Roma, 12 aprile, manifestazione per il diritto alla casa. Un agente in borghese sale con il peso di tutto il suo corpo sul corpo di una ragazza ferita, stesa inerme per terra. Un video di Servizio Pubblico riprende la scena.

Il capo dela polizia dice che l'agente è solo un cretino da identificare e sanzionare, ma tutti gli altri si sono comportati in modo corretto, hanno lavorato bene e meritano applausi. Il questore di Roma, Mario Mazza, aggiunge: «Per tanti che hanno lavorato bene non è giusto perdere la faccia a causa di una persona che ha invece fatto un errore». Un errore.

Il capo della polizia e il questore di Roma interpretano il vecchio modulo della mela marcia nel cesto sano. Nonostante la mela marcia o il cretino calpesti la ragazza sotto gli occhi dei suoi colleghi, senza evidentemente temere di doversi vergognare. Dal cesto sano, nessuno si leva per fermare la mela marcia prima che calpesti la ragazza, nessuno lo redarguisce dopo che l’ha calpestata. Il cesto sano da solo non denuncia il caso, non avvia una inchiesta. Ha bisogno di essere incalzato da un video virale, il video di una autorevole testata giornalistica, ripreso da tutti i giornali. La mela marcia, solo quattro giorni dopo, si costituisce e ritiene di poter raccontare al cesto sano di aver confuso la ragazza con uno zaino.

Il prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, è in disaccordo con il capo della polizia: I poliziotti sono le «vere vittime». La mela marcia non è un cretino, bensì un frustrato. L'agente era in piazza per difendere i manifestanti. Quei manifestanti che lo ripagano prendendolo a bersaglio. Il suo lavoro è vano, lui è impotente, ha paura. Tutto questo per quattro soldi, è sottopagato, 1.200 euro al mese. Allora, il suo comportamento apparentemente inspiegabile diventa spiegabile.

In effetti, le violenze in piazza e negli stadi si sono sempre spiegate così. I violenti sono esseri umani rabbiosi e impotenti. Poveri, disoccupati, precari, senza un futuro, socialmente umiliati. Trovano uno sfogo nella violenza distruttiva. Ma erano i tifosi o i manifestanti. Per il prefetto di Roma, sembra che la spiegazione calzi a pennello anche per i poliziotti. Anzi, solo per loro. Dopo Pasolini, i poliziotti sono i proletari e i manifestanti i figli di papà. Eppure la rabbia e la frustrazione dei poliziotti si è abbattuta anche sui senzatetto della Montagnola.

Il prefetto di Roma rifiuta l’introduzione del codice identificativo, a meno che non si cambino le regole di ingaggio. Nel senso, si presume, di una più ampia licenza di comportamento. Ad essere contrario è anche il ministro dell’interno Angelino Alfano: rifiuta che sotto accusa finisca la polizia. Il codice identificativo vuol metterlo ai manifestanti. Minaccia di vietare l’accesso dei cortei al centro di Roma, per prevenire vandalismi e saccheggi.

Ignoro quale sia in merito il pensiero del premier Matteo Renzi e del Partito democratico. Al momento, non ho incontrato articoli che ne parlano, a parte una intervista di Filippo Bubbico, viceministro dell'interno: condanna gli abusi della polizia, ma esprime perplessità sull'introduzione del codice identificativo. Voluto invece da SEL, con una proposta di legge. Il capogruppo di SEL, Gennaro Migliore, chiede le dimissioni del prefetto di Roma.

Spesso si discute degli scontri tra polizia e manifestanti, come si trattasse degli scontri tra due bande di picchiatori, con la platea della pubblica opinione divisa in due tifoserie. Conta chi ha picchiato di più, chi ha cominciato per primo, chi ha commesso più fallì. Soprattutto i tifosi della polizia la mettono su questo piano e reputano che la correttezza della propria banda sia condizionata dalla correttezza della banda avversa. La quale deve essere la prima a rispettare la legge e, ad esempio, a non mettersi il casco in testa o a bardarsi il viso, altrimenti non si lamenti delle conseguenze, non pretenda codici identificativi.

Ma, non può essere così. Quello del manifestante non è un lavoro al quale si viene preparati e a cui si accede per concorso, superando un esame. Per i manifestanti non esistono corsi di aggiornamento o corsi di addestramento. I manifestanti non sono servitori dello stato. E’ normale che in mezzo ai disordini un manifestante non sappia cosa fare. Se stare fermo, se scappare. Se, e come difendersi. Non è preparato, non è tenuto ad esserlo. E’ tenuto solo a rispettare la legge, ma questo non lo garantisce dal trovarsi in una situazione di pericolo. Come abbiamo visto, di fronte ad un poliziotto arrabbiato e frustrato, anche un cittadino modello può assumere le sembianze di uno zainetto.

I manifestanti non possono fermare i poliziotti, non possono arrestarli. Non possono portarseli al centro sociale per identificarli. Non possono comportarsi così con nessuno di noi. Se uno di loro prova a fermarci, possiamo tirare diritto. Se uno di loro viene a bussare alla nostra porta, possiamo lasciarlo sul pianerottolo o persino cacciarlo via. Ma di fronte ad un poliziotto dobbiamo fermarci, mostrargli i documenti se li chiede. Seguirlo in questura, se vuole fare ulteriori accertamenti. Se la polizia si presenta a casa nostra, dobbiamo aprirgli la porta. A qualsiasi ora del giorno e della notte. Così, non è la stessa cosa avere fiducia nei manifestanti o avere fiducia nella polizia. Avere fiducia in chi deve rispettare l’ordine pubblico e in chi, oltre a rispettarlo, ha il dovere di garantirlo per tutti.

Un cittadino deve poter avere fiducia in chi detiene il monopolio della violenza. Fiducia nel fatto che per l’unico detentore legittimo della violenza, il rispetto della legge è assoluto e incondizionato, e non può certo dipendere dal fatto che tutti gli altri si comportino bene, poichè se così fosse polizia e carabinieri non avrebbero neanche ragione di esistere. Perciò, il comportamento delle forze dell’ordine non è confrontabile con quello di nessun altro gruppo.

Il simpatizzante destrorso che detesta i manifestanti, può non esserne consapevole. Possono non rendersene conto alcuni poliziotti, per via della storia del cretino. Ma il capo della polizia, il questore della città, il prefetto, il ministro dell'interno, non possono non saperlo. E' molto superficiale quel rinnovamento, quella rottamazione, che accantona qualche anziano politico, ma lascia ai veritici dello stato funzionari e dirigenti con idee tanto dubbie e confuse sul ruolo e sui limiti delle forze dell'ordine e, in definitiva, sullo stato di diritto.


