Oppressed Majority, un cortometraggio francese, prova a immaginare una società in cui i comportamenti di uomini e donne sono ribaltati, e in cui sono gli uomini a occuparsi dei figli, a indossare il velo, a ricevere per strada commenti sgradevoli e aggressivi per il proprio aspetto, a subire violenze fisiche e a sentirsi dire che se la sono cercata quando le denunciano perché in fondo indossavano “bermuda corti e una maglietta”. Il risultato è molto efficace. Il video è in francese, con sottotitoli in inglese. [Il Post 11.02.2014]. Il video di Eléonore Pourriat, caricato su YouTube il 5 febbraio 2014, ha un grande successo di pubblico, conta ad oggi oltre 7 milioni di visualizzazioni.

Il cortometraggio ha molte recensioni favorevoli, tra cui quella dell'Independent del 13 febbraio, a firma di Ellie Rose. Che racconta di quando e come è successo a lei di essere molestata. Da un uomo in un ascensore nella stazione della metropolitana, da un ubriaco che ha tentato di baciarla, dal suo istruttore di guida che le ha toccato accidentalmente il ginocchio e il seno. Del dialogo ascoltato attraverso il muro tra suo fratello e un suo amico che parla della violenza commessa su un'amica comune, lui tranquillo perchè lei non avrebbe denunciato, per non vedersi messa sotto esame la propria vita sessuale. Così è rimasta colpita dal cortometraggio. Umoristico in un primo momento per via dell'inversione delle parti, ma poi più grave quando mostra la violenza di cui è vittima Pierre. Alcune parti del film risultano vere in modo brillante: il disgusto provocato dalla donna che urina nel vicolo (perchè a qualcuno dovrebbe essere permesso?); il doppio standard esposto dalla donna podista in toplees (gli uomini possono esibire i propri capezzoli senza un motivo particolare, le donne vengono fatte sentire a disagio per l'allattamento in pubblico). Ma alcune parti sembrano improbabili: la maggior parte delle donne subisce violenza, non da sconosciuti, ma da parenti e conoscenti, perciò spesso le vittime incolpano se stesse. La maggior parte delle donne non è sottoposta ad una continua e incessante sequenza di commenti sessuali, come accade a Pierre. Lei però non è del tutto sicura di percepire una esagerazione. Perchè il sessismo contro le donne è normalizzato, radicato, insidioso, non viene espresso a voce alta nelle strade alla luce del sole. Almeno, abbiamo leggi per contrastare le molestie fisiche e verbali, anche se a volte non applicate. Quello che preoccupa è il silenzio, l'accettazione della rappresentazione della donna totalmente legale che si gioca ogni giorno in ogni parte d'Europa. I media sono particolarmente colpevoli e molto difficili da affrontare. Secondo gli studi, in media ogni giorno vediamo 247 immagini di marketing che oggettivano il corpo di una donna. Leggiamo articoli che mettono a confronto i vestiti delle mogli dei leaders, che citano presunte qualità e interessi femminili in modo non pertinenti. Assistiamo alla sottovalutazione delle competenze femminili, che sono sempre sottopagate. Questa roba è angosciante come quella mostrata nel film. Sono due facce della stessa medaglia. Brutti sintomi e un ambiente che permette ai sintomi di manifestarsi. Non ci sono molti film femministi di grande successo. Questo non è un film perfetto, ma è un buon contributo, stimolante. Un clip di nove minuti non può dire tutto - il divario retributivo, la violenza domestica, la misoginia online, l'anoressia, l'accesso all'aborto - ma sono un soffio d'aria fresca e ce ne vorrebbero molti di più.

Potremmo dire che il video mostra, a parti invertite, in modo volutamente esagerato in pochi minuti, che rappresentano l'arco di una giornata, quello che ad una donna accade anche con una certa frequenza nell'arco di una vita.

Un'altra recensione positiva è pubblicata sul Guardian da Paula Cocozza. Ma lo stesso giornale ha pubblicato le critiche di Richard Seymour. L'articolista inglese, parlando del video, svaluta la denuncia del sessismo, la derubrica a cliché. Gli par di vedere invece nello svolgimento della trama a parti invertite, razzismo e classismo. La vera ragione, secondo lui, della viralità del video è nella morale che gli attribuisce: il femminismo può salvare la Francia dall'Islam. Gli elementi del video che Seymour mette a fuoco, per sostenere la sua accusa, sono: 1) Il protagonista Pierre è un uomo francese della classe media (dunque non un proletario), denigrato e molestato dalle donne. 2) Lo scambio islamofobo tra Pierre e Nissar, un babysitter musulmano, che indossa un passamontagna (in luogo del velo). Pierre, il bianco borghese, lo rimprovera di essersi tagliato i baffi, i peli, di vivere sempre più intrappolato, mentre il musulmano con aria di deferente sottomissione gli risponde che questa è la legge e così dio lo protegge. 3) La scena razzista e classista di Pierre che subisce un'aggressione da parte di una gang proletaria e maghrebina. Il video, dunque, ignorerebbe che la maggior parte delle violenze e moleste le donne le subiscono in famiglia da parte dei propri parenti connazionali.

In effetti, il video poteva essere più completo con una scena di violenza domestica. Senza la quale però, il significato della denuncia del sessismo non ne viene affatto stravolto. Le critiche di razzismo, islamofobia, classismo sembrano agevolate proprio dalla sottovalutazione del sessismo, se non dalla volontà di occultarlo. E' vero che il video di Eleanor Pourriat ci mostra il sessismo e la violenza sessista degli altri, ma il racconto cuce insieme quella violenza e quel sessismo altro con quello agito dalle bianchissime forze dell'ordine, dalla bianchissima vicina di casa e dalla bianchissima, borghese, istruita e amorevole moglie. La pasta di cui è fatto quel sessismo è la stessa. 

Perfino la scena sull'hijab si può leggere diversamente da come la legge Seymour, proprio come denuncia di quello sguardo neocoloniale: la donna bianca (nel gioco di ribaltamente si tratta naturalmente di un uomo bianco) guarda alla poveretta islamica come a una succube? Eppure il video mostra che sono molto simili, perchè lo sguardo che le definisce è lo stesso: è lo sguardo maschile che le vede allo stesso modo. Il punto non è la critica al velo (sia il tipo con il velo che l'occidentale che gli fa il predicozzo sono mostrati enfatizzandone la rappresentazione stereotipata) ma l'evidenziare che donne apparentemente diverse per cultura, condividono la stessa condizione. Donne sono e donne rimangono. E chi le guarda sono gli uomini. Gli stranieri: anche gli stranieri delinquono, anche gli stranieri sono maschilisti e violenti. Ciò detto anche in questo caso mi pare che il punto non sia parlare della violenza degli stranieri ma mettere a fuoco che lo sguardo maschile è uguale a tutte le latitudini.

Il video mostra episodi stereotipati (ma realisti) di sessismo e mostra come il sessismo del disgraziato, del diverso, dello straniero, sia lo stesso del bianco borghese, perfino della polizia. Che ad essere rappresentata sia una donna (un uomo) borghese ci racconta della trasversalità del sessismo.

L'attrice, sceneggiatrice e regista francese Eléonore Pourriat spiega genesi e significato del suo cortometraggio in una conversazione con il quotidiano spagnolo El Pais. Il film, girato quattro anni fa, non ha ottenuto subito una buona copertura mediatica. Ha ottenuto un boom di visualizzazioni su YouTube solo adesso che è stato tradotto in inglese. Il film è ispirato dalla sua vita quotidiana in 40 anni. I suoi amici sono quasi tutti femministi, ma alcuni hanno avuto reazioni stupite al suo lavoro. Alcuni maschi stupidi le hanno scritto commenti aggressivi. Lei non voleva fare un film violento, voleva far ridere e favorire l'identificazione con il protagonista. A volte si è chiesta come sarebbe il mondo senza i nonni, senza i figli, senza gli uomini, senza le donne. Un giornalista, Antonio Jiménez Barca, ha firmato dieci anni fa una storia sulle terribili conseguenze per la nostra vita se fossero scomparsi gli 800 mila immigrati venuti a Madrid in cerca di futuro. Un altro esercizio di immaginazione altrettanto educativo sarebbe quello di pensare ad un mondo in cui gli eterosessuali fossero una minoranza. Uomini e donne attratti dal sesso opposto, che vivessero sentendosi sempre imbarazzati e in certi paesi puniti con la pena di morte. Che si sentissero dire da gay e lesbiche cose come: «No, io sono molto tollerante, ho molti amici etero, ma un'altra cosa è che ti sposi...». Questo metodo può essere applicato in molti campi. La sorpresa è la fonte che genera l'emozione e il senso. La viralità del video si spiega con il fatto che i diritti delle donne sono in pericolo in tutto il mondo, anche in paesi come Spagna e Francia. In Francia gli atteggiamenti stanno diventando molto conservatori, si ha paura dei matrimoni gay, si ha paura dell'annullamento delle differenze tra uomini e donne. Il classico complesso di castrazione! Eleonore, nipote di un musicista spagnolo, che andò in esilio in Francia all'inizio della guerra civile sta preparando un libro su un personaggio che gli era molto vicino. Sta preparando anche un lungometraggio, un finto documentario su come gli uomini esercitano pressione sulle donne affinché si radano il pelo pubico. Molti hanno protestato per l'uso improprio del termine «femminista». Lei si aspettava fosse compreso il senso satirico, più prossimo al significato di «hembrismo» l'atteggiamento prepotente delle donne rispetto agli uomini, come indicato in una petizione per iscrivere questa parola nel dizionario. Al contrario lei immagina un mondo femminista nel quale i diritti sono uguali e tutti meritano rispetto.

In Francia, con la nuova legge per la parità donna-uomo (notare l'ordine) approvata il 24 gennaio, è stato deciso che l'autorità per la vigilanza su Internet potrà indagare e punire gli autori di insulti sessisti, omofobi e contro i portatori di handicap: sono infatti queste le tre categorie di offese più diffuse. (...) La ministra per i Diritti delle Donne, Najat Vallaud-Belkacem, ha fatto l'esempio di un tweet contro la militante antirazzista, Rokhaya Diallo. "Bisogna stuprare questa stronza di Rokhaya, così ci sbarazzeremo dell'antirazzismo", era scritto. Un incitamento alla violenza sessuale, poi oggetto di una sentenza di tribunale. Gli attacchi sessisti non sono certo stati inventati con il web. Ma la facilità con cui, anche in Italia, vengono diffusi e tollerati merita una riflessione, com'è accaduto anche negli ultimi giorni dopo gli attacchi a Laura Boldrini, terza carica dello Stato. [Repubblica 05.02.2014]

In Italia infatti, succede il contrario. Ad una donna, qualsiasi donna, fosse anche la donna più importante della Repubblica, frasi come quelle, si possono scrivere tutti i giorni. Nessuno viene denunciato. Nè l'istigatore, nè i commentatori. Anzi, se la donna che li riceve definisce quelle frasi come commenti che sembrano scritti da potenziali stupratori, è lei ad essere denunciata.

