(Traduzione di Maria Rossi)


Le potenze occidentali hanno puntato sinora su una guerra di logoramento in Siria.
Negli ambienti diplomatici si ritiene che se vince uno dei due belligeranti 
[il governo siriano o i ribelli], perdono gli Stati Uniti.
Da due anni in Siria sono intervenuti attori regionali e internazionali.


Si parla di un imminente intervento militare in Siria. Alcuni si rammaricano che non sia avvenuto prima, che gli Stati Uniti e i loro alleati non abbiano "reagito" fino ad ora. Non è stato per disinteresse, ma per un preciso calcolo strategico.
Da più di due anni la Russia e l'Iran sostengono militarmente il regime siriano. A loro volta, diverse potenze occidentali, così come i loro alleati nel Medio Oriente, sono intervenute in Siria in modo più o meno occulto, fornendo armi e informazioni ai ribelli. La Francia e gli Stati Uniti, tra gli altri, hanno fornito assistenza militare a gruppi armati dell'opposizione. La CIA e i servizi segreti britannici operano sul campo offrendo supporto ai ribelli siriani e consulenza ai paesi del Golfo sui gruppi da armare.
L'equipaggiamento militare fornito ai ribelli che combattono contro Assad è giunto principalmente attraverso i Paesi del Golfo e la Turchia ed è stato accuratamente controllato dal 2011, affinché i ribelli non disponessero di armi pesanti. In questo modo i ribelli hanno potuto destabilizzare, ma non rovesciare il governo di Assad; hanno avuto la capacità di resistere, ma non di conseguire la vittoria. E così il conflitto si è mantenuto ad un livello tale da permettere ad entrambe le parti di sopravvivere, logorandosi. E' la situazione di stallo, incerta che è risultata finora conveniente ad alcuni degli attori internazionali coinvolti in un modo o nell'altro nel conflitto. 
Non è una novità. Negli anni Ottanta, quando scoppiò la guerra tra Iran e Iraq, Washington fornì supporto, armi e informazioni militari a Baghdad e Saddam Hussein impiegò gas sarin di provenienza statunitense contro la popolazione iraniana e curda. Ma, facendo il doppio gioco, gli Stati Uniti fornirono anche, segretamente, armi all'Iran tra il 1985 e il 1987 attraverso una rete di traffico di armi statunitensi ed israeliane organizzato dalla CIA.
Con i profitti di tale attività, Washington sostenne i Contras del Nicaragua e la guerriglia afghana che combatteva contro le truppe sovietiche in Afghanistan. L'operazione assunse il nome di "Irangate". In questo modo gli Stati Uniti contribuirono al prolungamento della guerra tra Bagdad e Teheran, al fine di logorare i due Paesi, strategici per la presenza del petrolio, e di metterli fuori gioco. Se entrambi i Paesi avessero perduto, Washington avrebbe vinto.

La posta in gioco
Nel caso siriano si ritiene che, se vince un belligerante (il governo o i ribelli), gli Stati Uniti perdano (e con loro perda anche Israele). E' questo l'assunto accettato in certi ambienti politici e diplomatici occidentali. Così si è optato per la guerra di logoramento, per la situazione di stallo, per una situazione di incertezza. Ora che le sorti belliche si stanno volgendo a favore di Assad, la comunità occidentale annuncia un nuovo tipo di intervento in Siria.
Così si è espresso questa settimana, senza alcuna remora, Edward Luttwak del Center for Strategic and International Studies, in un articolo pubblicato sul New York Times:
Un risultato decisivo per una delle parti in conflitto sarebbe inaccettabile per gli Stati Uniti. Una vittoria del regime di Assad sostenuta dall'Iran aumenterebbe il potere e il prestigio dell'Iran in tutto il Medio Oriente, mentre una vittoria dei ribelli, dominati dalle fazioni estremiste, inaugurerebbe una nuova ondata di terrorismo di Al Qaeda.
C'è solo un risultato che può eventualmente favorire gli Stati Uniti: uno scenario di incertezza e di stallo. Mantenendo l'esercito di Assad e i suoi alleati, l'Iran e gli Hezbollah, impegnati in una guerra contro i ribelli estremisti vicini ad Al Quaeda, quattro nemici di Washington resteranno coinvolti in una guerra tra di loro.

La copertura delle reali intenzioni
Se vivessimo in un mondo idilliaco potremmo credere nelle buone intenzioni della politica internazionale. Le guerre sarebbero quelle missioni di pace di cui tanto parlano i leader occidentali; i loro governi sarebbero mossi solo dalla difesa dei diritti dei cittadini. Ma il nostro mondo è ben diverso da questo universo idilliaco. 
La Storia, questo straordinario strumento che ci consente di analizzare anche il nostro presente, dimostra che a volte le versioni ufficiali di un governo non sono che la copertura delle sue reali intenzioni. Che dietro posizioni pubbliche apparentemente altruiste si nascondono politiche illegali e criminali. Che al di sotto dei discorsi ufficiali in nome della difesa dei diritti umani agiscono interessi economici e geopolitici.
Non c'è bisogno di risalire troppo indietro nel tempo per trovare degli esempi in tal senso.
L'appoggio degli Stati Uniti ai golpe e alle dittature latinoamericane negli anni Settanta; le menzogne inventate per giustificare l'invasione e la distruzione dell'Iraq, i pretesti utilizzati per invadere ed occupare l'Afghanistan, la negazione sistematica dei crimini di guerra e degli omicidi di civili, la creazione di centri di tortura disseminati in tutto il mondo, l'accettazione da parte dell'Europa dei voli della CIA, l'uso di aerei senza pilota- droni - per commettere omicidi extragiudiziali, l'uso di uranio impoverito, la vendita di armi a governi dittatoriali e repressivi e così via.
Casualmente, in questa settimana, la CIA ha riconosciuto una verità ormai nota: il ruolo da essa svolto nel colpo di Stato del 1953 che rovesciò il primo ministro iraniano Mohammed Mossadeq, democraticamente eletto e che aveva nazionalizzato il petrolio iraniano, fino ad allora sfruttato principalmente dal Regno Unito.
Inoltre ha recentemente reso pubblico un contratto in base al quale gli Stati Uniti riforniranno di bombe a grappolo la monarchia assoluta dell'Arabia Saudita, che procura armi ai ribelli siriani.

Arbitri assoluti
Le potenze occidentali pretendono di ergersi di nuovo al ruolo di arbitri disinteressati da interpellare quando le cose si mettono male. Si presentano come "risolutori" di conflitti per mezzo dell'uso delle bombe e dell'avvio di operazioni militari apparentemente "pulite, giuste e brevi" (così si disse a proposito della guerra in Iraq. Come dimenticarlo!)
Gli Stati Uniti e i loro alleati non sembrano disposti ad attendere la relazione degli ispettori delle Nazioni Unite prima di attaccare la Siria e ciò rappresenta un pericoloso precedente.
Il regime di Assad è responsabile della repressione, di migliaia di morti, ma in questo caso non è stato ancora dimostrato che sia l'autore di un attacco con armi chimiche. Potrebbe esserlo. Infatti è uno dei sei Paesi che non hanno firmato la Convenzione sulle armi chimiche (il suo vicino: Israele, non l'ha ratificata).
Ma sarebbe corretto e legale attendere le conclusioni dell'ONU sull'attacco e, in seguito, cercare alternative al linguaggio delle bombe. Al contrario, si sta preparando una nuova guerra illegale, che non si fonderà sull'approvazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. 
Se oggi Washington e i suoi alleati agiscono come "arbitri" per decidere se attaccare o meno un Paese, domani un'altra nazione potrebbe rivendicare lo stesso "diritto".

Le altre "oscenità morali"
Il primo ministro britannico, David Cameron, ha detto che l'attacco con armi chimiche in Siria è "assolutamente ripugnante e inaccettabile". Il presidente francese François Hollande ha annunciato che "la Francia punirà chi ha ucciso con il gas degli innocenti" e il Segretario di Stato degli USA: John Kerry ha affermato che l'uso di armi chimiche è un'oscenità morale.
Ci si chiede se l'impiego di fosforo bianco a Fallujah (Irak) da parte degli Stati Uniti non sia un'oscenità morale né un atto "ripugnante, inaccettabile". E' legittimo chiedersi se non sia opportuno, pertanto, punire, come ha affermato la Francia, coloro che hanno ucciso con il gas degli innocenti, come Israele a Gaza o gli Stati Uniti a Fallujah.
Che parli di oscenità morali uno Stato che solo nell'ultimo decennio ha ucciso, ferito, torturato, sequestrato e incarcerato senza processo centinaia di migliaia di persone è alquanto sorprendente. Che potenze che legittimano sequestri, torture, omicidi extragiudiziali e prigioni come Guantanamo tentino di ergersi ancora una volta a paladine dei diritti umani e delle libertà risulta un po' delirante. E che un Premio Nobel per la Pace intraprenda ancora una volta la via delle armi mostra la condizione orwelliana nella quale viviamo. 
In mezzo all'intrico di interessi interni, regionali e internazionali si trova la popolazione civile siriana, colpita dalla violenza, dentro un conflitto del quale sono responsabili gli attori regionali e internazionali coinvolti fin dall'inizio.
Negli ultimi due anni, la guerra in Siria ha provocato 100.000 morti e due milioni di profughi, oltre un milione dei quali sono bambini. Ma sembra che questi morti e questi profughi non fossero fino ad ora un'oscenità morale.
Ci sono molte domande che non trovano risposta.
In che modo le bombe occidentali aiuteranno la popolazione siriana? 
Come faranno ad evitare vittime civili (tenuto conto dei tragici precedenti) ?
Si è preso in considerazione il fatto che l'aperta partecipazione di diversi Paesi al conflitto potrebbe innalzare il livello dello scontro nella regione?
Come evitare l'impiego di armi chimiche in futuro?
E che cosa accadrà dopo l'attacco-lampo dei primi due giorni? Si ritornerà di nuovo alla guerra di logoramento, allo scenario indefinito, all'intervento occulto?
Oppure, al contrario, si avranno più bombardamenti, più attacchi, più guerra presentata, in pieno XXI secolo, come via per raggiungere la pace, mentre si rinuncia a percorrere altre strade, ad intraprendere altre politiche? 



