Una ricerca negli Stati Uniti dice che le ragazze subiscono le molestie dei propri compagni senza denunciarle, considerandole un fatto sgradevole, ma normale, perchè ne danno per scontata l'esistenza in un contesto maschilista. 

Qualcuno commenta che non bisogna aver paura di reagire, di fronte ad una molestia a volte è sufficiente uno schiaffo. A margine di studi o fatti di cronaca sulle molestie sessuali, questa è un'affermazione frequente, talvolta accompagnata dalla considerazione che le donne possono o devono sapersi difendere da sole. 

A commento di una serie di denunce anonime riguardanti casi di molestie all'Università di Roma, anni fa, il sociologo Franco Ferrarotti disse che si trattava di una tempesta in un bicchier d'acqua, di una esagerazione«Qualche episodio potra' essere successo e non me ne stupisco perche' questo è un aspetto non positivo dell'università' di massa, come dimostrano i casi di alcune università americane. Ma a Roma credo che non si possa parlare di fatti gravi. Insistere sulle molestie subite sarebbe comunque quasi sprezzante proprio per le studentesse, che sono tutte maggiorenni: non credo che si facciano mettere facilmente le mani addosso e se succede basta uno schiaffo per rimettere le cose a posto»Il già noto Luigi Soriga spiega la denuncia da parte di una donna con la sua fragilità: lei è affetta da disagio psicofisico, stati d’ansia, insonnia, mentre un’altra donna (evidentemente più forte) magari avrebbe liquidato l’episodio con uno schiaffone e una valanga di insulti. Le deputate PD apostrofate con insulti sessisti da un onorevole del M5S sono state rimproverate di aver querelato, mentre invece potevano reagire con un sano vaffanculo.

Una donna forse può risolvere così, con gli insulti, con uno schiaffo, però correndo almeno due rischi: quello di fare male al suo molestatore, passando dalla parte del torto, oppure quello di esporsi ad una reazione ancora più violenta.

L'idea che sia normale, adeguato, proporzionato, sistemare le molestie con un insulto o con uno schiaffo ha un presupposto, che nulla c'entra con la valutazione sulla forza delle donne. Che le molestie siano in sostanza un fatto di maleducazione, un corteggiamento maldestro, e non un reato. A nessuno, infatti, verrebbe in mente di dichiarare sufficiente uno schiaffo per mettere a posto un borseggio, un taccheggio, un parcheggio in divieto di sosta. Comportamenti di lieve o relativa gravità, ma chiaramente riconosciuti come violazioni di legge.

In verità, basta credere sia sufficiente rispondere con uno schiaffo, per banalizzare le molestie e contribuire a rinforzare il contesto maschilista che le legittima.



Mentre il «femminismo moralista» esiste solo come proiezione ad uso e consumo di un surreale attivismo libertario, il moralismo, quello vero, agisce per voce e tastiera dei soliti maschilisti. Quelli che, appena vedono una ragazza con scoperto qualche centimetro in più di pelle, si sentono subito autorizzati ad apostrofarla come «puttana», in modo diretto o in tante varianti allusive, a seconda della loro greve creatività. 

In questi giorni, la tanto discussa foto di Paola Bacchiddu è stata presa a pretesto da molti maschietti, e pure da qualche donna, per dare sfogo alle proprie pulsioni misogine. Tra questi, il più noto è stato forse l'onorevole (si fa per dire) Mario Adinolfi, che nella sua meschina ignoranza ha confuso un reato con una battuta.

La responsabile nazionale della comunicazione per la Lista Tsipras, Paola Bacchiddu, ha postato la propria foto in bikini sulla sua bacheca di Facebook, con il messaggio: «Ciao. È iniziata la campagna elettorale e io uso qualunque mezzo. Votate L'altra Europa con Tsipras».

Alessandro Giglioli spiega oggi la scelta di Paola come un gesto di esasperazione: «in questo Paese e con questo sistema mediatico, l’unico modo per finire sui giornali è mostrare le tette o il culo». Non dice se ha fatto bene o male, lascia decidere ai lettori, chiede solo di tener conto del contesto. «Con una foto delle vacanze, Paola è riuscita a ottenere molto più spazio di quanto aveva conquistato pubblicando centinaia di notizie, analisi, video, infografiche e interviste sull’austerità, sul fiscal compact, sull’aumento della forbice sociale, sul programma della lista Tsipras e sulla e idee di Barbara Spinelli».

Riguardo il contesto, credo che far dipendere lo scarso interesse per la Lista Tsipras, e quindi il suo boccheggiamento nei sondaggi, dall'oscuramento mediatico, sia una operazione un po' pigra. Vi sono state forze politiche emerse nel totale oscuramento mediatico. La Lega dei primi anni '90 o il Prc di Garavini e Cossutta. Il M5S inizialmente si è sviluppato soltanto intorno al blog di Beppe Grillo. Ormai, metà dell'informazione è su Internet, dove ci si può autorappresentare senza passare per filtri redazionali. Come può essere resa virale una foto, può esserlo una proposta politica, se interessante, convincente, credibile, sostenuta da leader e candidati legittimati. E' possibile anche ricevere attenzione dai media tradizionali. In passato, proprio in rappresentanza di questa area politica, Fausto Bertinotti ha per molto tempo ricevuto un discreto riscontro in televisione e sui giornali.

Riguardo il fatto, penso che qualsiasi fatto possa essere valutato secondo almeno tre criteri di giudizio. 1) Normativo: risponde alla domanda se il fatto è legittimo, cioè conforme alla legge, alla regola pubblica o se dovrebbe esserlo; 2) Etico: risponde alla domanda se il fatto è morale, giusto, cioè conforme alla nostra regola interiore. 3) Politico: risponde alla domanda se il fatto è opportuno, cioè conveniente, se porta vantaggi, se è efficace.
Spesso nelle discussioni, questi piani di giudizio si confondono. Si afferma qualcosa su uno e si riceve risposta sull'altro.

Sul piano normativo c’è poco da dire. Paola ha osservato la legge, i regolamenti, la netiquette, non ha violato alcuna regola, ha esercitato il suo diritto di iniziativa. Il suo atto è pienamente legittimo. Una campagna volta a difendere la libertà di una donna di usare il proprio corpo come meglio crede, che pure è stata promossa [1] [2], sfonda una porta aperta, salvo immaginare Paola Bacchiddu come una compagna di lotta di Aliaa Magda el Mahadi, la giovane blogger egiziana che si mostrò nuda sul suo blog, per protestare contro una società che induce o costringe le donne a velarsi. Scrive Cinzia Arruzza:

Presentare l’Italia come un paese in cui ci si scandalizza come delle suorine in un convento appena una tetta trapela sotto la maglietta è semplicemente ridicolo. È ormai da qualche decennio che siamo tutti e tutte bombardati da immagini di tette, culi, labbra, vagine, farfalline, caviglie, cosce, e ogni tanto persino peni, per gentile concessione. La comunicazione è talmente saturata di sesso e sessualità che ormai le parti anatomiche circolano come significanti separati dal corpo a cui teoricamente dovrebbero appartenere, sono mezzi di scambio e comunicazione, contribuiscono a costruire e gestire affetti, e partecipano al generale feticismo delle merci. Quello di cui alcune e alcuni si sono scandalizzati non è l’esposizione di un bel corpo seminudo. L’appello all’autodeterminazione c’entra come i cavoli a merenda. Quello di cui ci si scandalizza casomai è l’ormai evidente divorzio tra mezzo e contenuto.

Che qualcuno possa avere inviato a Paola qualche messaggio irritato, aggressivo, maleducato è deplorevole, purtroppo succede a chiunque si esprima in pubblico, ma è un po’ poco per vedere messa in pericolo la libertà individuale e per imputare un tale pericolo al femminismo, ad una sua presunta componente moralista, o a qualche altra entità collettiva.
Paola non è stata censurata, il suo post è stato ripreso dai siti dei principali quotidiani, in modo benevolo e divertito. Infatti, la foto in bikini è stata usata proprio come mezzo sicuro per bucare una censura di fatto.
Sul piano delle regole, l’unica cosa che eventualmente può essere contestata a Paola Bacchiddu, in quanto «capo comunicazione nazionale della Lista Tsipras», è di aver rappresentato il suo movimento con una iniziativa, nella quale i candidati, i dirigenti, i militanti, i volontari, potrebbero sentirsi non rappresentati o persino sconfessati.