Una maxiquerela contro la presidente della Camera per la frase sui "potenziali stupratori" pronunciata a Che tempo che fa. L'iniziativa di massa contro Laura Boldrini è partita dal Movimento Cinque Stelle su Facebook, con il sostegno di diversi parlamentari. Tra le adesioni quelle del presidente dei senatori Vincenzo Santangelo e dei deputati Massimo De Rosa, Alessandro Di Battista, Paolo Bernini, Sebastiano Barbanti, Alessio Villarosa. Non c'è, invece, la firma del vicepresidente della Camera Luigi Di Maio. [Repubblica 5.02.2014].

L'iniziativa può far sorridere, può sembrare paradossale, grottesca, provocatoria. Può far esclamare che questi, oltre a esibire fantasie da potenziali stupratori, hanno anche la faccia come il culo. Ma è la similitudine tra la violenza maschile e la violenza mafiosa, nel tratto subculturale diffuso e nella valenza intimidatoria a consentirgli di poterla avere.

Ha buon gioco Roberto Natale, portavoce di Laura Boldrini a rispondere: "Vuol dire che toccherà sottoporre ai giudici il lunghissimo repertorio di minacce sessiste, di stupri evocati, di oscenità, di insulti che da domenica sono comparsi sul blog e sulla pagina facebook di Beppe Grillo e sentire da loro quale delicata definizione meritino invece gli autori di queste sconcezze, che in nessun modo e in nessuna sede la Presidente Boldrini ha riferito agli aderenti al Movimento 5 Stelle"[Repubblica 5.02.2014].

Ha buon gioco però soltanto difensivo e dal punto di vista giudiziario, se mai si arriverà in tribunale. Iniziative come queste sono trovate per essere annunciate, non per essere portate fino in fondo. Sono propaganda Ottenuto l'effetto, la querela basta ritirarla. Ed è uno dei motivi per cui, io sono favorevole alla irrevocabilità della querela sempre. L'effetto propagandistico va oltre la contesa Boldrini-Grillo. Perchè mette in scena su un grande teatro mediatico e virtuale di dimensione nazionale, quello che accade nelle situazioni di violenza privata. Dopo il fatto, è ancora lui ad intimidire lei. Con l'ambiente circostante indifferente o a lei sfavorevole. Secondo le consuete dinamiche dalla colpevolizzazione della vittima e della vittimizzazione secondaria.

Nel quadro di questa rappresentazione, a Milano viene intercettata una lettera minatoria con proiettile indirizzata a Laura Boldrini [Corriere della Sera 5.02.2014]. Notizia che al momento vede la soddisfazione del 39% dei lettori dell'articolo sul Corriere. Tra le minacce pervenute nella lettera la più esplicita dice: «Ti getteremo dell'acido addosso». I commenti dei detrattori, diffusi sul web, variano dal ben ti sta, al chi semina vento raccoglie tempesta, al se l'è mandata da sola.

Questa storia ci mostra (ci propaganda) che un uomo o più uomini ad una donna possono fare quello che vogliono, possono offenderla e umiliare come vogliono, con tutti gli sfondi sessisti e sessuali che preferiscono, senza subire alcuna conseguenza. Lei non li denuncia, anzi è lei a venire denunciata. Succede persino alla donna che ricopre la carica più alta. Nemmeno lei può permettersi di replicare la cosa più ovvia. Loro possono dirle di tutto, ma è lei che deve stare attenta a quello che dice. E' lei che deve stare zitta e abbassare lo sguardo.

Ho già scritto che, a mio avviso, Laura Boldrini potrebbe, dovrebbe fare come le deputate del PD, che hanno denunciato Massimo De Rosa (ora tra i querelanti annunciati della presidente). Non solo e non tanto per se stessa, ma per tutte le donne che rappresenta. Che non denunciano le violenze, che non le riconoscono come tali. Mi rendo conto che una tale iniziativa farebbe da esempio, ma verrebbe anche deformata, come già succede per la sua sola denuncia all'opinione pubblica. Come si trattasse di una operazione giudiziaria contro gli oppositori e contro poveri elementi popolari già afflitti dal disagio, perseguitati da lei, una donna di potere.

Quando Laura Boldrini ebbe la prima reazione contro l'hate speech, oltre ad accusarla di essere una censora liberticida, le si disse che le leggi a tutela delle persone offese in Italia ci sono già, basta applicarle. Ma a quanto pare, sono leggi passive, che richiedono una querela di parte, per poi eventualmente avviare una istruttoria. Credo questo sia insufficiente e dia luogo alla situazione paradossale per cui alla fine è proprio la persona offesa a poter essere denunciata. La violenza virtuale sessista, omofoba, razzista, non è violenza contro singole persone, ma contro interi gruppi umani. E' una violazione virtuale dei diritti umani. Ha una forte valenza simbolica. Come le offese ingiuriose e le teste di maiale indirizzate contro la Comunità ebraica di Roma. [Repubblica 1.02.2014]

La lotta contro questa violenza ha da essere un compito della collettività, delle sue istituzioni, in una forma attiva di vigilanza, indagine e sanzione. Non deve porsi il problema della denuncia, per chi riceve offese come queste. Sono sotto gli occhi di tutti. Richiedono la procedibilità d'ufficio contro chi le scrive e chi le pubblica. Non è vero che Internet è un rubinetto aperto e che è impossibile controllare ogni messaggio. Gli utenti capiscono molto bene e molto in fretta la politica degli amministratori di una fanpage, di un blog, di un forum, se gli admin istigano alla violenza o la disincentivano, capiscono bene se il luogo in cui entrano è un luogo civile o una fogna. E di conseguenza si adeguano. Perciò, anche in Italia abbiamo bisogno di discutere al più presto di una nuova norma come quella francese.

Vedi anche:



Il diritto del personale sanitario ad opporsi alla pratica 
dell'interruzione di gravidanza continua ad essere garantito


di Maria Rossi


Martedì scorso l'Assemblea Nazionale francese ha approvato un emendamento al progetto di legge sulla parità tra uomini e donne, presentato da deputati e deputate socialiste, che riforma la normativa sull'interruzione volontaria di gravidanza, introdotta nell'ordinamento giuridico d'Oltralpe nel 1975 (legge Veil) e modificata il 4 luglio 2001 su proposta di Martine Aubry ed Elisabeth Guigou (loi Aubry). Il nuovo articolo 5 quinquies C del progetto di legge sulla parità tra uomini e donne sopprime il concetto di "détresse", un vocabolo polisemico che indica sofferenza, depressione, solitudine, disperazione, pericolo, indigenza. La legge Veil del 1975 la prevedeva come causa legittimante il ricorso all'aborto. Con la sua cancellazione, l'interruzione volontaria di gravidanza diventa un diritto esigibile, senza alcuna limitazione, da tutte le donne che vogliano farvi ricorso, anziché prospettarsi come una mera concessione vincolata al verificarsi di determinate condizioni. L'emendamento è stato sostenuto ed approvato da tutti i deputati e le deputate di sinistra, mentre ha incontrato l'opposizione del partito di destra UMP e, naturalmente, del Front National. Prima di essere inserito nell'ordinamento giuridico francese, l'articolo deve essere approvato senza modifiche dal Senato.

Nel corso della stessa seduta l'Assemblea Nazionale ha respinto a larghissima maggioranza l'emendamento presentato dal deputato dell'UMP Jean-Fréderic Poisson che mirava a sottrarre l'aborto dall'elenco delle prestazioni gratuite. Poisson non ha ricevuto neppure l'appoggio del suo partito. Il suo emendamento, infatti, è stato respinto con 142 voti contrari e solo 7 favorevoli. L'interruzione volontaria di gravidanza rimane così un intervento totalmente rimborsabile dal servizio sanitario.[Le Parisien 21.01.2014].

La notizia sulla modifica della legge francese sull'aborto è stata riportata in Italia da alcuni correttamente (ad esempio dalla pagina facebook delle ragazze del blog Un altro genere di comunicazione), da altri in modo piuttosto confuso. Si è sostenuto che la riforma approvata martedì infliggerebbe una sanzione penale di due anni di carcere e una ammenda dell'importo di 30.000 euro agli obiettori di coscienza. Non è esattamente così. La questione è più complessa e merita di essere chiarita.

Il diritto del personale sanitario ad opporsi alla pratica dell'interruzione di gravidanza è garantito dall'art. L 2212-8 del Codice della sanità pubblica che non è stato affatto modificato od abrogato, come erroneamente taluno sostiene, dall'assemblea Nazionale. L'art.8 della legge n. 2001-588 del 4 luglio 2001 sull'aborto (meglio nota come legge Aubry) prevede però che il medico obiettore debba indicare alla donna interessata i nomi dei colleghi disposti ad eseguire l'intervento. Questa disposizione conferisce alla legge francese quell'efficacia che manca a quella italiana.

La comminazione di due anni di carcere e di un'ammenda di 30.000 euro è prevista invece dal 2001 (sottolineo dal 2001, non da martedì scorso!) dall'art. L.2223-2 del Codice  della sanità pubblica, così come modificato dall'art 17 della legge Aubry, a carico di chi impedisce o tenta di impedire l'interruzione volontaria di gravidanza o gli atti che la precedono sia ostacolando l'accesso alle strutture che la praticano, intralciando la libera circolazione al loro interno e il lavoro del personale sanitario, sia esercitando pressioni psicologiche e morali, minacce o atti di intimidazione nei confronti di chi effettua l'intervento o nei confronti delle donne che vogliono abortire o di chi le accompagna.

Il 17 settembre 2013 il Senato ha approvato all'unanimità un emendamento che integra quest'articolo con l'aggiunta delle parole "ou de s'informer sur ces actes", configurando come reato gli impedimenti all'acquisizione da parte delle donne interessate di informazioni corrette sull'interruzione di gravidanza nelle strutture che la forniscono come i centri di pianificazione familiare. Questo emendamento (n.91) non è stato ancora  discusso dall'Assemblea Nazionale e, quindi, non sappiamo se verrà approvato.

