A Sassari, un uomo ha aggredito una donna, violando il domicilio di lei e poi picchiandola. La Nuova Sardegna ne ha dato notizia, con un articolo titolato Lei lo sveglia troppo presto e lui la riempie di botte. a firma di (lu.so.). L'articolo è analizzato e criticato da Michela Murgia con un post su Facebook. Per la scrittrice, l'articolo racconta l'episodio della violenza dal punto di vista dell'abusante. L'autore dell'articolo Luigi Soriga, non gradisce le critiche e attacca Murgia in modo insultante con un post di replica. La vicenda è riepilogata da un articolo del Ricciocorno. Uno dei blog che ha aderito alla lettera aperta promossa dal sito In Quanto Donna, indirizzata al direttore della Nuova Sardegna, per chiedere che l'informazione chiami la violenza con il proprio nome. Lettera alla quale ho aderito io stesso.

La questione è importante, perchè il modo di fare informazione, forma o conferma i modelli culturali dell'opinione pubblica. Un modello culturale che confonde la violenza con il conflitto, la comprende e ne legittima la plausibilità, ne costituisce una condizione favorevole. Se la narrazione della violenza continua ad assumere il punto di vista del violento, i violenti continueranno a pensare di essere in diritto di agire come tali, o quanto meno di poter avere delle ragioni comprensibili dall'ambiente circostante, e forse anche dalle autorità.

Sul tema dell'ironia e sugli argomenti impertinenti usati dal Soriga nella sua autodifesa, ha scritto bene il Ricciocorno. Mi limito ad evidenziare il sessismo che fa da sfondo a riferimenti e definizioni: la tintura dei capelli, la femminista invasa, la maestrina dalla penna rossa. Due sono i punti difensivi. Il giornalista dichiara di aver voluto usare un tono ironico e di non considerare il violento una persona normale. Quindi, è chiaro che starebbe dalla parte della ragazza. Non c'è motivo di non credergli, tuttavia questi due punti, anziché risolvere, sono parte del problema.

L'ironia è una modalità di comunicazione ambigua. Il suo contenuto può essere facilmente frainteso. Specie su temi sui quali non vi è una condivisione di valori e di interpretazioni. Come si può leggere in un altro articolo dello stesso autore, il molestatore è ridotto a corteggiatore maldestro, la donna che lo denuncia una disagiata psicofisica, che solo fosse stata meno fragile se la sarebbe sbrigata con uno schiaffone. Di fronte a chi legge così la realtà, l'ironia è davvero inappropriata.

Chi ironizza forse ridicolizza, forse attribuisce poca importanza, forse vuol far passare contenuti inaccettabili se detti seriamente, forse rivela quel che pensa realmente. Chi vuole essere chiaro, non sceglie di essere ironico. Chi vuole un paravento per proteggersi da eventuali critiche, invece spesso sceglie di essere ironico. Come che sia, nel leggere l'articolo non ho colto un particolare tono ironico da parte dell'autore. Traspare solo un senso di sottovalutazione, come se l'autore pensasse di raccontare un fatto di cronaca poco importante e un po' ridicolo. In fondo pensa che lui non sia normale. Non è normale aggredire una donna, perchè ti ha svegliato troppo presto. In effetti, non lo è, non dovrebbe esserlo, sul piano della norma della convivenza civile. 

Ma il giornalista pensa che l'aggressore non sia normale di cervello. Cioè, sia un matto. Molti articoli di cronaca rappresentano i partner violenti come dei matti, persone con problemi psichiatrici o psichici, in preda alla rabbia o alla passione, o a qualche altro sentimento negativo, la frustrazione, l'umiliazione, l'avvilimento, la paura, etc. I quali reagiscono in modo sconsiderato a qualcosa agito da lei, che se non ci fosse stato, avrebbe permesso di mantenere la quiete e di evitare la tempesta. Un vecchio motto popolare dice che ai matti bisogna sempre dare ragione. Così, se lui è matto, lei è almeno inopportuna. Spesso i giornalisti, in modo esplicito o implicito, serio o ironico, si precipitano a dare una spiegazione psichiatrica o psicologica del violento che poi solo in minima parte trova riscontro nelle perizie. Quasi sempre, il violento è un normalissimo prepotente. Uno che pensa di dover dare una lezione a chi non vuole sottomettersi. Un bel guaio se lo pensano anche i giornalisti. Gli stessi che poi si irritano se ricevono una lezione da una scrittrice. A riprova del fatto che non vi è condivisione di valori e di interpretazioni. In un mondo normale, sarebbe scontato che in cattedra ci deve stare chi scrive libri e non chi mena le mani.

L'ultimo nato tra i quotidiani di carta, Pagina99, ha chiuso dopo 35 giorni di pubblicazione. Un record. Il quotidiano Pubblico di Luca Telese aveva chiuso dopo 103, nel settembre 2012. Pagina99 è un secondo giornale, cioè un quotidiano in competizione, non con La Stampa, il Corriere della Sera, la Repubblica, ma con il Fatto, l'Unità, il Manifesto. A giudicare dalle firme sembrava soprattutto una scissione del Manifesto.


In generale non lo so. Vedo che gli esperimenti chiudono rapidamente e che i vecchi giornali declinano, ragionano sulla trasmigrazione integrale nel web. Quindi, pare di no. In particolare, cioè a me personalmente, non serve. Di Pagina99 ho letto alcuni articoli, li ho trovati interessanti, ma non ne sono diventato un lettore affezionato.  Per due motivi. 

Le notizie le trovo sul web, prendendole un po' da tutti i giornali, anzi ormai con i social-network sono spesso loro che trovano me. Quasi in tempo reale. A cosa potrebbe servirmi un giornale, un giornale solo, in carta, che mi racconta e analizza le stesse cose il giorno dopo? Poteva esserci la differenza della comodità. Leggere su carta, specie gli articoli di approfondimento, è meglio che leggere sul monitor di un computer. Ma ormai esistono i tablet e gli smartphone. La differenza di comodità è annullata o addirittura invertita.

Riesco a riconoscermi in qualche giornalista, ma non più in un solo giornale. Un tempo il mio giornale era il Manifesto. La scelta del giornale implicava una scelta di appartenza ad una ideologia, ad un'area politica, ad una comunità di persone, parte di una orbita interna od esterna ad un grande partito, quale era il PCI e l'immediato ex PCI. Il Manifesto ne era la coscienza critica. In principio era stato potenzialmente lo strumento organizzativo di un nuovo partito. Insomma, aveva una funzione che andava oltre l'idea di fare soltanto informazione.

Oggi un nuovo giornale di carta deve fare i conti con la concorrenza del web e di tutti i dispositivi digitali che soppiantano la carta e con il vuoto pneumatico della politica. Così gli mancano sia lo spazio, sia l'utilità. I promotori del nuovo giornale sicuramente ci avranno pensato, ma lo hanno fatto lo stesso. Forse perchè per molti giornalisti, nati e cresciuti prima della rete, il giornale di carta è l'autentico e nobile formato dell'informazione. Qualcosa di simile ad una questione di status, ad una questione di rango.

Il maschilismo possiede due definizioni di donna: la puttana e la madonna. La televisione è più ipocrita del web. Marco Travaglio non può offendere la presidente della Camera come fa il suo amico Grillo mediante i propri fans. Così si limita a ironizzare sul suo essere santa, santuzza, santarella, con l’aureola, il piedistallo e i ceri.

Ho visto solo ieri la puntata di Servizio Pubblico titolata La ghigliottina. Giusto per vedere cosa è stato detto e come. Una trasmissione senza sorprese. Numerosa ma poco incisiva la presenza femminile: Concita De Gregorio, Irene Tinagli e Giuditta Pini. Un elemento surreale della trasmissione era il rappresentante del popolo in studio. Quello che denunciava che la gente non arriva alla fine del mese e muore di fame: il milionario Flavio Briatore. 