di Maria Rossi


Non sono esperta di comunicazione, ma a me pare che la narrazione giornalistica degli episodi di violenza maschile, che si manifesti nelle relazioni intime o negli ambienti educativi, si uniformi di solito a un determinato schema. Negli articoli campeggia la figura dell'autore del reato, presentato in modo tale da suscitare nei lettori un sentimento di empatia innescato dall'ottima reputazione di cui gode nella comunità di appartenenza. L'immagine dell'artefice della violenza che ci viene propinata dai giornali è immancabilmente quella di un uomo che conforma l'intera sua esistenza a saldi principi morali e che adotta nei confronti del prossimo comportamenti urbani, cortesi e cordiali, beneficiando dell'incondizionata stima della collettività. Può trattarsi di una figura autorevole: l'avvocato benestante, raffinato e colto, appassionato di Kant e abile tennista, il docente di italiano e di storia in una scuola secondaria di secondo grado dotato di un consistente background culturale e di una notevole competenza professionale, stimato e tenuto in alta considerazione da colleghi e studenti, per molti dei quali rappresenta un solido punto di riferimento, lo stalker, infine, dal fisico armonioso e dal sorriso educato che dispone di un buona padronanza linguistica e sa usare perfettamente il congiuntivo.  E' evidente che queste persone educate e perbene non possono aver commesso i crimini di cui sono accusate (rispettivamente femminicidio, abuso sessuale e di potere esercitato su alunne minorenni e detenzione di materiale pedopornografico, stalking, maltrattamenti, violazione di domicilio) se non in quanto travolte improvvisamente e momentaneamente da un raptus, da un'imponderabile perdita di controllo, da una misteriosa irruzione dell'irrazionale nella loro ordinata esistenza. Non importa, ad esempio, che il femminicidio di cui stiamo parlando sia stato preannunciato in due lettere e sia stato perpetrato con un coltello che un colto avvocato, appassionato di Kant, non dovrebbe portare con sé. Non conta nulla il fatto che psicologi responsabili di programmi di riabilitazione per uomini violenti come Lundy Bancroft osservino con insistenza come i maltrattanti siano perfettamente lucidi e consapevoli degli atti che compiono.

Non si tratta certo di descrivere gli autori di delitti contro le donne come creature mostruose, come altrettante personificazioni della malvagità, ma non si tratta neppure di rappresentarli come individui inconsapevoli, non responsabili delle proprie azioni, come esseri innocenti dominati ed agiti da incontrollabili raptus, magari reiterati nel tempo, come nel caso in cui vengano commessi abusi sessuali ripetuti, atti di maltrattamento o di stalking. Sarebbe importante, invece, che i giornalisti acquistassero consapevolezza della natura strutturale della violenza contro le donne e comprendessero che essa è espressione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, che hanno condotto all'esercizio del dominio maschile sulle partner, anziché interpretarla come una manifestazione di temporaneo obnubilamento della coscienza che può colpire qualsiasi uomo, anche il più pacifico e rispettoso dell'uguaglianza di genere.

Negli articoli giornalistici la figura della vittima della violenza maschile appare invece, nella migliore delle ipotesi, sfocata, degna solo di una breve menzione, semi-rimossa dal discorso pubblico, quasi ad impedire ai lettori di identificarsi con lei, di lasciarsi coinvolgere dal suo dramma. Spesso, però, non ci si esime dal colpevolizzare la donna, rendendola oggetto di una vittimizzazione secondaria. L'assassinata viene così esplicitamente o implicitamente accusata di imprudenza per aver accettato un ultimo incontro con l'omicida, si insinua che ragazze minorenni, vittime di abuso, intrattenessero rapporti sessuali con lo stimato docente per conseguire buoni voti ed essere avvantaggiate nelle interrogazioni e nelle verifiche.

Sulla colpevolizzazione della vittima da parte dell'autore del reato è poi incentrata l'intervista di Beppe Severgnini ad un uomo condannato per stalking, maltrattamenti e violazione di domicilio ad una pena patteggiata di 18 mesi di reclusione, commutata nell'obbligo di seguire un programma di riabilitazione per abusanti. 

Il racconto di questo stalker è imperniato sull'idea della perdita di controllo, dell'incapacità di gestire il rapporto affettivo e sull'esplicitazione di una fragilità atta a suscitare empatia e che si esplicita nell'erosione della fiducia nella relazione, nell'insicurezza, nella paura dell'abbandono, sentimenti che possono ispirare un senso di compassione, di comprensione, di partecipazione nel lettore, ma che sono privi di validità epistemologica in quanto si tratta di emozioni sperimentate anche dalle donne, ma che non le conducono a commettere atti di maltrattamento, di stalking o di assassinio dei partner con la stessa frequenza degli uomini. Lo psicologo Lundy Bancroft osserva come un processo di autentico mutamento dei maltrattanti richieda che essi imparino a concentrarsi sulle proprie convinzioni e sulle proprie credenze, anziché sulle proprie emozioni e apprendano a focalizzarsi sui sentimenti di chi hanno ferito, non sui propri.

Lo stalker intervistato da Severgnini attribuisce - ed è la cosa più grave - la responsabilità delle proprie azioni alle ex partner, colpevoli di non offrirgli cortesi spiegazioni sul motivo del loro abbandono, ma di troncare bruscamente le relazioni, manifestando così insensibilità nei confronti di un uomo vulnerabile e sofferente come lui. Non si reputa geloso e possessivo, ma accolla la responsabilità dei propri sentimenti alle donne che indossano abiti scollacciati, dimostrando la loro dubbia moralità. Imputa alla ex compagna l'adozione di un comportamento ambiguo, manipolatore e volubile, consistente nel fornirgli il numero di telefono per poi denunciarlo per atti di stalking. L'accusa poi di aver perpetrato un atto di violenza nei suoi confronti, tirandogli un coltello e puntandoglielo contro. Certo la gravità dell'atto è attenuata dal fatto che «lei era talmente stufa» di discutere da commettere un'azione di così virulenta aggressività. Eppure la donna che lo ha denunciato non ha subito alcuna condanna per violenza. Non solo: ma lo stalker intervistato è stato ritenuto responsabile anche di maltrattamenti in famiglia. Ora: la Corte di Cassazione, le cui sentenze rappresentano importanti, anche se non vincolanti, precedenti giurisprudenziali, ha stabilito criteri così rigidi di applicazione dell'art.572 del Codice Penale da rendere la fattispecie penale da esso contemplata assai raramente configurabile. La VI sezione della Corte di Cassazione con sentenza emanata il 03.03.2009 n° 9531, ha sancito ad esempio che : "Il reato di maltrattamenti in famiglia può sussistere solo in quanto espressione di una condotta che richiede l'attribuibilità al suo autore di una posizione di abituale prevaricante supremazia alla quale la vittima soggiace. Se non c’è supremazia, non vi è il suddetto reato". Sono molti i provvedimenti della Cassazione che ribadiscono questo criterio.  E' assai improbabile, dunque, che l'ex partner di quest'uomo possa essere ritenuta corresponsabile dell'esercizio della violenza domestica, dal momento che si trovava in una condizione di abituale subordinazione e soggezione alle prevaricazioni dell'autore del reato. E' opportuno allora dar voce ad un uomo violento senza riportare anche la versione della sua vittima? Non si produce così il risultato di colpevolizzare la donna oggetto di stalking e di maltrattamenti e di esporla alla vittimizzazione secondaria?

Un'altra perplessità che mi sento di esprimere riguarda l'efficacia del programma di recupero seguito dal maltrattante intervistato da Severgnini. Per approdare a risultati concreti, un progetto di riabilitazione - osserva lo psicologo Lundy Bancroft- dovrebbe condurre un uomo violento ad accollarsi la responsabilità integrale degli atti che ha commesso, senza tentare negazioni o minimizzazioni di sorta. Non mi pare che lo stalker in questione abbia già intrapreso questo processo di mutamento e di assunzione di responsabilità. Il mio augurio è che abbia appena iniziato il suo percorso di recupero e che, nel corso del tempo, giunga ad ammettere le proprie colpe, non per restarne inchiodato, ma per poter poi allacciare relazioni affettive serene che non comportino l'uso della violenza e l'esercizio della sopraffazione.


Briciole di introspezione maschile



Ho visto condividere questo pezzo su molte bacheche, anche “prestigiose”.
Confesso però che, pur avendolo riletto più volte, non ne ho colto la profondità e neanche la novità. Certamente per limite mio.
Capisco il discorso sulla cultura maschilista e patriarcale di cui tutti in qualche modo siamo intrisi e capisco l’invito ad inserire nei percorsi educativi i testi delle femministe (la cui mancanza pare sia anche quella colpa che va condivisa con le femministe stesse) insomma la necessità di interventi anche a lungo termine. Ma poi mi perdo, non riesco a seguire la direzione di Christian Raimo.