Riferimenti:
Roma, nuove manganellate sui manifestanti a terra (Youreporte Corriere Tv)
Il calcio sul volto al manifestante caduto a terra (Servizio Pubblico - Repubblica Tv)
"Paura e dolore mentre ero a terra pestata dalla Polizia" (Deborah Angrisani)
Montagnola, scontri tra manifestanti e polizia: il video da un balcone (Repubblica TV)
I calci, il numero e lo sdegno gratis (Alessandro Gilioli)
Ci vuole un codice identificativo per le forze dell'ordine (Luigi Manconi)

Il M5S ha votato contro il DDL svuota carceri contenente la depenalizzazione del reato di immigrazione clandestina. Insieme con la Lega Nord e i Fratelli d'Italia. 

Ma a differenza dei due partiti tradizionalmente xenofobi, sostiene di essere stato favorevole all’abrogazione del reato. Dice anzi di aver voluto anche l’abrogazione dell’illecito amministrativo. Unico insieme a SEL. La rappresentazione di un M5S che vota contro l’abrogazione del reato di immigrazione clandestina sarebbe opera dei galoppini del PD. Una ricostruzione di Giornalettismo sembra avvallare questa tesi perlomeno per quanto riguarda «come ha veramente votato il Movimento Cinque Stelle».

A mio avviso la posizione e il comportamento del M5S sono contorti e, in definitiva, come spesso accade, ambigui. Nel corso della vicenda, il movimento ha sostenuto una linea e anche l’altra. In principio sono i senatori del M5S a voler l’abrogazione del reato. Grillo e Casaleggio li sconfessano. Per loro la gente è a favore del reato e il movimento deve riflettere la volontà della gente, senza mettersi ad educarla. Indicono un referendum online e lo perdono. Al senato, il M5S vota a favore dell’abrogazione del reato. Alla camera il M5S vota a favore dei singoli emendamenti contro il reato, ma alla fine vota contro il DDL che contiene la depenalizzazione. Se il DDL cade, cade anche l’abrogazione, che evidentemente non è la cosa più importante, rispetto agli altri provvedimenti. Ma soprattutto, sui media vecchi e nuovi - ed è facilmente prevedibile - passa il messaggio che il M5S insieme a Lega e Fratelli d’Italia vota contro l’abolizione del reato di clanestinità. Una confusione e una ambiguità che stanno nella logica di un movimento che non vuole essere nè di destra, nè di sinistra, ma vuole pescare consensi da entrambe le parti, e così esprime una mossa per l’una e una mossa per l’altra.

I motivi per cui il M5S si dichiara contrario al DDL svuotacarceri, riguardano il fatto che si tratta di una legge delega su materie delicate e diverse, e il fatto che si tratta di depenalizzare o prevedere pene alternative per i reati minori. Tra le motivazioni divulgate, con l’ausilio di giornalisti sostenitori, il fatto che il provvedimento è la solita variegata macedonia (tipo femminicidio e Imu-Bankitalia) sulle depenalizzazioni in genere, tra cui - addirittura! - l'attenuazione di alcuni reati anche legati alla pedofilia. Mettiamo da parte la sparata sulla pedofilia. Mentre il femminicidio non c’entrava niente con la Tav e l’Imu non c’entrava niente con Bankitalia, tutti i provvedimenti compresi nel DDL riguardano la riforma del sistema sanzionatorio e raccolgono in parte le tre leggi di iniziativa popolare promosse dall’Associazione Antigone.

Secondo il DDL, gli arresti domiciliari diverranno la pena da applicare in automatico per i reati che prevedono pene inferiori ai tre anni. Per le pene dai tre ai cinque anni, decide il giudice valutando la gravità del reato e la capacità a delinquere del suo autore. In forza di una delega, il governo depenalizzerà una serie di reati in illeciti amministrativi, attualmente puniti con la sola multa o ammenda. Tra i reati depenalizzati vi è quello di immigrazione clandestina. Sono esclusi dalla depenalizzazione, i reati relativi a edilizia e urbanistica, territorio e paesaggio, alimenti e bevande, salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, sicurezza pubblica, gioco d’azzardo e scommesse, materia elettorale e finanziamento dei partiti, armi ed esplosivi, proprieta’ intellettuale e industriale. Il DDL estende dai minori agli adulti la messa alla prova: per reati inferiori a pene di quattro anni o con pena pecuniaria, l’imputato può chiedere la sospensione del processo con messa alla prova, che consiste in lavori di pubblica utilità, condotte riparatorie e risarcitorie, l’affidamento ai servizi sociali. Se l’esito è positivo, il reato si estingue, in caso di trasgressione scatta la revoca. Durante il periodo di prova è sospesa la prescrizione. La riforma elimina la condanna in contumacia. Se l’imputato è irreperibile, il giudice sospende il processo, ma può acquisire le prove non rinviabili. Alla scadenza di ogni anno dispone nuove ricerche di reperimento dell’imputato, finchè dura la ricerca è sospesa la prescrizione. Se le ricerche hanno buon esito, il giudice fissa la nuova udienza, l’imputato può chiedere il patteggiamento o il rito abbreviato.

Da come è spiegata in questo articolo, che pure è scritto da Michele Ainis, cioè da un giurista che la pensa come Giorgio Napolitano, la sentenza sul conflitto di attribuzioni sembra contraddittoria là dove ammette che se le intercettazioni contengono la prova dell'innocenza di un inquisito devono essere conservate. Quindi prima di distruggerle, bisogna fare una valutazione, non c'è nessun automatismo, nessun principio di privacy in assoluto. A chi spetta questa valutazione? A chi intercetta? Agli inquirenti? No, può spettare solo al giudice per le indagini preliminari. Ma il GIP non può valutare da solo senza consultare le parti. A quel punto il rischio che le intecettazioni diventino pubbliche diventa altissimo. Questo è il motivo per cui la procura di Palermo non le ha inviate subito al GIP. Proprio per tutelare la privacy del presidente.

A mio modesto parere, contrariamente a quanto scrive l'insigne giurista, la procura di Palermo non si è comportata come se di fronte ad un vuoto normativo sulle intercettazioni fortuite del presidente della repubblica, la Costituzione non esistesse, ma come se nella Costituzione ci fossero due principi che entrano in conflitto nel caso specifico. E infatti ci sono.