La questione della violenza simbolica sessista animata dal blog e dalla fanpage di Grillo contro Laura Boldrini è stata di volta in volta trattata come 1) schifo, nel senso di maleducazione, volgarità, vigliaccheria degli anonimi, 2) divertimento, nel senso che le parole pornografiche suscitano immancabilmente risate e sghignazzi soprattutto maschili, uno dei motivi per cui le risposte ironiche non disinnescano un fico secco; e 3) diversivo, nel senso che a dire di Michele Santoro e Marco Travaglio, si parla di queste cose per non parlare dei regali alle banche. Come se il diversivo fosse stato introdotto da chissà chi. Il fatto che Laura Boldrini sia oggetto di una aggressione in quando donna, come Cecile Kyenge lo è stata in quanto nera, non è mai stato messo a fuoco, se non una volta, timidamente dalla ex direttrice dell'Unità.

La trasmissione poteva dire una parola chiara contro la violenza sulle donne, ancorché violenza virtuale. E poi dedicare tre ore di approfondimento alla riforma bancaria e alla liceità della ghigliottina. Avrebbe così evitato l’ambiguità/complicità sul sessismo e avrebbe parlato molto bene di quell'altro che tanto stava a cuore, al conduttore e al suo primo editorialista. Invece ha scelto di essere superficiale su tutto per un tempo spropositato. Irene Tinagli ha detto che la ricapitalizzazione di Bankitalia è soltanto una operazione contabile, non un vero trasferimento di denaro pubblico e tra tutti quelli che desideravano finalmente parlare dei regali alle banche, nessuno si è soffermato a confutarla. Fino all'intervista conclusiva di Marine Le Pen, deputata a scagionare Grillo dall'accusa di fascismo. Con l'effetto complessivo di minimizzare e banalizzare, quindi normalizzare e legittimare la violenza. Se i violenti del blog e della fanpage di Grillo sono i potenziali stupratori, i benevoli e ironici conduttori e commentatori di Servizio Pubblico sono i potenziali indifferenti.

http://www.theguardian.com/politics/2014/feb/09/laura-boldrini-italian-politician-rape-threats
Ancora oggi, la fanpage di Servizio Pubblico ripropone il video amatoriale sulla Boldrini in macchina per, solo in relazione al video, attribuire alla presidente il giudizio di «sessista» e «violento». Seguono una serie di commenti che dicono che no, il video non è tale, è solo uno scherzo. Il modo provocatorio con cui il video è stato usato, la domanda allusiva dello stesso Grillo, la sequenza di insulti, offese e minacce che ne sono prevedibilmente seguite (l'ennesima volta in tanti mesi), tutto offuscato, in un deprimente esercizio di rimozione e negazione collettiva.



Il diritto del personale sanitario ad opporsi alla pratica 
dell'interruzione di gravidanza continua ad essere garantito


di Maria Rossi


Martedì scorso l'Assemblea Nazionale francese ha approvato un emendamento al progetto di legge sulla parità tra uomini e donne, presentato da deputati e deputate socialiste, che riforma la normativa sull'interruzione volontaria di gravidanza, introdotta nell'ordinamento giuridico d'Oltralpe nel 1975 (legge Veil) e modificata il 4 luglio 2001 su proposta di Martine Aubry ed Elisabeth Guigou (loi Aubry). Il nuovo articolo 5 quinquies C del progetto di legge sulla parità tra uomini e donne sopprime il concetto di "détresse", un vocabolo polisemico che indica sofferenza, depressione, solitudine, disperazione, pericolo, indigenza. La legge Veil del 1975 la prevedeva come causa legittimante il ricorso all'aborto. Con la sua cancellazione, l'interruzione volontaria di gravidanza diventa un diritto esigibile, senza alcuna limitazione, da tutte le donne che vogliano farvi ricorso, anziché prospettarsi come una mera concessione vincolata al verificarsi di determinate condizioni. L'emendamento è stato sostenuto ed approvato da tutti i deputati e le deputate di sinistra, mentre ha incontrato l'opposizione del partito di destra UMP e, naturalmente, del Front National. Prima di essere inserito nell'ordinamento giuridico francese, l'articolo deve essere approvato senza modifiche dal Senato.

Nel corso della stessa seduta l'Assemblea Nazionale ha respinto a larghissima maggioranza l'emendamento presentato dal deputato dell'UMP Jean-Fréderic Poisson che mirava a sottrarre l'aborto dall'elenco delle prestazioni gratuite. Poisson non ha ricevuto neppure l'appoggio del suo partito. Il suo emendamento, infatti, è stato respinto con 142 voti contrari e solo 7 favorevoli. L'interruzione volontaria di gravidanza rimane così un intervento totalmente rimborsabile dal servizio sanitario.[Le Parisien 21.01.2014].

La notizia sulla modifica della legge francese sull'aborto è stata riportata in Italia da alcuni correttamente (ad esempio dalla pagina facebook delle ragazze del blog Un altro genere di comunicazione), da altri in modo piuttosto confuso. Si è sostenuto che la riforma approvata martedì infliggerebbe una sanzione penale di due anni di carcere e una ammenda dell'importo di 30.000 euro agli obiettori di coscienza. Non è esattamente così. La questione è più complessa e merita di essere chiarita.

Il diritto del personale sanitario ad opporsi alla pratica dell'interruzione di gravidanza è garantito dall'art. L 2212-8 del Codice della sanità pubblica che non è stato affatto modificato od abrogato, come erroneamente taluno sostiene, dall'assemblea Nazionale. L'art.8 della legge n. 2001-588 del 4 luglio 2001 sull'aborto (meglio nota come legge Aubry) prevede però che il medico obiettore debba indicare alla donna interessata i nomi dei colleghi disposti ad eseguire l'intervento. Questa disposizione conferisce alla legge francese quell'efficacia che manca a quella italiana.

La comminazione di due anni di carcere e di un'ammenda di 30.000 euro è prevista invece dal 2001 (sottolineo dal 2001, non da martedì scorso!) dall'art. L.2223-2 del Codice  della sanità pubblica, così come modificato dall'art 17 della legge Aubry, a carico di chi impedisce o tenta di impedire l'interruzione volontaria di gravidanza o gli atti che la precedono sia ostacolando l'accesso alle strutture che la praticano, intralciando la libera circolazione al loro interno e il lavoro del personale sanitario, sia esercitando pressioni psicologiche e morali, minacce o atti di intimidazione nei confronti di chi effettua l'intervento o nei confronti delle donne che vogliono abortire o di chi le accompagna.

Il 17 settembre 2013 il Senato ha approvato all'unanimità un emendamento che integra quest'articolo con l'aggiunta delle parole "ou de s'informer sur ces actes", configurando come reato gli impedimenti all'acquisizione da parte delle donne interessate di informazioni corrette sull'interruzione di gravidanza nelle strutture che la forniscono come i centri di pianificazione familiare. Questo emendamento (n.91) non è stato ancora  discusso dall'Assemblea Nazionale e, quindi, non sappiamo se verrà approvato.

In conclusione, suggerisco a tutte le blogger, prima di lanciarsi in invettive, di assumere  le necessarie informazioni sugli argomenti di cui trattano. Non siamo giornaliste professioniste, ma abbiamo il dovere, credo, di offrire alle nostre lettrici e ai nostri lettori notizie chiare e corrette.

  


di TK


Concita de Gregorio scrive un articolo sullo stupro di gruppo denunciato da una ragazzina di 16 anni.

I referti medici sembrerebbero confermare la versione della ragazza ma le indagini sono ancora in corso. Siamo quindi ancora in quella fase delicatissima in cui solitamente la vittima è esposta ad un ulteriore stupro, questa volta non da parte del primo branco. In questa fase è alla mercè dell’opinione pubblica, su di lei grava il giudizio sociale, la condanna che la vede connivente quando non istigatrice. In questa fase il silenzio sarebbe dovuto. Invece Concita De Gregorio, che più volte nell’articolo ribadisce che non sa ciò che è successo, decide di raccontarcelo comunque. E non bastano i tanti “forse” e “probabilmente”a giustificare questa scelta.