Cosa è la zona grigia in cui razionalità e irrazionalità si confondono?
La violenza di genere ha a che fare con l’irrazionalità?
La zona grigia è parente prossima ma più sofisticata del raptus?
E la cultura, rispetto al mostro e la zona grigia, dove si colloca esattamente?
Davvero tutti voi o quasi tutti voi avete controllato mail, telefonato nel cuore della notte e anche alzato le mani?
Si?
Si tratta di cose che capitano e capitano a tutti?
Brevi periodi di pazzia, motivata magari da circostanze particolarmente dolorose? Ci sono circostanze per cui un uomo si trasforma (dice proprio “tasforma”) in una persona terribile? Gli uomini possono impazzire (in corsivo!). La violenza di genere ridotta ancora a pazzia momentanea e “debolezza generale” ma specialmente maschile.
C’è una parte di mostro. Irrazionale incapacità di gestire gli abbandoni e fragilità dei sentimenti.
Che novità, questa non l’avevamo proprio mai sentita
Davvero non capisco bene cosa intende dire Raimo. Cosa sarebbe quindi la violenza di genere? È una momentanea pazzia che trova origine nel dolore, una generale debolezza?
La violenza contro le donne è un’ irrazionale incapacità di gestire un abbandono?
Siamo ancora a questo?
Metto in conto che sono io che non comprendo, e per questo vi chiedo di aiutarmi a capire ma a me sembra che dopo tanto parlare di femminicidio e quindi di violenza strutturale in un sistema che prevede il dominio di un genere sugli altri, qui siamo nuovamente a banalizzarla e così a ridimensionarla a momento di irrazionalità e debolezza.

E visto che si sostiene (e ne sono convinta) che si tratta di questione complessa che va affrontata anche sul piano culturale, mi sfugge che tipo di contro-cultura si propone quando si narra la violazione dei diritti umani delle donne come zona grigia in cui si confondono razionalità e irrazionalità e si annidano mostri, pazzie momentanee, causa generale debolezza.
Il partire da sé degli uomini, quell’operazione che sarebbe auspicabile per affrontare sul piano culturale una violenza di genere che è strutturale nel sistema di dominio patriarcale, consiste nel guardare a quelle violazioni dei diritti umani che permettono al genere maschile di occupare la posizione di dominio, come a irrazionale incapacità di gestire la fragilità dei sentimenti, ad atteggiamenti aggressivi che esistono nelle relazioni e che gli uomini possono praticare o subire (e sottolineo subire)?
Il discorso maschile sul femminicidio deve cominciare dal riconoscimento di una “zona grigia” in cui la razionalità e l’irrazionalità sono confuse e si annida un mostro che balza fuori nei dolorosi momenti di pazzia?
Sarebbe questo il vostro “partire da sé”? Ammettere che c’avete un’impazzimento? E’ questo l’importante tassello da cui deve muoversi la rivoluzione culturale che ci salverà tutte dalla violenza di genere?
E ci salverà di più del chiamare questo mostriciattolo delinquente? E inciderà di più sulla cultura che questa violenza genera e giustifica, chiamare le cose con il loro nome, cioè “crimine” e “violazione dei diritti umani” oppure perseverare con assolutori brevi momenti di pazzia, debolezza, irrazionale incapacità di gestire gli abbandoni?
Sinceramente sapete che c’è? Detta così, mi viene da consigliarvi di partire da un meno assolutorio “shame on you”.
Certamente per mio limite, non comprendo cosa di questa riflessione possa entusiasmare una femminista.
Mi illuminate, per favore?



di Maria Rossi


Lundy Bancroft consacra un capitolo del libro "Uomini che maltrattano le donne" al rapporto dei violenti con i figli. Vorrei esporne il contenuto in questo articolo.

L'abusante tende ad assumere nei confronti dei figli lo stesso atteggiamento che adotta nei confronti della partner: li concepisce come un'estensione di sé o della madre che, a sua volta, costituisce un oggetto di sua proprietà, esercita su di loro un controllo soffocante e si attribuisce il diritto di decidere della loro vita senza minimamente occuparsi del soddisfacimento dei loro bisogni materiali ed affettivi. Il suo egocentrismo produce, anzi, un'inversione di ruoli nella relazione con i figli: sono loro a doversi accollare la responsabilità di appagare i suoi desideri ed adeguarsi alle sue esigenze. I suoi continui mutamenti di umore li disorienta e li induce ad assumere un atteggiamento ambivalente nei suoi confronti.

Quel che è più grave è che vari studi hanno dimostrato che gli uomini che maltrattano le partner hanno una probabilità molto più elevata degli altri di esercitare violenza anche nei confronti dei figli e di commettere incesto. In particolare, un uomo che aggredisce fisicamente e percuote la compagna ha sette volte più probabilità di un altro di manifestare lo stesso comportamento nei confronti dei figli e il rischio aumenta con l'incremento della frequenza degli atti di violenza fisica verso la madre. Non meno grave è la crudeltà mentale che si manifesta nell'insultare, nell'umiliare i bambini o i ragazzi di fronte ad altri, nello sminuirli, nel denigrare i figli se non si conformano al modello della mascolinità dominante o nell'adottare nei confronti delle figlie un atteggiamento seduttivo decisamente inappropriato. Il maltrattante è inoltre incline a ferire i sentimenti dei bambini anche in altro modo, mostrando disinteresse per loro, non presenziando ad eventi importanti, oppure non mantenendo le promesse.

I bimbi e i ragazzi che assistono ai maltrattamenti subiti dalla madre presentano spesso disturbi dell'attenzione, mostrano difficoltà ad interagire con i coetanei o manifestano atteggiamenti aggressivi. Si tratta degli stessi sintomi evidenziati dai bambini abusati. Possono apprendere, inoltre, dal padre il disprezzo per la madre, concepita come un essere inferiore, immaturo, irrazionale, incompetente. I comportamenti e le affermazioni dei genitori esercitano un'influenza decisiva sull'acquisizione da parte dei figli di un particolare sistema di valori. I bambini che assistono alla violenza domestica apprendono che la colpa è di chi la subisce, non di chi la commette; imparano che è gratificante esercitare il potere e il controllo sugli altri e soddisfacente manipolarli; si convincono che i maschi devono dominare, le femmine sottomettersi. Assimilano quindi idee che concorrono a perpetuare il sistema patriarcale e a eternare la divisione dei ruoli tra i sessi, interiorizzando la concezione paterna delle donne come esseri deboli, incapaci e irrazionali e delle mamme come persone che devono accollarsi tutto il lavoro domestico e di cura, mentre ai papà è riservato il compito di assumere le decisioni importanti e il piacere di condividere i momenti felici e gradevoli della vita familiare. Introiettano inoltre la visione dell'amore come sentimento inestricabilmente congiunto alla violenza.

Il maltrattante riesce talvolta a incrinare il rapporto della madre con i figli e a plasmare e distorcere la percezione che essi hanno di lei, disconoscendone l'autorità e ostacolandone le decisioni educative, trattandola come serva votata ad appagare i bisogni della famiglia, creando lacerazioni all'interno del nucleo familiare in attuazione del principio divide et impera.

Dopo la separazione vi sono padri che si allontanano definitivamente dai figli, ritenendo che occuparsi di loro costituisca una gravosa forma di limitazione della libertà e, dunque, una responsabilità da affidare interamente all'ex coniuge. Mostrando di ritenere l'avere figli un processo reversibile, questi uomini non si preoccupano di concorrere al loro mantenimento. "Di fatto - scrive però Lundy Bancroft - nel lungo termine può rivelarsi anche meglio per i bambini che il padre sparisca dalle loro vite, piuttosto che dover convivere con le sue manipolazioni per anni".

A questa categoria di padri maltrattanti si contrappone quella di coloro che decidono di mantenere i contatti con i figli, ma solo per usarli come strumento per riavvicinarsi alla ex partner o per vendicarsi. Si ingegnano così ad alimentare i conflitti tra i figli e la madre, continuano a minarne l'autorità, commettono atti di violenza sui bambini per ferire psicologicamente le ex conviventi o ex consorti, minacciano di chiedere l'affidamento esclusivo, ma si disinteressano completamente dei figli e li affidano alle cure esclusive dei congiunti (madri, nuove partner). Gli obiettivi che i violenti intendono conseguire adottando questi comportamenti sono molteplici: vogliono dimostrare a se stessi e agli altri che le ex non sono in grado di vivere senza di loro e, quindi, si impegnano a renderne complicata l' esistenza e l'educazione dei figli; non dispongono più di strumenti atti a far del male alle ex partner e pertanto usano i bambini come armi adatte ad attaccarle.

Nelle cause per l'affidamento dei figli, i maltrattanti mentono con disinvoltura, si comportano con gentilezza, discostandosi dallo stereotipo dell'uomo violento, confidano e si avvalgono con notevole abilità dei miti e dei pregiudizi sulla violenza domestica, ancora ampiamente diffusi anche tra gli operatori del diritto. Molte sono le tattiche che impiegano per vincere queste cause. In primo luogo sfruttano il vantaggio economico che consente loro di investire maggiori risorse per sostenere le spese legali. Sono note a tutti le disparità economiche che sussistono tra uomini e donne, diseguaglianze accentuate dai maltrattanti che spesso hanno costretto le ex partner a rinunciare al lavoro. Se possibile, i violenti chiedono valutazioni psicologiche e perizie psichiatriche che diagnostichino alle ex partner qualche disturbo (ansia, depressione, ecc) che ne dimostri l'inidoneità ad ottenere l'affidamento dei figli. Pochi periti tengono in considerazione le esperienze di violenza subite dalle donna e le conseguenze che possono esserne derivate. Al contrario, l'atteggiamento cortese dei maltrattanti esercita spesso un'influenza positiva sugli operatori di giustizia.

