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Il femminicidio zoppica su «La Stampa»: meglio la follia

La Stampa presenta una iniziativa: il suo monitoraggio dei femminicidi in Italia. E informa che siamo arrivati ormai a 100 donne uccise dall’inizio dell’anno. Una iniziativa lodevole, come tutti i tentativi di darsi e offrire strumenti per una migliore comprensione del fenomeno.

Un fenomeno ancora poco compreso e sottovalutato. O vissuto con fatalismo. Come dimostra lo stesso articolo introduttivo de La Stampa.

Che mostra difficoltà ad accettare la definizione di “Femminicidio”, perchè sarebbe:
- prima inflessibile e categoricacome tutte le definizioni.
- poi zoppicante “quando deve render conto dell’enorme varietà della casistica reale”.

Eppure molte definizioni hanno più accezioni e sfumature di significato a secondo del contesto. Alcune definizioni - ed è il caso di “femminicidio” - sono categorie interpretative. A zoppicare semmai è la capacità di interpretare e valutare le situazioni. Una difficoltà comprensibile per chi è nato al tempo del delitto d’onore ed è cresciuto tra raptus e delitti passionali. Definizioni che sembravano reggersi bene sulle due gambe, anche di corsa. E pure oggi tornano spesso utili come stampelle.

La parola “femminicidio” non è ancora entrata nei dizionari e continua ad essere oggetto di discussione. E’ entrata nel linguaggio mediatico e istituzionale. Spesso usata in modo approssimativo o limitata ai casi di donne uccise. Mentre il suo significato più corretto è forse quello che la intende come conseguenza estrema della violenza di genere. Quella violenza che esprime e mantiene un rapporto di potere tra i sessi a vantaggio degli uomini.

Il giornalista Raphael Zanotti prende forse spunto dalla definizione di Wikipedia alla prima riga: “Il termine femminicidio si riferisce a tutti quei casi di omicidio in cui una donna viene uccisa da un uomo per motivi relativi alla sua identità di genere”. Nella stessa scheda si può trovare una definizione più estesa, elaborata da Marcela Lagarde:

«La forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine - maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria o anche istituzionale - che comportano l’impunità delle condotte poste in essere tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una posizione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambine: suicidi, incidenti, morti o sofferenze fisiche e psichiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e alla esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia» (Marcela Lagarde).

Esiste dunque una violenza maschile che mira a negare l’identità individuale delle donne, per costringerle entro un ruolo di genere subordinato, quello definito e attribuito alle donne dalla cultura patriarcale. Una violenza privata, nascosta, sottovalutata, spesso negata o ignorata, che rimane impunita e che può sfociare nell’omicidio.

Allora direi di si, il caso del marito che uccide la ex moglie per “gelosia” rientra nel femminicidio, poichè egli vuole avere un diritto di proprietà sulla donna, fino ad affermare un diritto di vita o di morte, mentre gli altri casi, quello del figlio che uccide la madre o dei rapinatori che uccidono una prostituta o una anziana sono da valutare. Certo il fatto che alla vita di una donna si attribuisca minor valore, specie se prostituta o anziana, rientra nella cultura che ispira i femminicidi.

Peccato che l’avvertenza sulla difficoltà di valutare, che chiama in causa anche la competenza e la formazione degli operatori, tanto nei media quanto nelle istituzioni preposte all’esercizio dell’autorità, venga alla fine risolta dal giornalista in modo liquidatorio e molto tradizionale. Per non dire, giustificazionista.

Gli assassassini delle donne sarebbero menti folli. Nessun dubbio stavolta sull’inflessibilità e categoricità della definizione follia. Pure rinforzata: sempre e comunque. L’idea delle menti folli non scricchiola e non zoppica. Nè di fronte ai rapporti di potere, ai ruoli di genere, nè di fronte a piani premeditati, a trappole organizzate, alla decisione di armarsi prima di incontrare la vittima, al procedere per tentativi ed errori. Nè di fronte alla lunga sequenza dei maltrattamenti e delle violenze che spesso precedono il delitto. Nè di fronte all’assenza di dati e perizie che confermino una tale credenza.

Se davvero a La Stampa la pensano così, non si vede quale sia l’utilità di un monitoraggio che alla fine tiene soltanto il conto delle follie. In ogni caso, fanno in tempo a pensarla diversamente. Provino a consultare qualche testo in materia, ad esempio il libro di Lundy Brancroft: Uomini che maltrattano le donne.