Sostanzialmente De Gregorio sostiene che si tratta di un problema educativo, una questione culturale. E la colloca in questa generazione, come se lo stupro fosse un nuovo reato di cui nelle precedenti non c’è traccia. Chissà che ne penserebbero Rosaria Lopez e Donatella Colasanti.

Si, certo, il problema è culturale ma di quale cultura stiamo parlando? La individua bene il Ricciocorno, la cultura dello stupro, al cui servizio, usata come un manganello, è la colpevolizzazione della vittima.

Questione culturale che però non deve servire a diluire le responsabilità individuali (sarà mica questo il primo strumento da fornire ai nostri ragazzi?):

Il sindaco ieri ha detto che «inquieta che questi ragazzi non distinguano il bene dal male». Inquieta, certo. Pone il problema della responsabilità. È loro, che geneticamente, naturalmente non sanno distinguere o è della generazione che li ha cresciuti, e non gli ha fornito i ferri essenziali per l'opera di elementare distinzione? È dei figli o dei padri, la colpa?

La responsabilità individuale ha radici genetiche (il maschio violento in quanto portatore di cromosoma y?) oppure va attribuita in toto ai “padri” (e un po’ anche all’alcol suvvia!)? È questa la riflessione culturale di cui abbiamo bisogno, anzi di cui hanno bisogno i nostri ragazzi? Sono questi gli strumenti che dobbiamo fornire ai nostri figli?

E alle nostre figlie? Che il nostro “tempo avariato” avrà fine quando sapremo insegnare loro a non mostrare le mutande, come i nostri nonni hanno insegnato alle nostre madri? L’analisi della cultura dello stupro oggi, proposta da De Gregorio, insomma cosa è? Le concause dello stupro sono ragazzi che non sanno cosa è bene e cosa è male (ma sanno che occorre un palo per nascondere le proprie gesta) e ragazze che mostrano le mutande per essere accettate ed entrare a far parte dell’harem? Un’equa distribuzione di colpe, anche se non di responsabilità.

Ma la cosa davvero drammatica è che questa analisi è fatta con colpevole leggerezza sulla pelle di una ragazzina di sedici anni che sta vivendo un dramma che la segnerà per la vita, comunque vada a finire. I fatti relativi a questa denuncia di stupro vanno ancora accertati, c’è solo un fatto certo: questa sedicenne ieri ha dovuto leggere una femminista che ci dà una lezione culturale usandola come esempio, per raccontarci che:

Forse non ha nemmeno lottato per evitare quel barbaro rituale che chissà, magari era proprio quello che l'avrebbe fatta diventare grande, finalmente. Forse per qualche tempo ha pensato: è stato quello che doveva essere.

Questa ragazzina ha dovuto leggere che “forse”, “probabilmente” non ha saputo dire di no quando le hanno chiesto di mostrare le mutande, perché è una fortuna essere ammessa nell’harem.

Questo è inaccettabile. Questo è vergognoso. Perfino peggiore delle esternazioni di Giovanardi.

Il blog Un altro genere di comunicazione scrive un duro post di critica ai contenuti espressi dalla De Gregorio, con tanto di evidenziazioni testuali e relativi commenti. Un post sostanzialmente condivisibile, in ogni caso legittimo. Loredana Lipperini ritiene di intervenire, non sui contenuti su cui più volte ribadisce di non volersi pronunciare, ma sui presunti infami moventi che spingono Uagdc a criticare De Gregorio. Una modalità già vista in altra occasione, per cui la dura critica a contenuti viene dirottata su un terreno non proprio corretto: attribuzione di presunti biechi moventi che screditano l’interlocutore e liquidano le critiche. Nonostante il diritto al rispetto di questa ragazza, calpestato con leggerezza da una femminista dotata di megafono, per di più in nome della cultura e dell’educazione delle giovani generazioni, sia ben più importante della lesa maestà di un personaggio pubblico, Lipperini sceglie di puntare il dito su chi muove critiche al personaggio pubblico. De Gregorio la risolve ribadendo: “Molti hanno capito, qualcuno no, lo ripropongo”. Non ritiene di spiegarsi meglio se per caso si fosse spiegata male.

Io credo che la radice culturale della violenza sulle donne sia davvero questione importante, che va affrontata con chiarezza e grande senso di responsabilità.
Se questa ragazzina è stata violentata non è certamente colpa  delle donne, anche quando sposano il punto di vista patriarcale, con o senza megafono. In questo dissento profondamente da Uagdc. Ma se davvero educazione e cultura sono la chiave, credo che massima dovrebbe essere l’attenzione a non lasciare spazio a pericolose ambiguità. E massima la disponibilità a chiarire eventuali fraintendimenti, qualora ce ne fossero, su questioni su cui i fraintendimenti non sono ammissibili. Soprattutto se si scrive sul primo quotidiano italiano per numero di lettori, nonchè giornale di riferimento del centrosinistra.
Ancora di più se queste ambiguità e confusioni passano sulla pelle di una ragazzina di sedici anni, ridotta a semplice pretesto per una riflessione che probabilmente vorrebbe essere di più ampio respiro ma che finisce per essere l’ennesima colpevolizzazione della vittima.

Sul cosiddetto DL femminicidio mi ha colpita una delle critiche mosse da De Gregorio e ripresa da molte altre. L’aggravante nel caso in cui la vittima è una moglie, compagna, fidanzata le appare comprensibile dal punto di vista del legislatore. È chiaro il vincolo di fiducia che viene tradito ma teme che questa aggravante possa segnare una discriminazione culturalmente delicatissima verso le donne che non hanno legami con un uomo. Confonde così la gravità dei moventi di un crimine con il presunto maggior valore di chi ne è vittima.
Io mi chiedo invece se questo stesso articolo non sia espressione di una discriminazione culturalmente accettata e trasversalmente condivisa nei confronti di quelle vittime (le più numerose) che sono legate in qualche modo ai loro carnefici e sulle quali, per questo, grava un giudizio di corresponsabilità.
Se questa ragazza avesse denunciato uno stupro subito da estranei in strada, sarebbe stata usata come pretesto per parlare con rimpianto dei moniti dei nostri nonni? E' una trappola, bambina. Se ti chiedono di mostare le mutande, vattene, ridigli in faccia e torna a casa.
Io credo di no. E mi convinco che quella aggravante sia importante, non tanto in senso repressivo ma proprio culturale.

Questo è il commento di una lettrice di De Gregorio, certamente non mossa da livore:  

Grazie Concita, quel giorno tornerà come per me è stato, mia nonna, classe 1907, mi diceva «fuggi! Ti vogliono fregare, se chiedono rispondi no, se ti toccano grida, guarda dritto negli occhi e non temere di essere te stessa, tu sei il tuo tesoro» Si questo yogurt è schifoso lo dissolveremo nell'acqua della fonte e la corrente lo porterà lontano, le mie figlie conoscono questa storia che è diventata mia ed ora appartiene loro come la libertà.

È questo che va detto a una ragazza che ha avuto il coraggio di denunciare uno stupro di gruppo (i cui fatti vanno accertati, certo. Senza “forse” e “probabilmente", però)? È questo il cambio di paradigma, di sguardo, che dobbiamo insegnare ai nostri figli e le nostre figlie? L’uomo è cacciatore, la donna deve sapere scappare.

È questo che dovevamo capire?