In conclusione, suggerisco a tutte le blogger, prima di lanciarsi in invettive, di assumere  le necessarie informazioni sugli argomenti di cui trattano. Non siamo giornaliste professioniste, ma abbiamo il dovere, credo, di offrire alle nostre lettrici e ai nostri lettori notizie chiare e corrette.




di Jean-Marie Blanchard -  (Traduzione di Maria Rossi)


Ho cominciato ad andare a prostitute a 22 anni circa. Un inizio piuttosto atipico, visto che la maggior parte dei clienti sono uomini sposati con figli. Non piacevo molto alle ragazze e mi concentravo sul mio dolore per il quale ritenevo di meritare una sorta di risarcimento. E' così che ho avuto il mio primo rapporto sessuale, con una prostituta.
Andavo a Parigi, in via Saint-Denis, una o due volte alla settimana. E' durato un mese. I primi rapporti costavano circa 50 euro, poi alcune hanno finito per propormi una tariffa di 30 euro senza che io chiedessi nulla.
Di fronte a questa riduzione di prezzi, ho capito che quelle ragazze erano sfruttate dai prosseneti, costrette ad avere ogni giorno molti rapporti. Allora ho smesso immediatamente di andare con le prostitute che esercitavano in strada. Erano in maggioranza Nigeriane anglofone. Non c'era alcuno spazio per la conversazione; l'imperativo di moltiplicare i clienti impediva qualsiasi interazione non meramente sessuale.

Le escorts sfruttate dai prosseneti non sono rare

Ho contattato allora delle escorts in Internet, pensando che la mia richiesta fosse banale, che queste donne fossero libere e che a loro piacesse avere rapporti con gli sconosciuti. Fandonie che i clienti si raccontano per legittimare i propri atti. Così mi sono reso rapidamente conto che la realtà era molto meno sfolgorante.
Nel corso dei rapporti pagati ad ore e non ad atto, alcune mi raccontavano a volte la loro vita. Il loro passato complicato, la loro infanzia e altri fattori che avevano condizionato il loro ingresso nella prostituzione.
Non sono poche le escorts sfruttate dai prosseneti. I Sudamericani, ad esempio, si trinceravano dietro una sedicente mutua assistenza per affittare il loro alloggio alle compatriote e intascare una percentuale sui rapporti sessuali. Gli articoli di stampa che ho letto all'epoca non lasciavano margine ad ambiguità su questa questione.
Il mio egoismo continuava ad imporsi e non potevo impedirmi di ritornare dalle escorts. Non ne ero affatto contento, ma non avendo alcuna relazione, mi dicevo che era sempre  meglio che restare da soli. Una solitudine prodotta principalmente dalla mia introversione. I miei fallimenti con le donne mi rendevano misogino e impermeabile all'idea di dover compiere degli sforzi per rendermi attraente.

Avevo la sensazione di abusare della situazione

Le escorts mi facevano spesso capire di non esercitare la prostituzione per la gioia di farlo. Avevo l'impressione di abusare della situazione, di essere l'artefice di un processo distruttivo. Neppure le Girlfriend experience che simulavano il desiderio, l'affetto e l'attenzione riuscivano più a convincermi che la prostituzione fosse un'attività banale.
Mi sono detto che era necessario che fissassi una data per dare un taglio a questa pratica e che meritavo ben altro che questa sessualità da stupidi. Ho smesso per la prima volta nel 2003, sei mesi dopo aver iniziato. Ci sono tuttavia ricaduto due volte nel 2004, poi altre due volte l'anno successivo.
L'ultima volta ero nel letto di una donna che mi raccontava la sua infanzia dolorosa. Poi, mi ha fatto capire che io ero l'esatto opposto del suo tipo di uomo. Mi sono immediatamente detto: "Ma che ci faccio io qui?" e ho smesso definitivamente di avere rapporti mercenari.
Successivamente, mi sono tenuto lontano da questo mondo, che mi ha tuttavia raggiunto, grazie alle amicizie intessute qua e là. Le confidenze che ho raccolto riecheggiano il contenuto delle ricerche della dottoressa Judith Trinquart e della psichiatra Muriel Salmona, la cui lettura ha confermato le mie prime impressioni. Carenze affettive e abusi sessuali sono potenti fattori che determinano la scelta prostitutiva. Attività globalmente nociva per chi la pratica, fatta eccezione per una minoranza di persone.

L'approccio più efficace è la penalizzazione dei clienti.

Sono diventato un militante abolizionista da un anno e mezzo, grazie al contatto con la persona che è diventata la mia migliore amica: un'ex prostituta che chiedeva 300 euro per ogni ora di rapporto. Malgrado condizioni di esercizio della prostituzione apparentemente buone, l'esperienza l'ha pesantemente traumatizzata. Dopo aver studiato le politiche adottate dagli Stati vicini, ci siamo resi conto che l'approccio più efficace, o, comunque, il meno cattivo, era la penalizzazione dei clienti delle prostitute. Il regolamentarismo tedesco o catalano ha prodotto risultati spaventosi.
Nel 2002 non mi sarei rassegnato ad essere punito. Mi sarei senza dubbio recato nei bordelli dei Paesi confinanti, dove le donne esercitano la prostituzione in condizioni atroci. Ma dopo aver frequentato come amico alcune donne che si prostituiscono e aver constatato gli effetti traumatici che tale pratica produce, non posso che essere favorevole alla penalizzazione dei clienti. Il nostro Paese resta maschilista. E' illusorio sperare che gli uomini si responsabilizzino e scoprano l'empatia.
La legge avrà dunque un impatto pedagogico e può servire da leva per l'uscita dalla prostituzione delle persone che lo desiderano. A condizione, tuttavia, di destinare a questo scopo una somma ben superiore a quella prevista oggi.
E' essenziale chiarire che il corpo delle donne non deve essere una merce. Anche se una minoranza di prostitute è felice, la maggioranza ne esce rovinata, se non distrutta. Constatazione che mi induce ad affermare che la prostituzione è una questione molto importante  perché distrugge la salute e il benessere di chi la pratica.
Il mio ideale è la fine graduale del sesso mercificato, nel quale l'uomo compra (con denaro materiale o simbolico) una donna-oggetto. Io sono favorevole ad una sessualità fondata sul desiderio e sul piacere, in modo tale da  eliminare questi vetusti comportamenti che condizionano le nostre scelte sessuali.



Traduzione di Maria Rossi


Le persone prostituite sono in grado di farsi rapidamente un'opinione sui prostitutori che le pagano per avere il diritto di dominarle. Nella loro inchiesta sui clienti della prostituzione, Claudine Legardinier e Saïd Bouamama hanno raccolto le opinioni delle donne e degli uomini prostituiti sui clienti prostitutori. Ecco un brano del loro libro: Les clients de la prostitution - l'enquête. (2006)


Il tempo della disillusione
Certo, per un determinato periodo di tempo,  l'idea di non avere un orario fisso di lavoro e di rifiutare gli obblighi "borghesi" può far provare un senso di libertà. Un senso che si dissolve rapidamente, è vero, di fronte alla disillusione. "Volevo solo divertirmi" spiega Suzanne. "Me ne infischiavo di tutto. Le fatture, le leggi, avevo l'impressione di essermene liberata. Mi drogavo, fumavo. Bevevo whisky per darmi la forza di affrontare la prostituzione." Oggi Suzanne percepisce questa sensazione  come quella di una libertà che le ha "distrutto" la vita. Analogamente, alcune delle persone che abbiamo incontrato affermano di aver provato, almeno nell'ebbrezza dei primi tempi della prostituzione, un senso di potere. Leïla, tossicomane, spiega: "Per me era rassicurante sapere che gli uomini erano pronti a pagarmi". Mylène, prostituta di lusso in Germania, racconta di come ha avuto la percezione di "essere pagata troppo", tanto poco si stimava.
Le nostre interlocutrici e i nostri interlocutori che, di fronte alla durezza della vita quotidiana, mostrano forza e risorse stupefacenti, descrivono freddamente gli uomini che le/li pagano. A sentir loro, ce ne sono di tutti i tipi. "Ragazzi giovani e belli che hanno tutto quel che occorre per piacere, porci che lasciano le ragazze in lacrime, tizi che puzzano di sudore, uomini gentili, tizi odiosi che buttano i soldi per terra per costringervi a raccoglierli, tipi patetici che vivono una condizione di grande miseria umana, uomini che, per avervi pagato, avanzano mille pretese, perversi che chiedono di essere picchiati o frustati, tizi pronti a pagarvi una fortuna per  trasformarvi nella loro schiava, uomini infelici che vorrebbero essere amati dalla prostituta, altri per cui le donne non esistono, non hanno bisogni e sentimenti. Un enorme numero di uomini  cui piacciono le ragazzine. Ragazzi che pensano di avere il diritto di fare quello che vogliono perché vi hanno pagato. Maniaci, ma non troppi. Mariti che si tolgono la fede e la rimettono dopo il rapporto. Malati che vi dicono: «Potresti essere mia figlia». Violenti che tentano di strangolarvi con una cintura".
Ciascuna e ciascuno parla, a modo suo, spesso con molta emozione, di un'esperienza che l'ha profondamente segnata/o. Così Mylène, che dichiara di aver lucidamente scelto di prostituirsi, analizza a distanza di tempo quelle che ritiene essere le vere ragioni di questa scelta: la depressione, il disprezzo per se stessa, i maltrattamenti subiti in famiglia, i debiti del compagno, ma anche l'ignoranza della realtà della prostituzione. Qual era la sua idea di prostituzione? Belle de jour con Catherine Deneuve. "Se avessi saputo che cosa mi aspettava, non mi sarei prostituita". Mylène che oggi può raccontare il suo trauma per sette ore di fila senza mai riprendere fiato e  può pronunciare parole terribili: "Per poter dimenticare, dovrei avere l'Alzheimer" - era libera, non era costretta da nessuno a prostituirsi. Libera di abbandonare il suo impiego per  tuffarsi in una realtà che produce rassegnazione e impossibilità di parlarne. Libera di assumere il suo ruolo: "Non me ne importava nulla di nulla. Mi disprezzavo profondamente. D'altra parte praticavo paracadutismo, io che  ho le vertigini  a salire su una scala".