Oppure, per restare al di qua dell’Oceano, lo studio criminologico di Isabella Merzagora, che tratta pure il tema delle tecniche di neutralizzazione:

Sono auto-giustificazioni che consentono al soggetto di neutralizzare, attraverso il ricorso a particolari tecniche, quel conflitto con la morale sociale. Queste tecniche precedono l'atto deviante e servono ad escludere la responsabilità individuale e soprattutto a negare la sua illiceità attraverso le ridefinizioni del proprio operato”

Ecco le più usate:

Le tecniche di neutralizzazione sono principalmente cinque, ma tre quelle più usate. La prima è la negazione della propria responsabilità, come nel caso in cui il soggetto sostiene di aver agito in condizione di infermità mentale o di intossicazione alcolica. Le seconda è la minimizzazione del danno provocato ovvero una sorta di “ridefinizione” dell’atto per cui un’aggressione diviene uno “scambio di opinioni”. La terza è la negazione della vittima. In questo caso l’aggressore o lo stalker spiega che la violenza arrecata alla vittima non rappresenta un'ingiustizia in quanto si tratta di una persona che merita il trattamento subito. La quarta tecnica è la condanna di coloro che condannano ovvero i cittadini conformi divengono “ipocriti”, la polizia “è corrotta”, i giudici “sono parziali”. Ed infine l’ultima è quella del richiamo a ideali più alti, cioè a norme reputate eticamente superiori a quelle legali, per esempio fedeltà al gruppo di appartenenza che porta a qualificare come dovere l’omertà o la vendetta o il delitto d’onore. Non ci dimentichiamo che il delitto d’onore è stato abolito dal nostro Codice penale solamente nel 1981. La negazione, la minimizzazione, la colpevolizzazione della vittima sono quelle usate più frequentemente”.

Tecniche peraltro involontariamente “insegnate” dalla narrazione degli stessi cronisti che raccontano le loro storie. O che annunciano monitoraggi sui femminicidi.

2 Responses to “Il femminicidio zoppica su «La Stampa»: meglio la follia”

  1. una persona gravemente alcolizzata può commettere un reato di violenza (come lo può fare una persona sobria) ma questo non giustifica nulla

  2. Temo sia stato frainteso gran parte del mio articolo. E i riscontri che ho avuto per il lavoro di monitoraggio mi fanno pensare non sia per una mia carenza nel comunicare (sempre possibile). L'articolo, e il lavoro che da mesi impegna La Stampa sul femminicidio, intende mostrare l'esatto contrario: ovvero che il femminicidio affonda le sue radici in un problema culturale molto più ampio e dai confini molto più frastagliati di quel che una definizione può disegnare. Dichiarare che è difficile etichettare come femminicidio l'uccisione di una madre da parte del figlio con problemi psichici o la rapina a una prostituta non vuol dire che queste siano vittime di serie B, significa esattamente che si tratta di casi che non rientrerebbero nella definizione letterale, ma che non si può negare nascano in un clima di violenza di genere purtroppo molto diffuso in Italia. Non a caso il monitoraggio, al contrario di altre statistiche più o meno ufficiali, tiene conto anche di episodi borderline con il preciso compito di far riflettere su cosa è e cosa non è femminicidio. Mi rammarico che addirittura mi si attribuiscano volontà giustificazioniste del tutto fuori luogo e in modo tanto grossolano su una questione molto più profonda: la difficoltà di attribuire in modo netto una volontà del far del male a una donna "in quanto tale". E' un problema delicato e di non facile soluzione perché attiene strettamente al movente che spinge una persona a uccidere. Indagare la mente di un omicida è sempre complesso anche perché, ed era questo il senso del mio discorso, l'efferatezza del delitto tende a far vedere nell'omicidio un gesto folle. E' una deriva culturale tipica di una società come la nostra in cui gli omicidi sono in continuo calo e la morte, anche quella per cause naturali, viene bandita dall'immaginario collettivo. A tal proposito la invito a guardare le statistiche sull'andamento negli ultimi anni delle assoluzioni per temporanea incapacità di intendere e volere. Il mio obiettivo (non a caso è stato usato il vero "paiono" folli e non "sono" folli) era quello di mettere in guardia da questa distorsione. Credo che solo essendo coscienti di queste derive e lavorando sull'allargamento della definizione di femminicidio in Italia si potrà affrontare la questione. La forzatura un po' moralisteggiante di un articolo no, tanto più quando - a portarla troppo avanti - ci si scontra con la realtà delle cose: a che pro un monitoraggio - si domanda giustamente lei - se a farlo sembrano siano dei trogloditi che vorrebbero il ritorno del delitto d'onore? Forse era sbagliato il secondo termine del problema.
    Cordiali saluti
    Raphael Zanotti

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