Sul piano etico, si può ritenere che Paola abbia agito bene, perchè ha servito una causa giusta (dare visibilità alla sua Lista), senza fare del male a nessuno. Oppure si può ritenere che abbia agito male, perchè ha puntato a sedurre, ad offrire uno specchietto per le allodole, l’immagine del suo bel corpo, per carpire l'attenzione dell'opinione pubblica, o il un consenso dei suoi potenziali elettori, che poi gli eventuali eurodeputati eletti potrebbero spendere in voti, deliberazioni, scelte politiche, in dissenso con chi ha manifestato consenso solo per un bel fondoschiena.
Nel 1993, alle elezioni comunali di Torino, un candidato del Pds, Stefano Esposito, ebbe una idea: scrivere una lettera a tutti i cittadini elettori di cognome Esposito. L’iniziativa fu criticata. Un espediente di dubbia correttezza il suggerire che l’omonimia possa essere affinità politica, anche se ovvio che l’individuo gestisce il suo cognome come preferisce, anche a scopo di marketing politico.
Spesso, i partiti politici usano espedienti per conquistare consenso. Puntando sulla bellezza dei candidati, sulla loro notorietà conquistata in campi diversi dalla politica, su proposte demagogiche, sulla lotta contro capri espiatori, sull’invettiva e la violenza verbale, per guadagnare un consenso che poi spenderanno in modo del tutto svincolato dalle ragioni per cui l’hanno ottenuto.

E’ morale, è opportuno, che una lista di sinistra alternativa faccia altrettanto, faccia lo stesso? Può usare i mezzi degli altri, per affermare contenuti diversi? Diceva Mao: «Se usi il fango per fare una casa, avrai una casa di fango».

Sul piano dell’opportunità, si può pensar bene, perchè l’obiettivo dell’attenzione è stato raggiunto. Oppure si può pensare male, perchè è stata ottenuta un’attenzione fine a se stessa e in buona parte negativa. Il proprio campo è stato diviso. Quella che voleva essere una provocazione contro i media, strada facendo, è presto diventata una provocazione contro le femministe, sostenuta da articoli e commenti misogini, si è dato luogo ad un conflitto tra “post” e “vetero” femministe. Si è riproposta l’immagine della donna oggetto, del corpo femminile ridotto a cosa per vendere cose. Un messaggio incoerente con la candidatura qualificante di Lorella Zanardo.
Ne rimane la sottovalutazione costante delle tematiche femministe. Come non fossero davvero parte di un progetto politico. Come se le donne non fossero considerate davvero elettrici. La foto in bikini si rivolge ai maschi elettori. Sulle tematiche femministe si è di nuovo consentito di buttarla in caciara, tanto è roba da donne e non determinano spostamenti di voti.

Forse uno dei motivi per cui la sinistra alternativa risulta poco interessante, non solo nei media tradizionali, ma anche nei nuovi media, se è ridotta ai minimi termini, se combatte sempre per galleggiare appena sopra la soglia di sbarramento, è anche per questo suo non prendere seriamente in considerazione oltre la metà dell’elettorato.


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Marco Travaglio è un lettore di Alessandro Manzoni. O dei discorsi dell deputato leghista Gianluca Buonanno. Che nell’agosto 2013, in occasione del dibattito in aula sul decreto contro il femminicidio, paragonò la presidente della camera a Donna Prassede: personaggio dei Promessi Sposi, moglie bigotta e petulante di Don Ferrante. Nel marzo 2014, il vicedirettore del Fatto Quotidiano giunge allo stesso pensiero. Prende spunto e compone un articolo da maestro, che sorpassa in discesa l’allievo Andrea Scanzi. Fin dall’incipit, lei è Madonna Boldrini, Papessa della Camera

A supporto del paragone, il Travaglio ricostruire e attribuisce, tuttavia calca un filo la mano in forzature e caricature. Insomma, racconta un po' di balle. 

Reazioni e risposte ovvie diventano comunicati alla nazione. Boldrini giudica sessista l'imitazione di Maria Elena Boschi, interpretata da Virginia Raffaele, trasmessa a Ballarò. Lo fa perchè Lucia Annunziata le ha chiesto cosa ne pensa. Glielo ha chiesto perchè su quella imitazione c'è stata polemica per quattro giorni. Basti scansionare sull'argomento Twitter e Facebook della passata settimana. Io stesso ci ho fatto almeno due discussioni e un post. Che una volta chiuso e pubblicato, ho integrato con il commento di Laura Boldrini. Al vicedirettore non piace che ad ogni aprir di bocca dell’autorità in Italia si scateni dibattito. Quindi, vi prende parte. Dopo che tutto è successo prima che l'autorità aprisse bocca. 

Madonna, Papessa e Donna Prassede però non bastano. Così Boldrini è anche la signorina Rottermeier, la rigida, inflessibile, antipatica governante di Heidi. Il Travaglio evita  «signorina». Il politically correct mette un po' in soggezione anche lui. Dunque, Rottermeier di Montecitorio. Ella avrebbe ammonito le giovani italiane contro la tentazione di sfilare a Miss Italia. In realtà, la presidente si limitò ad apprezzare la decisione della Rai di non mandare più in onda la manifestazione annuale di Salsomaggiore. Disse: una scelta di civiltà. Il concorso di bellezza esiste in tutti i paesi occidentali, ma in nessuno è trasmesso dalla TV di stato. Tanti  maschietti italiani ci sono rimasti male. Così come ci rimasero male quando la presidente della camera, intervenendo ad un convegno su donne e media, non redarguì proprio nessuno, solo disse in generale basta alla stereotipo pubblicitario della mamma che serve a tavola. Basta con lo stereotipo, cioè sia solo una tra le tante possibili rappresentazioni. Una ovvietà che scatenò il finimondo.

Forse per scrollarsi di dosso la fama di giustizialista, il vicedirettore rinfaccia alla presidente della camera anche il perseguimento di un reato da parte della polizia postale. Egli rammenta che fu postato sul web un suo fotomontaggio in deshabillé e fare battutacce – sessiste, ça va sans dire – sul suo esimio conto (come se capitasse solo a lei). Fu invece postata la foto di una donna nuda, reale, molto somigliante, una foto tratta da una spiaggia di nudisti, con la didascalia «Il troiaio continua». Una donna nuda non può che essere una troia. Il fatto che ad ogni donna capiti di sentirselo dire, sarebbe appunto il sessismo. Il vicedirettore pare ci veda invece l'uguaglianza e la democrazia. A subire un danno fu anche e forse soprattutto quella persona in carne e ossa, così spalmata sul web, esposta al riconoscimento di parenti, amici, vicini, colleghi. Ma non importa. Per una volta, manettari e libertari convergono: tutto è lecito quando si tratta di dileggiare ed insultare la presidente della camera.

Un'altra lieve mistificazione - anche questa divulgata dal leghista Buonanno - è scrivere che Laura Boldrini avrebbe fatto ristampare intere risme di carta intestata per sostituire la sconveniente dicitura “Il presidente della Camera” con la più decorosa “La presidente della Camera”. Interessante che la differenza tra la prima e la seconda dicitura per il vicedirettore stia nel decoro. Forse egli trova sconveniente che il maschile debba scendere dal piedistallo dell’universale. In ogni caso, la presidente ha più volte precisato che prima di stampare la carta con la dicitura nuova, sarebbe andata ad esaurimento quella con la dicitura vecchia.

C’è da domandarsi se anche quando scrive di cronaca giudiziaria il Travaglio sia così tanto impreciso.