Riferimenti:
Sedicenne stuprata a una festa da cinque compagni di classe (Repubblica 19.10.2013) 
Franca, stuprata da 5 “amici” tutti a piede libero! (Mary 21.10.2013)
La sedicenne di Modena che ci svela il nostro abisso (Concita De Gregorio)
Concita De Gregorio e lo stupro di Modena: retoriche paternaliste, Billionaire e yogurt avariato (UAGDC 22.10.2013)
Loredana Lipperini sul post di UAGDC
La risposta di UAGDC a Loredana Lipperini
Un “cinque” allo stupro, con colpa o dolo (Doriana 22.10.2013)
Concita De Gregorio e l'analisi illogica di uno stupro (Detta Lallla)
Lo Stupro (Il Ricciocorno 23.10.2013)
Atlante dei luoghi comuni (Leonardo Tondelli 23.10.2013)
Da una ragazza di 16 anni. (Uagdc)
Concita De Gregorio e la cultura dello stupro (commenti su FB)

La presidente della camera è intervenuta ad un convegno intitolato «Convenzione di Istanbul e media». La Convenzione di Istanbul è il documento del Consiglio d'Europa per la prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne. La Convenzione ratificata dall’Italia ai sensi della legge 27 giugno 2013, n. 77. Nella Convenzione c'è scritto: «Le Parti adottano le misure necessarie per promuovere i cambiamenti nei comportamenti socio-culturali delle donne e degli uomini, al fine di eliminare pregiudizi, costumi, tradizioni e qualsiasi altra pratica basata sull'idea dell'inferiorità della donna o su modelli stereotipati dei ruoli delle donne e degli uomini». (cfr. Blog No alla violenza sulle donne). Scopo del convegno era capire come i media possono contribuire all'applicazione della Convenzione di Istanbul.

Per l'applicazione della Convenzione, Laura Boldrini ha citato l'importanza di alcune questioni. Che il governo investa risorse finanziarie e materiali. Che gli obiettivi siano fatti vivere dai media. Nell'uso delle parole scelte dal giornalismo. Nel superamento degli stereotipi. Che la cura al linguaggio e l'avversione agli stereotipi sia avvertita come importante anche dagli uomini e la lotta alla violenza cessi di essere la questione di un genere. In una replica in video al dibattito seguito, Boldrini indica la necessità di un piano per l'occupazione femminile, perchè se esiste lo stereotipo della donna casalinga è anche perchè ancora troppe poche donne lavorano.

Del discorso della presidente, i giornali hanno evidenziato in particolare una battuta: «penso alla pubblicità, a certi spot italiani in cui papà e bambini stanno seduti a tavola, mentre la mamma in piedi serve tutti; oppure al corpo femminile usato per promuovere viaggi, yoghurt, computer. Spot così, vi assicuro, in altri Paesi europei ben difficilmente arriverebbero sullo schermo».




Questa battuta, apparentemente ovvia e facilmente condivisibile, ha scatenato una reazione virulenta. Soprattutto da destra e dall'area grillina, ma anche da giornalisti del Fatto o da ex giornalisti del Manifesto e di Liberazione. UAGDC ha titolato: «Tutti vogliono la mamma che serve a tavola. Il sessismo che unisce destra e sinistra». C'è chi ha ironicamente parlato di «Larghe intese sessiste».

Fatta la tara degli strepiti e degli insulti, gli argomenti usati contro l'affermazione della Presidente della Camera sono pochi e confusi.

Un'argomento consiste nella negazione del problema. Nello stesso intervento o in una sequenza di interventi della stessa persona, in uno dei tanti topic di FB, è possibile leggere che: 1) gli stereotipi nella pubblicità non esistono; 2) esistono, ma sono un riflesso della società; 3) esistono, ma non fanno nulla di male, i problemi sono altri. Dunque un intervento inutile. Ma un intervento inutile, sommario, banale dovrebbe passare inosservato. Invece proprio i sostenitori dell'idea che «i problemi sono altri» hanno comunque passato ore e giorni a contrastare con ostinazione la messa in discussione dello stereotipo della mamma che serve a tavola, come se proprio questo fosse un grave problema. Evidentemente lo è per chi, anche inconsapevolmente, ci tiene a conservare i ruoli tradizionali e nel vederli messi in discussione si sente attaccato nella propria identità. E nei suoi piccoli privilegi. Dire che i problemi sono altri, in ultima istanza, significa sostanzialmente dire che i problemi che riguardano le donne sono poco importanti.

La questione invece esiste sia nel senso che la pubblicità è influente nel riprodurre stereotipi sessisti, quindi cultura, sia nel senso che tali stereotipi concorrono nel favorire la discriminazione e la violenza. Le donne, fra impegni dentro e fuori casa, lavorano più degli uomini. Le donne guadagnano significativamente meno degli uomini. Le donne hanno a disposizione una quota molto minore di tempo libero rispetto agli uomini (2 ore e 37 minuti contro 3 ore e 36 minuti). Le donne si occupano delle faccende domestiche per 5 ore e 10 minuti al giorno, mentre gli uomini arrivano appena a 2 ore e 4 minuti. (Contaminazioni.info)

Negli stessi termini usati da Laura Boldrini il problema è spiegato da una esperta di pubblicità e comunicazione come Annamaria Testa(...) “la pubblicità non nasce «nel vuoto». Rispecchia a e amplifica e semplifica gli usi e i costumi e i pregiudizi più diffusi. Si esprime all’interno del più ampio sistema dei media. Trasmette il gusto dei suoi committenti aziendali. Questo non vuol dire che la pubblicità sia innocente: ha responsabilità grandi proprio perché è efficace anche quando diffonde e rafforza modelli di ruolo arcaici, sistemi di disvalori, stereotipi deleteri” (...) cos'è che permette di definire "sessista" una pubblicità? Quali sono i campanelli d'allarme? Il tema è certamente delicato. "E' sessista - spiega Testa - una campagna che usa il corpo femminile come strumento di appeal sessuale per promuovere in modo non pertinente un prodotto (un pannello solare, un cibo, un programma software). Ma è sessista anche usare in maniera intensiva stereotipi che riducono l'identità delle donne all'essere "casalinghe" e basta. E' sessista la comunicazione che non mostra le donne come persone ma solo come automi che curano la casa e seducono". Secondo la nota pubblicitaria, tutto il sistema dei media, pubblicità compresa, contribuisce ad amplificare e a orientare l’immaginario collettivo, sia femminile che maschile. “Il sistema dei media diffonde modelli di ruolo, stili di vita, sistemi di valori e di desideri, e chiunque lavori con il sistema dei media è tenuto ad assumersi la responsabilità dei messaggi che manda in giro. Le immagini e le narrazioni sono potenti, suggestive, si radicano nella memoria. E dunque sì, anche la rappresentazione pubblicitaria che viene fatta delle donne ha il suo peso”.  (Se la pubblicità offende la donna).




Chi afferma con una certa superficialità che Laura Boldrini dovrebbe occuparsi di altro invece che di partecipare a questi convegni, oltre ad ignorare i suoi interventi su altre materie, non tiene conto del fatto che la presidente della camera ha agito sulla base delle decisioni del parlamento che ha ratificato la Convenzione di Istanbul e ne ha rappresentato i contenuti, anche nella battuta «incriminata». 

Un altro argomento contro la presidente della camera consiste nel ventilare un pericolo di censura. Ma Laura Boldrini nel suo discorso è stata chiara nell'escluderlo. Riferendosi al coinvolgimento dei media si è così espressa: «Un lavoro da fare insieme, nella diversità dei ruoli, senza nessuna forzatura e senza alcuna volontà censoria. La Convenzione lo dice con chiarezza: tra i valori da rispettare ci sono anche l'indipendenza e la libertà di espressione dei media. Quel che si propone, e che oggi qui prende il via, è una riflessione che metta a confronto punti di vista diversi, per capire se e come l'informazione possa aiutare la società italiana a maturare una maggiore consapevolezza dell'insopportabile gravità della violenza contro le donne; e se, per portare questo aiuto alla società, il sistema mediatico non debba anche fermarsi un momento a ragionare sui suoi stessi meccanismi di funzionamento, su certi "riflessi condizionati" della professione giornalistica». E la Convenzione da lei richiamata infatti dice: «Le Parti incoraggiano il settore privato, il settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e i mass media, nel rispetto della loro indipendenza e libertà di espressione, a partecipare all’elaborazione e all’attuazione di politiche e alla definizione di linee guida e di norme di autoregolazione per prevenire la violenza contro le donne e rafforzare il rispetto della loro dignità».