Se l'articolo 90 della Costituzione stabilisce che «Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell'esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione. In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri», l'articolo 24 sancisce il diritto inviolabile alla difesa: «Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi. La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento. Sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione. La legge determina le condizioni e i modi per la riparazione degli errori giudiziari.» Appartiene al diritto alla difesa la conoscenza di tutti gli atti dell'istruttoria, comprese le intercettazioni fortuite.

Si dirà che in questo caso è evidente che l'interesse dell'inquisito per falsa testimonianza Nicola Mancino è convergente con quello del presidente della repubblica. A parte il fatto che non si tratta dell'unico inquisito, dubito però che questa valutazione, anche se ovvia, possano farla gli inquirenti o il Gip in modo unilaterale, nè che si possa fare per vie informali con la difesa dell'inquisito, magari per telefono con il rischio di essere intercettati ancora. La si farà secondo la procedura prevista per il deposito degli atti, in accordo tra le parti. In quella sede la difesa comunicherà al GIP di non essere interessata alla preservazione delle intercettazioni o di volerne la distruzione. Non vedo in quale altro modo tale convergenza possa manifestarsi.

C'è poi da domandarsi se davvero dall'articolo 90 della Costituzione si possa desumere un principio di tutela della privacy del presidente nel caso venga accidentalmente intercettato. E se le conversazioni telefoniche tra Mancino e Napolitano - riguardanti la richiesta di Mancino al presidente di intervenire sul coordinamento delle procure coinvolte nella inchiesta sulla trattativa Stato Mafia, in modo che la parte relativa al suo caso fosse sottratta alla Procura di Palermo - davvero rientrino propriamente nell'esercizio delle funzioni del presidente della repubblica.

Scrive Michele Ainis citando la sentenza che «occorre interpretare le leggi ordinarie alla luce della Costituzione, e non viceversa». Tuttavia, a me sembra che per affermare il principio prioritario del diritto alla riservatezza del presidente della repubblica sia stato fatto proprio questo, sia stato interpretato l'articolo 90 della Costituzione alla luce dell'art. 271 del codice di procedura penale in quanto il presidente della repubblica non rientra tra le eccezioni previste dal segreto professionale. Evidentemente a sostegno della tesi della Consulta, la Costituzione non dice tutto il necessario, tanto da dover cercare appigli al di fuori di essa, ovvero tanto da doverla interpretare alla luce di una legge ordinaria.

Marco Pannella senatore a vita è una scelta plausibile. Se il presidente della repubblica lo nominerà, non ci sarà ragione per essere scontenti. Ma neanche per fare salti di gioia. Così, ignoro il senso della lettera che Fausto Bertinotti ha inviato al capo dello stato. Dice che Pannella mette in gioco il proprio corpo per salvare, con la vita delle persone in carcere, l’onore della Repubblica.

Con 70 mila detenuti su 45 mila posti in cella, la condizione carceraria è certamente uno dei temi sociali più importanti. Insieme con molti altri che disonorano la repubblica almeno altrettanto: la condizione degli immigrati reclusi nei centri di identificazione o respinti in mare e alle frontiere, trattenuti e internati in Libia in conseguenza di un accordo con il governo italiano. La condizione degli operai, dei lavoratori che subiscono infortuni, muoiono sul lavoro, sono esposti ad avvelenamenti e radiazioni. La condizione di precari, licenziati, disoccupati, esodati, impossibilitati a mantenersi una casa e in attesa dello sfratto. La condizione delle donne che subiscono la violenza maschile e il femminicidio. E' arduo indicare a colpo sicuro un tema più importante di un altro. La lettera di Bertinotti lo indica in funzione del suo candidato.

Un candidato che ha fatto battaglie civili sacrosante e molti scioperi della fame, ultimo quello per l'amnistia, ma che pure ha sostenuto aggressioni militari, che si colloca totalmente dalla parte di Israele nonostante la negazione dei diritti dei palestinesi, che ha appoggiato il governo Berlusconi nel 1994 ed ha tentato di farlo ancora nel 2011. Che si riconosce nel liberismo. Una ideologia all’origine dell'uso del carcere come discarica sociale.

L’aministia, come l’indulto, è una misura straordinaria a fini di opportunità politica e di pacificazione sociale, usata in modo improprio, per sfoltire cause pendenti e popolazione carceraria, ma a tal fine non è mai risolutiva e lede il principio della certezza della pena. Il sovraffollamento delle carceri è un ingiusto supplemento di pena, ma rimettere in libertà persone che si sono macchiate di delitti è una ingiustizia nei confronti delle vittime e può essere un pericolo sociale. Dalle carceri vanno liberati tossicodipendenti e immigrati, possono essere depenalizzati i reati minori, favorito l’accesso alle pene alternative. Dubito della giustezza e dell’efficacia di provvedimenti generalizzati.

Perciò, pur senza disprezzare la sua proposta, credo che un uomo di sinistra come Fausto Bertinotti, possa qualificarsi con una proposta migliore e più coerente. Su Facebook, tra i commenti alla sua lettera, c’è una compagna che propone una donna pacifista e femminista: Lidia Menapace. Ed io sono d’accordo con lei.

Esiste un dibattito pubblico sulle controversie giuridiche e di opportunità in merito alla trattativa stato-mafia e sulle relative inchieste delle procure, in particolare quella di Palermo. Il presidente della repubblica ha sollevato presso la corte costituzione un conflitto di attribuzione per ciò che concerne le sue conversazioni telefoniche con Nicola Mancino, indagato per falsa testimonianza. La consulta gli ha dato ragione. 

A questo dibattito pubblico però sembra che Antonio Ingroia non debba partecipare, neanche dal confino in Guatemala. Le sue critiche alla sentenza sono paragonate alla infuriate berlusconiane e Forza Italia vuole intentare una causa contro di lui, raccogliendo le firme sul web. Motivo per cui è già partita una petizione a favore: www.iostoconingroia.it

Tutte le sentenze possono essere criticate. Bisogna poi vedere se la critica ha fondamento, come è argomentata e se proposta in modo tale da non delegittimare i giudici. Di solito, quelli che criticano le sentenze sono parte in causa come imputati e inquisiti e anche come legislatori di proposte di legge che limitano l'indipendenza dei giudici o il principio di uguaglianza di fronte alla legge. Non mi sembra questo il caso. Ingroia è accusato di aver violato la legge. Anche nel dibattito pubblico. Perchè non può difendersi?