Uscire da se stesse. Il luogo dell'oblio  
L'apatia, l'obbligo di "non pensare" sono dei leitmotiv nel racconto delle persone che riflettono sulla propria esperienza di prostituzione. "E' un'esperienza comune, si entra in uno stato di torpore". Nicole Castioni confidava il suo stupore di aver accettato di vivere questa vita "senza porsi alcuna domanda" e con "un'incredibile facilità di adattamento", ma confessando: "Non ho mai sopportato questa domanda: "Quanto vuoi?" "Come ho potuto accettare tutto questo? " è una domanda tormentosa. Monika, prostituta in un bar dove si praticano rapporti mercenari, confida: "Avevo preso il ritmo. Ero un automa. Con l'alcool, riuscivo a far tutto".
La narcosi, lo stato di torpore descritte frequentemente sono l'altra faccia della medaglia, reale, di ciò che i clienti scambiano per "il piacere di prostituirsi". Le persone prostituite sarebbero, secondo un certo numero di loro, necessariamente conquistate dalle manifestazioni della loro virilità. Questo patetico desiderio si scontra con una realtà brutale. Suzanne ricorda il primo  rapporto con un cliente, un evento spesso vissuto come un vero e proprio stupro, che apre la via alla successiva apatia: "Dopo il primo rapporto, mi sono fatta una doccia. Un'ora; sono rimasta un'ora intera a ripulirmi. Piangevo. La mia amica mi aveva detto: "Vedrai, è il primo rapporto che è difficile". Inès, rimandata a 16 anni e che non sopporta di vedere la madre, divorziata e costretta a prendersi cura da sola di 5 figli, sgobbare in fabbrica, serra i denti prima di un rapporto. "Con il primo cliente sono scesa dall'auto a tutta velocità. Impossibile. Le altre ragazze mi hanno detto di bere: mi avrebbe aiutato. Era vero. Per poter avere un rapporto, era necessario che bevessi 4 o 5 Martini". Inès passa molto velocemente alla droga per riuscire a sopportare  la prostituzione. Difficile vivere i rapporti sessuali lucidamente. Mylène racconta a quali condizioni ha potuto affrontare i rapporti con i clienti. "Non avrei potuto senza Valium". Linda, fatta prostituire molto giovane da un fidanzato magnaccia, confessa: "Con la colla si fanno dei viaggi mentali. Con i clienti, è come essere addormentate". Barbara, abusata sessualmente dallo zio a 16 anni, poi allontanatasi da casa, "affittata per le serate importanti" racconta che assumeva "ansiolitici e sonniferi con un goccio d'alcool per "lavorare" assoggettata a un magnaccia" I clienti? "Non li vedevo nemmeno". Con voce monocorde, descrive la prostituzione  come una vita senza emozioni: "Alzarsi di sera, rientrare la mattina, dormire". Stessa cosa per Inès: " E' come se non l'avessi vissuta, come se l'avessi vista in un film".
Altre persone prostituite sono alle prese con un evidente malessere che tentano in permanenza di soffocare. "Non ho mai potuto abituarmi alle fantasie degli uomini" dice Sophie. Muriel sta male quando ricorda questi momenti dolorosi: "Mi ricordo che quando si avvicinava il momento di avere rapporti con i clienti, mi veniva mal di pancia o mal di testa". Alicia, "massaggiatrice" in un appartamento, lotta quotidianamente: "Mi metto i capelli davanti agli occhi quando sono con i clienti, non li guardo, mi chiudo in me stessa. Mi sento male, mi sento sporca, ho la sensazione di essere una "puttana". Non sono soltanto i rapporti sessuali con i clienti ad essere percepiti come  aggressioni. Ci sono anche le parole. Alicia sbotta quando sente quello che alcuni si permettono di dirle al telefono: " E' dura sentire tutto ciò che certi tizi chiedono: pissing, sadismo. Sono stupefatta". Alicia farebbe di tutto per eseguire veri massaggi, per liberarsi da questo peso. "Odio gli uomini". "Sporca" è un termine che ricorre frequentemente nei racconti. "Non toccavo mai i miei figli prima di essermi lavata", dice Anaïs, prostituta di pomeriggio negli hotel economici.
Il contrasto tra i discorsi dei clienti e quelli che noi sentiamo ogni giorno dalle persone prostituite è enorme: l'alcool, sostanza riservata alle feste dai primi, rende le seconde "dipendenti" soprattutto nei bar dove sembra diffuso l'uso di farmaci ad hoc.  I clienti apprezzano l'ambiente e l'atmosfera  soffusa dei bar, le persone prostituite li gradiscono per motivi meno erotici. Così Paule, prostituta che esercita a casa, crea  nella sua abitazione l'atmosfera soffusa dei bar, ma "solo per non vedere i clienti, per non incrociare il loro sguardo". Analogamente, là dove i clienti amano vedere delle "professioniste" sessualmente libere e senza tabù, si trovano persone  che hanno in primo luogo la preoccupazione di proteggersi il più possibile, di limitare o di evitare per quanto possibile i contatti fisici che sono costrette ad avere con loro. "Certi pensano che siamo animali da sesso. In realtà gli uomini non li toccavo nemmeno" - dice Paule. "L'odore, la pelle, rimuovevo tutto per vedere soltanto i soldi. Ponevo delle barriere tra me e loro per non vedere, per non sentire i loro denti, la loro traspirazione, il loro alito. Posavo soltanto la punta delle dita sulle loro spalle". Monika esprime la stessa idea con parole toccanti: "Per loro, la donna che si prostituisce è una bomba del sesso, una con molta esperienza; è il loro immaginario. Credono di poter fare quel che vedono nei film porno. Non si rendono conto che siamo esseri umani; che siamo donne come le altre, come quelle che hanno a casa".
I clienti parlano di fantasie, le prostitute di paura, dell'obbligo di stare costantemente all'erta. Il piacere? "Li disprezzavo  in modo incredibile. Il piacere non era fisico. Il piacere consisteva nello scucire loro  la massima quantità di denaro possibile". Brigitte, prostituta di strada, confida: "La paura c'è sempre. Quando salite in macchina, quando vi trovate prigioniere delle fantasie dei clienti. Vi sono anche dei  pazzi; per due volte sono dovuta scendere velocemente da un'auto in marcia". Alcune indagini mostrano come la maggioranza degli atti violenti subiti dalle persone prostituite siano perpetrati dai clienti. Questo fatto è confermato dalle persone che abbiamo intervistato. Nadine, cacciata da casa dalla madre a 18 anni e ora prostituta che si serve di Internet, ha incorporato la paura nella sua vita quotidiana. Per mantenere la distanza dai clienti, ha finito per optare per la "dominazione soft": frustini, umiliazioni, insulti. Racconta come il numero di chiamate dei clienti sia subito raddoppiato: " Vi sono uomini strani". Spiega come  sia fuggita a gambe levate, quando le ha aperto la porta un uomo vestito di nero armato di una mazza da baseball. Dice di aver voglia di "rassicurare" i clienti, di aver voglia di "aiutarli" perché hanno "problemi psicologici che si trascinano dall'infanzia, problemi di mancanza di affetto". Poi parla di soffocamento, di accessi d'odio, di voglia di essere violenta. Presa dal desiderio fortissimo di chiudere con questa storia, si dichiara "smarrita", in cerca d'amore, in cerca di un padre che le è sempre mancato, stanca di "mettersi in situazioni pericolose per far piacere agli altri".
La prostituzione  prevede l'attivazione di molte strategie volte a creare una distanza con i clienti. L'ideale e il vertice della gerarchia prostituzionale è  rappresentato dal fatto di non essere toccate, come accade nelle pratiche sadomasochiste. "Per sopportare si chiudono gli occhi. Mettevo il  mio braccio profumato davanti al viso. Questo permette di proteggere una parte di sé, una parte che i clienti non avranno", ricorda Mylène. Anestetizzarsi, sdoppiarsi, dissociarsi sembrano essere operazioni strettamente connesse alla pratica prostitutiva. "Si esce da se stesse, si contano le pecore. Se non ci si protegge in questo modo, si può diventare folli". "Stranamente non ero io a prostituirmi - dice Leïla- Ho cominciato ad avere veramente l'impressione di essere due persone". Naïma, prostituta per due anni in un bar, vittima di stupri e violenze da parte del padrone, descrive uno strano processo: "Quando arrivavo al bar, spegnevo la mente; un po' come se quella che era nel bar non fossi io, ma un'altra persona; così facevo molte cose che non avrei mai ammesso di fare fuori dal bar".  Naïma, che confessa di avere "problemi ad entrare in contatto con se stessa" quando non si sente sicura, racconta in dettaglio questa operazione di sdoppiamento rafforzata dall'assunzione di un altro nome e dal fatto di indossare abiti diversi rispetto a quelli che indossa quando non si prostituisce. "Si tratta di una forma di protezione nei confronti dei clienti, di una garanzia di anonimato". Vivere sdoppiata  conduce a una forma di schizofrenia difficile a volte da superare. "Ho finito per credere più all'esistenza di Tara, il mio nome da prostituta,  che a quella di Leïla. Conosco bene Tara. Come Leïla, invece, non so chi io sia e ho paura..."

Simulazione, dissimulazione
I clienti pensano che alle prostitute piaccia esserlo, mentre queste ultime riferiscono della loro totale incomprensione del comportamento dei clienti. "Ma come possono pagare per questo?" esclama Alicia. "All'inizio si cerca di capire; poi si lascia perdere" confessa Naïma "E' dura confrontarsi con la realtà dell'uomo. Per me i clienti sono violenti. Ci sono quelli che commettono violenze fisiche - io pago, tu taci e obbedisci - ma anche gli altri sono violenti psicologicamente, con i loro mezzi di pressione". Naïma parla di una clientela di managers, dirigenti di impresa, medici, operai, il cui comportamento lei interpreta come "il piacere di pagare" "il possesso della donna" "l'esercizio del potere sul più debole". Quando ripensa senza alcun piacere a questi due anni, ha la sensazione che "i clienti preferiscano le ragazze più disperate" perché "questo li eccita di più". "Essi amano la sfida".
Certo, le prostitute affermano anche di incontrare clienti che soffrono di solitudine e che sono alla ricerca di una relazione. Ma lo dicono con indifferenza. Cliente frustrato, cliente timido? "Non credo - dice Christine . - Per il cliente, il piacere è quello del possesso, della sottomissione, della vendetta. C'è anche il piacere di sfogare la collera, l'impotenza, sottomettendo una donna". L'eventuale desiderio di relazione dei clienti è, per il fatto stesso di erogare denaro, destinato alla sconfitta. Le persone prostituite, soprattutto le donne, esprimono soprattutto diffidenza o rifiuto, rifiuto del dialogo, ferma volontà di mantenere le distanze dagli uomini che le pagano. Soprattutto volontà di non dire nulla di sé, di non lasciarsi sfuggire nulla. Simulare e dissimularsi. Simulare al punto da far credere a certi clienti di provare piacere. Una convinzione che molte di loro valutano con una sola parola: "Grave!" Dissimularsi. Paule esprime chiaramente il suo bisogno di fuggire davanti alla richiesta di certi clienti di intrecciare una relazione: "Ero colta dal panico quando qualcuno prendeva tempo e sembrava voler mescolare il sesso con i sentimenti. Sono rimasti tutti clienti. Niente di più. Non avrei mai potuto avere una relazione sentimentale con un uomo che mi aveva in precedenza pagato. Avrei pensato che potesse pagarne altre". Per lei la prostituzione è falsità. "Quegli uomini mentivano. E anch'io mentivo. Sorridevo sempre. Mai avrei loro confidato i miei problemi. La prostituzione è un mercato di falsari". "Ai clienti - dice Monika - ho detto le cose che volevano sentire. Menzogne". Brigitte ricorda freddamente gli uomini che hanno bisogno di parlare: "Non li si può aiutare. L'idea secondo la quale le prostitute sarebbero terapeute del sesso è assolutamente falsa. Se li ascoltavo, era solo perché in tal modo avrei trascorso meno tempo a far sesso". Brigitte, assunta in un club di scambisti dove l'ha trascinata il marito, descrive il suo progressivo inabissamento nella prostituzione, ma anche la sua capacità di resistere. "La maggior parte dei clienti mi dava del tu. Io gli davo sempre del Lei. Per mantenere le distanze". Aggiunge, parlando dei clienti: "Molti mi chiedevano perché lo facessi. Generalmente rispondevo che lo facevo liberamente, in modo autodeterminato. Così troncavo il discorso. I clienti non devono saper niente della nostra vita". 