Un terzo argomento accusa la presidente della camera di voler mettere in discussione la libera scelta delle donne. Le quali, si presume da questo punto di vista, desiderino essere servizievoli a casa con il marito e con i figli, in quanto il loro sarebbe un gesto d'amore. In verità, discutere l'univocità della rappresentazione mediatica non toglie nulla alle libere scelte individuali nella vita privata. Nè elimina in assoluto la donna che svolge mansioni domestiche, semplicemente aggiunge altre rappresentazioni. Vale quanto scrive il blog del Ricciorcono: «Io ho presente il piacere che si prova a compiere un atto completamente disinteressato nei confronti di una persona che amo. Sono convinta che anche molti uomini provano il medesimo piacere: diamo visibilità anche a loro. Così forse la smetteremo di fare confusione fra i vari significati della parola “servire” e potremmo godere tutti godere appieno della gioia di rendere felice la nostra famiglia».

L'argomento dell'amorevole scelta femminile della servitù è stato in particolare veicolato dalla lettera diffusa su molte bacheche di FB, titolata «Cara Boldrini, sono una mamma che serve a tavola e ne va fiera». La lettera è stata oggi pubblicata dal blog di Beppe Grillo. Più volte rilanciata dalla pagina FB di Beppe Grillo. Osserva Lorella Zanardo che il post così pubblicato, rispecchia evidentemente la linea del blog. Una linea che ci fa tornare all'immaginario benpensante degli anni Cinquanta. Una mamma che dichiara il piacere di servire il marito e i figli dopo una giornata di lavoro.

La fonte originale della lettera della «mamma che serve a tavola e ne va fiera» è firmata da Silvia Cirocchi. E' il direttore editoriale, ma sarebbe meglio dire la direttora, di Quelsi Quotidiano. Il suo nome compare anche in una scheda biografica di Elio Vito, già deputato e ministro del PDL: Nel 2007 ha sposato nella cappella di Montecitorio, a San Gregorio Nazianzeno, l’avvocato Silvia Cirocchi, nozze celebrate da monsignor Rino Fisichella. Sarebbe stato meglio scrivere avvocata. Dunque, a quanto pare, più che una mamma del popolo, un'avversaria politica di Laura Boldrini. La lettera è parodiata da un post esilarante di Sabrina Ancarola.

Grillo, non contento della sola lettera di una mamma italiana, ha pensato di provare a smentire le affermazioni di Boldrini con un video sugli spot all'estero, che sarebbero come quelli italiani. Mostra 4-5 spot stranieri, dove in verità le mamme si vedono mentre servono i figli, ma non i mariti. Due uomini compaiono a tavola per un istante, ma non sono serviti. Non è dichiarato di che periodo sono gli spot, ne quale sia il paese di provenienza, salvo riconoscere la lingua. Ciò detto, il punto non è la confutazione di un assoluto, fin troppo facile come di ogni assoluto. Quella di Boldrini era chiaramente una iperbole. Voleva dire che in Italia la donna è rappresentata quasi esclusivamente come domestica, all'estero invece è rappresentata un po' in tutti i modi, e quindi certo che tra tutti i modi è possibile trovare anche spot in cui fa la domestica. Peraltro, sarebbe impossibile trovare in Italia una pubblicità come questa.

Il noto aforisma di un uomo misogino quanto Grillo, ma molto più filosofo, diceva che «Ogni buona idea attraversa tre fasi: dapprima viene derisa, poi viene duramente contestata, infine accettata come ovvia e risaputa». L'idea della opportunità di superare lo stereotipo della «mamma che serve a tavola» l'avremmo ormai immaginata nella terza fase, quella dell'ovvio e risaputo. Ma proprio in questi giorni abbiamo scoperto che, per una parte di questo paese, sta ancora faticosamente attraversando le prime due.


Riferimenti:
Immagini di pubblicità sessiste
La convenzione di Istanbul
«Convenzione di Istanbul e Media»: un incontro per cambiare (Luisa Betti)
Intervento di Laura Boldrini al convegno «Convenzione di Istanbul e media»
Di pubblicità, linguaggio e lista delle priorità (Lorenza Valentini)
Tutt* vogliono la mamma che serve in tavola. Il sessismo che unisce destra e sinistra (UAGDC)
Attribuzione di significato (Il Ricciocorno Schiattoso)
Il gioco facile (Antropologia e Sviluppo)
Care amiche di sinistra (Matteo Leonardon)
Laura Boldrini è una bacchettona e l'Italia non è sessista #sarcastico (Antonello Piras)
L'antisessismo a macchia di leopardo (No alla violenza sulle donne)
Le donne che verranno: intorno al discorso di Laura Boldrini (Lorella Zanardo)
Godo a Servirvi: dal Blog di Beppe Grillo (Lorella Zanardo)
Donne che odiano le donne (Contaminazioni)
Cara Boldrini, sono una mamma che serve... (Sabrina Ancarola)
Se Laura Boldrini è incompetente lo sono anche Onu, Cedaw e Parlamento europeo (Massimo Guastini)

Francesco Alberoni scrive sul Giornale. Il suo articolo di oggi espone in prima pagina una visione molto 'semplice' in materia di immigrazione.

Tutto il mondo è informato che può raggiungere l’Italia e l’Europa imbarcandosi su una carretta nel mediterraneo. Gli italiani fanno a gara per salvare, assistere, rinfocillare i migranti e per ospitarli in centri di accoglienza da cui poi se li fanno scappare. Capita perchè noi italiani siamo vecchi e i nostri giovani non hanno voglia di lavorare. Dunque abbiamo bisogno degli immigrati. Ma ora siamo in recessione e il lavoro agli immigrati lo dà la criminalità organizzata. Inoltre, il flusso è così rapido da ridurre presto la popolazione italiana in minoranza, senza permettere l’integrazione. Prima facevamo dei buoni accordi con i paesi nordafricani perchè trattenessero i migranti sulle loro coste. Poi è venuta la primavera araba, i governi sono stati destabilizzati, gli accordi sono saltati, la notizia si è diffusa e i viaggi rischiosi sono ripresi e aumentati. Bisogna tornare a fare nuovi trattati, dare mezzi e finanziamenti ai nuovi governi nordafricani perchè trattengano nuovamente gli immigrati e noi, con tutta l’assistenza possibile, dobbiamo respingere in mare le imbarcazioni. Le partenze rischiose si ridurranno appena sarà questa notizia a fare il giro del mondo.

E’ tutta una questione di news. Vi sono notizie che fanno il giro del mondo e altre che non raggiungono neppure professori ed editorialisti. Una notizia apparentemente ignota è che quattro quinti dell’immigrazione giunge in Italia via terra, attraverso il confine orientale. Gli sbarchi sono più appariscenti e anche più evocativi per chi immagina invasioni bibliche, ma costituiscono una quota nettamente minoritaria del flusso migratorio. Anche se gli sbarchi nel 2013 sono aumentati, continuano a rappresentare una cifra irrisoria per un paese accogliente di 60 milioni di abitanti. Quest’anno i migranti sbarcati sono stati poco meno di 8 mila. Con ottomila abitanti una frazione non ha titolo per diventare un comune. 

Altre notizie poco girovaghe sono quelle che riguardano le condanne che l’Italia ha ricevuto dalla Corte europea per i diritti umani a causa della politica dei respingimenti in mare e dalle organizzazioni non governative per la condizione dei centri di accoglienza. Centri a cui è vietato l’accesso alle organizzazioni umanitarie, come ha evidenziato persino il New York Times nel 2011. D’altra parte, se davvero l’Italia volesse assistere, accogliere e impiegare migranti, con la beata solerzia raccontata da Alberoni, permetterebbero loro di raggiungere le nostre coste attraverso le linee di normali navi passeggere, senza impedimenti che provochino viaggi rischiosi.