La Madonna, la Papessa, Donna Prassede, Rottermeier è anche una occhiuta vestale della religione del politicamente corretto. Quella religione che al Travaglio ha fatto omettere fin qui il «signorina» davanti a Rottermeier. Ad ogni modo, egli scioglierà le briglie poco più avanti con un colpo di scena: maestrina dalla penna rossa! Dai Promessi sposi al libro Cuore. Succede quando le note politiche sono scritte da letterati e uomini di cultura. Ma un passo alla volta. Dice il nostro moralizzatore legalitario (per altre faccende), che la vestale è intoccabile in quanto buona (pensate se fosse stata toccabile), tralasciando l’ampia letteratura esistente sulla cattiveria dei buoni. Di cui faranno parte pure gli articoli di Ferrara su Travaglio.

Il vicedirettore dice che Boldrini è una santa come volontaria nel terzo mondo, ma non dice cosa è come candidata eletta parlamentare e poi presidente della camera. La religione di cui sopra inibisce di nuovo la sua prosa. Sappiamo che nella cultura in cui agisce e si muove il Travaglio le definizioni di donna sono principalmente due. E che il suo amico Grillo, mediante la pancia dei suoi fans, si dedica spesso a dar voce alla seconda. Tanto se lo sentono dire tutte. La colloca nel listino personale di Vendola, come fosse una sconosciuta qualunque e non la candidata eccezionale di SEL. Eletta da nessuno, poiché le liste sono bloccate. Come fosse la sua personale condizione e non quella di tutto il parlamento. Sui due presidenti delle camere, impossibile evitare di rimarcare che lei è una donna che non ride mai, lui è un uomo che ride sempre. Totale inversione nella divisione dei ruoli sessuali.

La maestrina dalla penna rossa - eccoci arrivati, riprendendo con le imprecisioni - porta a spasso il suo monumento di rappresentante della società civile, con scorte, auto blu e voli di stato, tipo quello che l’ha portata in Sudafrica ai funerali di Mandela. Tipo? L’unico, insieme ad un volo nel capoluogo pugliese per la Fiera di Bari in sostituzione del presidente della repubblica. Le polemiche che ne seguirono furono immancabilmente bollate di “sessismo” e morte lì. Colpirono la presidente e il suo compagno, ma non il presidente del consiglio e sua moglie. Mai un presidente fu contestato per essere accompagnato dal coniuge. Le polemiche durarono giorni, non sono morte lì, hanno strascichi ancora oggi, come dimostra lo stesso Travaglio con il suo testo. Sessista è anche chi fa timidamente notare che una presidente della Camera messa lì da un partito clandestino dovrebbe astenersi dal trattare il maggior movimento di opposizione come un branco di baluba da rieducare, dallo zittire chi dice “il Pd è peggio del Pdl” con un bizzarro “non offenda”, dal levare la parola a chi osi nominare Napolitano invano, dal dare di “potenziale stupratore” a “chi partecipa al blog di Grillo”, dal ghigliottinare l’ostruzionismo per agevolare regali miliardari alle banche. Siamo al vero tasto dolente, per il nostro giornalista simpatizzante grillino. Il modo in cui la presidente tratta il M5S, quando dà del boia a Napolitano, quando si arrampica sui tetti, quando occupa le commissioni, cioè quando usa il parlamento come fosse una piazza. Da notare il disprezzo assoluto per le minoranze. L'esponente di un piccolo partito, se anche riveste una carica istituzionale, dovrebbe cedere il passo alle prepotenze e alle insolenze dei rappresentanti di un partito più grande del suo.

Poichè al vicedirettore non piace il punto di vista della presidente della camera, neanche quando si difende dai «zuzzerelloni» che scrivono sul blog di Grillo di volerle fare rompere il culo da un capo villaggio rom - disse ai rom e ai sinti di essere orgogliosi della loro identità, «patrimonio da tutelare e far conoscere», ai razzisti non è piaciuto - si rivolge a lei come farebbe ogni uomo «non sessista» nei confronti di una donna che parla più di quanto lui reputi opportuno. Le dice di stare zitta. E lo fa nel modo più dolce possibile, suggerendole di ghigliottinarsi la lingua. Quindi attacca, parlando a nome di tutti, senza bisogno di essere eletto da qualcuno: vorremmo soltanto essere lasciati in pace, a vivere e a ridere come ci pare, magari a goderci quel po’ di satira che ancora è consentito in tv, senza vederle alzare ogni due per tre il ditino ammonitorio e la voce monocorde da navigatore satellitare inceppato non appena l’opposizione si oppone. Se qualcuno l’avesse mai eletta, siamo certi che non l’avrebbe fatto perché lei gli insegnasse a vivere: eventualmente perché difendesse la Costituzione da assalti tipo la controriforma del 138 (che la vide insolitamente silente) e il potere legislativo dalle infinite interferenze del Quirinale e dai continui decreti del governo con fiducia incorporata (che la vedono stranamente afona). La presidente, non ha un dito, ma un ditino. Il limitante politically correct, questa gabbia mentale dell’espressione umana, non permette a Travaglio di fare considerazioni sulle tette e sul culo. Neanche sulla bocca sta bene. Ma almeno la voce! Come si fa a criticare una donna senza dire qualcosa almeno sulla sua voce! Anche l’allievo Scanzi ha scritto parole fondamentali su questo dato imprescindibile. La presidente avrebbe una voce molto più assonante e musicale, se permettesse ai cinque stelle di fare quello che vogliono e se facesse pure lei opposizione al governo e alla maggioranza. Tornerebbe santa e sarebbe pure imparziale.

Esaurito il repertorio delle definizioni, si torna a Donna Prassede. Il Travaglio recita alcuni passi dei Promessi Sposi. Per chiarire la sua confusione circa quel che ha rilievo privato e quel che ha rilievo pubblico, quando si parla di una donna. Ma come concludere un articolo inutile, offensivo e insultante, senza che la conclusione appiaia più debole di tutto il testo? Evocando la morte! La peste si portò via anche lei, ma la cosa fu così liquidata dal Manzoni: “Di donna Prassede, quando si dice ch’era morta, è detto tutto”. Amen.

Dato, lo spessore culturale del testo, l'articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano di oggi, è stato in giornata riprodotto sul sito di Micromega, la rivista di filosofia politica di Flores D'Arcais. Ho letto sull'Huffington Post che il direttore della rivista ha lasciato il gruppo dei garanti della lista Tsipras, per un dissenso sulle candidature. Pare che parte della rivista abbia spinto anche per candidature di peso (Travaglio e Scanzi).

Rispetto molte di queste persone, per l'opposizione che negli anni hanno fatto al berlusconismo ed anche per come hanno sempre criticato il centrosinistra. Ora però, vedo quest'area dimostrare di avere una difficoltà notevole nel misurarsi in modo civile con l'avversario politico quando è un'avversaria. Credo sia un ostacolo grande. Troppo grande per poter convivere.


L'Italicum, la nuova proposta di legge elettorale, dispone l'uguaglianza uomo-donna nella composizione delle liste, ma nell'anomala alternanza di due candidate e due candidati. Così alla parità tra i candidati non potrà corrispondere la parità tra gli eletti, perché prevedibilmente nei collegi i primi due eletti, a volte gli unici due, saranno uomini. Perciò, esiste una petizione, una proposta bipartisan di modifica della legge elettorale, e una lettera aperta al premier e ai segretari di partito, per la introduzione della seemplice alternanza un una donna, un uomo sia nelle liste bloccate, sia nelle teste di lista.

A questa proposta di modifica sono contrari il M5S e la Lega Nord (che non ha deputate), Forza Italia e il Nuovo Centrodestra. Il Partito democratico sarebbe favorevole, ma per garantire l'approvazione della legge, subordina l'appoggio a qualsiasi proposta di modifica al consenso di Forza Italia. Le donne del partito di Berlusconi sono divise. Le deputate (FI) favorevoli sono Stefania Prestigiacomo, Mara Carfagna, Renata Polverini, Micaela Biancofiore, Gabriella Giammanco, Anna Grazia Calabria. Contrarie invece Maria Grazia Gelmini e Daniela Santanché le quali si dicono d'accordo con Renato Brunetta, secondo cui l'elezione deve dipendere dal merito e non dalle quote. Idem Maurizio Gasparri: A me piace essere sincero e netto: io sono assolutamente contrario alle quote rosa. In politica come in tutte le altre attività della vita, bisogna dimostrare le proprie qualità sul campo.