I violenti recitano spesso il ruolo dei pacificatori, sollecitando le ex partner a superare il proprio risentimento e a rinunciare al conflitto in nome dell'interesse dei bambini. Questa rappresentazione scenica sfrutta il pregiudizio secondo il quale, dopo la conclusione di una relazione, le donne si dimostrano più vendicative degli uomini e li accusano falsamente di maltrattamenti per interrompere il loro rapporto con i figli. L'obiettivo che i violenti perseguono, adottando questa ed altre strategie, è quella di indurre assistenti sociali, psicologi e giudici a non prestare fede alle parole delle ex partner e a ignorare le prove che esse hanno prodotto a conferma della violenza subita.

E' importante rilevare, poi, che, in conformità alla legge del 2006 che non contempla il divieto di affido condiviso in caso di violenza domestica esercitata sulle donne, i giudici sono inclini a considerare irrilevante quest'ultima ai fini dell'affidamento dei bambini o della fissazione del diritto di visita. Ciò significa però trascurare il fatto che gli abusanti costituiscono modelli negativi per i figli e spesso impiegano questi ultimi come armi contro le madri.

Una strategia cui i maltrattanti ricorrono molto spesso per ottenere l'affidamento o un ampio diritto di visita dei figli che si rifiutano di avere contatti con loro o che hanno rivelato di aver subito o assistito alla violenza è quello di far loro diagnosticare l'inesistente sindrome d'alienazione parentale.

Io ho notato - scrive Lundy Bancroft - che spesso le accuse di «alienazione parentale» vengono sollevate contro le madri più competenti, proprio perché hanno un forte legame protettivo con i figli (che l'uomo maltrattante bolla come «iperprotettività» o «simbiosi») e perché i bambini hanno imparato a vedere, dietro la facciata, il padre violento e cercano di stare lontani da lui.

E ancora:

Il successo delle strategie adottate dai padri maltrattanti si basa in gran parte sull'ignoranza e talvolta sui pregiudizi di chi lavora nei tribunali. Spesso i pregiudizi prendono il posto dell'attenta valutazione di fatti e prove.


E' quindi necessario e urgente dotare gli operatori di giustizia di un'adeguata formazione in merito alle dinamiche e alle conseguenze della violenza domestica sulle donne e sui bambini.



di Maria Rossi


Ispirato ai principi e ai metodi della psicologia cognitivo-comportamentale, "Uomini che maltrattano le donne" è un prezioso manuale che ci consente di comprendere le motivazioni sottese all'atteggiamento dei partner che esercitano la violenza nelle relazioni intime e offre alle vittime utili consigli per sottrarsi al loro dominio.

Lundy Bancroft, l' autore del libro, ha acquisito un'esperienza ventennale nella gestione dei casi di violenza domestica sulle donne, svolgendo l'attività di consulente giudiziario e di co-direttore di Emerge, la prima organizzazione negli Stati Uniti ad offrire programmi di riabilitazione per uomini violenti. Ne ha seguiti oltre 2000, anche di elevata estrazione sociale e di eccellente cultura.

La straordinaria competenza conseguita, trasposta in un testo di grande utilità, gli consente di decostruire agevolmente una serie di stereotipi sociali connessi all'uso della violenza. Apprendiamo così che i maltrattanti generalmente non sono affetti da disturbi psichici, non hanno una personalità aggressiva ed impetuosa, né sono privi di strumenti culturali. Lucidissimi, spesso si rivelano gentili e sensibili con gli altri, se non altro per conquistarne la benevolenza e salvaguardare la propria immagine pubblica, avvalendosi di spiccate abilità manipolatorie. Più sono colti, più facilmente riescono a destabilizzare la partner, a indurla a ritenersi colpevole e responsabile delle violenze che commettono e a persuadere gli altri dell'instabilità emotiva e mentale della vittima.

Non maltrattano perché hanno subito discriminazioni sociali e umiliazioni e sentono il bisogno di rivalersi sulla compagna, in quanto l'oppressione dovrebbe generare piuttosto un sentimento di empatia e di solidarietà nei confronti delle donne e, in genere, di tutti i soggetti che vivono in una condizione di subalternità.

L'assunzione di alcool e di sostanze psicotrope non comporta l' esplosione della violenza, né ottenebra la mente dei consumatori, ma consente di disporre di un ottimo pretesto per aggredire le partner, come hanno ammesso molti pazienti di Bancroft. L'alcool, per altro, non scatena l'aggressività; produce, al contrario, effetti depressivi sul sistema nervoso.

I maltrattanti non sono persone che godono di scarsa autostima, né repressi incapaci di esprimere i propri sentimenti che, soffocati, si inaspriscono fino a provocare una deflagrazione. Tendono, anzi, a concentrare la propria attenzione e quella altrui sulle proprie emozioni e a trascurare quelle della partner verso la quale non nutrono alcuna empatia. Non sono affatto incapaci di gestire il conflitto e lo stress in modo pacifico, né agiscono in preda a raptus. Non sono inclini alla perdita dell'autocontrollo in situazioni di esasperazione. Al contrario! Quando praticano la violenza mantengono lucidità e consapevolezza delle azioni che compiono e delle parole che pronunciano, che ritengono moralmente accettabili.

La questione cruciale, infatti, è che gli abusanti hanno una percezione distorta di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato e sono animati dalla convinzione che controllare, insultare, picchiare la propria partner sia perfettamente legittimo. I comportamenti violenti scaturiscono, infatti, da una serie di convinzioni e di credenze che, apprese ed interiorizzate durante l'infanzia e l'adolescenza, si sono consolidate in un sistema di valori e tradotte in un complesso di abitudini. Assistere da bambino alla violenza del padre nei confronti della madre predispone un uomo all'abuso perché lo conduce ad interiorizzare il sentimento di superiorità e di disprezzo nei confronti delle donne manifestato dal genitore.

I convincimenti e i valori del maltrattante sono quelli trasmessi dal sistema patriarcale che contempla l'esercizio del controllo e del potere sulla partner che può esplicarsi nell'attribuzione a se stesso del diritto di prendere le decisioni più importanti, nella rivendicazione dell'ultima parola nelle discussioni e quindi nella riduzione al silenzio della compagna, nella sorveglianza dei suoi movimenti, nel privarla di autonomia, nell'assunzione del controllo esclusivo delle risorse economiche della famiglia, nella pretesa di esercitare da solo il compito di educare i figli senza prendersene materialmente cura e senza preoccuparsi di conoscerne e soddisfarne i bisogni. Quando la donna vuole sottrarsi al dominio del partner e affermare la propria personalità, l'uomo sente vacillare la propria autorità e si sente legittimato ad assumere provvedimenti per ristabilire l'ordine gerarchico, anche impiegando la violenza.

Gli abusanti reputano le partner meno intelligenti, competenti, razionali e, talvolta, anche meno sensibili di loro: le percepiscono, cioè, come esseri inferiori le cui opinioni non sono degne di essere ascoltate e prese in considerazione. Le reificano e le deumanizzano, un processo che consente loro di esercitare violenza nei loro confronti senza nutrire sensi di colpa e senza provare quell'empatia, quell'immedesimazione che renderebbe impossibile commettere atti di maltrattamento.

Gli uomini violenti si attribuiscono uno status speciale che conferisce loro diritti esclusivi e privilegi che perpetuano la disuguaglianza sociale e domestica tra i sessi. Si ritengono in diritto di ricevere, senza contraccambiarle, costanti ed ininterrotte cure domestiche ed emotive, deferenza, appagamento sessuale e pretendono di essere esentati da qualsiasi responsabilità. Se le partner non sono sufficientemente solerti nel soddisfare i loro desideri o richiedono reciprocità nelle manifestazioni di affetto, collaborazione nello svolgimento delle mansioni domestiche e nella cura dei bambini e assunzione di responsabilità, i maltrattanti si ritengono autorizzati a ribadire, anche con l'uso della violenza, la diseguaglianza dei diritti dei membri della coppia. Uomini di questo tipo non esitano, per appagare i propri desideri sessuali, a esercitare coercizione sulle compagne, ossia, a commettere stupri.

Se le loro pretese eccessive ed ingiuste non vengono soddisfatte si adirano, ma non tollerano il biasimo, i rimproveri, le manifestazioni di collera delle partner perché si considerano al di sopra di ogni critica e perché l'espressione dell'ira è un'esplicitazione di potere. Se le donne riescono a conquistare lo spazio necessario per adirarsi potrebbero rafforzare la capacità di rivendicare la libera espressione della propria identità e di resistere al volere dei partner maltrattanti. Questi ultimi, infine, percepiscono la collera delle compagne come una sfida alla propria autorità, alla quale reagiscono soverchiandola con una rabbia ancora più grande.