Gli immigrati, è vero, coprono le mancanze del nostro declino demografico. Producono un decimo della ricchezza nazionale, permettono di mantenere la previdenza in pareggio, pagano in tasse più di quello che ricevono in assistenza. Se c’è domanda di lavoro immigrato, il decreto flussi andrebbe abolito o quanto meno reso proporzionato alla domanda effettiva. Altrimenti quel che programma sono centinaia di migliaia di immigrati irregolari. Quelli che gli xenofobi amano chiamare «clandestini», nonostante sia gente che non si nasconde e che anzi si presenti con nome, cognome, residenza e domicilio per chiedere di essere regolarizzata o per fare domanda di asilo. Ricordo un dato che mi è rimasto impresso. Nel 1998, a Genova vi era domanda per 4 mila colf, ma secodo il decreto flussi potevano rispondere solo in 200. Una insensatezza, che si è ripetuta in tutta Italia negli anni seguenti. Gli immigrati, non solo lavorano come dipendenti, ma anche imprendono. Il primo nome più diffuso tra gli imprenditori milanesi è Mohamed. Quest’anno ha sorpassato Giuseppe.

Ma adesso c’è la crisi. E difatti - altre notizie sconosciute - è cominciato un flusso di ritorno ai paesi di origine e si è ridimensionato il flusso di arrivo per motivi economici, avendo l’Italia perso attrattività.

In Egitto, Libia, Tunisia, Siria, qualunque cosa le popolazioni sappiano degli accordi inapplicati causa instabilità politica - accordi fatti anche con regimi violatori dei diritti umani - di sicuro risultano informate, direttamente sulla propria pelle, delle notizie relative alla repressione e alla guerra civile. E in tanti hanno reagito come profughi in fuga dalla guerra o come emigranti che prevedono il peggio. Finendo per lambire anche il nostro paese. Ben lontano dall’essere tra i primi importatori di profughi, sia rispetto agli altri paesi europei, sia rispetto ad altri paesi ben più poveri del nostro. A fronte di questa situazione, far fare l’ennesimo giro del mondo alla notizia che «vogliamo aiutarli a casa loro», dopo aver provato ad affondarli, potrà avere ben poca influenza. Come ne ha avuta poca tanto sui migranti quanto sugli editorialisti più bellicosi la notizia che in vent'anni la politica europea dei respingimenti ha provocato 20 mila morti nel mediterraneo.

La Stampa presenta una iniziativa: il suo monitoraggio dei femminicidi in Italia. E informa che siamo arrivati ormai a 100 donne uccise dall’inizio dell’anno. Una iniziativa lodevole, come tutti i tentativi di darsi e offrire strumenti per una migliore comprensione del fenomeno.

Un fenomeno ancora poco compreso e sottovalutato. O vissuto con fatalismo. Come dimostra lo stesso articolo introduttivo de La Stampa.

Che mostra difficoltà ad accettare la definizione di “Femminicidio”, perchè sarebbe:
- prima inflessibile e categoricacome tutte le definizioni.
- poi zoppicante “quando deve render conto dell’enorme varietà della casistica reale”.

Eppure molte definizioni hanno più accezioni e sfumature di significato a secondo del contesto. Alcune definizioni - ed è il caso di “femminicidio” - sono categorie interpretative. A zoppicare semmai è la capacità di interpretare e valutare le situazioni. Una difficoltà comprensibile per chi è nato al tempo del delitto d’onore ed è cresciuto tra raptus e delitti passionali. Definizioni che sembravano reggersi bene sulle due gambe, anche di corsa. E pure oggi tornano spesso utili come stampelle.

La parola “femminicidio” non è ancora entrata nei dizionari e continua ad essere oggetto di discussione. E’ entrata nel linguaggio mediatico e istituzionale. Spesso usata in modo approssimativo o limitata ai casi di donne uccise. Mentre il suo significato più corretto è forse quello che la intende come conseguenza estrema della violenza di genere. Quella violenza che esprime e mantiene un rapporto di potere tra i sessi a vantaggio degli uomini.

Il giornalista Raphael Zanotti prende forse spunto dalla definizione di Wikipedia alla prima riga: “Il termine femminicidio si riferisce a tutti quei casi di omicidio in cui una donna viene uccisa da un uomo per motivi relativi alla sua identità di genere”. Nella stessa scheda si può trovare una definizione più estesa, elaborata da Marcela Lagarde:

«La forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine - maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria o anche istituzionale - che comportano l’impunità delle condotte poste in essere tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una posizione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambine: suicidi, incidenti, morti o sofferenze fisiche e psichiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e alla esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia» (Marcela Lagarde).

Esiste dunque una violenza maschile che mira a negare l’identità individuale delle donne, per costringerle entro un ruolo di genere subordinato, quello definito e attribuito alle donne dalla cultura patriarcale. Una violenza privata, nascosta, sottovalutata, spesso negata o ignorata, che rimane impunita e che può sfociare nell’omicidio.

Allora direi di si, il caso del marito che uccide la ex moglie per “gelosia” rientra nel femminicidio, poichè egli vuole avere un diritto di proprietà sulla donna, fino ad affermare un diritto di vita o di morte, mentre gli altri casi, quello del figlio che uccide la madre o dei rapinatori che uccidono una prostituta o una anziana sono da valutare. Certo il fatto che alla vita di una donna si attribuisca minor valore, specie se prostituta o anziana, rientra nella cultura che ispira i femminicidi.

Peccato che l’avvertenza sulla difficoltà di valutare, che chiama in causa anche la competenza e la formazione degli operatori, tanto nei media quanto nelle istituzioni preposte all’esercizio dell’autorità, venga alla fine risolta dal giornalista in modo liquidatorio e molto tradizionale. Per non dire, giustificazionista.

Gli assassassini delle donne sarebbero menti folli. Nessun dubbio stavolta sull’inflessibilità e categoricità della definizione follia. Pure rinforzata: sempre e comunque. L’idea delle menti folli non scricchiola e non zoppica. Nè di fronte ai rapporti di potere, ai ruoli di genere, nè di fronte a piani premeditati, a trappole organizzate, alla decisione di armarsi prima di incontrare la vittima, al procedere per tentativi ed errori. Nè di fronte alla lunga sequenza dei maltrattamenti e delle violenze che spesso precedono il delitto. Nè di fronte all’assenza di dati e perizie che confermino una tale credenza.

Se davvero a La Stampa la pensano così, non si vede quale sia l’utilità di un monitoraggio che alla fine tiene soltanto il conto delle follie. In ogni caso, fanno in tempo a pensarla diversamente. Provino a consultare qualche testo in materia, ad esempio il libro di Lundy Brancroft: Uomini che maltrattano le donne.

Oppure, per restare al di qua dell’Oceano, lo studio criminologico di Isabella Merzagora, che tratta pure il tema delle tecniche di neutralizzazione:

Sono auto-giustificazioni che consentono al soggetto di neutralizzare, attraverso il ricorso a particolari tecniche, quel conflitto con la morale sociale. Queste tecniche precedono l'atto deviante e servono ad escludere la responsabilità individuale e soprattutto a negare la sua illiceità attraverso le ridefinizioni del proprio operato”

Ecco le più usate:

Le tecniche di neutralizzazione sono principalmente cinque, ma tre quelle più usate. La prima è la negazione della propria responsabilità, come nel caso in cui il soggetto sostiene di aver agito in condizione di infermità mentale o di intossicazione alcolica. Le seconda è la minimizzazione del danno provocato ovvero una sorta di “ridefinizione” dell’atto per cui un’aggressione diviene uno “scambio di opinioni”. La terza è la negazione della vittima. In questo caso l’aggressore o lo stalker spiega che la violenza arrecata alla vittima non rappresenta un'ingiustizia in quanto si tratta di una persona che merita il trattamento subito. La quarta tecnica è la condanna di coloro che condannano ovvero i cittadini conformi divengono “ipocriti”, la polizia “è corrotta”, i giudici “sono parziali”. Ed infine l’ultima è quella del richiamo a ideali più alti, cioè a norme reputate eticamente superiori a quelle legali, per esempio fedeltà al gruppo di appartenenza che porta a qualificare come dovere l’omertà o la vendetta o il delitto d’onore. Non ci dimentichiamo che il delitto d’onore è stato abolito dal nostro Codice penale solamente nel 1981. La negazione, la minimizzazione, la colpevolizzazione della vittima sono quelle usate più frequentemente”.

