testimonia la composizione e il funzionamento del gruppo di lavoro di alto livello creato dall'Unione Europea e dagli Stati Uniti per esaminare gli effetti dell'accordo e fare delle raccomandazioni.
La Commissione ha moltiplicato le consultazioni delle multinazionali europee. Così, tra i 130 incontri  della Commissione per discutere con le parti riceventi dell'accordo, 119 erano  con le multinazionali o con lobbies industriali di primo piano. Contemporaneamente il pubblico rimane totalmente disinformato. Senza una forte mobilitazione dei cittadini, l'opacità dei negoziati resterà la norma, poiché finora il mandato della Commissione europea ha potuto essere conosciuto soltanto grazie a fughe di notizie.
Ma il primo pericolo per la democrazia riguarda il meccanismo d'arbitraggio "investitore versus Stato" previsto nel mandato dato alla Commissione europea. Questo meccanismo di regolamento delle controversie, che figura già nell'accordo UE-Canada, permetterebbe alle multinazionali di denunciare uno Stato o una comunità locale allorquando una legge o un regolamento vengano considerati d'ostacolo al commercio e all'investimento.
Per le multinazionali, la posta in gioco è importantissima. Si tratta di ottenere la possibilità di agire da autentica "polizia dell'investimento", di obbligare gli Stati a conformarsi alle loro regole e di poter eliminare ogni ostacolo ai loro profitti presenti, ma soprattutto futuri: ostacoli come norme sanitarie, ecologiche, sociali, votate democraticamente, e rimesse in discussione in nome del sacro principio del diritto degli investitori!
Vi sono numerosi esempi di denunce delle multinazionali  fatte in base agli accordi bilaterali d'investimento già conclusi. Alcuni Stati sono già stati condannati al pagamento di ammende molto dissuasive, dell'ordine di milioni, se non di miliardi di dollari (Nuova Zelanda, Uruguay, Argentina...)

Lone Pine e i gas da argille
Sulla base di un meccanismo simile a quello di arbitraggio "investitore versus Stato" previsto dal TTIP, la multinazionale Lone Pine ha promosso una causa giudiziaria contro il governo canadese e chiede 250 milioni di dollari di risarcimento per gli investimenti e i profitti non realizzati a causa della moratoria sull'estrazione del gas da argille (gas da scisti) stabilita dal Québec. In Francia, grazie a importanti mobilitazioni popolari, la fratturazione idraulica è, per ora, vietata. Ma regolarmente le industrie del settore ritornano alla carica per convincere le autorità dei benefici economici di questa estrazione ultra-inquinante. Che accadrà se i giganti dell'energia europei o americani decidessero di utilizzare il TTIP per intentare causa contro il governo francese?

Conclusione
Nel 1998 una mobilitazione internazionale dei cittadini era riuscita a far fallire un progetto d'accordo internazionale negoziato nell'ambito dell'OCDE, che mirava alla liberalizzazione degli investimenti delle multinazionali : l'Accordo Multilaterale sugli Investimenti. Anche l'Accordo Commerciale anti-contraffazione è stato respinto nel luglio 2012 dagli eurodeputati in seguito ad un'ampia mobilitazione dei cittadini europei. E' dunque possibile impedire questa sottomissione della società e della natura agli interessi mercantili delle multinazionali.
Dobbiamo ottenere il rifiuto della ratifica del trattato tra il Canada e l'Unione Europea perché contiene già le principali disposizioni che respingiamo e il blocco dei negoziati sul TTIP perché rappresenta una minaccia per i cittadini e le cittadine europee/i e statunitensi.
[...]



di Maria Rossi


 L'INCA CGIL ha presentato a Londra il 5 novembre il progetto Accessor (acronimo di Atypical Contracts and Crossborder European Social Security Obligations and Rigths), promosso insieme ai suoi partner sindacali europei.

Il progetto ha lo scopo di tracciare un quadro sulle nuove forme di contratto atipico che si sono sviluppate in 8 paesi europei: Regno Unito, Germania, Svezia, Spagna, Italia, Belgio, Slovenia e Francia.

In tutti gli otto paesi del progetto negli ultimi vent'anni si è verificata una proliferazione delle forme di contratto precario, in un contesto caratterizzato dalla crisi economica e dalla globalizzazione; dallo sviluppo di nuove tecnologie e dal deterioramento complessivo del diritto del lavoro.

In Italia, quasi due contratti su tre stipulati negli ultimi anni sono relativi a lavori a tempo determinato.