La consulta ha emesso la sua sentenza (le cui motivazioni sono ancora ignote). Ma l'ex pm dissente. E con lui non solo Marco Travaglio, ma anche eminenti giuristi come Gustavo Zagrebelsky e Franco Cordero dissentono. Perchè non possono dirlo? Peraltro gran parte della contesa si fonda sulla confusione tra intercettazioni dirette e intercettazioni accidentali, poichè nessuno ha deciso di intercettare il presidente della repubblica. Intercettato era Nicola Mancino, che ha telefonato a Giorgio Napolitano.

Le sentenze non si mettono in discussione nel senso che non si possono non applicare (ma è da vedere se questa sentenza può essere di chiara applicazione). Tuttavia si possano criticare. Inoltre, dal luglio 2012, Ingroia non è più un pm della procura di Palermo, l'inchiesta oggetto della sentenza non è più sua. L'altra parte in causa, il presidente della repubblica, non si è astenuto dal dire quello che pensa. Come anche il capo del governo, parlando a proposito delle intercettazioni di violazioni e abusi «sotto gli occhi di tutti», ben prima che la consulta si pronunciasse, e quindi obiettivamente condizionandola. Tutti possono parlare contro il pm, ma il pm non può rispondere.

L'intercettazione indiretta, essendo indiretta, non è il frutto di una decisione della procura. Intercettato è un indagato per falsa testimonianza che telefona al presidente. La procura, senza volerlo, ha in mano una intercettazione del presidente. Ciò non c'entra nulla con il fatto che il presidente non è responsabile degli atti compiuti nell'esercizio delle proprie funzioni (ammesso che accettando di interloquire con le richieste di un indagato, stesse esercitando le proprie funzioni). Il presidente infatti non è stato accusato di nulla, appunto le intercettazioni sono state ritenute irrilevanti. Peraltro se dalle intercettazioni fosse possibile (teoricamente) ricavare il fondato indizio di alto tradimento o di attentato alla costituzione - per esempio, per passare informazioni che sono sotto segreto di stato - le intercettazioni sarebbero utilizzabili. Escludere invece che lo siano, presuppone una valutazione.

Ha poco senso dire che le intercettazioni del presidente non devono neanche essere ascoltate: sono state registrate in automatico. Esistono. Secondo l'interpretazione favorevole al diritto alla riservatezza del presidente, vanno distrutte con una procedura che le sottragga al contraddittorio, altrimenti diventano pubbliche. Secondo invece una interpretazione favorevole al diritto alla difesa le intercettazioni vanno sottoposte alla valutazione delle parti. Il punto è: prevale il diritto alla difesa degli indagati o il diritto alla riservatezza del capo dello stato? Il diritto alla difesa è un diritto costituzionale.

Una intecettazione può essere usata anche come prova o documento utile per difendersi. Perciò, il GIP non può distruggere le intercettazioni senza il consenso della difesa. L'indagato ha il diritto di avere a disposizione tutti gli atti prodotti dall'istruttoria. Sta a lui valutare se possono servirgli o meno. Se il GIP distrugge un atto, un qualsiasi atto, senza il suo consenso, viola la costituzione e lui può denunciarlo. Questo principio non vale più se nell'atto è accidentalmente registrata una conversazione del presidente della repubblica? Sarà interessante leggere nelle motivazioni della sentenza, come la consulta spiega la precedenza di questo principio ipergarantista a tutela del presidente.

Ciò detto, le polemiche, le controversie, i conflitti di attribuzioni relativi all'inchiesta, finiscono per oscurare i contenuti della stessa. Così, in tema di domande ultime, valgono quelle poste da Alfonso Gianni: (...) Ma ciò che è più importante, al di là di disquisizioni causidiche, è che rimangono senza risposta alcune fondamentali domande. Andando dalla più lieve alla più grave: perché Mancino telefonava al Quirinale? Cosa successe e perché ci fu la trattativa Stato-Mafia agli inizi degli anni Novanta? Forse qualcuno allora volle applicare misure da "stato d'eccezione" per dirla con Agamben e qualcun altro oggi vuole coprire quella pagina? Che relazione c’è tra quest’ultima e l’uccisione in particolare di Paolo Borsellino? Le "ragioni del diritto" di cui vaneggia oggi Scalfari nel suo editoriale non saranno mai ristabilite finchè non si darà risposta esauriente e convincente a queste domande.

I giornali hanno titolato «Infibulazione: genitori assolti». Gli articoli raccontano di una sentenza rovesciata in appello, la prima ad applicare la legge contro l'infibulazione. Ma si è davvero trattato di infibulazione? Secondo i legali della famiglia no.

«Da parte nostra - precisano gli avvocati Lombardo e Lorenzetto - abbiamo sempre sostenuto che non si è trattato di infibulazione e che, invece, era stata praticata solo una piccola incisione che, come accertato dai nostri consulenti, non pregiudicherà lo sviluppo sessuale con la crescita». Secondo i legali, dunque, «non ci fu una mutilazione, una menomazione o un atto violento», bensì - al contrario «un’incisione minimale», di pochi millimetri, praticata agli organi genitali femminili. Una tradizione di lunga data, capillarmente diffusa in alcune zone della Nigeria e, in particolare, tra la tribù dei Bini. (Corsera)

La legge italiana vieta l'infibulazione.

L'infibulazione (dal latino fibula, spilla) è una mutilazione genitale femminile. Consiste nell'asportazione del clitoride (escissione), delle piccole labbra, di parte delle grandi labbra vaginali con cauterizzazione, cui segue la cucitura della vulva, lasciando aperto solo un foro per permettere la fuoriuscita dell'urina e del sangue mestruale(Wikipedia)

O qualsiasi pratica cagioni effetti dello stesso tipo:

Con la legge 9 gennaio 2006, n. 7, il Parlamento italiano ha provveduto a tutelare la donna dalle pratiche di mutilazione genitale femminile, in attuazione degli articoli 2, 3 e 32 della Costituzione e di quanto sancito dalla Dichiarazione e dal Programma di azione adottati a Pechino il 15 settembre 1995 nella quarta Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulle donne. Al codice penale è aggiunto l'articolo 583-bis che punisce con la reclusione da quattro a dodici anni chi, senza esigenze terapeutiche, cagiona una mutilazione degli organi genitali femminili. Per mutilazione il legislatore intende, oltre alla infibulazione, anche la clitoridectomia, l'escissione o comunque (norma di chiusura) qualsiasi pratica che cagioni effetti dello stesso tipo. (Wikipedia)

La «incisione minimale» oggetto della sentenza potrebbe non rientrare in questi casi, se non ha gli stessi effetti, se non ha alcun effetto negativo sullo sviluppo sessuale della bambina. Sembra essere stato questo l'orientamento del giudice.