Tecniche peraltro involontariamente “insegnate” dalla narrazione degli stessi cronisti che raccontano le loro storie. O che annunciano monitoraggi sui femminicidi.

di Maria Rossi

Il "Manifesto" è un ottimo quotidiano. Ciò non toglie che talvolta pubblichi articoli assai discutibili. Per me, almeno. "Non è violenza di genere" dello psicanalista Sarantis Thanopulos è uno di questi. Un testo di cui non condivido una parola. Potrei tutt'al più convenire con l'autore che l'espressione "violenza di genere" potrebbe essere rimpiazzata. Sì, ma da una formula ancora più esplicita e chiara: quella di violenza maschile sulle donne. Ciò non significa "teorizzare una violenza innata dell'uomo nei confronti della donna", "risalente al suo patrimonio genetico", ma semplicemente prendere atto, senza infingimenti, del fatto che sono soprattutto gli uomini a perpetrarla. Ne fanno fede i dati ISTAT del 2006 dai quali si evince che sono ben 6 milioni e 743 mila le donne italiane che, nel corso della loro vita, hanno subito qualche forma di violenza (fisica, psicologica o sessuale).
Gli atti di maltrattamento sono comportamenti volti a mantenere la donna in una posizione di costante subordinazione, come riconosce anche la Convenzione di Istanbul, e a consentire all'uomo che li commette di conseguire una serie di vantaggi: il mantenimento del potere e del controllo sulla partner, la soddisfazione dei propri desideri, senza preoccuparsi di appagare quelli della compagna, l'esaudimento dei propri bisogni affettivi, la presa in carico dei propri problemi da parte della convivente, il godimento, rispetto ad essa, di una maggior quantità di tempo libero, assicurato dal rifiuto ad accettare un'equa ripartizione del lavoro domestico e di cura. Lo afferma, tra gli altri, Lundy Bancroft, uno psicologo che ha acquisito un'esperienza ventennalenell'impostazione e nella gestione di programmi di riabilitazione degli uomini violenti.
La vittima predestinata dei maltrattamenti non è la sessualità, come afferma Thanopulos, ma banalmente la donna nella sua concreta materialità corporea e nella sua psiche.
Non si comprende neppure perché non si possa interpretare la violenza maschile sulle donne senza invocare la teoria tradizionalista, ultraconservatrice emaschilista della complementarietà tra i sessi, che attribuisce ai due generi ruoli diametralmente opposti.

"L'intero edificio sociale si basa sulla complementarità dei sessi che incastra tra di loro (nella relazione degli amanti e nel mondo interno di ciascuno di loro) il concedersi all'altro (e alla vita) e la brama di possesso", scrive Thanopulos.

A mio parere è, anzi, proprio l'attesa, anzi, la pretesa frustrata della dedizione totale della donna,della sua abnegazione, della sua completa disponibilità ad appagare i desideri maschili senza chiedere nulla in cambio a generare la violenza dell'uomo. Divulgare l'idea che la donna sia "naturalmente" votata alla consacrazione totale di sé all'altro, individuare in ciò la "qualità femminile del desiderio" e fondare su questo carattere l'intero edificio sociale significa alimentare nell'uomo convinzioni sbagliate che possono indurlo ad adottare comportamenti violenti, nel caso in cui la sua partner non corrisponda a questo ideale, ma intenda invece realizzarele proprie potenzialità senza annullarsi nella relazioneed esiga giustamente dal compagno reciprocità nell'accudimento e nell'appagamento dei bisogni.
Anche la sessualità dovrebbe scaturire da un incontro di desideri che sfoci in un godimento reciproco e non dovrebbe per forza consistere in un concedersi passivo all'attiva brama di possesso dell'altro.
Desta perplessità anche l'idea che gli uomini siano, per natura, animati da una "passione di appropriazione" cui le donne dovrebbero, sempre per natura, sottostare. Da una simile concezione deriva, a mio parere, la convinzione dell'immutabilità del rapporto di dominio e di subordinazione che caratterizza spesso le relazioni tra i sessi.
Ma la parte davvero inaccettabile dell'articolo è questa:

"La violenza nei confronti della donna è sociale e danneggia egualmente uomini e donne come soggetti sessuali. Nella sostanza danneggia più l'uomo che la donna perché l'uomo violento perde il suo oggetto del desiderio e subisce una deprivazione psichica devastante. Una donna può essere sopraffatta dalla violenza ma restare internamente viva mentre l'uomo sopraffattore è già morto dentro".

Ma stiamo scherzando? La violenza danneggerebbe piùchi la commette che chi la subisce?Essere uccise, massacrate di botte, deturpate, ferite a morte, distrutte psicologicamente, stuprate provocherebbe una sofferenza e una deprivazione inferiore a quella che prova l'uomo violento?
Ma ci rendiamo conto che ciò significa misconoscere, sottovalutare il dolore delle vittime, non attribuire loro e ai loro sentimenti la giusta importanza? E come si fa ad affermare che " una donna può essere sopraffatta dalla violenza ma restare internamente viva"? La vittimadi abusi viene distrutta psicologicamente, la sua autostima viene demolita. Ciò non accade al violento. Se, infatti, costui subisse una deprivazione psichica devastante, come sostiene l'autore dell'articolo, cesserebbe immediatamente di commettere abusi per alleviare la propria sofferenza. Al contrario: le violenze possono protrarsi per anni e, talvolta, per decenni e ciò significa che il maltrattante èpoco sensibile aldolore che infligge alla sua vittima che ha, in precedenza, provveduto ad espropriare della sua umanità.
Non posso, quindi, che condividere le parole dello psicologo Lundy Bancroft che in "Uomini che maltrattano le donne" scrive:

"I miei assistiti superano il dolore degli episodi di cui sono stati protagonisti molto più rapidamente delle loro partner. Certo, essere crudeli verso la propria compagna non è uno stile di vita sano, ma gli effetti negativi sull'uomo non sono neppure minimamente paragonabili al dolore emotivo e fisico, alla limitazione della libertà, ai sensi di colpa e alle numerose ombre che la violenza domestica getta nella vita della donna.[...] Gli uomini abusanti possono continuare a maltrattare la moglie per venti o trent'anni e la loro vita professionale rimane immacolata, la loro salute normale, le loro amicizie stabili. [...] Gli abusanti traggono molti benefici dal loro comportamento. [...] Chi, come me, confronta i tragici racconti delle donne maltrattate con il modo in cui si presentano alle terapie di gruppo i loro aguzzini non potrà mai concordare sull'affermazione che la vita sia altrettanto dura per i secondi come lo è per le prime". [p.56]