Gli abusanti sono spesso uomini possessivi che concepiscono le partner e i figli come oggetti di proprietà. Tendono ad isolare le compagne affinché consacrino loro tutto il tempo e le energie che, altrimenti, sarebbero parzialmente riservate ad altri. Coltivare relazioni potrebbe consentire alle donne di attingervi forza e coraggio, di acquisire maggiore autonomia e di maturare la decisione di abbandonare i partner maltrattanti, i quali, pertanto, sono interessati a spezzare i legami sociali delle compagne, rendendole più dipendenti da loro e incrementando il proprio potere.

Da quanto fin qui osservato, si può constatare come la pratica della violenza sia funzionale al conseguimento di una serie di benefici che la rendono pienamente giustificabile agli occhi dei maltrattanti e assai difficile da abbandonare. Gli abusi garantiscono il mantenimento del potere e del controllo sulle partner e l'esercizio del dominio gratifica questi uomini. Adottando comportamenti aggressivi, i violenti ottengono dal rapporto la soddisfazione completa dei propri desideri, senza compiere alcun sacrificio e, soprattutto, senza darsi la pena di appagare le esigenze delle compagne. Si garantiscono, senza offrire reciprocità, l'esaudimento dei propri bisogni affettivi, la presa in carico dei propri problemi da parte delle compagne, il godimento, rispetto a queste ultime, di una maggior quantità di tempo libero, assicurato dal rifiuto ad accettare un'equa ripartizione del lavoro domestico e di cura. Si pongono al centro dell'attenzione, acquistano la certezza che la propria carriera ed altri obiettivi personali saranno sempre considerati prioritari, ricevono l'approvazione di amici e parenti che condividono il loro "sistema di valori". Con l'esercizio della violenza, infine, gli uomini maltrattanti impongono alle partner norme che essi si esentano dal rispettare, come alzare la voce, adirarsi, formulare una critica, intrecciare relazioni extraconiugali ecc. "Se vogliamo che [i violenti] cambino - osserva Lundy Bancroft - dobbiamo chiedere loro di rinunciare al lusso dello sfruttamento".

Il clima di paura che gli abusanti instaurano è funzionale al mantenimento di un potere che i singoli atti di maltrattamento provvedono a restaurare allorché le partner tentano di sottrarvisi.

Perché le donne intessono rapporti sentimentali con gli uomini violenti? Perché questi ultimi, lungi dal manifestare immediatamente comportamenti abusanti, sanno imbastire una relazione che nei primi mesi si rivela idilliaca, un trionfo di amore, di tenerezza, di gentilezza, di rispetto. E' proprio questo inizio elegiaco ad affascinare le donne e ad intrappolarle in rapporti che solo più tardi sveleranno il proprio carattere violento. Innamorate, esse avranno già confidato ad amici e parenti quanto siano meravigliosi gli uomini con i quali hanno allacciato una relazione, sicché si sentiranno poi in imbarazzo a raccontare di essere maltrattate da quegli stessi esseri fantastici e temeranno di non essere credute. Per questo occulteranno la realtà per molto tempo.

Queste donne sono comprensibilmente disorientate, destabilizzate dai comportamenti aggressivi dei loro compagni nei quali non riescono a riconoscere gli uomini cortesi e rispettosi che le hanno fatte innamorare. Per conciliare queste due opposte realtà e preservare l'immagine positiva che coltivano dei loro partner, esse sono inclini ad interpretarne gli atti di violenza come il prodotto di problemi temporanei che si affannano a comprendere e a risolvere.

Si domandano anche se non sia il loro comportamento a provocare l'aggressività dei compagni, come sostengono questi ultimi. Finiscono così per ritenersi, in modo drammaticamente ingiusto ed errato, corresponsabili dei maltrattamenti che subiscono, colpa dalla quale sono invece totalmente esenti, e si adoperano invano ad individuare in se stesse l'origine e la soluzione dei problemi dei partner, sperando di far cessare le violenze.

Si crea e si consolida nel frattempo un legame traumatico tra vittima e maltrattante determinato dall'attacco sistematico di quest'ultimo all'autostima della donna, dal suo mantenimento in una condizione di isolamento, dai danni psicologici che derivano dalla paura cronica, che produce ansia, autosvalutazione e timore di essere incapace di farcela da sola. Inoltre, un abusante alterna a periodi di violenza altri di gentilezza che concorrono a rinsaldare il legame traumatico. Quando una persona subisce trattamenti crudeli per un determinato lasso di tempo, nutre gratitudine e affetto per chiunque allevi il suo dolore. Ora: nelle relazioni caratterizzate dall'impiego della violenza, il maltrattante interpreta alternativamente il ruolo del vessatore e quella del salvatore. E' la ciclicità dell'abuso a suscitare affetto per la persona che cessa di essere violenta e si mostra affettuosa e rispettosa. La vittima, dunque, non è masochista, in quanto "il legame traumatico non comporta il piacere di ricevere dolore, né la complicità nella violenza" e può essere molto difficile e talvolta pericoloso da recidere, se non si riescono ad intravedere e se il proprio ambiente non offre soluzioni e vie di fuga sicure.

Si è già osservato come i comportamenti degli uomini violenti sottendano convincimenti e valori volti a riprodurre il sistema patriarcale e a preservare e a consolidare la divisione dei ruoli tra i sessi. Quali sono le istituzioni che trasmettono ai bambini questi principi? Bancroft ne individua molte: la famiglia, il vicinato, la televisione, i giochi, i libri, i modelli adulti di riferimento, le differenti strutture sociali. I bambini iniziano molto presto, intorno ai tre anni, se non prima, ad interiorizzare i ruoli e le tradizioni della loro cultura. Questo processo di apprendimento e di incorporazione delle norme sociali di genere prosegue per tutta l'infanzia e l'adolescenza. La famiglia di solito esercita l'influenza più forte, almeno nei primi anni di vita, ma è soltanto una delle molteplici agenzie di educazione e di trasmissione dei valori. L'acquisizione delle modalità di comportamento appropriate e la formazione delle convinzioni sui ruoli che maschi e femmine dovrebbero rispettivamente assumere sono da attribuirsi anche ai diversi mass-media: i programmi televisivi, i video, le canzoni, i libri per bambini, le fiabe ecc. Durante l'adolescenza agisce con vigore l'influenza dei pari. Anche dopo aver raggiunto l'età adulta continuiamo a recepire e a interiorizzare i messaggi trasmessi dalla società e a conformare il nostro comportamento ai valori appresi.

In che modo le istituzioni influenzano lo sviluppo dell'atteggiamento di un bambino o di un ragazzo nei confronti della violenza sulle donne?

L'ordinamento giuridico ha legittimato per lunghissimo tempo l'impiego della violenza fisica nei confronti delle mogli. Fino al 1963 vigeva in Italia lo "ius corrigendi" che attribuiva al marito il diritto di colpire la consorte accusata, a suo personalissimo giudizio, di aver commesso errori, con lo scopo appunto di “correggerla". L'istituzione della potestà maritale, poi, prevede che l'uomo assuma in famiglia, oltre alla patria potestà, anche un ruolo predominante rispetto a quello della moglie e gli attribuisce il diritto di impartirle ordini e divieti e quello di punirla. Il principio era saldamente ancorato, fino ad alcuni decenni fa, nella maggior parte delle legislazioni. Ancor oggi è ancora in vigore in diversi Paesi. In Italia l'istituzione della potestà maritale era contemplata dal Codice Civile (art. 144) ed è stata abolita soltanto nel 1975, allorché si è provveduto a riformare il diritto di famiglia. Le disposizioni sul delitto d'onore, che prevedevano una riduzione della pena per l'uomo che avesse ucciso la moglie, la figlia o la sorella adultera, invece, sono state abrogate nel nostro Paese soltanto nel 1981. Per millenni, la violenza domestica contro le donne è stata considerata uno strumento necessario per mantenere l'ordine e la disciplina in casa e per consentire all'uomo, ritenuto dotato di intelligenza superiore, di stabilire e far rispettare le regole di governo della famiglia. Solo con l'avvento del movimento femminista negli anni Sessanta e Settanta la subalternità femminile nella sfera privata è stata posta radicalmente in discussione, ma il cammino da compiere per superare la cultura del dominio maschile sulle donne è ancora lungo. Ancor oggi, infatti, l'applicazione delle norme giuridiche che sanzionano i "reati contro la famiglia" è ostacolato dalla sussistenza di pregiudizi sessisti che conducono a minimizzare o a negare la violenza domestica, riducendola a mero conflitto.

La legittimazione, per un lunghissimo lasso temporale, dell'esercizio del potere coercitivo maschile nell'ambito delle relazioni affettive ha concorso a plasmare la mentalità degli uomini e "si riflette ancor oggi" - osserva l'autore del libro - "nella tendenza a dire che è la donna a «provocare» la violenza domestica, o a sentirsi dispiaciuti per gli uomini che devono affrontare conseguenze legali per aver maltrattato la partner e scettici di fronte alle denunce di abuso inoltrate dalle donne".

Anche le convinzioni dei bambini sono influenzate dal perdurare di questa situazione. "Se vedono per anni un uomo, magari il padre, maltrattare la madre senza subire alcuna conseguenza legale, - scrive Bancroft - l'idea che se ne fanno è che si tratti di un comportamento che la comunità non condanna".