L'implicazione di un tale principio meritocratico, è che in tutte le elezioni del mondo gli uomini prevalgono nettamente sulle donne, perchè più meritevoli. Secondo l'Unione interparlamentare (IPU), sono donne meno del 19% dei parlamentari del mondo. 42,1 nei paesi nordici; 22,7% nelle Americhe; 21,4% in Europa; 18,8% in Africa; 18,5 in Asia; 9,7% nei paesi arabi.

Se il motivo formale che si oppone alla parità di genere è il merito, il motivo sostanziale è la difesa maschile dello status quo. Una difesa che alterna apertà ostilità e sottile paternalismo. Per gli uomini è più facile, naturale, rassicurante, parlare e agire di politica in un club maschile, dove si conoscono regole esplicite o implicite basate sulla condivisione di genere. Inoltre, proprio a parità di merito, gli uomini sanno di essere favoriti rispetto alle donne, perchè i circoli di potere dove si selezionano le candidature sono prevalentemente maschili e perchè sulle donne continua a pesare la gran parte delle responsabilità familiari e del lavoro domestico. Infatti, quando riescono a superare gli ostacoli iniziali della carriera politica, una volta elette, le donne si rivelano spesso più attive e meritevoli dei loro colleghi maschi, come se ne ricava calcolando la presenza tra i firmatari di legge, tra i relatori di progetti di legge, e dal numero di interventi nel dibattito in aula (Osservatorio civico del parlamento italiano, 2009). Il merito, dunque, non andrebbe contrapposto alle quote rosa – espressione erronea che si continua ad usare sui giornali per definire, dal punto di vista maschile, le quote paritarie – ma alle quote blu di una selezione parziale che continuano a garantire agli uomini una rappresentanza sproporzionata.

Nel dibattito pubblico, alla parità di genere viene spesso opposta la questione sociale. Per esempio, Costanza Miriano scrive che le quote rosa riguardano solo poche donne privilegiate e non i diritti degli ultimi. Lei è circondata da amici e conoscenti che hanno perso il lavoro o che lavorano senza prospettive e sono sottopagati. Per nessuno di loro sono importanti le quote rosa, né le nozze omosessuali. Costanza Miriano ha di certo ragione a vedere il privilegio nell'elite politica e istituzionale, ma il suo è soltanto un diversivo se non ci spiega perchè anche in quella sfera gli uomini devono comunque essere i più privilegiati e in che modo la discriminazione politica delle donne possa costituire un risarcimento per disoccupati e sottopagati. In verità, le donne sono mediamente più disoccupate e più sottopagate degli uomini, più escluse dal mondo del lavoro e questo si riflette nella sottorappresentanza politica femminile. Si riflette e al tempo stesso ne costituisce un rinforzo.

Un diversivo analogo è quello di contrapporre le quote sociali alle quote rosa. Dire che le donne non sono una categoria protetta. Chiedere di smetterla di usare la questione di genere per rimuovere il conflitto di classe.
Contorta la logica per cui il superamento di una discriminazione trasformerebbe la categoria discriminata in una categoria protetta. Le quote di genere non possono rimuovere alcun conflitto, compreso il conflitto di classe. Lo possono invece proprio le quote sociali che significherebbero infatti stabilire per legge l'esistenza esclusiva di liste elettorali e partiti interclassisti.

Esistono donne conservatrici e reazionarie, specie quando si tratta di singole donne poste a capo di strutture maschili, ma tali diversivi sono smentiti dalla realtà, se valutiamo l'impatto complessivo dell'ingresso delle donne ai vertici della politica e delle istituzioni. La parità di genere è una questione di giustizia, perché le donne sono la metà del genere umano, non possono essere solo un quinto, un sesto della politica che governa il genere umano, perché le leggi riguardano tanto gli uomini quanto le donne, e alcune leggi hanno particolare rilevanza per le donne. Dunque, una questione di giustizia, di civiltà, che non richiede contropartite e tornaconti. E tuttavia, proprio dal punto di vista del progresso sociale, la parità comporta vantaggi in tutti i campi.

Come spiega Chiara Volpato, a causa della loro storia, le donne portano in politica una prospettiva valoriale diversa da quella maschile. Mediamente le donne danno maggiore importanza a valori quali l’eguaglianza, la responsabilità sociale, l’accoglienza, la protezione dell’ambiente e sono meno propense ad accettare una struttura sociale gerarchica in cui un gruppo domina su di un altro e in cui le minoranze non vengono rispettate. Le donne sono meno sessiste, hanno minori pregiudizi verso minoranze e immigrati, più favorevoli nei confronti della società multiculturale, appoggiano più degli uomini misure contro la discriminazione.

Un political gender gap esiste tra gli elettori statunitensi. In media, gli uomini sono più favorevoli alla pena di morte, alla spesa per armamenti, all’uso privato delle armi, all’uso della forza sia nella politica interna sia nelle relazioni internazionali, e risultano più razzisti e conservatori, tolleranti verso programmi televisivi violenti, mentre le donne sono più propense a stanziare fondi pubblici a favore di programmi educativi, sanitari e di welfare.  

Secondo uno studio condotto su 70 nazioni, i due generi privilegiano valori diversi. Per gli uomini sono prioritari: l’invidualismo, la competitività, la ricerca del successo e del potere, mentre per le donne sono più importanti i valori comunitari, relazionali, universalistici (Schwartz, Rubel 2005).

Così, quando le donne sono presenti in percentuale rilevante nelle istituzioni (più del 30%) cambia l’agenda politica. In Svezia, le parlamentari donne dedicano maggiore attenzione all’eguaglianza di genere e alle politiche sociali (Lena Wangnerud, 2009). Nelle regioni rurali dell’India, all’aumento delle donne nelle municipalità locali corrisponde l’aumento della spesa pubblica per servizi rilevanti per tutti la comunità, infrastrutture e impianti per l’acqua. (Beaman, 2007). Anche in Italia ad una più elevata presenza di donne nelle amministrazioni pubbliche corrisponde un’allocazione delle risorse più orientata verso la spesa sanitaria e i servizi di cura e di istruzione (Banca d’Italia 2012).

Le idee migliori e più innovative nascono in ambienti eterogenei, la presenza delle donne migliora la qualità delle soluzioni proposte. Proprio perchè nuove alla politica, le donne possono favorire scelte più originali. Nello stile di lavoro, le donne introducono uno stile cooperativo, adottano un approccio più democratico e privilegiano la concretezza nella soluzione (IPU 2008).

La presenza femminile innalza lo standard morale. Nei crimini di tipo economico, truffe, frodi informatiche, solo il 22% è commesso da mani femminili. Il barometro annuale sulla corruzione, misurato da Transparency International, indica che le donne si macchiano di questi reati in un numero molto inferiore a quello dei loro colleghi maschi. Più vi sono donne tra gli amministratori pubblici minori sono i livelli di corruzione (Franke 1997). Per uno studio della Banca Mondiale, le donne sono risultate più degne di fiducia e più interessate al bene comune in 150 paesi (Francescato e Mebane, 2011). Gli scandali sessuali in Italia e all’estero coinvolgono quasi esclusivamente politici uomini, a riprova del fatto che lo sfruttamento sessuale non fa parte della cultura femminile. Infine, la presenza di donne candidate ed elette stimola sia la partecipazione politica di altre donne, in particolare delle adolescenti, sia la loro conoscenza di questioni politiche, aumentando la fiducia nelle istituzioni e nella possibilità di incidere sulle pubbliche decisioni (Mansbridge 1999).

Questi studi possono riassumersi in una citazione della presidente socialista del Cile Michelle Bachellet. «Quando una donna fa politica, cambia la donna. Quando tante donne fanno politica, cambia la politica».