Si può essere favorevoli ad una interpretazione estensiva del divieto, che riguardi qualsiasi tipo di intervento non necessario sugli organi genitali delle bambine. E dei bambini. Una legge così fatta però finirebbe per dover vietare anche la circoncisione, come si è proposto di fare in Germania.

La Polizia Postale Web Site Fans di Facebook, riferendosi alla giornata del 14 novembre, ha scritto che «La polizia non manganella nessuno, ma non è disposta a farsi massacrare da un branco di barbari incivili». La stessa pagina però, in un post successivo, non ha potuto chiudere gli occhi di fronte agli abusi.

Se è sbagliato criminalizzare la polizia, non si può ignorare che nella storia del paese esistono anche pagine come Bolzaneto e l’assalto alla Scuola Diaz. E spesso, un ingiustificato comportamento «sudamericano» nella gestione delle piazze.

Qualsiasi cosa succeda nelle piazze, la polizia ha il dovere di rispettare la legge. Può prevenire, contenere, reprimere eventuali disordini, solo nei modi e nei limiti previsti dalla legge. La polizia non è una banda contrapposta ad un altra. E’ un apparato dello stato - dello stato democratico - ha il monopolio della violenza, per garantire la sicurezza dei cittadini. Che devono poter avere fiducia nella polizia. E’ possibile e necessario avere fiducia nella polizia, se la polizia usa il suo potere. Invece di abusarne. Come è successo mercoledì in alcune piazze europee e italiane durante le manifestazioni indette per lo sciopero europeo dei sindacati contro le politiche di austerità. Politici e amministratori hanno espresso solidarietà per le forze dell’ordine, in riferimento a episodi come quello di Torino, dove ad un poliziotto, un manifestante autonomo ha spaccato il casco. Ma sono rimasti in silenzio di fronte ad episodi come quello di Roma dove un gruppo di poliziotti pesta un manifestante a terra, ormai inerme, manganellandolo sulla faccia o quello più controverso che vede lacrimogeni piovere dalle finestre del ministero della Giustizia. Eppure, per le ragioni dette prima, la violenza da parte della polizia è giuridicamente e moralmente molto più grave della violenza da parte dei manifestanti. Motivo per cui Amnesty International si esprime contro l’uso eccessivo e sproporzionato della forza e una petizione chiede di introdurre un codice identificativo sulle divise dei poliziotti. Quanto detto, non richiede nessuna condizione preliminare. Il rispetto della legalità da parte delle forze dell’ordine deve essere incondizionato.

Le forze politiche più vicine al movimento, gli intellettuali, gli scrittori, i giornalisti, gli organi di informazione più sensibili alla lotta per la democrazia e la giustizia sociale, fanno bene a respingere la criminalizzazione del movimento e ogni equiparazione tra la violenza di alcuni manifestanti e quella in divisa, così come fanno bene ad analizzare e comprendere le ragioni di esasperazione sociale di chi si oppone alla violenza dei licenziamenti, dei tagli, della riduzione dei diritti. Al tempo stesso, hanno il compito di formare un orientamento sulle forme di lotta e di organizzazione, che escluda la violenza alle cose e soprattutto alle persone, che promuova pratiche di lotta anche illegali - come lo erano in origine l’obiezione di coscienza, gli scioperi, le occupazioni - tanto quanto siano politicamente efficaci e allarghino la partecipazione al movimento, o quanto meno non la riducano. In questo senso trovo ambiguo quanto scrive Andrea Colombo, mentre condivido le obiezioni di Stefano Ciccone, come anche le analisi di Luigi Manconi. Su ciò che conviene al «potere» riguardo la condotta dei movimenti, basti ricordare i metodi di infiltrazione volti a provocare incidenti e i suggerimenti di Francesco Cossiga a Roberto Maroni quando era ministro dell’Interno.

Ho aderito alla petizione del Fatto Quotidiano a sostegno dei pm di Palermo, della loro inchiesta sulla trattativa stato-mafia. E' vero che a rigore l'azione della magistratura deve trovare il suo fondamento nella legge e non nel consenso dell'opinione pubblica. Ma ciò implica che gli inquisiti non organizzino il dissenso e non intraprendano iniziative volte a ostacolare e delegittimare le inchieste. Quando gli inquisiti sono politici, essi non esitano a politicizzare la loro vicenda giudiziaria accusando la magistratura di fare politica o comunque di agire in modo illegittimo. Nel caso dell'inchiesta di Palermo addirittura il presidente della repubblica ha deciso di sollevare di fronte alla Corte Costituzionale un conflitto di attribuzione contro la procura di Palermo, poichè essa non ha distrutto immediatamente le intercettazioni telefoniche tra l'intercettato Nicola Mancino, indagato per falsa testimonianza e il capo dello stato. Distruzione non disposta da nessuna legge. In questo contesto diviene lecito e persino doveroso che altri soggetti della politica, dell'informazione, della società civile intraprendano iniziative volte a sostenere l'azione giudiziaria che gli inquisiti e i loro sostenitori vorrebbero indebolire, neutralizzare, impedire.

Perciò, non ha fondamento l'accusa di eversione mossa al Fatto e ai pm di Palermo, da Piero Sansonetti. Il principio di separazione dei poteri è messo a repentaglio in primo luogo da chi si contrappone all'indipendenza della magistratura, per scardinare un altro principio costituzionale: l'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. L'articolo qui citato riprende il principale argomento contro i giudici dai tempi di Tangentopoli: Il potere della magistratura si è mostruosamente espanso, ha invaso il campo del potere politico. Ma non sono state approvate leggi che hanno aumentato il potere della magistratura. Nè i magistrati si sono attribuiti poteri abusivi. Se lo si sostiene bisogna dimostrarlo. L'articolo, come il suo genere letterario di appartenenza, non lo dimostra. A sostegno si ricorre a prove indirette: la caduta extraparlamentare di tre governi (Berlusconi primo, Prodi secondo e, seppure di rimbalzo, Berlusconi terzo col caso Ruby) e anche la caduta di numerose giunte e consigli regionali (valga per tutti l’esempio barbarico della persecuzione contro Ottaviano Del Turco).