Le religioni, a loro volta, hanno consacrato il principio della necessaria sottomissione della donna all'uomo e lo hanno presentato come manifestazione diretta della volontà divina. Si legge ad esempio nella Genesi: "Moltiplicherò la sofferenza delle tue gravidanze e tu partorirai figli con dolore. Eppure il tuo istinto ti spingerà verso il tuo uomo, ma egli ti dominerà" (Gen.3,16). Lundy Bancroft rileva come molti suoi assistiti facessero esplicitamente riferimento a citazioni come queste per giustificare il maltrattamento della partner. La proibizione religiosa della separazione e del divorzio, inoltre, mantiene le donne rinchiuse nella trappola di matrimoni violenti.

Una miriade di prodotti culturali (testi di canzoni, film, opere teatrali, video musicali, giochi elettronici, fiabe, libri, ecc) riproduce stereotipi sui ruoli di genere (i maschi, ad esempio, possono essere dipinti come aggressivi e in grado di esercitare il controllo, mentre le femmine sono ridotte a meri oggetti sessuali) o celebra addirittura la violenza sulle donne. Il materiale pornografico, a sua volta, reifica queste ultime e, in quanto complesso di atti performativi, modella, come gli altri prodotti culturali, la concezione dei generi così da riprodurre incessantemente il rapporto di dominio maschile e di sottomissione femminile.

La perpetuazione del sistema patriarcale è assicurata anche dalla trasmissione, ad opera di diverse fonti ed agenzie, di idee conservatrici sull'assegnazione dei ruoli in base al genere, che alimentano nei ragazzi e negli uomini l'aspettativa di allacciare relazioni sentimentali con donne votate all'abnegazione, all'annullamento di sé in funzione dell'appagamento di tutte le loro esigenze materiali, affettive e sessuali e disposte anche a riconoscere la loro superiorità e il loro diritto di dirigere la comunità famigliare. Il rifiuto delle donne di conformarsi a questo modello di comportamento può indurre uomini che coltivano questo immaginario a ricorrere alla violenza.

Da quanto detto, si evince come i maltrattanti non siano affatto da concepire come devianti. E' corretto, invece, definirli conformisti all'ennesima potenza, uomini che hanno assimilato e applicato con un eccesso di zelo le norme di genere e rispettato le attribuzioni di ruoli, uniformandosi alle aspettative sociali tradizionali in merito alle relazioni con le donne.

Lundy Bancroft osserva poi come il maltrattamento della donna nella coppia costituisca una forma di oppressione modellata in parte su altre tipologie di rapporti di dominio. (Io ritengo, invece, che la relazione sia inversa). Molte giustificazioni addotte dall'uomo violento per umiliare la compagna sono identiche a quelle adottate da un padrone o da un dirigente nei confronti dei propri dipendenti. Le tattiche di controllo, l'intimidazione delle vittime che si ribellano, l'attribuzione a loro della responsabilità della violenza che subiscono, la repressione della voce degli oppressi e delle oppresse e delle battaglie per la conquista dell'indipendenza, l'attenta cura dell'immagine dell'oppressore caratterizzano qualsiasi rapporto di dominio. Esistono dunque omologie e strette connessioni tra i diversi sistemi di dominazione (patriarcale, capitalista, razziale, dittatoriale ecc). Se è l'intera società a plasmare l'immaginario e la mentalità dell'uomo violento, si comprende come quest'ultimo abbia molti alleati. Tali sono in genere i suoi parenti ed amici, ma anche, talvolta, quelli della vittima. Sulla donna viene esercitata, infatti, una forte pressione sociale, affinché si assuma il compito di "far funzionare la relazione" e "trovare il modo di tenere unita la famiglia", indipendentemente dai maltrattamenti che subisce. Poiché condividono l'idea errata che la violenza domestica sia generata da problemi di gestione delle dinamiche interpersonali, molte persone attribuiscono alla donna la corresponsabilità della disfunzionalità della relazione di coppia. Si tratta di un grave errore, spesso commesso dalla stessa vittima che ritiene che, modificando il proprio comportamento, produrrà mutamenti importanti anche nell'atteggiamento del partner. In tal modo però si costruisce una trappola, condannandosi a subire la violenza ancora a lungo o, nella migliore delle ipotesi, a restare in una condizione di subordinazione caratterizzata dal costante impegno a conformarsi alla volontà del maltrattante. Solo quando la donna cessa di ritenersi corresponsabile della violenza praticata dal compagno, si dischiude per lei la prospettiva di porre fine a una relazione devastante. Scrive Lundy Bancroft:

"Ciò che gli amici e i parenti non capiscono è che quando una donna comincia a «rifiutarsi di riconoscere la sua parte di responsabilità» nel problema dei maltrattamenti è perché ha finalmente cominciato a fare dei passi importanti per smettere di attribuirsi tutte le colpe, e verso la sua guarigione. Di fatto non ha alcuna responsabilità delle azioni di lui. Chiunque cerchi di indurla a condividerle non fa altro che adottare la logica dell'uomo maltrattante".

L'idea della corresponsabilità, tuttavia, non è soltanto un topos sostenuto da persone che ignorano i meccanismi reali sottesi alle manifestazioni della violenza domestica, ma ha assunto la configurazione di una vera e propria teoria psicologica, la cui applicazione finisce per legittimare il comportamento del maltrattante. Non è così sorprendente. Bancroft rivela che nel 1890, agli arbori della sua carriera, Freud era rimasto colpito dall'elevato numero delle pazienti che gli confidavano di aver subito incesto dal padre durante l'infanzia. Ne dedusse che l'abuso sessuale sulle bambine dovesse essere una delle più importanti cause dei disturbi emotivi delle donne adulte, tesi sostenuta nel saggio intitolato L'eziologia dell'isteria. Lungi dall'essere acclamato per la sua scoperta, Freud fu circondato dal disprezzo dei colleghi e dei benpensanti, che ritenevano impossibile che uomini di ottima reputazione (le sue pazienti provenivano da famiglie di elevata classe sociale) potessero essere padri incestuosi e violenti.

Nel giro di pochi anni Freud cedette a queste pressioni e ritrattò le proprie convinzioni. Propose come interpretazione alternativa la teoria del "complesso di Edipo", costitutiva della psicologia moderna. La bambina sarebbe animata da desideri sessuali ambivalenti nei confronti del padre ed entrerebbe in competizione con la madre per conquistarne l'affetto. Freud applicò questo concetto per concluderne che gli episodi di incesto che gli venivano raccontati non erano mai avvenuti, ma erano semplici fantasie di eventi che le sue pazienti avevano desiderato da bambine e che da adulte avevano finito per credere fossero veramente accaduti. "Questa teoria" - annota Bancroft - diede impulso "a una tendenza nella storia della psichiatria che attribuisce alle vittime la colpa della violenza subita screditando le dichiarazioni delle donne e dei bambini maltrattati".

Una volta negato l'abuso, un certo numero di psicologi poteva asserire che ogni atto di violenza impossibile da negare perché troppo evidente doveva essere interpretato come frutto della responsabilità di entrambi i soggetti del rapporto.

L'eredità di Freud è ancora molto profonda e radicata.

"La sua influenza resta potente nel campo delle valutazioni per l'affidamento dei bambini, in cui psicologi esperti ignorano o minimizzano sistematicamente le denunce di violenza verso la partner e verso i bambini, ritengono che le donne siano isteriche o vendicative e trattano qualunque problema come un problema di entrambi i partner".

Errori simili vengono commessi anche da psicoterapeuti individuali e di coppia, ai quali Lancroft sconsiglia di rivolgersi. Purtroppo - nota - gli psicologi che hanno acquisito una specifica formazione e una sufficiente esperienza sul problema della violenza domestica costituiscono ancora un'eccezione.

Altri alleati del maltrattante vengono individuati nella sua nuova partner e negli uomini che abusano del potere, inclusi molti operatori del diritto (forze dell'ordine e giudici) inclini ad immedesimarsi nell'oppressore e a condividerne i valori.

Più in generale, sono numerose le persone che adottano la prospettiva dell'uomo violento, offrendogli un inconsapevole sostegno. Sono quelle che sollecitano la vittima ad essere comprensiva nei confronti dell'abusante o le rammentano in continuazione che egli è il padre dei suoi figli, rilanciando un argomento costantemente reiterato dal violento, che strumentalizza i bambini per intrappolare la compagna nella relazione. Ma è lui che li priva del padre di cui essi hanno bisogno e impedisce loro di vivere serenamente in una famiglia dove non si pratichi la violenza. Sono colluse anche la persone che esortano la donna a mantenere fede all'impegno che si è assunto quando ha deciso di allacciare un rapporto con l'abusante, come se il maltrattamento cronico, la mancanza di rispetto e l'intimidazione non costituissero motivi sufficienti per abbandonare un uomo violento.

Manifestano un atteggiamento di connivenza nei confronti di quest'ultimo anche coloro che negano lo statuto di vittima alla donna che subisce violenza, mostrando di adottare la stessa prospettiva del maltrattante, che non ritiene affatto che la partner stia sopportando un danno ingiusto da lui arrecato, ma le attribuisce la responsabilità di provocare, con il suo comportamento, le sue reazioni aggressive.

Si rivelano, infine, alleate dei maltrattanti anche coloro che sostengono che le persone che si battono contro la violenza sulle donne siano misandriche, affermazione destituita di ogni fondamento.

E' essenziale, invece, evitare ogni forma di connivenza con i violenti.