Cfr. Chiara Volpato, Psicosociologia del maschilismo, 2013, pagg 110-114

L'Huffington Post ci informa che l'imitazione di Virginia Raffaele trasmessa da Ballarò avrebbe mandato sui nervi l'imitata, la ministra Maria Elena Boschi. La ministra quindi non gradisce la satira. La satira è per definizione contro il potere. Il potente o la potente che non gradisce la satira è per definizione una intollerante, senza il senso dell'umorismo. Per sfuggire a questa facile rappresentazione, la ministra ha smentito via tweet: Virginia Raffaele è una imitatrice straordinaria. A me piace molto. Sull'imitazione di Ballarò ho riso sopra.

Ho visto un paio di volte il video e non l'ho trovato particolarmente divertente. La satira è un bel genere, ma gran parte della satira in circolazione è banale e stereotipata. Come i politici spesso cercano il facile consenso, i comici spesso cercano la risata facile e vanno sul sicuro, cioè sui cliché. Per esempio, Maurizio Crozza quando insiste sulla bassa statura di Renato Brunetta, mostrandocelo sempre affacciato quasi sotto la telecamera. L'imitazione di Virginia Raffaele punta sul cliché della bellona arrivista, oca e svampita, che di fronte alle difficoltà punta tutto sulle sue proprietà seducenti, labbra turgide e sguardi felini. L'introduzione incede sul portamento da oca giuliva, con attenzione alle scarpe e al sedere. Durante l'intervista simula un veloce orgasmo. In conclusione sparisce e compare una gatta. La rappresentazione che se ne vuol dare è appunto quella di una gattamorta, nonostante non corrisponda affatto al suo atteggiamento reale, che è invece quello di una ragazza fresca, quasi acqua e sapone. Però, bella. Una bellezza non discreta, molto femminile. Che lo sguardo maschile non può che trovare ammaliatrice. Nella parodia che ne viene fatta, lo sguardo è maschile, anche se l'imitatrice è donna. Non è strano che una donna sappia interpretare lo sguardo maschile, specie se i suoi autori sono uomini.

La ministra è già stata oggetto di un blitz molesto da parte delle jene, a base di una sequenza di doppi sensi a sfondo sessuale.

Può essere che la ministra Boschi si rivelerà una personalità mediocre e poco autorevole, nel caso sarà giusto criticarla, anche duramente. Ma per adesso, in queste prime offensive del «contropotere» vediamo presa di mira la donna e non la ministra, secondo le consuete modalità con cui si delegittimano a priori le donne di potere, riconducendole al ruolo tradizionale di oggetto sessuale. Certa satira, certa opposizione, sarà antigovernativa, ma non è antisessista.

L'imitazione è stata criticata in questo senso anche da Laura Boldrini ospite di Lucia Annunziata. Un punto di vista (ad es. Gilioli) vede alte cariche dello stato attaccare la satira. Io vedo donne che iniziano a difendersi dal maschilismo, anche da quello più ordinario, scontato, quello che si nasconde dietro l'umorismo, sempre accettato da tutti. Fanno bene.

Il giornalista Paolo Barnard ha conquistato in questi giorni una discreta attenzione, per aver postato tweet e articoli violenti contro le donne sul suo profilo twitter e sul suo blog. Cosa che gli è costata l'espulsione dalla trasmissione La Gabbia condotta da Gianluigi Paragone sulla 7. Il comportamento di Barnard ha suscitato una certa indignazione. Ma anche tentativi di difesa o di ridimensionamento. Si è detto che non sta bene. Che il suo è un esperimento sui social-network. Che lo fa per provocare. Che in fondo ce l'ha sia con gli uomini che con le donne. Tutte cose che ha detto lui stesso per giustificarsi.

Ho letto i post e i tweet e non vi ho trovato nulla di originale. Nulla che non si possa leggere su un qualsiasi post, pagina, blog maschilista. Metafore e immaginari sono meramente pornografici. Di quella pornografia maltrattante, ormai prevalente. Il giornalista sarà un rivoluzionario in politica ed economia, ma la sua visione sulle donne, sul rapporto tra i sessi, pare alquanto tradizionale. L'elemento trasgressivo della sua comunicazione punta tutto su violenza e volgarità.

In «Paolo Barnard e Twitter», spiega che il suo comportamento è metaforico. I social-networks sono deragliatori di cervelli di massa; oscenamente dannosi; grottescamente inutili. Lui questo lo ha sempre denunciato. Ora è entrato nei social-networks per impersonare queste tre micidiali caratteristiche, per innalzare la consapevolezza e suscitare una discussione. Ma è rimasto incompreso. Inutile che lui continui, dato che siamo tutti corti di mente. Tuttavia, ha continuato.

In «La verità sulle (infami) donne», racconta per voce di una amica molestata dagli uomini, quanto sono carogne le donne nel mobbing. Segue breve escursus storico sulla miserabile razza delle donne: dalla femminile delazione medievale contro le streghe alle torturatrici di Pol Pot, senza mancare di ricordare la violenza infanticida delle madri contro i bambini. Conclude con una protesta contro la parzialità. Le donne sono al 99% mediocri e dannose, ma per colpa di quel che hanno tra le gambe e del Partito democratico non è possibile apostrofarle come meritano. Come lo meritano il 99% degli uomini di cui però è possibile dire che sono dei porci disumani, senza che nessuno dica nulla. Questo post è costato al giornalista l'esclusione dalla Gabbia di Paragone

Dunque, si spiega e si giustifica in «Paolo Barnard ama le donne, ma ama anche la verità». Qui egli parla delle donne eccezionali che lui ama, cita l'esistenza di due tabù che non si possono toccare: le donne e gli israeliani (che definisce nazisti). Lui li ha toccati entrambi. Ricorda che quel che pensa delle donne, lo pensa anche degli uomini. Argomenti che riprende in «Samantha Comizzoli, la Bignardi e il nano della 7». Il tutto intervallato da tweet nei quali ciò che egli pensa parimenti di uomini e donne si esplicita soprattutto contro le donne.

Quali che siano le sue condizioni e le sue intime convinzioni e motivazioni, il suo caso estremo rappresenta espressioni e contorsioni molto diffuse, che si manifestano anche nei tentativi di difenderlo. Afferma di dichiarare quel che tutti pensano, ma non hanno il coraggio di dire. In verità, molti hanno il coraggio di dirlo, anche se nei ruoli e nelle sedi opportune. La valutazione dei social networks come sede opportuna è ancora motivo di incertezza e di confusione. Molti scrivono, pensando di parlare. Molti si esprimono in pubblico, pensando di conversare in privato. In tanti siti, si pensi al blog o alla fanpage di Beppe Grillo, il coraggio di Paolo Barnard è distribuito a piene mani da tanti commentatori e spesso sollecitato dallo stesso gestore della pagina.

Motivazioni diverse conducono spesso a rivelare gli stessi umori, gli stessi sentimenti, le stesse visioni. L'irregolare Paolo Barnard ha dato voce ad alcune regole molto comuni e molto diffuse.

1) La misoginia è un espediente valido per tutte le cause. Attirare l'attenzione, voler far ridere, provocare, suscitare indignazione, proporre riflessioni, aprire discussioni, esprimere il proprio disagio, malessere, frustrazione, sfogarsi, dimostrare qualcosa ad es. che i social-networks sono orribili, fare esperimenti dadaisti.

2) Ogni causa è una situazione che permette di contestualizzare la misoginia, quindi di espellerla come movente, come dato importante. Ovvero, espellerla del tutto: «Non è misoginia, perché la sua reale motivazione è un altra. Non lo è, lo fa. Pura interpretazione, finzione, quindi inesistenza. Se la ricevente non coglie il punto, è una gallina.

3) La misoginia è assolta, negata, archiviata dall'adorazione per le madonne. L'odio non riguarda le donne, ma solo le puttane. Che purtroppo sono quasi tutte. Ma le madonne, la cui rara presenza ripaga dell'esistenza di tutte le altre, sono amate, onorate, venerate. A riprova del fatto che agisce una valutazione di merito, senza pregiudizio.

4) Par condicio usata come paravento. Il tale di turno ha detto che il parlamento è pieno di troie, che le deputate sono qui solo perché sanno fare sesso, che il 99% delle donne sono esseri immorali, ma... si riferiva anche agli uomini! Peccato, abbia avuto l'idea di usare le donne come riferimento dispregiativo universalmente valido.