In verità, i governi cadono quando la loro maggioranza è divisa. E la loro maggioranza si divide quando perde il consenso. Berlusconi non fu certo abbattuto dall'invito a comparire inviatogli dalla procura di Milano, mentre presiedeva il G7 a Napoli. La maggioranza del primo governo Berlusconi si presentò divisa già alle elezioni, con un polo della libertà al nord (Forza Italia-Lega Nord) e un polo del buon governo al sud (Forza Italia-An). Il governo di centrodestra fu travolto dalle proteste contro la riforma delle pensioni, motivo per cui la Lega, sentendosi penalizzata dal rapporto privilegiato con An, tolse la fiducia anche in considerazione del peso specifico della classe operaia al nord. Il secondo governo Prodi non fu abbattuto dall'arresto della moglie di Clemente Mastella, ma da una caduta verticale di consensi dovuta all'indulto e ad una esosa finanziaria di risanamento. Oltre che dal conflitto latente tra il presidente del consiglio e il nuovo segretario del partito democratico, Walter Veltroni il quale annunciò una trattativa con Berlusconi per giungere all'approvazione di una legge elettorale che avrebbe permesso al Pd e al Pdl di presentarsi da soli alle elezioni successive. Vero motivo per cui, Mastella rovesciò il tavolo e anche il governo. Il terzo governo Berlusconi, come è noto, non è caduto per via di Noemi, Patrizia D'Addario, o Ruby, ma per aver perso per strada Gianfranco Fini e non aver retto la prova della crisi finanziaria. Proprio con la caduta del governo ci siamo dimenticati di Ruby ed abbiamo conosciuto lo spread.

Che la magistratura abbia accresciuto il suo potere, è solo un effetto ottico. E c'entrano ben poco i giornali e l'opinione pubblica. Basti dire che oggi tutti i giornali sono schierati con il presidente della repubblica. In realtà è il potere politico ad aver diminuito il proprio, anzi più precisamente ad aver perduto credibilità, per via della dimensione endemica dalla corruzione politica, che fa un giro di affari di 60 miliardi, per la collusione con la criminalità organizzata, che riguarda almeno un quarto del territorio, e per gli elevati costi della politica, non giustificati da capacità e competenza di governo. La politica prima non ha creato sviluppo, poi non ha protetto i cittadini dalla crisi. Così, rispetto ai suoi privilegi e alle sue illegalità, la politica è meno protetta. E' più facile che un imprenditore denunci, che un mafioso parli. E di fronte ad una notizia di reato un magistrato ha il dovere di procedere, non può preoccuparsi che non cada il governo, che il tal politico non abbia stroncata la carriera, che il tal partito perda le elezioni. Di fronte ad una notizia di reato un magistrato deve applicare la legge, non mettersi a fare valutazioni di opportunità politica. E' paradossale che i magistrati siano accusati di essere politicizzati, proprio perchè non tengono conto delle ragioni di opportunità politica dei loro inquisiti.

La politica ha tutti i mezzi per tutelarsi. Anche troppi. La destra non ha esistato ad usarli: ha depenalizzato reati, ha allungato i tempi della prescrizione. Ha approvato una serie di leggi, alcune bocciate dalla corte costituzionale, per favorire o per sottrarre l'imputato Berlusconi ai processi. La politica può ripristinare l'immunità parlamentare.

Un editorialista può pure scrivere che la trattativa tra stato e mafia fu sacrosanta perchè servì per salvare vite umane (ma c'è chi pensa invece che servì per salvare le vite dei politici, spostando il mirino su magistrati e cittadini, a cominciare dall'assassinio di Paolo Borsellino perchè contrario a qualsiasi trattativa). E' una legittima opinione dell'editorialista. Che risponde al suo senso dell'opportunità. A fondamento dell'azione giudiziaria però c'è la legge. Al magistrato interessa valutare se con quella trattativa si sono commessi reati. Per il politico, per l'editorialista, potrà esistere il reato sacrosanto. Per il magistrato no. Chi pensa che la trattativa sia stata giusta, non deve chiedere ai magistrati di non indagare, deve chiedere al potere politico di mettere il segreto di stato.

Nella puntata di Servizio Pubblico del 25 maggio (si può visualizzare da h. 2.11) si sono scontrate due posizioni. Quella di Marco Travaglio favorevole ad una epurazione di quei politici che hanno messo in atto comportamenti illegali o ai limiti della legalità e quella di Piero Sansonetti, secondo cui, è soltanto il voto che deve selezionare la classe politica e non i magistrati o i giornalisti. Ottaviano Del Turco ha funzionato come pretesto. Sansonetti lo ha citato per fare l'esempio di una giunta regionale (Abruzzo) decapitata dalla magistratura e di conseguenza ribaltata nelle urne, quando a suo dire, dopo quattro anni è evidente che Del Turco è innocente e che è stato arrestato e recluso (per 28 giorni, non per mesi n.d.r.) senza uno straccio di prova. Il processo è ancora in corso, obietta Travaglio, non puoi assolverlo tu. No, vale la presunzione di innocenza, non puoi condannarlo tu, ribatte Sansonetti.

Concordo con Michele Santoro sul fatto che il vero punto dolente sono i quattro anni di attesa prima di arrivare ad una conclusione del processo. Un tempo lungo, con la prospettiva di allungarsi ancora. Un tempo che ci fa perdere cognizione della vicenda, anche solo dei suoi contorni, salvo fare una ricerca e ritrovare gli articoli di stampa che l'hanno a suo tempo raccontata. Del Turco e i suoi assessori sono stati indagati, arrestati e rinviati a giudizio per tangenti, sulla base della denuncia di un impreditore della sanità privata Vincenzo Angelini, seguendo il filone di inchieste di precedenti scandali ed in un contesto di dissesto di bilancio della sanità abruzzese. La posizione di Del Turco sarebbe migliorata, almeno secondo la stampa, grazie ad una informativa dei carabinieri che mette Angelini nel ruolo del re della sanità privata abruzzese e dell'imbroglione, che ha usufrito per anni di trasferimenti miliardari dalla Regione e di cui si raccomanda l'arresto. Secondo i pm, la posizione di Angelini, già nota, non modifica quella di Del Turco, che deve rispondere del possesso di 600 mila euro intestati alla moglie, con cui ha acquistato due beni immobili a Roma e a L'Aquila, che gli sono stati sequestrati. Rispetto alla provenienza di quei soldi, Del Turco si è avvalso della facoltà di non rispondere. Ma il giro di tangenti inizialmente denunciato era molto più grande e altri fondi non sono stati trovati. E intanto questa storia iniziata nel luglio del 2008 è arrivata al maggio 2012 ed è ancora da concludere. E' stata giusta la fine della giunta di centrosinistra e la carriera politica di Ottaviano Del Turco?