In Svezia, questi ultimi sono cresciuti fino a rappresentare uno su sei (15 per cento) di tutti i contratti di lavoro. In Francia la crescita del lavoro atipico si è sviluppata a partire dagli anni '80, con un incremento di sei volte del numero di lavoratori a tempo determinato e di quattro volte di quello dei tirocinanti. In Germania si stima che il 10% dei giovani lavoratori qualificati abbia ricoperto un posto di lavoro che non comportava l'erogazione di una remunerazione e un altro 10% abbia percepito un compenso che non garantiva la sussistenza. In questo paese, circa nove milioni di contratti attuali possono essere definiti atipici. In Belgio il lavoro atipico ha cominciato a manifestarsi verso la fine degli anni '90 ma fino al 2010 era limitato a due tipologie: contratti part-time e a tempo determinato. Tuttavia, più recentemente si è verificata una rapida espansione di altre forme di lavoro atipico: autonomo, interinale, in subappalto, stagionale e occasionale e quello domestico, appoggiato dallo Stato.

Non esistono dati precisi sulla misura della varietà delle forme di contratti atipici. Il rapporto nazionale italiano indica un numero compreso tra 19 e 46, a seconda di quale organizzazione esegua il calcolo. Il rapporto nazionale francese stila un elenco di nove forme di contratto atipico, così come quello britannico. Quello sloveno e quello belga elencano sette tipi principali. Il rapporto spagnolo identifica nei contratti a tempo determinato la forma principale di lavoro atipico.

Benché il lavoro precario sia diffuso tra tutti i lavoratori, esso presenta ancora una forte connotazione di genere (è prevalente tra le donne), età (è molto esteso tra i giovani e tra i più anziani) ed etnia (è particolarmente presente tra gli immigrati). Ciò solleva la questione dell'impatto discriminatorio del precariato su queste fasce della forza lavoro, che occupano la posizione più bassa nella gerarchia dell'attività produttiva.

Le donne hanno molte più probabilità di lavorare part-time rispetto agli uomini in tutti i paesi che hanno partecipato al progetto ACCESSOR. In Francia tale possibilità è quattro volte superiore a quella degli uomini. Anche in Svezia il lavoro part-time è prevalentemente femminile e principalmente relegato a certi settori, come le pulizie e l'assistenza agli anziani.

In Belgio il 44% percento delle donne lavora part-time, rispetto al 9% degli uomini. L'80% dei posti di lavoro part-time è occupato da donne. In effetti, questo Paese è uno degli Stati membri della UE con la proporzione più elevata di donne che lavorano part-time rispetto alla media dell'Unione Europea in cui questa percentuale risulta pari al 32 percento. Nel Regno Unito, il 74 percento di tutti i lavoratori part-time è rappresentato da donne.

Il lavoro a tempo determinato ha costituito il 30 % del totale dei posti creati tra il 1987 e il 2007 nell'ambito della UE ed è caratterizzato dalla prevalenza femminile.

Vi sono poi forme di lavoro connotate da una precarietà ancora più accentuata che colpisce soprattutto le tre categorie già menzionate (donne, giovani e migranti), fatta eccezione per l'apprendistato e per il lavoro autonomo e para-subordinato che interessa prevalentemente gli uomini.

I mini job tedeschi, introdotti dal governo di coalizione tra verdi e socialdemocratici e incentivati dallo Stato, comportano l'erogazione di retribuzioni minime (nell'86% dei casi), sono precari, spesso interinali (68%) o a tempo determinato (46%) e stipulati con i giovani (52% del totale). E' più probabile che siano donne ad occupare mini job rispetto agli uomini, con una sovra rappresentazione nel settore del lavoro esclusivamente marginale e nel part-time.

I contratti a zero ore non prevedono un orario fisso. I dipendenti lavorano solo se richiesto dal datore di lavoro che spesso li assume via sms o per chiamata telefonica. Non garantiscono diritti e tutele. Il 53% dei lavoratori in queste condizioni ha un'età compresa tra i 16 e i 24 anni. Si tratta prevalentemente di ragazze. Nel Regno Unito sono probabilmente un milione i dipendenti che hanno stipulato questo tipo di contratto. Circa l'8% della forza lavoro britannica, corrispondente a più di 2 milioni di persone, lavora meno di dieci ore a settimana. Recenti dati dell'ONS indicano che 470.000 persone, tra dicembre 2012 e febbraio 2013, hanno lavorato con un orario di lavoro di sei ore a settimana. Le donne hanno più probabilità di essere impiegate con contratti dall' orario molto ridotto e dei 470.000 lavoratori identificati in quella categoria 161.000 erano uomini (34 %) e 309.000 (66 %) donne.

La sottooccupazione quindi è una caratteristica chiave del lavoro atipico, con particolari ripercussioni sul lavoro femminile, su quello giovanile e sui lavoratori non qualificati. La proporzione dei lavoratori part-time sotto-occupati nell'UE a 27 nel 2012 è aumentata fino a raggiungere il 21,4 percento, superando i nove milioni.

I lavoratori e le lavoratrici atipiche sono discriminati non una, ma tre volte: sono precari e percepiscono basse remunerazioni, sono scarsamente coperti dai sistemi di sicurezza sociale quando restano disoccupati, perdono una parte dei loro diritti quando si spostano in un altro stato UE. Questi tre fattori costituiscono una trappola dalla quale è ben difficile uscire.


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