" E' impossibile che la comunità riesca a fermare il fenomeno della violenza domestica se continua a sostenere gli uomini maltrattanti o anche solo a ignorarli. Proteggere o aiutare un uomo violento a continuare a maltrattare e usare violenza è moralmente altrettanto ripugnante quanto la violenza stessa. E' fondamentale che questo concetto si affermi nella nostra cultura. Colludere con i maltrattamenti significa abbandonare la donna maltrattata, i bambini e in fondo anche abbandonare l'uomo maltrattante stesso, perché gli consente di non arrivare mai ad affrontare ed eventualmente risolvere il suo problema. In particolare è importante smascherare tanti professionisti che si alleano con l'uomo violento, rinforzandolo nei suoi comportamenti, tattiche e obiettivi. Se riusciamo a impedire agli uomini maltrattanti di farsi degli alleati, si troveranno da soli e da soli saranno più facili da fermare".

La camera dei deputati si è riunita. All’ordine del giorno, la conversione in legge del decreto contro il femminicidio (e non solo). Il M5S ha accusato la presidente Laura Boldrini: ha convocato la camera in piena estate, per farsi pubblicità, con spreco di denaro pubblico. L’accusa è infondata. La presidente ha solo applicato la Costituzione. L’art. 77 recita al secondo comma:

Quando, in casi straordinari di necessità e d’urgenza, il Governo adotta, sotto la sua responsabilità, provvedimenti provvisori con forza di legge, deve il giorno stesso presentarli per la conversione alle Camere che, anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni.

Il decreto è stato approvato dal consiglio dei ministri il 14 agosto. Obbligatoriamente la camera doveva essere convocata entro il 20 agosto.

Il criterio di necessità e urgenza può essere contestato al governo. Non alla camera dei deputati.

Decretare d'urgenza?

Negazionismo a parte, sull’opportunità di decretare d’urgenza esistono due posizioni. Una dice si: il femminicidio è una emergenza sociale. L’altra dice no: il femminicidio è una questione strutturale. La lettura emergenziale dice: i femminicidi aumentano, oppure non diminuiscono in proporzione agli altri omicidi, uccidono una donna ogni due o tre giorni, bisogna fare qualcosa subito. La lettura strutturale dice: il femminicidio fa parte della cultura patriarcale, è espressione e funzione della disparità tra i sessi, serve un intervento organico, per cambiare una intera cultura, una intera società, ci vuole più tempo, più confronto con le associazioni e i centri antiviolenza. Non serve vedere un problema di ordine pubblico, non serve inasprire le pene.

Una tesi non esclude l’altra. Un cambiamento culturale è già in atto. Questo provoca un’emergenza civile. Ieri vedevamo raptus e delitti passionali. Oggi vediamo femminicidi. Donne maltrattate e uccise perchè cercano di sottrarsi ad un ruolo di genere. Con la passione folle potevamo convivere. Con i femminicidi no. Non esiste dato che sia fisiologico. Sei mesi, un anno, per fare la migliore legge possibile, significa il tempo di 70-140 donne uccise. Naturale voler fare qualcosa subito, per impedire, limitare il numero di quelle vittime. Bisogna vedere se si fa subito la cosa più utile.

Esiste poi un’altra variabile: la stabilità politica. La cassazione ha condannato in modo definitivo Silvio Berlusconi per frode fiscale. A settembre il senato dovrà votare la sua decadenza da senatore. E’ molto probabile cada il governo. Senza un ribaltone PD-M5S, finirà anche la legislatura. Tutti i disegni di legge in discussione o calendarizzati saranno ancora una volta rinviati ad un futuro indefinito.

Il decreto ha un difetto evidente. Mescola cose diverse. Permette di usare la lotta alla violenza di genere contro i notav. E viceversa. Esiste il gioco politico. Gli espedienti demagogici. I protagonismi. Le contrapposizioni forzate (cultura vs repressione). A cui partecipano tanto i governanti quanto gli oppositori. Si può fare la tara di tutto questo. La parte del decreto contro la violenza di genere può essere criticata più per quello che manca, che per quello che c’è.


I punti controversi

Su quello che c’è alcuni punti sono controversi e contestati, per motivi di efficacia o per motivi di principio.
  • Le aggravanti, in materia di maltrattamenti, violenza sessuale e atti persecutori, se i fatti sono commessi a danno o in presenza di minori di anni 18 (violenza assistita); nei confronti di donna in stato di gravidanza; nei confronti di persona della quale il colpevole sia o sia stato legato da relazione affettiva anche senza convivenza; se il fatto è commesso attraverso strumenti informatici o telematici (cyberbullismo).
  • L’irrevocabilità della querela di parte.
  • L’allontanamento da casa del coniuge violento e dai luoghi abitualmente frequentati dalla vittima.
  • L’’arresto in flagranza obbligatorio in caso di maltrattamenti su famigliari e conviventi.
  • La garanzia dell’anonimato per le denunce di violenza da parte di vicini e conoscenti.


Le aggravanti

Le aggravanti sono criticate. Perchè repressive, mentre il problema è culturale. Perchè non deterrenti, mentre il problema è la certezza della pena e la rapidità del procedimento. Di nuovo, un aspetto non dovrebbe escludere l’altro.

Il concetto di problema culturale è talvolta banalizzato. Tradotto in: bisogna partire dalla scuola, bisogna fare campagne di sensibilizzazione. Cose che, in effetti, bisogna fare. Tuttavia, un concetto assume un significato a seconda dell’opposizione nella quale si sceglie di investirlo. Ad esempio cultura vs natura. La questione è culturale, vuol dire che non è naturale. La violenza di genere non è scritta nei nostri geni, ma nei nostri codici culturali (norme, credenze, valori, idee, simboli, disposizioni, modelli, costumi, abitudini, etc.). Dunque, della questione culturale fa parte anche la legge. E’ una questione culturale definire reato un determinato comportamento e definirlo più o meno grave mediante una pena. Molti di noi pensano che mangiare carne costituisca un problema, che si combatte con la cultura, per cui occorre divulgare una corretta informazione alimentare. Occorre sensibilizzare. Ma non pensiamo a reati e divieti, non pensiamo che macellai e consumatori di carne siano criminali. Battere molto sul chiodo del problema culturale in opposizione ad una legge e ad una pena, lascia intravvedere un sottotesto: la scarsa convinzione che determinati comportamenti - i maltrattamenti, lo stalking, il cyberstalking - siano veramente reati o reati gravi. Considerare la violenza un aspetto relazionale normale per quanto spiacevole, anziché un reato, è uno dei primi problemi culturali. Un problema che affiora nel testo dello stesso decreto, quando per ben due volte si cita il concetto di “violenza non occasionale”.

Più precisa la critica secondo cui sono la certezza della pena e la rapidità del procedimento ad avere valore deterrente. Si può essere d’accordo, le aggravanti hanno valore simbolico. Rovesciano le vecchie attenuanti del delitto d’onore, sopravvissute nella comprensione e nell’indulgenza con cui si raccontano ancora oggi i delitti passionali.

Sorprendente invece la critica per la quale le aggravanti determinerebbero una discriminante di valore tra donne non sposate, sposate o incinta, come a voler vedere in esse la conferma del fatto che il patriarcato attribuisce maggiore importanza alle mogli alle madri, classici ruoli di genere delle donne. In verità, storicamente il patriarcato, quando non ha proprio conferito potere di vita e di morte sui componenti della famiglia, ha sempre concesso al marito padre particolare indulgenza per la violenza commessa sulla moglie e sui figli. Abbiamo avuto il delitto d’onore fino al 1981 e ancora oggi molti mariti e fidanzati pensano di avere diritto, almeno in modica quantità, ad esercitare forza e violenza sulla propria partner. L’aggravante prevista dal decreto è un ribaltamento di paradigma, non una conferma. La discriminante non è data dal ruolo della donna, ma dalla natura della relazione. Se un estraneo fa violenza su un donna sposata o non sposata commette lo stesso reato per il quale è prevista la stessa pena. Se un marito con due vite parallele fa violenza alla moglie e all’amante non sposata, lo stesso, commette lo stesso reato per cui è prevista la stessa pena, con la stessa aggravante. Riguardo la donna incinta, è evidente si tratti di una condizione di maggior vulnerabilità esposta al rischio di subire un maggior danno. Se una donna incinta cade o rimane chiusa in mezzo alle porte dell’ascensore o del metrò, vive l’esperienza con maggior paura, preoccupazione e stress, rispetto ad una donna non incinta, per il comprensibile timore di compromettere la gravidanza. E’ naturale, non dipende dall’influenza dei prolife.

Le circostanze aggravanti previste dal decreto corrispondono sostanzialmente a quelle previste dalla Convenzione di Istanbul (art. 46) ratificata il 28 maggio scorso dalla camera dei deputati. Nel nostro ordinamento le aggravanti sono previste per i reati di odio razziale nella legge Mancino (art. 3), reati per cui si procede d’ufficio e sono proposte nel disegno di legge contro l’omofobia, proposte considerate importanti, essenziali dalla comunità LGBT.