5) Vittimismo del dissacratore. La denuncia della misoginia non è altro che la sacralizzazione delle donne. Contro gli uomini si può dire di tutto, contro le donne non si può dire niente. Sono tabù. Un tabù immaginario per la cui denigrazione esistono una infinità di sinonimi e di metafore. Basti girare al femminile tanti nomi maschili

6) Vittimismo del simmetrico. Agli uomini si dice «frocio»! (Cioè che sono poco uomini, quindi un po' donne). Agli uomini si dice «porco».

Vero che per i maschi le denigrazioni non mancano, ma in genere non hanno un effetto discriminatorio, né un effetto limitante, tanté che spesso i maschi si denigrano da soli, anche per trarne vantaggio. Non esiste una riconoscibile categoria di porci, per i quali magari si chiede la regolamentazione e il pagamento delle tasse, che sono tutti i giorni rapiti, ingannati, costretti, oggetto di ingiurie, maltrattamenti, violenze e stupri. Se gli uomini sono porci, sono le donne che devono tenerne conto, altrimenti sono imprudenti e poi hanno poco da lamentarsi. Se le donne sono troie, in primo luogo non dovrebbero esserlo, in secondo luogo gli uomini possono approfittarne, e a non doversi lamentare sono di nuovo quelle di prima. Un insulto è conferimento di libertà, l'altro insulto è limitazione di libertà.

Ovviamente, nessuno dice che Barnard fa bene – al limite qualcuno promuove una petizione per riammetterlo in TV. Forse non lo dice neanche lui di se stesso. Lo si può biasimare in tutti i modi. Tranne in uno: denunciare la sua misoginia, il suo sessismo. Perchè in quello si riflettono ancora in tante e in tanti. E poi esistono spettri ben più importanti. Ad esempio, il politically correct!

Ho scritto che la parità di genere nella composizione del governo Renzi è un dato apprezzabile, perchè significa un progresso nel superamento dell’esclusione e della marginalizzazione delle donne, per il solo fatto di essere donne, dalle sedi del potere politico. Un progresso che può generarne altri, se verrà emulato da altre istituzioni, se diverrà norma di legge o almeno consuetudine.

E’ stato obiettato che il principio del 50/50 non ha valore assoluto, che quello che conta non è la quantità, ma la qualità delle relazioni tra donne e delle donne con gli uomini. Neanch’io gli attribuisco valore assoluto. Ma relativo si. La qualità ha bisogno della quantità. Nel consiglio della Basilicata non sarà possibile nessuna relazione positiva tra donne, perchè nessuna donna è stata eletta. Nel consiglio della Sardegna sarà possibile tra quattro donne, che potranno relazionarsi qualitativamente bene con altri 56 consiglieri maschi. La quota non è tutto, ma è una parte e va fissata. E dato che una quota va fissata, tanto vale che sia 50 e 50. Non vi è ragione di predeterminare una maggioranza maschile del 60 o del 70 per cento.

E’ stato obiettato che la parità di genere nel governo Renzi è strumentale e non servirà per fare una politica femminista. In politica, tutte le scelte sono almeno in parte strumentali, finalizzate ad obiettivi e consensi. Constato che se ieri era funzionale escludere le donne - e in larga parte della politica continua ad esserlo anche oggi - nel governo Renzi è funzionale includerle. E questo è un progresso. La possibile strumentalità della scelta non mi porta a negare la soggettività delle ministre, come fossero marionette manovrabili a piacere del premier, più di quanto possano esserlo i ministri. Il premier e i ministri sono rappresentati come il potere, le ministre sarebbero solo il fiore all'occhiello del potere, tipo Laura Boldrini, secondo Grillo, oggetto ornamentale del potere, lei non Pietro Grasso. Con questa rappresentazione alle donne ministro è dedicata una delegittimazione particolare, una delegittimazione che ricevono solo e in quanto donne.

Con questo metro, anche le donne d’opposizione, le femministe critiche possono essere considerate strumentalizzate e strumentalizzabili dai maschi di opposizione. Quando Flores D’Arcais e Travaglio pubblicano Eretica/Fikasicula, che scrive contro il governo delle donne, nella home page di Micromega, la stanno strumentalizzando. Sono interessati a fare opposizione al governo, non al suo improbabile "femminismo". In ogni caso è assurdo preferire l’esclusione avendo paura sia strumentalizzata l’inclusione. E' bene ed è giusto che le donne possano scrivere sulle riviste e sui giornali tanto quanto gli uomini. Anche quando a scrivere è una misogina.

E’ stato obiettato che le ministre sono moderate, cattoliche, confindustriali, non contrarie al patriarcato e al liberismo. Dunque, piuttosto che averle così sarebbe meglio non averle. Dov Weisglass, consigliere politico dell’allora premier Ariel Sharon, dichiarò nel 2005 ad Haaretz, che Israele avrebbe riconosciuto i palestinesi come interlocutori in un processo di pace solo quando i palestinesi si fossero trasformati in finlandesi. Alcune e alcuni nella nostra sinistra di opposizione pensano allo stesso modo. Le donne potranno essere riconosciute e valorizzate nel processo decisionale solo se e quando si saranno trasformate in laiche, abortiste, comuniste, antipatriarcali, antiliberiste, anarchiche, rivoluzionarie. Non è la prima volta che succede. Già nel dopoguerra, la sinistra era esitante nel concedere il voto alle donne, perchè le donne erano in maggioranza prevedibili elettrici della Democrazia cristiana. 

Ci sarebbe poi da capire cosa vuol dire essere di sinistra o essere femministe. Ci sono donne fieramente abortiste. Che però pensano sia lecito vendere il corpo di una donna e pensano che questa debba essere la legge dello stato. E’ dubbio siano meglio loro di Marianna Madia, la quale al momento, in tema di aborto e famiglia, si limita ad esprimere sue legittime opinioni, senza proporre di fare o disfare leggi.

E’ stato obiettato che la parità di genere nella composizione del governo inibisce la critica, ostacola l’opposizione alla politica del governo. Non vedo perchè. A me non la inibisce. Se fossi un parlamentare avrei votato contro la fiducia al governo. Apprezzo la parità come se non ci fosse la politica del governo. Mi oppongo alla politica del governo come se non ci fosse la parità. Sono semplicemente due cose diverse che devono rimanere distinte. L’oppressione basata sul genere non è più importante dell’oppressione basata sulla classe o sulla «razza». Ma neanche meno importante. E' scorretto e sbagliato usare una contro l'altra. Hanno lo stesso valore. E ciascuna va affrontata indipendentemente dall’altra. E’ perfetto che una donna possa diventare presidente degli industriali e poi anche ministra del governo. Nulla toglie al fatto che rimane una «nemica di classe» e bene ha fatto Giorgio Airaudo a denunciare il conflitto d’interessi della ministra Guidi.

Il valore della parità di genere nella composizione del governo è tale anche perchè può favorire un processo che per legge e per consuetudine determini la parità di genere nella composizione del parlamento, delle regioni e degli enti locali. A cominciare dall’introduzione della semplice alternanza un uomo, una donna e della parità 50/50 rispetto ai capilista nella nuova legge elettorale. Come chiede la petizione promossa da Lucina Di Meco.

La parità è una questione di giustizia, non richiede vantaggi, tornaconti e contropartite. Anche se le donne non sono meglio degli uomini e non migliorano il mondo, hanno ugualmente diritto di governare il mondo insieme agli uomini. Ma è proprio vero che le donne nei governi, nei parlamenti, nelle amministrazioni locali, sono tali e quali agli uomini e quindi  ininfluenti rispetto alla direzione del mondo?