La presunzione di innocenza è una categoria giuridica. Significa che, prima di una sentenza di condanna, non puoi essere considerato colpevole e incarcerato, salvo attribuire all'indagato, imputato, i requisiti della custodia cautelare: pericolosità sociale, rischio di inquinamento delle prove, pericolo di fuga. Non è invece una categoria politica o morale. Il partito, gli elettori, i giornali, possono comunque pensare e dire male dell'indagato, per le sue frequentazioni, per i suoi comportamenti, ritenuti se non penalmente rilevanti, almeno favorevolmente condizionanti una situazione di malaffare, di illegalità. In definitiva, possono considerarlo non credibile. A volte in cattiva fede, per trarre vantaggio politico su un avversario. E ciò dovrebbe essere oggetto di contrasto, al limite di querela per calunnia e diffamazione.

Non credo che la questione possa risolversi con una regola consuetudinaria mediante la quale la politica decide la sorte di indagati e processati. Il codice deontologico di cui parla Santoro sarebbe forse auspicabile, ma non in tutte le situazioni e non so quanto praticabile. Berlusconi, padrone del suo partito, ha subito oltre quindici processi ed è sempre rimasto al suo posto, a capo dell'opposizione o del governo, perchè ha sempre mantenuto il consenso, derivante dal suo grande potere economico e mediatico (qui il nodo è il conflitto d'interessi) e dall'identificazione dei suoi elettori i quali potevano non credere alle accuse o persino non ritenerle determinanti, anzi apprezzando la furbizia del proprio leader. Quale regola può dimettere un politico in queste condizioni?

Altri leader hanno dovuto dimettersi, Del Turco, Marazzo, ma anche nel centrodestra, Scajola, perchè la loro legittimazione esterna o interna era più debole, perchè se avessero affrontato le urne avrebbero perso, perchè i sondaggi li davano in picchiata. Di norma l'elettorato di sinistra è più severo, più moralista. Ciò nonostante, il Partito democratico ha oltre un centinaio di amministratori inquisiti e partecipa al discredito della politica. Anche questa condizione generale di discredito indebolisce la posizione di un singolo inquisito. Tuttavia, la sua sorte è questione che io lascerei libera, proprio per permettere altrettanta libertà alla magistratura e al giornalismo. Si deve poter indagare, si deve poter informare, senza mettere in conto la responsabilità di troncare carriere e di ribaltare amministrazioni. I poteri devono rimanere separati e indipendenti tra loro. Proprio per ciò, non mi convince il garantismo di Sansonetti, gia sostenitore della legge bavaglio, che finisce per essere delegittimante e penalizzante nei confronti dell'indipendenza della magistratura e della libertà di stampa, le quali dovrebbero interdirsi, perchè prima viene la politica.

Rassegna stampa su Ottaviano Del Turco e l'inchiesta sulla sanità in Abruzzo

A determinare il salvataggio di Nicola Consentino, indicato dagli inquirenti come referente nazionale dei Casalesi e perciò oggetto di una richiesta di autorizzazione a procedere alla Camera dei Deputati, non è stata soltanto la Lega Nord o la sua corrente orientata da Umberto Bossi e opposta a Roberto Maroni, in funzione della salvaguardia del rapporto di alleanza con il Pdl. E' stata anche una componente garantista. Determinanti sono stati i voti dei 6 deputati radicali, che hanno votato NO alla richiesta di arresto. Un diniego motivato dal fatto che la lettura delle carte degli inquirenti, oltre mille pagine, non presentava ragioni sufficienti per giustificare la reclusione preventiva dell'imputato. Si ricorda che la custodia cautelare è prevista nei casi in cui l'imputato può reiterare il reato, inquinare le prove, fuggire. Secondo i radicali Cosentino non potrebbe fare nulla di tutto ciò, alla luce delle accuse dei magistrati e del modo in cui sono sostenute (vedi in video Emma Bonino che risponde alle domande di Luciana Littizzetto). 

Non c'è motivo di dubitare della buona fede dei radicali, del carattere disinteressato del loro pronunciamento. Tuttavia non gli compete. La richiesta di autorizzazione a procedere, esiste per via dell'immunità parlamentare, per proteggere i rappresentanti del popolo da eventuali operazioni persecutorie messe in atto dagli organi repressivi dello stato finalizzate a colpire i loro orientamenti e comportamenti politici. Nicola Consentino è perseguitato dalla Magistratura perchè è un deputato del Pdl, perchè ha espresso certe idee, perchè essendo deputato ha intrapreso determinate iniziative? Queste sono le domande a cui devono rispondere i deputati messi di fronte ad una richiesta di autorizzazione a procedere. Non è invece compito dei membri del parlamento mettersi a valutare riguardo ad una inchiesta, se vi sono errori giudiziari o prove insufficienti, far valere il proprio innocentisimo o colpevolismo, come farebbe l'opinione pubblica di Porta a Porta o di Terzo grado.

I parlamentari non devono sostituirsi ai magistrati. Al limite possono valutare che l'istituto della carcerazione preventiva sia usato nella preparazione del processo con eccessiva discrezionalità o che ha un costo troppo alto per l'elevato numero di detenuti in attesa di giudizio. In tal caso, anziché di volta in volta salvare uno dei propri membri, dall'applicazione di leggi in base alle quali verrebbe recluso qualsiasi imputato non fosse tutelato da immunità, essi possono emendare o abolire la legge. Ma la legge, quale che sia, deve essere uguale per tutti.