Magnaccia: dalla violenza alla manipolazione
Come si può  affermare che piaccia qualcosa da cui si mantengono saggiamente le distanze? E cosa significa aver scelto? Se Mylène è caduta nella prostituzione, è a causa dell'urgenza di rimborsare i debiti di gioco contratti da suo marito. La pressione dei conviventi, la manipolazione dei prosseneti, categoria che è elegante ritenere che sia in via di estinzione fatta eccezione per i bruti e rozzi individui che sarebbero presenti solo in Albania o in Ucraina, costituiscono una dimensione banale del paesaggio della prostituzione. Se in Francia i vecchi pezzi grossi sono scomparsi, rimane però un gran numero di "magnaccia di prossimità", che le dirette interessate, spesso le donne che hanno un rapporto sentimentale con loro, non sono in grado di identificare e di rifiutare, allo stesso modo delle vittime delle violenze coniugali. Spesso uomini, ma anche donne, diventate maestre nell'arte di giocare con sentimenti quali il bisogno di affetto, di riconoscimento e di valorizzazione. Il  continuo ricambio di donne prostituite sembra assicurato dal fatto che procacciatori molto giovani setacciano i locali notturni o i centri commerciali per trovare  le eventuali prede. Certi prosseneti sono in grado di esercitare una fortissima influenza. "E' nella mia testa, è dentro di me", dice Laldja parlando del marito magnaccia che l'ha indotta ad entrare in un bar dove si esercita la prostituzione a sua insaputa, avvalendosi di due minacce: inviare delle foto compromettenti alla sua famiglia in Tunisia, privarla della possibilità di vedere la figlia di cui lui ha l'affido. "A 20 anni ero manipolata come l'adepta di una setta", dice a sua volta Nicole Castioni. 
I gesti "affettuosi", la generosità (temporanea), la sapiente banalizzazione della prostituzione, l'introduzione in un ambiente presentato come "glamour" sono le efficaci armi impiegate dagli zelanti compagni. Quando non viene usata la violenza fisica: Brigitte, schiacciata da un debito di 700.000 franchi per  essersi fatta garante del marito per l'acquisto di un bar,  stanca, molestata e picchiata, finirà per prostituirsi. Violenze coniugali e prostituzione sono d'altronde strettamente connesse in molti racconti autobiografici. La "massaggiatrice" Anaïs è apparentemente la tipica donna giovane, libera, seducente e colta che fa sognare i clienti. I retroscena? Abbandonata dalla madre, sballottata in 17 successive famiglie, manipolata da un marito disoccupato e violento che le vanta i meriti della sua ex, naturalmente "massaggiatrice ": "Mi ha instillato il timore che mi avrebbero tolto il figlio, per cui mi sono prostituita". Manipolazione, molestie: l'arte raffinata di un prosseneta che sa perfettamente che nulla sarà più insopportabile alla sua compagna dell'idea che il figlio soffra quel che lei stessa ha sofferto; che sfrutta la mancanza di autostima di Anaïs,  il dolore di essere stata abbandonata da piccola. "Mi metteva in una situazione tale da indurmi a pensare di avere assolutamente bisogno di lui. Quando in realtà ero io  a pagare tutto. Ero io che mantenevo la famiglia. Davo un sacco di soldi a questo porco. Lui se li è tenuti tutti. Se potessi, lo ammazzerei. Lo odio. La cosa peggiore non è la violenza fisica: i lividi passano. La cosa peggiore è la violenza psicologica, le molestie".
Che cosa sanno i clienti delle vere ragioni che inducono a prostituirsi questa giovane francese che a volte rientra a casa in lacrime? La sua libertà? Sì, esiste. Anaïs "conta su di sé". "Dopo tutto, - dice - ne ho passate di cotte e di crude, perciò vado avanti". Che cosa pensano i clienti di una giovane donna che in loro presenza mostra un'incredibile loquacità? Che le piaccia prostituirsi? In realtà, questo comportamento le serve a scongiurare la paura: "Mi mostro talmente sicura di me da riuscire a cacciare quelli che non mi piacciono. In effetti, essi sono convinti che io abbia un protettore".

Un'esperienza devastante
Il malessere, il male di vivere che rappresentano la sorte delle moltissime persone che hanno vissuto o vivono ancora la prostituzione sono rimossi, ignorati, a beneficio di un discorso che si vende meglio, più mediatico e, soprattutto, più adatto al liberismo. "Le violenze fisiche non sono nulla rispetto a un dolore interiore che vi dilania, vi impedisce di respirare" - dice Leïla. "Quello che facciamo, ci divora interiormente, allo stesso modo di una malattia. Ci divora interamente: fisicamente, moralmente, psicologicamente. Ci sprofonda nella depressione", dichiarava Alexandre, prostituta di 26 anni in una trasmissione televisiva. Monika, casalinga a 14 anni e che, all'età di 20 anni, ha subito rapporti con 20-30 clienti al giorno in un bar in cui si pratica la prostituzione, descrive un vero incubo: "Come si sopporta questa cosa? Non la si sopporta: la si vive, si fa il vuoto dentro di sé. Non si può piangere. Se si provano emozioni, diventa intollerabile. Quindi non si sente più niente. I clienti sono sovrani: hanno pagato, vogliono palparvi. Non si ha diritto di rifiutare un cliente. E ce ne sono di violenti." Mylène, aprendo la porta del bagno, mostra una sfilza di detergenti: prodotti che, dieci anni dopo il suo passaggio attraverso la prostituzione in Germania, "di lusso" e regolamentata, continua ad usare per lavarsi. "La cosa più pesante è di essere stata comprata: io pago e tu non sei niente. Mi servo di te come di un vaso da notte, per svuotarmi".
Le parole usate sono dure. Rémi, che dopo un'infanzia di tenerezza ha conosciuto soltanto la violenza della famiglia, descrive la crudezza quotidiana dell'ambiente in cui si prostituisce, il modo in cui gli uomini che incontra lo usano per poi buttarlo via. "All'inizio, nessun problema. Si è come pezzi di carne su uno scaffale. Finché è fresca, si vende bene". Paul, transessuale, è rassegnato: "Quando si è transessuali, si viene continuamente presi in giro". Parla con brio della clientela danarosa: "borghesi col sigaro", "persone che si divertono", " il marito che non ha mai avuto avventure con gli uomini e viene da me per provare", omofobi. "I più schifosi non siamo noi" - dice Paul che si guarda in modo spietato. "I più schifosi sono i burattini seduti in macchina". Paul ricorda quando arrivava sul marciapiede con una sbarra di ferro per difendersi. Quando ha smesso di battere il marciapiede, pesava soltanto 56 chili. 
Per alcune come Monika che non andrà mai a raccontarlo in Tv, i mesi di prostituzione sono stati l'esperienza dell'annientamento. "Non nutro più alcuna fiducia in me stessa. Sono stata distrutta. Sono stata stuprata. Ho perso la mia identità. Quanti anni ho? Chi sono io? Come mi chiamo? Assumo antidepressivi. Mi sembra di  non essere in grado di far altro che di provocare gli uomini". Come Naïma, si preoccupa "per tutte quelle ragazzine che non sono accorte e che i fidanzati possono indurre a prostituirsi". Vorrebbe parlare, anche urlare, raccontare la sua storia, evitare ad altre ed altri di vivere, per ignoranza o incoscienza, quel che lei ha vissuto. Muriel subisce il divieto di parlare: "Mantengo il silenzio su ciò che ho vissuto. Se ne parlassi, sarei presa in giro come ex prostituta. Le persone non mi considererebbero più un essere umano, non sarei più in grado di far nulla. Non posso svelare il mio passato, anche se a volte la testa mi esplode". Tutte o quasi tutte provano una sorta di impedimento a parlare. Il rischio dell'onta, dello stigma, il rifiuto della società di capire.
Obbligo del silenzio, difficoltà di uscirne, senza una mano tesa, senza un legame con l'esterno. "Si vive in un mondo a parte, si mette una pietra sopra  ciò che c'è fuori. In effetti, è come vivere in una setta", riassume Christine, alludendo alla difficoltà di uscire dall'ambiente per rimettere piede nella società. La prostituzione costituisce infatti una delle forme più compiute di reclusione: reclusione a causa dello stigma, della perdita di autostima, dell'isolamento crescente, dei debiti contratti, della percezione che la società "normale" sia terrificante e ipocrita, della paura di essere smascherate dai vecchi clienti. Abbandonare la quotidianità della prostituzione, per quanto dura  essa sia, significa affrontare l'angoscia dell'ignoto, il vuoto, il giudizio degli altri; significa lacerare il tessuto della propria biografia, i legami intrecciati nell'ambiente, dimenticare i bei momenti. E' la stessa cosa che accade alle vittime della violenza coniugale. Molte restano nell'ambiente non perché a loro piaccia prostituirsi, ma perché la società le abbandona alla marginalità e all'onta, rifiutandosi di offrire loro delle alternative.
Alcuni ed alcune, fortunatamente, spesso grazie ad un'attività di accompagnamento lunga e paziente, riescono a sfuggire da questa realtà  senza prospettive. Il lavoro di ricostruzione della propria esistenza è talvolta lungo e doloroso: bisogna trovare un impiego, avere un reddito, un alloggio, nel momento stesso in cui lo Stato reclama  imposte arretrate di importo astronomico [ n.d.t in Francia le prostitute  pagano le tasse], che spingono di nuovo a prostituirsi. Sorgono anche difficoltà relazionali, la necessità di riconciliarsi, soprattutto con gli uomini, la cui immagine non è certo positiva dopo aver fatto esperienza della prostituzione. "Non ho alcuna voglia di stare con gli altri. Dopo quello che ho passato, mi sento sporca. Sono incapace di intraprendere una relazione con qualcuno" dice Gisèle, che si è prostituita per quattro anni per comprarsi l'eroina. Mylène ha impiegato degli anni per poter ricominciare a vivere normalmente. "Dopo essere uscita dalla prostituzione, non sopportavo più il sesso. Una mano maschile sulla spalla bruciava come il fuoco. Per tre anni non ho più avuto alcun rapporto sessuale. Non potevo proprio. Ero totalmente apatica, anestetizzata".
Brigitte, partita da casa a 14 anni "per essere libera", prostituta in un appartamento e assoggettata ai prosseneti, parla dei soldi come di una droga simile alla cocaina e della prostituzione come di un'esperienza distruttiva. Oggi è priva di illusioni: "Non batto più il marciapiede. Ho incontrato un uomo; tradisce la moglie....Non c'è dialogo nelle coppie. Non fanno sesso, non ne parlano nemmeno. Non c'è dialogo. La norma è quindi il tradimento". E' diffusa la diffidenza nei confronti degli uomini, reputati "falsi", "subdoli" ,"bugiardi". Mylène l'esprime con rabbia: "Bisognerebbe dir loro: se sapeste cosa pensiamo di voi! A che punto vi detestiamo, vi disprezziamo per il fatto che ci comprate. Vi disprezziamo anche quando vi trattiamo con gentilezza e vi ricopriamo di lusinghe".
Molte e molti di loro esprimono un senso di rivolta: "Lo Stato sembra volere che ci siano delle prostitute! Ne ha bisogno! Ebbene! Io lo sono stata! E mi sono drogata per sopportare tutti quegli uomini!" "La differenza tra noi e le ragazze dell'Est consiste nel fatto che loro hanno dei clienti più pericolosi. Ma la prostituzione è devastante nello stesso modo. Si vivono le stesse esperienze". Mylène vive la sua condizione in modo ancora più duro: "Per di più, io l'ho voluto! Non ho mai avuto una pistola puntata alla tempia! Quando è così, non si ha nemmeno la scusa di essere state vittime. Si è scelta questa vita. Ma che la si sia scelta o meno, il trauma è lo stesso". Conclude Christine: "I prosseneti sono dei criminali che mercificano le persone, ma i clienti sono dei ladri d'anima, degli stupratori d'anima". 