Vedi anche:
Parità di genere nel governo Renzi



Traduzione di Maria Rossi




L'associazione CAP (Coalition for the Abolition of Prostitution) International e i suoi membri, tra i quali il Mouvement du Nid, esprimono il loro pieno sostegno alla risoluzione "sullo sfruttamento sessuale e sulla prostituzione e sul loro impatto sulla parità di genere" sottoposta al voto del Parlamento europeo in seduta plenaria.
CAP International è una coalizione che raggruppa diverse associazioni che operano sul campo e offrono un sostegno sociale, giuridico e medico a migliaia di donne e di uomini in condizione di prostituzione in Europa.
E' a partire da questa esperienza sul campo che siamo in grado di affermare che la prostituzione è:
  • una forma di violenza, le cui conseguenze sulla salute fisica e psicologica sono estremamente gravi.
  • Un ostacolo fondamentale alla parità tra uomini e donne, tra paesi ricchi e paesi poveri, tra maggioranze e minoranze etniche.
  • Una violazione dei diritti umani, come afferma la Convenzione delle Nazioni Unite per la repressione della tratta degli esseri umani e dello sfruttamento della prostituzione (1949).

Richiamiamo anche la vostra attenzione sull'"Appello di Bruxelles. Insieme per un'Europa libera dalla prostituzione" che è stato firmato da più di 200 associazioni di tutta l'Europa, ivi compresi i sottoscrittori di questo comunicato. Questo appello richiede l'implementazione di politiche pubbliche che riconoscano i danni causati dalla prostituzione, rifiutino di criminalizzare le persone prostituite e colpiscano le strutture che permettono di perpetuare questo sfruttamento. La proposta di risoluzione sullo sfruttamento sessuale e sulla prostituzione e sul loro impatto sulla parità di genere accoglie queste osservazioni e queste raccomandazioni.
D'altra parte, questa proposta di risoluzione è perfettamente coerente con la risoluzione del Parlamento europeo del 6 febbraio 2013 sull'eliminazione di tutte le forme di violenza contro le ragazze e contro le donne, adottata in occasione della quinta sessione della conferenza delle Nazioni Unite sulla condizione della donna.
Invitiamo tutti i deputati e le deputate ad approvare questa proposta di risoluzione del Parlamento europeo.

Firmatari
Ruhama (Irlanda)
Reden International (Danimarca)
Malos Tratos (Spagna)
Solwodi (Germania)
Mouvement du Nid (Francia)
Fondation Scelles (Francia)
KFUKS (Danimarca)
Apne Aap (India)
La CLES (Canada)




sullo sfruttamento sessuale, sulla prostituzione 



Come rete globale di ricercatori noi sosteniamo la  mozione di Mary Honeyball volta all'approvazione di una risoluzione  sullo sfruttamento sessuale, sulla prostituzione e sul loro impatto sulla parità di genere. Lo facciamo in base alle profonde e sistematiche competenze acquisite nella ricerca sulle dinamiche della prostituzione, dell'industria del sesso, della tratta e della violenza sulle donne. La nostra ricerca  si fonda su prove, indagini storiche e filosofiche e soprattutto sulla testimonianza delle persone sopravvissute al sistema della prostituzione. Molti/e di noi hanno lavorato direttamente con le donne prostituite. Abbiamo legami individuali e collettivi con una vasta gamma di organizzazioni  impegnate nell'abolizione della prostituzione come istituzione della disuguaglianza di genere e dello sfruttamento. Per esprimere la nostra decisa approvazione della relazione di Mary Honeyball e della sua raccomandazione di adottare il "modello Nordico" come approccio europeo alla prostituzione, facciamo riferimento contemporaneamente  alle prove di cui disponiamo e ai nostri studi accademici.
Crediamo che sia importante sottolineare come la nostra posizione sulla prostituzione non sia fondata su un approccio moralistico o su una qualsiasi forma di ostilità nei confronti delle donne coinvolte nel sistema della prostituzione. Né la nostra posizione è legata a considerazioni relative al mantenimento dell''ordine pubblico'.  Le nostre fondamentali preoccupazioni sono i diritti umani che tutelano la dignità di tutte le donne e  la fine di tutte le forme di subordinazione e di degradazione di queste ultime.
Il rapporto Honeyball richiama l'attenzione su una serie di questioni fondamentali:
  • l'asimmetria di genere dell'industria del sesso, nel senso che gli uomini sono la schiacciante maggioranza di coloro che acquistano atti sessuali, mentre le donne e le ragazze sono le persone il cui corpo viene comprato;
  • i Paesi che hanno sanzionato l'acquisto degli atti sessuali hanno  assistito alla contrazione del mercato del sesso e alla riduzione della tratta. E' un successo per questi Stati e l'adozione da parte del Parlamento Europeo del modello Nordico offre la possibilità di replicare questo progresso in tutta l'Europa;
  • gli atteggiamenti mutano nei Paesi nei quali l'acquisto degli atti sessuali è stato criminalizzato. Le inchieste effettuate in Svezia, ad esempio, mostrano che una consistente maggioranza di cittadini ritiene inaccettabile l'acquisto di atti sessuali. La legge è un potente strumento che agisce sulla definizione e sul cambiamento di ciò che è o non è un comportamento socialmente accettabile.

Mentre riconosciamo che alcune donne sostengono di individuare nella vendita di atti sessuali una forma di piena realizzazione economica e personale, queste  singole storie non sono una prova della legittimità della prostituzione come istituzione sociale. Il sistema della prostituzione ci ricorda il persistere delle diseguaglianze tra uomini e donne: il divario retributivo fra i generi, la sessualizzazione dei corpi femminili nella cultura popolare, le storie di violenze e di abusi  subiti sia durante l'infanzia che nell'età adulta che spingono molte donne ad entrare nell'industria del sesso. La persistenza di queste diseguaglianze economiche e sociali in tutti i Paesi europei (e nel mondo) è ben documentata da una miriade di ricerche accademiche. Questi molteplici svantaggi esperiti dalle donne stanno a significare che le cosiddette libere scelte sono in realtà decisioni prese in condizioni caratterizzate dall'esistenza di diseguaglianze e discriminazioni. Le scelte delle donne non dovrebbero essere valutate a partire semplicemente dalla decisione finale (la prostituzione), ma dovrebbero essere considerate le circostanze nelle quali le scelte sono state effettuate. Scelte fatte in condizioni di disuguaglianza non possono essere considerate "libere".
Il rapporto Honeyball  rappresenta un punto di svolta perché sposta l'attenzione sulla scelta degli uomini di acquistare atti sessuali. Un'articolata ricerca effettuata in Norvegia e nel Regno Unito, in particolare, rivela che gli uomini che comprano atti sessuali lo fanno perché credono che esistano pulsioni che spingano ad aver bisogno di far sesso con molte donne. Alcuni uomini riferiscono apertamente di acquistate atti sessuali perché agiscono in un contesto (la prostituzione) in cui non devono pensare alle donne come esseri umani uguali a loro e dotati di sentimenti, desideri ed esigenze proprie. I racconti degli uomini sulla prostituzione, raccolti sul sito The Invisible Men, offrono un quadro agghiacciante della realtà della prostituzione per le donne: [una realtà fatta di] violenza, disperazione, subordinazione e perdita della speranza.
Questo è il motivo per cui il rapporto Honeyball chiarisce che l'idea e la realtà che il corpo delle donne possa essere comprato - e venduto - dagli uomini per gli uomini crei e perpetui relazioni gerarchiche tra gli uomini e le donne.
La prostituzione, come afferma il rapporto Honeyball, è un tipo, una causa e una conseguenza della diseguaglianza di genere. Realizzare la parità tra i sessi significa compiere passi verso un mondo nel quale i progressi vadano oltre il  miglioramento  dello status di ciascuna donna  che si trovi in una condizione di discriminazione, ma combattano tali condizioni. Criminalizzare l'acquisto di atti sessuali, depenalizzarne la vendita e fornire supporto specialistico alle donne che vogliono abbandonare la prostituzione sono misure che combattono direttamente le diseguaglianze di genere.
Questa settimana deciderai con il tuo voto se contestare o meno la finzione che sia naturale ed inevitabile per gli uomini comprare l'accesso ai corpi delle donne per godere della libertà sessuale, e se opporti o meno a questa forma profondamente radicata di diseguaglianza di genere.
Il Parlamento Europeo ha l'opportunità storica di agire come un faro a livello mondiale  per promuovere l'uguaglianza di genere, seguendo il pioneristico esempio dei Paesi nordici. Invitiamo te e tutti i membri del tuo partito a non sprecare questa opportunità e a votare la mozione Honeyball.