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I dizionari online rendono la parzialità come sinonimo di faziosità. Io farei corrispondere le due parole a due concetti diversi. Nello storico, nel giornalista, nel giudice, nel mestiere o nell'attività di chiunque sia chiamato a rappresentare e valutare una situazione, la parzialità è inevitabile, perchè parziali e limitati sono la persona, il punto di vista, i presupposti, i mezzi che presiedono e supportano questo tipo di lavoro. Si tenta una ricostruzione il più possibile obiettiva, ma il risultato non può essere che parziale. La parzialità però può essere anche voluta e perseguita, verità o falsità soltanto opzioni in funzione della rappresentazione desiderata. La storia e la cronaca sono saccheggiate in modo unilaterale dalla politica, senza riceverne nulla in cambio. Questa è la faziosità. Si tenta di strumentalizzare qualsiasi cosa al fine di confezionare un messaggio di parte. Qui sono l'obiettività e la verità ad essere puramente incidentali, effetti collaterali, se e quando ci sono. Il fazioso si nasconde dietro la presunta faziosità di tutti, confondendo faziosità e parzialità. In questo senso, ad esempio, Michele Santoro è parziale, Giuliano Ferrara è fazioso. Va da sé, che si tratta di prevalenze, in quanto c'è sempre un po' di faziosità nel parziale e un po' di parzialità nel fazioso.


Il sovraffollamento carcerario è tortura. Una pena supplementare non prevista dalla condanna. Costruire più carceri è un andare alla deriva verso la discarica sociale. Escluderei l'amnistia o l'indulto per i crimini più gravi. Sono favorevole alla reclusione di coloro che uccidono, stuprano, provocano dolosamente lesioni gravi alle persone. Per tutti gli altri studierei pene alternative. La pena deve seguire una sentenza di condanna e non essere preventiva. La custodia cautelare può fondarsi su forti e reali sospetti relativi al pericolo di fuga, all'inquinamento delle prove, alla pericolosità sociale dell'individuo per l'incolumità delle persone, non su teoremi, induzioni, pregiudizi, o anche solo perchè bisogna mostrare subito che si mette in galera qualcuno.

A Matrix, il direttore del Giornale Alessandro Sallusti voleva dimostrare che il segretario di Rifondazione Comunista Paolo Ferrero e il leader dei Cobas Piero Bernocchi sono conniventi con i black bloc, quelli che il 15 ottobre a Roma, hanno devastato la città e fatto fallire la manifestazione degli indignati. Di cui Ferrero e Bernocchi erano due promotori. A sostegno dell’argomento il Sallusti cita la ex sala di presidenza del gruppo Prc al senato, titolata a Carlo Giuliani. Il quale sarebbe l’equivalente di un black bloc, poichè portava il passamontagna e voleva colpire una jeep dei carabinieri con un estintore. Ferrero prova a spiegare che Giuliani faceva parte del corteo delle tute bianche, un corteo autorizzato e ciò nonostante aggredito dai carabinieri. Bernocchi ricorda che a quel ragazzo gli hanno sparato, è morto ammazzato. Al che il Sallusti esclama: «Hanno fatto bene a sparargli, hanno fatto bene!» Paolo Ferrero risponde subito a tono e manda il “direttore” al quel paese, dicendogli di vergognarsi. In quel frangente, l’unica reazione possibile.

Si apre il dibattito in rete e sui giornali. Molti apprezzamenti per Paolo Ferrero sulla sua pagina di Facebook. Con qualche obiettore/provocatore che prova a domandare «Ma Giuliani è un martire? Un eroe? Stava facendo violenza contro le forze dell’ordine». Un giornalista del Foglio, Pierluigi Diaco sulla sua bacheca di Facebook, ospita l’intervento di un poliziotto che dà ragione a Sallusti e rincara la dose: «(...) fossi stato io... oltre aver sparato il Giuliani... l'avrei calpestato e tritato le ossa con la nostra camionetta!» Diaco reputa ingiustificabili queste parole e critica anche Sallusti per avere usato le parole sbagliate, ma giudica vergognoso continuare a considerare Giuliani una vittima della polizia. Insomma, il “direttore” ha detto bene nel modo sbagliato.

Sallusti si pone fuori da qualsiasi possibilità di discussione. Quello che ha detto, nel modo in cui l’ha detto, nei confronti di un ragazzo ucciso, è inutilmente violento e crudele, manca di senso del tragico e di senso del limite. Una affermazione sproporzionata, indegna, per poter essere soltanto una provocazione. Invece è plausibile vedere in modo negativo il comportamento di Carlo Giuliani e ritenere che il carabinieri Mario Placanica abbia sparato per legittima difesa. Io non sono d’accordo, ma capisco che la si possa pensare così.

Dal mio punto di vista, Carlo Giuliani non è nè un martire nè un eroe. Certo, una vittima. La penso come i radicali di sinistra. Carlo Giuliani è come Giorgiana Masi un simbolo della illegalità di stato. Poco importa cosa stessero facendo l’una o l’altro. Il punto è cosa stava facendo lo stato nella gestione dell’ordine pubblico. Chi afferma la tesi della legittima difesa del carabiniere si limita a valutare, peraltro in termini esagerati, la dinamica dell’ultimo fotogramma, rimuovendo o ignorando tutta la sequenza precedente: il contesto dei fatti.

Il contesto è quello del corteo delle tute bianche, che doveva raggiungere la zona rossa, passando per Via Tolemaide. Quel corteo fu attaccato dai carabinieri. La commissione parlamentare d'indagine accertò che l'attacco era immotivato, poichè, a differenza di quanto affermavano i carabinieri, il corteo era autorizzato. La carica dei carabinieri si realizzò anche con i classici caroselli delle jeep tra i manifestanti. Una parte dei manifestanti reagì alla violenza dei carabinieri. Una jeep, quella di Placanica, si ritrovò isolata nella vicina Piazza Alimonda. Ma sul lato sinistro della piazza, un battaglione di carabinieri rimase a guardare. Qui avvenne l'omicidio. Dopo lo sparo, il defender passò per due volte sul corpo di Carlo Giuliani, senza nemmeno accertare se fosse vivo o morto. Proprio come avrebbe voluto fare il poliziotto che ha scritto sulla pagina di Diaco.


Riferimenti:
Sallusti shock a Matrix: "Fecero bene a sparare a Carlo Giuliani", e Paolo Ferrero lo manda a quel paese (Liquida)
Intervista ad Haidi Giuliani: "Sallusti provocatorio. Siamo pronti alla querela" (Controlacrisi.org)
Pierluigi Diaco: "Sallusti sbaglia a giustificare chi ha ucciso ma Giuliani non è una vittima" (Tgcom)
Se il poliziotto vuole calpestare Giuliani (Corriere della Sera)
I fatti del G8 di Genova (Wikipedia)
Cossiga: "Massacrare i manifestanti senza pietà!"(YouTube)

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