L'Humanité - Traduzione di Maria Rossi


[...] Incontro con Laurence Noëlle che all'età di 17 anni finisce in strada e diventa un'ombra fra le ombre. L'autrice di Renaȋtre de ses hontes racconta anni di drammatiche esperienze e di tentativi di sfuggire al sistema prostituente.

Laurence Noëlle ci accoglie in salotto, in Bretagna. Accavalla le gambe e sprofonda nel divano. Racconta, anticipa spesso le domande, si espone. E' rimasta in silenzio per 28 anni. Poi, nell'aprile 2013, è uscita dall'ombra pubblicando il libro Renaȋtre de ses hontes. A 46 anni affida alle pagine del libro tutti quegli anni di violenze, di abusi sessuali e di prostituzione, l'esperienza "più distruttiva" della mia vita. Penalizzazione dei clienti, abolizione della prostituzione o, ancora, "libera scelta" delle persone che affittano il proprio corpo, Laurence Noëlle entra nel merito dell'attuale dibattito e  offre, a viso scoperto, una testimonianza dell'inferno della prostituzione. Un modo, per lei, di dare l'esempio alle donne che rimangono ancora chiuse nella loro sofferenza. Oggi, questa formatrice professionale ritiene di essere la prova vivente che da questo inferno si possa uscire e si possa  compiere un percorso di autorealizzazione.

Qualche anno fa, Lei ha raccontato la sua esperienza nella prostituzione a viso coperto. Perché oggi si mostra pubblicamente?

Laurence Noëlle: Avere il coraggio di mostrarmi fa parte del mio percorso verso la guarigione. Non è che si esce immediatamente da una situazione difficile perché si capisce quel che ci sta accadendo. Ho avuto bisogno di percorrere una tappa per volta. Prima di scrivere questo libro, non mi sarei mai mostrata in pubblico. Provavo troppa vergogna. Ma dopo la sua pubblicazione, confesso di essere ancora molto turbata. Ho continue sinusiti, nausee. Non posso ingannare nessuno: il mio corpo esprime disagio. E' come se subissi una depurazione ancora più profonda. E' doloroso per me uscire dall'ombra. Ma bisogna pure che qualcuno inizi. Lo faccio perché altre si sentano autorizzate a  farlo. Per dire che è possibile uscirne, che è possibile crearsi una vita diversa, che è possibile uscire dalle violenze che abbiamo subito.

Molte persone idealizzano la figura della call-girl. Lei ha usato parole dure per descrivere la prostituzione, che ha vissuto

Laurence Noëlle: Lavoravo in via Saint-Denis a Parigi. Ero giovane e carina. Carne fresca. Ogni giorno avevo una trentina di rapporti sessuali. Mi ricordo che le donne che si prostituivano da più tempo erano molto gelose perché non avevano quasi più rapporti. Ero un automa che saliva e scendeva in continuazione dalle auto dei clienti. Nel momento stesso in cui sono finita sul marciapiede, sono diventata un'ombra fra le ombre. Ho perso la mia dignità di persona. Una parte di me è morta. Ero diventata un oggetto, un rifiuto, esattamente come lo ero stata all'inizio della mia vita. Ero soltanto vergogna e umiliazione. Sembra più bello definirsi call-girl che prostituta. Ciò non toglie che si tratti di una strategia di evitamento della vergogna. Anche le call-girls si detestano, ma ritengono di valere perché hanno clienti benestanti. Ma il pagamento di denaro da parte di un cliente costituisce di per stesso una violenza. Quando si compra qualche cosa, si ha il diritto di essere esigenti.

Lei scrive nel suo libro che la prostituzione è stata l'esperienza più distruttiva della sua vita. Come ha fatto a sopportarla?

Laurence Noëlle: La sopportavo bevendo e drogandomi. Sono anestetizzanti. C'è la prostituta: l'oggetto. E c'è l'essere umano. Si opera una dissociazione. Provavo ribrezzo per me stessa. Dopo ogni rapporto, mi precipitavo in doccia, tanto mi sentivo sporca. Umiliata. Dovevo allora bere un altro bicchiere o farmi un'altra pista di coca. Tutto il corpo e in particolare la vagina mi faceva terribilmente male. La prostituzione non è quel che accade nel film Pretty Woman. Quando ero sul marciapiede, ho aspettato un Richard Gere. Non è mai venuto a salvarmi.

Che pensa delle persone che affermano di prostituirsi per libera scelta?

Laurence Noëlle: Lo dicevo anch'io quando c'ero dentro. Per farsi accettare dalla società, è meglio parlare della propria libera scelta che evocare il proprio dolore. Tutti dicono che ci prostituiamo per libera scelta. Questo mi fa pensare agli alcolisti. Essi affermano di saper gestire la propria situazione. Chi ne esce confessa di aver sofferto. Quando si è dentro la prostituzione, non si vede nulla, si nega tutto. Quando eravamo piccole, non sognavamo forse di fare le dottoresse o le panettiere? Che ne abbiamo fatto dei nostri talenti e delle nostre qualità? Non penso che fare un pompino sia il sogno di una bambina. La prostituzione consiste nell'affittare il proprio corpo a qualsiasi uomo lo desideri. E non sono tutti Brad Pitt. Chieda ad una donna che si ama, che si stima di prostituirsi. Non lo farà, nemmeno se è povera.

Com'è finita nella prostituzione?

Laurence Noëlle: La prostituzione è una scelta disperata. Sono caduta in una rete di magnaccia. Ero una preda ideale: una ragazzina povera, abbandonata a se stessa, bisognosa di affetto. Poiché da bambina ho subito abusi sessuali, mi sono percepita come un oggetto schifoso e ripugnante. Mi disprezzavo. In tal caso, perché concedersi il diritto alla felicità? La prostituzione era anche un modo per punirmi. Mi sentivo in colpa fin da piccola. E poi, adottando una strategia di sopravvivenza, mi dicevo di lasciare che gli altri mi facessero quello che volevano e di tacere. Non volevo essere lasciata. Avevo 17 anni ed ero sola. Preferivo prostituirmi piuttosto che perdere l'affetto della mia sfruttatrice e del mio sfruttatore. Temevo anche le loro minacce. Ho rimpianto spesso di non essere fuggita prima. Ero così convinta di essere capace soltanto di prostituirmi! Non mi è mai venuto in mente di rivolgermi alla polizia.

La prostituzione è una violenza di gravità pari all'incesto che ha subito?

Laurence Noëlle: E' la stessa cosa. Ha lo stesso significato. Lascia che ti facciano quello che vogliono e taci. Faccio quello che voglio di te. In un rapporto normale, c'è il rispetto reciproco, c'è lo scambio. Non c'è una persona che intima all'altra di aprire le gambe, che esige un pompino. Che ne è del desiderio dell'altra, che ne è dell'amore? Non c'è amore nella prostituzione.

Non è esagerato affermare che spesso le persone prostituite hanno subito violenze nell'infanzia?

Laurence Noëlle: No, non lo è. Tutte le donne dell'ombra che conosco hanno vissuto storie orribili. Avendo subito abusi sessuali nell'infanzia, da adulte, sviluppano comportamenti distruttivi. E' l'umiliazione che ci fa credere di essere soltanto degli oggetti, di essere disprezzabili. Perché una ragazza lavorerà da MacDonald's per pagarsi gli studi e un'altra si prostituirà? La differenza è che la prima si rispetta,  ha un buon grado di autostima, la seconda no. Se amo me stessa, mi rispetto. Non affitto il mio corpo a chiunque.

Alcuni parlano della riapertura delle case chiuse, della regolamentazione. Che ne pensa?

Laurence Noëlle: Il dolore per le persone prostituite rimarrà lo stesso. I clienti saranno sempre gli stessi, con le stesse pretese, le stesse fantasie. Si parla spesso della prostituzione con vocaboli edulcorati. Si discute per stabilire se si tratta di un lavoro, si invoca la libertà. La verità è soffocata. Si dice che alle prostitute piaccia quel che fanno. Ma come può piacere il fatto di avere una trentina di rapporti sessuali per notte con uomini di ogni genere, di qualsiasi età e classe, bassi, alti, grassi, magri, aggressivi, perversi, dipendenti dal sesso, malati mentali, svitati? Molti di loro disprezzano le donne e pensano ancora che esse si dividano in due categorie: le sante e le puttane. Vogliono sfogarsi, vendicarsi, insultare le prostitute durante il rapporto. E far loro male. Dal momento che i clienti pagano, si sentono autorizzati a fare qualsiasi cosa. Penetrano le donne immediatamente, ritenendo che non abbiano bisogno di preliminari. Un giorno dovrò spiegare dettagliatamente che cosa significa passare una notte con i clienti. Parlarne è troppo doloroso per me.




Cosa pensa del dibattito sulla penalizzazione del cliente e sull'abolizione della prostituzione?

Laurence Noëlle: E' una discussione annosa! L'80% delle donne soffrono nella prostituzione e noi dovremmo ascoltare invece un'infima minoranza che non soffre? Si dovrebbe forse impedire la promulgazione della legge, [n.d.t sull'abolizione della prostituzione] perché non la vogliono quelle che si proclamano orgogliose di prostituirsi? Sì, la penalizzazione dei clienti può determinare un'evoluzione della situazione. Ma non sarà l'esistenza di una legge a risolvere immediatamente il problema. Essa segna però dei limiti invalicabili. L'abolizione è la risposta alla domanda: in quale società vogliamo vivere? E' un bene, perché è l'affermazione della possibilità di cambiare il mondo.