L'irrevocabilità della querela

L’irrevocabilità della querela per atti persecutori ricevere tre tipi di obiezione: 1) espone la donna a maggior pericolo se lo stato non è in grado di proteggerla; 2) inibisce le donne dallo sporgere querela, poichè sanno di non poter tornare indietro; 3) limita la libertà e l’autodeterminazione delle donne, le minorizza. Le prime due obiezioni sono sensate, anche se si tratta di supposizioni e non di effetti verificati. Un’altra supposizione dice che è proprio la revocabilità della querela ad esporre la denunciante a pressioni, intimidazioni e violenze affinché la querela sia ritirata. Tuttavia, se è vero che l’irrevocabilità della querela è una grande responsabilità che lo stato si assume di garantire che gli abusi non si ripeteranno o di garantire la protezione della vittima, allora è vero che la revocabilità della querela è una grande responsabilità che lo stato non si assume. E la deresponsabilizzazione dello stato non può essere una rivendicazione. Quel che si può rivendicare è che, prima di tutto il resto, sia garantita la protezione. Ma il resto deve venire, altrimenti lo stalking continua a rimanere una questione privata e la denuncia ad essere soltanto parte di una dinamica relazionale, che a seconda di come evolve la relazione può essere confermata o ritirata. Se in futuro migliora il mio rapporto con chi mi ha rubato la merce, o l’auto, o svaligiato l’appartamento, il reato non è condonato dalla mia personale indugenza. I reati non sono una questione personale. Va fuori bersaglio l’argomento relativo alla libertà e all’autodeterminazione delle donne negate dalla procedibilità d’ufficio. Nel codice penale la procedibilità d’ufficio è la norma, la querela di parte l’eccezione. La procedibilità d’ufficio valuta la gravità del reato per l’ordinamento. A nessuno verrebbe in mente di affermare ad esempio che le vittime di usura sono trattate da minorate, perchè la legge procede d’ufficio.


La contrarietà dalle camere penali

Le camere penali contestano la contraddizione del governo tra l’annuncio di misure per contenere l’eccessivo ricorso al carcere e l’annuncio di nuove ipotesi di custodia cautelare, di arresto obbligatorio e di innasprimenti di pena. Gli avvocati penalisti denunciano inoltre l’introduzione di figure come l’anonimato dei denuncianti, l’arresto obbligatorio per il reato di maltrattamenti in famiglia, che farebbero arretrare il paese rispetto ad elementari standard di civiltà giuridica, in quanto ribalterebbero il principio costituzionale della presunzione d’innocenza, per di più in una materia, quella dei rapporti familiari, che si presta ad accuse strumentali, sulla base delle quali domani si andrà direttamente in galera senza alcun filtro preliminare.

In merito a queste dure critiche, c’è da chiedersi se una coerente politica carceraria debba essere indifferente rispetto a qualsiasi valutazione sulla gravità dei reati, ad esempio come se fosse la stessa cosa mettere fuori o mettere dentro chi viola leggi come la Bossi-Fini o la Fini-Giovanardi (migranti, tossicodipendenti) e chi viola leggi sulla violenza sessuale, sugli atti persecutori, sui maltrattamenti in famiglia.

Una assolutizzazione del principio di presunzione di innocenza escluderebbe a priori qualsiasi ipotesi di custodia cautelare, mentre l'art. 275 c.p.p. prevede che si possa applicare la custodia cautelare in carcere quando ogni altra misura risulti inadeguata. In Italia è consentita la carcerazione preventiva solo in tre casi, cioè pericolo di fuga e conseguente sottrazione al processo ed alla eventuale pena, pericolo di reiterazione del reato e pericolo di turbamento delle indagini. Il punto è valutare la probabilità di questi pericoli in rapporto ai reati di violenza sessuale, violenza domestica e stalking. Il principio di tutela della vita e di incolumità della vittima non è di valore inferiore al principio della presunzione di innocenza (fino al terzo grado di giudizio). Peraltro, anche il soggiorno in una casa rifiugio può essere visto come una forma di custodia cautelare. Però a scapito della vittima.

Solleva più di un dubbio l’idea che la presunzione d’innocenza debba aver ancor più valore in una materia, quella dei rapporti familiari, che si presta ad accuse strumentali. Come se le camere penali accreditassero il pregiudizio di un facile, diffuso e crescente fenomemo di denuncia di falsi abusi. C’è da domandarsi se davvero una denuncia comporti automaticamente un arresto, a prescindere da qualsiasi valutazione della notizia di reato e senza alcuna attività investigativa, o se talvolta non si ecceda in propaganda, demagogia, emotività ed allarmismo anche nella contestazione dei provvedimenti di carattere repressivo.

Un altro comunicato delle camere penali contesta il decreto punto per punto. Meriterebbe un post dedicato. Per adesso si può trarre questa impressione: sui danni eventuali del decreto alle vittime (definite puntualmente "presunte") non si fa parola. Il punto sono i vantaggi eccezionali attribuiti alle presunte vittime e l'ingiustizia che potrebbe subire il presunto innocente che magari è un violento o un maltrattante non abituale, poichè se è vero che le mura domestiche non sono più inviolabili le relazioni possono essere conflittuali. Se in tema di violenza sulle donne è in atto un cambiamento culturale, gli avvocati penalisti non sembrano esserne all’avanguardia. Riconoscono specifici reati, ma non il contesto della violenza di genere. Non considerano lo stalking un reato grave. Fanno (furbescamente) cenno al terrorismo per suscitare diffidenza verso le misure emergenziali, ma ignorano la lotta alla mafia, sottovalutano la violenza maschile, se la rappresentano come conflittualità relazionale, esattamente come quei tanti operatori della giustizia e delle forze dell’ordine a cui sono destinati appelli e raccomandazioni per una adeguata formazione.


I punti condivisi e quello che manca

Con l’eccezione degli avvocati penalisti, tra i quali evidentemente prevale il punto di vista dei potenziali difensori dei presunti innocenti, su quello che c’è nel decreto alcuni punti sembrano avere un consenso unanime o non essere motivo di contestazione:
  • La possibilità di incidente probatorio (la possibilità per gli inquirenti di raccogliere le testimonianze in modalità protetta)
  • Il patrocinio legale gratuito per le vittime
  • L’obbligo di informare la vittima in modo costante sull’iter giudiziario e sulla situazione del denunciato (se le misure restrittive sono revocate, se richiede che siano revocate, se si propone l’archiviazione del caso, etc.)
  • La concessione del permesso di soggiorno per fini umanitari alle vittime straniere
  • L’obbligo per le forze dell’ordine, i presidi sanitari e le istituzioni pubbliche che ricevano notizia di reato di fornire alla vittima stessa tutte le informazioni relative ai centri antiviolenza presenti sul territorio e, in particolare, nella zona di residenza della vittima.
  • L’annuncio di un Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere che prevede prevenzione, educazione, formazione, protezione e raccolta strutturata dei dati del fenomeno.

L’aspetto debole di questo ultimo punto è che si tratta solo di un annuncio. Difficile da realizzare senza prevedere l’investimento di adeguate risorse finanziarie. E’ tutto quello che manca nel decreto, perchè possa essere davvero una buona legge.

Manca anche una disposizione che preveda il risarcimento delle vittime.

Se il decreto apre la strada ad un piano straordinario, potrà essere considerato un primo passo, se invece si risolve in una toppa emergenziale al lavoro avviato dalla ministra Josepha Idem, prima del suo defenestramento, senza avere le idee chiare e la volontà reale di proseguire, il cambiamento radicale proclamato da Enrico Letta rimarrà solo simbolico, ma sarà una volta di più il simbolo di una politica che proclama senza costruire. Il decreto già oggi non interviene su tutto l’essenziale. Proprio sul piano dell’emergenza, manca la necessità più immediata, più importante: il rafforzamento della rete di protezione: portare i posti dei centri antiviolenza dai 500 attuali ai 5.700 raccomandato dall’ONU (un posto ogni diecimila abitanti). Per contrastare la violenza sulle donne, bisogna fare quello che si fa per le cose ritenute davvero importanti: spendere soldi e anche tanti. Ecco cosa poteva c’entrare la Tav con il femminicidio: l’opportunità di realizzare un bello storno di fondi.


Riferimenti:
Decreto legge 14 agosto 2013, n.93 
Bene il decreto, segno di nuova consapevolezza (Laura Boldrini su Twitter)
Decreto antifemminicidio, come le nuove regole garantiranno le donne (Luisa Pronzato, Marta Serafini)
Quel passo avanti che può aiutarci a cambiare (Gian Antonio Stella)
Non lasciare sole le donne. I passi da compiere dopo il decreto (27esima Ora)
Si parla di “misure speciali” per stalking e femminicidi. (Enrica UAGDC)
Decreto antiviolenza: grazie. Ma si può fare meglio (Marina Terragni)
Non basta un decreto (Michela Marzano)
Femminicidio, i punti deboli del decreto (Nadia Somma)
Prevenire e rieducare (Concita De Gregorio)
Perchè il DL sul femminicidio non mi piace (Loredana Lipperini)
Aggravanti (Il Ricciocorno Schiattoso)
Interventi di Susanna Zaccaria, Loredana Lipperini, Barbara Spinelli (Radio del Capo)
Prevenire il femminicidio è possibile (Lucina Meco)
Diritti da testimoniare (Chiara Saraceno)
Il femminicidio delle larghissime intese (Imma Barbarossa)
Maria Cristina Guido sul dl contro il femminicidio: poco coraggio da parte del Governo
Un grande passo avanti, ma le donne siano libere anche di cambiare idea (Michela Murgia)
Quella non è una legge contro il femminicidio (Michela Murgia)
Decreto antifemminicidio: ecco il testo completo (Femminile Plurale)
Le camere penali sul decreto femminicidio
La propaganda genera mostri (Camere penali)
Femminicidio - Raccomandazioni dell'Onu all'Italia
Convenzione di Istanbul del Consiglio d'Europa
Misure inadeguate. Il governo riconosca i centri antiviolenza (Titti Carrano - Di.Re.)
Comunicato 27 agosto 2013 - NO MORE sul decreto legge femminicidio

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