Firme:
1. Dr Maddy Coy, Reader in Sexual Exploitation and Gender Equality, London Metropolitan
University
2. Dr Helen Pringle, Senior Lecturer, School of Social Sciences, University of New South
Wales, Australia
3. Dr Esohe Aghatise, Visiting Lecturer, United Nations Interregional Crime and Justice
Research Institute (UNICRI), Turin and Faculty of Law, University of Turin (Master of Laws
in International Crime and Justice Programme), Italy
4. Professor Ivana Bacik, Law School, Trinity College Dublin, Ireland
5. Professor Kathleen Barry, PhD, Professor Emerita, Penn State University, US
6. Dr Karen Bell, Faculty of Social Sciences and Law, University of Bristol, UK
7. Janine Benedet, Associate Professor, Faculty of Law, University of British Columbia,
Canada
8. Ciaran Benson, Emeritus Professor of Psychology, University College Dublin, Ireland
9. Dr Oona Brooks, Lecturer in Criminology, The Scottish Centre for Crime and Justice
Research, University of Glasgow, UK
10. Thema Bryant-Davis, Associate Professor of Psychology, Pepperdine University, US
11. Lisa Carson, doctoral researcher, University of Melbourne, Australia
12. Heather Cole, doctoral researcher, London Metropolitan University, UK
13. Dr Emma Dalton, Lecturer, Japanese Studies Research Institute, Kanda University of
International Studies, Chiba, Japan
14. Professor Michelle M. Dempsey, Professor of Law, Villanova University School of Law, US
15. Dr Gail Dines, Professor of Sociology and Women's Studies, Wheelock College, Boston,
US
16. David Duriesmith, doctoral researcher, University of Melbourne, Australia
17. Helen Easton, Senior Lecturer and PhD candidate in Criminology, London South Bank
University, UK
18. Gunilla S. Ekberg, international human rights lawyer, PhD in Law candidate, University of
Glasgow, UK
19. Fiona Elvines, doctoral researcher, London Metropolitan University, UK
20. Professor Maria Eriksson, Professor of Social Work, School for Health, Care, and Social
Welfare, Mälardalen University, Sweden
21. Dr Elizabeth Evans, Faculty of Social Sciences and Law, University of Bristol, UK
22. Dr Karen Evans, Senior Lecturer, School of Sociology, Social Policy and Criminology,
University of Liverpool, UK
23. Dr Matthew Ezzell, Assistant Professor in Sociology, James Madison University, US
24. Kate Farhall, doctoral researcher, University of Melbourne, Australia
25. Dr Melissa Farley, Prostitution Research and Education, US
26. Maria Garner, doctoral researcher, London Metropolitan University, UK
27. Professor Gene Feder, Professor of primary health care, School of Social and Community
Medicine, University of Bristol, UK
28. Dr Aisha K. Gill, Reader in Criminology, University of Roehampton, UK
29. Professor Victor Goode, Professor in Law, CUNY Law School, US
30. Dr Kieran McGrath, Visiting Research Associate, Dept of Social Studies, Trinity College,
Dublin, Ireland
31. Professor Marianne Hester, Chair in Gender, Violence and International Policy, School for
Policy Studies, University of Bristol, UK
32. Dr Miranda Horvath, Reader in Forensic Psychology, Middlesex University, UK
33. Donna M. Hughes, Professor & Eleanor M. and Oscar M. Carlson Endowed Chair, Gender
and Women's Studies Program, University of Rhode Island, US
4
34. Professor Sheila Jeffreys, School of Social and Political Sciences, University of Melbourne,
Australia
35. Dr Robert Jensen, Professor, School of Journalism, University of Texas at Austin, US
36. Helen Johnson, Doctoral Candidate in Criminology, University of Kent, UK
37. Patricia Kelleher, PhD, Adjunct Senior Lecturer in Social Exclusion, University of Limerick,
Ireland
38. Professor Liz Kelly, Director, Child and Woman Abuse Studies Unit, London Metropolitan
University, UK
39. Dr Christopher Kendall, Barrister, John Toohey Chambers, Honorary Research Fellow,
Law School, The University of Western Australia
40. Dr Mark P. Lagon, Professor in the Practice of International Affairs, Georgetown
University, and Former U.S. Ambassador at Large to Combat Trafficking in Persons, US
41. Dr Ronit Lentin, Associate Professor, Department of Sociology, Trinity College Dublin,
Ireland
42. Dr Nancy Lombard, Lecturer of Sociology and Social Policy, Glasgow Caledonian
University, UK
43. Dr Julia Long, Lecturer in Sociology, Anglia Ruskin University, UK
44. Jo Lovett, Senior Research Fellow, London Metropolitan University, UK
45. Professor Kathleen Lynch, UCD Professor of Equality Studies, Head of the UCD School of
Social Justice, University College Dublin, Ireland
46. Dr Finn Mackay, Centre for Gender & Violence Research, University of Bristol, UK
47. Catharine A. MacKinnon, Elizabeth A. Long Professor of Law, University of Michigan,
James Barr Ames Visiting Professor of Law (long term), Harvard Law School, Special
Gender Adviser to the Prosecutor, International Criminal Court, 2008-2012 (affiliations
for identification only)
48. Professor Jeffrey Masson, New Zealand
49. Kristina Massey, Lecturer in Criminal Psychology, Canterbury Christchurch University, UK
50. Professor Roger Matthews, Professor of Criminology, University of Kent, UK
51. Dr Melanie McCarry, Guild Research Fellow, School of Social Work, University of Central
Lancashire
52. Professor Hiroshi Nakasatomi, University of Tokushima, Japan
53. Dr Izabela Naydenova, Lecturer, School of Physics, College of Sciences and Health, Dublin
Institute of Technology, Ireland
54. Dr Caroline Norma, Lecturer in Global, Urban and Social Studies, RMIT University,
Australia
55. Dr Monica O'Connor, Independent Researcher, Ireland
56. Ruth Phillips, doctoral researcher, London Metropolitan University, UK
57. Dr Jane Pillinger, Independent Researcher and Policy Advisor, Ireland
58. Professor Keith Pringle, Professor in Sociology with a specialism in social work, Uppsala
University, Sweden; Adjungeret Professor, Aalborg University, Denmark; and Honorary
Professor, University of Warwick, UK
59. Dr Kaye Quek, Lecturer in Political Science, University of Melbourne and RMIT University,
Australia
60. Jody Raphael, Visiting Professor of Law, De Paul University College of Law, US
61. Professor Janice G. Raymond, Professor Emerita, University of Massachusetts, Amherst,
US
5
62. Dr Emma Rush, Lecturer in Ethics and Philosophy, Charles Sturt University, Australia
63. Nicola Sharp, Research Fellow, London Metropolitan University, UK
64. Professor Helena Sheehan, Professor Emerita, Dublin City University, Ireland
65. Dr Olivia Smith, Lecturer in Criminology, Anglia Ruskin University, UK
66. Dr Mary Sullivan, Independent Researcher, Australia
67. Dr Jackie Turner, Research Fellow, London Metropolitan University, UK
68. Dr Meagan Tyler, Lecturer in Sociology, Victoria University, Australia
69. Dr Bridget Vincent, McKenzie Postdoctoral Research Fellow, University of Melbourne,
Australia
70. Max Waltman, PhD Candidate, Department of Political Science, Stockholm University,
Sweden
71. Professor Nicole Westmarland, Co-Director, Centre for Research on Violence and Abuse,
Durham University, UK
72. Dr Rebecca Whisnant, Associate Professor in Philosophy and Director of Women's and
Gender Studies, University of Dayton, US
73. Dr Emma Williamson, Senior Research Fellow, Centre for Gender and Violence Research,
School for Policy Studies, University of Bristol, UK
74. Nusha Yonkova, doctoral researcher, School of Social Justice, University College Dublin,
Ireland
75. Dr Eileen Zurbriggen, Professor of Psychology, University of California, Santa Cruz, US

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