Perché così poche persone uscite dalla prostituzione osano parlare in pubblico?

Laurence Noëlle: Temono il giudizio degli altri. Molte sono contente che tutti sappiano che cos'è la prostituzione grazie al mio racconto. Ma non sono pronte a mostrarsi in pubblico, neppure quelle che ne sono uscite bene, come quell'infermiera o quella animatrice socio culturale che conosco. Le capisco. Anch'io ho avuto molta paura di perdere il mio lavoro di formatrice. E paura anche del trattamento che le persone avrebbero potuto riservare ai miei bambini, alla mia famiglia. Ho paura di essere disprezzata. Devo ancora pagare un prezzo 28 anni dopo essere uscita dalla prostituzione? Ci si trascina questo peso come un detenuto che non riesce a liberarsi dalle catene.

Il suo libro ha provocato reazioni ostili?

Laurence Noëlle: Per ora, ho ricevuto piuttosto messaggi di simpatia. Molte persone mi appoggiano e mi dicono che il mio libro può aiutare a cambiare la mentalità. Scrivendo questo libro, cioè ricomponendo le tessere del puzzle della mia vita, ho cercato di capire perché avessi assunto comportamenti distruttivi. E mi trovo con un mare di inviti da ogni parte. Sono una delle prime donne ad uscire dall'ombra, quando per 28 anni non sono stata in grado di sopportare la visione di trasmissioni o di film che trattavano della prostituzione o degli abusi sessuali. Ho scoperto l'esistenza dell'Unione delle Sopravvissute alla tratta degli Stati Uniti, che mi ha contattato per far parte della loro rete. Non ho la passione della militante. Potrei rifiutare questi inviti, ma penso che la vita mi richieda di esserlo. Sono stata ascoltata dall'Assemblea Nazionale la prima volta il 29 maggio 2013 a porte chiuse. Uscendo ho pianto per ore, ma di gioia. E' un bel regalo per me constatare che il mio libro può rendere possibile un progetto di legge contro il sistema prostituente. E' una forma di autorealizzazione. E' offrire un piccolo contributo e se ciascuno di noi lo offre, il mondo cambia.

Come è riuscita ad uscire dalla prostituzione?

Laurence Noëlle: Chiedendo aiuto. Ma bisogna scegliere le persone giuste, quelle che non giudicano, quelle che si prendono il tempo necessario per capire. Saper ascoltare è fondamentale. Mi hanno aiutato persone che hanno valorizzato le mie capacità, che hanno creduto in me. Se si è convinte di poterne uscire, ci si offre delle chances per raggiungere questo traguardo.

I mezzi sono sufficienti?

Laurence Noëlle: E' vero che non esiste nulla al di fuori delle associazioni. Non c'è reinserimento sociale. Tutto deve essere ripensato. Quando si esce dalla prostituzione, si è oppresse dalla vergogna, dall'alcool, dalla droga, dalla frigidità, dall'umiliazione. Si è distrutte. Ed è allora facile ricaderci. La società deve cambiare il modo di concepire la prostituzione. Si devono formare assistenti sociali che capiscano bene come funziona il sistema prostituente. Si possono approntare tutti gli strumenti materiali possibili, ma se non cambia il modo di considerare le prostitute, non cambierà nulla.

Il periodico Closer ha rivelato la relazione del presidente francese Francoise Hollande con l'attrice Julie Gayet. Il presidente ha deplorato la violazione della sua vita privata. La compagna ufficiale del presidente - la premiere dame - la giornalista Valerie Trierweiler, ha avuto un crollo psicologico ed è stata ricoverata in ospedale. 

Durante la conferenza stampa sulla politica nazionale e internazionale, il presidente ha detto di mantenere il principio per cui gli affari privati si trattano in privato e ha chiesto il rispetto della sua intimità. 

Il ministro della Cultura, Aurelie Filippetti ha annunciato la revoca della nomina dell'attrice-produttrice Julie Gayet dai membri della giuria dei borsisti per l'Accademia di Francia a Roma, che ha sede a Villa Medici a Trinità dei Monti.

Il caso di Francoise Hollande è diverso da quello di Dominique Strauss-Khan e da quello di Silvio Berlusconi. Una relazione extraconiugale è diversa da molestie e violenze sessuali e da un sistema di prostituzione.

Il presidente ha diritto alla privacy. In primo luogo sta a lui saperla tutelare. Se la privacy viene violata il fatto va imputato ai giornali di gossip, non al giudizio pubblico. Si può discutere sulla legittimità dei giornali di gossip, tuttavia una volta che un fatto è reso noto, il pubblico si forma la sua opinione, che si ripercuote sulla valutazione della persona del presidente.

I moralisti giudicano il numero delle sue partner e la sua stabilità sentimentale. I libertari rifiutano questo tipo di valutazioni, rivendicano la libertà sessuale, la possibilità di cambiare vita, negano il valore della fedeltà coniugale

Più laicamente, è possibile riconoscere al presidente il diritto di condurre lo stile di vita che più gli piace. Nel rispetto degli altri. E' infatti, lecito valutare in modo negativo la sua capacità di mentire, di ingannare, di essere sleale. Ignoriamo i patti che legavano Francoise Hollande a Valerie Trierweiler, e non possiamo giudicare con certezza. Se l'ha ingannata, le ha fatto del male e questo può incidere nel giudizio sull'affidabilità del presidente. Quel che è sicuro, è che egli ha esposto, non solo la sua, ma anche la privacy della sua compagna ufficiale ad una pubblica intrusione.

Rispetto al tradimento della fiducia e alla esposizione della privacy della sua compagna, lo stato civile della coppia è del tutto ininfluente e sorprende sia stato da più parti puntualizzato come fosse un argomento pertinente. Siamo per il riconoscimento delle coppie di fatto. Hollande ha il diritto di conoscere lo stato di salute della sua compagna ricoverata in ospedale. La sua compagna ha il diritto di esigere lealtà, se lealtà le è stata promessa.

Mentre si discute se sia giusto o no, che il presidente paghi le conseguenze dei suoi atti, Valerie Trierweiler è ricoverata in ospedale e Julie Gayet è estromessa dalla giuria dei borsisti per l'Accademia di Francia a Roma.



di Maria Rossi


Sul settimanale Gli Altri Angela Azzaro ha recentemente pubblicato un articolo nel quale paventa il pericolo rappresentato dalla approvazione della proposta di legge francese che abolisce la prostituzione che comporterebbe, a suo parere, un ulteriore rafforzamento del moralismo in Italia, Paese vicino. 

Non riconoscendo al progetto alcun significato progressista, Azzaro si stupisce che sia stato presentato dai socialisti (e sostenuto con convinzione - aggiungo- dai comunisti e dal Parti de Gauche), anziché dall'estrema destra di Marine Le Pen, la quale, invece, in perfetta consonanza con le istanze del capitalismo e del patriarcato, propone di rafforzare l'industria del sesso con la riapertura delle case chiuse, in sintonia con la Lega Nord e con una parte del centro destra in Italia.

L'opposizione alla politica abolizionista francese - osserva Azzaro - si è manifestata anzitutto con la presentazione dell'appello dei maiali: Giù le mani dalla mia puttana, un titolo che ritengo illustri con estrema chiarezza la visione che i clienti hanno delle donne che si prostituiscono, non solo perché esse vengono designate con un appellativo misogino, ma, soprattutto, perché ne viene rivendicata la proprietà, l'appartenenza, l'appropriazione, ciò che comporta il disconoscimento della loro umanità, della loro autonoma soggettività, confermando così come per gli stessi clienti la prostituzione si configuri come una condizione di perdita della libertà. Io ti pago e tu ti pieghi, appunto. 

Azzaro richiama poi il manifesto antiabolizionista stilato dal cantante Antoine e sottoscritto tra gli altri da Catherine Deneuve e da Charles Aznavour: un appello che dimostra una scarsa conoscenza della legge appena approvata dall'Assemblea Nazionale francese, dal momento che esprime, tra l'altro, il rifiuto della criminalizzazione delle persone che si prostituiscono, mentre il provvedimento in questione abroga il reato di adescamento attivo e passivo previsto dalla Loi pour la sécurité intérieure del 2003, che sanzionava le persone che praticano rapporti mercenari. 

Per sostenere la sua tesi sul presunto moralismo implicito nella politica abolizionista (da lei denominata proibizionista), Angela Azzaro si ispira al pensiero di Élisabeth Badinter, da lei addirittura gratificata del titolo di regina del femminismo francese. Per la verità non è che Badinter sia particolarmente apprezzata dalle militanti del femminismo del suo Paese e ciò fin dall'epoca della pubblicazione di XY de l'identité masculine, un saggio tutt'altro che recente, visto che risale al 1992. Il suo credito è tale che è stata persino inclusa in un opuscolo di denuncia del mascolinismo!

Prescindiamo pure da queste considerazioni e analizziamo la retorica di Badinter. 

Esiste la prostituzione libera – osserva – praticata da persone che decidono consapevolmente e senza costrizione di disporre del proprio corpo. Io, da vecchia femminista degli anni Settanta, penso che una donna abbia il diritto di usarlo come vuole. O lo Stato vuole promuovere l’ideale di una sessualità sempre e solo legata all’amore? E chi gliene dà il diritto?.
In primo luogo l'esercizio della libertà di scelta presuppone che non si sia soggetti a pressanti condizionamenti esterni ed interni e che si disponga di una gamma sufficientemente ampia di opzioni. Ora: la stragrande maggioranza delle donne prostituite è originaria di Paesi (Africa o Europa dell'Est) devastati dalle politiche neoliberiste. Spesso emigrano in Europa Occidentale, gravate da un debito che è fonte di sfruttamento spietato e che le costringe a ricorrere alla pratica dei rapporti mercenari. Strumento di accumulazione capitalistica, il debito si configura come una forma di spossessamento e di rafforzamento della subordinazione delle persone (in questo caso delle donne) che lo contraggono e come un dispositivo attraverso il quale chi detiene il capitale esercita il suo potere sulla vita di chi è costretto ad indebitarsi.

Anche in Occidente, il neoliberismo e le successive politiche di austerità con le quali è stata affrontata la crisi economica hanno prodotto ed incrementato la precarietà del lavoro e la disoccupazione, inducendo molte donne a far ricorso alla prostituzione per garantirsi la sopravvivenza. Da uno studio del 2004 [Home office (2004) Solutions and Strategies: Drug Problems and Street Sex Markets: London: UK Government] risulta che il 74% delle prostitute del Regno Unito individua nella povertà, nella necessità di sostenere le spese per l'affitto o il mutuo e di provvedere al mantenimento dei figli le cause che le hanno condotte a praticare rapporti mercenari.