Vedi anche:
Braccia rubate all'agricoltura (Il Ricciocorno Schiattoso)
Manifesto indigesto (La rete delle reti femminili)
Polemiche tra sesso e genere (Nota del Manifesto su FB)



di Maria Rossi


Non sono esperta di comunicazione, ma a me pare che la narrazione giornalistica degli episodi di violenza maschile, che si manifesti nelle relazioni intime o negli ambienti educativi, si uniformi di solito a un determinato schema. Negli articoli campeggia la figura dell'autore del reato, presentato in modo tale da suscitare nei lettori un sentimento di empatia innescato dall'ottima reputazione di cui gode nella comunità di appartenenza. L'immagine dell'artefice della violenza che ci viene propinata dai giornali è immancabilmente quella di un uomo che conforma l'intera sua esistenza a saldi principi morali e che adotta nei confronti del prossimo comportamenti urbani, cortesi e cordiali, beneficiando dell'incondizionata stima della collettività. Può trattarsi di una figura autorevole: l'avvocato benestante, raffinato e colto, appassionato di Kant e abile tennista, il docente di italiano e di storia in una scuola secondaria di secondo grado dotato di un consistente background culturale e di una notevole competenza professionale, stimato e tenuto in alta considerazione da colleghi e studenti, per molti dei quali rappresenta un solido punto di riferimento, lo stalker, infine, dal fisico armonioso e dal sorriso educato che dispone di un buona padronanza linguistica e sa usare perfettamente il congiuntivo.  E' evidente che queste persone educate e perbene non possono aver commesso i crimini di cui sono accusate (rispettivamente femminicidio, abuso sessuale e di potere esercitato su alunne minorenni e detenzione di materiale pedopornografico, stalking, maltrattamenti, violazione di domicilio) se non in quanto travolte improvvisamente e momentaneamente da un raptus, da un'imponderabile perdita di controllo, da una misteriosa irruzione dell'irrazionale nella loro ordinata esistenza. Non importa, ad esempio, che il femminicidio di cui stiamo parlando sia stato preannunciato in due lettere e sia stato perpetrato con un coltello che un colto avvocato, appassionato di Kant, non dovrebbe portare con sé. Non conta nulla il fatto che psicologi responsabili di programmi di riabilitazione per uomini violenti come Lundy Bancroft osservino con insistenza come i maltrattanti siano perfettamente lucidi e consapevoli degli atti che compiono.

Non si tratta certo di descrivere gli autori di delitti contro le donne come creature mostruose, come altrettante personificazioni della malvagità, ma non si tratta neppure di rappresentarli come individui inconsapevoli, non responsabili delle proprie azioni, come esseri innocenti dominati ed agiti da incontrollabili raptus, magari reiterati nel tempo, come nel caso in cui vengano commessi abusi sessuali ripetuti, atti di maltrattamento o di stalking. Sarebbe importante, invece, che i giornalisti acquistassero consapevolezza della natura strutturale della violenza contro le donne e comprendessero che essa è espressione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, che hanno condotto all'esercizio del dominio maschile sulle partner, anziché interpretarla come una manifestazione di temporaneo obnubilamento della coscienza che può colpire qualsiasi uomo, anche il più pacifico e rispettoso dell'uguaglianza di genere.

Negli articoli giornalistici la figura della vittima della violenza maschile appare invece, nella migliore delle ipotesi, sfocata, degna solo di una breve menzione, semi-rimossa dal discorso pubblico, quasi ad impedire ai lettori di identificarsi con lei, di lasciarsi coinvolgere dal suo dramma. Spesso, però, non ci si esime dal colpevolizzare la donna, rendendola oggetto di una vittimizzazione secondaria. L'assassinata viene così esplicitamente o implicitamente accusata di imprudenza per aver accettato un ultimo incontro con l'omicida, si insinua che ragazze minorenni, vittime di abuso, intrattenessero rapporti sessuali con lo stimato docente per conseguire buoni voti ed essere avvantaggiate nelle interrogazioni e nelle verifiche.

Sulla colpevolizzazione della vittima da parte dell'autore del reato è poi incentrata l'intervista di Beppe Severgnini ad un uomo condannato per stalking, maltrattamenti e violazione di domicilio ad una pena patteggiata di 18 mesi di reclusione, commutata nell'obbligo di seguire un programma di riabilitazione per abusanti. 

Il racconto di questo stalker è imperniato sull'idea della perdita di controllo, dell'incapacità di gestire il rapporto affettivo e sull'esplicitazione di una fragilità atta a suscitare empatia e che si esplicita nell'erosione della fiducia nella relazione, nell'insicurezza, nella paura dell'abbandono, sentimenti che possono ispirare un senso di compassione, di comprensione, di partecipazione nel lettore, ma che sono privi di validità epistemologica in quanto si tratta di emozioni sperimentate anche dalle donne, ma che non le conducono a commettere atti di maltrattamento, di stalking o di assassinio dei partner con la stessa frequenza degli uomini. Lo psicologo Lundy Bancroft osserva come un processo di autentico mutamento dei maltrattanti richieda che essi imparino a concentrarsi sulle proprie convinzioni e sulle proprie credenze, anziché sulle proprie emozioni e apprendano a focalizzarsi sui sentimenti di chi hanno ferito, non sui propri.

Lo stalker intervistato da Severgnini attribuisce - ed è la cosa più grave - la responsabilità delle proprie azioni alle ex partner, colpevoli di non offrirgli cortesi spiegazioni sul motivo del loro abbandono, ma di troncare bruscamente le relazioni, manifestando così insensibilità nei confronti di un uomo vulnerabile e sofferente come lui. Non si reputa geloso e possessivo, ma accolla la responsabilità dei propri sentimenti alle donne che indossano abiti scollacciati, dimostrando la loro dubbia moralità. Imputa alla ex compagna l'adozione di un comportamento ambiguo, manipolatore e volubile, consistente nel fornirgli il numero di telefono per poi denunciarlo per atti di stalking. L'accusa poi di aver perpetrato un atto di violenza nei suoi confronti, tirandogli un coltello e puntandoglielo contro. Certo la gravità dell'atto è attenuata dal fatto che «lei era talmente stufa» di discutere da commettere un'azione di così virulenta aggressività. Eppure la donna che lo ha denunciato non ha subito alcuna condanna per violenza. Non solo: ma lo stalker intervistato è stato ritenuto responsabile anche di maltrattamenti in famiglia. Ora: la Corte di Cassazione, le cui sentenze rappresentano importanti, anche se non vincolanti, precedenti giurisprudenziali, ha stabilito criteri così rigidi di applicazione dell'art.572 del Codice Penale da rendere la fattispecie penale da esso contemplata assai raramente configurabile. La VI sezione della Corte di Cassazione con sentenza emanata il 03.03.2009 n° 9531, ha sancito ad esempio che : "Il reato di maltrattamenti in famiglia può sussistere solo in quanto espressione di una condotta che richiede l'attribuibilità al suo autore di una posizione di abituale prevaricante supremazia alla quale la vittima soggiace. Se non c’è supremazia, non vi è il suddetto reato". Sono molti i provvedimenti della Cassazione che ribadiscono questo criterio.  E' assai improbabile, dunque, che l'ex partner di quest'uomo possa essere ritenuta corresponsabile dell'esercizio della violenza domestica, dal momento che si trovava in una condizione di abituale subordinazione e soggezione alle prevaricazioni dell'autore del reato. E' opportuno allora dar voce ad un uomo violento senza riportare anche la versione della sua vittima? Non si produce così il risultato di colpevolizzare la donna oggetto di stalking e di maltrattamenti e di esporla alla vittimizzazione secondaria?

Un'altra perplessità che mi sento di esprimere riguarda l'efficacia del programma di recupero seguito dal maltrattante intervistato da Severgnini. Per approdare a risultati concreti, un progetto di riabilitazione - osserva lo psicologo Lundy Bancroft- dovrebbe condurre un uomo violento ad accollarsi la responsabilità integrale degli atti che ha commesso, senza tentare negazioni o minimizzazioni di sorta. Non mi pare che lo stalker in questione abbia già intrapreso questo processo di mutamento e di assunzione di responsabilità. Il mio augurio è che abbia appena iniziato il suo percorso di recupero e che, nel corso del tempo, giunga ad ammettere le proprie colpe, non per restarne inchiodato, ma per poter poi allacciare relazioni affettive serene che non comportino l'uso della violenza e l'esercizio della sopraffazione.

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