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La consulta dà ragione a Napolitano ma si contraddice

Da come è spiegata in questo articolo, che pure è scritto da Michele Ainis, cioè da un giurista che la pensa come Giorgio Napolitano, la sentenza sul conflitto di attribuzioni sembra contraddittoria là dove ammette che se le intercettazioni contengono la prova dell'innocenza di un inquisito devono essere conservate. Quindi prima di distruggerle, bisogna fare una valutazione, non c'è nessun automatismo, nessun principio di privacy in assoluto. A chi spetta questa valutazione? A chi intercetta? Agli inquirenti? No, può spettare solo al giudice per le indagini preliminari. Ma il GIP non può valutare da solo senza consultare le parti. A quel punto il rischio che le intecettazioni diventino pubbliche diventa altissimo. Questo è il motivo per cui la procura di Palermo non le ha inviate subito al GIP. Proprio per tutelare la privacy del presidente.

A mio modesto parere, contrariamente a quanto scrive l'insigne giurista, la procura di Palermo non si è comportata come se di fronte ad un vuoto normativo sulle intercettazioni fortuite del presidente della repubblica, la Costituzione non esistesse, ma come se nella Costituzione ci fossero due principi che entrano in conflitto nel caso specifico. E infatti ci sono.

Se l'articolo 90 della Costituzione stabilisce che «Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell'esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione. In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri», l'articolo 24 sancisce il diritto inviolabile alla difesa: «Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi. La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento. Sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione. La legge determina le condizioni e i modi per la riparazione degli errori giudiziari.» Appartiene al diritto alla difesa la conoscenza di tutti gli atti dell'istruttoria, comprese le intercettazioni fortuite.

Si dirà che in questo caso è evidente che l'interesse dell'inquisito per falsa testimonianza Nicola Mancino è convergente con quello del presidente della repubblica. A parte il fatto che non si tratta dell'unico inquisito, dubito però che questa valutazione, anche se ovvia, possano farla gli inquirenti o il Gip in modo unilaterale, nè che si possa fare per vie informali con la difesa dell'inquisito, magari per telefono con il rischio di essere intercettati ancora. La si farà secondo la procedura prevista per il deposito degli atti, in accordo tra le parti. In quella sede la difesa comunicherà al GIP di non essere interessata alla preservazione delle intercettazioni o di volerne la distruzione. Non vedo in quale altro modo tale convergenza possa manifestarsi.

C'è poi da domandarsi se davvero dall'articolo 90 della Costituzione si possa desumere un principio di tutela della privacy del presidente nel caso venga accidentalmente intercettato. E se le conversazioni telefoniche tra Mancino e Napolitano - riguardanti la richiesta di Mancino al presidente di intervenire sul coordinamento delle procure coinvolte nella inchiesta sulla trattativa Stato Mafia, in modo che la parte relativa al suo caso fosse sottratta alla Procura di Palermo - davvero rientrino propriamente nell'esercizio delle funzioni del presidente della repubblica.

Scrive Michele Ainis citando la sentenza che «occorre interpretare le leggi ordinarie alla luce della Costituzione, e non viceversa». Tuttavia, a me sembra che per affermare il principio prioritario del diritto alla riservatezza del presidente della repubblica sia stato fatto proprio questo, sia stato interpretato l'articolo 90 della Costituzione alla luce dell'art. 271 del codice di procedura penale in quanto il presidente della repubblica non rientra tra le eccezioni previste dal segreto professionale. Evidentemente a sostegno della tesi della Consulta, la Costituzione non dice tutto il necessario, tanto da dover cercare appigli al di fuori di essa, ovvero tanto da doverla interpretare alla luce di una legge ordinaria.

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