La povertà, insieme all'etnia, è anche la principale causa della prostituzione delle minorenni ad Atlanta in Georgia: il 90% delle ragazze che la praticano è afroamericana e non gode di sufficiente istruzione. Il 40% delle giovani afroamericane non ha completato la scuola superiore, il 34% è in condizioni di povertà, che risulta particolarmente grave nel 21% dei casi.

Nella Grecia economicamente distrutta, dove la percentuale della disoccupazione giovanile ha ormai raggiunto il 75% del totale, il numero delle prostitute è aumentato del 150% in questi ultimi due anni.

In Italia, infine, come documenta il Censis, nel 2012 ha subito un incremento notevole la prostituzione anche minorile come deriva estrema della povertà.

Il sistema prostituente non è soltanto fondato sulle diseguaglianze tra uomini e donne, ma anche su quelle di classe ed etniche. La stragrande maggioranza delle prostitute proviene infatti dai ceti poveri e in tutti gli Stati le donne appartenenti alle minoranze etniche o alle ex colonie sono sovra rappresentate nel mercato del sesso (native in Canada e in molti Paesi dell'America latina, aborigene in Australia, maori in Nuova Zelanda, rom, minoranze etniche in Thailandia, minoranze russe nei Paesi baltici, donne africane ecc..) [Mondialisation de la prostitution, ATTAC France, Claudine Blasco et al., 2007]

Inoltre, una percentuale elevatissima di donne ha subito violenze gravi, spesso l'incesto, durante l'infanzia ed è cresciuta imparando ad usare il sesso come merce di scambio per ottenere affetto ed attenzione oppure, per sottrarsi agli abusi, è fuggita da casa ed è stata reclutata dal mercato della prostituzione, perché non c'era altro modo per sopravvivere.

Se a ciò affianchiamo la giovanissima età di ingresso nel mercato del sesso e la perpetuazione sociale, culturale, mass-mediale dell'ordine simbolico patriarcale che riduce le donne a corpo consacrato alla riproduzione, alla cura e all'appagamento delle istanze di godimento maschile, si comprenderà come ben difficilmente l'esercizio della prostituzione possa configurarsi come il prodotto di una scelta autenticamente libera.

Molti di coloro che la evocano non si interrogano sulle costrizioni sociali, culturali, economiche e psicologiche che influenzano considerevolmente le decisioni individuali. Che significa acconsentire e che ne è del consenso dei dominati e delle dominate? Il lemma in questione può essere assunto in almeno due accezioni: come adesione convinta a qualcosa, ma anche come accettazione, sottomissione alla sorte e al volere altrui. In un sistema sostanzialmente neodarwinista come quello capitalista, specie nella versione neoliberista, sostenere, prescindendo dalle reali condizioni di vita, che i ceti subalterni esercitino un'effettiva libertà di scelta può tradursi nel rafforzamento del potere dei dominanti (incluso quello patriarcale) e dell'oppressione dei subordinati, abbandonati a se stessi e privati di una rete solidale di supporto e di tutela dei loro diritti. Se è così semplice, libero e libertario prostituirsi, perché lo Stato dovrebbe predisporre misure che consentano a tutt* di accedere a un reddito decente e perché noi donne dovremmo lottare per conseguire l'effettiva parità salariale e il superamento della segregazione orizzontale e verticale del lavoro? Prostituiamoci tutte, no? E' così facile! E lo Stato non dovrà preoccuparsi della diffusione della povertà, della disoccupazione e della precarietà.

Scrive Angela Azzaro: In nome delle donne, ma mai della loro libertà, si sta costruendo un immaginario fondato sulla loro presunta ed esaltata debolezza. Qui in realtà non si sta discutendo né di forza né di debolezza, bensì di marcate diseguaglianze di genere, di classe e di etnia, tutte questioni che mi paiono rimosse da chi sembra celebrare invece la libertà di farsi sfruttare ed assoggettare al volere e al potere dei clienti pubblicamente riconosciuti nella prostituzione come padroni sessuali delle donne, come scrive la femminista marxista Carole Pateman. E si sta discutendo di patriarcato alimentato dal capitalismo e, in particolare, dalla fiorente industria del sesso.

E come mai ci parrebbe beffardo glorificare la libertà di scelta in riferimento all'attività dell'operaia, della donna delle pulizie, della badante, della bracciante raccoglitrice di ortaggi per pochi euro (al Nord questo è in genere un lavoro femminile), della precaria operatrice di un call center ecc. e ci sembra invece così normale farvi riferimento nel caso della prostituzione?

Quanto alla libera disponibilità del corpo, essa è stata rivendicata dal femminismo degli anni Settanta allo scopo di ottenere la depenalizzazione dell'aborto e la sottrazione delle donne al dominio maschile. Era, dunque, una richiesta di riappropriazione di se stesse. Ora, invece, l'espressione è intesa nell'accezione opposta, come rivendicazione del diritto di sottomettersi al potere dei clienti. La solita risignificazione post-moderna dei concetti che deriva dalla rassegnazione e dalla rinuncia a modificare lo statu quo, che viene semplicemente rinominato per essere reso accettabile.

Riguardo all'uso del corpo, vorrei poi richiamare la vostra attenzione su alcune considerazioni della sociologa femminista Marie Victoire Louis che mi paiono interessanti. Affermare che "il corpo è mio" significa porre il diritto di proprietà a fondamento della propria identità, a dispetto di tutte le filosofie che pongono la libertà come base della persona. Sostenere erroneamente che il corpo è dissociato dall'essere umano, significa ritenere che esso possa essere venduto o affittato. Una volta che si è riconosciuta a ciascuno la proprietà del corpo si è legittimata la capacità di ogni altro di sfruttare, dominare e appropriarsi di altri esseri umani. La dissociazione del sesso dal corpo, del sesso dall'essere umano e del corpo dall'essere umano è di per se stessa una negazione della persona. Una simile operazione, osserva Louis, può legittimare lo sfruttamento prosseneta del corpo delle donne, così come la schiavitù. Sarebbe più corretto pertanto dire che il corpo sono io, non che il corpo è mio.

E' assolutamente ingiustificata, poi, l'idea di Badinter secondo cui lo Stato francese, con la promulgazione della legge che abolisce la prostituzione, abbia inteso promuovere, in un rigurgito di moralismo, questo o quell'altro ideale di sessualità, in primo luogo perché il ricorso di un cliente a un rapporto mercenario, più che una pratica sessuale, può essere definito una forma di esercizio del dominio su una donna, in secondo luogo - mi pare ovvio - perché il Parlamento d'oltralpe non ha affatto sancito che il sesso debba essere praticato solo all'interno di un rapporto sentimentale e stabile o nell'ambito del matrimonio, né che debba essere etero, omo o bisessuale, finalizzato alla riproduzione, in coppia, in gruppo o da soli, né tanto meno ha legiferato in merito alle posizioni del Kāma Sūtra consentite e a quelle vietate. Queste sono assurdità.

All'accusa di moralismo spesso rivolta alle femministe abolizioniste vorrei replicare riportando alcune riflessioni di Ronan David, sociologo marxista, ricercatore all'Università di Caen. 

Non si tratta di difendere la morale sessuale borghese e puritana, la morale dei parroci e degli imams, di difendere il matrimonio, l'astinenza, la castità o, ancora, i rapporti eterosessuali come i soli legittimi [...] Si tratta piuttosto di stabilire una differenza tra la liberazione del corpo e della sessualità e lo sfruttamento postmoderno, mercantile e cinico della sessualità. Perché il presunto immoralismo dell'età postmoderna è legato, una volta di più, alla logica capitalista di reificazione del corpo e della sessualità. [Ronan David, Postmodernité et différence de sexes, in «Illusio», n.4/5 , 2007, p.49]

Quest'età [postmoderna] che suppone d'altronde che tutte le produzioni culturali, scientifiche, artistiche si equivalgano, che si dichiara tollerante nei confronti di tutti gli stili di vita, ivi compresi quelli che si iscrivono in una logica di oppressione o di repressione, (prostituzione [...] ecc.), è, in effetti, una vera postura ideologica che maschera la realtà concreta dei rapporti sociali [Ibidem, p.33]

Né si può identificare l'abolizionismo con la contrapposizione tra donne per bene e donne per male, non fosse altro perché a comporre il movimento ci sono moltissime sopravvissute alla prostituzione e femministe che si sono prostituite come Andrea Dworkin. Le donne che praticano rapporti mercenari non sono affatto donne per male: questo linguaggio e queste convinzioni non appartengono alle femministe abolizioniste. Le persone che si prostituiscono meritano assoluto rispetto.

Non mi piace, semmai, che i clienti prostitutori vengano collocati sullo stesso piano delle donne, che essi riducono a meri oggetti sessuali. Avete mai letto le recensioni pubblicate nei forum frequentati dai clienti: spazi di omosocialità nei quali gli utenti manifestano la propria adesione al modello di maschilità egemone imperniata sull'oggettivazione sessuale delle donne, sulla competizione, sull'affermazione e sulla narrazione della propria potenza erotica? Il linguaggio impiegato in molte recensioni è estremamente aggressivo: sfondare di brutto il culo o la fregna, puntellare di brutto un ano, Invito tutti gli amici della sorca romana a spaccare loro il culo per bene, martellate d'ano; oggettivante, con la riduzione della donna, per sineddoche, a singole parti del corpo, per giunta, indicate con vocaboli irridenti; sprezzante ed umiliante, caratterizzato dall'uso di classici epiteti sessisti come : "troie", "zoccole", "manze", "esose puttane", "cessa", chiavica, porca, baldracca, ma anche più fantasiosi come navi in disarmo, vacca tibetana, o espressioni come [mi piacciono le] troie che non pijano na lira ma solo puntellate... I clienti si percepiscono come tecnici che sperimentano l'efficacia e le prestazioni di un prodotto, di una macchina da sesso e, pertanto, impiegano verbi come provare, periziare, testare, effettuare un controllo di qualità. In altri casi, invece, concepiscono il rapporto mercenario come l'impressione del proprio marchio sulla donna-merce, per cui parlano di mettere una tacca o di timbrare una prostituta o una sua parte del corpo (le natiche).

E' giusto collocare sullo stesso piano le donne che si prostituiscono e chi le disumanizza e le reifica in questo modo?

Impegniamoci piuttosto ad individuare soluzioni adeguate affinché nessuna ragazza, nessuna donna debba essere più trattata come una baldracca testata da tizi che pretendono, per aver scucito qualche euro, di sfondarle la fregna o l'ano.

Scusate la conclusione poco elegante e parecchio volgare, ma ritengo che la realtà vada conosciuta e non debba essere edulcorata.

Powered by Blogger.
© 2010 Massimo Lizzi Suffusion theme by Sayontan Sinha. Converted by tmwwtw for LiteThemes.com.